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Adriano Prosperi, Cambiare la storia

di Gabriele Talami

Adriano Prosperi, Cambiare la storia. Falsi, apocrifi, complotti, Torino, Einaudi, 2025

71CYFmjt80L. AC UL600 SR600600 .jpgAdriano Prosperi, storico italiano di formazione modernista, nel suo ultimo saggio Cambiare la storia, edito da Einaudi, affronta gli aspetti principali relativi all’arte di falsificare la storia. In questo viaggio attraverso varie epoche l’autore accompagna il lettore indagando gli aspetti, i contesti e le motivazioni che portano alla nascita di un falso storico. Nella breve premessa sono attenzionati alcuni aspetti della cancel culture, una tendenza sorta negli ultimi anni e approfondita in particolare dagli storici di World History. Secondo Prosperi questa visione, sulla carta tesa a migliorare la storia umana epurandola da violenze passate e personaggi sgraditi, oltre a semplificare la realtà ha di fatto trasformato il ruolo dello storico in quello di giudice. Se, come sosteneva già Aristotele, il passato non può essere modificato, è un’operazione mentale contorta e rischiosa giudicare il passato con gli occhi del presente.

Figure del calibro di Cristoforo Colombo e Winston Churchill hanno compiuto quelle che noi, in base alle nostre sensibilità odierne in materia di parità e diritti, senza alcun dubbio riteniamo essere atti razzisti e nefasti. Questa forma mentis conduce inevitabilmente alla cosiddetta “civiltà di vergogna” che, ignorando il dato storico, vuole colpevolizzare l’Occidente cercando di relegare all’oblio le tracce meno nobili del suo passato. Nel primo capitolo di Cambiare la storia Prosperi affronta quello che è ritenuto universalmente il falso di maggior successo e durata nella storia, ovvero la donazione di Costantino. Secondo quanto affermato dal documento, nel 315 d.C. l’Imperatore Romano Costantino, guarito dalla lebbra in seguito al battesimo cristiano elargito da parte di Papa Silvestro I, avrebbe in segno di riconoscenza donato al vescovo di Roma la parte occidentale dell’Impero.

Questo dono fece seguito alla conversione di Costantino nel 312 d.C., in un periodo in cui solo una parte minoritaria degli abitanti dell’impero era di fede cristiana. Se come affermava Paul Veyne l’audace conversione dell’imperatore fu un avvenimento decisivo in grado di spostare il baricentro della storia mondiale, la falsa donazione ebbe un peso considerevole nell’espansione territoriale e nel potere temporale della Chiesa.

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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Settima parte. Idee di transizione (e di profsojuz) a confronto: il dibattito sui sindacati

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fQuella propugnata da Lenin non era l’unica concezione di sindacato, all’interno del variegato e vivace mondo bolscevico di allora. Vale la pena rammentarlo, se non altro perché già all’epoca notiamo non tanto una diversità di progetto rivoluzionario, su cui peraltro si spesero in passato fiumi di inchiostro (e di rispettivi, a ben vedere poco “rivoluzionari”, mali di fegato e polemiche assortite), quanto di MUTAZIONE DEL RUOLO STESSO DEL SINDACATO IN FUNZIONE DEL PROGETTO RIVOLUZIONARIO CONSIDERATO.

PRESTIAMO ATTENZIONE A QUESTO PASSAGGIO, PERCHÉ È MOLTO, MA MOLTO ATTUALE. Alla luce del fatto che oggi, 2025, non esiste alcun “progetto rivoluzionario”, all’interno di una ancorché minima “teoria della transizione” al socialismo.

“Le nozze non si fanno coi fichi secchi”, recita un antico adagio popolare, preso a scusa da chi avrebbe continuato (e qualcuno di questi “difensori” continua tutt’ora!) a guardare alle “condizioni oggettive” che rendevano “storicamente necessari” venti, trenta, quarant’anni di NEP (ma volendo anche un secolo intero!) durante il quale un MODO CAPITALISTICO di produzione impiegato in maniera STATALISTICA E DIRIGISTICA avrebbe portato un Paese a essere la prima potenza industriale al mondo… “MA NON ANCORA PRONTO PER LA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO” (Marx scriveva Gotha un secolo e mezzo fa… ma pazienza… era un “profeta”).

Questa è stata l’excusatio non petita che, storicamente, e a partire dai partiti comunisti ancora al potere, si sollevò all’epoca. Nessuno, dopo Tian’an men, disse più nulla. Ed è da oltre trent’anni che “non importa che il gatto sia nero o bianco, se acchiappa i topi è un bravo gatto” (不管黑猫白猫,捉到老鼠就是好猫)1. N’est-ce pas?

Oltremuraglia, peggio che andar di notte. Caduto infatti il Muro, caduta l’URSS… “ANDAVA BENE COSÌ”, GATTI BIANCHI, GATTI NERI, TOPI, ANDAVA BENE TUTTO, CARA GRAZIA CHE C’ERA ANCORA QUALCOSA CHE SI MUOVEVA, che non tutto era perduto…

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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Sesta parte. I profsojuz durante la guerra civile

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fL’inasprimento  ulteriore del conflitto portò all’azione congiunta delle classi spodestate e degli imperialisti stranieri, ovvero dell’esercito dei “bianchi” e di quelli stranieri, fino alla guerra civile dei primi e all’invasione imperialistica dei secondi.

Tutto questo non poteva non ripercuotersi anche sulla politica economica del giovanissimo governo dei Soviet: la nazionalizzazione di grande industria, banche e infrastrutture fu il passo logico successivo.

In tale contesto, i profsojuz furono costretti a cambiare nuovamente obbiettivi e strategie:

- da un lato, la lotta per il controllo operaio sulla produzione DIVENNE la lotta

1. per l’OCCUPAZIONE FISICA delle fabbriche e

2. per la DIFESA ANCHE ARMATA DEL POSTO DI LAVORO;

- dall’altro, la nazionalizzazione della grande industria portò a un’ULTERIORE RIDEFINIZIONE DI RUOLO E MANSIONI del sindacato in quei luoghi, dal momento che la controparte era sparita, non c’erano più i padroni.

Quanto appena affermato si ripercosse sull’aumento dell’autogestione operaia: nel 1920, il 63,5% delle industrie del Paese dei Soviet era a completa direzione operaia1.

In particolare, il 100% di gestione operaia si aveva nel settore dei trasporti, dove i profsojuz furono incaricati della gestione e risoluzione di un problema di cruciale importanza, nonché estremamente complesso: approvvigionamento materiale e rifornimento su più versanti, dalle campagne alle città e viceversa, dalla produzione ai fronti militari e viceversa.

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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

 Quinta parte. Il controllo operaio della produzione

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fL’illustrazione qui sotto ritrae il capolavoro di Ivan Dmitrievič Šadr (1887-1941): “La pietra è l’arma del proletariato” (Булыжник - оружие пролетариата, 1927): inizialmente gesso, trasformato poi in bronzo, nello stile a noi familiare, “classico”, appreso dall’Autore a Parigi e a Roma, un po’ Discobolo e un po’ David, questo operaio compie un gesto magnifico, nel vero senso etimologico del termine.

A gran parte degli osservatori sfuggono le dimensioni di questa roccia, piegata, staccata dalla nuda terra e pronta per essere scagliata contro gli oppressori. Vale, quindi, la pena guardare la scultura anche da un’altra angolatura, decisamente più rivelatrice: da un lato, il macigno strappato dalla nuda terra costringe il corpo a torcersi all’indietro, le braccia a tendersi oltremisura nell’immane raccolta, tutti i muscoli a contrarsi nello sforzo; dall’altro lo sguardo, non più armonicamente piegato nel senso del movimento di torsione, come nel Discobolo, si alza, meglio, “si solleva” come la classe operaia oppressa, punta dritto davanti a sè, sicuro, senza paura, determinato a scagliare quel macigno addosso al nemico di classe. Siamo già oltre il Discobolo: il macigno si sta staccando, il vincolo che teneva la molla in tensione è stato tolto e la scarpaccia ferma, puntata in avanti, non solo fa da puntello all’operaio nel suo immane compito, ma già proietta, come una molla, per l’appunto, l’intera figura oltre la barricata nemica. Non importa che quel macigno l’abbia a malapena staccato da terra; io, con la testa, son già là dove deve andare! Da qui l’idea, la filosofia di fondo alla base di questa scelta autoriale: non più la potenza fine a sé stessa, raccolta, massimizzata nella torsione, ma che PRELUDE all’atto, come nel Discobolo classico, ma la potenza che DIVENTA GIÀ atto, insurrezione, Rivoluzione.

Col senno di poi, esiste anche un’altra lettura, ex post per l’appunto. La sproporzione fra l’operaio minuto, “tutto nervetti e muscoletti”, come un mio amico amava definire il fisico à la Bruce Lee, e quel mastodontico sampietrino che pare già un’impresa staccare da terra, oggi ci suggerisce anche la sproporzione fra compito da svolgere dalla classe operaia russa e risorse a essa a disposizione, ovvero l’immane problema che quegli operai erano chiamati a risolvere.

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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Quarta parte. Dal 1905 al 1917

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fTorniamo ai nostri sindacati russi di inizio Novecento. Alla luce di quanto esposto, è ora più chiaro il passaggio dei profsojuz verso la partijnost’ in favore dei rivoluzionari russi, pur mantenendo una neutralità operativa, ovvero non perdendo mai di vista i loro riferimenti primari e principali, i lavoratori, fossero o meno iscritti al partito.

Sin da subito fra sindacalisti e rivoluzionari fu alleanza vera e propria contro lo zarismo. Dichiarando lo sciopero generale durante l’insurrezione del 1905, i sindacati misero in crisi l’intero apparato statale, ivi compresa la repressione e la propaganda: anzi, non solo non uscivano i giornali di regime, ma erano gli stessi tipografici a stampare i fogli rivoluzionari. Non da ultimo, i sindacati parteciparono attivamente alla vita dei primi Soviet1.

In questo rapporto di reciproca intesa e scambio, anche altri partiti provarono a inserirsi: le altre formazioni di sinistra, per esempio, piuttosto che lo stesso partito cadetto. Tuttavia, i tentativi dei primi di creare “doppioni” del rapporto allora in essere, così come quelli dei secondi di portare la dialettica politica-sindacato al di fuori della lotta di classe, in un momento come quello di fortissimo inasprimento del conflitto, erano entrambi destinati a non incidere minimamente sul corso generale degli eventi. Eventi che, per l’appunto, dopo e nonostante la fallita rivoluzione del 1905, vedevano sempre più uniti nella lotta socialdemocratici e sindacati.

Anni difficili, quelli che seguirono, anzi tragici per il movimento sindacale russo: la reazione segnò significativi successi, con centinaia di sedi sindacali chiuse e sgomberate, scioperi sconfitti dalle serrate padronali e dispersione di iscritti e militanti.

Il POSDR reagì a quella formidabile ondata repressiva accettando frontalmente lo scontro. In una circolare del CC datata 11 febbraio 1908 e indirizzata ai propri iscritti sindacalisti con delle linee guida per l’azione, invocava maggiori antagonismo, rafforzamento e radicamento sul territorio, nonché la sostituzione il più possibile immediata delle posizioni lasciate vacanti dai compagni arrestati o dalle chiusure forzate delle sedi.

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carmilla

György Lukács, un’eresia ortodossa / 5 – Sul filo del tempo

di Emilio Quadrelli

rivoluzione repubblica.jpgLa lettura del conflitto di classe non avviene stilando una statistica al fine di individuare il punto medio della conflittualità ma osservando e facendo proprie le istanze strategiche che provengono dalle punte avanzate della classe. Su ciò si plasma la tattica cosciente del partito. Dalla prassi d’avanguardia della classe al partito dell’avanguardia di classe al fine di riversare e generalizzare in questa, quella tendenza. Il partito, quindi, non si accoda semplicemente alla lotta di classe, non si limita a portare solidarietà a questa, cosa che può fare chiunque, e neppure, come le letture burocratico-organizzative di Lenin offrono, si limita a porsi alla testa delle lotte. Certo, il partito solidarizza con la lotta e cerca di prenderne la direzione ma perché? A qual fine? Qui sta il nocciolo della questione. Il partito deve, soprattutto, trasformare coscientemente quella lotta in qualcosa che sta nella lotta ma solo in potenza. Non ha senso prendere la direzione di qualcosa che rimane in potenza, ma lo ha se questo prendere la direzione vuol dire realizzare la potenza. Detta in altre parole la tattica del partito mette la classe nella condizione di compiere un salto nell’elaborazione della strategia. In altre parole il partito più che prendere la testa del movimento è la testa del movimento. Facciamo un esempio: nel 1905 le masse organizzano una dimostrazione la quale, come noto, sfocia nel sangue e in seguito a ciò, in piena spontaneità, iniziano a battersi. Il partito sicuramente solidarizza con la lotta e cerca di mettersi alla testa di questo movimento, ma fare questo significa operare per far fare un salto qualitativo a quanto sta andando in scena. Questo salto è l’indicazione pratica dell’insurrezione quindi, di fatto, essere la testa del movimento. Dalla classe al partito, dal partito alla classe. Il partito non si è inventato nulla, non fa nulla, esso agisce come elemento cosciente e d’avanguardia dentro il punto più alto della conflittualità di classe. Ecco che, in quel momento, tutto il suo lavoro preparatorio emerge in maniera cristallina. Ma, una volta fatto ciò non è che all’inizio del suo lavoro perché la stessa pratica dell’insurrezione non farà altro che dare vita e forme qualitativamente diverse alla strategia della classe e inevitabilmente ciò porterà a una nuova lettura della strategia di classe e a una successiva rielaborazione della tattica di partito.

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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Terza parte

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fCari compagni,

ci eravamo lasciati nell’ultima puntata dopo aver abbozzato un collocamento del caso sovietico all’intesto di un contesto mondiale laddove, il caso cinese, rappresentava un caso decisamente “limite” di “importazione” del marxismo.

Restando nella metafora dei trasporti, ogni volta che “esportiamo” non uno spinterogeno, ma qualcosa di immateriale, dotato di un significante e di un significato, si pone il problema della sua “traduzione”, “importazione”, “selezione e adattamento”, “rielaborazione”. ANCHE IN UN CONTESTO COSÌ VICINO AL NOSTRO COME QUELLO RUSSO-SOVIETICO.

Si badi, questo “vicino” non ha alcuna intenzione provocatoria. Avendo passato ormai la maggior parte della mia vita, trenta su cinquanta grosso modo, a manipolare concetti di culture lontane diecimila chilometri da noi, il leggendario cinese wan li 万里, diecimila li, ogni volta che ritrovo “Gente del Libro”, come la chiamano i fratelli musulmani, ritrovo anche i binari noti del mio pensiero, del mio modo di vedere il mondo.

Ciò nonostante, paradossalmente forse per questa vicinanza, quando SI “ESPORTA” O SI “IMPORTA” QUALCOSA, spesso SI DÀ TROPPO PER SCONTATO CHE IL RICETTORE O IL MITTENTE SIA ESATTAMENTE SINTONIZZATO SULLE NOSTRE LUNGHEZZE D’ONDA. E così non è. Vale per i nostri traduttori di Lenin, ma valeva anche nel senso contrario.

L’obiezione è sempre la stessa: “epperò, non possiamo mica mettere una nota a piè pagina ogni due righe”. Giusto. Appesantisce il testo. Allora che facciamo, tagliamo con l’accetta? Semplifichiamo? Traduciamo pravda e istina sempre come “verità”, partijnost’ come “partiticità” e chi s’è visto s’è visto? Oppure, peggio ancora, le lasciamo in russo e cavoli di chi legge?

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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Seconda parte: Il 1905: chiave di volta e detonatore di cambiamenti epocali

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8f"Cari compagni,
a distanza di tre anni riparto con la pubblicazione di questo lavoro, prima puntata qui
https://sinistrainrete.info/storia/22349-paolo-selmi-skola-kommunizma-i-sindacati-nel-paese-dei-soviet.html
interrotto a seguito dell'inizio della SVO.

Era già stato completato, e pubblicato integralmente su academia.edu e a puntate su resistenze.org.

In realtà, quanto segue rappresenta un inedito, a distanza di tre anni, dal momento che ogni puntata, e saranno tante, oltre dieci sicuramente, sarà rivista prima di QUESTA sua pubblicazione su sinistrainrete. E, come in questo caso, RISCRITTA E AMPLIATA, per esigenze di chiarezza espositiva su concetti tutt'altro che semplici. Questo, naturalmente, senza togliere una virgola dalle cronache e dagli aggiornamenti sulla SVO. Cercherò di sistemare una decina di cartelle alla settimana e inviarle alla redazione. Dovessi saltare una settimana, chiedo scusa in anticipo. Grazie a tutti. Con saluti comunisti,
Paolo Selmi"

* * * *

La domenica di sangue e la sconfitta militare contro i giapponesi contribuirono al crollo verticale di credibilità del regime zarista, da un lato, e all’aumento contestuale della stessa su quel versante opposto di recente formazione (perché allora, a differenza di oggi, c’era un “versante opposto”).

Dal punto di vista sindacale, notiamo che la sempre maggiore differenziazione non teorica (dal momento che anzi, al contrario, scioperi alimentavano manifestazioni e manifestazioni alimentavano scioperi), ma operativa fra istanze politiche, rappresentate dal POSDR, e istanze economiche rappresentate sino ad allora “in supplenza” dallo stesso POSDR, rese finalmente necessaria la creazione di un’istituzione sociale a esse preposta, il sindacato ovvero, alla russa: l’unione (sojuz) operaia (rabočij) delle professioni (professional’nyj, che nell’inversione di ordine fra aggettivi e sostantivo è профессиональный рабочий союз), da cui l’abbreviazione profsojuz1.

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sinistra

Dalla Resistenza alla Rivoluzione: la via esclusa

di Eros Barone

partigiani 22314.jpg1. La “rivoluzione senza rivoluzione”1: il caso italiano

Nella primavera del 1943 gli operai di Torino presero l’iniziativa di un possente movimento di sciopero che si estese anche a Milano e a Genova, coinvolgendo più di centomila lavoratori. La sconfitta tedesca a Stalingrado, lo sbarco angloamericano in Sicilia, gli scioperi operai del Nord fanno comprendere ai gruppi dirigenti della borghesia italiana che è giunto il momento di sbarazzarsi di Mussolini e di rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Alleati. Nel contempo, il loro principale obiettivo è quello di prevenire uno sbocco rivoluzionario della crisi del regime, mentre il governo Badoglio mostra fin da subito la sua vera faccia, repressiva e antipopolare.

In una circolare governativa del governo Badoglio (definito con giusto disprezzo “governo dei Fu”) – la tristemente nota “circolare Roatta” del 26 luglio 1943 - si dànno le seguenti istruzioni, che saranno fedelmente applicate dall’esercito nella repressione sanguinosa dei moti popolari che esplosero nel periodo dei “quarantacinque giorni” (25 luglio 1943 – 8 settembre1943): «Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine […] Le truppe procedano in formazione di combattimento, aprendo il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria, senza preavvisi di sorta, come se si procedesse contro il nemico. Non si tiri mai in aria, ma colpire come in combattimento, e chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza contro le forze armate venga immediatamente passato per le armi.» 2

La storia subisce una forte accelerazione: i partiti antifascisti e i sindacati ritornano alla legalità, mentre si moltiplicano gli scioperi in cui si esige la liberazione dei detenuti politici. Nelle fabbriche si costituiscono per elezione le commissioni operaie (i primo organi elettivi che sorgono in Italia dopo la caduta di Mussolini). Frattanto i tedeschi che già avevano sette divisioni in Italia ne inviano altre 18, occupando di fatto il Nord e il Centro del paese senza che il governo Badoglio prenda alcuna misura difensiva.

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tempofertile

Howard Zinn, Storia del popolo americano

di Alessandro Visalli

800px Howard Pyle The Burning of Jamestown.jpgPremessa

Howard Zinn, nato nel 1922 e morto nel 2010, è stato uno scrittore radicale americano newyorkese di inclinazioni socialiste libertarie e provenienza da una famiglia di immigrati ebrei europei (dall’Austria e dalla Siberia). Dagli anni Sessanta prese parte attivamente al movimento per i diritti civili, sia nel ruolo di docente di storia sia in quello successivo di docente di scienze politiche. Prese posizioni coraggiose e personalmente costose contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam[1].

Il suo testo più famoso, Storia del popolo americano da 1492 a oggi[2], è uno straordinario affresco dell’intera storia degli Stati Uniti, fino ai primi anni di Bush junior, descritta sotto il profilo della storia popolare. Ovvero della storia delle lotte e mobilitazioni popolari e delle diverse forme di oppressione che sono state praticate nella storia del paese. È quindi, e soprattutto, una storia dei dispositivi di controllo sociale e di formazione e dominio delle élites e di formazione e sfruttamento di sempre nuove ineguaglianze e colonie interne. Anzi di controllo proprio rendendo funzionali le ineguaglianze interne tramite il sistematico spostamento su altro della natura economica di queste.

 

La “scoperta”

La storia prende ovviamente le mosse dai viaggi di Colombo, soprattutto del secondo viaggio la cui complessa organizzazione e l’alto costo (ben 17 navi) rendeva necessario garantire l’immediato profitto. Ovvero, chiaramente, aprire un canale di approvvigionamento di schiavi e oro. Colombo tenta di adempiere al mandato, in un paese ricchissimo di risorse naturali ma non sviluppato in senso occidentale, soprattutto garantendo i primi. E quindi occupando militarmente Haiti, che viene selvaggiamente sfruttata e nella quale si attua in poco meno di un secolo un vero e proprio assoluto sterminio. Una popolazione locale stimabile in 250.000 abitanti viene ridotta praticamente a zero, grazie a uno spietato ipersfruttamento in piantagioni intensive.

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officinaprimomaggio

La giornata del ricordo nell’era Meloni

di Sergio Fontegher Bologna

foibe.jpgQuesta storia delle foibe, che la “giornata del ricordo” ci ripropone con cadenza annuale, ha almeno il merito di farci riscoprire la centralità delle politiche della memoria, diventate ormai componente essenziale del conflitto sociale, antifascista e anticapitalista. Per questo abbiamo ritenuto di poter riproporre uno scritto di Sergio Fontegher Bologna di due anni fa, apparso sul sito del Centro per la Riforma dello Stato (che ringraziamo anche per la foto). In quel pezzo si invitava a “spostare il terreno di scontro”, dalle vicende specifiche del confine orientale al tema centrale, da cui tutto, Shoah compresa, era partito: la guerra mondiale e la scelta del fascismo di aggredire popoli che per l’Italia non rappresentavano nessuna minaccia: francesi, tunisini, iugoslavi, albanesi, greci e infine russi. Di aggredirli, di invadere le loro terre, solo per fare un favore a Hitler. Ma non basta, di aggredirli senza armamenti ed equipaggiamenti adeguati, per cui le abbiamo beccate ovunque di santa ragione. Un’intera generazione mandata al massacro da un dittatore irresponsabile. E’ una storia che, a pensarci, fa ancora accapponare la pelle e che rende grottesca ogni manifestazione di militarismo, simile a quelle che danno voce alle paternali dei generali italiani in servizio, pronti ad ammonire i giovani di oggi che “occorre essere pronti alla guerra”.

Quest’anno cade l’ottantesimo della Liberazione, del 25 aprile. Ecco un bel banco di prova per la politica della memoria. Speriamo che non sia solo martirologio ma si possa rivendicare con orgoglio di aver fatto fuori qualche criminale in camicia nera o in divisa da SS.

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berlin89

Gli Ebrei della Palestina Sovietica, una storia poco conosciuta

di Paolo Molina

conferenza evian .jpgNel 1928 le prime famiglie ebraiche iniziarono a trasferirsi nel bacino del fiume Amur e ad accamparsi nelle vicinanze del piccolo villaggio di Tikhonkaja (alla lettera “Posto quieto”). Gradualmente trasformarono quel posto in Birobidzhan, (città a 8.200 chilometri ad est di Mosca), che diventò il capoluogo della Regione autonoma ebrea (lo è ancora oggi, con i suoi 74 mila abitanti).

L’unico modo per gli ebrei per fuggire dal nazismo era abbandonare l’Europa e "per poter lasciare il continente, gli ebrei dovevano fornire prove per l’emigrazione, che poteva essere un visto straniero o un biglietto navale valido". Documenti che erano difficili da ottenere dopo la Conferenza di Évian del 6 luglio ’38, quando 31 paesi su 32, compresi Canada, Australia e Nuova Zelanda, rifiutarono di ospitare altri immigrati ebrei avendo stabilito quote molto rigide.

Durante la Conferenza i paesi invitati sembravano simpatizzare per la causa ebraica, ma non fu presa decisione alcuna.

La Conferenza di Évian era stata voluta dagli Stati Uniti di Roosevelt, per discutere la questione dei rifugiati ebrei e la critica situazione del numero crescente di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista, con la speranza di sensibilizzare alcune nazioni ad accettare un numero maggiore di rifugiati e forse anche di distogliere l’attenzione dai limiti sull’immigrazione ebraica imposti dagli stessi Stati Uniti.

Alla conferenza parteciparono i delegati di 32 nazioni e 24 organizzazioni volontarie in qualità di osservatori. A Golda Meir, nella delegazione britannica in Palestina, non fu concesso di parlare.

Hitler dichiarò che se questi paesi erano disposti a simpatizzare per “questi criminali (gli ebrei), allora avrebbero dovuto essere abbastanza generosi da convertire la loro simpatia in un aiuto pratico. Da parte nostra, noi siamo pronti a lasciare andare questi criminali verso questi paesi, per quello che mi riguarda, anche su una nave di lusso“.

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sinistra

Il mito antifascista degli Arditi del Popolo e del settarismo «bordighista»

Considerazioni in/attuali

di F. B.

Schermata del 2024 10 07 19 33 15.png«Ogni volta che al posto di "proletariato" leggo "popolo", mi domando quale brutto tiro si stia preparando ai danni del proletariato.»

(G. D.)

La «leggenda» degli Arditi del Popolo nasce all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, allorché – dopo che per quasi cinquant’anni quell’esperienza di opposizione armata al fascismo in ascesa era caduta nell’oblio – un fiorire di studi ad opera di giovani storici «militanti» la riportò improvvisamente in auge. Questo rinnovato interesse per una vicenda lontana e ormai da tempo dimenticata, come sempre accade, non fu casuale: esso rispondeva, infatti, all’esigenza di dotare la pratica dell’«antifascismo militante» delle formazioni della sinistra extraparlamentare di un proprio mito fondativo, da affiancare a quello ormai sbiadito e sin troppo «istituzionale» della Resistenza. L’antifascismo militante era nato per contrastare il neo-squadrismo di fascisti vecchi e nuovi, che lo stato democratico utilizzava come manovalanza cui delegare il «lavoro sporco» nella repressione delle lotte operaie e studentesche, oltre che nel quadro della cosiddetta strategia della tensione. Ma i suoi riferimenti storici, nonché l’appellativo stesso di «antifascismo», rivelano come la sua funzione, sul piano tanto pratico che ideologico, andasse oltre il terreno della semplice «difesa proletaria», e si collocasse su un piano politico ben preciso: quello della difesa della democrazia (democrazia che peraltro in quegli anni, in Italia, non fu mai seriamente in pericolo). Inoltre, esso assolse a una funzione di polizia interna al movimento, volgendosi soprattutto contro le sue correnti più radicali (i cui aderenti erano invariabilmente bollati come «provocatori fascisti» e spesso oggetto di aggressioni fisiche da parte dei «servizi d’ordine» gauchiste). Ciò non stupisce se si pensa che, seppure con sfumature diverse, la matrice di pressoché tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare era più o meno apertamente marxista-leninista.

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ospite ingrato

Luca Mozzachiodi, Preparando il Sessantotto

di Giuseppe Muraca

Luca Mozzachiodi, Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della nuova sinistra (1956-1967), Pisa, Pacini Editore, 2024

a1968q.jpgLa crisi del marxismo e della sinistra avvenuta a partire dalla fine degli anni settanta hanno reso ormai lontana la stagione della Nuova sinistra, che dopo le opere di Giovanni Bechelloni (a c. di), Cultura e ideologia della nuova sinistra (1973), e di Attilio Mangano, Le culture del ’68 (1989) e L’altra linea (1992) negli ultimi trent’anni nella sua totalità e complessità raramente è stata oggetto dell’indagine storiografica. A rompere questo lungo silenzio ci ha pensato il giovane studioso Luca Mozzachiodi che ad essa ha da poco dedicato un libro molto importante, frutto di anni di lavoro, Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della nuova sinistra (1956-1967). Le speranze, i drammi e le delusioni del 1956, «Ragionamenti» e la crisi dello stalinismo, «Officina» una rivista di transizione, il boom economico e le prime lotte operaie, Franco Fortini da Dieci inverni a Verifica dei poteri, Raniero Panzieri organizzatore politico e culturale e teorico marxista, il rinnovamento del marxismo e la nascita e il percorso delle riviste «Quaderni Rossi» e «Classe operaia», la fase pre-sessantottina dei «Quaderni piacentini», Cesare Cases allievo di Lukács, Renato Solmi studioso della Scuola di Francoforte e della nuova sinistra americana, Mario Tronti e l’operaismo, Alberto Asor Rosa e la critica al populismo: questi sono alcuni dei principali argomenti del libro, e tanto altro ancora. Un libro compatto, ricco di spunti e di riflessioni e rigoroso come pochi, che ricostruisce l’attività di quei piccoli gruppi di intellettuali militanti e organizzatori politici e culturali che dagli anni più duri dello stalinismo e della guerra fredda fino all’avvento del neocapitalismo e nel corso degli anni sessanta hanno speso le loro energie per affermare una linea politica e culturale diversa da quella della sinistra ufficiale, e che alla critica dello stalinismo, dello zdanovismo, del togliattismo e del marxismo nazional-popolare hanno unito l’impegno per una nuova cultura e un nuovo pensiero marxista basato sull’unità tra teoria e prassi, tra politica e cultura.

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Il caso del caso Moro, parte 4: Steve Pieczènik

di Davide Carrozza

whatsapp image 2024 08 28 at 13.01.26Ennesima puntata dell’approfondimento sulla saga più avvincente e al contempo più triste della nostra storia repubblicana: il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro avvenuto a Roma fra il 16 Marzo e il 9 Maggio 1978 ad opera delle Brigate rosse. Questa volta lo stimolo per scrivere una quarta puntata mi viene dato non tanto dai soliti lettori/detrattori che, forti della corazza complottista forgiata da decenni di saggistica spazzatura, argomentano su noti servizi, spie della NATO e della CIA, sicari della mala e altre sceneggiature da serie crime di basso livello. Questa volta, finalmente, la critica sorprendentemente costruttiva arriva da un collega, Dario Ventura, che avendo letto le 3 puntate precedenti mi muove un appunto che proverò a riassumere così: premesso che ti definisci oppositore di ogni tesi non sufficientemente argomentata e suffragata da comprovata documentazione, specie se mai confluita in alcuno dei 5 processi; premesso che difendi (senza ovviamente sposarne la causa e soprattutto senza sposarne i mezzi) l’autenticità della lotta armata e del tentativo rivoluzionario in Italia; premesso che critichi e ti opponi aspramente a ogni tesi che sostenga l’etero-direzione delle brigate rosse…premesso tutto quanto detto, allora perché sostieni che non si può negare che i servizi segreti abbiano avuto un ruolo nella vicenda? Non lo dice, ma leggo nei suoi occhi una velata accusa di mancanza coerenza. Il rilievo del mio collega arriva all’improvviso nel bel mezzo di una tranquilla colazione in cui si parlava di consigli di classe e dei nuovi schemi di gioco del Milan e della Roma…con non poco stupore e colto impreparato, capisco che c’è bisogno di una quarta puntata.

Il riferimento di Dario è al primo articolo della serie, quello in risposta ad alcune argomentazioni sostenute da Report di Rai 3 dove scrivo testualmente: alla luce della storia recente del nostro paese è impossibile pensare che i servizi italiani e/o americani siano rimasti completamente fuori dalla vicenda del rapimento e dell’uccisione dell’Onorevole Moro.

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Qui una recensione di Marco Gatto

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Qui una presentazione del libro

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Qui una recensione di Antonio Martone

CALEMME COVER.pdf

Qui una recensione di Ciro Schember

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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

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Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

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Qui la prefazione di Thomas Fazi

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

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Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

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Qui una scheda del libro

 

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Qui la premessa e l'indice del volume

Cengia MacchineCapitale.pdf

Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

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Qui il volume in formato PDF

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Qui l'indice e la quarta di copertina

 

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Copertina Danna Covidismo.pdf

Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una anteprima del libro

Copertina Ucraina Europa mondo PER STAMPA.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

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Qui una presentazione del libro

 

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Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

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Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

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Qui l'introduzione al volume

 

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Qui una recensione del libro

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui una presentazione

 

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Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

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Qui l'indice del libro e l'introduzione in pdf.

 

Mattick.pdf

Qui la quarta di copertina

Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

La Democrazia sospesa Copertina

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

cocuzza sottile cover

Qui l'introduzione di Giuseppe Sottile

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