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Le elezioni del 4 marzo

Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

di redazione di "Il cuneo rosso"

storybook 2647359 1280 608x400In un contesto internazionale, europeo e medio-orientale carico di tensioni e di incognite, effetto di una grande crisi irrisolta, l'Italia va verso l'ennesima giostra elettorale. Il "popolo sovrano" è stato convocato alle urne: ha facoltà di scegliere tra la bellezza di 75 simboli. Le elezioni democratiche non hanno mai detto bene ai lavoratori anche quando, rarissimamente, i loro partiti le hanno vinte, o non le hanno perse. Restano, tuttavia, un indicatore degli umori e degli orientamenti dei diversi strati e classi sociali, e della capacità delle forze politiche di determinarli, indirizzarli, interpretarli. Perciò è il caso di chiedersi se in vista del 4 marzo c'è qualcosa di nuovo sotto il sole. Dal nostro osservatorio tre sembrano le cose interessanti, anche se non sono nuove, o del tutto nuove. Una sola sarebbe sorprendente davvero, ma è al semplice stato di ipotesi...

 

Un forte astensionismo

La prima è un forte astensionismo, destinato forse a allargarsi. I sondaggi lo danno oltre il 30%, con punte del 45% (almeno) tra i 18-24enni. Non è però un semplice fatto generazionale. La tendenza a non votare è particolarmente accentuata tra gli operai (vedi l'inchiesta di Griseri a Mirafiori) e negli strati sociali più precari ed emarginati, come accade da decenni negli Stati Uniti e in tempi recenti in molti paesi europei.

In un'intervista al quotidiano on line Popoff (8 novembre 2017), un operaio della Marcegaglia di Milano ha descritto in modo lucido come stanno le cose tra gli operai di fabbrica:

« C'è un abisso enorme tra la percezione dei lavoratori e delle lavoratrici e la politica in generale. Intanto spesso identificano la sinistra, o addirittura il comunismo, nel Partito democratico, ma fondamentalmente covano una rabbia che non riesce a trovare sbocco e prospettiva in nessuna proposta in campo. Molta di questa rabbia nell'urna trova sbocco nel 'voto di protesta' al movimento di Grillo, altrettanto spesso la croce finisce per supportare la xenofobia leghista o peggio. Almeno il 50% non vota più perché non crede più a nessuno . A causa delle politiche sindacali degli ultimi anni, della frammentazione profonda dei sindacati di base, è diventata una rarità tra gli operai la consapevolezza della lotta quale strumento di emancipazione sociale, e nonostante ciò sono decine, centinaia e forse migliaia le vertenze che scoppiano in aziende di tutta Italia. Vertenze che non hanno né eco né rappresentanza né organizzazione. Tutto questo produce rabbia e senso di frustrazione che spinge verso una radicalità che la cosiddetta "sinistra" né paventa né organizza, ma anzi spesso rifugge [trattandosi di un compagno di Rifondazione, sa quello che dice - n.n.]. È in questo modo che il razzismo e il fascismo riattecchiscono nel tessuto proletario del nostro paese

Questa crescente distanza tra masse di operai/e e di proletari/e, specie i/le più giovani, e istituzioni statali è molto interessante. Andrebbe studiata per esaminare, dentro una chiara tendenza storica, i differenti tipi sociali e psicologici di astensionisti, le ragioni del loro comportamento, le tematiche che li interessano, le loro forme di socialità. A sinistra c'è invece, in generale, disinteresse per il fenomeno o in rari casi uno sguardo ingenuo che ascrive l'astensionismo in blocco al rifiuto dell'ordine costituito. In realtà dai circoli dominanti la cosa è in certa misura data per scontata o favorita. Nei paesi euro-occidentali la cosiddetta espansione della democrazia è morta e sepolta. Da decenni è in atto una sistematica restrizione della democrazia , a cominciare dai diritti democratici dei lavoratori sui luoghi di lavoro, calpestati maggiormente proprio nelle aziende di ultima generazione (Amazon, Ryanair, etc.). D'altra parte, i poteri forti temono che nella prolungata esperienza di estraneità di massa dai riti democratici possano maturare spinte conflittuali fuori controllo. Ecco perché si cerca di attenuare la delusione e far sbolllire la rabbia accumulate riportando un po' di pecorelle all'ovile (le urne). Come? Con spettacolari promesse elettorali e il più violento spaccio di razzismo anti-immigrati da sempre.

 

Destra/centro/sinistra: maxi-balle e veleni razzisti

È questo il secondo elemento caratterizzante dell'attuale tornata elettorale. Anch'esso non è nuovo, tutt'altro. La truffa, la circonvenzione del popolo sovrano è un elemento centrale nell'attività dei professionisti delle bagarre elettorali. Ma questa volta è stato battuto ogni record. Le forze della destra storica e i 5stelle hanno giurato di abolire la Fornero, innalzare le pensioni minime a 1.000 euro estendendole alle casalinghe, distribuire varie forme di reddito di cittadinanza o anti-povertà. L'impunito ex-cavaliere è arrivato ad assicurare che lui e la sua banda sradicheranno la povertà, che in Italia colpisce o minaccia 30 milioni di persone (v. la relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle periferie Causin-Morassut). Il centro-sinistra è più cauto. Promette solo di abolire le tasse universitarie e il canone Rai, ma Renzi ha lanciato anche l'idea di un salario minimo di 9-10 euro l'ora e sbandierato l'impegno di dare 80/240 euro al mese per figlio, mentre Grasso ha assicurato il ritorno dell'art. 18. Le promesse di destra centro sinistra darebbero in totale 200 (forse più) miliardi di euro ritrasferiti in una legislatura, o al massimo in due legislature, dal capitale e dallo stato alle classi lavoratrici. Verrebbero così cancellate le principali contro-riforme degli ultimi vent'anni. Senza neppure un'ora di sciopero: solo andando il 4 marzo a segnare una croce sulla scheda, e via a fare shopping o a goderci le prime brezze marzoline.

Troppa grazia!

A nome dei rispettivi padroni e della Confindustria, Corriere della sera , Repubblica e Sole 24 ore si sono precipitati a definire lo spaccio di tali iperboliche illusioni "promesse senza futuro", che metterebbero fuori mercato l'Italia e farebbero esplodere il debito di stato. A maggior ragione se abbinate alla flat tax in versione Salvini (al 15%) o in versione Berlusconi (al 23%) - tra le mirabolanti promesse elettorali questa è comunque l'unica a non essere sgradita al padronato. Anzi! Prima che lo dicesse Moscovici per l'UE e Lagarde per il Fmi, l'aveva sostenuto Padoan e l'ha poi ribadito Gentiloni: "non è tempo di cicale, dobbiamo ridurre il debito". Risultato: dopo una partenza sprint a chi la sparava più grossa, sono iniziate le contro-esercitazioni sull' abbattimento del debito di stato. Mezza-pippa Di Maio ha garantito: in due legislature il mio partito lo porterà al 90%, dal 130% e passa di oggi, un taglio di oltre 800 miliardi di euro! Renzi e Berlusconi assicurano a loro volta, non si sa se d'intesa o meno, di portarlo al 100% del pil con un taglio di circa 700 miliardi di euro (immaginate a quali voci di bilancio)...

In questa clownesca recita a soggetto c'è però qualcosa di interessante anche per gli antagonisti del sistema capitalistico. L'incontrollata esplosione di fanta-promesse elettorali non può nascere, infatti, che dalla consapevolezza di quanto vasto e acuto è il malessere sociale che cova tra i proletari e in alcune parti dei ceti medi. Chi è nella stanza dei bottoni dispone di un ammasso di elementi di conoscenza sui processi sociali enormemente superiore a quello di cui disponiamo noi, sia sulla società italiana che sul contesto globale che influisce in profondità sulle singole situazioni nazionali. È anche in previsione di una precipitazione della situazione internazionale (nuove grandi guerre, una nuova recessione) che le forze politiche istituzionali tentano di ridurre "l'enorme abisso" tra lavoratori e istituzioni statali di cui diceva il compagno della Marcegaglia. Di qui il tentativo di " rappresentare" e smorzare il malcontento sociale promettendo qualche boccata di ossigeno.

Rappresentarlo e, insieme, deviarlo sul bersaglio-immigrati. Da tempo le popolazioni e i lavoratori immigrati sono stati messi nel mirino come la fonte dell'insicurezza sociale, del peggioramento delle condizioni di lavoro, del degrado delle periferie, della crescente violenza sulle persone. Negli ultimi mesi è avvenuto un salto di qualità . Con i decreti Minniti e gli accordi con la malavita libica è stata dichiarata una guerra spietata agli emigranti dall'Africa, mentre Salvini e i suoi amici naturali dei 5stelle si sono assunti il compito di attaccare gli immigrati presenti sul suolo italiano. In questa tornata elettorale i decibel della propaganda razzista istituzionale sono arrivati ai livelli massimi. E più ristagna il clima sociale, più l'infame operazione di addossare ai lavoratori immigrati gli effetti e la responsabilità di decisioni prese dai governi nell'interesse dei capitalisti può riuscire, trovando ascolto e presa in un tessuto proletario sfilacciato, sfiduciato, impaurito.

Nel contempo la demagogia delle destre più aggressive (Lega, Casa Pound, etc.) indica nell'Unione europea, nella Bce, nel Fmi i poteri forti stranieri che "ci" opprimono, e invitano a sollevarci contro di essi come popolo , come nazione . Tutti insieme appassionatamente, così la classe degli sfruttatori di "casa nostra" resterà al sicuro. È la linea perseguita negli anni scorsi dai 5S, che al momento l'hanno sostituita con la proposta di rinegoziare il Fiscal Compact. In ogni caso per gli uni e gli altri il nemico è d'obbligo straniero: banchiere, grande burocrate del capitale, o supersfruttato povero in canna che sia!

 

"Potere al popolo": nostalgia per un passato idealizzato.

La terza novità/non novità delle elezioni del 4 marzo è la presenza della lista "Potere al popolo". La narrazione dei suoi promotori è: "noi siamo la voce delle lotte". Sennonché da anni i conflitti sociali sono in Italia, per quantità e qualità, ai minimi dal dopoguerra. È dunque più aderente alla realtà considerare PaP una coalizione tra aree politiche e organizzazioni (Rifondazione, Rete dei comunisti, etc.) che, lotte o non lotte, hanno deciso di presentarsi insieme alle elezioni in quanto portatrici di un progetto politico , o di più progetti politici convergenti. Del resto, è noto, il centro sociale Je so' pazzo ci pensava da tempo, avendo in mente una replica italiana di Podemos e/o l'ipotesi di un consorzio europeo di città "ribelli". Ma non si può sostenere che abbia fatto questo passo perché pressato da un forte movimento di massa che all'oggi non c'è, né a Napoli né altrove. Le sole lotte energiche degli ultimi anni sono quelle dei facchini, in grande maggioranza immigrati, della logistica e poche altre, e non risulta che sia venuta da lì la richiesta di presentarsi alle elezioni. Anche il circuito dei centri sociali che fa capo a Infoaut, il CSA Vittoria di Milano, l'ex-Canapificio di Caserta e il movimento di lotta per la casa di Roma si sono tirati esplicitamente fuori.

Tuttavia il lancio di Potere al popolo ha suscitato qua e là almeno iniziali entusiasmi e la speranza di poter uscire con questa iniziativa dal particolarismo e dall'asfissia politica degli ultimi anni, facendo irrompere sulla scena di questa campagna elettorale (ed oltre) le genuine aspettative "popolari". Vedremo se questa esperienza riuscirà a indirizzare ed esaltare la genuina volontà di impegnarsi in politica che anima molti suoi giovani militanti e simpatizzanti, o finirà invece per deviarla e deprimerla; se riuscirà a modificare i rapporti di forza a favore del "popolo", come promette di fare, oppure no (per noi, è la seconda che hai detto). Intanto PaP ha presentato il suo programma che, come per ogni altra forza politica, ha un valore fondamentale. Un programma ampio e articolato, composto, ha calcolato un suo critico, di ben 67 obiettivi. P iù che sui suoi singoli punti - su diversi dei quali, a partire dall'abolizione del Jobs Act, non si può che essere d'accordo -, ragioniamo qui sulla prospettiva politica di PaP, che dà il vero significato alle singole rivendicazioni e ai mezzi per raggiungerle, e viene proposta con decisione dai suoi "portavoce" anche per il dopo-elezioni, si entri o meni in parlamento. La prospettiva che unisce tutte le componenti di PaP è quella di una lunga marcia nelle istituzioni democratiche con l'obiettivo di arrivare a una "democrazia progressiva".

L'elemento-chiave del programma è infatti il richiamo alla Costituzione. Il punto 1 di esso parla chiarissimo: "Vogliamo l'uguaglianza, vogliamo salari dignitosi, il rispetto di chi lavora. Perché su chi lavora è fondata la Repubblica. Chiediamo troppo? Chiediamo solo quello che è già scritto nella nostra Costituzione, nata dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e da un grande protagonismo delle masse. (...) Vogliamo dunque la piena attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, e in particolare dei suoi aspetti più progressisti". Il forte richiamo alla piena attuazione del dettato della Costituzione nata-dalla-Resistenza, quella che ha retto efficacemente come quadro ideologico-giuridico d'insieme 70 anni di capitalismo imperialista, è una scelta di campo politica e di principio. Perché se nonostante l'art. 11 sia stato ridicolizzato da 70 anni di guerre targate Nato; se nonostante i suoi aspetti "più progressisti" siano stati completamente svuotati, nella materialità dei rapporti sociali di produzione, prima dai padroni delle ferriere alla Valletta-Agnelli, poi dalla legislazione per precarizzare al massimo il lavoro salariato inaugurata dai decreti Treu (primo governo Prodi, con il sostegno esterno di Rifondazione); se nonostante siano stati inseriti nella Costituzione il Fiscal Compact e il federalismo competitivo; se nonostante tutto ciò , la Costituzione del 1947 resta il punto di riferimento primo, ciò significa che per PaP questa democrazia, questo stato democratico è la frontiera assoluta entro il cui perimetro muoversi. Il suo obiettivo dichiarato, del resto, è " ripristinare l'equilibrio istituzionale" violato nei rapporti tra un parlamento sempre più svuotato e un potere esecutivo diventato anche potere legislativo, ridando "centralità a un Parlamento eletto con un sistema proporzionale". Ritornare, quindi, a quando il parlamento era al centro del sistema democratico. Quando? L'estromissione del PCI dal governo (1947) o l'adesione alla Nato (1949) furono forse deliberate in parlamento?

All'indietro guarda pure il programma economico di PaP. Anche in questo caso, si dice, "partiamo (...) dalla Costituzione" per rimuovere "gli ostacoli all'uguaglianza" e per " ricostruire il controllo pubblico democratico sul mercato". Ripristinare, ricostruire... qualcosa che un giorno, prima dell'era "neo-liberista", c'era e ora non c'è più. Quanta nostalgia per il passato, in cui non risulta che al potere ci fosse il "popolo" (o no?), e quale cattiva lettura delle sue cause! Perché ciò che i lavoratori italiani ed europei ottennero in termini materiali e di diritti nel trentennio 1945-1975 non fu l'effetto delle politiche di stampo keynesiano, scambiate da PaP, idealizzandole, per politiche di "controllo pubblico sull'economia". Fu il risultato combinato di fattori molto eterogenei tra loro: le lotte operaie; le immani devastazioni prodotte dalle due guerre e dalla crisi del '29 che resero possibile un lungo ciclo di sviluppo sostenuto; la rapina neo-coloniale sulle masse del Sud del mondo. Senza dimenticare il fattore internazionale: quel simulacro di "socialismo" costituito dall'Urss, la cui presenza andava comunque tenuta in conto.

L'assunzione della Costituzione del 1947, e quindi della democrazia borghese, a cardine del proprio programma e della propria prospettiva di azione, fa tutt'uno con la scelta dei promotori di PaP di caratterizzarsi in economia e in politica in senso anti-liberista , ma non anti-capitalista , ricorrendo alla finzione di identificare l'anti-liberismo con l'anti-capitalismo. A questa collocazione ideologico-politica di democratismo radicale (ma il collateralismo alla giunta De Magistris a Napoli fa pensare a qualcosa di molto diverso) si deve la cancellazione dal loro linguaggio della categoria-classe e la sua sostituzione con la categoria- popolo . Meno di 4 anni fa, in "Dove sono i nostri", i promotori napoletani di PaP scrivevano: « cercare di capire chi siamo non è stato facile. Non ci potevamo accontentare di definizioni generiche come "il popolo", "la gente", "i cittadini": per quanto molto diffuse, queste definizioni sono ingannevoli , non ci permettono di comprendere le distinzioni che ci sono nel corpo sociale. Ci fanno credere che abbiamo tutti gli stessi problemi, e che magari i nostri nemici sono "la casta" dei politici che rubano... Sono definizioni che non ci dicono le differenze economiche e dunque di potere che vigono all'interno della società, che non ci spiegano nulla di quello che noi facciamo concretamente e di quello che accade in generale ». Ben detto ieri, mal dimenticato oggi. Una simile evoluzione o involuzione, a seconda dei punti di vista, rimanda ad un dato di fatto indiscutibile: il reazionario "populismo" grillino ha fatto scuola anche a sinistra , dove ha imposto l' ingannevole - copyright Clash City Workers, 2014 - categoria popolo come soggetto (meglio: oggetto ) di riferimento. Ingannevole perché fa riferimento a un insieme indistinto di classi sociali dai diversi e contraddittori interessi immediati e storici. Indistinto e indefinito fino al punto da finire con l'identificarsi con la nazione , inclusa, implicitamente, la classe degli sfruttatori di "casa nostra" che in una simile "narrazione" scompare quasi del tutto dalla vista.

Inserito in questa prospettiva di piena attuazione della Costituzione, lo stesso riferimento al "potere popolare" si svuota automaticamente. Perché esclude ogni ipotesi di rottura, sia pure in lontananza , della macchina dell'oppressione democratica. Esclude quindi l' unica via che potrebbe consentire al "popolo" (ammesso che si voglia parlare del "popolo dei lavoratori") di prendere il potere che oggi è saldamente in mani nemiche. Ma una volta esclusa la rottura della macchina democratica e la effettiva presa del potere, ciò che residua è il controllo "popolare" sulla regolarità del voto, su un minimo di dignità nei "Centri di accoglienza", sul funzionamento "corretto" degli Ispettorati del lavoro, sul "rispetto delle regole" nei dormitori pubblici, etc., insomma la generalizzazione della esprienza fatta in questi anni a Napoli. L'auto-attivazione di massa in difesa dei diritti violati è cosa fondamentale, così come il mutuo aiuto tra oppressi. È tuttavia quanto meno esagerato vedere nelle citate esperienze di "controllo" o di mutuo aiuto altrettante forme di addestramento all'autogoverno e all'esercizio del potere . A meno di avere in mente di "prendere il potere" senza prendere il potere... È questo un rilievo ideologico che riguarda solo il lontano futuro di cui non senso parlare oggi con gli attuali chiari di luna? Assolutamente no. È PaP (non noi) che ha messo in primo piano, come elemento identificativo della sua proposta politica, la questione del potere, e va presa sul serio. Se poi il suo discorso sul potere si rivela nient'altro che fuffa, questo non dipende dalla critica.

 

Eurostop: un realismo irrealistico, e pericoloso

Accanto all'anima mutualista, municipalista, movimentista è presente in "Potere al popolo" l'area di Eurostop, che è la più solidamente organizzata potendo contare anche sull'USB. Questa area insiste sul fatto che la rottura con l'euro e con l'UE è il primo passo da compiere lungo la via che conduce al socialismo - che in questo caso è evocato come meta finale. In un'intervista a l'Antidiplomatico il suo candidato di spicco Cremaschi, pur apprezzando alcuni esponenti dei 5S e Borghi della Lega, "che ha posizioni socialisteggianti quando parla dell'Unione europea" (sic!), ci tiene a rivendicarlo: "siamo gli unici a porre la rottura con l'Unione europea come cardine del nostro programma". Solo il "ritorno alla sovranità monetaria", e quindi alla lira (la celebre sovranità della lira, libera a suo tempo solo di svalutarsi), consentirebbe di riconquistare insieme sovranità nazionale e sovranità popolare ("lavoro, welfare e diritti sociali") .

Ma si può identificare la radice di tutti i mali nei soli "poteri esterni" dell'euro e della UE , solo a condizione di rifiutarsi di vedere che: 1)le radici delle politiche neo-liberiste degli ultimi decenni sono sistemiche , come sistemica è la ragione per cui sono state adottate universalmente , anche nella Russia di Putin, nella Siria di Assad e nella Cina dei miracoli "rossi" per le quali i sovranisti di PaP hanno più di qualche simpatia; 2)il capitale con storico insediamento in Italia e i suoi funzionari politici, finanziari, amministrativi sono stati e sono tra i primi sponsor di queste politiche, fatte salve le normali frizioni tra soci-concorrenti, specie tra soci di minoranza e di maggioranza. È evidente: il pacchetto di maggioranza di Europa s.p.a. è in mani tedesche e francesi, e questa circostanza penalizza, in certa misura, i lavoratori italiani. Però la soluzione che Eurostop prospetta a questa contraddizione, invece di essere realistica e vantaggiosa per i lavoratori, è illusoria e pericolosa.

Illusoria , perché sganciarsi dall'euro e dall'Unione europea non può significare in alcun modo sganciarsi dal mercato mondiale; può significare esclusivamente adottare un modo più aggressivo e competitivo di stare dentro il mercato mondiale . Che partirebbe di necessità dalla secca svalutazione della rinata lira, quindi dei salari: non l'ha mai nascosto il superguru-Bagnai, tanto citato, perfino osannato da sinistra, ed ora opportunamente candidato nelle liste di Salvini. Per non dire, poi, dell'esperienza della Brexit che, come riconosce ormai un rapporto dello stesso governo britannico, procurerà al Regno Unito 15 anni di rallentamento della sua performance economica - una difficoltà su cui è prontissimo a gettarsi, per lucrarne, quel vecchio satrapo dello zio Sam, che difficilmente sarà con i proletari britannici più clemente e misericordioso degli usurai di Francoforte e di... Milano. Oltre che illusoria, l a presunta soluzione di marca Eurostop è pericolosa perché produce un surplus di intossicazione nazionalista, motivato da ragioni "sociali" e "popolari", spingendo di fatto verso una più accesa concorrenza tra i lavoratori dei diversi paesi europei, del Nord e del Sud dell'Europa, anziché verso la loro lotta solidale contro i propri sfruttatori nazionali e le super-gang europee.

Il punto d'incontro delle due anime di PaP è ancora una volta la magica Costituzione del 1947 per riaffermare, con essa, "la sovranità democratica e popolare del nostro paese": la sovranità popolare sancita con il divieto costituzionale al popolo sovrano di mettere becco nella politica internazionale e in quella fiscale (art. 75). In questa ottica il nemico contro cui battersi è esterno all'Italia: sta a Bruxelles, a Berlino, a Francoforte, a Washington; ovunque salvo che a Roma e Milano. Altrimenti che senso ha parlare di recupero di sovranità ? Ma proviamo a dar ragione alla logica sovranista (versione hard e versione soft ) : se a decidere tutto sono per davvero solo i grandi poteri globali, sovranazionali, sulla testa di quelli nazionali e contro di essi, la dimensione internazionale e internazionalista della risposta di classe dovrebbe essere fondamentale. C'è un'Unione europea che soffoca i lavoratori di tutta Europa (non solo quelli italiani, esatto?) con le sue politiche e la sua moneta? Allora diamoci da fare per unificare contro Bruxelles-Francoforte le forze dei lavoratori di tutta Europa, lavoriamo a una catena di scioperi europei unendo le forze dei lavoratori contro la cricca degli eurocrati. Niente affatto! La prospettiva di Eurostop è tutt'altra: è essenzialmente nazionalista . Non a caso ha assunto a suo modello la France insoumise , un partito che, con maggior nettezza di PaP, mette al primo posto, già nel suo nome, gli interessi della propria nazione, non fa mistero di voler difendere, anzitutto contro Regno Unito e Germania, "l'interesse nazionale dei francesi", e - in caso di rifondazione dell'Europa, il suo piano B - prevede la svalutazione dell'euro per rendere più competitive le merci europee, abbassando il valore dei salari europei. Guarda caso, si comincia sempre da lì...

La prospettiva che avanza Eurostop è dunque quella di un'alleanza tra la France insoumise , l' Italia ritornata sovrana, la Catalogna libre, etc., che sarebbe quanto mai traballante visto che gli interessi di queste nazioni capitalistiche sono in conflitto tra loro. E non farebbe altro che spianare la strada ai nazionalismi più violentemente anti-operai, salvo accorgersene a babbo morto: vedi il disastro avvenuto in Catalogna, dove l'estrema sinistra sovranista si è comportata, suo malgrado, da utile idiota delle destre. Di Grecia e di Syriza non si ama parlare, se non per stigmatizzare il tradimento di Tsipras. Molto strano. Perché dovrebbe costituire un monito permanente su dove conduce inevitabilmente la pretesa di riformare il tardo-capitalismo in senso egualitario, legalitario, "sovrano". E sì che nel caso della Grecia non sono mancate le lotte operaie, proletarie, giovanili! In realtà il preteso realismo eurostoppista è del tutto irrealistico: non ci sono spazi per una riforma in senso sociale, o "socialisteggiante", del sistema capitalistico, né dentro l'Unione europea, né fuori di essa . Di questo bisognerebbe prendere atto, definitivamente. Il che non significa affatto ritirarsi dalle lotte parziali contro il governo di Roma e quello di Bruxelles-Francoforte, al contrario! Le battaglie parziali, la cancellazione del Fiscal Compact ad esempio, sono in ogni caso obbligate ed essenziali . Ma ancora una volta, decisiva è la prospettiva, l'esatta identificazione del nemico di classe. Decisivi sono i terreni e i metodi di lotta, il programma di lotta, l'obiettivo da perseguire, la strategia per arrivarci.

Anche su un altro aspetto le due anime di Potere al popolo trovano la piena convergenza: ed è nella finzione cinematografica di trovarsi anziché in Italia, un paese integralmente imperialista , nei paesi dominati del Sud America. Nei loro testi e discorsi c'è un diluvio di riferimenti a Cuba, a Castro, al Che, a Mariategui, a Chavez, con paragoni francamente grotteschi tra l'eroica battaglia elettorale in corso e quella del Che: ma avete fatto mente locale a dove e come s'è svolta la lotta all'imperialismo in Sud America? Ecco qui un altro remake : si riedita la vecchissima canzone del PCI di un'Italia-colonia asservita alla Nato e agli yankee , dimenticando che è stata uno dei 12 soci fondatori dell'alleanza. Ancora Cremaschi: "l'Italia è un paese canaglia per colpa della Nato ", che l'avrebbe ridotta in una condizione di "servitù" obbligando la povera vittima incensurata "a delinquere" contro la sua volontà. Come se l'Italia di De Gasperi, Craxi, Berlusconi, D'Alema e Gentiloni, erede legittima dell'Italia liberale di Crispi e di quella fascista di un sempre più rivalutato Mussolini; l'Italia di Finmeccanica, Beretta, Alenia, Agusta, Fincantieri, Valsella, Siai Marchetti, Oto Melara, Selex, Fiocchi, etc., e delle decine di missioni belliche sparse per tutti i continenti; non fosse stata e non fosse in prima fila nell'Alleanza militare atlantica, nonché in altre alleanze di volonterosi carnefici neo-colonialisti, e nella fornitura ad esse dei mezzi di distruzione di massa. Torna, da sinistra, in nome del "potere al popolo", il ridicolo refrain caro alla sua classe dirigente storica: "italiani brava gente"...

 

La grande crisi. Ce ne vogliamo occupare?

Dunque, al di là di una stagionata retorica sul nuovo modo di fare politica, anche la "novità" di PaP non porta nulla di realmente nuovo. Con ogni probabilità genererà altre delusioni e dispersioni di forze. E debolissimo è l'argomento: "si tratta soltanto del primo passo fatto in un contesto contro-rivoluzionario. Oggi solo questo è possibile." La situazione è pesantissima, il cammino (per noi, il cammino della rinascita del movimento proletario) è lungo. Su questo non ci piove. E nessuno ha in tasca ricette miracolose e istantanee. Ma la questione chiave, tanto più in questo contesto, è in quale direzione muovere i primi passi . Dove mai può condurre un cammino che inizia con la solenne fedeltà al quadro istituzionale che ci opprime e con il riciclaggio a sinistra di tematiche organiche alle destre nazionaliste?

Ciò detto, quello che più ci preme è portare all'attenzione di quanti non intendono arrendersi all'andazzo dominante, votino o non votino, le questioni cruciali in gioco. Che non si sono mai decise con il voto. E sono restate ai margini del frastuono di queste settimane.

Torniamo perciò al contesto generale in cui le prossime elezioni cadono.

Il contesto è il prodotto di un periodo di espansione globale del modo di produzione capitalistico in cui si è verificato in Italia e in Europa un inasprimento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori per effetto della loro messa in concorrenza diretta con quelli del Sud e dell'Est del mondo. Questa espansione globale dei rapporti sociali capitalistici ha messo capo a una crisi di profondità epocale: la più grande della storia del capitalismo (parola di Greenspan), la prima del capitalismo globalizzato. Le sue conseguenze sono state finora molto asimmetriche perché in Cina, in India e non solo lo sviluppo è continuato a ritmi sostenuti. Tale asimmetria, apparsa finora una benedizione, sarà nel medio periodo destabilizzante perché inasprisce la concorrenza a scala mondiale e, a partire dagli Stati Uniti, genera tendenze protezioniste. È i ndicativo che, pur in presenza di una piccola ripresa in Europa e negli Usa (se i numeri che ci forniscono sono veritieri), nessuno parli di un vero superamento della crisi. Sul Sole 24 ore del 19 gennaio, il premio Nobel Phelps si interrogava con ansia, senza riuscire a venirne a capo, sulle cause della caduta della produttività del lavoro in corso da decenni che continua anche dopo l'avvento della rivoluzione informatica, e di passaggio notava: "Alcuni autori parlano di 'fine del capitalismo'"... Sul "Guardian" del 3 dicembre si dà risalto ai moniti della Banca dei regolamenti internazionali e di accreditati analisti finanziari che vedono avvicinarsi un altro 2008...

Il fatto è che la portata della crisi scoppiata nel 2008 non può essere misurata solo attraverso gli indici di caduta o di ripresa della produzione di valore e l'andamento del saggio di profitto. Va colta incrociando tali dati con quelli relativi al generale, colossale indebitamento statale e privato; con l'esasperarsi di disoccupazione e precarietà da un lato, dell'intensità delle prestazioni lavorative dall'altro; con il progressivo sgretolamento dell'ordine politico internazionale fondato sul primato yankee; con il moltiplicarsi delle tensioni di guerra; con l'acuirsi della "questione di genere" che riaffiora nel Sud e nel Nord del mondo attraverso l'unico movimento di lotta internazionale degli ultimi tempi; con la sempre più dirompente crisi ecologica; con i processi di disgregazione e imputridimento sociale in atto nei paesi occidentali (uno tra i centomila segni: la creazione del ministero della solitudine nel Regno Unito), e non solo in essi. Se si abbraccia in un unico sguardo questa molteplicità di fenomeni, dentro la "grande recessione" di inizio secolo si può cogliere una incombente crisi generale della civiltà capitalistica , preannuncio di una fase storica più incerta e tumultuosa di quella degli anni 1914-1945.

L'incontrollata esplosione a catena delle contraddizioni capitalistiche è stata frenata e tamponata con un'immensa produzione di moneta e una catena di guerre e di sanguinose repressioni (anzitutto nei paesi arabi protagonisti delle sollevazioni del 2011-2012). Ma il caos in cui siamo precipitati nel 2008 è tutt'altro che risolto. Al di là delle sorti di Trump, l'offensiva della sua amministrazione fatta di incremento vertiginoso della spesa bellica, attacco a quel poco di welfare sanitario statale esistente negli Usa, primi dazi protezionistici, formidabili sgravi fiscali per il capitale (i capitali di tutto il mondo), liquidazione di ogni misura ecologica, brutale repressione poliziesca, sdoganamento del razzismo ariano, attacco agli immigrati, dà un'idea di cosa ci aspetta nei prossimi anni. Anche fuori dai confini statunitensi.

I 40 anni di ininterrotta guerra di classe dall'alto non sono finiti.

Perciò la sfida a cui siamo chiamati è globale . R iguarda, con modalità molto differenti, il mondo intero e l'Italia in esso; non, come sognano tanti, fuori da esso. E coinvolge tutte le dimensioni dello scontro di classe: materiale-immediata, politica-statuale, ideologica-culturale. Il capitale è contraddittorio e anarchico, le sue leggi di funzionamento sono dispotiche e impersonali. Le sue espressioni politiche sono però in grado di elaborare disegni più o meno organici di soluzione capitalistica della crisi. Disegni concorrenziali che convergono, a partire dall'offensiva trumpiana, in una precisa direzione: coagulare e compattare i proletari oggi impauriti, arrabbiati, disorientati, disorganizzati, sfiduciati, dietro le proprie aziende e i rispettivi capitalismi "nazionali", nella concorrenza sfrenata con gli altri capitalismi e gli altri proletari . Non a caso nella campagna elettorale in atto le forze politiche maggiori identificano il nemico sistematicamente all'esterno dei confini nazionali: anzitutto i lavoratori stranieri immigrati o aspiranti tali, massimo capro espiatorio; poi i superpoteri europei, la prepotente Francia, la ricca avida Germania, Putin che vuole interferire in "casa nostra", i trafficanti di schiavi africani, etc. Le nuove destre razziste e "sovraniste" che infestano l'Europa sono le più esplicite, ma per le forze borghesi più tradizionali il quadro cambia solo nei toni. Anche gli europeisti più fanatici, in Italia i capoccia del Pd o i brutti ceffi alla Bonino, si muovono nello stesso quadro di guerra di tutti contro tutti. Rappresentarli quali "mondialisti anti-nazionali" è uno sfacciato trucco. Sono soltanto i sostenitori di un diverso genere di nazionalismo imperialistico, quello della nazione-Europa perché sono convinti, non a torto, che lo scontro per il dominio sul mercato mondiale è ormai tra pesi massimi, imprese transnazionali e mega-stati. E che gli interessi di sfruttamento del capitale made in Italy possono essere tutelati in modo più efficace dentro una coalizione anziché in una condizione di "splendido isolamento". Promesse elettorali truffaldine a parte, tali forze danno per scontato che il supersfruttamento, la svalorizzazione, la precarizzazione, la repressione del lavoro debba proseguire a tempo indefinito. Lo stage, il lavoro interamente gratuito, e poi i daspo, i fogli di via, l'attacco ai picchetti operai e alle lotte sociali più determinate (ancora una volta negli ultimi giorni, quelle nella logistica) sono le loro ultime parole.

 

Esplorare il futuro

Negli ultimi 40 anni è avvenuto un vero e proprio cataclisma provocato - ne abbiamo parlato nel n. 2 del "Cuneo rosso" - da una catena di trasformazioni nella divisione internazionale del lavoro, nel mercato del lavoro, nell'organizzazione del lavoro, nel contenuto del lavoro, nell'ideologia dei lavoratori. Questa grande espansione/ristrutturazione del capitale e l'offensiva padronale che l'ha supportata hanno mandato a picco in Italia e in Europa il vecchio movimento operaio riformista. E insieme ad esso il suo sogno, che è stato il sogno di milioni e milioni di proletari/e , di poter vivere in un capitalismo sempre più equilibrato, sedato, pacifico. Tutto il vecchio mondo, la vecchia prospettiva nutrita per decenni, sono finiti in pezzi. E la scena politica è cambiata fino al punto che proprio il Pds/Ds/Pd in Italia, i socialisti in Francia, il Labour di Blair nel Regno Unito, la Spd di Schroeder, sono stati punte di lancia dell'aggressione selvaggia al proletariato, compromettendo agli occhi dei lavoratori, oltre la sinistra, l'idea stessa di una società socialista. Sono stati proprio loro tra i massimi diffusori del dogma thatcheriano: "there is no alternative". Le vecchie generazioni operaie ne sono uscite logorate. Le nuove generazioni del precariato sono rimaste abbandonate a se stesse, al dominante individualismo che le lascia, spesso disilluse di tutto, in balìa delle forze di mercato.

Per questo l'attività che aspetta i nuclei di militanti comunisti in campo è di estrema complessità. Ci aggiriamo in un campo di macerie, senza un embrione di organizzazione politica rivoluzionaria operante a scala nazionale e tanto meno internazionale. Ma questo è (per cause anzitutto oggettive) . La situazione cambierà radicalmente solo quando la massa dei proletari tornerà alla lotta, e la lotta le consentirà di rendersi autonoma dalle compatibilità capitalistiche che ora la soggiogano. Il ritorno in massa dei proletari alla lotta in Italia e in Europa non dipende né dagli anticapitalisti né dai comunisti militanti , mentre è indissolubilmente legato agli sviluppi della lotta di classe alla scala internazionale. Nessuno è in grado di prevedere quando e come avverrà questa rottura su larga scala della pace sociale. La storia ci dà solo la certezza che comunque accadrà, e il decorso della lotta potrà avere scatti improvvisi e sorprendenti in senso rivoluzionario solo sullo sfondo di una situazione che abbia chiuso ogni altra possibilità. Anzi: la quasi-certezza, perché resta verissima l'alternativa formulata da Rosa Luxemburg rispetto all'esito ultimo dello scontro: "socialismo o barbarie".

L'interrogativo che non soltanto noi ci poniamo è: c'è qualcosa da fare e cosa, per preparare e affrettare la rinascita del movimento proletario, o quanto meno per prepararsi ad essa? Senza alcuna pretesa che siano esaurienti, schizziamo qui alcune risposte per contribuire a una discussione a tutto campo tra quanti a questa riscossa credono.

Anzitutto sul metodo : è necessario guardare avanti, non all'indietro. Il passato conta, non si può, non si deve dimenticare, con i suoi preziosi insegnamenti positivi e negativi. Ci dà un patrimonio da assimilare e sviluppare, non un'ortodossia da custodire in vitro . I rivoluzionari non sono replicanti, né tanto meno conservatori che rimpiangono i vecchi bei tempi. Sono esploratori del futuro. In secondo luogo sui tempi: i tempi della rinascita del movimento di classe non sembrano brevi. Se una precipitazione irrefrenabile delle cose taglierà di netto i tempi, ne prenderemo atto. In ogni caso le presunte scorciatoie, come l'avventura elettorale di PaP, li allungano.

La più grande complicazione materiale che abbiamo davanti è la frammentazione del proletariato. La più grande complicazione ideale è che l'offensiva capitalistica degli scorsi decenni ha fatto penetrare nei lavoratori l'idea dell'assenza di alternative al capitalismo, e quindi dell'inutilità della lotta al capitalismo; le lotte sarebbero anzi controproducenti perché, "rovinando" le aziende e le economie nazionali, pregiudicano anche il futuro dei lavoratori. Ciò su cui possiamo fare leva, invece, è la gigantesca proletarizzazione sociale in atto e la ri-proletarizzazione di masse di lavoratori che si sono a lungo illuse di essere entrate con un piede in paradiso. Nessun sermone sull'assenza di alternative è in grado di cancellare il dato di fatto che in Italia e in Occidente - il quadro è assai più contraddittorio nei paesi ascendenti - il capitalismo reale può procedere in avanti solo schiacciando la stessa dignità di chi lavora sotto padrone e accrescendo la precarietà di vita di tantissimi aspiranti salariati. Legna da ardere che si accatasta.

Il capitale è un osso durissimo. Tuttavia non può mutare la sua natura in tarda età. Resta sempre e comunque la "contraddizione in processo". Anzi - e le ricerche sulle disuguaglianze colgono la cosa, benché piuttosto in superficie - il capitale sta esasperando i suoi antagonismi, fornendo ai suoi critici radicali un'infinità di elementi che ne mettono a nudo la natura, dimostrando che non c'è alcuna possibilità che il capitalismo diventi qualcosa di realmente diverso da quello che è ora; che non c'è alcuna possibilità di riformarlo . È necessario e urgente "uscire" dal capitalismo, per non essere travolti dal suo sfascio. E mai come ora questa impresa è diventata possibile dal momento che ha gettato esso stesso le basi tecniche per avviare, questa volta davvero su scala internazionale - non è passato invano un secolo dal 1917 -, la transizione rivoluzionaria dalla società fondata sulla dittatura del profitto a spese dell'umanità e della natura, a una forma sociale basata sugli autentici bisogni umani, volta all'emancipazione umana e alla creazione di uno scambio non predatorio tra specie umana e natura.

Dal luminoso punto d'arrivo torniamo al grigiore odierno.

Oggi è prioritario mettere a fuoco dove siamo , la natura e la profondità della crisi del capitalismo, la sua evoluzione, la condizione e lo stato della classe lavoratrice. Al momento si riparte qui in Italia dalle limitate lotte in corso, circoscritte, spesso a semplice carattere vertenziale, con collegamenti internazionali debolissimi. Il rischio oggettivo è che la resistenza all'attacco padronale-governativo, che proseguirà quale che sia il governo post-4 marzo, rimanga chiusa in una serie di isole incomunicanti tra loro: si tratti dei "ghetti" del sindacalismo di base, dei giovani "cognitivi", dei "centri di accoglienza" per gli immigrati, di aree di marginalità, o dei soli proletari che sono all'oggi in lotta. Per contrastare tale rischio, che la repressione statale e la censura dei mass media alimentano, appaiono necessarie tre "mosse":

1) allargare lo sguardo . Non accontentiamoci di posizioni marginali, non facciamoci chiudere in un angolo. C'è un enorme malessere sociale, una rabbia repressa diffusa che covano nel chiuso delle fabbriche, dei magazzini, degli uffici, delle scuole, nei luoghi mobili del precariato, che si mescola a sfiducia, sfiducia nella lotta anzitutto. Covano tra chi è tuttora organizzato con Cgil-Cisl-Uil, sindacati sempre più profondamente statizzati e aziendalizzati, e tra i non organizzati, tra quanti andranno a votare e tra i tanti che a votare non ci pensano neppure. C on questo malessere, rabbia e sfiducia di massa , con cui ci incontriamo quotidianamente, dobbiamo confrontarci portando esempi di lotta, seminando fiducia nella lotta e fiducia nell' auto-organizzazione dei lavoratori.

2) Far dialogare tra loro le lotte, mettere in chiaro l'interesse vitale a perseguire la loro unità. In questa direzione sono stati fatti nei mesi scorsi alcuni utili passi avanti in campo sindacale sulla spinta dei conflitti più intensi avvenuti nella logistica e nei trasporti locali, su iniziativa del SI Cobas e dei settori più militanti del sindacalismo di base. Da parte sua, la Confindustria punta invece a frammentare ancora di più il lavoro salariato, liquidando totalmente i contratti nazionali e aziendalizzando la "contrattazione" (?) e il "welfare" (?). In risposta a questi nuovi attacchi, oltre alla difesa del contratto nazionale e al contrasto alla aziendalizzazione delle "relazioni industriali", si può pensare ad una lotta in comune, a piattaforme e agitazioni contrattuali comuni, tra i settori che lo stesso capitale sta legando con le sue ristrutturazioni (la fusione tra FFSS e Anas), e che qualche legame di lotta hanno già istituito nello scorso anno: proprio la logistica e i trasporti. Un passo utile per incoraggiare movimenti di lotta e di sciopero ancora più ampi ed effettivamente generali, i soli che possono assumersi con efficacia, e non solo in modo simbolico, gli obiettivi di lotta generali. A cominciare dall'abolizione del Jobs Act o della Fornero, di cui molto si chiacchiera in campagna elettorale, e della Bossi-Fini, di cui quasi non si parla più, benché sia un'architrave della legislazione anti-operaia degli ultimi quarant'anni.

3) porsi la questione dell' organizzazione politica di classe fondata sulla messa in movimento e sul protagonismo diretto dei proletari nelle grandi questioni politiche , e non su una nuova delega parlamentare o extra-parlamentare secondo la logica della "rappresentanza politica" . La formula di Marx e di Engels nel Manifesto: "l'organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico", non è una frase ad effetto, è la sintesi di una precisa concezione del rapporto classe-partito e del processo rivoluzionario in cui ci riconosciamo. È abituale all'oggi mettere in contrapposizione movimento di lotta (il positivo) e organizzazione politica di partito (il negativo). Di sicuro non mancano delle buone ragioni per questa diffidenza di fondo, per quanto dovrebbe essere evidente che la debolezza dell'uno e dell'altra sono strettamente legate. [Da parte sua la classe capitalistica si guarda bene dal rinunciare ad avere dei propri partiti, che nelle cose essenziali sono, tra l'altro, un partito unico.]

La questione non è immediatamente all'ordine del giorno. Ma si tratta di avere un orientamento. Sporgendoci verso il futuro ci sentiamo di dire che nei grandi scontri sociali in gestazione i proletari, per quanto vasto sia il loro numero, potranno vincere, potranno attrarre nel loro campo quanti sono colpiti dalla crescente insicurezza sociale e disgustati da un sistema sociale in decomposizione, solo se saranno in grado di diventare classe , una classe finalmente autonoma dal capitale. Solo se riusciranno a concentrare la loro enorme forza potenziale in un organismo rivoluzionario di partito che la esalti attraverso la chiarezza degli obiettivi da perseguire, della tattica e dei mezzi d'azione da adottare.

 

Alcuni temi cruciali, e il filo rosso che li lega

Per tutti coloro che, organizzati o meno, sentono la necessità di resistere agli attacchi del capitale e dei suoi apparati politici, mediatici, di polizia, e non si fanno (troppe) illusioni sulle vie istituzionali, c'è dunque un percorso da fare insieme con i proletari, tra essi, accanto ad essi, con l'occhio attento alla evoluzione dell'insieme dei rapporti sociali. La prospettiva di medio periodo è quella della costituzione di un fronte di classe anti-capitalista che può essere fondata solo sulla esplosione di un nuovo potente ciclo di lotte. E può essere agevolata dalla propaganda di un programma di lotta, che affronti le grandi questioni, almeno in parte nuove, che coinvolgono in modo trasversale il campo proletario. Un programma retto da un filo rosso: il no alle compatibilità capitalistiche e alla sottomissione dei proletari agli stati/governi del capitale . Alcuni dei suoi punti caratterizzanti dovrebbero essere i seguenti, e potrebbero essere oggetto di campagne politiche di massa con tutta la strumentazione tradizionale e nuova a disposizione:

*nelle lotte contro i licenziamenti, l'allungamento degli orari di lavoro, la precarizzazione, gli stage, il lavoro gratuito, etc., radicare la prospettiva del lavorare meno, lavorare tutti/e, lavorare tutti/e lavorare meno (a parità di salario), per il lavoro socialmente necessario - la sola in grado di favorire la ricomposizione unitaria di una classe lavoratrice sottoposta a spinte interne divaricanti e lacerata da una sempre più acuta concorrenza;

*il disconoscimento del debito di stato in quanto debito di classe , strumento centrale di legittimazione delle politiche di impoverimento e disciplinamento dei lavoratori, oggi attuate anche attraverso l'esplosione dell'indebitamento privato - nel quadro di una ripresa di attività politica del movimento proletario, che metta in questione la sua fedeltà allo stato democratico nazionale e denunci, insieme con il Fiscal Compact, l'azione strangolatoria degli euro-poteri di Bruxelles e Francoforte contro i proletari di tutti i paesi europei;

*il ritiro immediato di tutte le truppe italiane dislocate all'estero, a cominciare da quelle in Niger, in Afghanistan e Iraq, e l'uscita dalla Nato - non come rivendicazione nazionalista, social-nazionalista o sovranista contro l'imperialismo degli altri , ma anzitutto come denuncia/lotta contro il "nostro" imperialismo , il nemico che è in casa "nostra" - e sostegno incondizionato alle masse oppresse che nei paesi dominati e controllati si battono contro di esso e contro la Nato;

*la lotta senza se e senza ma all'oppressione di genere in tutte le dimensioni (economica, culturale, sanitaria, lavorativa, privato-familiare, simbolica, etc.) quale pilastro dell'organizzazione sociale del capitale e del suo modo di produzione e riproduzione, al pari dello sfruttamento del lavoro salariato; il collegamento attivo al movimento internazionale delle donne promosso l'8 marzo 2017 dal "femminismo del 99%", con l'impegno a contrastarne le sue componenti para-istituzionali;

*l'incardinamento della "questione immigrazione" sulla lotta al supersfruttamento differenziale del lavoro degli immigrati e delle immigrate, alle discriminazioni e al razzismo di stato, con la parola d'ordine della parità integrale ed effettiva delle condizioni e dei diritti tra lavoratori autoctoni e lavoratori immigrati, il riconoscimento del diritto al soggiorno per i rifugiati e richiedenti asilo, la denuncia delle politiche restrittive, repressive, selettive italiane ed europee; il contrasto fisico e propagandistico ai gruppi militanti razzisti e neo-fascisti;

*l'assunzione della "questione ecologica" e delle lotte su tematiche ecologiche come elemento integrante dello scontro con il capitalismo, vincendo da un lato l'attitudine consolidata di un assai malinteso "marxismo" economicistico a considerarle qualcosa di marginale, contrastando dall'altro la tendenza assai diffusa nei movimenti ecologisti a non volersi confrontare con il sistema sociale in quanto tale;

*la critica dell'ideologia capitalista e degli stati capitalisti - non circoscritta alla ideologia neo-liberista, alle politiche neo-liberiste, ai governi neo-liberisti - in quanto apparati di dominio e repressione, da un lato, di controllo e cooptazione dall'altro, congiunta con la lotta alla repressione e per la strenua difesa dei diritti democratici dei lavoratori;

*il massimo sforzo per il coordinamento delle lotte a scala internazionale, a cominciare dal maggior coordinamento tra gli organismi sindacali combattivi e tra le forze politiche anticapitaliste e internazionaliste; l'attiva solidarietà agli sfruttati dei paesi dominati e controllati c he si battono contro i meccanismi neo-coloniali del debito estero, dei prestiti esteri e dei relativi piani di ristrutturazione, del supersfruttamento differenziale del lavoro, del monopolio dei brevetti, del landgrabbing, della "cattura del valore", etc.

Se gli sparsi collettivi di anti-capitalisti, di comunisti, di internazionalisti, cogliessero l'occasione per discuterne a fondo insieme, in modo serrato, questa sarebbe davvero una sorprendente novità...

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Comments   

#1 marku 2018-02-06 10:57
un analisi profonda, bella e pienamente condivisibile.
Tralasciate un unico punto e non vedo il perchè.

LA GUERRA INTERIMPERIALISTICA.
Non è credibile che il sistema ultracapitalistico ed ultraliberista che come ben evidenziate è presente in tutto il globo terracqueo debba cadere su se stesso implodendo o esplodendo da rivoluzione proletaria.
Il sistema è in crisi irreversibile.
Le crisi irreveribili del sistema hanno sempre prodotto guerre.
Le ultime guerre interimperialiste sono state sempre guerre mondiali.
E' impossibile da credere che il grande satana statunitense accetti demokratikamente di decadere da prima superpotenza senza usare il megaultrasuper apparato di guerra che anzi sta ancora rafforzando.
So che è dura solo pensarci, che è meglio fare scongiuri
che è impensabile il solo pensare ad una guerra in casa anche nostra con la terribile potenza distruttiva delle armi attuali.
Ma credete ad un cretino, non mancano neppure troppi anni (giusto il tempo di rafforzare al massimo gli arsenali, di motivare le truppe ed il popolo bue) e vai con i fuochi d'artificio.
Prepariamoci quindi a non credere, non obbedire e non combattere. lavorare già da oggi per trasformare la guerra interimperialista in unità delle genti per marxianamente ritornare dalla moltitudine alla classe
Quote

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