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Quarantena e distanza sociale dalla spagnola al coronavirus

di Stefano Latino

20200420indiani 640 ori crop master 0x0 640x360Spagnola 1918-1919

La mia formazione, di marcata impronta storica, mi ha spinto a ragionare attorno ad alcune pandemie del passato, in particolare l’influenza spagnola del 1918-1919, per cercare analogie e differenze con l’attuale covid-19. Mi propongo di riformulare la retorica della “centralità” delle misure di controllo sociale e delle quarantene nella gestione di questo tipo di emergenze a partire dai dati storici e da alcune considerazioni sulla gestione iniziale del covid-19 in Italia. La pandemia del 1918-1919 e quella del 2019-2020 appartengono a due ceppi virali differenti: influenza di tipo A-H1N1 la prima, mentre la seconda è compresa nella famiglia dei coronavirus. L’elemento principale che esse hanno in comune è il tipo di diffusione, che avviene per via aerea. Inoltre, la sintomatologia presenta esiti simili, con la morte che sopraggiunge a causa di una polmonite grave. Entrambi i virus hanno effettuato un percorso simile, in quanto derivano da un “salto di specie” dagli animali all’uomo: probabilmente una ricombinazione di agenti patogeni provenienti da suini e uccelli nel caso della spagnola, mentre da pipistrelli per quanto riguarda il covid-19. Detto ciò, va tenuta in considerazione la velocità di propagazione del contagio, che pare enormemente più alta nel caso della spagnola, poiché si stima che essa colpì un terzo della popolazione mondiale dell’epoca, provocando, secondo varie stime, dai 20 ai 100 milioni di morti.1 Cifre che oggi sembrano pura distopia, anche nelle previsioni più catastrofiste, se applicate al coronavirus odierno. La tragedia di cento anni fa è spiegata anche dal contesto storico in cui agì la pandemia, con l’umanità prostrata dalla Prima guerra mondiale che stava volgendo al termine.

Per cercare di limitare la diffusione della spagnola furono attuate all’epoca molte misure di controllo sociale, in tempi più o meno lunghi, in varie nazioni:

“Si applicò il principio di «distanza sociale» per evitare assembramenti di massa. Scuole, teatri, sale cinematografiche, osterie, mercati e chiese furono temporaneamente chiusi. L’uso di mascherine e disinfettanti fu raccomandato o addirittura imposto dalla legge per frenare il contagio.”2

E’ quindi da sfatare la narrazione proposta più volte in questo periodo, secondo la quale provvedimenti del genere ora sono “applicati per la prima volta nella storia”, quando furono già utilizzati in alcune epidemie di tifo e colera in tempi relativamente recenti, anche in Italia, oltre che durante la pandemia del 1919-1920.Ad esempio, durante l’epidemia di colera scoppiata nel Sud Italia nell’estate del 1973, a Bari furono chiusi per mesi tutti i locali pubblici, l’inizio dell’anno scolastico fu posticipato di oltre un mese e fu rinviata la Fiera del Levante.3 Per proseguire nel nostro ragionamento, occorre subito fare una distinzione terminologica, specificando la differenza tra quarantena e misure di controllo sociale, parole troppo spesso sovrapposte nel corso dell’emergenza covid-19. L’applicazione delle quarantene, tramite cui si presuppone che si possa bloccare la diffusione di un agente patogeno, può essere individuale o collettiva: nel primo caso si ha un isolamento della persona positiva ad una malattia, o al massimo della cerchia dei suoi contatti più stretti, mentre nel secondo si isola un’intera porzione di territorio da un insieme più grande. Tale strumento è stato usato più volte nella storia per cercare di combattere le epidemie, con risultati altalenanti. Diversamente, quando si riducono per legge gli spostamenti, si impedisce alla popolazione di uscire di casa se non per motivi di assoluta necessità, si dovrebbe parlare di misure di controllo sociale, o di limitazione su scala generale delle libertà individuali. A partire dall’influenza spagnola per arrivare al covid-19, proverò a ragionare sulla validità dell’applicazione pratica delle quarantene collettive per contrastare pandemie a diffusione aerea e sulle conseguenze mediatiche, comunicative e politiche che ha avuto l’utilizzo di questo termine.

Durante la spagnola, ciò che determinò in misura maggiore i differenti tassi di mortalità e letalità (sono due indicatori diversi, anche se molti media tendono a usarli come sinonimi)4 non pare fossero state le quarantene. La pandemia colpì in tre ondate: la prima con sintomi prevalentemente lievi, la seconda devastante e la terza nuovamente a bassa intensità. In Europa, epicentro della prima ondata nella primavera del 1918, nella popolazione si svilupparono anticorpi utili a “depotenziare” le successive, con tassi di letalità/mortalità ridotti rispetto al resto del mondo. Dove la spagnola comparse per la prima volta con la seconda ondata (settembre-novembre 1918) gli effetti furono devastanti, come in India, in molte isole del Pacifico e in Alaska. Se il tasso di mortalità in Europa era di 5 persone ogni 1000 abitanti, questo saliva a 60 su 1000 in India. Le conseguenze più terrificanti si verificarono in quei “suoli vergine” dove non c’era stata la prima ondata e contemporaneamente erano molto rare le epidemie a carattere influenzale: nell’isola di Tonga morirono 1000 persone su 15000 abitanti (150 su 1000), mentre nelle Samoa Occidentali si registrarono 8500 decessi su una popolazione totale di 36000 (230 su 1000). In alcuni villaggi dell’Alaska, durante la seconda ondata, morì il 90% della popolazione. Ad esempio, nel villaggio di Brevig, piccolo nucleo abitativo vicino allo stretto di Bering, celebre perché lì fu estratto un cadavere congelato nel 1997 che permise di ricostruire la composizione del virus della spagnola, ci furono 72 morti su 76 abitanti. Nel determinare i diversi tassi di mortalità ebbe un ruolo di primo piano anche la differenza tra le strutture sanitarie dei vari paesi.

Le quarantene, durante l’influenza spagnola, risultarono strumenti efficaci solo in casi limitati. Quelle terrestri si rivelarono un fallimento, mentre ottennero qualche successo se applicate su isole. In Australia, ad esempio, grazie ad un blocco navale totale, si riuscì ad evitare la terrificante seconda ondata. Tuttavia l’isola fu riaperta troppo presto, permettendo alla terza di diffondersi: il risultato furono 12000 morti. Nonostante l’ultima ondata fosse reputata “lieve”, fu più aggressiva in Australia che nel resto del mondo perché per la prima volta il virus arrivò in quelle terre. Anche l’arcipelago delle Samoa Orientali applicò chiusura rigorosa, riuscendo così ad evitare il massacro in corso nelle vicine Samoa Occidentali. Alcuni piccoli villaggi, come qualche insediamento dell’Alaska, bloccarono l’unica strada che li metteva in comunicazione con la società esistente, salvandosi in tal modo dalla pandemia.5

 

Coronavirus 2019-2020

Nel maggio 2018 il virologo Marc Strasser, intervistato sul sito del governo svizzero, sosteneva che i provvedimenti da attuare oggi per contrastare una nuova possibile pandemia a diffusione aerea, simile all’influenza spagnola, sarebbero stati gli stessi adoperati cento anni prima, salvo il fatto che oggi si può contare su tecnologie mediche più avanzate e su una maggiore consapevolezza dei comportamenti individuali e collettivi da mettere in campo.6 Tuttavia, va sottolineato come la nostra società sia enormemente più interconnessa a livello globale rispetto a quella del 1918. Nonostante ciò, la spagnola si diffuse in tutto il mondo in tempo molto brevi. Le quarantene e le misure di distanziamento sociale, che già all’epoca furono davvero utili solo in casi ben circoscritti, oggi potrebbero quindi riscontrare ancor maggiori difficoltà di applicazione. Nel 1918 il trasporto aereo di massa di fatto non esisteva e i collegamenti tra i diversi continenti si sviluppavano per vie marittime. Non può essere casuale che le città più colpite dalla spagnola fossero i grandi porti, da cui poi la pandemia si diffondeva nell’entroterra: molti studiosi hanno ritenuto la città di Brest uno dei punti di partenza principali della “seconda ondata” e Filadelfia, collegata ad un enorme polo di cantieristica navale, è stata la metropoli americana con il più alto tasso di mortalità. La pandemia viaggiava anche attraverso altri mezzi di trasporto, come i treni. In Africa, ad esempio, la mappa del contagio seguiva il percorso dei tracciati delle linee ferroviarie, appena costruite dai colonizzatori europei. Grazie all’interconnessione dei collegamenti, la spagnola fu quindi la prima vera epidemia mondiale, in grado di toccare tutti i continenti del mondo nel giro di pochi mesi.

Se un secolo fa la spagnola percorreva le rotte marittime o ferroviarie, oggi il covid-19 sembra logicamente diffondersi a partire dai grandi centri di circolazione e scambio di merci, persone e capitali. Dopo il primo focolaio di Wuhan,7 la pandemia ha colpito l’industrializzata pianura padana. In Italia il 38,31% dei casi è in Lombardia, che rappresenta il 16,7% della popolazione nazionale.8 Come ha fatto notare anche l’Iss, le province di Milano, Monza-Brianza, Lodi, Brescia e Bergamo si estendono su un’area densamente popolata con “un’interconnessione relazionale stretta” tra persone e realtà produttive, a forte intensità di scambi internazionali.9 Nel Regno Unito il maggior numero di contagi si registrano a Londra e nei suoi dintorni.10 In Spagna le comunità autonome nelle quali sono comprese Madrid e Barcellona sono di gran lunga le più colpite dalla pandemia in corso: il 49% dei contagiati spagnoli provengono da quei territori, a fronte del 30,2% di abitanti sulla popolazione nazionale.11 Emblematico in questo senso è il caso americano. Nello stato di New York, che rappresenta il 6% degli abitanti dell’unione, sono presenti quasi il 35% dei positivi degli Usa. Se ad esso sommiamo i contagiati del vicino New Jersey, confinante con la grande metropoli newyorkese, arriviamo a comprendere oltre il 45% dei casi americani, compresi in un insieme che rappresenta poco più del 9% della popolazione totale.12

Tornando alle origini del covid-19, politici e giornalisti, di vari orientamenti politici, hanno esaltato i risultati ottenuti dalla quarantena imposta su Wuhan. Tale retorica, cavalcando l’onda lunga delle immagini della megalopoli cinese circondata dai militari, è stata sfruttata dai media e dalle istituzioni italiane, come metodo di gestione iniziale politica e comunicativa dell’emergenza covid-19 in Lombardia. Ancora oggi, quando si applica una quarantena, che sia personale o collettiva, si attua su scala più o meno ampia lo stesso principio pensato per la prima volta dai veneziani che, a partire dalla seconda metà del 1300, confinavano per 30-40 giorni (da qui l’etimologia del termine) le navi giunte da oriente nel porto della Serenissima, per monitorare l’insorgenza di sintomi della peste nera. Le quarantene, in anni recenti, sono risultate efficaci in molti villaggi africani per contenere i focolai di ebola. Si trattava però di una situazione completamente diversa: l’ebola è una malattia con una morbilità molto più bassa del coronavirus, che non si diffonde per via aeree, e le zone sottoposte ad isolamento erano degli insediamenti abitativi di massimo qualche migliaio di persone, collegati spesso da non più di un paio di strade con il mondo esterno. Assumendo che il covid-19 sia sorto a Wuhan, come si può sostenere che la quarantena abbia raggiunto il suo obiettivo, se ora il virus è presente in mezzo mondo, con sei stati, tra cui l’Italia, che hanno nettamente superato il numero dei contagi della Cina? Isolare completamente dal resto del pianeta una megalopoli di oltre 11 milioni di abitanti, centro nevralgico di scambio e circolazione di merci dell’economia cinese, si è rivelata alla luce dei fatti un’impresa quasi impossibile. Le quarantene, quando adoperate per fronteggiare virus ad elevata morbilità a diffusione aerea, sono strumenti poco efficaci, come hanno testimoniato le vicende della spagnola, soprattutto se esistono già dei casi al di fuori del loro perimetro. Anche il vantaggio ottenibile in termini di tempo, derivante dall’applicazione di una rigida chiusura su un territorio circoscritto, con un numero di contagi apparentemente più elevato che all’esterno di esso, può essere inesistente o davvero molto ridotto, data la velocità di propagazione dell’agente patogeno. I sacrifici imposti alla popolazione e l’enorme dispiego di forze e risorse repressive da parte dello stato possono quindi valere la candela? A tal proposito, è stato detto da più parti che gli sforzi possono non risultare vani soltanto se “si agisce in tempo”. Purtroppo, ciò sembra impossibile dal punto di vista pratico, considerato il periodo che intercorre tra l’incubazione del virus in un paziente, i suoi primi sintomi, il ricovero ospedaliero, la somministrazione di un tampone, la consapevolezza di essere in una situazione di emergenza, l’approvazione di una quarantena e la sua organizzazione pratica da parte delle istituzioni, magari attorno ad una metropoli di oltre undici milioni di abitanti. Nel frattempo il covid-19, che può contare su un’estrema rapidità di contagio e quindi di un vantaggio di svariate settimane su qualsiasi intervento statale, si diffonde su porzioni di territorio sempre più ampie.13 Facendo queste considerazioni, non si vogliono sminuire gli sforzi e i risultati ottenuti del governo cinese in altri campi, come nella costruzione straordinaria di ospedali, senza eguali nel mondo, per far fronte al covid-19.

 

Pazienti 0” e quarantene

Traendo spunto dal “mito” della “quarantena dura” cinta su Wuhan, il governo italiano ha pensato di rispondere inizialmente allo stesso modo allo scoppio della pandemia in Italia. In seguito alla scoperta di alcuni contagi tra Codogno e Castiglione d’Adda il 21 febbraio, il primo provvedimento adottato è stato l’imposizione di un isolamento il giorno successivo, con blocco di tutte le attività sociali e produttive, attorno ad un’area comprendente dieci comuni della provincia di Lodi e popolata da decine di migliaia di persone. Le immagini dei check-point delle forze di polizia e dell’esercito attorno alla zona rossa sono state riprese dai media nazionali ed internazionali, dando l’idea che il governo italiano stesse facendo qualcosa di concreto per fermare il corso dell’epidemia. La giustificazione retorica della quarantena, data in pasto dal governo e dai media, si poggiava sulla presunta scoperta del “paziente 0”, Mattia, un trentottenne di Castiglione d’Adda ricoverato con una grave polmonite all’ospedale di Codogno, e quindi dall’assunto scientifico che fosse sufficiente delimitare quel focolaio per sconfiggere il covid-19. Molto presto però il “paziente 0” si è trasformato in “paziente 1”, perché è stato appurato che Mattia non avesse fatto viaggi in Cina. La patata bollente, tra il fervore mediatico, è quindi passata ad un suo amico manager, divenuto il nuovo “paziente 0”, appena rientrato dalla Cina per motivi di lavoro. Si è poi scoperto, dopo la somministrazione del tampone, che era risultato negativo:14 ciò faceva partire un vero e proprio giallo per cercare il primo “untore”, architrave propagandistica-concettuale per il mantenimento della zona rossa attorno a Codogno.15 Dopo poche ore dalla scoperta del focolaio del lodigiano, due nuovi casi di covid-19 erano stati individuati a Vo’ Euganeo, piccolo paese in provincia di Padova sottoposto anch’esso a quarantena a partire dal giorno seguente, dove si era registrato in serata anche il primo decesso italiano. Il fatto che i focolai fossero distanti oltre 150km in linea d’aria, non servì a scoraggiare i tentativi dei mass-media di trovare un contatto diretto tra di essi. Un sessantenne residente in provincia di Vicenza, ad esempio, che era stato per motivi lavorativi a Codogno nei giorni precedenti e che presentava sintomi influenzali, fu additato come possibile “paziente 0” di Vo’ Euganeo,16 salvo poi risultare negativo al tampone.17

Nel giro di meno di 48 ore erano stati registrati oltre 200 casi di covid-19 in tutta Italia, di cui 172 in Lombardia, inclusi tre morti: il primo originario di Alzano Lombardo e deceduto all’ospedale di Bergamo, un altro a Caselle Landi, comune in provincia di Lodi ma al di fuori della zona rossa, e un ultimo a Milano.18 A Piacenza si erano ammalati molti operatori sanitari in un lasso di tempo molto breve, poi trovati positivi, di cui alcuni presentavano sintomi antecedenti alla “scoperta” del focolaio di Codogno. In Veneto erano stati scoperti nuovi contagi nel resto della provincia di Padova e a Treviso.19 Il perimetro della quarantena era stato evidentemente oltrepassato già con un numero consistente di positivi, rendendola uno strumento di fatto inutile ai fini del contenimento del covid-19. Come era possibile che i comuni del lodigiano fossero il primo focolaio italiano, quando in meno di due giorni erano emersi casi in mezza Italia? Se Mattia fosse stato davvero il “paziente 1”, come era possibile che abitanti provenienti solo da Codogno e dalla zona limitrofa avessero contagiato simultaneamente persone in paesi differenti, distanti anche centinaia di chilometri, e che sintomi respiratori gravi venissero alla luce quasi in contemporanea, nonostante i tempi di incubazione del virus? Erano ridicoli i tentativi mediatici di motivare quasi ogni nuovo contagio anche con un semplice “passaggio” dal lodigiano, come nel caso della Toscana.20 La verità era che dalla “scoperta” di Mattia si era proceduto ad eseguire tamponi per rintracciare il virus in pazienti sintomatici. “Si osserva un aumento esponenziale dei casi perché è adesso che stiamo cercando il virus”, sottolineava in quei giorni Giovanni Rezza dell’Istituto superiore di sanità. Ciò aveva immediatamente rivelato una diffusione del covid-19 senz’altro antecedente al “paziente 1” e quindi già non più circoscrivibile ad una porzione di territorio. Anche Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa, aveva provato a spiegare come intercettare Mattia fosse stata una fortuna, perché altrimenti i casi “si sarebbero moltiplicati ancora in modo silenzioso”. L’ipotesi era che il virus fosse presente in Italia almeno dl mese precedente: i pazienti della fine di febbraio erano in realtà “la seconda o terza generazione di contagiati”. Lopalco sosteneva che “i virus respiratori non avevano confini”,21 proprio come abbiamo scritto riguardo l’influenza spagnola, della quale, dopo cento anni di studi e ricerche, non vi sono certezze su dove collocare il primo caso.

A riprova di tali affermazioni, in varie località del Nord Italia, tra la fine del 2019 e l’inizio del nuovo anno, si erano verificati casi “anomali” di polmoniti. A Piacenza, ad esempio, ne venivano registrate oltre 40 nella settimana dal 22 al 29 dicembre, di cui “non ne soffrivano solo gli anziani”.22 A Milano, il 7 gennaio, si parlava di un “picco” di polmoniti23, mentre a Como, il giorno seguente, si dava notizia dell’affollamento delle strutture ospedaliere, con oltre 200 accessi al giorno, causati in gran parte da scompensi respiratori.24 Anche a Bergamo, alcuni medici di base hanno dichiarato come avessero registrato nei loro pazienti parecchie polmoniti “sospette” a fine gennaio. “L’individuazione del paziente 0 stava diventando il giallo dei gialli”, dichiarava in un’intervista radiofonica del 26 febbraio anche la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, ammettendo come non avesse più senso fare troppi sforzi per rintracciarlo.25 Tuttavia queste notizie erano gocce in un oceano di propaganda orientata in senso opposto, funzionale a giustificare la quarantena imposta su Codogno. Sconfessare mediaticamente quest’ultima avrebbe significato mettere in critica l’intera strategia adottata dal governo italiano nella gestione della pandemia.

Al contrario, si sarebbe dovuta stimolare una discussione politica e pubblica, in tempi rapidi, che andasse oltre estemporanee “prove di forza”, sui fattori primari da mettere in campo per gestire un’emergenza di questo tipo. La verità è che, come abbiamo visto nel caso della spagnola, di fronte ad una pandemia a diffusione aerea si può fare ben poco per circoscriverla ad uno specifico territorio, anche agendo “in tempi rapidi”. I due elementi principali su cui contare in questi casi sono la capacità del sistema sanitario italiano di reggere alla forza d’urto del virus e l’attuazione di un programma d’azione condiviso da strutture mediche, enti locali e governo nazionale. Ma di questo evidentemente non era buona cosa parlarne, visti i costanti tagli degli ultimi decenni nel settore della sanità, la riduzione dei posti letto negli ospedali26 e la rimozione di un preciso schema strategico, denominato Piano pandemico, elaborato dallo stesso Ministero della Salute per far fronte ad una pandemia simil-influenzale.27 Analizzando quest’ultimo, nella versione di 75 pagine redatta nel gennaio 2006 in ottemperanza alle direttive mondiali dell’Oms per combattere l’influenza aviaria e suina, emergono alcuni dati interessanti. Sono indentificate sei fasi nello sviluppo di una nuova pandemia, ognuna con differenti “livelli di rischio”. Per ogni fase sono previsti obiettivi specifici da raggiungere, inseriti in cinque macro-categorie: coordinamento e controllo, monitoraggio e valutazione, prevenzione e contenimento, risposta del sistema sanitario e comunicazione. Per realizzare ciascun obiettivo sono previste delle “azioni” pratiche, con l’indicazione precisa dell’ente che avrebbe dovuto implementarle. Dalla lettura del piano è evidente come il fattore cardine sia la prevenzione, in quanto “il momento dell’azione deve essere conosciuto prima del verificarsi dell’evento in modo che ognuno sia in grado di giocare il suo ruolo e le sue responsabilità”. Anche David Quammen, studioso delle epidemie e autore di Spillover, ha evidenziato come eventi del genere fossero tutt’altro che imprevedibili per la comunità scientifica, in quanto la pericolosità dei coronavirus era conosciuta da 17 anni, ovvero dallo scoppio della Sars nel 2003. Secondo Quammen, queste pandemie possono essere contrastate soltanto con una buona preparazione, consistente nell’implementazione di un sistema di diagnostica veloce, la somministrazione di test validi, la disponibilità di dispositivi di protezione individuali adeguati, l’aumento della capienza ospedaliera e la predisposizione di posti letto in isolamento. Riprendendo il Piano pandemico, è fondamentale “il coordinamento condiviso fra stato e regioni” nella gestione dell’emergenza. Proprio il contrario di quanto abbiamo visto negli ultimi tempi, con la Lombardia impegnata ad emettere rapide ordinanze in antitesi ai decreti statali. Se la mascherina per il governo non è obbligatoria, lo diventa in Lombardia. Se viene deciso, su scala nazionale, di riaprire le librerie, ciò non deve avvenire per il governatore Fontana. Altri elementi importanti, ricorrenti nel Piano pandemico del 2006, sono le ricerche scientifiche di farmaci efficaci, il potenziamento del sistema ospedaliero, la cooperazione tra le differenti istituzioni nazionali e locali e la formazione tempestiva teorico-pratica del personale sanitario. D’altra parte, è interessante notare come tra le sette “azioni chiave” per raggiungere gli obiettivi del piano non siano menzionate quarantane territoriali o misure di distanziamento sociale. Mentre le prime non sono mai nemmeno citate in tutto il testo, le seconde sono giudicate davvero utili soltanto in alcuni momenti. Nel periodo di allerta (fase 3-5), ad esempio, si dice di valutare “l’opportunità di chiudere scuole o altre comunità” e/o di sospendere “manifestazioni e di eventi di massa, per rallentare la diffusione dell’infezione”. Tuttavia nella fase 6, la più grave, è specificato come “l’impatto di misure di restrizione della mobilità della popolazione sia limitato” e l’unico provvedimento da adottare in tal senso sia quello di “contenere i viaggi verso aree non affette”. Dalla lettura del Piano traspare come le misure di distanziamento e controllo sociale, senza essere inserite in una strategia d’intervento complessiva, perdano di senso e di efficacia. Esse sono un corollario di un quadro più ampio, da utilizzare tuttalpiù come estrema ratio, considerati anche i sacrifici che impongono alla popolazione. Invece i media e il governo ce le hanno presentate come elemento assolutamente centrale e imprescindibile per sconfiggere il virus, per coprire le gravi mancanze negli altri campi di intervento di cui parla il Piano pandemico. In Cina, ad esempio, nella zona di Wuhan sono stati creati 14 ospedali da campo che hanno curato oltre 12mila pazienti durante l’emergenza,28 mentre in Lombardia abbiamo assistito al triste spettacolo della “costruzione” dell’ospedale nell’area di Rho Fiera, nel quale sono attualmente ricoverate soltanto tre persone.29 Nonostante l’enfasi mediatica posta sulle misure di distanza sociale nella gestione della crisi sanitaria, è curioso notare come esse non siano state applicate alle attività produttive, nemmeno in luoghi in cui i contagi crescevano a ritmi serrati, come nella provincia di Bergamo, dove avrebbero potuto essere effettivamente utili, vista la totale mancanza di pianificazione di fronte all’emergenza e il collasso del sistema sanitario locale. Il Piano pandemico redatto dal Ministero della Sanità, che prevedeva anche “esercitazioni regionali e nazionali” tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti, non è più stato aggiornato dal 2009, nonostante il rischio non fosse calato, come testimonia un rapporto dell’Oms del settembre 2019, nel quale si ipotizzava l’esplosione di una pandemia a diffusione aerea.30

Logicamente, invece di ragionare su tutto ciò, per media e governo era senz’altro meglio continuare a speculare sul giallo di un fantomatico “paziente 0”, oppure concentrare l’attenzione pubblica su mirabolanti cacce all’uomo di persone partite da Codogno.31 L’opera di propaganda sembrava raggiungere i suoi effetti, alimentando in casi estremi un ridicolo razzismo verso i lodigiani. A Vione, piccola località montana della Valcamonica, una famiglia proveniente da Codogno e in villeggiatura da prima che scattasse il lockdown, è stata oggetto di insulti sia su una pista da sci che in un ristorante, che sono degenerati in qualche spintone.32 Ancora il 7 marzo, con la pandemia già ampiamente diffusa in Italia, nonostante fossero usciti studi che dimostravano come il virus fosse già presente in Italia “diverse settimane” prima della scoperta di Mattia,33 la “leggenda” del “paziente 0” sembrava dura a morire. Si era ipotizzato che venisse addirittura dalla Germania e da lì avesse portato il contagio in mezza Europa e ovviamente anche a Codogno, poiché una filiale della sua azienda distava 45km dalla cittadina lodigiana.34

La narrazione mediatica costruita attorno ad un presunto “paziente 0” ha creato, durante tutto il primo periodo di diffusione della pandemia in Italia, la percezione generale che il virus fosse un problema ascrivibile a Codogno e a pochi altri comuni limitrofi. Anche se fin da subito le statistiche riguardanti la localizzazione dei contagi andavano in tutt’altra direzione, come del resto era logico aspettarsi avendo a che fare con una pandemia ad elevata morbilità a diffusione aerea, l’imposizione da parte del governo italiano di una quarantena attorno ai dieci comuni del lodigiano ha permesso di far credere all’opinione pubblica, semplicemente “mostrando i muscoli”, che si stesse agendo in concreto per limitare i contagi. Tale cortina di fumo comunicativa, oltre che essere funzionale a sottacere carenze strutturali, come la mancata esistenza di un piano d’azione organico per combattere una pandemia e l’inadeguatezza sistemica delle strutture sanitarie, colpite da ripetuti tagli negli ultimi decenni, è anche servita come utile copertura ad altre campagne mediatiche. Facendo percepire, a livello di immaginario, che il pericolo fosse “in quarantena” a Codogno, è stato più facile, ad esempio, per Beppe Sala lanciare con successo il motto “Milano non si ferma” il 26 febbraio,35 o per la Confindustria bergamasca promuovere, il giorno successivo, tra i consensi dell’opinione pubblica, lo spot “Bergamo is running”.36 Era un fatto curioso: all’interno della zona rossa del lodigiano tutto doveva rimanere immobile sotto l’occhio vigile dell’esercito, mentre a pochi chilometri di distanza “non ci si doveva fermare” per nessun motivo, nonostante ci fossero già centinaia di contagi. Nino Cartabellotta, medico e presidente della fondazione Gimbe, ha spiegato come la zona rossa imposta su Codogno fosse stata istituita con facilità anche per via della “limitata presenza industriale” nel territorio.37 Invece, nel caso del focolaio quasi contemporaneo scoppiato nei comuni bergamaschi di Alzano e Nembro, sapendo cosa significasse per le tasche di Confindustria istituire un blocco delle attività produttive, “è stata tutta un’altra storia”. Con il proseguire dell’emergenza, l’enfasi esasperata posta sul controllo sociale, considerato l’unico imprescindibile strumento per contrast1are la diffusione del covid-19, ha condotto ad una “colpevolizzazione” senza freni di ogni tipo di comportamento individuale. Emblematica, in questo senso, è stata la polemica sui runner. Tutto ciò è stato di nuovo funzionale a celare le vere responsabilità e quindi ad assolvere il sistema di potere imprenditoriale e politico, consciamente “incapace” di far fronte questa emergenza, per via delle politiche di austerità economica che hanno condotto ad un definanziamento della sanità pubblica, che, nel caso specifico del covid-19, hanno significato anche la voluta rimozione di un preciso piano d’azione strategico per combattere una pandemia.


Note
1Intervista a Laura Spinney sull’influenza spagnola. https://www.lastampa.it/cultura/2020/02/26/news/coronavirus-era-peggio-la-spagnola-la-piu-grande-catastrofe-del-novecento-1.38516598, anche Collier, L’influenza che sconvolse il mondo, Mursia, Milano, 2006, p. 277 e Hays, Epidemics an Pandemics: Their impact on Human History, ABC-CLIO, Santa Barbara, 2005, p. 385.
2 https://blog.alertswiss.ch/it/rubriche/pericoli/influenza-spagnola/
3https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/newsweek/1207831/puglia-quando-arrivo-il-colera-nel-1973-il-nord-ci-sbeffeggio.html
4Il tasso di mortalità rappresenta il rapporto tra i morti e la popolazione totale, mentre quello di letalità è il rapporto tra i morti e il totale dei contagiati.
5 https://www.focus.it/scienza/salute/coronavirus-quattro-cose-che-abbiamo-imparato-dall-influenza-spagnola
6https://blog.alertswiss.ch/it/rubriche/pericoli/influenza-spagnola/
7Più di qualcuno ha messo in dubbio il fatto che il primo focolaio di covid-19 si sia verificato a Wuhan. Per quanto riguarda la spagnola, ad esempio, dopo cento anni di studi e ricerche ci sono ancora dei dubbi su dove collocare il “paziente zero” della pandemia.
8https://www.ilmessaggero.it/italia/coronavirus_mappa_contagio_regione_ultime_notizie_8_aprile_2020-5160410.html
9https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/coronavirus-iss-densit-abitativa-tra-cause-contagio-in-lombardia_17147001-202002a.shtml
10https://www.bbc.co.uk/news/uk-51768274
11https://www.mscbs.gob.es/profesionales/saludPublica/ccayes/alertasActual/nCovChina/documentos/Actualizacion_68_COVID-19.pdf
12Cifre prese da Worldometers e aggiornate al 9 aprile 2020 https://www.worldometers.info/coronavirus/country/us/
13https://www.wired.it/scienza/medicina/2020/01/29/coronavirus-efficace-quarantena-wuhan/ e https://www.wired.com/story/would-the-coronavirus-quarantine-of-wuhan-even-work/
14 https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/22/news/il_paziente_zero-249206470/
15https://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/coronavirus_codogno_paziente_zero_test-5068001.html https://www.ilmessaggero.it/italia/coronavirus_paziente_zero_codogno_negativo_test_ultime_notizie_22_febbraio_2010-5068552.html
16https://www.ilmessaggero.it/italia/coronavirus_paziente_zero_vo_codogno_ultime_notizie-5071707.html
17https://corrieredelveneto.corriere.it/padova/cronaca/20_febbraio_24/coronavirus-pista-paziente-zero-agricoltore-vicentino-era-stato-codogno-02e155aa-56ed-11ea-8fe7-97442030a622.shtml
18https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/24/news/coronavirus_149_i_casi_confermati_conte_i_contagi_possono_crescere_-249427098/
19https://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2020/02/25/news/primo-caso-di-coronavirus-a-treviso-donna-di-76-anni-in-rianimazione-1.38516066
20https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/02/25/news/coronavirus_toscana_niente_panico_ecco_cosa_fare-249543095/
21https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/24/news/il_mistero_del_contagio-249409098/
22https://www.liberta.it/news/cronaca/2019/12/30/pneumologia-presa-dassalto-oltre-40-casi-di-polmonite-nellultima-settimana/
23https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/cards/polmonite-malattia-seria-che-puo-essere-gestita-anche-casa/quali-sono-sintomi-spia.shtml
24https://www.corrieredicomo.it/pronto-soccorso-accessi-record-e-linfluenza-non-e-ancora-al-picco/
25https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/26/coronavirus-sottosegretaria-zampa-paziente-zero-giallo-dei-giallli-ma-per-me-non-ci-sara-nostro-sistema-sanitario-sconfiggera-il-virus/5717915/ https://www.wired.it/lifestyle/salute/2020/02/28/coronavirus-paziente-zero-italia/
26https://thesubmarine.it/2020/03/10/posti-letto-ospedali-italiani-nuovo-coronavirus/
27https://thesubmarine.it/2020/03/31/italia-impreparata-pandemia/
28https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/03/09/news/cina_chiudono_gli_ospedali_improvvisati_di_wuhan_prime_prove_di_ritorno_alla_normalita_-250743328/
29https://www.open.online/2020/04/10/coronavirus-lospedale-miracolo-in-fiera-di-milano-ospita-solo-3-pazienti-i-dubbi-dei-medici-e-propaganda/
30https://apps.who.int/gpmb/assets/annual_report/GPMB_annualreport_2019.pdf
31https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_23/04-politico-box13corriere-web-sezioni-13f6cf98-5673-11ea-b447-d9646dbdb12a.shtml
32https://www.ildolomiti.it/cronaca/2020/caccia-alluntore-sulle-piste-da-sci-una-famiglia-di-codogno-insultata-in-valcamonica
33https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-italia-circola-gennaio-confermata-origine-cinese-ADQK6x
34https://tg24.sky.it/mondo/2020/03/07/coronavirus-paziente-zero-tedesco-contagio-europa.html
35https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2020/02/27/coronavirus-milano-non-si-ferma-lo-spot-del-sindaco-_b857b411-c60d-4edc-a0fe-ec2c2c9ffe68.html
36https://www.youtube.com/watch?v=Dt13NlmZa2Q&feature=emb_title
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Mario M
Tuesday, 12 May 2020 17:37
Non siamo in presenza di una pandemia, perché il numero dei decessi a livello nazionale, in questo primo quadrimestre, non si discosta significativamente da quello degli scorsi anni.

Nelle province lombarde l'aumento della mortalità è da correlare ad altre cause quali: polveri sottili, campagne vaccinali per anziani, 5g, fanghi, errate terapie.
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