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Microstoria delle odierne schiavitù e appunti strategici per le nuove lotte sociali
di Andrea Muni
Grazie Marc Bloch. Un’antica tappa della storia della schiavitù
Un giorno a Bologna qualche anno fa ho comprato un po’ per caso un libro di Marc Bloch, di cui avevo già amato La società feudale e molti altri scritti. Il libro si intitola Lavoro e tecnica nel Medioevo (Laterza, 2009). Da quel giorno non riesco più a smettere di rileggere un breve testo che vi è contenuto: è diventata una piccola, deliziosa ossessione. Bloch tratta in questo rapido intervento una questione che per gli storici veri, e ancor di più per un mostro sacro com’era lui, è un oggetto di studio quasi scontato. Una questione che, non di meno, per i non specialisti e per i dilettanti di storia (come me), può risultare addirittura stupefacente.
In questo saggetto Bloch propone la sua idea a proposito della fine della schiavitù antica. Ossia di quella particolare forma giuridica che, dai tempi dei Greci e per tutto l’Impero Romano (per limitarci alla storia della nostra cultura), permetteva nell’antichità di considerare milioni di uomini – si dice la maggior parte degli esseri umani – come oggetti, proprietà privata di un padrone, alla stregua di beni mobili e immobili. Certamente anche il mondo greco-romano ha conosciuto col tempo delle limitazioni rispetto a questo istituto, ma del tutto diverse da quelle che potremmo immaginare. Inoltre, anche nell’antichità gli schiavi potevano riscattarsi, e spesso a essi veniva delegata l’intera gestione di commerci e manifatture. Immortale a questo proposito è il liberto Trimalcione ridicolizzato nel Satiricon di Petronio.
Bloch si interroga però sulle ragioni “strutturali” per cui un istituto giuridico millenario come la schiavitù antica, in un lasso di tempo tutto sommato breve, ossia tre quattro secoli, abbia potuto rapidamente scomparire (o per lo meno attenurasi enormemente) in Europa Occidentale.
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Germania 1918 e Italia 1945: due rivoluzioni interrotte
di Eros Barone

Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.
Giambattista Vico, La scienza nuova, Degnità XIVª.
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La democrazia borghese contro la rivoluzione socialista: il caso tedesco
La nazione europea in cui le crisi e i conflitti del primo dopoguerra si manifestarono nella forma più netta e, nel contempo, più drammatica fu senza dubbio la Germania. In questo paese la sconfitta militare aveva determinato la disgregazione dell’impero guglielmino e posto la necessità di una profonda trasformazione dello Stato. In quello che, a partire dall’età bismarckiana, si presentava come un regime semi-assolutista e semi-parlamentare, l’impero si era basato su una compenetrazione talmente stretta fra l’imperatore e l’esercito che l’intero sistema politico e sociale finiva con l’articolarsi intorno all’autorità del sovrano e alla possente struttura dell’esercito, nel mentre il parlamento era ridotto a svolgere un ruolo decisamente subalterno.
Quando le ostilità cessarono, nel breve giro di due settimane questi pilastri crollarono.
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Perché siamo passati da Gramsci al PD?
di Alessandro Pascale
Mi è stato chiesto dalla redazione della nuova rivista Cumpanis un contributo sulla storia del PCI, con il tentativo di identificare le “degenerazioni” dell'organizzazione. “Degenerazione” è in effetti una brutta parola, che esprime in sé un netto giudizio politico negativo. È comprensibile che su questo tema si sia preferito utilizzare in passato un più neutro “mutazioni genetiche”, cercando di mantenere un giudizio descrittivo più che valoriale. D'altronde che ci sia stata complessivamente una degenerazione è innegabile. Basta ricordare l'adeguato sarcasmo con cui Costanzo Preve ha denunciato il passaggio “da Gramsci a Fassino” per rendere innegabile questo giudizio negativo. Forse è più corretto parlare di un susseguirsi e di un intrecciarsi di mutazioni genetiche, che sfociano in alcuni punti di svolta, veri e propri passaggi storici, in cui è avvenuto un cambiamento identitario, con un salto quantitativo e qualitativo, che rende il partito complessivamente sempre meno adatto ad affrontare la crisi generale del movimento comunista internazionale degli anni '80. L'insieme di queste mutazioni genetiche ha portato nel tempo ad una degenerazione, cosa acquisita quanto meno nel movimento comunista nostrano. C'è molta divisione invece sull'identificazione e sull'entità delle varie mutazioni genetiche avvenute nel corso della storia del movimento comunista italiano. Tali divisioni analitiche si riverberano purtroppo in divisioni politiche che rendono molto più difficile l'azione egemonica in seno al totalitarismo “liberale” in cui siamo immersi.
Dopo oltre 10 anni di militanza partitica e ricerca storico-politica, non posso certo pretendere di poter esaurire un lavoro di ricerca vastissimo, sul quale molti compagni si sono dedicati con profitto sicuramente maggiore negli ultimi anni.
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Un contraddittorio del 1926 tra Stalin e Bordiga
di Eros Barone
Perché gli operai russi avevano una fiducia illimitata in Lenin? Solo perché la sua politica era giusta? No, non solo per questo. Avevano fiducia in lui perché sapevano che in Lenin le parole non erano in contrasto coi fatti e che Lenin non ingannava… Il metodo del gruppo Ruth Fischer… è diametralmente opposto al metodo di Lenin. Posso rispettare Bordiga, che non considero né leninista né marxista, e credergli, posso credergli perché dice quello che pensa… Ma, pur mettendoci tutta la buona volontà, non posso credere per un solo istante a Ruth Fischer, che non dice mai quello che pensa.1
Giuseppe Stalin
Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.2
Amadeo Bordiga
Nel presentare il verbale della riunione della delegazione italiana al Comitato esecutivo allargato dell’Internazionale comunista con Stalin, che ebbe luogo a Mosca il 22 febbraio 1926 - un documento di eccezionale valore storico che rispecchia con l’aderenza viva e diretta di uno scritto desunto dal parlato il senso dei dibattiti e degli scontri che scandirono la vita dell’Internazionale Comunista in quella congiuntura politicamente decisiva -, è senz’altro utile un rapido riepilogo dei termini essenziali che caratterizzavano la situazione internazionale e la situazione interna dell’URSS tra la fine della prima metà e l’inizio della seconda metà degli anni Venti del secolo scorso. 3
La situazione internazionale, considerata in base alle prospettive del movimento operaio e comunista, si poneva in quel lasso di tempo sotto il segno dell’incertezza e della contraddittorietà.
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"Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia"
Per una critica dell'eurocomunismo
di Fosco Giannini
La redazione della rivista internazionalista e antimperialista "Cumpanis", continuando la preziosa collaborazione con "L'Antidiplomatico", ci invia, come anticipazione, questo articolo che fa parte di uno "Speciale" del numero in uscita di "Cumpanis" dal titolo "Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia". L'articolo è del direttore della rivista, Fosco Giannini
L’eurocomunismo è un paradosso.
Tanto è stata forte la sua azione negativa e disgregatrice sui quei partiti comunisti europei che l’hanno lanciato e sostenuto, quanto fragile è stato il suo pensiero politico e teorico.
L’azione dell’eurocomunismo ha contribuito notevolmente al processo di trasformazione del PCI in quel PDS che sarebbe poi giunto ad essere oggi il PD; la sua spinta ha accelerato i processi di involuzione politica, teorica e ideologica che erano già fortemente presenti nel PCI di Berlinguer facilitando di molto il percorso verso la “Bolognina”.
L’eurocomunismo si è offerto tra le più importanti basi materiali della crisi del Partito Comunista di Spagna (PCE) e della sua non insignificante perdita di autonomia e identità all’interno di Izquierda Unida. L’eurocomunismo ha offerto anche un importante contributo alle difficoltà che dalla fine degli anni ’70 in poi ha incontrato il Partito Comunista Francese.
Ma è qui il paradosso: pur avendo dispiegato tanta energia dissolutrice, dell’eurocomunismo – in virtù di quella particolata fatiscenza ideale e ideologica che l’ha contrassegnato- poco è rimasto nella memoria dei militanti comunisti degli anni ‘70 e quasi nulla è arrivato alla conoscenza delle nuove generazioni. Certo, esso ha influenzato e continua ad influenzare, in modo più o meno carsico, impianti politico-teorici come quello “bertinottiano” e di altre esperienze , italiane ed europee, della sinistra radical (con prospettive liberal, come nel caso del PD) ma la questione è che l’eurocomunismo in quanto tale, per la sua intrinseca debolezza teorica, come concreta esperienza politica, ha subito una sorta di rimozione storica, tant’è che oggi non pochi pensano all’eurocomunismo non tanto come al tentativo di sistematizzazione di un pensiero politico, ma, molto più banalmente, come all’agire dei partiti comunisti in Europa.
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Lenin e il movimento operaio italiano
Analisi storica e prospettive attuali
di Alessandro Mustillo
Prima di addentrarci nell’analisi del rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano c’è da chiedersi se oltre alla valenza storiografica di queste vicende, l’argomento sia utile a fornire ancora oggi insegnamenti validi per chi è impegnato nella ricostruzione del movimento comunista in Italia, in linea con l’obiettivo che l’Ordine Nuovo si è dato per questo speciale. Certo in un articolo di taglio storico il compito di attualizzare è quello più difficile e complesso, e per questa ragione alcuni aspetti propriamente cronologici saranno sacrificati a una lettura più argomentativa.
Oltre la retorica, e il rifugio nella comodità della tradizione, la risposta alla domanda iniziale, va ricercata immergendosi in un’analisi parallela delle posizioni di allora e del mutamento del contesto in termini economici, storici, politici tra la società di inizio ‘900 e quella del secondo decennio del XXI secolo.
Analizzare il rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano significa lambire la questione centrale e tutt’ora aperta, del fallimento della Rivoluzione in Occidente – ossia nei Paesi a capitalismo avanzato, al vertice della catena imperialista internazionale – in uno dei suoi potenziali avamposti. Lambire e non centrare, perché analizzare la questione da questo lato prospettico impone di concentrarsi sull’aspetto soggettivo e organizzativo e trascurare l’aspetto oggettivo degli elementi attraverso i quali le classi dominanti all’interno dei paesi imperialistici riescono a rendere le classi subalterne compartecipi agli interessi di esse.
L’attualità delle vicende in oggetto risiede – nel giudizio di chi scrive – negli aspetti di forte similitudine tra il contesto dell’inizio del ‘900 e la società di oggi.
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Irriverenze storiche dal tempo del contagio
di Giorgio Gattei
Perché le epidemie?
Sono confinato in casa da giorni come se fossi un mafioso agli arresti domiciliari, io che non ho commesso alcun reato di mafia. Dicono che l’isolamento domestico favorisca la riscoperta dell’interiorità, ma a me proprio non succede e invece avverto solo una sorda rabbia contro quel giudice che così mi ha condannato. Ma chi è mai questo giudice? Questa volta non c’entra affatto la Storia con la S maiuscola, come nel caso delle guerre che ci cascano addosso, ma è invece la Natura, anche lei con la N maiuscola, che ci ha travolto nei suoi movimenti inconsulti. Non ci avevo mai pensato in precedenza, ma nella mia segregazione casalinga ho avvertito che la Natura, che pure ci crea, non ci ama affatto e ci vorrebbe tutti morti, e non soltanto individualmente (come prima o poi arriva comunque a fare), ma come specie, come intero genere umano. Per questo, nella costrizione domiciliare che sto soffrendo, mi sono ritrovato a condividere il “pessimismo cosmico” di Giacomo Leopardi, di cui ho riletto non tanto le poesie (con quell’Infinito ultra-celebrato e iper-cerebrato che poi non è altro che una fuga tutta di testa, hippy ante litteram, dal “natio borgo selvaggio”), bensì le Operette morali che sono uno straordinario prodotto letterario, sebbene avrei qualcosa da dire su di un linguaggio che non è più il nostro, in cui la filosofia leopardiana si presenta al suo meglio (mentre invece nel suo Zibaldone di pensieri io mi ci perdo…).
Queste Operette sono state pubblicate definitivamente a Napoli nel 1835. Perchè Leopardi ce l’aveva poi fatta a fuggir da Recanati e dopo un vario girovagare aveva raggiunto finalmente una metropoli, com’era Napoli a quel tempo, sulla quale incombeva pur sempre minacciosa la silhouette di quello “sterminator Vesevo” che aveva già annichilito Pompei, Ercolano ed Oplonti.
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L’unità della sinistra negli anni '90 e i problemi strategici dei comunisti oggi
di Luca Colamini
Uno dei traumi originari e dei fattori di crisi del movimento comunista italiano degli ultimi decenni è senza dubbio la partecipazione ai governi del centrosinistra. La travagliata esperienza e i risultati deludenti di quella fase hanno rappresentato un elemento decisivo nella progressiva erosione della base di consenso dei comunisti, e uno dei punti – se non il punto – di radicali divergenze strategiche e conseguenti scissioni.
Tracciare un bilancio di quegli anni e del decennio successivo è un’operazione complessa, che non può essere esaurita da un singolo intervento e richiede al contrario un lavoro di comprensione collettiva, necessario affinché coloro che sono impegnati nella riedificazione del movimento comunista in Italia siano partecipi di una ricostruzione condivisa della storia e delle alternative in campo – le quali, si vedrà, rappresentano ancora oggi opzioni tattiche e strategiche che esercitano una seduzione sull’area comunista. Per determinare una via diversa, di non facile individuazione e di impervia percorribilità, occorre necessariamente passare attraverso una conoscenza esatta delle vie dalle quali ci si vuole distanziare.
Si deve soprattutto evitare che nuove generazioni di comunisti familiarizzino con la teoria e la prassi comunista attraverso schemi ossificati – di destra, di sinistra, di centro – che hanno già clamorosamente fallito e sono corresponsabili della condizione di massimo arretramento storico in cui versa il movimento comunista italiano.
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E allora le Foibe?
Alba Vastano intervista Eric Gobetti
Intervista a Eric Gobetti a cura di Alba Vastano. “La volontà dei neofascisti è quella di ignorare tutto quello che è avvenuto prima per soffermarsi solo sulle violenze commesse dai partigiani in parte nell’autunno del 1943 e soprattutto alla fine della guerra. In questo modo si finisce per identificare tutte le vittime come fasciste (cosa che non è del tutto vera) e soprattutto i fascisti solo come vittime, quando invece sono gli iniziatori della violenza in queste terre. Quello che è successo a Torino ma anche in altre occasioni e ad altri colleghi è proprio il tentativo di impedirci di parlare di storia, ovvero di far capire cosa è successo veramente prima, durante e dopo la guerra. Il loro scopo è quello di impedire che si sappia la verità, di mantenere la gente nell’ignoranza e poter diffondere comodamente i loro slogan nazionalisti che hanno ben poca attinenza con la realtà dei fatti”.
Eric Gobetti
Viviamo un tempo eccezionale, in uno Stato d’eccezione. Un tempo buio e colmo di interrogativi sul futuro dell’umanità tutta, segnata oggi da uno stato di fragilità che accomuna, che ci dovrebbe accomunare. Cosa ci lascerà in eredità questa fase storica che ci obbliga a blindare le nostre vite, la nostra socialità? Non ci è dato di conoscerlo. Nel frattempo potremmo occuparci, più che del nostro futuro, del nostro passato rivisitando la storia dei grandi conflitti del Novecento che potrebbe offrirci oggi la via maestra. Dove abbiamo sbagliato per ambizione e sete di potere? Perché si continua ancora a negare e non vogliamo ancora ammettere gli errori compiuti nel passato che hanno portato al collasso dell’umanità? Ci sono stati durante le grandi catastrofi del secolo scorso vinti e vincitori, come in ogni conflitto. Di chi le responsabilità dei fatti che hanno scatenato le guerre fra i popoli?
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Storia italiana dall’Unità a oggi
di Giorgio Riolo
Splendori e miserie della realtà italiana. A partire dal libro di Massimo L. Salvadori sulla storia italiana dall’Unità a oggi
È questa un’opera di sintesi per un argomento molto importante. Il bagaglio culturale minimo di un cittadino-una cittadina consapevole e attiva nella vita quotidiana richiede un minimo di coscienza storica e un minimo di conoscenza del corso storico. Questo in generale per la storia globale-mondiale. Ma ancor più per la storia del proprio paese. E ulteriormente se si vuole essere attivi nella società civile, nei movimenti, nel mondo culturale e nel complicato mondo politico italiano.
Quando un tempo in Italia, soprattutto a sinistra, esisteva la selezione dei gruppi dirigenti, compresi i quadri intermedi, si procedeva alla formazione di detti gruppi e di detti quadri. In questa formazione, un corso specifico sulla storia d’Italia dall’Unità a quel presente era tra le prime cose che si organizzavano. Con maggiore attenzione e approfondimento della storia del secondo dopoguerra, dalla Resistenza e dalla Liberazione alla realtà contemporanea.
Questo libro è pertanto un’occasione importante per rifarsi i fondamentali sulla nostra storia patria. Per capire e avere memoria, ma soprattutto per capire la dinamica contemporanea della realtà italiana.
Il valore di posizione di Salvadori è che in un solo volume ha reso una sintesi equilibrata ed esauriente di un arco storico piuttosto ampio. Con un giusto equilibrio di dati, riferimenti testuali, citazioni e interpretazioni e giudizi da parte dello storico. L’opera classica a cui sempre abbiamo fatto riferimento nel passato era la Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, in 11 volumi presso Feltrinelli (vedi Bibliografia minima) e che copriva un arco temporale che andava dalla fine del Settecento alla fine degli anni cinquanta del Novecento.
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Un po' di storia recente per gli ignari
di Gianfranco La Grassa
1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino in opposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su Nuovi Argomenti nel 1956 con la trovata della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del PCI (verso la fine del ’56), in cui svillaneggiò Chruščëv, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche disturbata e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”, ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).
Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero geopolitiche. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale coincidenza ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto.
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Cinquant’anni di storia di classe
Sergio Bologna
Francesco Massimo
Niccolò Serri
Dall'Autunno caldo del 1969 alle lotte contemporanee nei settori della logistica, passando per la parabola del lavoro autonomo nella società postfordista. Un filo rosso di ricerca militante che Sergio Bologna ripercorre in questa intervista
Sergio Bologna (Trieste, 1937), militante, storico di formazione, fondatore di riviste importanti come Classe Operaia e Primo Maggio, dipendente alla Olivetti, esperto di sistemi portuali e logistici in Germania, Francia e Italia, e poi ancora fra gli animatori di Acta, la più importante associazione italiana di freelance, è una figura atipica nel mondo intellettuale italiano ed europeo. Lungo la sua traiettoria politica e biografica si dipana un filo rosso: lo studio del lavoro, delle sue trasformazioni e del suo posto nella società. Il suo incessante lavoro di ricerca può essere ricondotto a tre grandi direttrici: lo studio del movimento operaio, da quello tedesco a quello italiano, vissuto in prima persona da militante e da storico e su cui è tornato a riflettere in tempi più recenti; l’intuizione, negli anni Settanta, dell’importanza crescente della logistica nello sviluppo del capitalismo contemporaneo, vista anch’essa da una prospettiva militante (si veda in particolare il Dossier Trasporti di Primo Maggio, 1978) e più tardi con lo sguardo dell’esperto e del tecnico; infine la scoperta, a partire dagli anni Novanta, del lavoro autonomo nella società postfordista, parallelamente a un attivismo che negli ultimi anni lo ha portato a studiare e a intervenire direttamente sulle problematiche del lavoro freelance. In questa intervista ripercorriamo la sua traiettoria, esplorando i possibili prolungamenti.
* * * *
Si è appena concluso il cinquantennale dell’«Autunno caldo», la grande ondata di scioperi che nel 1969, in coincidenza con le mobilitazioni per il rinnovo contrattuale degli operai metalmeccanici, ha aperto un ciclo di lotte sociali che ha radicalmente mutato la faccia dell’Italia che usciva dal miracolo economico.
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Piazza Fontana e la psicologia delle masse
di Enzo Pellegrin
Riceviamo e pubblichiamo
Nell’anniversario del tragico 12 dicembre 1969, mi è capitata sott’occhi un’intervista allo Storico Miguel Gotor, titolata “Non chiamiamola strage di Stato” (1). Come spesso avviene, il titolo ingigantisce le parole dell’intervistato anche oltre il lecito, ma è significativo un passo dell’intervista dell’autore sul punto:
“La Strage di Stato è stato il titolo di un libro che ebbe molto successo all’epoca. Cosa pensa di questo concetto?
Fu un’espressione efficace sul piano politico, propagandistico e militante allora, ma oggi, dal punto di vista storico, la trovo insufficiente e persino ambigua. In primo luogo perché deresponsabilizza i neofascisti che ormai lo usano anche loro in questo senso. Se è stato lo Stato, nessuno è stato. Per capire, invece, bisogna anzitutto fare lo sforzo di distinguere. E poi perché, se è ormai accertato sul piano giudiziario e storico che nei depistaggi furono coinvolti esponenti degli apparati, dei servizi segreti e dell’ “Alta polizia” sopravvissuti al fascismo, vi furono anche magistrati come Pietro Calogero e Giancarlo Stiz o agenti come Pasquale Juliano che imboccarono da subito la strada della pista nera, con coraggio e andando controcorrente. Non erano anche loro esponenti dello Stato? Nella notte della Repubblica, nonostante il fango deliberatamente sollevato, il faro della giustizia e della ricerca della verità rimase acceso e non è giusto dimenticare l’impegno personale e professionale di quegli uomini con formule genericamente autoassolutorie.” (2)
Gotor si scaglia anche contro il concetto di “manovalanza neofascista” della strage. Partendo dal materiale processuale, che più di ogni cosa ha provato il coinvolgimento della “pista nera”, lo storico afferma che, ritenere i neofascisti dei puri esecutori, rischia di attenuare il loro ruolo militante nell’attacco alla democrazia.
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Da Saverio Saltarelli alle Sardine: quale odio?
L'altro 12 dicembre
di Fulvio Grimaldi
Amici, lettori, ciò che mi auguro leggiate qui sotto e ricordiate non c’entra niente col Natale, col suo bambinello e i suoi re magi (pastori e sovrani insieme ai piedi di un neonato che insigniscono di divinità: interclassismo e monarchia assoluta ante litteram); non c’entra con il disgustoso panzone con cui la Coca Cola ci ha corrotto le feste e neanche col capodanno. Ma c’entra col solstizio e con il ritorno della luce celebrato dai nostri avi meno dediti a strumentali superstizioni. E il ritorno della luce può essere anche inteso come ritorno della verità. Una verità riabilitata dal ricordo. E io questo ricordo me lo voglio portare nell’anno venturo e in tutti quelli successivi, finchè occhio e cuore saranno in grado di ricevere luce. Poi gli occhi si chiuderanno, ma la luce non si spegnerà.
https://www.youtube.com/watch?v=eWgJUdln3wg Compagno Saltarelli, un mio amico e compagno, cantato da Pino Masi
L’altro 12 dicembre. Quello dimenticato. Quello quando in piazza non c’erano Sardine ben vestite, benparlanti, sorridenti, applaudite con standing ovation dall’universo del comando perché “moderate” e ostili a ogni conflitto (che non sia con l’opposizione). Quando in piazza, a fare una denuncia non gradita agli autori della Strage di Stato dell’anno prima e tantomeno gradita a chi stava alle spalle dell’anarchico innocente Giuseppe Pinelli, quando volò da una finestra della Questura di Luigi Calabresi, c’erano decine di migliaia di manifestanti contro quella strage e quella “caduta”. Tra loro Saverio Saltarelli, 22 anni, studente abruzzese, facchino a Milano, rivoluzionario. Un poliziotto gli spacca il cuore con un candelotto lacrimogeno, “arma non letale”.
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Il processo Stalin. L’ultimo libro di Ruggero Giacomini
di Salvatore Tinè
Il libro di Ruggero Giacomini Il processo Stalin (Castelvecchi, 2019) costituisce un importante contributo ad una riflessione critica sul ruolo e le stesse responsabilità personali di Stalin in alcuni dei momenti insieme più drammatici e controversi della storia dell’URSS degli anni ’30 e ’40. La prospettiva da cui tale riflessione viene sviluppata si differenzia infatti radicalmente da un’ottica puramente e aprioristicamente demonizzante o criminalizzatrice della figura di Stalin, favorendo piuttosto una valutazione critica di essa non solo più oggettiva e fondata sulla documentazione storica oggi disponibile ma anche più attenta alla straordinaria complessità e contraddittorietà degli oggettivi processi storici in cui la direzione politica del dirigente comunista si dispiegò lungo quei due terribili decenni.
La serrata critica condotta da Giacomini di quel vero e proprio “processo a Stalin” post mortem, che Kruscev tentò di costruire nel suo celebre “rapporto segreto” al XX Congresso del PCUS nel febbraio del 1956, delle sue contraddizioni e delle sue stesse falsificazioni, mira in questo senso a collocare la personalità e l’opera di Stalin non solo nel contesto del più generale processo di edificazione del socialismo in Urss e delle lotte di classe che lo scandiscono drammaticamente ma anche nel quadro internazionale, insieme europeo e mondiale, segnato già nel corso dei primissimi anni ’30. dalla prospettiva, avvertita dal gruppo dirigente sovietico come ormai incombente, della guerra.
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