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ilpungolorosso

Pandemia, prevenzione e fase 2

di Ense

Banksy Swinger Building Detail 1Nell’alluvione di “informazioni” e numeri diffusi dal governo Conte e dai mass media per allarmare o rassicurare, manca sempre un ragionamento sulla prevenzione di questa epidemia e sulla preparazione a contrastarne gli effetti. Già: una scienza medica che si occupi della prevenzione delle malattie e, prima ancora, della preservazione della salute come bene collettivo, sociale … è questa la grande assente. Ma se non vogliamo essere carne da macello, ora che Covindustria e governo Conte hanno decretato la “fase 2” con la riapertura di tutto, dobbiamo tornare ad impugnare quest’arma. E su questa strada andare fino in fondo.

E dunque, visto che non ne parla nessuno, mentre è questa la questione-chiave, parliamo di prevenzione. E per farlo in modo adeguato, ci avvaliamo del contributo di Giulio Maccacaro, uno degli illustri compagni del passato che sono poco conosciuti, ma i cui scritti sono di strettissima attualità.

Maccacaro era uno scienziato, un medico, un insegnante, uno dei fondatori di Medicina Democratica, il fondatore della rivista Sapere, che indagava i rapporti tra scienza e potere, e sostenne la necessità del controllo sociale, cioe’ del controllo operaio, dei lavoratori sullo sviluppo della scienza in generale e della scienza medica in particolare.

In questo articolo toccheremo tre punti:

  • cosa significa prevenzione;
  • come mai non sono state attuate misure di prevenzione di questa pandemia;
  • in una seconda parte dell’articolo, che seguirà, affronteremo quali compiti ci aspettano, come movimenti di lotta e come classe operaia, per candidarci a cambiare il nostro destino anche su questo terreno.

 

Vera e falsa prevenzione

Partiamo dunque dalle parole di Maccacaro che ci aiutano a distinguere tra vera e falsa prevenzione – la citazione è lunga, ma seguitela, si impara!

«Prevenire, curare, guarire: sono parole importanti che appartengono non solo al linguaggio ma all’esperienza comuni. Intese nel senso corrente hanno in comune il termine di riferimento: la malattia. Si previene un morbo, si cura una malattia, si guarisce da un’infermità.

Ma è un senso restrittivo e fuorviante: perché orienta l’attenzione sul patologico, distraendola dal sano e tende a concludere entrambi nell’ambito individuale separandolo dal sociale.

Due operazioni, cariche di implicazioni mediche e politiche, sulle quali conviene preliminarmente riflettere.

La prima induce a ritenere che sono sani tutti coloro che non sono malati, oltre ad alcuni malati che non sanno di essere sani. Equivale all’affermazione, abbastanza perentoria, dell’oggettività della malattia: la quale esiste in quanto tale cosi come esistono criteri oggettivi che consentono di verificarne o smentirne l’esistenza; la somma di questi criteri definisce il sapere medico del quale, quindi, il sanitario è titolare indiscusso ed esclusivo. Tra lui e l’“altro” c’è un rapporto analitico e non dialettico, se non addirittura impersonale poiché di fatto si pone tra il medico e la malattia alla quale il malato presta un fisico e occasionale supporto, se non vuol essere rimandato come sano, o, in termini meno lusinghieri, come “malato immaginario”. (…)

Ci sono, infatti, moltissimi modi di essere malati ma uno solo di essere sani: realizzare la pienezza del proprio benessere psicofisico e sociale.

La prima riflessione apre, dunque, alla seconda. Se prevenzione è promozione e tutela di salute, essa non può concludersi nell’ambito individuale ma deve muoversi e compiersi in quello sociale: cioè l’ambito di vita e di lavoro dell’uomo, là dove egli è in quanto sono gli altri, dove la sua realtà si misura su quella che trasforma, dove la sua identità emerge non da una definizione ma da una molteplicità di interazioni. Prevenire per la salute vuol, dunque, dire coglierne la dimensione collettiva e derivarne corrette indicazioni di analisi e di intervento per quella individuale. Ma vuole anche dire che tale compito deve essere collettivamente assunto; perché, manifestamente, richiede non solo tutta la competenza tecnica disponibile ma anche tutta la volontà politica impegnabile. In quanto investe l’intero assetto sociale, il modo di produzione, l’organizzazione della vita, ecc. ponendo una serie di problemi non delegabili “d’ufficio” o “per via gerarchica” ma gestibili soltanto dalla soggettività collettiva, cioè in modo largamente e autenticamente partecipatorio. (…)

Per esemplificare ulteriormente il nostro discorso – senza sacrificarne la pertinenza – tratteniamoci brevemente al modello della malattia infettiva che tanta parte ha avuto nella cultura di molte generazioni e tanto ruolo nella dottrina e nella pratica medica oltre che nella gestione politica di entrambe. Sommariamente:

    1. la malattia infettiva è caratterizzata, solitamente, da uno specifico agente (microbo o virus) diagnosticato il quale – dopo l’era dei chemioterapici e l’avvento degli antibiotici – è individuata la terapia causale;
    2. Alla malattia infettiva si addicono – oltre che provvedimenti di natura igienica – misure profilattiche (vaccinazioni) che possono aumentare la resistenza individuale fino a determinarne la immunità;
    3. Le malattie infettive hanno dominato il quadro delle cause di morte, non raramente in misura epidemica, fino ad epoche relativamente recenti, quali la vigilia della seconda guerra mondiale;
    4. All’estinzione delle malattie infettive il sistema produttivo aveva interesse e ne otteneva merito: interesse perché tali malattie, acute ed epidemiche, potevano essere, come furono, perturbatrici del mercato del lavoro cui occorreva per le esigenze del capitale un prevedibile e razionale controllo; merito perché configuravano un impegno dello stesso sistema contro malattie che a una prima ricognizione non ne apparivano determinate ma, se mai, combattute nel vantaggio della salute degli individui e della popolazione.» (1)

Una osservazione su questo punto 4: è esistita una fase storica in cui il sistema capitalista si è mobilitato per combattere e prevenire le malattie infettive. Oggi possiamo dire che tale fase storica è superata da una nuova fase del sistema capitalista, che è quella in cui viviamo nella quale la produzione in serie di malattie infettive pare essere sfuggita di mano al capitale globale fino al punto da creargli una catastrofe economica come quella in corso (gli “apprendisti stregoni”…).

Lasciamoci condurre ancora da Maccacaro per capire, ora, cosa sia la (vera!) prevenzione.

«A questo punto, sempre nell’ambito di un discorso che vuole essere appena introduttivo e assolutamente elementare, è necessario espandere il concetto di “prevenzione” e individuarne, al di là del già detto, la dimensione politica oltre che medica per riconoscere, infine e con argomentata chiarezza, la vera dalla falsa medicina preventiva. S’usa distinguere tre livelli di prevenzione (…):

    • primaria, rivolta ad abbattere gli agenti patogeni;
    • secondaria, intesa ad arrestare la genesi della malattia e
    • terziaria, mirata a limitarne o riparare i danni. In termini non più di malattia, si suole anche dire che i tre livelli indicati corrispondono alla promozione, alla conservazione e alla riabilitazione della salute, ma l’equivalenza è sospettatamente approssimativa.

Può servire ad evitare approssimazioni fuorvianti riconoscere nella cosiddetta prevenzione terziaria una declinazione della medicina clinica. Non ce ne occuperemo oltre, in questa sede, onde rivolgerci alle altre due per dire che l’aggettivazione che le distingue scolasticamente può essere mistificante scientificamente e politicamente. Mi sembra più corretto riservare il nome di medicina preventiva alla prevenzione primaria e chiamare la secondaria per quello che è: medicina predittiva. Significativamente è questa seconda che ha assorbito la maggior parte degli sforzi – finanziari e … pubblicitari – dedicati, ostentatamente, alla prima.

Ora il modello sul quale la medicina predittiva – cui ormai corrisponde nella cultura di massa la “diagnosi precoce” – fonda la sua razionalità e lo sviluppo ordinato nel tempo della malattia cui corrisponde un progressivo deterioramento della prognosi da contrastare con un’anticipata sensibilità della diagnosi dalla quale dipende l’efficacia della terapia: soprattutto se la causa è specifica, l’effetto riconoscibile e la cura risolutiva. (…)

Infine si capisce come oggi occorra, più che mai, una medicina che invece si impegni alla ricerca e alla rimozione di tutte le cause di sofferenza, dovunque e comunque esse siano riconducibili: non soltanto nel germe o nel gene, non soltanto all’interno della sua stretta che spegne nell’uomo la libertà di essere sano e nella medicina la possibilità di essere liberatrice.

Questa medicina deve essere:

preventiva nel senso più genuino e intrepido non esaurendosi nella diagnosi precoce di malattie già accettate nel momento in cui sono accertate; promuovendo, invece, e difendendo la salute umana da tutte le offese dell’ambiente di lavoro e di vita fino a piegare queste a quella e non viceversa;

    • sociale nel senso che sappia rivolgere e portare il suo intervento nella comunità reale in cui l’uomo vive, opera e realizza se stesso, senza strappare o ignorare, come da sempre, queste sue radici ma riconoscendovi, anzi, la testimonianza dell’assoluta inseparabilità della salute collettiva da quella individuale;
    • collettiva nel senso che, superando qualsiasi forma presente o imminente del sistema mutualistico burocratico, parassitario e inefficace, dichiari e realizzi l’assunzione integrale da parte della collettività partecipante del diritto di porsi come soggetto, non solo di salute ma anche di sanità;
    • umana nella misura in cui – recuperato il colloquio perduto tra una medicina sempre più oggettivante ed una sofferenza più soggettivata, ricomposti i frammenti di un atto medico denaturato dalla mercificazione e dalla oblazione al potere – restituisca al malato e al medico la loro integrità che li faccia essere finalmente della stessa parte: quella dell’uomo contro il potere, quella del lavoro contro il capitale.»

Questa indicazione è tuttora fondamentale per capire come dobbiamo pensare, e quanto dobbiamo lottare per lo sviluppo della salute collettiva, sociale. Nel prossimo paragrafo parleremo delle responsabilità di sistema e di quelle della politica ufficiale, ma non dobbiamo mai dimenticare che la rivendicazione di un ruolo attivo per la salute pubblica ci riguarda come responsabilità di classe, sia che siamo o che non siamo operatori sanitari.

Troppo spesso si è infatti pensato di avere assolto al compito della critica di classe limitandosi a classificare la medicina come “medicina ufficiale”, denunciando il ruolo delle multinazionali del farmaco, o ribellandoci al ruolo normalizzatore della psichiatria così come la utilizza il capitale. Tutto giusto, intendiamoci, ma insufficiente.

Troppo spesso siamo stati disattenti al fatto che le misure attuate dalle diverse amministrazioni pubbliche, sia centrali che regionali, hanno messo in difficoltà migliaia di operatori sanitari che talvolta si sono saputi organizzare e hanno posto in discussione il potere politico che li stava umiliando e distruggendo nella loro dignità di soggetti sociali e politici, chiudendo ad esempio i piccoli ospedali ed eliminando i loro posti di lavoro. Ma queste resistenze sono state lasciate sole, come se le questioni da loro poste fossero questioni “corporative” e secondarie, e non riguardassero invece l’insieme dei lavoratori. La politica sanitaria degli ultimi decenni è stata una politica organica volta ad affermare anche in questo campo l’assoluto primato del profitto e ad espellere la prevenzione, quella vera!, dalla realtà del sistema sanitario, e perfino dalla discussione pubblica.

 

Come mai non sono state attuate misure di prevenzione di questa pandemia

Se si tiene presente ciò, non sorprende che le strutture sanitarie italiane (e la quasi totalità di quelle europee, per non parlare poi degli Stati Uniti) sono arrivate allo scoppio dell’epidemia totalmente impreparate. Eppure il fenomeno non solo era prevedibile, era anche largamente previsto; addirittura esiste da più di un decennio un Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che è stato pubblicato sul sito salute.gov.it nel 2007, sito del Ministero della Salute (2), che lo presenta in questo modo:

«Dalla fine del 2003, da quando cioè i focolai di influenza aviaria da virus A/H5N1 sono divenuti endemici nei volatili nell’area estremo orientale e il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini, è diventato più concreto e persistente il rischio di una pandemia influenzale.

Per questo motivo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha raccomandato a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano pandemico e di aggiornarlo costantemente seguendo linee guida concordate.

Il Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale, stilato secondo le indicazioni dell’OMS del 2005, aggiorna e sostituisce il precedente Piano italiano multifase per una pandemia influenzale, pubblicato nel 2002. Esso rappresenta il riferimento nazionale in base al quale saranno messi a punto i Piani operativi regionali.»

Il piano si articola in 75 pagine; qui ci limitiamo a dare conto solamente di poche tra le indicazioni che conteneva, al fine di far capire di cosa stiamo parlando.

«L’obiettivo del Piano è rafforzare la preparazione alla pandemia a livello nazionale e locale, in modo da:

Identificare, confermare e descrivere rapidamente casi di influenza causati da nuovi sottotipi virali, in modo da riconoscere tempestivamente l’inizio della pandemia

Minimizzare il rischio di trasmissione e limitare la morbosità e la mortalità dovute alla pandemia

Ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari e sociali ed assicurare il mantenimento dei servizi essenziali

Assicurare una adeguata formazione del personale coinvolto nella risposta alla pandemia

Garantire informazioni aggiornate e tempestive per i decisori, gli operatori sanitari, i media ed il pubblico

Monitorare l’efficienza degli interventi intrapresi. (…)

L’operatività del Piano sarà valutata con esercitazioni nazionali e regionali, cui parteciperanno tutte le istituzioni coinvolte in caso di pandemia. Il presente Piano è suscettibile di periodiche revisioni, al cambiamento della situazione epidemiologica.»

Il piano prevedeva quali erano i lavoratori da tenere in particolare considerazione e a cui garantire una protezione rinforzata, identificando:

«… 6 categorie, elencate in ordine di priorità:

      1. Personale sanitario e di assistenza (…)
      2. Personale addetto ai servizi essenziali alla sicurezza e alla emergenza (…)
      3. Personale addetto ai servizi di pubblica utilità (…)
      4. Persone ad elevato rischio di complicanze severe o fatali a causa dell’influenza (…)
      5. Bambini e adolescenti sani di età compresa tra 2 e 18 anni
      6. Adulti sani».

(…)

Erano previste anche una serie di misure per il trattamento e l’assistenza, tra cui le seguenti:

«In fase interpandemica e di allerta è cruciale mettere a punto le procedure per garantire un razionale accesso alle cure, in modo da ottenere l’uso ottimale delle risorse:

      • Censire la disponibilità ordinaria e straordinaria di strutture di ricovero e cura, strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali, operatori di assistenza primaria, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici di continuità assistenziale e specialistica ambulatoriale
      • Censire le strutture di ricovero e cura dotate di dispositivi per la respirazione assistita
      • Definire i livelli delle strutture dove i pazienti dovrebbero essere idealmente trattati durante una pandemia (primarie, secondarie e terziarie, incluse le unità di emergenza e cure intensive)
      • Determinare il triage ed il flusso dei pazienti fra strutture sanitarie a vari livelli
      • Individuare potenziali luoghi alternativi per le cure mediche (ad es. strutture socio-sanitarie, RSA, scuole, ambulatori, etc.)
      • Definire i criteri per la sospensione di ricoveri programmati e la resa in disponibilità di posti letto aggiuntivi (…)
      • Individuare le misure di supporto non di tipo sanitario, quali l’incremento dei permessi per assistenza ex-L.104/92, i servizi di assistenza domiciliare (conferimento pasti /spesa), il riconoscimento di permessi lavorativi a volontari
      • Mettere a punto piani di emergenza per mantenere i servizi sanitari ed altri servizi essenziali (…)
      • Avvio delle procedure per reperire fondi finalizzati all’acquisizione di farmaci e dispositivi di protezione da utilizzare in caso di pandemia. (…)
      • Costituire, previo censimento dell’esistente, una riserva nazionale di: antivirali, DPI (Dispositivi di protezione individuale), vaccini, antibiotici, kit diagnostici e altri supporti tecnici per un rapido impiego nella prima fase emergenziale, e, contestualmente, definire le modalità di approvvigionamento a livello locale/regionale nelle fasi immediatamente successive »

Di documenti simili a questo abbiamo certificazione per tutti i paesi occidentali oggi più colpiti: maggio 2006 per gli Stati Uniti, aprile 2009 per la Spagna, 2014 per il Regno Unito.

Il compito è stato fatto, come da scolaretti che dovevano obbedire ad un ordine: perché non è stato messo in pratica?

Chiariamo subito, ad onta di equivoci: se fosse stato dato seguito a quanto è stato scritto, parleremmo di operatori sanitari adeguatamente addestrati e dotati delle protezioni necessarie a non infettarsi, con la conseguenza che sarebbero morte migliaia di persone in meno perché le strutture a rischio sarebbero state adeguatamente attrezzate, con importanti benefici per tutti noi. Ci veniamo dopo.

Prima, però, cerchiamo di capire una cosa: è questa la vera prevenzione di cui parlava Maccacaro? La risposta è: No. Qui siamo nel campo della medicina predittiva, cioè della prevenzione secondaria, con indicazioni per la successiva prevenzione terziaria, volta a limitare e riparare i danni. Ribadiamo il concetto: con “medicina predittiva” si intende quella attività della conoscenza medica volta a chiarire che “data la esistenza delle condizioni concrete X, allora si verificherà Y”.

Il documento del Ministero contiene solo deboli accenni alla prevenzione di primo livello, cioè alle indicazioni politiche strategiche volte a rimuovere le cause che possono portare allo sviluppo di una pandemia, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’OMS, induce ad inserire nel documento. Anzi, per essere precisi, ce n’è solo una degna di nota:

«c. Integrare le informazioni epidemiologiche umane e veterinarie – definire ed attuare il flusso informativo per integrare la sorveglianza epidemiologica e virologica sull’uomo con quella in ambito veterinario – identificare gli allevamenti animali (per specie) in cui gli operatori potrebbero essere sottoposti a sorveglianza speciale, e provvedere ad un censimento degli operatori stessi – definire i protocolli di sorveglianza epidemiologica e virologica ad hoc tra gli esposti ad influenza animale ».

Qui sembrerebbe esserci qualcosa che ricorda la prevenzione primaria: cercare di agire, intervenire vicino alle cause. Eppure, se osserviamo bene, non è così. Non si parla – neanche a dirlo! – di risalire alle cause delle epidemie; ma non si parla neppure di cambiare radicalmente le condizioni per cui gli operatori della sanità potrebbero essere sottoposti a rischi. No, le condizioni sembrano date ed immutabili, e gli stessi lavoratori, al massimo, devono essere “sottoposti a sorveglianza speciale” per capire se si ammalano e se possono diventare portatori di contagio. Per complicità o per impotenza, l’OMS non si occupa di indicare i metodi affinché i lavoratori della sanità possano fare il loro lavoro in sicurezza: le condizioni di lavoro sono imposte dal capitale, non sono oggetto di discussione da parte di questo tipo di “scienza”. Il lavoro comporta il rischio di ammalarsi in quelle date condizioni che sono accettate come un dato di natura, e non sono perciò oggetto di analisi e soluzione, perché farlo implicherebbe dei costi cui i padroni non possono sottomettersi a causa della “competizione internazionale”, e via di questo passo. Noi lavoratori possiamo e dobbiamo morire per la loro ricchezza; l’importante è che la nostra morte non sia fonte di contagio per un numero eccessivo di persone. Il lavoratore, in ogni caso, non è un soggetto, e non può diventare partecipe della prevenzione. Tutt’al più può essere sorvegliato.

Questo è il linguaggio dei padroni, della classe dominante (3); e l’OMS parla il linguaggio delle classi dominanti e si rivolge alle classi dominanti (4). Eppure neppure i “tecnici” dell’OMS sono stati ascoltati: perché?

 

Quando la scienza diventa una questione di classe

Dobbiamo rispondere ad una domanda lasciata in sospeso : perché i governi, gli stati, a cominciare dai governi e dallo stato italiano, non hanno fatto una politica di prevenzione per la pandemia che sta infettando il pianeta, e in vista della quale già da anni erano stati approntati – sulla carta – dei piani di intervento?

La risposta non può che essere questa: perché i costi per la prevenzione o per i relativi lavori di cura non producono profitto (plusvalore diretto), o – almeno – non ne producono abbastanza da soddisfare la brama di profitti della classe capitalistica, e rappresentano perciò solo un costo passivo.

Pensiamo alle mascherine contro il Covid-19: quando le mascherine costavano prezzi esorbitanti (dato che il governo Conte aveva consentito ogni tipo di speculazione senza muovere un dito), se tu avessi risparmiato sull’acquisto per proteggere dal virus tua madre, saresti stato considerato un reietto, una persona meschina; ma se “tu” sei il proprietario di una azienda, è logico – secondo la logica spietata del profitto – che al di sopra di una certa cifra tu non possa spendere per proteggere operaie ed operai che lavorano per te.

Pensiamo alla questione della ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto e paragoniamola allo stare in casa con un motorino acceso.

Se un ragazzo abitasse in una casa grande a sufficienza per poterci fare dentro qualche giro in motorino, e lo avesse fatto veramente quando tutti dovevano stare chiusi in casa per il Covid-19; e se a causa di questo suo divertimento, fossero morti i suoi nonni per le esalazioni di monossido di carbonio, sicuramente a quest’ora sarebbe in prigione. Se invece un imprenditore compra una azienda che avvelena, fa ammalare e uccide la popolazione nelle vicinanze a causa dei gas emessi dalla stessa e non fa nulla per cambiare la situazione (sarebbero necessari 1,3 miliardi per abbattere pressoché totalmente l’inquinamento), che fa lo stato? Lo mette in galera o lo costringe a spendere il necessario? No, neppure per idea: sospende l’applicazione delle leggi per permettergli di “dare lavoro” ad alcuni “cittadini”, e morte ad altri (magari i figli dei primi, o loro stessi). È appunto quanto succede con l’acciaieria di Taranto, l’Arcelor Mittal.

Come vediamo, la legge non ci ripara dagli assassini della nostra salute e della nostra vita.

Talvolta lo fa, ma solo quando abbiamo avuto sufficiente forza per imporglielo. Del resto non è lontanissima l’epoca in cui il Re aveva potere di vita e di morte sui suoi sudditi. Oggi, se sei un Re moderno, cioè il padrone di una multinazionale, hai potere di vita e di morte sui tuoi dipendenti o anche sulla popolazione di una intera città.

Il principio di legalità è relativo. Molto relativo.

Facciamo un altro esempio: se tu sei proprietario di un coltello che hai piantato nella pancia di una persona che è morta, se ti prendono, vai in galera.

Se invece sei l’affidatario di un ponte che lasci crollare per provata, prolungata incuria (sempre per ridurre al massimo i tuoi costi, e massimizzare i tuoi profitti) come il ponte Morandi di Genova e provochi la morte di 40 persone, non ci pensano neanche a venirti a prendere. Perché, anche se dovevi provvedere alla manutenzione e non l’hai fatto, è logico (?!), sempre secondo la logica del capitale, che tu-capitalista sia sostanzialmente al di sopra della legge, e non abbia la responsabilità diretta del fatto.

Ritorniamo ora ai concetti che abbiamo richiamato nella prima parte di questo articolo.

Prevenzione primaria: rimuovere le cause che scatenano pericoli, i rischi di infezioni, di infortuni, di malattie. È possibile, ma costa molto, e non rende a chi si arricchisce comprando e usando forza-lavoro.

Prevenzione secondaria: costa decisamente meno, e rende decisamente di più; ma – in alcuni campi – non rende abbastanza (non rende, ad esempio, quanto produrre macchinari per gli ospedali o vaccini), ed è per questa ragione che la produzione di mascherine, guanti, prodotti per sanificare, è stata spostata in Cina, o in altri paesi in cui la forza-lavoro costa molto meno.

Dal punto di vista sociale, è un controsenso portare lontano la produzione di prodotti funzionali alla difesa della salute, ma dal punto di vista del capitale la cosa ha moltissimo senso, perché il costo del lavoro in Cina è, tuttora, molto più basso che in Italia (anche se molto meno di un tempo, grazie alle lotte dei lavoratori cinesi).

Inoltre, addestrare medici, infermieri e popolazione contro il rischio di pandemia era ed è perfettamente possibile, ma comporta costi, senza nessun guadagno immediato.

C’è, quindi, totale antagonismo tra la nostra logica e quella dei padroni. Il punto di vista di chi è costretto a vendere la propria forza lavoro per vivere, gli operai, le operaie, i lavoratori salariati in genere, comporta una visione delle cose, e quindi anche della difesa della salute e della prevenzione delle malattie, che coincide con gli interessi della popolazione non sfruttatrice più in generale.

Dal punto di vista dei padroni, dei capitalisti, del capitale, invece, è impossibile tenere conto dell’interesse di tutta la popolazione.

L’interesse del capitalista è privato, individuale, contrario e opposto all’interesse “di tutti”. Il singolo capitalista, del resto, non è libero di fare questo o quello, è vincolato – dalle leggi ferree della produzione capitalistica – alla ricerca del massimo profitto.

L’interesse della classe operaia, invece, coincide oggettivamente con quello della salute intesa come bene pubblico, di tutte e tutti.

 

La lunga lotta della classe operaia per una medicina a protezione della popolazione

In Italia il servizio sanitario nazionale è stato istituito con la legge 883 del 1978 dopo una lunga fase di durissime lotte sociali che quasi sempre non compaiono quando si va a ricercare in rete le notizie relative alla sua nascita.

La lotta operaia in difesa della salute dei lavoratori e della popolazione non data certamente dagli anni ’70 di questo secolo. Basti un solo esempio estratto da un passato abbastanza remoto per mostrare quanto da lontano venga questa lotta, e come essa abbia, in certa misura, condizionato anche la scienza medica, costringendo una parte, pur minoritaria o estremamente minoritaria di essa, a porsi a fianco delle lotte operaie.

Parliamo del traforo del San Gottardo, realizzato tra il 1872 ed il 1882.

Come lavoravano gli operai dell’epoca?

«…gli operai erano per il 94% piemontesi, lombardi, veneti, toscani più per un altro 3% trentini, che allora erano sudditi austriaci. Solo due su cento erano svizzeri. E c’è da capirlo. Il lavoro era infatti bestiale.

I nostri operai sul versante di Göschenen nel cantone di Uri, come sarà spiegato giorni dopo al Congresso del Canton Giura dell’Associazione internazionale dei lavoratori, «chiedevano che le 24 ore giornaliere fossero ripartite non più fra tre, ma quattro squadre, ognuna delle quali avrebbe quindi lavorato 6 ore: 8 ore consecutive nel baratro buio e soffocante del tunnel, in mezzo a un fumo che tappava gli occhi, era un compito al di là delle forze umane». (…)

Quel 27 luglio, dopo l’ennesimo incidente, i poveretti scesero in sciopero. La reazione, racconta Remo Griglié (già direttore de «La Gazzetta») in un saggio rimasto purtroppo inedito, fu durissima: l’ingegner Ernst Der Stockalper, ricevuta una delegazione dei minatori,

«ascoltò le confuse e balbettanti lamentele sul clima, sull’aria irrespirabile, sui ritmi forzati di lavoro, sulle paghe inadeguate. “Avete ragione. Qui la vita è dura e probabilmente ingiusta. Chi non se la sente di continuare, non ha che da andarsene. Passi dalla cassa e sarà liquidato. Chi, invece, desidera continuare a lavorare con noi, torni subito al suo posto. Subito”. Girò i tacchi e uscì».

Umiliati dalla risposta, i minatori decisero di picchettare l’ingresso alla galleria. «Italiani! Se volete esser rispettati, rispettate pure la volontà d’altrui. Lasciate liberamente passare ognuno per la sua strada, al suo lavoro, altrimenti vi trovate in grave urto colle leggi della libertà!», ordinò il sindaco. E siccome Louis Favre, l’imprenditore che aveva vinto l’appalto impegnandosi a consegnare il tunnel entro la tal data per non pagare penali stratosferiche, trovava resistenze a far intervenire l’esercito o la polizia, Ernst Der Stockalper mandò alla direzione della società un telegramma: «I minatori sono in sciopero e bloccano i lavoratori. Inviate 50 uomini armati e 30 mila franchi».

Poche ore e i miliziani assoldati dalla società, armati di fucili e pistole, erano sul posto. Respinti a sassate al primo assalto con le baionette, spararono. Lasciando sul terreno quattro morti — Costantino Doselli, Giovanni Merlo, Salvatore Villa e Giovanni Gotta — e decine di feriti. La «rivolta dei “regnicoli”», come chiamavano sprezzantemente gli italiani sudditi dei Savoia, finì lì. Molti italiani tornarono sconfitti e licenziati a casa, molti restarono, rassegnati al ricatto e alla violenza. «L’italiano è molto spavaldo quando tiene lui il pugnale in mano», ironizzò il giornale «Basler Nachrichten», «ma diventa molto incerto non appena si trova di fronte la forza». L’ordine era ristabilito.[5]

Di fronte ai picchetti operai di oggi, risuonano le stesse parole del sindaco svizzero dell’epoca:

“Se volete esser rispettati, rispettate pure la volontà d’altrui. Lasciate liberamente passare ognuno per la sua strada, al suo lavoro, altrimenti vi trovate in grave urto colle leggi della libertà!”

Che poi, è sempre e solo la libertà del padrone di imporre le sue condizioni.

Tuttavia la resistenza operaia lascia sempre una traccia di sé. Vediamo:

«Nel 1880, durante i lavori, si scatenò tra gli operai una epidemia di anchilostomiasi. Questa forma di anemia divise il mondo medico, anche con un aspro dibattito sulla sua diagnosi e cura. Fu un docente dell’Università di Torino, Edoardo Perroncito (1847 – 1936, che dal 1879 assunse la cattedra di Parassitologia, la prima istituita in Italia, evento, che sancì la nascita della parassitologia come scienza a sé), a scoprire l’origine della malattia (il verme Ancylostonia duodenalis che si sviluppava negli ambienti umidi e si annidava mortalmente nel duodeno umano) e a collegarla a quella che colpiva i minatori in altre parti del mondo (salvando così la vita a migliaia di malati in Italia ma anche in altre zone minerarie europee, in Francia, Belgio, Germania, Ungheria). Nacque così la nozione di malattia professionale.»[6].

Forse Perroncito non era un compagno; certamente, però, aveva quella caratteristica di un certo tipo di medico che vede insito nel suo lavoro un senso di responsabilità sociale percepito come irrinunciabile.

Tanto è che:

«Qualche anno dopo, nel 1888, partirono gli scavi per un altro traforo ferroviario, quello del Sempione. Perroncito riuscì a convincere le autorità a inviare sul posto, come ufficiale sanitario, un giovane medico di sua fiducia, Giuseppe Volante.

Questi, man mano che prendeva forma la comunità dei minatori, che arrivarono anche a fondare con le loro famiglie una vera e propria cittadina, Balmalonesca, oggi disabitata da tempo ma ancora visitabile, si ingegnò a prevenire in tutti i modi la comparsa dell’Ancylostoma, a partire dalle selezioni degli operai, in cui scartò chiunque sembrasse affetto da parassitosi, fino alla costruzione di impianti sanitari molto moderni con docce e bagni con spogliatoi riscaldati.

Il risultato fu che, durante i lavori di scavo del Sempione, l’infestazione da Ancylostoma ebbe un’incidenza bassissima, e i pochi malati furono tutti prontamente curati. Volante s’impegnò, insieme a un parroco, a un sindacalista e a un direttore didattico provenienti da paesi vicini come Varzo e Iselle, anche ad abituare gli operai (molti dei quali erano migranti provenienti dal Sud Italia) a rispettare le norme igieniche in casa e a mandare i figli a scuola. Passò tanto tempo nelle gallerie ad assistere i lavoratori, e alla fine si ammalò come loro di insufficienza respiratoria per via delle troppe polveri respirate, malattia per cui sarebbe poi morto nel 1936, a 65 anni. »[7].

Dunque è esistita e può esistere una medicina che si sviluppa accanto alla classe operaia in lotta [8]. Ed è un tipo di medicina che la classe al potere combatte ogni giorno con ogni mezzo, come scriveva Maccacaro:

«La formazione del medico appare in larga parte funzionale a questo disegno che pone il sapere medico in una posizione di compromissione con la logica che domina il modo di produzione e l’organizzazione della società. In tale senso l’università funzionerebbe come una “fabbrica di consenzienti” dove vengono fornite informazioni, anzi nozioni, avulse dal contesto della medicina reale che inevitabilmente ha sempre più luogo nel territorio, fuori dall’ospedale. Di conseguenza tali nozioni [ossia la gran massa delle nozioni che ricevono gli studenti di medicina – n. ] risultano inutilizzabili, e servono soprattutto a spegnere il senso critico e ad alienare il futuro medico alla accettazione passiva dei dati “tecnici” forniti dai docenti e del falso mito della neutralità della scienza “pura” spacciata come indiscutibile obiettività. Un insegnamento quindi che produce un medico completamente estraneo alla realtà sociale in cui andrà a operare, ma perfettamente omologato alla logica di una corporazione orientata al profitto e assolutamente funzionale alla classe dominante. (…) Sembra in sostanza che l’insegnamento medico, pre- e post-laurea, sia davvero capace di produrre di tutto: dal propagandista farmaceutico al cardiologo… Ma un medico di base capace di inserirsi utilmente in una comunità urbana o rurale, di averne cura, di intenderne i problemi di malattia e difenderne il diritto alla salute, non c’è corso di laurea o scuola di specialità che lo produca. Non sarebbe un medico, ma qualcosa di più; e questo qualcosa di più, non glielo si può concedere di essere. »

Sono passati più di 40 anni, e la descrizione di Maccacaro regge perfettamente davanti alla realtà della medicina di stato di oggi. Quella che si è fatta trovare totalmente sguarnita, come le autorità statali e regionali, davanti all’avvento di una epidemia non solo prevedibile, ma addirittura – nelle sue linee generali – attesa. E se i medici hanno lasciato sul campo finora più di cento morti, lo devono anche al loro consenso, al loro asservimento ad una politica sanitaria anti-operaia, anti-popolare. Sicché è decisamente apprezzabile che uno tra loro, Mirko Tassinari, segretario dei medici di base della provincia di Bergamo, abbia saputo formulare verso le autorità regionali e nazionali l’accusa di “strage di stato” – un’accusa che i mass media di regime hanno accuratamente silenziato. Ma, diciamolo senza giri di parole, la possibilità che si determini una critica radicale, che vada alla radice dei problemi, alla sanità di classe, alla medicina di classe corresponsabili dell’attuale disastro, la sola possibilità che si arrivi preparati alla successiva ondata di questa epidemia o all’arrivo di altre epidemie del genere, è legata esclusivamente alla ripresa d’iniziativa e di lotta della classe lavoratrice su tutti i terreni e anche su questo. Basta di delegare la salute e la vita a “specialisti” al corrente di tutto salvo l’essenziale: come prevenire le malattie sui luoghi di lavoro e nella società. Basta con la soggezione nei loro confronti. Come lavoratrici e lavoratori della sanità e di tutti i settori di attività dobbiamo affermare con forza la necessità di cambiare radicalmente strada, e riappropriarci dell’autentico sapere scientifico. Solo con questa determinazione, di cui abbiamo già dato qualche prova sia con gli scioperi spontanei che con gli scioperi e la auto-messa in quarantena nella logistica, potremo incidere anche sulla parte più sensibile del campo medico e avvicinarla alle necessità della classe cui apparteniamo. Il che significa, in fin dei conti, alle necessità di preservazione della vita.

Per realizzare questo, per noi non ci sono spese eccessive o quantità di lavoro che debbano essere risparmiate, è questa una nostra fondamentale priorità.

Perché:

«Ci sono (…) moltissimi modi di essere malati ma uno solo di essere sani: realizzare la pienezza del proprio benessere psicofisico e sociale.»[9].

In conclusione, una conclusione che va ben oltre l’immediato, ben oltre la scienza medica, ben oltre le politiche sanitarie, e implica la rivoluzione sociale:

“La scienza (…) è null’altro che un modo di essere del potere o meglio è comprensibile e leggibile solo nell’ottica della dialettica dei poteri. La borghesia ha fondato a un certo punto della sua nascita, una nuova scienza per abbattere il potere feudale e la scienza è stata allora liberatrice nella misura in cui ha posto, nei confronti di un potere egemone (in quel momento storico era il potere feudale), la domanda di potere di un’altra componente sociale che veniva nascendo e che era la borghesia. La borghesia, naturalmente, ha poi utilizzato e continua più che mai a utilizzare la scienza come strumento della sua conservazione; così fa ogni potere che tende a conservare se stesso. Ora, se questa è l’operazione che ha fatto la borghesia, questa è l’operazione che dovrà fare il proletariato, e cioè a sua volta il proletariato dovrà fondare una nuova scienza per abbattere il potere borghese”. [10].

 

I nostri compiti immediati

Dove troveremo le risorse per realizzare il nostro programma immediato di lotta?

Ragioniamo:

«In meno di 20 anni in Italia la quota di ricchezza nazionale detenuta dal 90% meno benestante della popolazione si è ridotta dal 60 al 45% del totale. Mentre il 10% più ricco ha accresciuto la sua parte fino al 55%. In questo grande ‘travaso’ di patrimonio il top della classe agiata, l’1% degli italiani, ha visto salire la sua quota parte di circa cinque punti percentuali superando il 20% del tesoro privato complessivo. I dati si riferiscono agli anni dal 1995 al 2013 e confermano come il nostro Paese abbia conosciuto, come gran parte del mondo sviluppato, un’impennata delle diseguaglianze sociali. »[11].

Il SI-Cobas sta promuovendo il “Fronte Unico di Classe” [12], una modalità attraverso la quale la stragrande maggioranza della popolazione, i 54 milioni di meno benestanti, possa obbligare i 6 milioni di super-ricchi a restituire parte di ciò che è stato accumulato grazie al lavoro della maggioranza sfruttata.

Per farlo, è necessario costruire il punto di riferimento attorno a cui riorganizzare le forze di classe e i movimenti sociali, e attraverso il quale si vada ad imporre a quel 10 % della popolazione la restituzione del 10 % della ricchezza espropriata in questi anni alla classe lavoratrice; lo si può fare in modo semplice già attraverso un atto di questo stato che imponga una tassazione straordinaria sui grandi patrimoni, la famosa patrimoniale di cui si sente parlare (male…).

Tanto per cominciare e non perire, per resistere alle devastanti conseguenze di questa doppia crisi.

Verrà il momento in cui sapremo trasformare quella proprietà privata in mano ad una minoranza, in un bene sociale collettivo, espropriando integralmente gli espropriatori, e riappropriandoci di una prospettiva di vita che valga la pena di essere vissuta.

***

Questo scritto è in memoria di Costantino Doselli, anni 20, Giovanni Merlo, anni 26, Salvatore Villa e Giovanni Gotta, anni 25, quattro operai “regnicoli”, assassinati in Svizzera il 27 luglio 1875 dalla milizia di Göschenen per conto della società ginevrina di proprietà di Louis Favre, vincitrice dell’appalto per la costruzione della galleria ferroviaria del San Gottardo – assassinati per avere protestato contro le orribili condizioni di lavoro. Mai dimenticare chi ci ha aperto la strada!

P. S. – Preveniamo la critica di qualche saccente “ultra-internazionalista” (nella sua immagine di sé stesso), dicendo che sappiamo molto bene che la rimozione delle cause generatrici di questi sciami di virus che attraversano il mondo pretende una lotta internazionalista contro il capitale globale. Lo abbiamo così bene a mente che stiamo lavorando a rafforzare concretamente i legami internazionali tra i lavoratori.


Note
(1) Cfr. Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, 1979, pp. 319-326. In alcuni casi le sottolineature sono nostre.
(2) Il primo è stato pubblicato il 10 febbraio del 2006, ma quello cui facciamo riferimento è del 13 dicembre 2007, che potete trovare in forma integrale all’indirizzo http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_501_allegato.pdf
(3) Figurarsi se un documento del genere poteva fare cenni sulla necessità di vietare la ricerca e lo sviluppo di armi batteriologiche.
(4) Forse è per la sensazione di impotenza determinata dal rendersi conto di essere stati messi da parte anche da parte dell’establishment che Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, spiegava l’11 marzo 2019 in un’intervista a Repubblica: «Il pericolo di una nuova pandemia influenzale è sempre presente. La possibilità che un nuovo ceppo si trasmetta dagli animali all’uomo e causi una pandemia è più che mai reale. La domanda corretta quindi non è se avremo mai un’altra pandemia, ma quando». Tentava la carta dell’opinione pubblica (per scrupolo di coscienza? per senso di impotenza?), ma i mass media si sono ben guardati dal fare una campagna martellante in proposito, e l’opinione pubblica non se ne è neppure accorta.
(5) Cfr.: https://www.corriere.it/cultura/16_giugno_04/traforo-gottardo-tunnel-inaugurazione-galleria-1a4f969e-2a68-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml?refresh_ce-cp
(6) Cfr.: http://www.meteoweb.eu/2015/05/accadde-oggi-la-medicina-del-lavoro-nata-sotto-il-san-gottardo/448595/
(7) Cfr.: https://www.vanillamagazine.it/la-lotta-all-ancylostoma-il-parassita-killer-degli-operai-nei-trafori-alpini-italiani/
(8) Che, per esempio, sia in grado di mostrare «L’interesse per la tutela della donna al lavoro inizia agli albori della Medicina del Lavoro e si protrae per tutto il secolo, fornendo una visione eccellente del ruolo che la donna ha occupato nella società produttiva. Il titolo di una lettura ad un recente Congresso (di antinfortunistica)“La fabbrica al femminile…” credo che sia sufficientemente eloquente; infatti senza fare della donna sul lavoro una eroina, gli autori prendono in giusta considerazione le osservazioni espresse con rigore e autorevolezza da parte di medici del lavoro, sociologi, psicologi, economisti etc. che evidenziano come problematiche storiche quali l’assenteismo femminile,il surmenage derivante dal doppio lavoro e dalle eventuali gestazioni, il lavoro retribuito e non etc. (…)». Cfr.: http://www.educatt.it/libri/ebooks/C-00000231.pdf
(9) Stralci dell’articolo di Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, 1979.
(10) Cfr.: Giulio A. Maccacaro, in “L’uso di classe della medicina”, Modena, 25 febbraio 1972.
(11) Cfr.: https://www.avvenire.it/opinioni/Pagine/disuguaglianza-in-italia-il-sorpasso-dei-superricchi
(12) Cfr.: http://sicobas.org/2020/04/27/italia-per-un-patto-dazione-mozione-di-sintesi-delle-due-assemblee-nazionali/
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