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sinistra

2 + 2 = 5. L’emulazione socialista in URSS. Parte III

di Paolo Selmi

Qui e qui le parti I e II

225 I puntata html f791dd08ae94218eCari compagni,

questo lavoro è nato come paragrafo alla parte introduttiva del manuale sulla pianificazione che sto traducendo. Poi, le questioni sollevate man mano che la ricerca proseguiva erano tante e tali... che in questi mesi è diventata una piccola monografia: 150 pagine delle mie, un libro vero e proprio usando un'impaginazione editoriale. Per motivi di dimensione, difficile da gestire anche per software potenti come l'editor di sinistrainrete.info, è stata decisa una suddivisione (del tutto strumentale) in quattro puntate. Lo scopo primario di questo lavoro è stato riproporre e sviluppare alcune questioni su cui e, peggio ancora, di cui oggi nessuno parla quando si parla di socialismo e di storia sovietica. Lo scopo ultimo e, infine, l'auspicio con cui chiudo queste poche righe è che ciascuno di voi, sia singolarmente che come gruppo di lavoro e collettivo di ricerca, tragga da questi materiali, la cui traduzione è inedita nella stragrande maggioranza dei casi, spunto per ulteriori analisi, riflessioni, collegamenti, approfondimenti. Di carne al fuoco ce n'è davvero molta, per cui grazie per l'attenzione, per le osservazioni, per gli spunti che vorrete condividere, ma soprattutto...

Buona lettura!

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Entuziazm (Simfonija Donbassa)

Come dicono gli etologi, quanto accaduto sinora costituì l’imprinting, la struttura ideologica che condizionò, nel bene e nel male, con comportamenti a essa del tutto conformi o, all’opposto, del tutto antagonistici, gli anni successivi, per certi versi – come abbiam visto nell’articoletto del giornale di Ferrara, fin dopo l’esperienza sovietica. Preferisco lavorare su tale impronta e il suo lascito, e non su nozioni come “mito fondativo”, perché l’URSS (e l’attuale Federazione Russa, insieme a tutte le ex-Repubbliche dell’Unione, persino quelle governate oggi da neonazisti e neofascisti), ebbe nel corso della sua breve vita almeno un altro battesimo del fuoco: la Grande Guerra Patriottica, col suo tributo di sangue e una vittoria che fu una vittoria di un popolo intero, una vittoria come poche si videro nel corso della storia di quest’essere antropomorfo chiamato uomo.

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2 + 2 = 5. L’emulazione socialista in URSS. Parte II

di Paolo Selmi

Qui la Parte I

225 I puntata html f791dd08ae94218eCari compagni,

questo lavoro è nato come paragrafo alla parte introduttiva del manuale sulla pianificazione che sto traducendo. Poi, le questioni sollevate man mano che la ricerca proseguiva erano tante e tali... che in questi mesi è diventata una piccola monografia: 150 pagine delle mie, un libro vero e proprio usando un'impaginazione editoriale. Per motivi di dimensione, difficile da gestire anche per software potenti come l'editor di sinistrainrete.info, è stata decisa una suddivisione (del tutto strumentale) in quattro puntate. Lo scopo primario di questo lavoro è stato riproporre e sviluppare alcune questioni su cui e, peggio ancora, di cui oggi nessuno parla quando si parla di socialismo e di storia sovietica. Lo scopo ultimo e, infine, l'auspicio con cui chiudo queste poche righe è che ciascuno di voi, sia singolarmente che come gruppo di lavoro e collettivo di ricerca, tragga da questi materiali, la cui traduzione è inedita nella stragrande maggioranza dei casi, spunto per ulteriori analisi, riflessioni, collegamenti, approfondimenti. Di carne al fuoco ce n'è davvero molta, per cui grazie per l'attenzione, per le osservazioni, per gli spunti che vorrete condividere, ma soprattutto...

Buona lettura!

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Il primo piano quinquennale

Qualche anno più tardi, per la precisione nel 1926, accadde un altro fatto nuovo, a proposito di “enorme laboratorio a cielo aperto”, destinato non solo a essere determinante negli anni prossimi futuri, ma a modificare, per il mezzo secolo successivo e fino alla fine dell’URSS, l’idea stessa di emulazione socialista: nascevano le brigate d’assalto (ударные бригады) e, conseguentemente, coloro che ne facevano parte, ovvero gli assaltatori (udarniki ударники).

Il fenomeno è da inserirsi nel contesto di una rinnovata iniziativa da parte delle leve operaie più giovani, spesso komsomol’cy. Cominciarono i giovani assunti presso la stazione di manutenzione della linea ferroviaria Mosca-Kazan, dal giugno all’agosto del 1926, e la produttività della loro brigata fu maggiore del 25% rispetto alla media1. Seguì Leningrado, dove una brigata d’assalto fu costituita nella fabbrica di materie plastiche Krasnyj Treugol’nik, a opera di otto operaie, la cui squadra riuscì a passare da 17 a 28 calosce per operaia al giorno2. E così, gradualmente, nel giro di due anni anni questo fenomeno si diffuse un po’ a macchia di leopardo lungo l’area di tutta l’Unione.

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contropiano2

«Le Brigate rosse furono le prime a parlare di globalizzazione»

Paolo Persichetti intervista Matteo Antonio Albanese

brigate rosse globalizzazioneAnteprima – E’ in uscita nelle librerie Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse, di Matteo Antonio Albanese, Pacini editore. Il volume, che si ferma al 1974, propone alcune importanti scoperte documentali e delle nuove proposte interpretative che faranno discutere. Ne ho parlato con l’autore.

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Alcuni anni fa il sociologo Pio Marconi scrisse che le Brigate rosse, attraverso la categoria di Stato imperialista delle multinazionali, avevano individuato con largo anticipo la fase di internazionalizzazione del modo di produzione e del mercato capitalistico, successivamente definito “globalizzazione”. Nel tuo lavoro aggiungi un fatto nuovo: sostieni che le Brigate rosse furono in assoluto le prime ad introdurre e descrivere il fenomeno della globalizzazione del sistema capitalistico. Puoi spiegare come sei giunto a questa scoperta?

Lessi alcuni dei lavori di Pio Marconi mentre preparavo il mio progetto di ricerca per l’ammissione al dottorato. Mi ricordo che in quei mesi avevo cominciato a leggere con un poco di attenzione le varie pubblicazioni, scientifiche e non, sul fenomeno brigatista. Vivendo, allora, a Milano mi sembrò naturale cominciare un giro dei vari luoghi della città in cui quella memoria era stata in qualche modo conservata.

La libreria Calusca e l’archivio Primo Moroni sono stati passaggi importanti per cominciare ad inquadrare il fenomeno. Nello specifico, però, fu una bancarella di libri alla festa de l’Unità il luogo dove trovai, ed acquistai, un paio di numeri di Sinistra Proletaria.

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2 + 2 = 5. L’emulazione socialista in URSS. Parte I

di Paolo Selmi

225 I puntata html f791dd08ae94218eCari compagni,

questo lavoro è nato come paragrafo alla parte introduttiva del manuale sulla pianificazione che sto traducendo. Poi, le questioni sollevate man mano che la ricerca proseguiva erano tante e tali... che in questi mesi è diventata una piccola monografia: 150 pagine delle mie, un libro vero e proprio usando un'impaginazione editoriale. Per motivi di dimensione, difficile da gestire anche per software potenti come l'editor di sinistrainrete.info, è stata decisa una suddivisione (del tutto strumentale) in quattro puntate. Lo scopo primario di questo lavoro è stato riproporre e sviluppare alcune questioni su cui e, peggio ancora, di cui oggi nessuno parla quando si parla di socialismo e di storia sovietica. Lo scopo ultimo e, infine, l'auspicio con cui chiudo queste poche righe è che ciascuno di voi, sia singolarmente che come gruppo di lavoro e collettivo di ricerca, tragga da questi materiali, la cui traduzione è inedita nella stragrande maggioranza dei casi, spunto per ulteriori analisi, riflessioni, collegamenti, approfondimenti. Di carne al fuoco ce n'è davvero molta, per cui grazie per l'attenzione, per le osservazioni, per gli spunti che vorrete condividere, ma soprattutto...

Buona lettura!

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Alcune domande

2+2=5: nonostante al di qua della cortina di ferro il termine “emulazione socialista” (социалистическое соревнование)fu spesso accompagnato da scherno e pernacchie di sottofondo, insieme ad accuse affatto velate di cottimismo e crumiraggio, si tratta, di una delle manifestazioni storiche, almeno nelle intenzioni di chi le promosse, ma a ben vedere non solo in “pensieri e parole”, di quanto più prossimo a quel “movimento verso l’alto” oggetto di analisi preliminare in questo capitolo. Guardiamola, pertanto, un po’ più da vicino. Il manifesto riprodotto qui sotto, risalente agli anni Trenta del secolo scorso intitolato L’aritmetica del contropiano produttivo e finanziario (Арифметика встерчного промфинплана) ci fornisce una buona base di partenza.

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chartasporca

Microstoria delle odierne schiavitù e appunti strategici per le nuove lotte sociali

di Andrea Muni

jacquerieGrazie Marc Bloch. Un’antica tappa della storia della schiavitù

Un giorno a Bologna qualche anno fa ho comprato un po’ per caso un libro di Marc Bloch, di cui avevo già amato La società feudale e molti altri scritti. Il libro si intitola Lavoro e tecnica nel Medioevo (Laterza, 2009). Da quel giorno non riesco più a smettere di rileggere un breve testo che vi è contenuto: è diventata una piccola, deliziosa ossessione. Bloch tratta in questo rapido intervento una questione che per gli storici veri, e ancor di più per un mostro sacro com’era lui, è un oggetto di studio quasi scontato. Una questione che, non di meno, per i non specialisti e per i dilettanti di storia (come me), può risultare addirittura stupefacente.

In questo saggetto Bloch propone la sua idea a proposito della fine della schiavitù antica. Ossia di quella particolare forma giuridica che, dai tempi dei Greci e per tutto l’Impero Romano (per limitarci alla storia della nostra cultura), permetteva nell’antichità di considerare milioni di uomini – si dice la maggior parte degli esseri umani – come oggetti, proprietà privata di un padrone, alla stregua di beni mobili e immobili. Certamente anche il mondo greco-romano ha conosciuto col tempo delle limitazioni rispetto a questo istituto, ma del tutto diverse da quelle che potremmo immaginare. Inoltre, anche nell’antichità gli schiavi potevano riscattarsi, e spesso a essi veniva delegata l’intera gestione di commerci e manifatture. Immortale a questo proposito è il liberto Trimalcione ridicolizzato nel Satiricon di Petronio.

Bloch si interroga però sulle ragioni “strutturali” per cui un istituto giuridico millenario come la schiavitù antica, in un lasso di tempo tutto sommato breve, ossia tre quattro secoli, abbia potuto rapidamente scomparire (o per lo meno attenurasi enormemente) in Europa Occidentale.

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Germania 1918 e Italia 1945: due rivoluzioni interrotte

di Eros Barone

rivoluzioni interrotte

Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.

Giambattista Vico, La scienza nuova, Degnità XIVª.

  1. La democrazia borghese contro la rivoluzione socialista: il caso tedesco

La nazione europea in cui le crisi e i conflitti del primo dopoguerra si manifestarono nella forma più netta e, nel contempo, più drammatica fu senza dubbio la Germania. In questo paese la sconfitta militare aveva determinato la disgregazione dell’impero guglielmino e posto la necessità di una profonda trasformazione dello Stato. In quello che, a partire dall’età bismarckiana, si presentava come un regime semi-assolutista e semi-parlamentare, l’impero si era basato su una compenetrazione talmente stretta fra l’imperatore e l’esercito che l’intero sistema politico e sociale finiva con l’articolarsi intorno all’autorità del sovrano e alla possente struttura dell’esercito, nel mentre il parlamento era ridotto a svolgere un ruolo decisamente subalterno.

Quando le ostilità cessarono, nel breve giro di due settimane questi pilastri crollarono.

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cumpanis

Perché siamo passati da Gramsci al PD?

di Alessandro Pascale

1960 torinoMi è stato chiesto dalla redazione della nuova rivista Cumpanis un contributo sulla storia del PCI, con il tentativo di identificare le “degenerazioni” dell'organizzazione. “Degenerazione” è in effetti una brutta parola, che esprime in sé un netto giudizio politico negativo. È comprensibile che su questo tema si sia preferito utilizzare in passato un più neutro “mutazioni genetiche”, cercando di mantenere un giudizio descrittivo più che valoriale. D'altronde che ci sia stata complessivamente una degenerazione è innegabile. Basta ricordare l'adeguato sarcasmo con cui Costanzo Preve ha denunciato il passaggio “da Gramsci a Fassino” per rendere innegabile questo giudizio negativo. Forse è più corretto parlare di un susseguirsi e di un intrecciarsi di mutazioni genetiche, che sfociano in alcuni punti di svolta, veri e propri passaggi storici, in cui è avvenuto un cambiamento identitario, con un salto quantitativo e qualitativo, che rende il partito complessivamente sempre meno adatto ad affrontare la crisi generale del movimento comunista internazionale degli anni '80. L'insieme di queste mutazioni genetiche ha portato nel tempo ad una degenerazione, cosa acquisita quanto meno nel movimento comunista nostrano. C'è molta divisione invece sull'identificazione e sull'entità delle varie mutazioni genetiche avvenute nel corso della storia del movimento comunista italiano. Tali divisioni analitiche si riverberano purtroppo in divisioni politiche che rendono molto più difficile l'azione egemonica in seno al totalitarismo “liberale” in cui siamo immersi.

Dopo oltre 10 anni di militanza partitica e ricerca storico-politica, non posso certo pretendere di poter esaurire un lavoro di ricerca vastissimo, sul quale molti compagni si sono dedicati con profitto sicuramente maggiore negli ultimi anni.

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sinistra

Un contraddittorio del 1926 tra Stalin e Bordiga

di Eros Barone

stalin bordiga 1926Perché gli operai russi avevano una fiducia illimitata in Lenin? Solo perché la sua politica era giusta? No, non solo per questo. Avevano fiducia in lui perché sapevano che in Lenin le parole non erano in contrasto coi fatti e che Lenin non ingannava… Il metodo del gruppo Ruth Fischer… è diametralmente opposto al metodo di Lenin. Posso rispettare Bordiga, che non considero né leninista né marxista, e credergli, posso credergli perché dice quello che pensa… Ma, pur mettendoci tutta la buona volontà, non posso credere per un solo istante a Ruth Fischer, che non dice mai quello che pensa.1

Giuseppe Stalin

Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.2

Amadeo Bordiga

Nel presentare il verbale della riunione della delegazione italiana al Comitato esecutivo allargato dell’Internazionale comunista con Stalin, che ebbe luogo a Mosca il 22 febbraio 1926 - un documento di eccezionale valore storico che rispecchia con l’aderenza viva e diretta di uno scritto desunto dal parlato il senso dei dibattiti e degli scontri che scandirono la vita dell’Internazionale Comunista in quella congiuntura politicamente decisiva -, è senz’altro utile un rapido riepilogo dei termini essenziali che caratterizzavano la situazione internazionale e la situazione interna dell’URSS tra la fine della prima metà e l’inizio della seconda metà degli anni Venti del secolo scorso. 3

La situazione internazionale, considerata in base alle prospettive del movimento operaio e comunista, si poneva in quel lasso di tempo sotto il segno dell’incertezza e della contraddittorietà.

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lantidiplomatico

"Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia"

Per una critica dell'eurocomunismo

di Fosco Giannini

La redazione della rivista internazionalista e antimperialista "Cumpanis", continuando la preziosa collaborazione con "L'Antidiplomatico", ci invia, come anticipazione, questo articolo che fa parte di uno "Speciale" del numero in uscita di "Cumpanis" dal titolo "Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia". L'articolo è del direttore della rivista, Fosco Giannini

747cd5288cd370c977a2c516ef227d00L’eurocomunismo è un paradosso.

Tanto è stata forte la sua azione negativa e disgregatrice sui quei partiti comunisti europei che l’hanno lanciato e sostenuto, quanto fragile è stato il suo pensiero politico e teorico.

L’azione dell’eurocomunismo ha contribuito notevolmente al processo di trasformazione del PCI in quel PDS che sarebbe poi giunto ad essere oggi il PD; la sua spinta ha accelerato i processi di involuzione politica, teorica e ideologica che erano già fortemente presenti nel PCI di Berlinguer facilitando di molto il percorso verso la “Bolognina”.

L’eurocomunismo si è offerto tra le più importanti basi materiali della crisi del Partito Comunista di Spagna (PCE) e della sua non insignificante perdita di autonomia e identità all’interno di Izquierda Unida. L’eurocomunismo ha offerto anche un importante contributo alle difficoltà che dalla fine degli anni ’70 in poi ha incontrato il Partito Comunista Francese.

Ma è qui il paradosso: pur avendo dispiegato tanta energia dissolutrice, dell’eurocomunismo – in virtù di quella particolata fatiscenza ideale e ideologica che l’ha contrassegnato- poco è rimasto nella memoria dei militanti comunisti degli anni ‘70 e quasi nulla è arrivato alla conoscenza delle nuove generazioni. Certo, esso ha influenzato e continua ad influenzare, in modo più o meno carsico, impianti politico-teorici come quello “bertinottiano” e di altre esperienze , italiane ed europee, della sinistra radical (con prospettive liberal, come nel caso del PD) ma la questione è che l’eurocomunismo in quanto tale, per la sua intrinseca debolezza teorica, come concreta esperienza politica, ha subito una sorta di rimozione storica, tant’è che oggi non pochi pensano all’eurocomunismo non tanto come al tentativo di sistematizzazione di un pensiero politico, ma, molto più banalmente, come all’agire dei partiti comunisti in Europa.

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lordinenuovo

Lenin e il movimento operaio italiano

Analisi storica e prospettive attuali

di Alessandro Mustillo

4344552x 699x1024Prima di addentrarci nell’analisi del rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano c’è da chiedersi se oltre alla valenza storiografica di queste vicende, l’argomento sia utile a fornire ancora oggi insegnamenti validi per chi è impegnato nella ricostruzione del movimento comunista in Italia, in linea con l’obiettivo che l’Ordine Nuovo si è dato per questo speciale. Certo in un articolo di taglio storico il compito di attualizzare è quello più difficile e complesso, e per questa ragione alcuni aspetti propriamente cronologici saranno sacrificati a una lettura più argomentativa.

Oltre la retorica, e il rifugio nella comodità della tradizione, la risposta alla domanda iniziale, va ricercata immergendosi in un’analisi parallela delle posizioni di allora e del mutamento del contesto in termini economici, storici, politici tra la società di inizio ‘900 e quella del secondo decennio del XXI secolo.

Analizzare il rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano significa lambire la questione centrale e tutt’ora aperta, del fallimento della Rivoluzione in Occidente – ossia nei Paesi a capitalismo avanzato, al vertice della catena imperialista internazionale – in uno dei suoi potenziali avamposti. Lambire e non centrare, perché analizzare la questione da questo lato prospettico impone di concentrarsi sull’aspetto soggettivo e organizzativo e trascurare l’aspetto oggettivo degli elementi attraverso i quali le classi dominanti all’interno dei paesi imperialistici riescono a rendere le classi subalterne compartecipi agli interessi di esse.

L’attualità delle vicende in oggetto risiede – nel giudizio di chi scrive – negli aspetti di forte similitudine tra il contesto dell’inizio del ‘900 e la società di oggi.

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maggiofil

Irriverenze storiche dal tempo del contagio

di Giorgio Gattei

Nicolas Poussin La Peste à AshdodPerché le epidemie?

Sono confinato in casa da giorni come se fossi un mafioso agli arresti domiciliari, io che non ho commesso alcun reato di mafia. Dicono che l’isolamento domestico favorisca la riscoperta dell’interiorità, ma a me proprio non succede e invece avverto solo una sorda rabbia contro quel giudice che così mi ha condannato. Ma chi è mai questo giudice? Questa volta non c’entra affatto la Storia con la S maiuscola, come nel caso delle guerre che ci cascano addosso, ma è invece la Natura, anche lei con la N maiuscola, che ci ha travolto nei suoi movimenti inconsulti. Non ci avevo mai pensato in precedenza, ma nella mia segregazione casalinga ho avvertito che la Natura, che pure ci crea, non ci ama affatto e ci vorrebbe tutti morti, e non soltanto individualmente (come prima o poi arriva comunque a fare), ma come specie, come intero genere umano. Per questo, nella costrizione domiciliare che sto soffrendo, mi sono ritrovato a condividere il “pessimismo cosmico” di Giacomo Leopardi, di cui ho riletto non tanto le poesie (con quell’Infinito ultra-celebrato e iper-cerebrato che poi non è altro che una fuga tutta di testa, hippy ante litteram, dal “natio borgo selvaggio”), bensì le Operette morali che sono uno straordinario prodotto letterario, sebbene avrei qualcosa da dire su di un linguaggio che non è più il nostro, in cui la filosofia leopardiana si presenta al suo meglio (mentre invece nel suo Zibaldone di pensieri io mi ci perdo…).

Queste Operette sono state pubblicate definitivamente a Napoli nel 1835. Perchè Leopardi ce l’aveva poi fatta a fuggir da Recanati e dopo un vario girovagare aveva raggiunto finalmente una metropoli, com’era Napoli a quel tempo, sulla quale incombeva pur sempre minacciosa la silhouette di quello “sterminator Vesevo” che aveva già annichilito Pompei, Ercolano ed Oplonti.

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lordinenuovo

L’unità della sinistra negli anni '90 e i problemi strategici dei comunisti oggi

di Luca Colamini

bertinotti cossutta 660x4002xUno dei traumi originari e dei fattori di crisi del movimento comunista italiano degli ultimi decenni è senza dubbio la partecipazione ai governi del centrosinistra. La travagliata esperienza e i risultati deludenti di quella fase hanno rappresentato un elemento decisivo nella progressiva erosione della base di consenso dei comunisti, e uno dei punti – se non il punto – di radicali divergenze strategiche e conseguenti scissioni.

Tracciare un bilancio di quegli anni e del decennio successivo è un’operazione complessa, che non può essere esaurita da un singolo intervento e richiede al contrario un lavoro di comprensione collettiva, necessario affinché coloro che sono impegnati nella riedificazione del movimento comunista in Italia siano partecipi di una ricostruzione condivisa della storia e delle alternative in campo – le quali, si vedrà, rappresentano ancora oggi opzioni tattiche e strategiche che esercitano una seduzione sull’area comunista. Per determinare una via diversa, di non facile individuazione e di impervia percorribilità, occorre necessariamente passare attraverso una conoscenza esatta delle vie dalle quali ci si vuole distanziare.

Si deve soprattutto evitare che nuove generazioni di comunisti familiarizzino con la teoria e la prassi comunista attraverso schemi ossificati – di destra, di sinistra, di centro – che hanno già clamorosamente fallito e sono corresponsabili della condizione di massimo arretramento storico in cui versa il movimento comunista italiano.

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lavoroesalute

E allora le Foibe?

Alba Vastano intervista Eric Gobetti

foibeku5Intervista a Eric Gobetti a cura di Alba Vastano. “La volontà dei neofascisti è quella di ignorare tutto quello che è avvenuto prima per soffermarsi solo sulle violenze commesse dai partigiani in parte nell’autunno del 1943 e soprattutto alla fine della guerra. In questo modo si finisce per identificare tutte le vittime come fasciste (cosa che non è del tutto vera) e soprattutto i fascisti solo come vittime, quando invece sono gli iniziatori della violenza in queste terre. Quello che è successo a Torino ma anche in altre occasioni e ad altri colleghi è proprio il tentativo di impedirci di parlare di storia, ovvero di far capire cosa è successo veramente prima, durante e dopo la guerra. Il loro scopo è quello di impedire che si sappia la verità, di mantenere la gente nell’ignoranza e poter diffondere comodamente i loro slogan nazionalisti che hanno ben poca attinenza con la realtà dei fatti”.
Eric Gobetti

Viviamo un tempo eccezionale, in uno Stato d’eccezione. Un tempo buio e colmo di interrogativi sul futuro dell’umanità tutta, segnata oggi da uno stato di fragilità che accomuna, che ci dovrebbe accomunare. Cosa ci lascerà in eredità questa fase storica che ci obbliga a blindare le nostre vite, la nostra socialità? Non ci è dato di conoscerlo. Nel frattempo potremmo occuparci, più che del nostro futuro, del nostro passato rivisitando la storia dei grandi conflitti del Novecento che potrebbe offrirci oggi la via maestra. Dove abbiamo sbagliato per ambizione e sete di potere? Perché si continua ancora a negare e non vogliamo ancora ammettere gli errori compiuti nel passato che hanno portato al collasso dell’umanità? Ci sono stati durante le grandi catastrofi del secolo scorso vinti e vincitori, come in ogni conflitto. Di chi le responsabilità dei fatti che hanno scatenato le guerre fra i popoli?

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poliscritture

Storia italiana dall’Unità a oggi

di Giorgio Riolo

Splendori e miserie della realtà italiana. A partire dal libro di Massimo L. Salvadori sulla storia italiana dall’Unità a oggi

81k2SJgkRbLÈ questa un’opera di sintesi per un argomento molto importante. Il bagaglio culturale minimo di un cittadino-una cittadina consapevole e attiva nella vita quotidiana richiede un minimo di coscienza storica e un minimo di conoscenza del corso storico. Questo in generale per la storia globale-mondiale. Ma ancor più per la storia del proprio paese. E ulteriormente se si vuole essere attivi nella società civile, nei movimenti, nel mondo culturale e nel complicato mondo politico italiano.

Quando un tempo in Italia, soprattutto a sinistra, esisteva la selezione dei gruppi dirigenti, compresi i quadri intermedi, si procedeva alla formazione di detti gruppi e di detti quadri. In questa formazione, un corso specifico sulla storia d’Italia dall’Unità a quel presente era tra le prime cose che si organizzavano. Con maggiore attenzione e approfondimento della storia del secondo dopoguerra, dalla Resistenza e dalla Liberazione alla realtà contemporanea.

Questo libro è pertanto un’occasione importante per rifarsi i fondamentali sulla nostra storia patria. Per capire e avere memoria, ma soprattutto per capire la dinamica contemporanea della realtà italiana.

Il valore di posizione di Salvadori è che in un solo volume ha reso una sintesi equilibrata ed esauriente di un arco storico piuttosto ampio. Con un giusto equilibrio di dati, riferimenti testuali, citazioni e interpretazioni e giudizi da parte dello storico. L’opera classica a cui sempre abbiamo fatto riferimento nel passato era la Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, in 11 volumi presso Feltrinelli (vedi Bibliografia minima) e che copriva un arco temporale che andava dalla fine del Settecento alla fine degli anni cinquanta del Novecento.

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voxpopuli

Un po' di storia recente per gli ignari

di Gianfranco La Grassa

sup16piccola1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino in opposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su Nuovi Argomenti nel 1956 con la trovata della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del PCI (verso la fine del ’56), in cui svillaneggiò Chruščëv, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche disturbata e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”, ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).

Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero geopolitiche. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale coincidenza ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto.