Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah
di Antonio Cantaro
Letture. Niente migliora tutto peggiora, disse il benpensante. Tutto accelera, rispose il giocatore. Ma come, disse il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, rispose il giocatore. E se The Donald non vincesse?
Correva l’anno 2026. L’anno in cui aveva avuto inizio il regno mondiale del caos, è scritto nei manuali di storia. E sempre quei manuali raccontano che quasi nessuno dei commentatori e analisti dell’epoca riusciva a dare una plausibile spiegazione del perché e del come il mondo stava scivolando sulla strada per l’inferno (https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/). Molti di essi attribuivano la paternità dell’idea di fare la guerra all’Iran allo ‘psicopatico’, a The Donald. Certamente uno degli esecutori materiali del delitto, ma di un delitto tutto iscritto in quell’inconfessabile compiacimento per lo spettacolo della guerra virtuosa che da decenni permeava l’immaginario americano. In Iran, invero, l’America aveva già “vinto” nell’ottobre del 2011 (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/07/guerre-gamification-trump/).
Battlefield 3, il videogioco.Un’operazione militare motivata da un’imminente minaccia nucleare in cui il giocatore assume il ruolo di un soldato inviato a disinnescare una crisi che potrebbe scatenare una vera e propria esplosione nella regione. Lo scenario è quello di un attacco aereo all’aeroporto Mehrabad di Teheran, di operazioni con veicoli blindati, di aerei da combattimento statunitensi nelle strade dell’Iran. Dal 2011 milioni di giocatori, non solo in America, hanno trascorso ore a vincere in Iran, bombardando Mehrabad e neutralizzando la minaccia nucleare. Una finzione, annota il nostro scrupoloso storico. Ma una finzione, aggiunge subito dopo, che stabilisce un orizzonte di “prove” che mostra l’intervento in Iran come fattibile, legittimo nella sua forma narrativa e spettacolare nei suoi effetti. Vittorioso, virtuoso.
Battlefield 3 non aveva, ovviamente, previsto gli attacchi del giugno 2025 né l’Operazione Furia Epica (Epic Fury) iniziata il febbraio 2026. Ma aveva, come altri videogiochi, contribuito a creare il mondo iperreale in cui questi attacchi erano diventati concepibili, ancor prima che Netanyahu e Trump li nominassero come attuali. Videogiochi che non si accontentavano più di riflettere la geopolitica, ma partecipavano alla sua costruzione culturale generando le insicurezze (Il caos nel Regno) che giustificavano le “azioni di sicurezza” fuori da qualsivoglia finzione di regola ed etica universalistica (Il Regno del caos).
È in questo humus che fin dall’inizio dell’operazione congiunta con Israele, Trump mette in scena uno “spettacolo della guerra virtuosa” basato sulle convenzioni dei videogiochi, appropriandosi di una grammatica visiva comprensibile a milioni di videogiocatori e integrandola pienamente nel proprio progetto politico. Ben oltre la guerra “pulita”, chirurgica, controllata a distanza, filmata dal cielo, un edificio che crolla silenziosamente, un commento della CNN dall’alto, come era accaduto nelle precedenti Guerre del Golfo quando la potenza americana si preoccupava ancora di evitare un vocabolario troppo duro per non urtare l’opinione pubblica (https://www.cdt.ch/news/mondo/epic-fury-ma-non-solo-che-cosa-ci-dicono-i-nomi-delle-operazioni-militari). Magari puntava a spaventare il nemico (Desort storm), ma sottolineava ancora lo scopo strategico e ‘morale’ della guerra (Enduring Freedom, Infinite Justice).
Un video diffuso dalla Casa Bianca il 22 giugno 2025 va chiaramente oltre questo codice. Il punto di vista è soggettivo, il montaggio è serrato, un film di guerra, una sequenza da videogioco militare sparatutto in prima persona. È come in Battlefield o Call of Duty in cui il giocatore richiede un attacco aereo e la bomba richiesta è una bomba a guida di massa (MGB). Una serie di uccisioni (killstreak) ove la ricompensa, assegnata al giocatore che mette a segno diverse eliminazioni consecutive, è la sanzione del dominio assoluto. Quando viene richiesta la MGB, la partita finisce, la squadra avversaria non può che subire la sconfitta da parte di un “uomo” stoico, offensivo, leale, immune a dubbi morali.
Sono sostanzialmente le parole che Trump rivolge al nemico iraniano ‘creato’ dai videogiochi di guerra di ultima generazione (e dal Military-Industrial-Media-Entertainment Network) ove il Medio Oriente è rappresentato come zona di guerra permanente, popolato invariabilmente da nemici stereotipati e senza volto da eliminare (deserto, città araba, uomo islamico) e il soldato americano, come il suo comandante in capo, unica bussola morale capace di trasformare, senza compromessi, la violazione delle regole in atto politico a fronte di democrazie liberali incapaci di proteggere le proprie popolazioni. Non c’è bisogno che la guerra sia “giusta”: la guerra è l’unica risposta disponibile, meccanicamente, strutturalmente, ineluttabilmente. Una guerra virtuosa la cui unica misura è la sua sproporzione e decisività: una deontologia della spettacolare superiorità tecnologica degli armamenti spinta, grazie all’uso di algoritmi, a estremi futuristici e assunta a orizzonte escatologico.
Un neo-orientalismo di cui l’amministrazione americana si è appropriata per comunicare la propria violenza, inserendola in un quadro di complicità popolare senza alcuna preoccupazione di legittimarla in senso legale e morale. Un linguaggio comune con un pubblico che ha già vissuto questa guerra sullo schermo e riconosce istintivamente la grammatica di una mappa che conosce a memoria, le killstreak e il supporto aereo attivato con la semplice pressione di un pulsante. Non è che i soldati confondono la realtà con il videogioco. È Trump che usa le rappresentazioni distopiche dei giochi per rendere gli attacchi in Iran immediatamente comprensibili, senza spiegazioni o giustificazioni. È il videogioco a diventare realtà, non nella mente dei combattenti, ma nella messa in scena che il governo americano dà dei suoi attacchi. Confuso il mezzo con il comportamento, l’immaginario con l’atto, non c’è più nemmeno bisogno di disumanizzare il nemico e le vittime. Siamo di fronte a un regime di percezione dell’azione violenta in cui la prestazione tecnica vale una giustificazione morale: il dominio tecnologico, visualizzato, è l’unico orizzonte di senso.
Battezzando l’operazione militare contro l’Iran Furia epica il governo Usa ha evocato una lotta apocalittica in cui la vittoria è premessa e obiettivo dello spettacolo della morte per tecnologia e questa è il simbolo concreto della sua capacità di dispiegare una potenza assoluta. D’altra parte, Netanyahu ha denominato la sua operazione Il ruggito del Leone, un animale nell’immaginario nazionale e religioso dello Stato ebraico simbolo di indomabile coraggio nella lotta esistenziale per la sopravvivenza. E anche Teheran ha tenuto conto di questo livello surreale della guerra, nominando la sua risposta True Promise 4 in cui l’aggiunta del numero 4 fa dell’Iran un attore metodico, impegnato in un conflitto di lunga durata, quasi fosse una serie televisiva a episodi.
La superiorità militare israelo-americana, benché messa a dura prova, non è esaurita dal tentativo di ripristinare la deterrenza tramite la militarizzazione dello stretto di Hormuz e la strategia di prendere di mira il modello economico dei paesi del Golfo (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/12/tuer-lidee-de-dubai-comment-le-regime-iranien-est-en-train-de-cibler-limage-internationale-des-pays-du-golfe/). Su quali fondamenta, allora, nei loro messaggi televisivi prima il “moderato” Presidente della Repubblica Islamica d’Iran, Masoud Pezeshkian, e poi Mojtaba Khamenei, la “radicale” nuova Guida Suprema della Repubblica islamica hanno entrambi orgogliosamente sostenuto che l’Iran “non si arrenderà mai” agli Usa e a Israele? Un grido di battaglia evocante una profezia che fa appello a una tecnologia del sacro diversa dalla tecnologia della morte di The Donald: «Ricordare Dio e riporre la propria fiducia in Lui – dice Mojtaba Khamenei – è un immenso vantaggio che (Tu Popolo) possiedi e che i tuoi nemici non hanno» (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/12/mojtaba-khamenei-dans-le-texte-le-premier-message-du-nouveau-guide-supreme-iranien/).
Non si tratta solo della ‘consueta’ «promessa divina di una ricompensa incommensurabile per coloro che perseverano». Tra le righe del primo messaggio della nuova Guida Suprema della Repubblica islamica traspare, anzi, chiaramente la difficoltà a fare semplicemente appello alla mistica del “dolore sciita”; difficoltà a cui l’Ayatollah prova a porre rimedio intrecciando strettamente l’elemento teologico con uno più schiettamente politico. Immediatamente dopo aver offerto le condoglianze «per il doloroso martirio del grande Leader della Rivoluzione», Mojtaba Khamenei (figlio) si rivolge immediatamente al «saggio e caro Khamenei» (padre) per chiedergli «di pregare per ogni membro del grande popolo iraniano (…), per i veterani e le famiglie dei martiri del movimento islamico, specialmente quelli dell’ultima guerra». Consapevole della crisi della narrativa religiosa nella Repubblica islamica, Mojtaba Khamenei si cimenta con l’impresa di far rivivere il martirologio sciita sulla base di un rinnovato «sostegno del popolo in ogni ambito», della sua concreta «forza nell’azione», del suo appoggio alla “repubblica” nella forma del raduno, della moltitudine, della comunità: quella «lungimiranza, saggezza e coraggio» che «negli eventi recenti hanno impressionato gli amici e lasciato perplessi i nemici. Siete voi, il popolo, che avete garantito la guida e la forza del Paese», che avete dimostrato – «rimanendo presenti sul campo in questi giorni e notti di guerra e svolgendo un ruolo attivo in ambito sociale, politico, educativo, culturale» – la capacità di prendere in mano il proprio destino malgrado la scomparsa della Guida Suprema, respingendo «il nemico con colpi devastanti» che «lo hanno privato di ogni illusione di dominio o di spartizione del nostro paese». Compagni guerrieri! «ogni martire di questa nazione, che si tratti del Grande Leader o di qualsiasi altro membro del popolo, è il punto di partenza».
Un appello a una tecnologia del sacro che si nutre dell’antichissima convinzione che l’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, della percezione di sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos che oggi assume le forme del Pentagono e del Mossad, così come in passato aveva preso le fattezze di Gengis Klan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente. È questa topologia dello spazio ad alimentare oggi quel “non ci arrenderemo mai” che ancora mobilita le masse che manifestano nelle strade a sostegno del regime. Una topologia che non è solo una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra e con la sua rivelazione di un cosmo separato in due principi irriducibili: Ahora Madea, il Signore Saggio della Luce, e Angora Maynyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso un fine, verso la rinnovazione finale del mondo (https://www.sinistrainrete.info/estero/32491-antonio-martone-l-iran-preso-sul-serio.html).
Questa stratificazione millenaria – ha osservato Antonio Martone – rivela il grado di azzardo della campagna militare israelo-americana. Se l’obiettivo era il cambio di regime, la campagna ignora che l’Iran è una realtà non solo geografica ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della “resilienza” come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’identità iranica è un organismo che vive di inabissamenti e riemersioni: non continuità lineare ma persistenza attraverso la discontinuità, come una vena carsica che scompare e riemerge secondo una logica interna che la superfice non rivela: la storia come conflitto cosmico, la sofferenza come prova e il tempo come freccia escatologica.
L’islam non sostituisce questa struttura, ma tende ad abitarla. La teologia sunnita, razionalista e giuridica, non basta alla sensibilità iranica. È lo sciismo – con il suo culto del martire Husayn a Karbala nell’anno 680, con la sua dottrina dell’Imam nascosto che attende di ritornare per compiere la giustizia finale – a fornire il contenitore perfetto in cui la vecchia escatologia zoroastriana si riversa sotto nuovi nomi. Ahura Mazda diventa Allah; Angra Mainyu diventa Yazid, poi il colonialismo, poi l’Occidente; il Frashokereti diventa il ritorno del Mahdi. I filosofi islamici iraniani – Avicenna, Suhrawardi con la sua Hikmat al-Ishraq, la Sapienza dell’Illuminazione – reintroducono attraverso il pensiero greco e neoplatonico esattamente la metafisica della luce che il profeta Zarathustra aveva predicato sulle steppe. La rivoluzione del 1979 non è, in questo senso, un’anomalia: è l’ultima metamorfosi di questa struttura, il momento in cui la teologia del martirio e dell’attesa si converte in tecnologia del potere. E oggi, sotto i bombardamenti, quella struttura si prepara forse a un’altra trasformazione.
La struttura burocratica e il senso dello Stato in Iran precedono l’Islam di secoli e – continua Antonio Martone – potrebbero sopravvivere alla sua attuale forma politica. Esiste una continuità invisibile che lega l’efficienza dei satrapi achemenidi alla rete capillare di potere che oggi coordina la resistenza dall’Iraq allo Yemen. Questa “profondità strategica” non è un’invenzione dei generali di Teheran, ma la proiezione naturale di una cultura che ha considerato l’Asia Centrale e la Mesopotamia come il proprio spazio di influenza molto prima che esistessero gli stati che oggi vi insistono, un’area dove la lingua persiana è stata per secoli il veicolo della diplomazia, del pensiero scientifico e della poesia di corte. Recidere questi legami con il fuoco significa tentare di cancellare una forza storica che la storia ha strutturato e rinnovato per via di scambi, conversioni e sincretismi che nessuna mappa militare riesce a perimetrare.
L’Iran è, peraltro, il perno su cui ruota l’intero destino dell’Eurasia multipolare. Per Pechino e Mosca rappresenta il bastione che impedisce all’egemonia marittima euro-atlantica di chiudere il cerchio attorno al supercontinente, il nodo vivo del corridoio Nord-Sud e della Nuova Via della Seta. Il bombardamento in atto è un tentativo di chirurgia geopolitica volto ad asportare questo perno. Tuttavia, chi compie questo gesto sottovaluta la capacità iranica di trasformare il trauma in risorsa identitaria. Nello sciismo il martirio non è una sconfitta, ma piuttosto un atto di fecondazione storica, una teologia del differimento che converte la perdita in riscatto futuro. Ogni esplosione rischia di risvegliare un nazionalismo metafisico ancora più cupo e compatto, capace di produrre una tecnocrazia del sacro: una forma di governo in cui la legittimazione religiosa, progressivamente svuotata dei suoi contenuti dogmatici più esposti alla critica, si converte in un dispositivo di mobilitazione collettiva al servizio di uno Stato tecnico-militare. Non più un clero che governa in nome di Dio, ma un’élite tecnocratica che usa la grammatica del sacro – il martirio, la persecuzione, l’attesa escatologica – come architettura del consenso e collante identitario. È lo sciismo senza teologia, la teologia ridotta a ingegneria sociale, la cui efficacia non dipende più dalla fede dei governanti ma dalla sua capacità di strutturare l’esperienza collettiva del nemico e del sacrificio. Un’eventualità che potrebbe rilevarsi persino più duratura della Repubblica Islamica: un autoritarismo che ha imparato a fare a meno del sacro come contenuto ma conservandolo come forma.
Un Iran, questo, moltiplicatore di instabilità la cui distruzione parziale genera esternalità che ridisegnano l’intero sistema. Lo Stretto di Hormuz nelle mani di un Iran integro che vuole vendere idrocarburi è un corridoio commerciale; nelle mani di un Iran ferito, sanzionato, già espulso dal sistema finanziario internazionale, diventa l’unica leva rimasta, l’arma di chi non ha più nulla da perdere sul piano economico ma può ancora trasformare la propria agonia in crisi energetica globale. Pechino legge questa geometria con la freddezza di chi ha firmato nel 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Teheran proprio per blindare le proprie forniture energetiche e vede quella blindatura saltare. Il danno cinese non è solo petrolifero ma infrastrutturale. Il corridoio Nord-Sud, la rete ferroviaria e portuale che collega la Russia all’Oceano Indiano passando per il nodo iraniano, è uno dei pilastri materiali dell’ordine eurasiatico alternativo a quello atlantico. Senza l’Iran, quella rete si interrompe e Pechino percepisce il bombardamento come un attacco alle proprie infrastrutture. C’è infine il livello più sottile, e più paradossale: ogni giorno di guerra nel Golfo non blocca il progetto multipolare ma lo rende più urgente. Quando il petrolio mediorientale diventa instabile e continua a essere prezzato in dollari, la Cina accumula incentivi crescenti a costruire circuiti alternativi (yuan digitale, accordi bilaterali, borse energetiche fuori dal sistema SWIFT). Washington crede di colpire l’Iran ma rischia di accelerare la propria marginalizzazione monetaria.
C’è poi la questione nucleare, ineludibile perché rappresenta la soglia oltre la quale tutti i ragionamenti sulla “resilienza” diventano secondari. L’Iran ha osservato attentamente i destini di Iraq, Libia e Ucraina: la bomba è una polizza assicurativa contro la sovversione del regime. L’attuale attacco israelo-americano, lungi dal ritardare questa logica, potrebbe rappresentarne l’accelerazione definitiva. Un Iran che sopravvive all’urto senza avere la bomba impara che deve averla; un Iran che nel tentativo di ottenerla viene ulteriormente colpito impara che deve ottenerla prima e più in fretta. Questa spirale è la struttura elementare della deterrenza applicata a un attore che ha già dimostrato di sapere attendere decenni per conseguire i propri obiettivi strategici. Il paradosso finale della campagna aerea, dunque, è che essa potrebbe produrre esattamente il risultato che dichiara di voler impedire.
Naturalmente tutto questo se la guerra virtuosa di The Donald non va in porto. Ma se va in porto si aprono tre scenari altrettanto inquietanti. Il primo è la frammentazione etnica: se il conflitto prolungato dovesse alimentare le forze centrifughe curde, beluche o azere fino alla disgregazione del tessuto statale, la vena carsica non riemergerebbe, si disperderebbe in rivoli. Il secondo è la distruzione della classe tecnica: campagne aeree mirate sulle infrastrutture universitarie e industriali potrebbero produrre una fuga di cervelli irreversibile, privando il sistema della sua capacità rigenerativa interna. Il terzo è l’ulteriore erosione della narrativa del martirio: se una generazione sufficientemente ampia, stanca di essere combustibile di una storia che non la rappresenta, rifiutasse il contratto simbolico su cui si fonda la tecnocrazia del sacro, il sistema perderebbe la sua materia prima più preziosa. Uno scenario che non si può escludere nel medio periodo. Oggi l’etica del martirio e del sacrificio di sé (l’escatologia sciita rivoluzionaria) è nella società iraniana, soprattutto tra le nuove generazioni, recessiva, come mostrano gli ultimi tre movimenti di protesta – quelli contro la corruzione e l’alto costo della vita nel 2017-2018 e nel 2019 -2020, il movimento Women’s Life Freedom e quello del gennaio 2026 – largamente centrati su libertà concrete, sulla “vita quotidiana”, sulla “gioia di vivere” (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/03/iran-khamenei-dernier-martyr/).
L’analisi deve a questo punto – si è prudentemente suggerito – cedere la parola al riconoscimento che le realtà storiche eccedono il linguaggio della previsione e reclamano quello dell’attesa. L’Iran ha sempre civilizzato i propri conquistatori. Ha assorbito l’Islam trasformandolo in una raffinata metafisica filosofica; ha assorbito i mongoli trasformandoli in mecenati dell’arte e dell’architettura. Non è una garanzia questa. È una costellazione, un pattern che si è ripetuto abbastanza da diventare quasi strutturale, pur restando nella sua essenza contingente. L’attuale aggressione, nel tentativo di risolvere il “problema iraniano”, potrebbe finire per generare l’ennesima metamorfosi di questa civiltà camaleontica: uno Stato che può usare le macerie del bombardamento come fondamenta di un nuovo ordine asiatico, che parla il linguaggio della modernità nucleare con l’accento arcaico dei sovrani guerrieri di Persepoli (https://www.sinistrainrete.info/estero/32491-antonio-martone-l-iran-preso-sul-serio.html). Un videogioco dall’ esito capovolto rispetto a Battlefield 3.










































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