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Atena sulla terra
di Emilio Quadrelli e Lidia Triossi
Misurarsi su un piano politico e teorico su come i comunisti si debbano organizzare in un contesto come l’attuale è sicuramente un compito di estrema difficoltà. D’altra parte le opzioni oggi esistenti non ci sembrano soddisfacenti e, soprattutto, crediamo che vadano riviste alla luce di una elaborazione e confronto approfondito. Sulla questione del partito (organizzazione), della strategia politica e militare, è chiaro che abbiamo, nel movimento comunista, un piano teorico e di dibattito quanto mai arretrato che non possiamo ignorare. Provare a affrontarlo, qui e ora, ci pare un compito non più rimandabile.
L’obiettivo della nostra elaborazione è quello di cogliere quelle tendenze del movimento comunista che si sono affermate e che hanno ancora un carattere di validità e capire, invece, quegli elementi che sono stati superati e ai quali è inutile rimanere aggrappati. Infine gli elementi che riteniamo validi vanno collegati al nuovo contesto in cui ci muoviamo. Naturalmente da queste riflessioni non possiamo pensare di trovare una “formula perfetta”, che peraltro non esiste, però possiamo utilizzarle per capire la direzione in cui muoverci e quali debbano essere i passi da fare per adeguare le attuali forme d’organizzazione alle necessità e soprattutto alle possibilità che vengono dalla realtà. È quindi centrale per noi capire il ruolo e il nesso tra «il partito» e l’»autonomia del proletariato», la composizione dei movimenti di protesta rispetto all’attuale organizzazione del lavoro e dimensione metropolitana, le contraddizioni della fase imperialista: guerra, fascistizzazione, multipolarismo, ecc…
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Cronache marsigliesi /8: la guerra civile in Francia. Un tentativo di bilancio
Emilio Quadrelli intervista M. R.
La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)
I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una lettura politica di quanto andato in scena. Una lettura che, senza una base empirica, diventa puro esercizio retorico. “Solo chi fa inchiesta, ha diritto di parola” e a partire da Mao, ma si potrebbe aggiungere tranquillamente da tutta la storia dello “operaismo”, abbiamo cercato in tutti i nostri articoli di mantenere questa “linea di condotta”.
Diamo pertanto, senza fronzoli di troppo, la parola a M. R., operaio precario dell’edilizia attivo nel Collectif Chomeurs Precaries.
* * * *
Che percezione c’è nei “quartieri” a Marsiglia dopo la rivolta?
Allora, in linea di massima, c’è un senso di soddisfazione abbastanza generalizzata. Questo è ampiamente comprensibile perché, almeno per sei giorni, i “quartieri” sono stati in grado di riversare, e con gli interessi, ciò che abitualmente subiscono. Questo è un fatto che puoi facilmente constatare attraversando una qualunque zona ghetto. La polizia, almeno per il momento, sta tenendo un profilo basso il che rafforza l’orgoglio della banlieue anche se questa calma, più che essere la ratifica di un mutamento dei rapporti di forza, appare come la classica calma che precede la tempesta.
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Contro la sinistra neoliberale
di Sahra Wagenknecht
Sahra Wagenknecht, dopo le dimissioni dal gruppo parlamentare della Linke nel 2019, denuncia lo scivolamento del suo Partito verso quella forma di neoliberismo progressista che ha contagiato tutte le sinistre occidentali. In questo testo delinea un programma fondato su valori non individualistici ma comunitari
Mentre scrivevo questo libro, gli Stati Uniti hanno visto un’escalation di conflitti. Sostenitori e avversari di Trump hanno ingaggiato una lotta senza esclusione di colpi. Da tempo, a un cambio al timone di un governo democratico non si accompagnavano tanta incertezza, tanto odio e tanta violenza. Il giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, a Washington, il Campidoglio era una fortezza in stato di guerra.
Non è inverosimile, purtroppo, che in futuro le immagini provenienti dagli Stati Uniti possano essere replicate anche qui, come riflesse da uno specchio ustorio… a meno che non avremo il coraggio di imboccare al più presto una strada nuova. Anche la Germania, infatti, è profondamente spaccata. Anche nel nostro paese la coesione sociale va dissolvendosi. Anche nel nostro paese, quelle che un tempo erano Comunità unite sono spesso afflitte da divisioni e ostilità. Bene comune e senso civico sono termini pressoché spariti dal vocabolario di ogni giorno.
Addio argomenti, dominano le emozioni
Con la pandemia, la situazione è peggiorata ulteriormente. Mentre milioni di persone con lavori spesso malpagati continuavano a fare tutto il possibile per mantenere in piedi la nostra vita sociale, su molti media, nei siti internet, su Facebook e Twitter regnava un’atmosfera da guerra civile. Una spaccatura capace di dividere famiglie e di mettere fine ad amicizie. Sei favorevole o contrario al lockdown? Usi l’app di tracciamento? Ma davvero, dice, davvero lei non vuole vaccinarsi?
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Strade senza uscita
Note a margine di tre saggi sulla civiltà tardo-capitalistica
di Carlo Formenti
Intervengo, senza pretese di esaustività, su tre lavori di altrettanti amici che ho avuto modo di leggere di recente. I temi affrontati dagli autori non sono immediatamente riconducibili gli uni agli altri: Onofrio Romano (Go Waste. Depensamento e decrescita, ORTHOTES, Napoli-Salerno 2023) critica i limiti delle teorie della decrescita e individua nel concetto battagliano di dépense una più efficace alternativa al feticismo della crescita; Lelio Demichelis (La società fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering, LUISS, Roma 2023) rilancia la tesi secondo cui il mondo contemporaneo sarebbe completamente sovradeterminato dalla tecnica; infine Roberto Finelli (Filosofia e tecnologia. Una via di uscita dalla mente digitale, Rosenberg & Sellier, Torino 2022) individua nella radicalizzazione dell'umanesimo la possibilità di attribuire un segno positivo alla rivoluzione digitale. Discorsi paralleli più che convergenti, nei quali chi scrive ha però ritenuto di riconoscere alcuni tratti comuni che, come cercherò qui di dimostrare, indirizzano i tre autori su strade senza uscita che non offrono strumenti atti a scalfire le fondamenta della civiltà tardocapitalista.
1. Onofrio Romano. Cercando un'alternativa nel pensiero di Bataille
La critica del concetto di decrescita che troviamo nel testo di Onofrio Romano viene dall'interno dello stesso paradigma decrescitista (Romano è stato allievo di Serge Latouche, nonché parte attiva del dibattito interno all'area di pensiero inaugurata da questo autore).
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Presa di posizione
di Nico Maccentelli
Pubblico alcune considerazioni riguardanti il mio punto di vista su questa fase politica sul piano nazionale e internazionale. Lo faccio senza peli sulla lingua e considerando che ormai la quasi totalità di quella che ama definirsi “sinistra di classe” o “movimento antagonista” è in totale confusione politica. Buona lettura.
Post:
C’è chi si limita a fare sindacalismo e mutualismo dentro il solito perimetro politico di una sinistra radicale sempre più in confusione agli inizi della peggiore guerra su vasta scala degli ultimi 80 anni in Europa.
Bene, io dico che senza lotta di ampi strati di popolazione per una reale indipendenza nazionale, basata sulla cacciata delle basi USA e NATO, sulla rottura con l’UE, su una moneta sovrana e le necessarie nazionalizzazioni dei settori vitali della nostra economia, può mutualizzare anche il guinzaglio del cane ma resta il guinzaglio del cane.
Per fare questo bisogna coinvolgere i ceti medi che in questi anni sono stati devastati e proletarizzati dalle politiche delle oligarchie di Euroburocrazie e Anglosfera, accettando in un patto, in un’alleanza con le forze politiche che emergono dal conflitto, qualunque esse siano la loro cultura politica la costruzione di un fronte popolare contro la guerra.
Questo è l’abc del leninismo. Kerensky non era tanto diverso dai caratteri politici e culturali della nostra borghesia. Eppure i bolscevichi hanno saputo agire bene nel prima e nel dopo, comprendendo quando si poteva dare il punto di rottura rivoluzionaria.
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28 maggio 2023: le conclusioni all’Assemblea di costituzione del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”
di Fosco Giannini
Innanzitutto un saluto ed un ringraziamento agli oltre 50 compagni/e, docenti, intellettuali, quadri operai e dirigenti del movimento comunista, operaio e sindacale, sui 62 che sinora hanno aderito al nascente Centro Studi Nazionale che oggi – domenica 28 maggio 2023 – sono presenti a quest’assemblea on-line di costituzione del Centro Studi.
Sintetizzando in una sorta di formula, potremmo asserire che l’obiettivo strategico del Centro Studi che oggi prende forma è quello di contribuire a riprogettare e riconsegnare un pensiero forte, marxista, comunista, rivoluzionario, al movimento comunista e antimperialista italiano.
Un obiettivo che non potrà che incardinarsi, essenzialmente, su due pilastri analitici, su due questioni centrali:
-primo, l’odierna, inequivocabile pulsione alla guerra, e persino alla guerra mondiale, del fronte imperialista guidato dagli Usa e dalla Nato e, conseguentemente, la questione dell’abbandono, da tanta parte della “sinistra” italiana, dell’analisi e della prassi dell’antimperialismo e dunque la necessità di ricostruire un senso comune di massa antimperialista come necessaria avanguardia per un movimento unitario e di massa contro la guerra;
– secondo, la ricostruzione di un pensiero e di una prassi della rivoluzione in Occidente.
Di conseguenza, vi sono due problematiche da mettere a fuoco: l’attuale quadro internazionale e i suoi “movimenti” carsici e di superficie che lo caratterizzano e la lotta contro il neopositivismo e il neoidealismo di ritorno che oggi gravano, in Italia, su tanta parte della “sinistra”, a volte anche su parti non secondarie di quella comunista.
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Comunisti: “l’unità di azione” senza prospettiva politica come garanzia della frammentazione
di Raffaele Gorpìa
“Il marxismo rinnovato e coerentemente declinato in senso politico è il compito storico delle nuove generazioni. L’unità di azione, senza una prospettiva apprezzabile, rischierà sempre più di diventare un’alternativa di accomodamento alla insuperabile frammentazione”
Nel 2023 si sono già celebrati ben 4 congressi di partiti comunisti di diversa matrice ideologica, rispettivamente Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista (ex Rizzo ora con nuova segreteria nazionale affidata ad Alberto Lombardo), Sinistra Classe Rivoluzione e, infine, solo per il momento, il congresso dei C.A.R.C (compagni che sostengono di aver compreso definitivamente la causa della crisi e della dissoluzione del socialismo del secolo scorso) che, inoltre, agitano la formula fissa valida per tutte le stagioni del “governo di emergenza e di blocco popolare” quando in Italia non riusciamo neppure lontanamente ad avvicinarci ad una situazione come quella attuale in Francia, fatta di lunghe mobilitazioni sociali e dove, per di più, vediamo che finanche l’eroica lotta della GKN di questi due anni fatica a riunire attorno a sé più forze sociali di una certa consistenza.
Tuttavia, per il prossimo anno assisteremo ancora e imperturbabilmente alla rituale celebrazione del congresso di Rifondazione Comunista e per l’anno successivo di quello del PCI di Alboresi, per poi ricominciare la giostra daccapo in attesa di qualche scadenza elettorale che, chissà, con una fortunata alchimia possa prima o poi piazzare qualche compagno sulla poltrona parlamentare. Qualche altra sigla non certo di massa sicuramente ci sfugge, tipo Sinistra Anticapitalista o Rete dei Comunisti o piuttosto Potere al Popolo, quello che non sfugge è, però, il riproporsi imperturbabile dell’orgia autoreferenziale di questi soggetti politici, orgia che rispecchia sempre più la spia della totale sfiducia nelle possibilità rivoluzionarie dell’epoca contemporanea, sfiducia che viene però compensata col compiacimento nella celebrazione della propria organizzazione.
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Dentro Operai e capitale
di Andrea Rinaldi
I primi anni Sessanta, in Italia, sono attraversati da una dinamica ambivalente: da un lato rappresentano l’apogeo del cosiddetto «miracolo economico», dall’altro segnano l’inizio di uno straordinario ciclo di lotte, guidato da quello che sarà conosciuto come operaio massa. Andrea Rinaldi ritorna al principio dell’esperienza dei «Quaderni rossi», nella combinazione tra soggetti differenti, per indagare le fondamenta dell’elaborazione di Operai e capitale e dell’intero operaismo politico italiano.
* * * *
I «Quaderni rossi» nascono e si sviluppano in un particolare momento di novità politiche imposte dal movimento operaio. Come è noto i primi anni Sessanta sono l’apogeo del miracolo economico italiano, ma anche l’inizio di un inaspettato nuovo ciclo di lotte operaie. Il clima cooperativo che gli industriali del Nord avevano tentato di costruire per aumentare la produttività si stava guastando. A rovinare i piani di sviluppo economico furono proprio quei soggetti meridionali immigrati che venivano pensati come argine alla contestazione e che finirono per essere invece l’incubo di ogni tentativo rappresentativo. «Gli operai immigrati trovarono in fabbrica il luogo privilegiato di un’azione collettiva che era loro negata all’interno della comunità; essi portavano dentro i cancelli degli stabilimenti tutto il risentimento che provavano per le condizioni di vita che sopportavano al di fuori di questi»[1].
Quando si andava strutturando il primo gruppo dei «Quaderni rossi», nel 1961, la Fiat era ancora il luogo apparentemente pacificato voluto dal presidente Vittorio Valletta, e sparuti focolai si vedevano solo nelle altre fabbriche piemontesi.
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Chi siamo e che vogliamo?
di Alessandra Ciattini
Prima di impegnarci in alleanze più elettorali che politiche, sarebbe opportuno chiederci chi siamo e che vogliamo
Se siamo convinti che esiste un’unica strada per uscire dal capitalismo e dalla sua disumanità, dato che esso appare sempre più irriformabile e avvitato in una spirale devastante, dato che le terze vie sono tutte fallite, occorre riconquistare la nostra identità sbriciolatasi in numerose e debolissime varianti, che si fanno genericamente paladine del popolo, degli sfruttati, degli umili. Nonostante il marxismo abbia una storia complessa e contraddittoria, che bisognerebbe apprendere a fondo, il suo nucleo centrale sembra costituire ancora oggi, in un orizzonte alquanto diverso da quello ottocentesco, un’adeguata chiave interpretativa della società contemporanea: il concetto di classe e il suo derivato la lotta di classe. Basti un esempio. Numerosi marxisti hanno interpretato la fase neoliberale come il tentativo riuscito di una restaurazione di classe dinanzi alla crisi dell’accumulazione, che non poteva più tollerare il compromesso keynesiano tra capitale e lavoro del dopoguerra. E hanno anche collegato tale impresa socio-economica all’imposizione di ideologie elogiative dell’individualismo identitario, miranti alla frammentazione dei lavoratori, del resto già divisi e separati da barriere quali il sesso, l’appartenenza etnica, religiosa ecc. Ideologie che purtroppo hanno profondamente colonizzato la cosiddetta nuova sinistra, che le ha fatte proprie soprattutto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il ripudio dello stalinismo, facendosi affascinare dal culturalismo contrapposto in maniera binaria e semplicistica al volgare economicismo.
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Fare come in Francia?
di Sandro Moiso
Ai confini orientali la guerra in Ucraina, con i suoi possibili sbocchi mondiali che già spaventano alcune élite europee e le spingono a correre a Pechino a chiedere che il presidente Xi Jinping si affretti a impostare una reale proposta di tregua (in barba al diniego esibito nei confronti di tale ipotesi dal presidente Biden e dagli imperialisti pezzenti del Regno Unito).
Nel cuore del continente la crisi bancaria, che è sbarcata dagli Stati Uniti coinvolgendo due delle più importanti banche europee, Credit Suisse, morta in un battibaleno e sostanzialmente assorbita da UBS per un valore impensabile fino a qualche settimana fa, e Deutsche Bank che, ancora una volta, traballa sulla sua “pancia” piena di titoli spazzatura, subprime e derivati, ma “povera” di liquidità.
Nella parte occidentale e atlantica la rivolta sociale francese che si allarga sempre più, di cui la riforma autoritaria delle pensioni è stato soltanto il fattore scatenante di una crisi economica e sociale che covava sotto le ceneri, imposte dai due anni di provvedimenti liberticidi sventolati come necessari per la salvaguardia della salute pubblica, fin dai tempi dei gilets jaunes e, ancor prima, delle rivolte delle banlieue.
Un’autentica tempesta perfetta che testimonia come lo stato di salute del capitalismo occidentale e del suo modus vivendi sia tutt’altro che buono, così come quello dell’ambiente che ha colonizzato senza pietà e senza riguardo per il futuro della specie, proprio a partire del continente europeo.
Come i quattro cavalieri dell’Apocalisse, la crisi economica, la guerra, la crisi ambientale e l’impoverimento di ampi settori sociali, un tempo magari rientranti nelle fila della classe media, indicano che il modo di produzione basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del capitale sull’ambiente sta volgendo al termine nel più drammatico dei modi.
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Rudi Dutschke
di Franco Milanesi
Un ritratto di Franco Milanesi di Rudi Dutschke, leader e intellettuale di riferimento della SDS (Sozialistische Deutscher Studentenbund), la lega degli studenti socialisti, e importante figura dell’antagonismo anticapitalistico tedesco.
* * * *
A partire dal 1966 sui giornali di Axel Springer, in particolare sul popolarissimo Bild, vennero pubblicati diversi articoli in cui il movimento studentesco, che si stava sviluppando in Germania a partire dalla Freie Universität di Berlino, veniva descritto come la testa di ponte del comunismo sovietico nell’Occidente liberale. Il giornale invitava il governo federale a prendere provvedimenti repressivi verso gli studenti e i leader di quella che veniva descritta come una sorta di rivolta antioccidentale. Nel clima infiammato da questa campagna di stampa, il 2 giugno 1967, mentre migliaia di giovani manifestavano a Berlino Ovest contro la visita di stato dello Scià dell'Iran, un giovane studente di letteratura tedesca, Benno Ohnesorg, veniva colpito a morte da una pallottola sparata dalla polizia. Dopo questo assassinio la radicalizzazione del movimento studentesco crebbe progressivamente e la contrapposizione tra i giornali di Springer e la SDS (Sozialistische Deutscher Studentenbund), la lega tedesca degli studenti socialisti, si fece sempre più aspra. A capo della SDS era Rudi Dutschke, leader e intellettuale di riferimento della sinistra studentesca. Nato nel 1940 nella DDR era stato costretto, a causa del suo rifiuto a prestare servizio militare, a spostarsi nella Germania Ovest pochi giorni prima della costruzione del muro di Berlino nell’estate del 1961[1].
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Cumpanis intervista Adriana Bernardeschi, dell’Associazione Nazionale “Cumpanis” e del Collettivo “La Città Futura”
a cura della Redazione
La guerra imperialista, l’attacco del capitale e la crisi del movimento comunista italiano
D. La crisi ucraina sovraintende interamente la fase internazionale e nazionale che viviamo. Qual è la tua interpretazione dei fatti?
R. Le radici della crisi ucraina e della guerra, iniziata non certo un anno fa bensì con il colpo di Stato del 2014 manovrato dagli USA, sono molto profonde e non possono essere capite se non si analizza nella sua complessità la storia di quel territorio, caratterizzato nei secoli da una costante dicotomia culturale e religiosa fra influenza occidentale e orientale, quadro ben delineato nel recente libro dello storico Marco Pondrelli, di cui consiglio a tutti la lettura. Un paese come l’Ucraina, dove convivono in equilibrio precario culture, lingue e religioni diverse (a maggior ragione dopo che Crimea e Donbass sono stati annessi al Paese), e collocato in una posizione strategica fra Occidente e Oriente, un Paese dunque particolarmente vulnerabile per la sua complessità e le sue contraddizioni interne, è stato facile preda delle mire atlantiste, che si sono manifestate fin dall’inizio di questo secolo, attraverso la violazione perpetua di tutti gli accordi di non espansione a Est della NATO, la prefigurazione di un’entrata nella NATO del Paese (vertice di Budapest del 2008), la progressiva “invasione” di quel territorio con installazioni militari americane in spregio al diritto internazionale.
La finta rivoluzione colorata del 2014, l’Euromaidan presentato all’opinione pubblica occidentale come una rivolta per la democrazia, ha incrinato il delicato equilibrio dell’Ucraina destituendo con la forza il governo Janukovyč legittimamente eletto e dando inizio a una guerra fratricida che ha provocato, prima dell’intervento militare russo dello scorso anno, 14.000 morti e 200.000 profughi (dati provenienti da documenti ufficiali dell’OSCE e dell’ONU).
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Una dissidenza dissennata dissipa il dissenso
di Luca Busca
La batosta elettorale “balneare” del 25 settembre scorso non ha insegnato nulla alle forze antisistema. Invece di approfittare dell’assenza di impegni istituzionali, causata dalla mancata elezione di anche un singolo rappresentante, per lavorare sui propri errori ed elaborare una proposta politica strutturata realmente antagonista, l’Intellighenzia dell’unica opposizione al neoliberismo ha perseverato nel tentativo di suicidio. I risultati di questo tenace lavoro sono stati resi ancor più palesi dalla tornata “sanremese”, che ha fatto registrare il record storico di astensione dal voto per le regionali. Primato, questo, che l’astensionismo ha condiviso con il festival della canzone italiana e con il Centrodestra, entrambi protagonisti di memorabili performance di ascolto, il primo in televisione il secondo alle urne. Peccato, però, che gli ultimi due abbiano registrato un miglioramento solo per quanto riguarda lo share ma non per il numero reale di partecipanti, televisivi e votanti.
L’impegno autolesionista profuso dalla dissidenza risulta ancor più evidente dai risultati ottenuti nelle principali battaglie promosse. A un anno dal suo inizio, la guerra con i suoi crimini e con le sue morti prospera come non mai, non si parla più di pace ma solo di vittoria.
Il Covid-19 è scomparso dalla scena non appena è stata interrotta “l’infodemia” mainstream lasciando solo una minoranza di complottisti terrorizzati dell’ultima ora nella convinzione che “tanto non ci dicono tutto, ma è ancora pieno di casi di Covid!”. Nel frattempo le reazioni avverse e le morti improvvise aumentano a dismisura, senza che nessuno si prenda la briga di curare, indagare, rimediare o anche più semplicemente chiedere scusa. Al contrario, con l’arroganza tipica del potere, gli errori, le discriminazioni, le coercizioni sono stati dichiarati legittimi, costituzionali e pronti ad essere reiterati alla prossima occasione.
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Neomarxismo italiano: soggettività di classe, autovalorizzazione, bisogno di comunismo
di Alberto Sgalla
Esplorare le infinite possibilità della voce per raggiungere gli estremi confini del canto … è l’universo dei valori d’uso che si scontra con la fabbrica e la produzione (N. Balestrini)
La ricerca neo-marxista
I Grundrisse, pubblicati in Occidente nel 1953, sono stati indispensabili come fonte di riferimento per la ricostruzione complessiva del grande laboratorio di pensiero marxiano e, in particolare, per quel movimento di ricerca, che si è sviluppato in Italia lungo gli anni ’60 e ‘70 (Panzieri, Tronti, Asor Rosa, Negri, Alquati, Bologna, Ferrari Bravo, Daghini, Luperini, Berti, Marazzi, Meriggi, Virno, Castellano, Màdera … “Quaderni Rossi”, “Quaderni piacentini”, “Classe Operaia”, “Contropiano”, “Aut aut”, “Primo Maggio”, “Sapere”, “Ombre Rosse”, “Controinformazione”, “Rosso” …), movimento di riflessione teorica, di analisi concreta, di critica della scolastica rigida in cui certo marxismo era rinchiuso, di recupero dei temi marxisti della prorompente soggettività di classe, della libertà, della ricerca della felicità. Quel neo-marxismo ha assunto in pieno il metodo dialettico critico e rivoluzionario, che “nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso”.
Ha rinnovato il marxismo come teoria scientifica dello sviluppo capitalistico e della classe operaia come soggetto collettivo, sintesi di corpi, intelletti, volontà, come agente del cambiamento.
Ha analizzato la fenomenologia dei rapporti di forza fra i soggetti sociali, la nuova autonoma soggettività di classe nel nuovo assetto concreto dei rapporti che s’andavano instaurando nel processo di produzione in cui era protagonista la grande impresa fordista verticalmente integrata, poi avviata verso una forma “flessibile”, delocalizzata, specializzata per fasi, condizionata dal capitale finanziario, sovrano nell’orientare l’allocazione delle risorse.
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Geymonat, il dito e la luna
di Nico Maccentelli
«…non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?»
(Valerio Evangelisti, Roberto Sassi e Nico Maccentelli, 10 agosto 2021)
«Se la scienza ci portasse a una conoscenza assoluta della realtà, noi potremmo sostenere che essa è in un certo senso neutrale, perché le verità che ci procura – in quanto assolute – non dipenderebbero in alcun modo dal soggetto che conosce, né dalle condizioni sociali in cui egli opera, né dalle categorie logiche o dagli strumenti osservativi usati per conoscere. Se, viceversa, nelle scienze (e conseguente- mente nella concezione generale del mondo che su di esse si regola e si misura) non fosse presente un secondo fattore, e cioè la realtà che esse ci fanno via via conoscere sia pure in modo relativo e non assoluto, le scienze e la filosofia risulterebbero delle costruzioni puramente soggettive: costruzioni senza dubbio non neutrali, perché dipendenti per intero dall’uomo che compie le ricerche scientifiche e dalle condizioni sociali in cui egli opera, ma in ultima istanza non neutrali solo in quanto arbitrarie. Solo la conoscenza dei due anzidetti fattori – l’uno soggettivo, l’altro oggettivo – ci fa comprendere che la scienza non è né neutrale né arbitraria. E solo l’esistenza di un incontestabile rapporto dialettico tra tali due fattori ci fa comprendere che la scienza non è suddivisibile in due momenti separati (l’uno non arbitrario e l’altro non neutrale) ma è, nella sua stessa globalità, non arbitraria e non neutrale, cioè possiede questi due caratteri intrinseci e ineliminabili»1
Questa riflessione del grande filosofo marxista nostrano Ludovico Geymonat ci porta a riflettere a nostra volta su quanto avvenuto negli ultimi tre anni, in cui il mondo si è trovato davanti a un’emergenza (creata? costruita? Anche questo fa parte della riflessione e dal reperimento di dati) come quella del Covid.
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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto



































