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iltascabile

Lo spettro del conflitto termonucleare globale durante la Guerra fredda

di Roberto Paura*

Una rassegna storica e tecnica delle previsioni, le strategie e le minacce degli anni in cui l’impensabile è stato pensato

B279865C 6C4D 4367 969E BD17338EF6B8Nel luglio 1985, in risposta a un colpo di stato promosso dai sovietici a Belgrado, le forze americane invadono la Jugoslavia. In Unione Sovietica il Politburo – che vede la sua sfera d’influenza scricchiolare dopo che la Corea del Nord e il Vietnam hanno intrapreso processi di liberalizzazione e i paesi del Patto di Varsavia sono squassati da movimenti di protesta – decide di rispondere mobilitando l’Armata Rossa e invadendo l’Europa attraverso la Germania ovest, la Norvegia e la Turchia. Ben presto, tuttavia, la forza d’invasione convenzionale si scontra con una dura opposizione e i sovietici non riescono a spingersi oltre l’occupazione dei Paesi Bassi. Frustrata dallo stallo, Mosca lancia un attacco nucleare su Birmingham, a cui gli americani rispondono distruggendo Minsk. Poco dopo, un colpo di stato da parte dei nazionalisti ucraini rovescia il governo sovietico e mette fine alla guerra.

Nel 1988 invece, per prevenire il dispiegamento di una rete intelligenti di satelliti anti-missili balistici in orbita da parte degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica fa esplodere sei bombe atomiche sopra i cieli americani, mettendone a tappeto le apparecchiature elettroniche. Prima che il suo aereo precipiti, il presidente statunitense riesce a dare l’ordine di una rappresaglia massiccia che distrugge le principali città sovietiche, inclusa Mosca. L’URSS reagisce con un altro lancio di missili balistici che spazza via le principali città della costa est, tra cui Washington e New York. Al termine di questo devastante scambio, durato appena 36 minuti, le vittime si contano in decine di milioni, mentre i paesi europei decidono di dichiarare la neutralità sulla base di un accordo segreto precedentemente siglato da Francia, Regno Unito e Germania ovest: la loro scelta mette fine all’escalation nucleare.

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laboratorio

La cecchina dell'Armata Rossa

Autobiografia di una soldatessa

di Domenico Moro

Pavlichenko in a trenchLa cecchina dell’Armata Rossa (Odoya, 2021, euro 22) è un libro interessante e da leggere, non solo perché ci descrive alcuni episodi della Seconda guerra mondiale poco conosciuti in Italia, come le vicende dell’assedio di Odessa e Sebastopoli. Il libro ci restituisce anche uno spaccato della vita sociale, non solo militare, dell’Urss degli anni ’40 del XX secolo, immediatamente prima dello scoppio della guerra e durante i primi due anni di combattimento.

Il libro si ricollega a un sotto-settore del genere dei libri di guerra, quello delle autobiografie dei cecchini, cioè dei tiratori scelti o sniper, parola inglese che negli ultimi anni è sempre più utilizzata per definire questa specialità militare. Il cecchino si presta ad essere il protagonista di libri o film d’azione perché, nell’epoca del dominio delle macchine e degli eserciti di massa, rappresenta il combattente individuale che, utilizzando un fucile di precisione e combattendo spesso in modo solitario, infligge perdite pesanti al nemico. Non a caso, negli anni recenti sono usciti diversi film sui questi soldati, spesso ispirati a autobiografie di cecchini del passato e del presente. Tra questi ci sono American sniper (2014) di Clint Eastwood, sul cecchino statunitense Chris Kile, operativo durante la seconda invasione dell’Iraq, e il Nemico alle porte (2001) di Jean Jacques Annaud, sul cecchino sovietico Vasilij Zajcev, che combatté a Stalingrado.

Anche sulla protagonista di La cecchina dell’Armata Rossa, Ljudmila Pavličenko, è stato girato un film, Resistance. La battaglia di Sebastopoli (2015). Si tratta di una produzione russo-ucraina, fatto notevole, a fronte del solco che, a partire dal 2014, si è scavato tra le due nazioni sorelle e che ha condotto alla guerra attualmente in corso.

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gasparenevola

Tradizione e rivoluzione, dall’oscurità della storia

Una lettura sotto l’ombrellone

di Gaspare Nevola

corpus 9 927x6401. Una comunità che arriva dall’oscurità della storia

Kalasha (o Kalash) è una comunità che arriva dall’oscurità della storia umana. Da secoli vive sulle pendici dell’Hindikush, ai confini tra Pakistan e Afghanistan. Vive nelle valli che le sue genti, secondo immemore tradizione, chiamano “Il Tetto del Mondo”. Sotto il profilo politico-amministrativo, la comunità fa parte del multietnico Pakistan a dominanza musulmana, di cui costituisce la comunità più piccola (circa 5 mila persone) e una minoranza religiosa che continua a seguire un culto “pagano”, politeista. I suoi abitanti sono geneticamente ritenuti euro-asiatici, e forse con geni europei; hanno in prevalenza una carnagione rosea, capelli biondi e occhi chiari, non di rado azzurri; si ritengono discendenti dei soldati di Alessandro Magno, che ebbe a governare quelle terre con le sue milizie. Nel corso del tempo la comunità ha abbandonato i territori più bassi, sempre più islamizzati, e si è ritirata in tre remote valli di alta montagna, nel distretto di Chitral. Questo, tuttavia, non le ha permesso di restare al riparo dagli aspri conflitti armati che hanno via via pervaso l’Afghanistan e lo stesso Pakistan, dato che l’area – proprio perché impervia – è diventata luogo di guerriglia e di manovre militari di portata strategica in un confine caldo della conflittualità internazionale

Con ogni probabilità, gli attuali Kalasha rappresentano l’ultima discendenza di una popolazione antichissima ora in via di estinzione. La loro è un’economia di sussistenza, basata sulla coltivazione del grano e della vite e sull’allevamento di ovini e bovini.

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machina

All’attacco, e poi si vedrà

di Gigi Roggero

0e99dc 5f796e4ebaf64925b731f60601f4c3f7mv2Con il secondo volume su Lenin, con il sottotitolo Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Guido Carpi completa una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. In questo articolo Gigi Roggero dialoga con un’opera pensata come unitaria. E unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.

* * * *

È fin troppo scontato, di fronte al sequel di un film, o al protrarsi delle stagioni di una serie televisiva, sostenere che il primo episodio fosse decisamente migliore. Ciò non vale necessariamente per i libri, o almeno non vale per questo libro, il Lenin di Guido Carpi (Stilo editrice, 2020-21), di certo una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. Non ripetiamo quanto già abbiamo scritto nella recensione del primo volume [1]: la continuazione conferma i meriti e le caratteristiche della lettura leniniana offerta da Carpi. Del resto, i due volumi sono pensati come un’opera unitaria. Si potrebbe dire che unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.

 

Al diavolo le cambiali della borghesia!

Come già per il primo volume – La formazione di un rivoluzionario (1870-1904) –, anche per il secondo il sottotitolo delimita i confini temporali e tematici dell’analisi: Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917).

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resistenze1 

La CIA e l'anticomunismo della Scuola di Francoforte

Gabriel Rockhill*

310px AdornoHorkheimerHabermasbyJeremyJShapiro2I fondamenti dell'impianto teorico globale

La teoria critica della Scuola di Francoforte è stata, insieme alla teoria francese, uno dei prodotti più caldi dell'industria teorica globale. Insieme, esse fungono da fonte comune per molte delle forme di critica teorica di tendenza che attualmente dominano il mercato accademico del mondo capitalista, dalla teoria postcoloniale e decoloniale alla teoria queer, all'afro-pessimismo e oltre. L'orientamento politico della Scuola di Francoforte ha quindi avuto un effetto fondante sull'intellighenzia occidentale globalizzata.

I luminari della prima generazione dell'Istituto per la Ricerca Sociale - in particolare Theodor Adorno e Max Horkheimer, che saranno al centro di questo saggio - sono figure di spicco di quello che viene definito marxismo occidentale o culturale. Per coloro che hanno familiarità con il riorientamento di Jürgen Habermas dal materialismo storico nella seconda e poi nella terza generazione della Scuola di Francoforte, questo primo lavoro rappresenta spesso una vera e propria età dell'oro della teoria critica, quando essa era ancora - anche se forse passiva o pessimista - dedicata in qualche modo alla politica radicale. Se c'è un fondo di verità in questo assunto, è solo nella misura in cui la prima Scuola di Francoforte viene paragonata alle generazioni successive che hanno rifatto della teoria critica un'ideologia radicalmente liberale, o anche solo palesemente liberale. [1] Tuttavia, questo punto di paragone pone l'asticella troppo in basso, come accade ogni volta che si riduce la politica alla politica accademica. Dopo tutto, la prima generazione della Scuola di Francoforte ha vissuto alcuni degli scontri più catastrofici della lotta di classe globale del XX secolo, quando si combatteva una vera e propria guerra mondiale intellettuale sul significato e sul senso del comunismo.

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jacobin

Olocausto e memorie anticoloniali

di Enzo Traverso

Comprendere un genocidio significa anche desacralizzarlo e confrontarlo con altre forme di violenza di massa. Per contestualizzare il nazismo bisogna coglierne l'eredità materiale e culturale col colonialismo

germania jacobin italia 1320x481Una nuova «disputa tra storici» (Historikerstreit) sull’Olocausto sta scuotendo la Germania. La prima si era svolta oltre trentacinque anni fa, durante la Guerra fredda, quando il paese era ancora diviso e molti avevano un’esperienza diretta del nazismo e della Seconda guerra mondiale. Contro lo storico neoconservatore Ernst Nolte, che deplorava il fatto che la Germania rimanesse prigioniera di «un passato che non passa», Jürgen Habermas voleva fare la memoria dell’Olocausto un pilastro della coscienza storica tedesca.

L’interpretazione apologetica di Auschwitz come semplice «copia» del Gulag – secondo Nolte i crimini bolscevichi erano il «prius logico e fattuale» del totalitarismo moderno e quelli nazisti la reazione di un paese minacciato – aveva indubbiamente un significato politico durante la Guerra fredda. Nel ventunesimo secolo, però, è diventata largamente superflua anche per i neoconservatori. La Germania appartiene all’Occidente non più come avamposto geopolitico di un mondo bipolare, ma come uno dei suoi attori chiave, soprattutto come motore dell’Unione europea.

Nato dopo un lungo, complesso e tormentato processo di «elaborazione del passato», il Memoriale dell’Olocausto che sorge oggi nel cuore di Berlino offre una prova tangibile di come il nazismo sia diventato parte integrante dell’autorappresentazione storica tedesca. Tuttavia, serve anche ad altri scopi. A conclusione di un lungo processo di «superamento del passato» (Vergangenheitsbewältigung), la Germania è finalmente attrezzata per assumere la guida dell’Ue: al di là della sua egemonia economica, ha le carte in regola anche dal punto di vista dei diritti umani.

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jacobin

Il Medio Evo secondo i marxisti

di Paolo Tedesco

Le società classiste non cominciarono con il capitalismo: anche il mondo antico e quello medievale avevano sistemi di sfruttamento. Il cui funzionamento ‒ e anche la loro scomparsa ‒ potrebbe rivelare qualcosa sul futuro che ci attende

medioevo jacobin italia 1320x481In qualità di storici, Karl Marx e i suoi seguaci si occuparono in primo luogo dell’ascesa del capitalismo, della sua diffusione nel mondo e dei modi in cui lo si sarebbe potuto volgere a conclusione. Allo stesso tempo, però, essi tentarono di spiegare lo sviluppo delle società precapitalistiche alla luce del materialismo storico e dei suoi concetti principali; così facendo, cercarono di individuare le condizioni che permisero la formazione delle società di classe, prima che le contraddizioni interne ne causassero il collasso.

Le loro originali reinterpretazioni della teoria marxista hanno permesso di leggere queste affascinanti epoche storiche nei termini loro propri, anziché presentarle come semplice anticamera all’ascesa del capitalismo. Quest’ultimo approccio aveva infatti l’effetto, paradossale per i marxisti, di far apparire il capitalismo una fase naturale dello sviluppo sociale.

In quest’articolo discuterò la tradizionale visione marxista del mondo precapitalistico e i suoi problemi. Darò poi un breve resoconto delle proposte alternative elaborate da tre dei maggiori storici marxisti contemporanei: Chris Wickham, John Haldon e Jairus Banaji.

 

Marx e il Medioevo

L’interesse principale di Marx per le società del passato scaturiva dalla sua esigenza di identificare un meccanismo generale per tutti i processi di trasformazione sociale che aiutasse a spiegare tanto l’avvento del capitalismo quanto la sua prevedibile crisi. Marx presentava la storia come una progressione di fasi, dall’antichità al feudalesimo al capitalismo e infine al socialismo.

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“Holodomor”: il PD e l’invenzione del “crimine contro l’umanità” bolscevico in Ucraina

di Fabrizio Poggi

holodomor crimine invenzione 720x300Nel 1983 Ronald Reagan, in piene “guerre stellari”, lanciava la campagna sul “50° anniversario della carestia-genocidio in Ucraina”, chiamata dai nazionalisti di Kiev “holodomor”.

A settembre del 2018, la Commissione esteri del Senato USA approvava una risoluzione che riconosceva la carestia del 1932-1933 in Ucraina come un genocidio del popolo ucraino.

Nel maggio del 2022, per non esser da meno dei maestri yankee, quella consorteria amministrativo-affaristica denominata PD – simbiosi tra la più oscurantista e reazionaria DC scelbiano-tambroniana e i più retrivi settori euro-atlantisti del tardo PCI – per affiancare all’invio di armi alla junta golpista di Kiev anche un‘arma ideologica, intende far approvare anche dal Parlamento italiano una mozione per chiedere al governo di «riconoscere l’holodomor come crimine contro l’umanità».

Questo perché, dicono i presunti demo-studiosi “di storia russa”, «quando il capo del Cremlino parla di de-nazificazione dell’Ucraina in realtà vuole dire che va cancellata l’identità nazionale ucraina».

Il che, con una costruzione sintattica suicida sul piano logico, dovrebbe significare che “l’identità nazionale ucraina” sia davvero integralmente nazista. E probabilmente l’intento dei promotori della mozione, è sdoganare il nazismo come parte costitutiva dell’identità europea “democratica”.

Su questo giornale, si è accennato in varie occasioni alla questione del “holodomor” (“golodomor” in russo) e alla diffusione del relativo mito, a partire dalla propaganda goebbelsiana sui “milioni di ucraini deliberatamente sterminati dal governo sovietico“.

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marxismoggi

L'Holodomor, la propaganda liberale e le rimozioni storiche dell'Occidente

di Domenico Losurdo [1]

screenshot.13 11. L’olocausto ucraino quale bilanciamento dell’olocausto ebraico

Le due personalità criminali [Hitler e Stalin ndr], reciprocamente legate da affinità elettive, producono due universi concentrazionari tra loro assai simili: così procede la costruzione della mitologia politica ai giorni nostri imperversante. Per la verità, pur inaugurando questa linea di pensiero, Arendt fa un discorso più problematico. Per un verso accenna, sia pure in modo assai sommario, ai «metodi totalitari» preannunciati dai campi di concentramento in cui l’Inghilterra liberale rinchiude i boeri ovvero agli elementi «totalitari» presenti nei campi di concentramento che la Francia della Terza Repubblica istituisce «dopo la guerra civile spagnola». Per un altro verso, nell’istituire il confronto tra Urss staliniana e Germania hitleriana, Arendt fa valere alcune importanti distinzioni: solo a proposito del secondo paese parla di «campi di sterminio».

C’è di più: «nell’Urss i sorveglianti non erano, come le SS, una speciale élite addestrata a commettere delitti». Com’è confermato dall’analisi di una testimone passata attraverso la tragica esperienza di entrambi gli universi concentrazionari: «I russi […] non manifestarono mai il sadismo dei nazisti […] Le nostre guardie russe erano persone per bene, e non dei sadici, ma osservavano scrupolosamente le regole dell’inumano sistema»[2]. Ai giorni nostri, invece, dileguati il sia pur sommario riferimento all’Occidente liberale e l’accenno alle diverse configurazioni dell’universo concentrazionario, tutto il discorso ruota attorno all’assimilazione di Gulag e Konzentrationslager.

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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Prima parte: dagli inizi alla NEP

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fIn questa monografia affronteremo per sommi capi altri cambiamenti epocali, che meriterebbero ben altro spazio e approfondimento, riguardanti quella che divenne l’organizzazione non partitica di massa per eccellenza: il sindacato, o profsojùz. Il motivo è presto detto: come anche nel caso dell’emulazione socialista, o di altri argomenti precedentemente trattati, si tratta di concezioni e dati praticamente ignoti, ignorati o comunque non facenti più parte, da decenni, della coscienza collettiva attualmente operante nel nostro emisfero, persino di quella attraversata da una sempre più forte “nostalgia del futuro”. Senza tanti forse, molti di quei pochi “noi” rimasti, sono sin troppo ottimisti nel tracciare traiettorie verso il socialismo, perché normalmente non prendono minimamente in considerazione questi aspetti.

Eppure, nell’improvvisarsi “commissari tecnici” delle rivoluzioni, nell’abbozzare “ricette per le osterie dell’avvenire”, occorrerebbe entrare un attimo nel concreto e, nello specifico, nei meccanismi di quello che è storicamente stato: scopriremmo tanta “concretezza” che ci aiuterebbe, se non altro, per evitare di sbattere la testa due volte contro lo stesso muro. Inoltre, non tenere conto di questa dimensione storica della rivoluzione, equivarrebbe a ridurre tutto il lavoro che stiamo conducendo sulla pianificazione a una costruzione ideale, ipotetica: l’esatto opposto di ciò che fu l’esperimento sovietico, questo tentativo di assalto al cielo condotto da centinaia di milioni di donne e uomini lungo quei decenni. Per questo, bando alle ciance e iniziamo questo viaggio nel pianeta rosso e nei suoi sindacati, affrontando in questa prima parte il periodo dai primordi alla NEP.

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antiper

I “fatti di Aigues-Mortes” tra nazionalismo e socialismo

di Marco Riformetti

pogrom italianiIl presente contributo prende spunto da un’opera che lo studioso Enzo Barnabà ha dedicato ai cosiddetti “fatti di Aigues-Mortes” del 1893 (Barnaba [1994], Barnaba [2009]) che consistettero nel linciaggio di una decina di operai italiani emigrati in Francia. Si tratta di fatti abbastanza noti che al tempo ebbero vasta eco (almeno in Italia) ed il cui studio è certamente utile anche per sviluppare una riflessione sull’attualità e sulle conseguenze del nazionalismo.

 

Il contesto e i fatti in breve

Francia, fine ‘800. L’emigrazione italiana costituisce il 24% dell’intera emigrazione in Francia e circa lo 0,7% dell’intera popolazione presente sul suolo francese [1]. Gli italiani, come accade normalmente a tutte le comunità immigrate, sono concentrati in alcune aree del paese come il Midi – il Mezzogiorno – e il confine orientale.

L’emigrazione italiana in Francia è per la gran parte stagionale ed è alimentata da contadini che sono stati espulsi dalla ristrutturazione delle campagne del Nord Italia, ma non sono stati integrati nello sviluppo industriale. Sono giovani disposti per necessità a spostarsi da un luogo ad un altro e da un mestiere ad un altro, accettando spesso salari più bassi [2], vivendo in baracche e spezzandosi la schiena con giornate lavorative massacranti senza opporre che una scarsa resistenza alle richieste padronali; per questa ragione vengono spesso accusati di essere un fattore di indebolimento del movimento operaio autoctono.

In questo contesto lo sviluppo della solidarietà tra lavoratori francesi e lavoratori italiani è molto difficile ed ha buon gioco la propaganda nazionalista nel cercare di spingere i lavoratori francesi contro i lavoratori italiani e più in generale la Francia contro l’Italia, rea di aver sottoscritto un patto con Germania e Austria dalla chiara matrice anti-francese, la cosiddetta Triplice Alleanza.

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overleft

Quattro righe e due versi per l’operaismo, una memoria di poca Storia

di Paolo Rabissi

Tra memoria e Storia il resoconto di un 'quadro intermedio' della nascita di Potere operaio, 1969-1970

schermata 2021 11 19 alle 18.11.41…se poi mi chiedi che sorte ha avuto la mia scrittura in versi nel periodo della nostra partecipazione a ‘La classe’ e alla nascita di ‘Potere Operaio’, la risposta è molto semplice, quella della talpa ( decisamente contestuale al ‘ben scavato…’, assunto dagli operaisti!). E come altrimenti? Non credere che io l’abbia sotterrata subito. Vero è che Oreste[1], appena sbarcato a Milano e appena conosciuti i miei (tiepidi) tormenti letterari in prosa, mi propose di aggiustare la faccenda con un semplice “… dopo i tuoi Proust Musil Kafka Joyce ecc che romanzi si possono ancora scrivere?” Ma lui veniva dalla rivista “Quindici” dove con Balestrini la decostruzione dei linguaggi compresi quelli poetici, era sin troppo avanzata. Il mio vero tormentone era in realtà quello dei versi. Sicché in una delle occasionali riunioni a casa nostra, più o meno primavera ’69, approfittando di un momento favorevole, ho letto davanti a tutti quelli che c’erano dei versi di cui non ricordo quasi nulla tranne di averci prospettato una sorta di molteplicità dei percorsi che ritenevo avessimo davanti a rivoluzione imminente. L’accoglienza fu tiepida, Sergio[2] col quale avevo un po’ più di confidenza, abbozzò un sorrisino. Toni invece non ebbe alcuna esitazione e mi rispose argomentando intorno alla sua decisa simpatia verso l’Uno e non verso il molteplice. Tanto bastó, dopo quell’exploit la mia scrittura in versi l’ho davvero sotterrata. So quando è riemersa. Quando mi resi conto che il progetto che mi aveva legato direttamente all’operaismo milanese per me era concluso, dopo una stagione non brevissima, alla fine del 1970.

La riassumo qui oggi, a ottantun’anni suonati, per tanti di quei motivi che non ha senso provare ad enumerarli. Scelgo però il più vicino nel tempo. E’ stata la storia di Potere operaio dello storico, ex-militante di Potere operaio, Marco Scavino,[3] consigliatomi da Sergio, a spingermi a scrivere. Delle memorie personali, si sa, occorre avere la giusta diffidenza, il tempo sovrappone e sovrappone. Personalmente godo però di due vantaggi. Anzitutto quanto scrivo è filtrato anche dalla memoria di Adriana, mia compagna dal ’66. Inoltre ho conservato e salvato dalle vicende una delle mie agende del ’69-’70.

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carmilla

Le trame e l’ordito della repubblica

di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

libro confindustria nella repubblicaCome afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e ricostruzione storica, è anche vero che il ruolo politico ed economico giocato dalla prima all’interno della storia italiana del ‘900 è indiscutibilmente assai più rilevante. Soprattutto, a detta dello stesso Giannulli, per la forte influenza costantemente esercitata «sulle scelte politiche di governo e non solo in materia di politica economica e sindacale, ma anche in politica estera e più in generale sull’indirizzo politico complessivo del governo – soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta».

La ricerca di Catania, pur ripercorrendo a grandi linee la storia dell’associazione degli industriali dalle sue origini fino al Fascismo e alla Repubblica, si sofferma, in particolare, proprio sul ruolo svolto dalla stessa nella fase in cui era al massimo del suo potere. Potere di cui si servì innanzitutto per ostacolare in ogni modo l’ascesa economica, politica e sociale della grande massa dei lavoratori.

E per fare ciò, sia come singoli gruppi imprenditoriali sia come associazione, minacciò più volte, oppure rasentò, lo sbocco del colpo di Stato, finanziando o incoraggiando, indirettamente o direttamente, la destra eversiva di stampo dichiaratamente fascista.

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perunsocialismodelXXI

La lunga marcia verso il socialismo

di Carlo Formenti

Una guida per ragionare sullla rivoluzione cinese senza pregiudizi eurocentrici

maoNota introduttiva

A dare la misura dell’incomprensione occidentale nei confronti della realtà cinese è un curioso paradosso: mentre gli intellettuali liberali si arrovellano sui motivi per cui la crescita economica non si sia portata dietro – come speravano e ritenevano inevitabile – la caduta dei comunisti e la transizione a un regime liberal democratico, ragion per cui considerano la Cina come la più grave minaccia alla sopravvivenza del capitalismo, gli intellettuali marxisti (o sedicenti tali) danno per scontato che in Cina non esista più – se mai è esistito – un regime socialista, ritengono che quel Paese rappresenti oggi la seconda potenza capitalistica mondiale e pensano che il dissidio ideologico con l’Occidente mascheri un conflitto interimperialistico. Questa cecità simmetrica replica il doppio abbaglio sulla caduta del regime sovietico: Fukuyama e soci vi scorgevano la conferma della superiorità del capitalismo sull’utopia social comunista, le “nuove sinistre” replicavano che in Russia il socialismo non esisteva più da decenni (per alcuni dalla morte di Lenin per altri da quella di Stalin).

Nel campo del marxismo occidentale le voci fuori dal coro, libere da dogmatismi dottrinari e pregiudizi eurocentrici, sono rare. Penso, per citarne alcune, a economisti come Samir Amin, Giovanni Arrighi e Vladimiro Giacché (1), a filosofi come Domenico Losurdo (2), a storici come Rita di Leo (3) o, a un livello più militante e limitandomi al contesto italiano, a formazioni politiche e associazioni culturali come il Partito Comunista di Marco Rizzo e le riviste Marx21 e Cumpanis. In precedenti lavori ho cercato di dare una serie di indicazioni bibliografiche (4) utili per fare piazza pulita della selva di luoghi comuni che ingombrano la discussione sul tema.

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marx xxi

La Rivoluzione d’Ottobre, oggi

di Salvatore Tinè

Ringraziamo Salvatore Tinè per questo importante scritto sull’ottobre ’17

Schermata del 2021 11 12 15 13 53La Rivoluzione d’Ottobre ha segnato certamente l’inizio di una nuova epoca della storia umana. Neanche più di trent’anni dopo la fine del primo stato socialista della storia sorto da essa possiamo dire che tale epoca si sia conclusa. La vittoria del potere sovietico nell’ottobre del 1917 in Russia e poi il conseguente gigantesco tentativo di costruzione di una nuova società ,fondata non più sui principi dell’anarchia del mercato e dello sfruttamento del lavoro salariato ma su quelli di una regolazione sociale, secondo un piano, dei processi collettivi di produzione e di riproduzione sociali, che avrebbe scandito il processo di costruzione del socialismo in URSS lungo l’intero arco del cosiddetto “secolo breve”, ha mostrato all’intera umanità, sul piano della storia reale, la possibilità oggettiva, concreta, di costruire una società radicalmente diversa e alternativa al sistema capitalistico, una volta distrutto il potere politico della borghesia e conquistata la direzione politica dello stato da parte della classe operaia e della sua avanguardia, il partito comunista. Soltanto dopo la vittoria dei bolscevichi le idee del socialismo e del comunismo si sono effettivamente trasformati, da prospettive lontane e indeterminate, in un possente movimento storico reale in una forza materiale destinata a segnare una svolta nella svolta nella storia del mondo e a mutarne per sempre natura e struttura.

Non a caso, la rivoluzione d’ottobre ha rappresentato un avvenimento di enorme importanza non solo nella storia del movimento operaio e rivoluzionario dell’Europa occidentale e orientale ma anche in quella della lotta di liberazione sociale e nazionale dei popoli oppressi contro il colonialismo e l’imperialismo che ha così radicalmente trasformato la struttura del mondo nel corso del secolo scorso e segnato di fatto alcune premesse fondamentale dell’odierna fase storica.