Sognando Berlinguer
Massimo Recalcati e i «falsi miti edonistici del capitalismo»
Sebastiano Isaia
A pagina 48 del saggio Patria senza padri (Minimun fax, 2013), Massimo Recalcati ci regala una confessione che, credo, spiega molto delle sue inclinazioni politiche e psicoanalitiche: «Sognavo spesso Berlinguer. Lo sognavo proprio negli anni infuocati della mia giovane militanza politica». Recalcati ci informa che alla fine degli anni Settanta questo sogno era condiviso, con un certo imbarazzo, da molti altri suoi compagni di militanza politica (area Lotta Continua, con simpatie per il Partito Radicale e per il mondo “libertario” che stava “a sinistra” del PCI e “a destra” dell’Autonomia Operaia), ma che solo pochi lo presero sul serio, e fra questi bisogna ovviamente annoverare lui.
Per il noto psicoanalista, «massimo esponente italiano della scuola di Lacan», Enrico Berlinguer rappresentò una sorta di principio d’ordine che riuscì a salvarlo dalla folle deriva edipica che allora trascinò un’intera generazione di giovani contestatori nel buco nero del terrorismo: «I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere. Il terrorismo è stato la rivolta dei figli contro i padri» (p. 47). Questa tesi potrei pure sottoscriverla, anzi la sottoscrivo senz’altro, una volta però che sia stata fatta chiarezza circa il punto di vista da cui la cosa mi appare plausibile: «tutta la partita edipica si gioca all’interno della famiglia del comunismo». Non c’è dubbio.
Chiarito, beninteso, che ciò che Recalcati definisce «famiglia del comunismo» per me non ha nulla a che fare con il comunismo di Marx, da me sempre concepito come movimento di lotta delle classi dominate teso a conquistare per tutti gli individui il Regno dell’Umanità.
Più che di «famiglia del comunismo» bisogna piuttosto parlare di «famiglia dello stalinismo» (maoisti compresi), e comunque è così che iniziai a pensarla proprio negli stessi anni in cui il giovane Massimo sognava l’Onesto Enrico, da me considerato, come egli scrive con massima riprovazione, «il cane da guardia del sistema capitalista» (p. 46). E la penso ancora così, nonostante l’eccellente psicoanalista mi metta in guardia intorno al fatto che «l’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba». La cosa, come si dice, non mi tange neanche un poco, giacché non solo non ho mai fatto parte della «famiglia del comunismo», ma che anzi l’ho sempre combattuta, ritenendola il miglior strumento di conservazione sociale proprio perché essa ha fatto passare fra i dominati l’idea che il “comunismo realizzato” (in realtà un Capitalismo a conduzione statale) è ancora più miserabile e oppressivo del capitalismo.
Mentre il nostro amico folgorato sulla via del Padre sognava l’austero di Sassari, io, evidentemente già allora irretito nella «dimensione più dissipativa e irrazionale dell’iper edonismo del discorso del capitalista», sognavo l’avvinazzato di Treviri (e altri freudiani soggetti privi di barba che stuzzicavano il mio desiderio ingovernabile): signori, i gusti non si discutono…
Chi è invece Berlinguer per Recalcati? È presto detto: «Nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il PCI, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo [sic!]. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità». Trattengo una crassa, nonché delirante, risata e sulla berlingueriana politica di austerità e di sacrificio rimando a Berlinguer, il tristo profeta dei sacrifici. Sul binomio “paterno” Berlinguer-Moro rimando invece a La “rimozione” di Massimo Recalcati.
Ma continuiamo a seguire il ragionamento di Recalcati: «Da una parte c’era Deleuze che diceva che nel capitalismo c’è qualcosa di cui dobbiamo appropriarci: la politica dei flussi, la deterritorializzazione, i concatenamenti molteplici e infiniti del desiderio [ahi!]; dall’altra parte c’era Berlinguer che mostrava, direi oggi a ragione, il rischio immanente a questo discorso, cioè la sua collusione fatale con la dimensione più dissipativa e irrazionale dell’iper edonismo del discorso del capitalista. È un fatto ai miei occhi chiaro: Berlinguer ha storicamente vinto su Deleuze. La sua questione morale è oggi ancora una alternativa etica al discorso del capitalista, mentre le macchine desideranti di Deleuze sono state fagocitate dal discorso del capitalista, hanno dato luogo a quella “mutazione antropologica”, per usare un’espressione di Pasolini, che ha trasformato l’uomo in una macchina impersonale di godimento» (p.47).
Ora, non voglio diffondermi in un confronto tra Deleuze e Berlinguer, anche perché non sarei in grado di svolgerlo in modo appropriato; qui mi permetto solo di affermare, con la stessa sicumera di Recalcati, che a un Berlinguer anticapitalista, o quantomeno critico del «discorso del capitalista», può credere giusto un indigente in fatto di coscienza critica. E purtroppo questo “tipo umano” abbonda. Eccome se abbonda!
Fino a quale segno l’ideologia dello psicoanalista sia apologetica, lo si ricava anche da quanto segue: mentre negli anni Settanta il «rifiuto del lavoro» poneva il desiderio in alternativa al lavoro, si trattava invece, sempre secondo il nostro berlingueriano, di dare un senso al desiderio attraverso il lavoro, concepito anche simbolicamente ed esistenzialisticamente (secondo la concezione esposta da Sartre ne L’esistenzialismo è un umanesimo) come sforzo e responsabilità. La natura capitalistica, e dunque necessariamente disumana, del lavoro sfugge completamente alla riflessione di Recalcati, nonostante tutto il suo gran parlare di «discorso del capitalista»*. Di qui, il suo viscerale amore per la Costituzione più bella della nostra galassia, la quale nel suo primo articolo santifica il lavoro salariato come fondamento della società capitalistica (o «Repubblica democratica» che dir si voglia); ma anche il suo altrettanto invincibile disgusto per «l’estremismo politico di Berlusconi» («L’oscenità berlusconiana manifesta il disprezzo per l’ordine simbolico e le sue leggi»), il quale considera la forma partito (incarnazione politica collettiva della virtuosa funzione paterna), «come, del resto, la Costituzione stessa, un residuo del passato dal quale è necessario liberarsi» (p. 49).
La sola considerazione intelligente – ancorché meritevole di approfondimento critico – del saggio in questione è, sempre all’avviso di chi scrive, quella che invita a «pensare la democrazia non in alternativa al totalitarismo ma come la sua faccia inconscia» (p. 61). Ma mentre Recalcati si riferisce soprattutto al «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dall’ex Sultano di Arcore), io invito a riflettere piuttosto sul totalitarismo sociale, ossia sulla disumana e sempre crescente potenza espansiva del rapporto sociale capitalistico, quella potenza che tende a trasformare ogni territorio esistenziale (a partire dal corpo degli individui) in una funzione economicamente sensibile. È per questo che se vogliamo liberarci davvero dal maligno «discorso del capitalista» dobbiamo archiviare il dominio del capitale, il cui rapporto sociale, oggi di dimensione planetaria, è la vera grammatica che consente a tutti noi di relazionarci (nell’accezione più vasta del concetto) col mondo – a partire da quello che ci è più vicino: noi stessi.
* Berlusconi e il discorso del capitalista. Qualche settimana fa mi è capitato di ascoltare le riflessioni di Lidia Ravera e Massimo Recalcati sollecitate da Lilli Gruber, la “rossa” sacerdotessa di Otto e mezzo, e mi si è rafforzata nella testolina un’idea che coltivo da sempre: la critica della società disumana che non è in grado di cogliere le radici storiche e sociali del grave disagio esistenziale che vive l’individuo dei nostri pessimi tempi, facilmente smotta verso una posizione reazionaria “a 360 gradi”: sul piano politico, su quello etico, filosofico e quant’altro. È un fatto che con oltre un decennio di ritardo, i due progressisti sono approdati sulle posizioni antisessantottine di Giuliano Ferrara, forse il più intelligente fra i reazionari (di “destra” e di “sinistra”) in circolazione nel Paese.
In particolare, Ravera e Recalcati non comprendono come «il godimento immediato e senza limiti», «la libertà che non conosce limiti né legge», che insieme danno corpo «a quello che in psicanalisi si chiama perversione», e, dulcis in fundo, «l’evaporazione del Padre» (ma anche la madre non sta messa bene, a quanto pare); come tutto ciò sia essenzialmente il prodotto di processi sociali che rispondono alla sola Legge che in questa epoca storica domina l’intera esistenza degli individui: la bronzea e sempre più totalitaria Legge del profitto.
È la dinamica capitalistica che ha reso obsoleta la tradizionale famiglia a conduzione patriarcale, relegando i genitori in un ruolo sempre più marginale e residuale rispetto alle funzioni educative formali e informali riconducibili allo Stato, al «sociale privato» e al mercato. Quando il Moro di Treviri, con un certo anticipo su Schumpeter, definì strutturalmente rivoluzionario il Capitalismo, egli non intese riferirsi solo alla dimensione dell’economico, tutt’altro. Il «linguaggio della struttura», per dirla con Lacan, è il linguaggio della prassi sociale dominata dall’economia capitalistica. Dove qui per struttura occorre intendere il corpo sociale colto nella sua complessa, conflittuale e contraddittoria totalità.
Il lacaniano «discorso del Capitalista», che Recalcati cita continuamente soprattutto come corpo contundente antiberlusconiano, ha una pregnanza concettuale e una radicalità politica che egli nemmeno sospetta. In bocca a Recalcati, quel «discorso» non supera il livello dell’impotente lamentela intorno alla nota mercificazione dell’intera esistenza (dis)umana, fenomeno che se è inteso nella sua vera essenza, e non alla maniera, banale e superficiale, degli intrattenitori da salotto, condanna senza appello l’odierno regime sociale qualunque sia la contingente forma politico-ideologica delle sue istituzioni: democratica, dittatoriale, autoritaria. Infatti, come ho scritto altre volte, il carattere necessariamente totalitario, e anzi sempre più totalitario, delle esigenze che fanno capo, magari attraverso mille mediazioni, alla sfera economica deve essere messo al centro di ogni riflessione politica, sociologica, ecc.. Altro che «epoca del berlusconismo», secondo lo stanco mantra dei progressisti: il Cavaliere Nero non vale nemmeno come metafora o sintomo dei nostri mercantilistici tempi.
Per capirlo, basta leggere quanto scriveva Robert Paul Wolff, sintetizzando il pensiero di Emile Durkheim, nel remoto 1965: «L’allentarsi della presa che i valori tradizionali e di gruppo esercitano sugli individui crea in alcuni di loro una condizione di mancanza di ogni legge, un’assenza di limiti ai loro desideri ed ambizioni. E poiché non v’è alcun limite intrinseco alla quantità di soddisfazione che l’io può desiderare, ecco che esso si trova trascinato in una ricerca senza fine del piacere, che produce sull’io uno stato di frustrazione. L’infinità dell’universo oggettivo è inafferrabile per l’individuo che sia privo di freni sociali o soggettivi, e l’io si dissolve nel vuoto che cerca di riempire» (Al di là della tolleranza).
Più che ripristinare i vecchi valori, o di crearne di nuovi a regime sociale invariato, a mio avviso è l’intero spazio sociale che occorre umanizzare. E ciò presuppone il superamento della società che ha fatto dell’atomo sociale chiamato cittadino una «macchina desiderante», una perfetta merce (una biomerce, un biomercato), una creatura fatta a immagine e somiglianza di una sempre più bulimica, insaziabile, onnivora economia. Un’economia che ha bisogno continuamente di creare nuove opportunità di profitto, e che per questo sposta sempre in avanti il confine dello sfruttabile e del desiderabile (leggi: acquistabile), fino a eliminare ogni confine, trascinando così l’intera società in un folle vortice che nessuno può controllare. Il dominio del godimento immediato di cui parla Recalcati, nostalgico o comunque ammiratore della Prima Repubblica di Moro e Berlinguer, cela in realtà il Dominio di un rapporto sociale altamente disumano (da Umiliati e offesi. I dolori del popolo antiberlusconiano, 19/01/2014).










































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