È di nuovo Primo Maggio
Andrea Bottalico e Francesco Massimo
Un nuovo progetto raccoglie l'eredità della più longeva delle riviste operaiste. E rilancia gli assi principali: l’inchiesta storica e militante assieme all’attenzione alle trasformazioni del lavoro e alle nuove figure sociali che le accompagnano
La rivista Primo Maggio (1973-1989), fondata e animata da Sergio Bologna, Cesare Bermani, Bruno Cartosio, Primo Moroni e altri fu di gran lunga la più longeva delle riviste «operaiste» (Quaderni Rossi pubblicò dal 1961 al 1965; Classe Operaia dal 1964 al 1967; Contropiano dal 1968 al 1971; Rosso dal 1973 al 1979). Questa longevità la rende una rivista meno legata alle contingenze politiche come potevano essere le altre – esposte ai capricci dei rapidi e imprevedibili avvicendamenti storici e di fase – e con un respiro di analisi più profondo. La sua longevità le permise di attraversare due decenni di segno opposto: prima quello dell’ascesa vorticosa e poi quello del lento declino del movimento operaio. E forse questa capacità di resistere, raccogliere energie e produrre analisi anche procedendo contro – ma in molti casi anticipando: si pensi alle intuizioni sulla crescente importanza della logistica così come del lavoro autonomo – il corso della storia rende quell’esperienza particolarmente affascinante e utile per il presente.
Negli scorsi due anni un gruppo di militanti e intellettuali – in buona parte ricercatori/trici precari/e – di diverse generazioni ha fondato il collettivo Officina Primo Maggio con l’obiettivo di recuperare e rivisitare l’esperienza dell’omonima rivista degli anni Settanta e Ottanta: in particolare la centralità del metodo dell’inchiesta – storica e militante – l’attenzione alle trasformazioni del lavoro e alle nuove figure sociali che le accompagnano. Ne avevamo parlato su Jacobin Italia con Sergio Bologna nello scorso gennaio. In quell’intervista Bologna ha insistito su un punto centrale del metodo della vecchia e nuova Primo Maggio:
Secondo me ha senso un rapporto stretto fra inchiesta e partecipazione. La cosiddetta con-ricerca, cosa vuol dire? Quando noi in Primo Maggio pensavamo di studiare la situazione di una fabbrica, la pensavamo non soltanto con gli strumenti dell’inchiesta o della storia orale, cioè far parlare i diretti interessati, ma come una cosa in cui noi stessi eravamo coinvolti. Cioè che quando c’era uno sciopero in quella fabbrica eravamo anche noi lì davanti ai cancelli. Non c’era mai una ricerca fine a sé stessa il cui obiettivo finale era una pubblicazione. L’obiettivo doveva essere un fatto sociale in cui noi ‘scomparivamo’.
A distanza di qualche mese da questa intervista esce il primo numero di Officina Primo Maggio, in un momento storico che difficilmente poteva essere più convulso. Pubblichiamo un’intervista con uno dei membri della redazione perché riteniamo che il lavoro di inchiesta e di analisi del collettivo sarà particolarmente prezioso nei tempi a venire.
* * * *
Officina Primo Maggio nasce oggi con un richiamo esplicito alla rivista degli anni Settanta e Ottanta e una parte della redazione originaria ha fra l’altro partecipato a questo nuovo progetto. Tali richiami evocano una continuità immediata rispetto a quell’esperienza. Eppure nel vostro Manifesto insistite sugli scarti sulla volontà (e necessità) di differenziarsi da quella storia. Con quali metodi, quale prospettiva politico-culturale? Dirigendo lo sguardo su quali facce del capitalismo contemporaneo?
Per rispondere occorre raccontare la gestazione di questo progetto: agli inizi del 2018 era in cantiere un numero speciale della rivista Primo Maggio dedicato a Primo Moroni per l’anniversario dei vent’anni dalla sua scomparsa – com’è noto Primo Moroni è stato l’editore di Primo Maggio, oltre a essere stato un uomo di straordinaria sensibilità culturale e politica. Grazie alla Fondazione Micheletti, il numero speciale di Primo Maggio è uscito nel marzo del 2018 ed è accessibile online. Ma è chiaro già dai contenuti del numero speciale che quella non è stata un’operazione di pura memoria portata avanti da alcuni nostalgici. I temi affrontati nel numero speciale guardano al presente senza perdere di vista il passato. Il lavoro professionale degli informatici, i Bitcoin, i saggi sulla Cina e su Trump, ma anche i temi cari alla rivista come la logistica, il lavoro nei porti eccetera. Si è trattato di un numero fedele alla tradizione di Primo Maggio, che è stata una rivista di storia militante. E da qui anche i contributi sul mestiere di storico a partire dalla figura di Duccio Bigazzi, sull’inchiesta come metodo, sulla lettura dell’ambiente da storici. Insomma, a ben vedere si è trattato di un lavoro collettivo di più ampio respiro che coinvolgeva varie generazioni e faceva un salto in avanti guardandosi alle spalle. Il numero speciale è stato accolto bene e ha avuto un’ottima circolazione, al punto che alcuni tra noi hanno iniziato a chiedersi: e ora? Così abbiamo iniziato ad alimentare l’idea di continuare questa esperienza, declinandola al presente coinvolgendo magari altre persone ed energie. Sergio Bologna, a partire anche dalle nostre sollecitazioni, ha inviato ai collaboratori di quel numero speciale una lettera aperta piuttosto incisiva, in cui in sostanza affermava due cose: primo, che era d’accordo con la proposta di andare avanti (una voce critica in più, seppur debole, non può fare che bene in questi tempi difficili), ma non era d’accordo con l’idea di chiamare questa nuova esperienza ancora Primo Maggio. Quella rivista infatti ha avuto una sua storia collocata nel contesto degli anni Settanta, ha avuto un’infrastruttura che si chiamava Calusca, gestita da un uomo come Primo Moroni, e apparteneva all’epoca del fordismo tramontante. Ha saputo guardare al di là, anticipando alcune tendenze. Tuttavia un’iniziativa culturale che parte oggi non può che collocarsi nell’era digitale, in uno stadio diverso dello sviluppo capitalistico. Primo Maggio in altri termini non può (e non deve) essere riproposto, può funzionare come disposizione morale. Secondo punto: la questione della «storia militante» non si può lasciare alle spalle. Si può fare a meno dell’operaismo per guardare e agire nel presente? E che ne facciamo della «storia militante»? Ai tempi del revisionismo e della proliferazione fuori controllo delle informazioni, potrebbe essere un’arma, un antidoto. La lettera aperta poneva delle questioni rilevanti, e di conseguenza ci siamo detti: discutiamone. Abbiamo organizzato una prima riunione coinvolgendo varie persone tra chi aveva partecipato a quell’esperienza del passato, chi aveva collaborato al numero speciale e chi era interessato a questa nuova idea sul presente che man mano prendeva forma. Nel febbraio 2019 ci siamo incontrati e abbiamo discusso tutto il giorno, e da allora non abbiamo fatto altro che continuare a confrontarci. Le idee erano ancora confuse all’inizio, com’è normale in una situazione in cui ci si confronta per la prima volta tra persone di età, provenienza geografica, politica e culturale diversa. Era chiaro dopo quella prima riunione però che la rivista dovesse essere un mezzo, non un fine, e che intendevamo condurre in prospettiva piuttosto un’operazione politico-culturale, riferendoci con questo termine alla necessità di far dialogare la prassi del conflitto con l’elaborazione critica, a partire dal rapporto di subordinazione elementare, quello che si realizza nei rapporti di lavoro. Il processo era quindi più importante del prodotto. Dopo cinque o sei riunioni, a poco a poco, abbiamo creato uno spazio di confronto, costituito un gruppo – aperto, eterogeneo, allargato –, definito alcuni punti, scelto il «nuovo» nome mediando tra le esigenze ereditate dal passato e la necessità di fare i conti con il presente: l’idea di Officina come richiamo a un luogo di elaborazione collettiva e di intervento. Poi abbiamo scritto e discusso il manifesto prendendoci il tempo necessario, abbiamo raccolto i primi contributi; ci siamo dati un’organizzazione interna – una redazione – e un metodo di lavoro in un gruppo più ampio. Infine abbiamo lavorato all’uscita del primo numero, alla creazione di una newsletter e di un sito che possa funzionare come base per la circolazione dei contributi. Grazie alla casa editrice Punto Rosso abbiamo la possibilità di stampare la rivista, che uscirà a scadenza semestrale. Nel frattempo è scoppiata l’emergenza Covid-19.
La rivista Primo Maggio nasce nel 1973 e attraversa un decennio, quello degli Ottanta, di grandi trasformazioni storico-sociali che cambiano il volto del lavoro e del capitalismo. Specchiare, a distanza di trent’anni, la nuova Officina Primo Maggio nella prima esperienza della rivista Primo Maggio, cosa permette di capire del contesto attuale?
A ben vedere la tradizione dell’inchiesta, a cavallo tra la ricerca e la pratica sociale, risale a una stagione caratterizzata da mutamenti epocali e indagini sulle trasformazioni economiche e socioculturali (a nord come a sud), di cui la rivista Primo Maggio è stata partecipe insieme ad altre riviste altrettanto rilevanti tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Negli ultimi quindici anni è cresciuto nuovamente l’interesse sui temi legati all’inchiesta, portata avanti da recenti esperienze di ricerca sia in Italia che all’estero, dove molti ricercatori e ricercatrici fanno esplicito riferimento alla tradizione italiana (si pensi al Network Inquiry, costituito da vari collettivi di ricerca militante provenienti da Italia, Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Stati uniti eccetera, e che proprio giorni fa ha pubblicato un e-book). In questo filone più recente si cerca di recuperare l’eredità politico-culturale del passato coniugandola al presente, cercando di investigare criticamente il lavoro, le contraddizioni e la condizione del conflitto dopo il salto tecnologico e la rivoluzione digitale.
Si potrebbe identificare nell’inchiesta quell’elemento essenziale di continuità che ereditiamo da Primo Maggio, come metodo e come pratica per capire il contesto attuale, ma anche per agire al suo interno – il nostro Manifesto su questo mi sembra piuttosto chiaro. Quindi da un lato l’inchiesta, dall’altro un ambito di analisi che corrisponde all’azione e alle pratiche di lotta. Una tale predisposizione potrebbe favorire qualche interpretazione in più su questa fase dello sviluppo capitalistico purché sia legata all’agire e non solo a mere riflessioni teoriche. Si potrebbe dire che siamo ancora in una fase precedente la negoziazione, una fase in cui sono da costruire le condizioni per uno scontro di lunga durata. Questo è il punto da cui partire, nel rispetto di chi già agisce quotidianamente. Ancora di più in un’epoca storica segnata da crisi umanitarie, intensificazione dei flussi migratori e pandemie, in cui le contraddizioni si acuiscono, accelerano e si radicalizzano, credo che possiamo, anzi che dobbiamo contribuire insieme alla creazione di un dibattito aderente il più possibile alla realtà.
Che ruolo ha l’inchiesta militante (o operaia) nel vostro progetto? Che cosa significa fare inchiesta oggi in un panorama in cui le lotte sul lavoro scontano, a parte qualche importante eccezione, debolezza e frammentazione? In che cosa l’inchiesta militante oggi si distingue e si intreccia con altre forme di ricerca: dalla public history all’inchiesta giornalistica, passando dalla ricerca sociologica accademica. E quale rapporto deve avere l’inchiesta militante con la pratica politica? «Muovere dall’analisi concreta della realtà e da esperienze di conflitto reali per non restare semplici osservatori» scrivete nel Manifesto.
Come dicevo l’inchiesta ha un ruolo chiave e potrebbe sintetizzare bene il punto di connessione tra passato e presente (insieme alla storia militante). Nel numero appena uscito di Opm è possibile leggere dei contributi che rendono l’idea, dall’impatto dell’Industria 4.0 sul lavoro operaio, alle lotte dei corrieri di Amazon a Milano, alla mobilitazione degli e delle insegnanti di una scuola di inglese, passando per le nuove forme di organizzazione sindacale nel lavoro editoriale eccetera. In certi casi le persone direttamente coinvolte nelle mobilitazioni trovano uno spazio per ragionare criticamente, e questo è tanto importante quanto organizzare le mobilitazioni stesse. Fare inchiesta oggi significa intervenire in un campo non privo di contraddizioni, e farle emergere senza evitare di porre l’accento sui punti critici, in un panorama radicalmente diverso rispetto al passato. Se le lotte nei luoghi di lavoro scontano debolezza e frammentazione, bisogna avere la possibilità di ragionarci. E se chi ci ragiona è direttamente coinvolto nel conflitto, sarebbe rilevante; sarebbe importante cioè che chi sta nelle lotte elabori inchieste – che non abbiano la forma dei comunicati – per favorire una riflessione critica sulla lotta stessa, sulle sue contraddizioni e sulle impasse, così come sui suoi punti di forza e le opportunità che apre. Un’altra cosa importante a tal proposito: Primo Maggio faceva inchiesta in una situazione di alta conflittualità e di movimenti antagonisti molto forti. Oggi noi facciamo inchiesta in una situazione diversa. Questa constatazione non può non avere conseguenze sul piano metodologico sul come si conduce un’inchiesta, la «conricerca» non è praticabile in tutte le situazioni (a tal proposito il recente volume curato da Emiliana Armano per Ombre Corte fornisce una disamina). Tutto questo si riflette inevitabilmente anche nelle alleanze, nei rapporti con il sindacato eccetera.
L’inchiesta come metodo poi è un tema oggetto di riflessione in corso all’interno del gruppo, e in futuro intendiamo affrontarlo con maggior attenzione insieme alla questione della storia militante, della Public History (che però non può prescindere da una riflessione su cosa sia diventato oggi lo spazio pubblico, su come sia profondamente cambiato questo spazio con la modificazione dei mezzi di comunicazione, con l’avvento dei social network, ecc.). Per me fare inchiesta vuol dire anche interrogarsi sul posizionamento, ma lo dico perché sono un ricercatore universitario che si occupa di studi del lavoro. Con Valeria Piro abbiamo curato di recente un numero monografico sulle etnografie del lavoro per la rivista Etnografia e Ricerca Qualitativa, e abbiamo riscontrato qualche difficoltà nel raccogliere i contributi. Questo ci suggerisce quanto sia difficile oggi realizzare ricerche nei luoghi del lavoro con questo approccio, prima di tutto a causa dei ritmi imposti dalle logiche di produzione scientifica all’interno delle istituzioni accademiche, in netto contrasto con i tempi di chi realizza inchieste e ricerche empiriche di natura etnografica. A questo bisogna aggiungere la difficoltà di accedere o raggiungere i luoghi di lavoro, soprattutto nel caso in cui si voglia realizzare un’osservazione scoperta, in particolare se il/la ricercatore/rice presenta caratteristiche sociali come il genere, la classe, l’età, la nazionalità di provenienza diversi rispetto alla composizione della forza lavoro nei contesti che si intende investigare. La ricerca nei luoghi di lavoro – ma non solo – implica quanto meno l’obbligo, da parte del ricercatore e della ricercatrice, di riflettere sul rapporto tra «osservazione partecipante e partecipazione osservante» come dice spesso Giovanni Mottura [Valdese, militante politico e sindacale, co-fondatore, ventiquattrenne, dei Quaderni Rossi a Torino nel 1961 insieme a Raniero Panzieri, Vittorio Rieser e molti altri, Ndr]. Da un lato, il metodo dell’inchiesta legato all’azione politica e a una tradizione consolidata di ricerca, soprattutto in Italia. Dall’altro una riflessione costante sul ruolo del ricercatore, sulla sua autonomia, sul suo posizionamento in quel determinato contesto. Sulla scia di questa sovrapposizione emerge in tutta la sua dimensione contraddittoria il rapporto odierno tra il fare politica e fare ricerca, una questione che Stefano Portelli ha affrontato in un recente articolo. Questi infine sono tutti aspetti trasversali di cui si è occupata anche una certa «letteratura industriale», che a mio avviso ha avuto il merito di descrivere con semplicità disarmante certi meccanismi riuscendo laddove la ricerca accademica spesso fallisce (Ottiero Ottieri di Donnarumma all’assalto e del Taccuino industriale su tutti, ma anche il più recente Alfasuin di Giovanni Iozzoli, per esempio).
Nel vostro Manifesto mettete al centro della ricerca il problema della digitalizzazione, in particolare nella fabbrica. Nel primo numero però vi soffermate anche su altri aspetti: le pratiche di solidarietà e mutualismo, lo stato della sanità italiana prime e durante l’emergenza Coronavirus, lo sfruttamento del lavoro freelance nell’editoria, per citare alcuni dei contributi raccolti. Qual è il filo conduttore di questo numero? Quali temi avete privilegiato e quali avete deciso di rimandare ai numeri successivi?
Il primo numero è stato elaborato prima dell’emergenza Covid-19, per cui ci siamo trovati di fronte alla necessità di iniziare almeno ad affrontare la questione – come nell’intervista a Vittorio Agnoletto di Sara Zanisi. L’editoriale delinea alcuni punti che in prospettiva saranno approfonditi. Eravamo pronti a uscire proprio quando è scoppiata l’emergenza e far finta di nulla era ridicolo, ma anche aggiungere l’ennesima analisi tra le tante apparse da quando è iniziata la pandemia non aveva molto senso. Al contempo avevamo raccolto tutti i contributi, svolto un lungo lavoro redazionale, e non potevamo neanche accantonare tutto. Nel primo numero quindi si trovano contributi di varia natura, ma la digitalizzazione più che un problema credo sia un po’ la dimensione all’interno della quale si colloca esplicitamente questa iniziativa. Ci sono dei testi che affrontano la questione dell’Industria 4.0 da una prospettiva totalmente diversa, Matteo Gaddi approfondisce la questione rispetto al lavoro operaio, Sergio Bologna fornisce una lettura diversa da quella ufficiale e strumentale sul Piano Industria 4.0 redatto dal governo tedesco, per conoscere le conseguenze che la rivoluzione digitale potrebbe avere sul mercato del lavoro. Oltre ai temi già accennati che affrontano i conflitti (corrieri di Amazon, insegnanti di lingue, lavoratori dell’editoria, eccetera), c’è un contributo di Michael Burawoy in ricordo di Erik Olin Wright tradotto da Riccardo Chesta, e poi alcune esperienze di mutualismo dal Nordest di Emanuele Caon. Il filo conduttore è riconducibile ai conflitti, alla rivoluzione digitale, al lavoro, e al tentativo di comporre un nucleo di elaborazione teorica che sia in reciproco scambio con la prassi politica dei movimenti sociali esistenti o potenziali, com’è scritto nel Manifesto; vogliamo porci come zona di discussione franca, schierata senza essere però il megafono di un soggetto politico particolare. Dal passato vogliamo richiamare la capacità di analisi ma senza accademismi, il fare politica e prendere posizione in senso forte senza cadere nella propaganda. E fare questo oggi significa farlo alla vigilia di un nuovo salto tecnologico del sistema capitalistico che va sotto il nome di digitalizzazione. Per il numero successivo discuteremo collettivamente sui temi, ci prenderemo il tempo necessario per confrontarci, ma è evidente che ci occuperemo con maggior attenzione, tra le altre questioni, dell’impatto dell’emergenza Covid-19 sui luoghi di lavoro, muovendoci sull’asse lavoro-salute-ambiente.
Se avete deciso di richiamarvi a una rivista operaista e di adottare il titolo Primo Maggio – il May Day che ha cambiato tante volte pelle nel corso dei secoli – è perché al centro della vostra analisi c’è il concetto e la prospettiva di classe. Quali sono le sue frontiere oggi? Come intendete confrontare e dialogare con le esperienze politiche e teoriche che hanno rivisitato questo concetto affiancandolo anche ad altre prospettive, per esempio quelle femministe, «post-lavoriste», quelle che hanno privilegiato il concetto di popolo a quello di classe, o quelle che hanno insistito sulla necessità di intersecare classe, genere e razza?
La sensazione, come ho già detto, è che siamo ancora in una fase precedente la negoziazione e che ci sia spazio d’azione per creare le condizioni di uno scontro di lunga durata. Non è affatto una sensazione ottimista, è piuttosto una premessa per poter intervenire concretamente nella riflessione collettiva. Ma si tratterebbe di uno scontro che va ripensato, soprattutto se si guarda al lavoro condizionato dalle tecniche digitali. Forse mi sbaglio ma per quello che ne so l’operaismo non è una teoria della classe ma una teoria della lotta di classe. Se poi alziamo la testa dai libri e guardiamo a quello che accade oggi intorno a noi dovremmo pur essere capaci di osservare attivamente le condizioni e i conflitti all’interno dei rapporti di lavoro attraverso lenti adatte per interpretarli. E ci sono fenomeni molto eterogenei tra loro. Di certo Opm intende confrontarsi e dialogare con chi porta avanti già da tempo esperienze politiche e teoriche di vario tipo, misurarsi e contaminarsi con altri gruppi di affinità. Come abbiamo scritto sul Manifesto, la domanda a cui tenteremo di volta in volta di rispondere è: come e dove produrre conflitto oggi, in particolare nei rapporti di lavoro? A tale domanda non si può rispondere individualmente e unicamente in modo teorico. Il Manifesto vuole essere proprio un invito alla partecipazione rivolto a realtà che si ritrovano su questi punti e vogliono unirsi per aprire uno spazio di confronto critico. Sappiamo che si tratterà di un lavoro lungo di analisi, mediazione e azione, ma è questo che noi intendiamo per operazione politico-culturale. Bisognerà creare uno spazio di partecipazione, ma anche avere l’umiltà di partecipare, senza pretendere che la rete si formi attorno a noi. Senza una rete di relazioni – sparsa e radicata fisicamente nei territori – l’affermazione che teoria e prassi devono procedere insieme sarebbe solo un enunciato; così come senza una rete vengono meno le basi materiali su cui fondare la solidarietà e organizzare il conflitto.










































Add comment