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1914: l’arte di ripensare l’epoca del grande conflitto europeo
Un saggio di Luciano Canfora
Roberto Donini
Avvicinarsi\allontanarsi come in un film
A volte le date e le ricorrenze della Storia, paiono davvero misteriosamente intrecciarsi e l’arte dello storico è rinvenire i capi del nodo. La riedizione del fulminante saggio di Luciano Canfora 1914 (Sellerio), la cui prima uscita è del 2006, ha questa sorte, celebra i 100 anni dell’avvio della grande guerra in presenza di un’Europa sofferente che vede ai suoi bordi l’accendersi di conflitti violentissimi. Nell’indagare meglio i densi di incroci temporali del libretto, partirò da una marginale nota autobiografica. L’ho letto esattamente nei giorni tra il 28 luglio (bombardamento di Belgrado e inizio della guerra tra Austria e Serbia) e il 2 agosto (inizio della guerra tra Germania e Francia) 100 anni esatti di distanza e per di più passeggiando tra le residue trincee dell’Adamello-Tonale-Brenta il cosiddetto fronte centrale italiano. Un’ immersione spazio-temporale che forse ha esaltato del testo anzitutto i caratteri cinematografici, o meglio cinetemporali. Infatti il testo ha il pregio narrativo di spostare il lettore nei giorni convulsi del precipitare della crisi (montaggio incrociato serrato tra cancellerie \ il finale del Padrino parte III), poi indietro (flashback) ai presupposti, nella bella epoque, e in avanti, agli scenari della “guerra civile europea” (flashforward). Ovviamente c’è un ritmo e una consistenza diversa tra i movimenti; all’accenno di passato e futuro, succede il dettaglio dell’attimo fuggente, di quell’estate di “fine Europa”.
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Il nostro 11 settembre
Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati
Gianni Fresu
L’11 di settembre è una data marchiata col sangue sul calendario, oggi tutti la associamo all’attacco alle torri gemelle, ma fino al 2001 era l’esempio più lampante di cosa fosse capace una politica folle come quella messa in atto dal Governo degli Stati Uniti d’America nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’11 settembre del 1973 non è un unicum di questa storia, prima c’era stato il 31 marzo 1964 in Brasile, dopo il 24 marzo del 1976 in Argentina. Ma la “guerra sucia” non fu confinata agli esotici paesaggi dell’America Latina. Negli stessi anni e con la medesima regia, essa fu combattuta con uguale intensità anche in Italia e solo per un puro caso non celebriamo un nostro 11 settembre, in compenso nessuno di noi può dimenticare la data del 12 dicembre 1969.
La storia italiana del dopoguerra – con le limitazioni alla propria sovranità e l’interdizione ad una normale dialettica politica – è stata spesso interpretata alla luce del concetto di «democrazia bloccata». Tale concetto, in gran parte dei casi, è stato ricondotto esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti e alla conseguente articolazione interna di tale scontro, veicolata dai due grandi partiti di massa italiani: la DC e il PCI. Se tutto questo non può che trovare puntuale conferma sul piano storico, esso costituisce solo una parte, seppur quella predominante, delle cause di ingessatura democratica del paese.
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Il filosofo armato
Ludovico Geymonat e l'analisi delle sconfitte della Resistenza
di Pietro Piro
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 1968
1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat
Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani.
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta.
Riprendiamo le sue analisi dal titolo: Per un’analisi critica della Resistenza (riflessioni che nascono come testo di una conferenza per studenti liceali) contenute nel volume: La società come milizia a cura di Fabio Minazzi edita da Marcos y Marcos, Milano 1989 (il testo è stato anche ristampato nel 2008 dalla casa editrice Città del Sole).
Innanzitutto, dobbiamo mostrare come Geymonat colloca la propria analisi critica della Resistenza in una visione del mondo più ampia in cui i prodotti storici «non godono di nessuna assolutezza metafisica» (p. 32) e continuano ad esistere solo nella misura in cui continueranno ad esistere determinate forze e precise configurazioni sociali, culturali e politiche.
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Togliatti e la democrazia in Italia
Luigi Pandolfi
Cinquant'anni fa, il 21 agosto del 1964, moriva a Yalta Palmiro Togliatti. Di seguito un mio scritto sulla strategia del segretario del Pci nel dopoguerra, sul Partito nuovo e la costruzione della democrazia in Italia, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).
Non c'è dubbio che il PCI sia stato, con una certa coerenza almeno fino ai primi anni settanta, parte integrante del movimento comunista internazionale, che aveva nell'Unione sovietica e nell'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre, il suo punto di riferimento storico-politico e ideologico, la sua radice fondante. Un'ovvietà, si potrebbe dire.
Altrettanto vero è che, già a partire dai primi anni quaranta, segnatamente con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944, il Partito Comunista Italiano abbia profondamente rinnovato la sua strategia di lungo periodo, ragionando sulla necessità di inserirsi pienamente nel sistema democratico in formazione, adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza.
La "svolta di Salerno" non fu un espediente tattico per prendere tempo, in attesa del momento propizio per la rivoluzione, per l'instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico. No. Si trattò di una svolta vera, con implicazioni importanti sia sul piano teorico e programmatico che sul piano organizzativo.
L'idea di Togliatti, che alla lunga si rivelerà vincente e di grande forza propulsiva, era quella di costruire nel nostro paese un partito di massa che, sebbene regolato da una forte disciplina interna, avesse la capacità di attrarre sui contenuti della sua politica porzioni molto larghe della società italiana. Un partito che, pur non perdendo la sua natura classista, sapesse coniugare conflitto sociale e politica istituzionale, radicamento municipale e autonoma rappresentanza di classe.
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Prima guerra mondiale, cent'anni dopo il nodo è sempre lo stesso: il capitalismo
Domenico Moro
Quest’anno cade il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata con la firma della dichiarazione di guerra da parte dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il 28 luglio 1914. Per la prima volta nella storia e dopo cento anni di pace relativa, tutte le maggiori potenze furono coinvolte in una guerra di carattere mondiale. Il grado di violenza, le sofferenze dei combattenti e il costo in vite umane (16 milioni di morti, 650mila quelli italiani) furono senza precedenti. Gli equilibri politici e sociali furono stravolti, producendo eventi rivoluzionari come l’Ottobre sovietico. Alla fine l’Europa ne uscì stremata e con in grembo il frutto avvelenato del fascismo, che portò alla Seconda Guerra mondiale, un ancor più drammatico “secondo tempo” della Prima Guerra Mondiale.
Per queste ragioni la “Grande Guerra”, come fu chiamata dai contemporanei, rimane impressa nella psicologia collettiva ancora oggi, come è testimoniato dall’uscita recente di decine di pubblicazioni e dall’attenzione dei media, che gli dedicano trasmissioni Tv e articoli sui quotidiani. A questo si aggiunge la coincidenza tra il centenario e lo scoppio di nuove guerre non solo nel martoriato Medio Oriente ma anche nel cuore stesso dell’Europa, in Ucraina, all’interno di un contesto internazionale di sempre più diffuso caos, che induce a stabilire analogie tra quanto accade ora e quanto accadde allora. È possibile, però, parlare di analogie e, se sì, in che misura e a quale riguardo?
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Il conflitto dal principio
Andrea Colombo
Incontri. Come decifrare il decennio rosso italiano? Facendo un passo indietro, rientrando in fabbrica e ritrovando le origini delle lotte nella storia operaia. Parola di Maurizio «Gibo» Gibertini e Roberto Rosso
Cosa è stato davvero il «decennio rosso»? Quali sono stati i fatti salienti e i protagonisti reali di quegli anni ’70 sui quali continuano a uscire libri a raffica, ma quasi sempre centrati su armi e armati, oppure, ma in misura già infinitamente minore, sulle peraltro gloriose organizzazioni extraparlamentari? Chi, da quel quadro del passato spesso bugiardo e adoperato ad arte per condizionare il presente, è stato espunto, rimosso e cancellato? Almeno quest’ultima risposta è semplice: a essere stati cancellati dalla memoria sono stati gli operai, veri «personaggi principali» del decennio più denso di conflitti nella storia italiana, le loro lotte durissime, la loro rabbia, il potere che erano riusciti a conquistare nelle fabbriche.
Un gruppo di protagonisti di quella storia prova ora a colmare un vuoto di memoria che minaccia di trasformarsi in definitivo stravolgimento della storia. Tra questi Maurizio «Gibo» Gibertini, ex militante dell’Autonomia milanese, e Roberto Rosso, prima dirigente di Lotta continua a Milano, poi tra i fondatori di Prima Linea.
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La dignità? che si fotta!
Franco Senia
Uno dei più importanti aspetti della critica, sviluppata dall'Internazionale Situazionista (IS), riguardava il problema della rappresentazione della classe operaia nelle lotte rivoluzionarie. Anche se la consapevolezza di tale problema, esisteva già fin dall'avvio del progetto, l'IS si concentra su di esso dopo il 1961, quando intraprende il suo periodo di attività che avrebbe portato agli eventi del maggio 1968. L'orientamento in tal senso, corrisponde all'arrivo nell'IS di un nuovo membro, Raoul Vaneigem, che più tardi sarà l'autore del "Trattato del saper vivere ad uso delle nuove generazioni" (1967), e col periodo immediatamente successivo allo sciopero generale in Belgio del 1960-61. Il fatto che Vaneigem provenga da un luogo e da un tempo specifico, il Belgio industriale del XX secolo, e che arrivi in questa storia in un momento particolare, è sempre stato trascurato dalla letteratura critica. Ma è attraverso questo contesto - il momento in cui emergono i problemi legati alla rappresentazione della classe operaia e alla rivoluzione - che può essere compreso il nuovo orientamento dell'IS, che porterà il gruppo ad influenzare gli eventi del maggio 1968.
Raoul Vaneigem, nato il 21 marzo del 1934 al n°9 di Rue des Carrières a Lessines, nella provincia di Hainaut, Belgio, era figlio unico di Marguerite Tilte e di Paul Vaneigem, operai.
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L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano
In attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico
Militant
Da diversi anni le campagne politiche volte a rileggere alcuni fenomeni della storia del Novecento hanno perso di veemenza. Da una fase di attacco a tutto campo della lettura “resistenziale” di determinati episodi della storia nazionale, si è passati ad una più efficace guerra di logoramento ideologico. Siamo passati dalle sbraitate storaciane contro i testi scolastici filo-comunisti al tentativo culturale di Romanzo Criminale o di Benigni nell’apologia del sano nazionalismo o dell’esaltazione della violenza criminale opposta a quella politica. Insomma, se la guerra ideologica contro ogni ipotesi di cambiamento politico reale continua, cambiano gli strumenti utilizzati, adeguati alle diverse fasi politiche e ai differenti contesti culturali di volta in volta presenti. C’è però una data che permane nel paesaggio istituzionale italiano figlia dello scorso decennio, quello in cui la destra aveva necessità dello sdoganamento politico e il sistema paese, nel suo complesso, bisogno di nuova linfa patriottica: il 10 febbraio. Quest’anno cade peraltro il decennale, sempre meno festeggiato a dire il vero, del “giorno del ricordo”, data in cui l’Italia si scoprì vittima del vero Olocausto del XX secolo, le foibe. Per anni ci siamo preoccupati di dare una lettura differente di tale data, concessa ad Alleanza Nazionale quale momento in cui celebrare l’italianità e i sacri valori del nazionalismo, libera finalmente dall’accusa di fascismo che si portavano appresso manifestazioni di questo tipo.
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Anschluss
Una colonia unter den Linden
di Luca Cangianti
Vladimiro Giacché, Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, 2013, pp. 304, € 18,00
La Repubblica democratica tedesca (Rdt), la Germania Est, era un paese del blocco realsocialista. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la sua economia era decotta e presto sarebbe fallita sotto il peso dei debiti. La Repubblica federale tedesca (Rft), la Germania Ovest, tese generosamente la mano ai connazionali d’oltre muro con il Trattato d’unione monetaria che entrò in vigore il 1° luglio del 1990, permettendo ai cittadini tedesco-orientali di avere libero accesso alle merci occidentali. Dopo l’unione politica entrata in vigore il 3 ottobre dello stesso anno, il governo della Germania unificata avviò una politica di investimenti per ricostruire e integrare la disastrata economia dell’est.
È questa in sintesi la narrazione corrente e ufficiale dell’unificazione tedesca che Vladimiro Giacché mette radicalmente in discussione in Anschluss basandosi su una vasta documentazione per la maggior parte inaccessibile a chi non conosca il tedesco. Nonostante si tratti di un lavoro di storia economica, il focus del libro è immediatamente rivolto al presente politico. Secondo Giacché, infatti, rileggendo le vicende che portarono alla fine della Rdt si può capire molto di quello che sta avvenendo oggi nell’eurozona. Basta mettere al posto della Germania Est i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), come del resto ha recentemente fatto la stessa cancelliera Angela Merkel durante una riunione del Consiglio europeo.
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Storia e storie
A proposito delle divergenze fra Gramsci e Togliatti
di Antonio Di Meo
1. Oramai si va affermando un nuovo genere letterario: il noir di tipo storico. Il massimo esempio di esso, a livello mondiale, è Il codice da Vinci di Dan Brown. In Italia, come di consuetudine, la fantasia degli autori è ristretta a pochi argomenti, così come le tirature. Uno di questi è certamente la vicenda della coppia Antonio Gramsci – Palmiro Togliatti, ovvero del Pci delle origini. Rispetto a Dan Brown, però, negli autori italiani di questo genere si avverte chiaramente una certa inclinazione di tipo apparentemente realistico, associata a una forma di livore, spesso aggressivo, diversamente modulato, inspiegabile sia si tratti di fantasia, sia – ancor di più – si presenti l’opera come una ricerca storica documentata. Naturalmente le variazioni sul tema sono numerose. Una di queste è contenuta nel recente libro di Mauro Canali enfaticamente (e si capirà il perché) intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata. Ancora? dirà qualcuno: ancora, purtroppo ! Siccome il libro è presentato dall’autore come un libro di storia, cercherò di esaminarlo come se lo fosse. Premetto, però, che non essendo uno storico politico-sociale contemporaneista, metterò in evidenza solo alcuni aspetti che – sia nelle intenzioni dell’autore, sia nei contesti trattati (o meno), sia nel linguaggio adoperato – mi sembra stridano con l’oggetto di cui si tratta, e, ancor più, col genere al quale si pretende che il volume appartenga, cioè la storia. A meno che, a dirla con Pascarella, ….
Nun ce se pensa e stamo all’osteria...
Ma invece stamo tutti ne la storia!
A questo proposito l’inizio del libro è assai infelice, poiché dichiara che fra le sei opere importanti più recenti pubblicate sullo stesso argomento sono annoverabili anche il volume di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci) e quello di Alessandro Orsini (Gramsci e Turati.
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L’unificazione della Germania ed il futuro dell’Europa
di Francesco Maringiò
In questo libro Vladimiro Giacché ripercorre tutta la storia della così detta unificazione tedesca, illuminando di luce diversa una vicenda storica, per anni raccontata attraverso letture apologetiche e funzionali ed un processo politico di cancellazione della RDT ed integrazione della stessa nel capitalismo tedesco occidentale. Ma nel raccontare nel dettaglio questa storia, il libro impone una riflessione critica ed una lettura diversa dei processi di integrazione europea. Un interessante contributo storiografico e di analisi dei processi politici dei giorni nostri.
(Morpheus in: Matrix, 1999, regia di Lana e Andy Wachowski).
Dovrebbe iniziare pressappoco in questo modo la premessa dell’ultima fatica di Vladimiro Giacché [Anschluss - L’Annessione, L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa; 2013, Imprimatur Editore, 304 pagg., 18 €] che ha, tra gli altri, il pregio di fare luce su una delle vicende più importanti della recente storia europea e sulla quale si è costruito ad hoc un mito ed una accurata narrazione, centrata sulla storia dell’unificazione della Germania, motore dell’unificazione del popolo tedesco e della fine della guerra fredda.
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Condanna dell'ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich*
Vera e falsa critica del negazionismo
di Domenico Losurdo
«Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione»: questa difesa dell’onore del Führer e del Terzo Reich si può leggere nel più recente intervento di Robert Faurisson. Dopo aver criminalizzato la vicenda iniziata con la rivoluzione d’Ottobre e aver proceduto alla riabilitazione più o meno esplicita di Mussolini, di Franco, dei «ragazzi di Salò», il revisonismo storico che infuria da decenni giunge alle sue logiche conlusioni.
1. Negazionismo anti-ebraico e negazionismo filo-colonialista
Per comprendere l’assurdità della presa di posizione di Faurisson, basta metterla a confronto con la descrizione che della guerra condotta dalla Germania nazista in Europa orientale fa un altro esponente di spicco del revsionismo storico, e cioè David Irving. Nonostante le sue reticenze e le sue piroette, questi non riesce a occultare l’essenziale: accenna ai «barbari massacri di ebrei sovietici» e riconosce che, pur «coperta da eufemismi sottili», l’«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l’effetto dell’alcool».
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In memoria di Maggie
di Diego Fusaro
Si è spenta in questi giorni Margaret Thatcher, la “lady di ferro”. È forte, in questo caso, la tentazione di recuperare la saggezza greca che dice che è “meglio non essere mai nati”, ma ce ne asterremo. A noi piace ricordarla soprattutto per una frase, che ha inciso profondamente sull’immaginario e che, per ciò stesso, tutti ricordano: “la società non esiste. Esistono gli individui”. Si tratta di un’asserzione a tutti gli effetti filosofica e, in quanto tale, degna di essere presa in considerazione seriamente e in modo spregiudicato, come se provenisse da Hobbes o da Kant. Non so se la “signora di ferro” ne fosse consapevole, ma con quella frase ha magnificamente condensato lo spirito del nostro tempo, che può con diritto essere identificato in quell’individualismo indecente che assume l’io individuale come prioritario sulla comunità, delegittimando quest’ultima come secondaria quando non addirittura come inesistente. In questo senso – avrebbe detto Hegel – per bocca della Thatcher ha parlato direttamente lo Spirito del tempo. In termini per alcuni versi convergenti, Heidegger diceva che noi siamo parlati dal linguaggio.
Né va dimenticato il fatto che, volens nolens, la signora di ferro, pronunciando la frase ricordata, si è riconnessa alla grande tradizione filosofica e, più precisamente, a quello che si configura a tutti gli effetti come il moderno individualismo programmatico. Coessenziali alla genesi del cosmo capitalistico, lo sradicamento comunitario, la destrutturazione di ogni società preesistente al nesso mercatistico e l’imposizione dell’individuo sovrano e astratto come solo soggetto possibile costituiscono la cifra stessa della modernità.
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A ottant'anni dal New Deal
di Giorgio Nebbia
Un uomo di cinquant'anni, colpito dodici anni prima da un attacco di poliomielite, scende dalla carrozzella e, pallidissimo, percorre faticosamente a piedi, appoggiandosi al braccio del figlio, i trenta metri che lo separano dal podio in cui lo attende il Giudice Supremo degli Stati Uniti per accogliere il suo giuramento di presidente degli Stati Uniti. E' il 4 marzo del 1933, una fredda e piovosa mattinata di Washington, e il nuovo presidente è Franklin Delano Roosevelt. L'America --- che lo ha eletto più per sfiducia nei confronti del suo predecessore, il repubblicano Hoover, che per convinta ammirazione per il democratico Roosevelt --- è un paese senza fiducia.
Rigurgiti di consumismo sfacciato si alternano con la disperazione di milioni di disoccupati pieni di debiti; l'agricoltura è allo sbando, con i silos pieni di cereali e di cotone che nessuno compera e con le famiglie rurali alla fame; il divieto di consumo degli alcolici ha dato vita a bande criminali organizzate di spacciatori, di distillatori clandestini di alcol, di importatori di bevande alcoliche che prosperano con la copertura della diffusa corruzione di funzionari e uomini politici.
L'America lasciata da Hoover non era soltanto quella delle banche e delle borse dissestate, del debito pubblico avanzante, ma si presentava con il suolo impoverito da decenni di sfruttamento, esposto all'erosione dovuta alle piogge e al vento, con le foreste devastate da incendi, con paesi e città senza fogne e senza discariche dei rifiuti, con città violente e inquinate, solcate da lunghe code di disoccupati pieni di debiti.
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Un'intervista a Karl Marx sull'Internazionale
L'intervista che pubblichiamo fu rilasciata da Marx, nel 1871, a Robert Landor, corrispondente del giornale newyorkese "World". Fu data alle stampe il 18 Luglio di quell'anno, e ripubblicata il 12 Agosto dal settimanale "Woodhull & Claflin's Weekly". La Comune di Parigi era da poco stata sconfitta; in tutto il mondo capitalistico c'era ormai un gran parlare dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, con continue accuse di essere una società segreta, dedita alla cospirazione e al complotto. Sono anni delicati per l'internazionale, che appena un anno dopo celebra il suo Quinto congresso in profonda crisi. “La sezione francese”, è spiegato in Storia della Sinistra Comunista (Vol. I), “era stata schiantata dalla reazione che seguì la Comune del '71 e in Inghilterra le pesanti Trade Unions ne uscivano perché il Consiglio Generale, con gli storici Indirizzi di Marx, aveva sostenuto gli eroici comunardi parigini. Intanto un'opposizione si formava in paesi che, come la Spagna, l'Italia, il Belgio, l'Olanda, e una parte della Svizzera, erano allora tanto poco evoluti socialmente quanto la Francia e l'Inghilterra di prima del 1848. In questa situazione trova radici un socialismo «che non vuole saperne di politica, perché nelle lotte politiche delle classi possidenti gli ingannati furono sempre gli operai». Questo socialismo è una forma arretrata rispetto alla posizione dialettica che presenta al proletariato la sua via nello sviluppo storico della società capitalistica come una lotta politica avente quale pegno il potere politico rivoluzionario. Nella formazione dell'Internazionale, quest'ingenuo socialismo aveva potuto essere ammesso per condurlo a superare la sua posizione insufficiente. Ma esso divenne un pericolo mortale quando se ne pose alla testa Bakunin, che lo raccolse sotto il nome di anarchismo.”
Nell'intervista a Lindor, Marx spiega come l'internazionale avesse i suoi centri principali “nelle vecchie società europee. Negli Stati Uniti, molte circostanze hanno finora impedito che il problema del lavoro assumesse un'importanza primaria.
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