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la citta futura

Gli statuti di Potere al popolo

di Alessandro Bartoloni

Comparazione dei principi ispiratori, del funzionamento delle assemblee territoriali e di quello delle degli organi nazionali di Potere al popolo secondo i due statuti redatti dal Coordinamento nazionale provvisorio

d48bd8bf41f7fde7616bfdd4779a93a0 XLIl 9 settembre sono state pubblicate le due bozze definitive degli statuti di Potere al popolo elaborate in seno al Coordinamento Nazionale Provvisorio (CNP). Salvo auspicabili ripensamenti, i due documenti saranno sottoposti a votazione elettronica, insieme agli eventuali emendamenti il 6 e 7 ottobre. A votare potranno essere tutti coloro che hanno compiuto 14 anni ed hanno aderito al manifesto politico, versato la quota di 10 euro e compilato il relativo modulo tramite la piattaforma informatica.

Gli statuti elaborati sono due e questo è il primo e principale segno di debolezza e di inadeguatezza dell’attuale gruppo dirigente che, portandoci alla conta su testi contrapposti invece che su alcune questioni tramite emendamenti, rischia di sfasciare quanto di buono costruito fin qui. Due documenti contrapposti che non sono accompagnati da nessun documento politico - quando logica vorrebbe che la discussione sull’organizzazione segua quella sulla politica e non viceversa - e a cui non si sa quanti emendamenti è possibile presentare e come. Senza considerare che a Roma e forse altrove, stanno emergendo statuti alternativi.

Per quanto riguarda il contenuto dei documenti, entrambi presentano un’introduzione politica cui segue la struttura organizzativa [1]. Questo primo capitolo compara i principi politici; in altri due capitoli comparerò la struttura organizzativa sui territori e quella nazionale, consapevole che, parafrasando Marx, ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di statuti.

 

I principi

La prima parte del primo documento è intitolata “natura e finalità”. In essa apprendiamo che Potere al popolo è sia un “movimento” sia una “libera associazione” ma non è un partito. L’esclusione formale del riferimento al partito si rende necessaria per permettere il doppio tesseramento, vale a dire ai militanti di altri partiti di aderirvi (non potendosi normalmente aderire a due partiti, come invece succede per i sindacati).

Ma per gli estensori del primo documento Pap è anche una “libera associazione”. Questo significa che, a norma del codice civile (Libro Primo, Titolo II, Capo II) ci sono dei paletti ben precisi che devono essere rispettati e che non lo sono, rischiando di dover tornare sui testi una volta approvati o di separare il percorso di costruzione del “movimento” da quello dell’associazione.

Per quanto riguarda la qualificazione della natura di questo movimento-associazione nel testo si ritrovano molti aggettivi. Innanzi tutto il movimento è “politico” ma anche “indipendente e autonomo” (ma non si capisce da chi) ed è formato da una pluralità di soggetti - donne e uomini, giovani e anziani, studenti e pensionati, disoccupate e disoccupati, lavoratrici e lavoratori, immigrati ed emigranti - dal cui elenco si evince l’eclettismo che caratterizza gli estensori del documento. Un giudizio rafforzato anche dal fatto che nel testo le parole comunista, marxista e operaio non compaiono mai. Dunque, non siamo di fronte ad un movimento della classe lavoratrice (od operaia, che dir si voglia - le due espressioni non compaiono mai) ma interclassista, sebbene collocato innegabilmente dalla parte giusta, quella delle “classi popolari” (unico riferimento al concetto di classe), sul fronte “anticapitalista ed ecologista”.

Eclettismo che si ritrova anche nel voler “affermare un punto di vista diverso da quello oggi dominante, che metta al centro le persone, il loro essere sociale e il loro ambiente e non i profitti e le merci” (corsivo mio). A parte l’utilizzo dell’articolo indeterminativo - che ammettendo più punti di vista alternativi a quello dominante non sembra tener conto dell’insegnamento di Lenin [2] - se si parla di “persone” verrebbe bene specificare quantomeno a chi ci si riferisce (ai militanti, alle classi popolari, a tutti?).

Un movimento, insomma, “di tutti quelli che fanno andare avanti il paese, che producono la ricchezza, che subiscono ricatti, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che patiscono il taglio dei servizi sociali e che ciononostante non cedono alla rassegnazione ma contrastano in ogni modo la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, lo svuotamento della democrazia”. Tralasciando l’infelice riferimento ai produttori di ricchezza - su cui Marx ha già detto il necessario [3] - questa frase è importante perché potrebbe celare l’ambizione a diventare movimento ‘di quadri’, non ‘di massa’, vale a dire di coloro che “non cedono… ma contrastano”.

Per quanto riguarda la rappresentanza, essa consiste nel “dare voce a chi soffre e a chi resiste, alla parte più creativa e innovativa della società, sostenere movimenti e lotte contro le mafie e i fascismi, le istanze antirazziste, femministe e LGBTQI e per la laicità delle istituzioni pubbliche, le battaglie ambientaliste, pacifiste e antimperialiste, e con queste è impegnato a promuovere un radicale cambiamento politico, sociale e culturale”. Un elenco in cui spicca la mancanza dei lavoratori. D’altronde il “principio-guida è ‘prima gli sfruttati!’”, mica ‘aboliamo lo sfruttamento’.

Un principio-guida che entra in contraddizione con la prospettiva strategica, identificata col Socialismo del XXI secolo e definito testualmente come “una prospettiva alternativa al capitalismo, caratterizzata dalla socializzazione dei mezzi di produzione materiali e immateriali, dalla redistribuzione [equa o uguale? ndr] della ricchezza, dall’autodeterminazione delle collettività [e del singolo individuo? ndr], dalla diffusione di saperi e delle arti, per affermare un modo di vivere insieme che possa permettere a tutte e tutti la felicità”. Per realizzare il quale si pone “in radicale alternativa alle forze di destra e del liberismo [e della socialdemocrazia? ndr] e in discontinuità culturale, etica, politica e organizzativa con le forze e le esperienze che negli ultimi decenni hanno prevalso anche in molte organizzazioni di sinistra del nostro paese”. Come si vedrà nel terzo articolo, questa discontinuità “organizzativa” è assai pericolosa.

Per quanto riguarda il secondo documento, a prescindere dalle critiche già svolte per quelle parti identiche o molto simili al primo documento, la prima parte contenente le “finalità” è anticipata da una premessa nella quale si dice che il documento viene “proposto al percorso di discussione per raggiungere un risultato ampiamente condiviso, auspicando che si possa votare su un unico statuto, dopo un dibattito partecipato, ampio e articolato sui territori”. Un auspicio molto condivisibile ma che evidentemente non ha trovato abbastanza sostenitori visto che dopo soli 27 giorni dall’emanazione dei testi si dovrebbe procedere con la conta.

Il testo dedicato alle finalità è identico a quello presente nel primo documento, tranne che per le parole utilizzate ed alcuni passaggi che proverò a riassumere. Potere al popolo viene definito ugualmente “movimento” e “associazione” ma in questo caso non vagamente “libera” come nel precedente documento ma “politico-sociale”. La qualificazione di “libero e indipendente” invece compare come citazione del documento politico votato dall’assemblea nazionale di Napoli, sebbene tagliato nell’incipit proprio nella parte in cui esplicitamente affermava che “Potere al popolo non è un partito” [4].

Per quanto riguarda i soggetti partecipanti a questo movimento-associazione, nel secondo documento non si ritrovano gli elenchi di cui sopra e per qualificarli ci si limita a definirli semplicemente come “coloro che stanno subendo le politiche antipopolari”. Ciononostante, la lista della spesa non poteva mancare neanche qui, con l’unica differenza che tra i movimenti da sostenere vi sono inclusi anche quelli “di classe” (rigorosamente per ultimi e senza neanche specificare di quale classe si sta parlando) e quelli “internazionalisti”.

Analogamente al primo documento, l’orizzonte strategico è rappresentato dal Socialismo del XXI secolo per la cui realizzazione è necessario “promuovere il protagonismo e l’autorganizzazione conflittuale delle classi popolari”. In entrambi i documenti, poi, i militanti chiamati a votare non sembrano poterlo fare in modo segreto, neanche quando c’è da scegliere i delegati. Un vulnus che potrebbe colpirci sia nei rapporti dentro l’organizzazione sia nei confronti degli occhi esterni più o meno infiltrati.

La grande differenza tra i due documenti, dunque, è quella relativa alla questione delle alleanze. Il secondo documento non esplicita l’alternatività “alle forze di destra e del liberismo” ma “alla sinistra moderata” ponendo invece la “discontinuità [qui definita “radicale”] con quella sinistra che da oltre vent’anni gestisce le politiche liberiste”. Una diversa fraseologia che potrebbe portare al medesimo risultato. Pap, infatti, deve “dar vita a una rappresentanza politica unitaria di chi si oppone al liberismo e al capitalismo, in alternativa ai poli politici oggi esistenti”. Se dunque nel primo documento la questione delle alleanze con i partiti a sinistra del PD non viene esclusa - vi è solo discontinuità - nel secondo l’alleanza diviene addirittura “rappresentanza politica unitaria”. Una prospettiva che rischia di far rientrare dalla finestra quell’unità indistinta della sinistra che con Pap sembrava essere stata cacciata dalla porta. Esito non impossibile se vince il primo documento, dal momento che la formulazione ivi adottata non esclude l’ingresso degli antiliberisti (alias De Magistris) direttamente in Pap.

Per il resto anche il secondo documento non porta traccia di comunismo, marxismo e operai e anche qui l’eclettismo la fa da padrona. In entrambe le proposte, dunque, i comunisti ci sono ma sono forza minoritaria. Come d’altronde è giusto che sia in un momento in cui il movimento che abolisce lo stato di cose presente è tutt’altro che reale (al massimo virtuale) e dunque è velleitario pensare alla ricostruzione di un Partito comunista degno di questo nome.

In conclusione, la prima parte di entrambi i documenti statutari non contiene un vero e proprio programma politico ma solo alcuni accenni, le cui differenze non giustificano la presentazione di due testi in contrapposizione tra loro se non per i passaggi sulle alleanze. È dunque negli elementi organizzativi - territoriali e soprattutto nazionali - che si devono ricercare le differenze, qui solo intuibili, relative alla diversa concezione dell’azione politica di fase; col primo documento più propenso verso la costruzione di un vero e proprio partito di quadri potenzialmente aperto agli antiliberisti, e col secondo più propenso alla costruzione di un movimento di massa che dà vita alla rappresentanza politica unitaria di antiliberisti e anticapitalisti.

 

Le assemblee territoriali 

In questo secondo capitolo proverò a descrivere le regole organizzative delle assemblee territoriali i cui principi ispiratori sono in ambedue i casi richiamati a conclusione della prima parte. Questa sulle assemblee territoriali è, a mio modo di vedere, la parte migliore in entrambi gli statuti.

Nel primo documento, Pap si basa “sul principio democratico ‘una persona, un’idea, un voto’”; nel secondo sulla “democrazia partecipativa e proporzionale tra le/i singole/i aderenti”. La diversa formulazione adottata, tuttavia, risponde ad una diversa concezione di ciò che Pap deve essere. Per gli estensori del primo documento un vero e proprio partito cui si aderisce individualmente, per gli altri un movimento cui si aderisce individualmente ma che lavora come una coalizione, salvaguardando le soggettività politiche esistenti.

Peccato che, come vedremo nell’articolo dedicato all’organizzazione nazionale di Pap, in entrambi i casi la proporzionalità tra eletti ed elettori - su cui tante battaglie costituzionali sono state fatte e debbono ancora essere fatte nel nostro paese - è negata dalla legge elettorale adottata e dal “rispetto della parità tra i sessi in tutti i ruoli”. In entrambi i casi, poi, si parla di “revocabilità delle cariche” (“tutte”, per il primo documento) che però, come vedremo, è resa impraticabile dalle regole elettive adottate.

Per quanto riguarda l’organizzazione, in entrambe le proposte le “assemblee territoriali insediate nelle aree metropolitane e nelle province” rappresentano la struttura di base. In entrambe, per essere riconosciuta “un’assemblea territoriale deve avere un minimo di 30 aderenti”; serve “a promuovere il conflitto sociale, il mutualismo” e i “gruppi di azione tematici”. In entrambi i casi i territori vengono subordinati nell’elaborazione di programmi e della linea politica alle decisioni nazionali.

Per entrambi i documenti si può (ma forse intendevano “deve”) essere iscritti ad una sola assemblea territoriale; bisogna tenere almeno un’assemblea mensile che sia aperta ai non iscritti e trasmessa in diretta streaming; vi è l’obbligo di pubblicare un report sulla piattaforma informatica ufficiale di Pap con l'eventuale esito di tutte le votazioni; si può votare - dal vivo oppure elettronicamente da casa - solo se si è in regola con l’iscrizione e si è pagata la quota; ci si può dotare di un coordinamento e di portavoce (ma per il primo documento “sempre rispettando il criterio di parità di genere”); per convocare un’assemblea straordinaria servono almeno le firme del 30% degli iscritti o dei coordinatori; i componenti degli organi nazionali eletti dai territori vengono eletti/revocati dalle assemblee territoriali convocate su base regionale. In entrambi i casi è possibile partecipare e votare per via telematica.

Per quanto riguarda le analogie, personalmente ravviso solamente tre criticità. La prima è la presenza di un relativamente alto numero di iscritti (trenta) necessario per formare un’assemblea territoriale che, unita alla votazione elettronica da casa e all’assenza di un numero minimo di partecipanti per renderne le deliberazioni valide, potrebbe rendere difficoltoso il lavoro di radicamento, incentivare il cammellaggio ed il disimpegno militante. Problema che potrebbe non essere solo dei piccoli centri ma anche delle grandi metropoli dove spostarsi non è facile e già sono nate, ad es. a Roma, numerose assemblee di quartiere (alcuni dei quali figurerebbero tra i più grandi comuni d’Italia).

La seconda è relativa alla modalità di elezione e revoca dei componenti degli organismi nazionali che avviene su base nazionale e regionale ma non provinciale, il che potrebbe favorire la formazione di delegati che per la propria appartenenza o disponibilità possono permettersi di raccogliere consenso su un bacino relativamente molto ampio.

La terza criticità, infine, è relativa all’assenza di una qualunque disciplina relativa al ruolo, le modalità di elezione, la durata del mandato, la revocabilità, ecc, dei coordinatori/portavoce delle assemblee territoriali. Coordinamento e portavoce che ripropongono il meccanismo della delega la cui sola parola fa rabbrividire molti dei sostenitori del primo documento ma che entrambe le bozze di statuto non possono non accogliere, essendo già presente nei fatti. Oltre all’esistenza di delegati nazionali (per ora provvisori in quanto non eletti da nessuno), già oggi, durante le plenarie nazionali, ad aver diritto prioritario di parola non sono i singoli ma i rappresentanti delle assemblee territoriali (e delle organizzazioni). Dunque la delega esiste in entrambi gli statuti e sta a noi far sì che l’unico strumento a disposizione per far funzionare un’associazione più grande di un collettivo non venga piegato a visioni organicistiche (come nel primo documento) o burocratiche (come nel secondo documento).

Per quanto riguarda invece la possibilità di istituire “gruppi tematici”, siamo di fronte ad un’importante intuizione che avrebbe meritato maggior coraggio. Con essi, infatti, non siamo ancora ad una vera organizzazione dei lavoratori e articolazione sui luoghi di lavoro. I gruppi tematici, infatti, potrebbero rappresentare un buon inizio se fossero messi in grado di promuovere la partecipazione dei lavoratori interessati a quel tema per affiancare al confronto democratico interclassista che avviene durante il tempo libero (le assemblee territoriali) un confronto democratico intra-classista che progressivamente sappia svolgersi anche sui luoghi di lavoro e durante l’orario di servizio (organizzazione per cellule). Perché non è solo della politica dei massimi sistemi di cui bisogna tornare a parlare tra lavoratori - e questo i mutualisti lo sanno bene - ma anche di quella relativa al governo del proprio posto di lavoro, questione propedeutica per governare il soddisfacimento dei propri bisogni. Questo, beninteso, se si vuole davvero far sì che i lavoratori imparino a porsi come classe dominante e dirigente - e non semplicemente che diversi cittadini sostituiscano il ceto politico esistente - e dunque diventino maturi per conquistare e gestire il potere di reindirizzare l’apparato produttivo verso la soddisfazione dei bisogni sociali (e non semplicemente in favore di diverse cordate padronali).

Per quanto riguarda le differenze, il secondo documento prevede esplicitamente che “l’assemblea territoriale, con maggioranza qualificata e motivandolo per iscritto, può rifiutare l’adesione ad una persona” (decisione “ricorribile alla sola Commissione di garanzia”). Nulla viene detto, invece, nel primo documento. Nessuna parola, in entrambe le proposte, per quanto riguarda la perdita dei diritti degli associati (alias le espulsioni).

Ma forse la più grande differenza sta nella maggioranza necessaria per prendere le decisioni. Pur essendo sempre favorita la ricerca del consenso, infatti, se si deve votare, per il primo documento le decisioni delle assemblee territoriali vengono prese a maggioranza semplice dei presenti (50% +1), per il secondo a maggioranza dei ⅔ (66%). Nel secondo documento, inoltre, “le assemblee territoriali avanzano in piattaforma proposte che – in base al consenso ricevuto – devono essere discusse in assemblea nazionale” mentre nel primo ciò non è possibile dal momento che, come si vedrà nel terzo articolo, tutti i militanti sono anche componenti dell’assemblea nazionale.

Le differenze tra i due documenti, dunque, al di là delle parole utilizzate, anche in questo caso non sono molte né sono tali da giustificare la presenza di due documenti contrapposti se non per la soglia di validità delle deliberazioni (50% + 1 vs 66%). Una differenza che con un po’ di buonsenso potrebbe essere facilmente ricomposta.

 

Gli organi nazionali

In questo terzo capitolo proverò a descrivere le regole di funzionamento degli organi nazionali di Pap. Quelli previsti in entrambi i documenti sono ben sei: (i) l’Assemblea Nazionale, (ii) Il Coordinamento Nazionale, (iii) i Portavoce, (iv) i Tesorieri, (v) la Commissione di Garanzia (vi) il Comitato scientifico. La composizione, i compiti, il funzionamento e le relazioni reciproche di questi organi palesano forti criticità e grandi differenze tali da giustificare emendamenti ad un unico documento ma non la presentazione di due documenti contrapposti.

In generale, per rendere chiari i compiti dei diversi organi anche ai quattordicenni, conviene preliminarmente richiamarsi ai corrispettivi sul piano statuale. l’Assemblea Nazionale è l’organo legislativo, il parlamento di Pap; il Coordinamento Nazionale rappresenta il potere esecutivo, il governo; i Portavoce rappresentano i presidenti; i tesorieri rappresentano i cassieri, coloro che governano la ‘banca’ di Pap; la Commissione di Garanzia rappresenta il potere giudiziario, la magistratura; mentre il Comitato Scientifico è composto dagli ‘advisor’, i consulenti esterni. L’analogia, ovviamente, andrebbe letta al contrario in quanto è l’organizzazione degli Stati che si uniforma a quella delle società private, non viceversa.

Per quanto riguarda l’assemblea nazionale, in entrambi i documenti viene convocata dal Coordinamento Nazionale “almeno una volta l’anno” in città diverse. Per gli estensori del primo documento, però, essa è costituita da tutti gli iscritti a Pap e non vi è numero legale per renderne valide le deliberazioni (che si prendono a maggioranza semplice). Per il secondo, invece, è composta dai delegati delle assemblee territoriali (in proporzione di 1 per ogni 50 iscritti) e dai componenti del Coordinamento Nazionale, ed è regolarmente costituita alla presenza della metà più uno dei suoi componenti (mentre le decisioni vengono prese a maggioranza qualificata, in difetto della quale subentra il referendum tra gli iscritti dove però per prevalere c’è comunque la soglia dei ⅔!). Per essere convocata in via straordinaria, infine, nel primo caso serve raccogliere il consenso di almeno il 30% degli iscritti a Pap, nel secondo del 25% “degli aderenti” (una formulaziona ambigua dal momento che si aderisce all’associazione e non all’assemblea, i cui componenti dovrebbero aver facoltà di autoconvocarsi).

Per quanto riguarda le competenze, oltre alla “promozione del conflitto”, l’unica comune ai due documenti è quella di determinare la linea politica della “associazione”. Poi, per gli estensori del primo documento, essa si deve occupare di “elaborare ed approvare il programma politico; elaborare ed approvare le liste elettorali…; eleggere e revocare i Portavoce nazionali; eleggere e revocare il Coordinamento Nazionale o suoi singoli membri. Per il secondo, invece, deve “avanzare proposte per liste elettorali a carattere nazionale ed europeo da votare poi sulla piattaforma; eleggere e revocare la Commissione di Garanzia o suoi singoli componenti; eleggere e revocare il Comitato scientifico o suoi singoli componenti; convocare ogni due anni una conferenza programmatica nazionale di Pap”.

Il primo documento, dunque, delega all’Assemblea Nazionale, cui si partecipa “in forma plenaria degli aderenti” non solo l’approvazione del programma ma anche la sua elaborazione. Come ci insegna il ‘68, però, non c’è alchimia organizzativa in grado di cancellare il fatto che assemblee grandi e partecipate e composte di cittadini variamente collocati in termini di appartenenza (e coscienza) di classe - e che si ritrovano a far politicasoltanto nel loro tempo libero o che fanno della politica il loro mestiere - permettono di decidere unicamente attraverso la ratifica (e la bocciatura) oppure attraverso scelta tra ipotesi contrapposte preconfezionate. E la cosa non cambia se si utilizza un programma informatico in grado di farci ordinare le ipotesi preconfezionate ed i relativi emendamenti dalla più alla meno gradita.

Un limite che cade non appena si procede alla democratizzazione del processo di formazione delle ipotesi di soluzione che vengono messe a votazione che non nascono nelle assemblee deliberative ma sono il frutto di un confronto ed uno studio collettivo - anche di tipo assembleare ma non solo - che sovente si protrae a lungo e che, per rispondere agli interessi del proletariato, non può prescindere dal contatto diretto con i lavoratori. Con il quale torniamo al problema rilevato nell’articolo sui principî relativo all’assenza di una qualunque articolazione sui luoghi di lavoro.

Tornando agli statuti, in nessuno dei due casi il potere esecutivo è formalmente sottoposto a quello legislativo (nel secondo documento i membri del coordinamento addirittura siedono d’ufficio in Assemblea!) e solo nel secondo la magistratura risponde al parlamento (come vedremo, nel primo documento risponde al governo). Il primo documento inoltre è smaccatamente presidenzialista in quanto i portavoce vengono eletti direttamente dalla totalità degli iscritti durante l’Assemblea nazionale. Quando bisognerà fare le battaglie per la centralità del parlamento italiano rispetto all’esecutivo o alle derive presidenzialiste, siamo sicuri che risulteremo credibili con uno di questi statuti?

Il Coordinamento Nazionale, come detto, rappresenta il governo di Pap. In nessuna proposta esso è diretta emanazione dell’Assemblea Nazionale ma della base (anche se nel primo documento coincidono, fatto salvo il ruolo dei coordinatori territoriali tutto da scoprire. Per il primo documento “è composto da 80 membri così determinati: a) 20 eletti direttamente dagli aderenti attraverso la piattaforma informatica sulla base di una lista nazionale; b) 59 membri eletti dalle assemblee regionali, di cui 20 assegnati su base regionale, gli altri 39 distribuiti tra le regioni in proporzione al loro numero degli aderenti; c) 1 membro eletto tra gli associati emigranti”. Per il secondo documento, invece, è composto da minimo 84 membri: (i) “60 eletti direttamente dalle assemblee regionali, di cui 21 assegnati su base regionale (le 20 regioni italiane più una regione “ESTERI”...), gli altri 39 distribuiti tra le regioni in proporzione al numero delle/degli aderenti” e (ii) “24 eletti direttamente dalle/dagli aderenti sulla base di una lista unica nazionale”.

L’esecutivo dunque, è eletto direttamente dal popolo, su base nazionale e regionale. Ora, a prescindere dall’algoritmo utilizzato dalla piattaforma informatica (che non sembra coerente con lo statuto) oltre al diritto di tribuna della rappresentanza estera, in ambo i testi non viene adottata una legge elettorale di tipo proporzionale in quanto abbiamo tre diverse modalità di elezione: quella maggioritaria (i 20 assegnati su base regionale), quella proporzionale con circoscrizione unica nazionale (rispettivamente 20 e 24 delegati) e quella proporzionale con circoscrizioni regionali (39 in entrambi i casi), senza che sia rispettata la proporzionalità tra numero di eletti e grandezza del corpo elettorale presente nelle singole regioni. Si noti che la durata del mandato dei delegati è esplicitata solo nel secondo documento (due anni più due, senza divieto a ripresentarsi dopo un turno di pausa).

A peggiorare ulteriormente la situazione vi è l’introduzione delle quote rosa che alterano ulteriormente proporzionalità e la stessa democraticità. “Nel caso in cui la composizione complessiva del Coordinamento Nazionale risulti sbilanciata a favore di un sesso oltre alla misura di 60-40, si chiederà alle regioni che hanno presentato uno squilibrio di genere, di far subentrare il candidato più votato di sesso opposto al terzo scelto”. Questo recita il primo documento. Nel secondo, invece, si dice che “nel caso in cui la composizione complessiva del Coordinamento nazionale risulti sbilanciata a favore di un genere si aggiungeranno persone non elette, fino a raggiungere l'equilibrio” rendendo dunque il numero dei suoi componenti variabile. L’unica apprezzabile differenza è che nel primo caso si consente alle non elette di scalzare gli eletti, nel secondo si rischia che le non elette possano scalzare dei non eletti che abbiano ricevuto più voti.

Per quanto riguarda i compiti del Coordinamento Nazionale, entrambe le bozze presentano elenchi abbastanza simili. Faccio notare però che solo il secondo documento prevede l’approvazione del bilancio (meglio del niente presente nel primo documento), anche se tale facoltà normalmente anche nei sistemi più presidenzialisti spetta ai rappresentanti del potere legislativo.

I portavoce rappresentano i capi politici di Pap vale a dire i presidenti dell’associazione. In entrambi i documenti sono due (un uomo e una donna) ed esercitano “la rappresentanza politica esterna e istituzionale” di Pap. Per il primo documento essi esercitano anche la rappresentanza legale dell'associazione “con effetti patrimoniali e processuali, in giudizio o al di fuori di esso”, senza specificare se in forma congiunta o disgiunta. Una scelta non molto tranquillizzante per chi andrà a ricoprire il ruolo di portavoce visto che non saranno loro a controllare la cassa. Per il secondo documento, infatti, la rappresentanza legale è in capo ai tesorieri (ed è “esercitata disgiuntamente tra loro per quanto riguarda l’ordinaria amministrazione e congiuntamente tra loro per quanto riguarda la straordinaria amministrazione”).

Per quanto riguarda l’elezione dei portavoce, Il secondo documento prevede che vengano eletti dal Coordinamento nazionale, il primo, invece, prescrive che sia l’Assemblea Nazionale, dunque la totalità dei militanti. “Le candidature vanno ufficializzate e presentate con la firma di 7 componenti del coordinamento nazionale, o del 10% degli aderenti, o della maggioranza degli aderenti di 10 Assemblee Territoriali. La lista delle candidature viene posta in votazione nell’Assemblea Nazionale e tra tutti gli aderenti che voteranno, rispettando la parità di genere, 2 nomi. Le candidature con più voti risulteranno elette”. In entrambi i casi l’incarico dura due anni ma nel primo documento non c’è limite al numero di rielezioni (nel secondo al massimo due consecutive, anche qui non un vero limite ma una pausa). Per quanto riguarda la loro revoca, nel primo caso è praticamente impossibile in quanto si prevede che ciascuno di essi possa essere “in qualsiasi momento revocato dall’Assemblea Nazionale degli aderenti, attraverso la richiesta di un’Assemblea Nazionale straordinaria” nel secondo forse pure, visto che si dice semplicemente che “possono essere revocati dal coordinamento nazionale” senza specificare come.

Il paragrafo sui tesorieri è molto stringato in entrambi i casi ma non per questo privo di criticità. In entrambi i casi i tesorieri sono due, un uomo e una donna, ma nel primo documento “hanno il compito di custodire il patrimonio economico di Potere al Popolo!, di rendicontarlo una volta al mese, di vigilare sulle spese evitando ogni tipo di spreco. Devono essere scelte fra persone di provata onestà e fedeltà all’Associazione”. Il paragrafo, dunque, non esplicita come, per quanto e da chi sono eletti e questa informazione è possibile dedurla non senza ambiguità dal fatto che il Coordinamento Nazionale ha il compito di “gestire gli aspetti finanziari dell’Associazione e a tale incarico sono delegati in particolare i due Tesorieri”. Dal che sembrerebbe, ma il condizionale è d’obbligo, che essi debbano esser membri del Coordinamento. Al contrario il secondo documento fornisce esplicitamente al Coordinamento Nazionale il compito di eleggere i due tesorieri che, come detto, sono anche i legali rappresentanti di Pap. Vi è poi specificata la durata del mandato (due anni più due) e lo scopo del loro lavoro (predisporre i bilanci). Bilanci che nell’associazione immaginata dal primo documento neanche esistono.

La Commissione di garanzia, come scritto in entrambi i documenti “è l’organo incaricato di vigilare per il rispetto dei diritti delle persone iscritte all’Associazione e per il rispetto dei principi fondamentali e le norme di funzionamento dell’organizzazione”. Come già accennato, nel primo documento i suoi membri (dieci) sono eletti e revocati dal Coordinamento Nazionale (a maggioranza semplice) e rimarranno in carica 2 anni (senza alcuna specifica sui rinnovi di mandato). Se passa questa opzione, che cosa diremo ai prossimi tentativi di subordinare anche formalmente la magistratura al governo?

Nel secondo documento, invece, alla Commissione di garanzia si dedica complessivamente un po’ più spazio. Per quanto riguarda la sua composizione ed elezione si prevedono sette componenti - unico organo in entrambe le proposte di statuto ad esser composto da un numero dispari di persone - “eletti direttamente dall’Assemblea nazionale, mediante voto diretto e con un sistema di liste aperte. I componenti rimangono in carica per 2 anni e possono svolgere un massimo di due mandati consecutivi”. Altro unicum, questa volta previsto anche nel primo documento, la Commissione è l’unico organo per il quale è esplicitamente previsto un regolamento di funzionamento. Nel secondo documento approvato dall’Assemblea Nazionale, nel primo documento non si sa da chi sia scritto e approvato. Evidentemente la tendenza ad ingabbiare la magistratura è veramente molto forte e diffusa…

Il Comitato scientifico, infine, “è un organo consultivo dell’Associazione, senza diritto di voto,

composto da personalità anche non socie” (nel secondo documento si usa il termine “aderenti”). Nel primo documento a nominarli (non si sa quanti sono) è il Coordinamento nazionale, nel secondo l’Assemblea.

Per concludere due figure riassuntive delle relazioni tra i diversi organi che testimoniano la profonda innovazione che questi statuti portano in seno all’organizzazione della classe lavoratrice. Un’organizzazione che però presenta molte criticità che potrebbero richiedere degli aggiustamenti in caso si andasse a votare come previsto.

BARTOLONI 3 immagine 1 primo doc

BARTOLONI 3 immagine 2 secondo doc


Note:
[1] Per quanto riguarda la grafica, il primo documento nel link di accesso porta il titolo di “Potere al popolo! Indietro non si torna” ma una volta aperto ci si ritrova direttamente col titolo “Statuto di potere al popolo”. Il secondo documento, invece, si intitola in entrambi i casi “Per uno statuto di tutte e tutti”. Il primo testo si presenta pulito nella formattazione - il carattere, i colori, le spaziature e l’allineamento è uniforme lungo tutto il testo - il secondo riporta ancora evidenti i segni di alcuni copia-incolla. Sciocchezze, ovviamente, che però spesso inconsapevolmente colpiscono e influenzano i lettori. Sempre che ce ne siano, ovviamente, e non ci si finisca per contare in base all’appartenenza: OPG e Rete dei comunisti da un lato, Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista dall’altro, col Partito comunista italiano che rimane alla finestra a vedere come va a finire e i sans-papiers (i senza tessera) a rappresentare l’unico campo contendibile.
[2] “Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una ‘terza’ ideologia e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese” (Lenin, Che fare?).
[3] Marx nella Critica al programma di Gotha scrisse appunto che “La natura è la fonte dei valori d'uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che a sua volta, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice soprannaturale; perché dalle condizioni naturali del lavoro ne consegue che l'uomo, non ha altra proprietà all'infuori della sua forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società, e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle condizioni materiali del lavoro. Egli può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso”.
[4] Il documento politico uscito dall’Assemblea nazionale recita come segue: “Potere al popolo non è un partito ma vuole essere un movimento politico-sociale di alternativa dentro il quale convivono posizioni e culture diverse impegnate nella costruzione di uno spazio e un soggetto unitario...” Nello statuto le parole “non è un partito ma” sono state omesse.
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Comments   

#5 Enrico Galavotti 2018-09-28 18:14
Anche secondo me la parola "mutualismo" è molto ambigua, Fa venire in mente il mondo cattolico o il socialismo utopistico. Bastava mettere "cooperazione", anche se questa parola oggi è non meno viziata dal business
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#4 Giuseppe 2018-09-28 12:05
non ho trovato le modalità e procedure per approvare
lo Statuto.
Sarebbe stato opportuno che le due bozze di statuto fossero sottoscritte dai redattori (magari precisando la loro qualifica). Molti accenti ideologici, espressioni gergali "fanno andare avanti il paese" ed altre . "Mutualismo" ricorrente senza sapere quale è il suo vero significato. Molte scelte organizzative non vengono spiegate neppure in alcun documento accompagnatorio. Questo solo ad una rapidissima lettura. che dire ?
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#3 Eros Barone 2018-09-27 11:10
"Un momento in cui il movimento che abolisce lo stato di cose presente è tutt’altro che reale (al massimo virtuale) e dunque è velleitario pensare alla ricostruzione di un Partito comunista degno di questo nome." Così scrive l'autore dell'articolo nel corso della sua disàmina degli Statuti di PAP. Egli però commette due gravi errori: uno teorico fraintendendo in senso grossolanamente immediatistico e rozzamente soggettivistico la definizione marx-engelsiana del comunismo come "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente" (mai sentito evocare o, quanto meno, orecchiato il concetto di "forme antitetiche dell'unità sociale"?) ed uno politico ignorando la corretta teoria della crisi generale del capitalismo. Se la definizione testé richiamata, oggetto del fraintendimento da parte dell'autore dell'articolo, coincide con uno degli aspetti fondamentali della dialettica (Labriola, ad es., parlava di "autocritica delle cose"), ne consegue che, distinguendo fra "movimento reale" e "movimento virtuale", esisterebbero due nozioni della dialettica: quella "reale" e quella "virtuale"... Cose da pazzi! O da mistici bipolari (che è poi quasi la stessa cosa). Per quanto concerne la teoria della crisi generale del capitalismo, è del tutto vero che il capitalismo, a partire dalla prima guerra mondiale, si trova in una crisi permanente dall'andamento ciclico, laddove crisi significa qualcosa di più dei crack finanziari e dei fallimenti. "Crisi generale" significa, in primo luogo, che il sistema del libero mercato - base non solo strutturale ma anche sovrastrutturale della società borghese-capitalistica e della sua ideologia, un tempo progressiva e oggi in larga misura mistificante, dell'autonomia della persona umana, con tutta la cultura che ne consegue -; il sistema del libero mercato, dicevo, è stato distrutto dal costituirsi del capitalismo monopolistico, rendendo così mera finzione l'idea che tale società aveva elaborato su sé stessa. Contaminazione e devastazione della natura, ricchezza dei paesi industrializzati in rapporto inverso (e perverso) con la miseria del Terzo Mondo sfruttato (quindi urbanesimo ipertrofico e migrazioni selvagge), progresso tecnico al di fuori di ogni controllo sociale, disoccupazione strtturale e abbassamento dei salari nei paesi del "Primo Mondo", guerre diffuse e permanenti, crollo dei sistemi culturali e morali e crescita della criminalità e della droga: questi gli indici e i sintomi della "crisi generale". E' da questa tesi, la cui validità può essere negata solo dai ciechi, e dalla vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, la cui funzione propulsiva non si è affatto esaurita (come forse pensa l'autore dell'articolo), che scaturiscono: a) la definizione della nostra epoca come epoca della transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo; b) l'attualità, la necessità e l'urgenza della ricostruzione del partito comunista. Poiché senza "un Partito comunista degno di questo nome" il proletariato ha le armi spuntate e i fianchi esposti ad ogni sorta di opportunismo (di destra e di sinistra).
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#2 Enrico Galavotti 2018-09-26 12:10
A me è parso abbastanza ridicolo che all'Assemblea nazionale vengano ammessi dei rappresentanti di almeno 14 anni.
Che i portavoce debbano poi essere per forza divisi per genere sessuale è inspiegabile. Alla faccia del merito!
Nelle finalità non si spiega se per “socializzazione” dei mezzi produttivi s'intende o si esclude la loro “statalizzazione”. Ne abbiamo avuto abbastanza del “socialismo statale”.
E che dire di attribuire una rappresentanza specifica agli immigrati? Allora perché non anche a etnie o minoranze linguistiche o religiose specifiche?
Almeno un'affermazione ambientalistica si poteva fare, del tipo p.es.: la produzione umana deve essere compatibile con le esigenze riproduttive della natura. Altrimenti è inutile definirsi “ecologisti”. O vogliamo che Taranto sia una città modello, dove si rivendica il lavoro per morire di cancro?
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#1 fred 2018-09-26 06:40
ma quali dieci euro? perche? non pago per esprimere una mia opinione, mai lo farò! e non mi venite a raccontare storie sul finanziamento...per favore no!
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