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tempofertile

Howard Zinn, Storia del popolo americano

di Alessandro Visalli

800px Howard Pyle The Burning of Jamestown.jpgPremessa

Howard Zinn, nato nel 1922 e morto nel 2010, è stato uno scrittore radicale americano newyorkese di inclinazioni socialiste libertarie e provenienza da una famiglia di immigrati ebrei europei (dall’Austria e dalla Siberia). Dagli anni Sessanta prese parte attivamente al movimento per i diritti civili, sia nel ruolo di docente di storia sia in quello successivo di docente di scienze politiche. Prese posizioni coraggiose e personalmente costose contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam[1].

Il suo testo più famoso, Storia del popolo americano da 1492 a oggi[2], è uno straordinario affresco dell’intera storia degli Stati Uniti, fino ai primi anni di Bush junior, descritta sotto il profilo della storia popolare. Ovvero della storia delle lotte e mobilitazioni popolari e delle diverse forme di oppressione che sono state praticate nella storia del paese. È quindi, e soprattutto, una storia dei dispositivi di controllo sociale e di formazione e dominio delle élites e di formazione e sfruttamento di sempre nuove ineguaglianze e colonie interne. Anzi di controllo proprio rendendo funzionali le ineguaglianze interne tramite il sistematico spostamento su altro della natura economica di queste.

 

La “scoperta”

La storia prende ovviamente le mosse dai viaggi di Colombo, soprattutto del secondo viaggio la cui complessa organizzazione e l’alto costo (ben 17 navi) rendeva necessario garantire l’immediato profitto. Ovvero, chiaramente, aprire un canale di approvvigionamento di schiavi e oro. Colombo tenta di adempiere al mandato, in un paese ricchissimo di risorse naturali ma non sviluppato in senso occidentale, soprattutto garantendo i primi. E quindi occupando militarmente Haiti, che viene selvaggiamente sfruttata e nella quale si attua in poco meno di un secolo un vero e proprio assoluto sterminio. Una popolazione locale stimabile in 250.000 abitanti viene ridotta praticamente a zero, grazie a uno spietato ipersfruttamento in piantagioni intensive.

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officinaprimomaggio

La giornata del ricordo nell’era Meloni

di Sergio Fontegher Bologna

foibe.jpgQuesta storia delle foibe, che la “giornata del ricordo” ci ripropone con cadenza annuale, ha almeno il merito di farci riscoprire la centralità delle politiche della memoria, diventate ormai componente essenziale del conflitto sociale, antifascista e anticapitalista. Per questo abbiamo ritenuto di poter riproporre uno scritto di Sergio Fontegher Bologna di due anni fa, apparso sul sito del Centro per la Riforma dello Stato (che ringraziamo anche per la foto). In quel pezzo si invitava a “spostare il terreno di scontro”, dalle vicende specifiche del confine orientale al tema centrale, da cui tutto, Shoah compresa, era partito: la guerra mondiale e la scelta del fascismo di aggredire popoli che per l’Italia non rappresentavano nessuna minaccia: francesi, tunisini, iugoslavi, albanesi, greci e infine russi. Di aggredirli, di invadere le loro terre, solo per fare un favore a Hitler. Ma non basta, di aggredirli senza armamenti ed equipaggiamenti adeguati, per cui le abbiamo beccate ovunque di santa ragione. Un’intera generazione mandata al massacro da un dittatore irresponsabile. E’ una storia che, a pensarci, fa ancora accapponare la pelle e che rende grottesca ogni manifestazione di militarismo, simile a quelle che danno voce alle paternali dei generali italiani in servizio, pronti ad ammonire i giovani di oggi che “occorre essere pronti alla guerra”.

Quest’anno cade l’ottantesimo della Liberazione, del 25 aprile. Ecco un bel banco di prova per la politica della memoria. Speriamo che non sia solo martirologio ma si possa rivendicare con orgoglio di aver fatto fuori qualche criminale in camicia nera o in divisa da SS.

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berlin89

Gli Ebrei della Palestina Sovietica, una storia poco conosciuta

di Paolo Molina

conferenza evian .jpgNel 1928 le prime famiglie ebraiche iniziarono a trasferirsi nel bacino del fiume Amur e ad accamparsi nelle vicinanze del piccolo villaggio di Tikhonkaja (alla lettera “Posto quieto”). Gradualmente trasformarono quel posto in Birobidzhan, (città a 8.200 chilometri ad est di Mosca), che diventò il capoluogo della Regione autonoma ebrea (lo è ancora oggi, con i suoi 74 mila abitanti).

L’unico modo per gli ebrei per fuggire dal nazismo era abbandonare l’Europa e "per poter lasciare il continente, gli ebrei dovevano fornire prove per l’emigrazione, che poteva essere un visto straniero o un biglietto navale valido". Documenti che erano difficili da ottenere dopo la Conferenza di Évian del 6 luglio ’38, quando 31 paesi su 32, compresi Canada, Australia e Nuova Zelanda, rifiutarono di ospitare altri immigrati ebrei avendo stabilito quote molto rigide.

Durante la Conferenza i paesi invitati sembravano simpatizzare per la causa ebraica, ma non fu presa decisione alcuna.

La Conferenza di Évian era stata voluta dagli Stati Uniti di Roosevelt, per discutere la questione dei rifugiati ebrei e la critica situazione del numero crescente di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista, con la speranza di sensibilizzare alcune nazioni ad accettare un numero maggiore di rifugiati e forse anche di distogliere l’attenzione dai limiti sull’immigrazione ebraica imposti dagli stessi Stati Uniti.

Alla conferenza parteciparono i delegati di 32 nazioni e 24 organizzazioni volontarie in qualità di osservatori. A Golda Meir, nella delegazione britannica in Palestina, non fu concesso di parlare.

Hitler dichiarò che se questi paesi erano disposti a simpatizzare per “questi criminali (gli ebrei), allora avrebbero dovuto essere abbastanza generosi da convertire la loro simpatia in un aiuto pratico. Da parte nostra, noi siamo pronti a lasciare andare questi criminali verso questi paesi, per quello che mi riguarda, anche su una nave di lusso“.

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sinistra

Il mito antifascista degli Arditi del Popolo e del settarismo «bordighista»

Considerazioni in/attuali

di F. B.

Schermata del 2024 10 07 19 33 15.png«Ogni volta che al posto di "proletariato" leggo "popolo", mi domando quale brutto tiro si stia preparando ai danni del proletariato.»

(G. D.)

La «leggenda» degli Arditi del Popolo nasce all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, allorché – dopo che per quasi cinquant’anni quell’esperienza di opposizione armata al fascismo in ascesa era caduta nell’oblio – un fiorire di studi ad opera di giovani storici «militanti» la riportò improvvisamente in auge. Questo rinnovato interesse per una vicenda lontana e ormai da tempo dimenticata, come sempre accade, non fu casuale: esso rispondeva, infatti, all’esigenza di dotare la pratica dell’«antifascismo militante» delle formazioni della sinistra extraparlamentare di un proprio mito fondativo, da affiancare a quello ormai sbiadito e sin troppo «istituzionale» della Resistenza. L’antifascismo militante era nato per contrastare il neo-squadrismo di fascisti vecchi e nuovi, che lo stato democratico utilizzava come manovalanza cui delegare il «lavoro sporco» nella repressione delle lotte operaie e studentesche, oltre che nel quadro della cosiddetta strategia della tensione. Ma i suoi riferimenti storici, nonché l’appellativo stesso di «antifascismo», rivelano come la sua funzione, sul piano tanto pratico che ideologico, andasse oltre il terreno della semplice «difesa proletaria», e si collocasse su un piano politico ben preciso: quello della difesa della democrazia (democrazia che peraltro in quegli anni, in Italia, non fu mai seriamente in pericolo). Inoltre, esso assolse a una funzione di polizia interna al movimento, volgendosi soprattutto contro le sue correnti più radicali (i cui aderenti erano invariabilmente bollati come «provocatori fascisti» e spesso oggetto di aggressioni fisiche da parte dei «servizi d’ordine» gauchiste). Ciò non stupisce se si pensa che, seppure con sfumature diverse, la matrice di pressoché tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare era più o meno apertamente marxista-leninista.

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ospite ingrato

Luca Mozzachiodi, Preparando il Sessantotto

di Giuseppe Muraca

Luca Mozzachiodi, Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della nuova sinistra (1956-1967), Pisa, Pacini Editore, 2024

a1968q.jpgLa crisi del marxismo e della sinistra avvenuta a partire dalla fine degli anni settanta hanno reso ormai lontana la stagione della Nuova sinistra, che dopo le opere di Giovanni Bechelloni (a c. di), Cultura e ideologia della nuova sinistra (1973), e di Attilio Mangano, Le culture del ’68 (1989) e L’altra linea (1992) negli ultimi trent’anni nella sua totalità e complessità raramente è stata oggetto dell’indagine storiografica. A rompere questo lungo silenzio ci ha pensato il giovane studioso Luca Mozzachiodi che ad essa ha da poco dedicato un libro molto importante, frutto di anni di lavoro, Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della nuova sinistra (1956-1967). Le speranze, i drammi e le delusioni del 1956, «Ragionamenti» e la crisi dello stalinismo, «Officina» una rivista di transizione, il boom economico e le prime lotte operaie, Franco Fortini da Dieci inverni a Verifica dei poteri, Raniero Panzieri organizzatore politico e culturale e teorico marxista, il rinnovamento del marxismo e la nascita e il percorso delle riviste «Quaderni Rossi» e «Classe operaia», la fase pre-sessantottina dei «Quaderni piacentini», Cesare Cases allievo di Lukács, Renato Solmi studioso della Scuola di Francoforte e della nuova sinistra americana, Mario Tronti e l’operaismo, Alberto Asor Rosa e la critica al populismo: questi sono alcuni dei principali argomenti del libro, e tanto altro ancora. Un libro compatto, ricco di spunti e di riflessioni e rigoroso come pochi, che ricostruisce l’attività di quei piccoli gruppi di intellettuali militanti e organizzatori politici e culturali che dagli anni più duri dello stalinismo e della guerra fredda fino all’avvento del neocapitalismo e nel corso degli anni sessanta hanno speso le loro energie per affermare una linea politica e culturale diversa da quella della sinistra ufficiale, e che alla critica dello stalinismo, dello zdanovismo, del togliattismo e del marxismo nazional-popolare hanno unito l’impegno per una nuova cultura e un nuovo pensiero marxista basato sull’unità tra teoria e prassi, tra politica e cultura.

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Il caso del caso Moro, parte 4: Steve Pieczènik

di Davide Carrozza

whatsapp image 2024 08 28 at 13.01.26Ennesima puntata dell’approfondimento sulla saga più avvincente e al contempo più triste della nostra storia repubblicana: il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro avvenuto a Roma fra il 16 Marzo e il 9 Maggio 1978 ad opera delle Brigate rosse. Questa volta lo stimolo per scrivere una quarta puntata mi viene dato non tanto dai soliti lettori/detrattori che, forti della corazza complottista forgiata da decenni di saggistica spazzatura, argomentano su noti servizi, spie della NATO e della CIA, sicari della mala e altre sceneggiature da serie crime di basso livello. Questa volta, finalmente, la critica sorprendentemente costruttiva arriva da un collega, Dario Ventura, che avendo letto le 3 puntate precedenti mi muove un appunto che proverò a riassumere così: premesso che ti definisci oppositore di ogni tesi non sufficientemente argomentata e suffragata da comprovata documentazione, specie se mai confluita in alcuno dei 5 processi; premesso che difendi (senza ovviamente sposarne la causa e soprattutto senza sposarne i mezzi) l’autenticità della lotta armata e del tentativo rivoluzionario in Italia; premesso che critichi e ti opponi aspramente a ogni tesi che sostenga l’etero-direzione delle brigate rosse…premesso tutto quanto detto, allora perché sostieni che non si può negare che i servizi segreti abbiano avuto un ruolo nella vicenda? Non lo dice, ma leggo nei suoi occhi una velata accusa di mancanza coerenza. Il rilievo del mio collega arriva all’improvviso nel bel mezzo di una tranquilla colazione in cui si parlava di consigli di classe e dei nuovi schemi di gioco del Milan e della Roma…con non poco stupore e colto impreparato, capisco che c’è bisogno di una quarta puntata.

Il riferimento di Dario è al primo articolo della serie, quello in risposta ad alcune argomentazioni sostenute da Report di Rai 3 dove scrivo testualmente: alla luce della storia recente del nostro paese è impossibile pensare che i servizi italiani e/o americani siano rimasti completamente fuori dalla vicenda del rapimento e dell’uccisione dell’Onorevole Moro.

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marxismoggi

Palmiro Togliatti, a 60 anni dalla scomparsa

di Gianmarco Pisa

Screenshot 2024 08 22 alle 02.04.08.pngPer l’impegno e la lotta dei comunisti e delle comuniste in Italia, così come per alimentare e arricchire la riserva di forza teorica e di esperienza concreta del movimento comunista internazionale, la vicenda, teorica e politica, della direzione di Palmiro Togliatti, nella lunga stagione storica dal 1927 al 1964, resta un’eredità prospettica, di grande spessore e di vasta portata.

Per i comunisti e le comuniste italiane la lunga vicenda storica e la vasta eredità politica di Palmiro Togliatti (1893-1964) rappresentano un punto di riferimento ineludibile e un terreno di elaborazione, anche critica, indispensabile per irrorare di senso le «frontiere del presente». Si tratta di un lascito che muove in entrambe le direzioni, facendo eco proprio al motto togliattiano in base al quale, come comunisti e comuniste, «veniamo da lontano e andiamo lontano». Secondo la prima direzione, di carattere retrospettivo, il contributo più promettente dell’eredità di Togliatti, che riprende da Gramsci e sviluppa sino alle sue più compiute realizzazioni, consiste nell’aver fatto del marxismo e, in particolare, del leninismo, una vicenda anche, coerentemente, italiana, nell’aver «tradotto in italiano» la lezione dei precursori, a partire da Marx e passando per Antonio Labriola, nonché gli apprendimenti del pensiero di Lenin e degli sviluppi dell’Ottobre, e nell’aver innestato il marxismo e il leninismo dentro il percorso storico della vicenda nazionale nella sua «lunga durata». Il leninismo viene portato dentro la vicenda storica italiana e finisce per alimentare di senso l’impegno di comunisti e comuniste nel nostro Paese.

Secondo l’altra direzione, Togliatti fornisce un contributo preziosissimo nel proiettare la vicenda politica dei comunisti e delle comuniste verso il futuro, ponendo le basi per una elaborazione di vasto respiro e gettando le fondamenta di questioni, dalla democrazia alle prospettive della guerra e della pace, dal mondo diviso in blocchi all’orizzonte del multilateralismo e del policentrismo, che continuano a porre questioni all’agire dei comunisti nel tempo presente.

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sinistra 

Il tassello mancante

La collaborazione tra sionismo e nazismo

di Pietro Terzan

lfdklghkvtEsistono innumerevoli studi sul nazismo, sulla ricerca imperialista del suo spazio vitale e sulle teorie razziste che hanno portato come estrema conseguenza alla soluzione finale del “problema” ebraico. Molti di questi studi tendono a semplificare la realtà storica, utilizzando categorie della psicopatologia per spiegare le atrocità del nazifascismo, mettendo così in luce arbitrarie convergenze e affinità elettive con chi la croce uncinata l’ha sconfitta e spezzata, con chi era il vero nemico del nazionalsocialismo sin dai tempi del Mein Kampf. La storia viene dunque utilizzata e plasmata dall’attuale potere politico capitalista e neoliberista, viene revisionata, oscurando il profondo legame del nazismo con le insanguinate radici colonialiste europee, con l’imperialismo inglese, con le pratiche genocide e schiaviste della white supremacy nordamericana sui neri e i nativi americani. Non solo: le democrazie occidentali, con una serie di colpi di spugna e riscritture fantascientifiche, diventano le uniche paladine della libertà e della giustizia; contro ogni dittatura, hanno vinto la Seconda guerra mondiale e liberato da sole i campi di concentramento.1

In questa narrazione dominante, che di postmoderno ha veramente poco, a un vaglio critico preciso e a un’analisi dettagliata delle fonti, spuntano un po’ ovunque una serie di cortocircuiti, dubbi e ragionamenti che non tornano. In questo ennesimo periodo di barbarie guerrafondaia torna nuovamente attuale l’interrogativo comune: com’è possibile che gli eredi della Shoah, le vittime del più grande crimine contro l’umanità, compiano un vero e proprio genocidio manifesto? Come è possibile un rovesciamento così plateale dei ruoli? Nonostante tutto quello che ci hanno insegnato a scuola sulla memoria, nonostante il flusso di informazioni a disposizione, di bombardamento a tappeto di spiegazioni “dell’unica democrazia del Medio Oriente”, il primo impatto per chi affronta seriamente la tragedia del popolo palestinese non può essere che di spaesamento e incertezza.

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L’eterna strage di Bologna

di This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

1600x900 1627661856893 2021.07.30 Blu notte Strage di BolognaIl 2 Agosto del 1980 il destino del nostro paese fu irrimediabilmente segnato quando una bomba contenuta in una valigetta, abbandonata nella sala d’attesa della Stazione di Bologna, esplose uccidendo 85 persone e ferendone quasi 200. La strage di Bologna è l’evento luttuoso più grave in termini di perdite umane della nostra storia repubblicana. E’ l’apice del disegno criminale della complessa “strategia della tensione”. E’ il punto più alto della crudeltà umana consumata ai fini politici di complessi e occulti giochi di potere. Le strage di Bologna è una moltitudine di corpi che saltano in aria dilaniati sull’altare di un sacrificio che serve alla destabilizzazione dell’ordine democratico. Ma è anche una città che si ricompone nella sua dignità e si mobilita usando autobus, taxi e ogni mezzo a disposizione per soccorrere i feriti e trasportarli in ospedale, in un vero e proprio scenario bellico. La strage di Bologna è lo spartiacque fra un’epoca di sangue e di lotta politica e l’inizio del consumo e della supremazia della merce. Pochi giorni fa, nel silenzio di media e social, intenti come sempre a consumare quel che resta del nostro cervello, il boato di quello scoppio si è fatto sentire a più di 40 anni di distanza in un’aula di tribunale. E’ stata emessa lo scorso 8 Luglio, infatti, la sentenza d’appello che conferma l’ergastolo come esecutore materiale a Paolo Bellini e mantiene l’impianto accusatorio parallelo per i mandanti e i finanziatori, confermando la tesi sostenuta da molti storici sulla famigerata “strategia della tensione”. A meno di sorprese in Cassazione, ora si conoscono i nomi dei 5 esecutori materiali (di cui 3 già condannati in via definitiva in altri processi), ma soprattutto si conoscono i nomi di chi ideò, organizzò e finanziò l’atto più vile, meschino e infame del quale io abbia mai conosciuto l’esistenza.

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sinistra

Nestor Makhno

di Salvatore Bravo

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Nestor Makhno è stato un eroe della storia del comunismo anarchico ucraino. Divenne il catalizzatore della rivolta dei contadini e degli ultimi durante i primi anni della Rivoluzione russa. Nell’Ucraina devastata dagli interessi economici delle potenze egemoni e divenuta campo i battaglia tra tedeschi, russi bianchi e rossi e nazionalisti, egli fondò la prima nazione anarchica, la Machnovščyna con capitale Guliai-Polé, sorta tra il 1917 e il 1921 nel sudest dell’Ucraina. Il motto della nazione era “"Il potere genera i parassiti! Lunga vita all'Anarchia!". La stroria della prima nazione anarchica non è presente nei libri di storia ed è sconosciuta a molti. L’anarchia comunista divenuta realtà ha dimostrato che l’impossibile è possibile. L’impensabile è la comunità-nazione senza autorità e proprietà privata, la quale diventa realtà in un contesto di guerra, in cui si confrontano modelli sociali differenti sostenuti da forze materiali e ideologiche assai differenti. I contadini guidati da Nestor Makhno, benchè analfabeti comprensero collettivamente che la Rivoluzione russa e la caduta degli zar erano uno spazio di possibilità nel quale “giocarsi il futuro”. La libertà prima di tutto, quindi, la Rivoluzione finisce dove inizia l’autorità. Nestor Makhno nella sua ricostruzione della storia della Machnovščyna scritta in esilio in Francia fa dell’autoderminazione il nucleo della rivolta dei contadini. Egli stesso contadino conobbe l’artiglio dell’autoritarismo e le prigioni del potere.

Con il comunismo anarchico terminava la storia caratterizzata dal dominio e iniziava il regno della libertà con la gestione diretta e comunitaria delle decisioni politiche e dell’economia. All’inizio il movimento di liberazione della nazione anarchica cercava un modello a cui ispirarsi per questa esperienza inedita. Gli anarchici ucraini speravano nel ritorno di Kropoktin in Russia con la Rivoluzione, ma il “grande vecchio” riconobbe il nuovo potere e si limitò agli appelli umanitari.

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micromega

Il coraggio di fare storia oggi. Dialogo a distanza con Adriano Prosperi

di Paolo Favilli

Cosa significa fare storia nell’epoca del presentismo del capitalismo totale. Conferenza al festival Echi di storia 2024

978880625067HIG.JPGIl degrado dell’uso pubblico della storia

Voglio cominciare questo intervento riflettendo sulle implicazioni, fattuali e di metodo, derivanti da un’affermazione che Adriano Prosperi colloca quasi alla fine di quel libro del 2021 che è un po’ il filo rosso intorno al quale si articola tanta parte di questa nostra discussione.

Dice, dunque Prosperi:

La malattia della memoria degli anni recenti (…) ha fatto calare la nebbia dell’ignoranza e della falsificazione su valori, riti e date civili. Nel senso comune è la storia stessa che è apparsa come un vecchiume da abbandonare perché dannoso. È l’economia la scienza del futuro (il grassetto è mio). Invece la storia è un ammasso di vecchiumi. (…) [Il portato principale] della cultura [del] «presentismo»[1].

In queste poche righe dove viene delineato il «momento attuale» nel cui ambito si trova ad operare chi esercita il «mestiere di storico», emerge con chiarezza la contraddizione radicale tra la logica profonda, l’essenza stessa di quel «mestiere» e la cultura del «presentismo», cioè la negazione assoluta dell’analisi del «presente come storia». Sullo sfondo gli esiti del mutamento di «paradigma», una nuova «grande trasformazione» all’incontrario rispetto a quella studiata da Karl Polanyi. Una «grande trasformazione» che ha la sua radice non nel «pensiero, ma nelle «cose», nel rapporto complesso tra il «regresso nelle cose» e il «regresso del pensiero».

L’indicazione di Prosperi sulla rappresentazione del tutto ideologica dell’«economia» come «scienza del futuro» (e del presente dunque) ci permette di affrontare uno dei punti centrali di questo rapporto.

È proprio nell’analisi del «lungo presente» che si possono cogliere i nodi intrecciati di approcci epistemologici e metodologici innovativi e, nello stesso tempo, la loro sostanziale non incidenza nei dominanti cascami di quello che si è chiamato «uso pubblico della storia».

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marxismoggi

D-Day 2024

di Diana Johnstone*

53772078622 0d5c06a331 b.jpgGiudicando in retrospettiva, diventa chiaro come la “minaccia comunista” della Guerra Fredda non sia stata che un pretesto con cui le grandi potenze dell'Occidente cercavano maggior potere.

Lo scorso fine settimana si sono tenute delle celebrazioni in ricordo dell'Operazione Overlord, lo sbarco anglo-americano sulle spiagge della Normandia del 6 giugno 1944, noto come il D-Day. I russi, ostentatamente e per la prima volta, non sono stati invitati a prendere parte alle cerimonie.

L'assenza dei russi, dal punto di vista simbolico, ha mutato il significato dei festeggiamenti. Certo, il senso della glorificazione di Overlord come primo passo nel dominio sull'Europa Occidentale del mondo anglo-sassone risulta del tutto appropriato. Senza la Russia, tuttavia, l'evento veniva in realtà slegato dall'originale contesto della Seconda Guerra Mondiale.

In quell'occasione, il presidente ucraino Volodymir Zelensky è stato invitato a rivolgere un discorso, a mezzo video, al Parlamento francese. Zelensky ha utilizzato ogni strumento retorico per demonizzare Vladimir Putin, descritto come il “comune nemico” dell'Ucraina e dell'Europa.

La Russia, ha affermato, “è un territorio in cui la vita non vale nulla ... È il contrario dell'Europa, è l'anti-Europa.”

E così, 80 anni dopo, il D-Day celebra un'alleanza differente e una guerra differente - o forse, la stessa vecchia guerra, ma con il tentativo di cambiarne il finale.

Ecco un cambio di alleanze che avrebbe potuto essere gradito almeno a una parte dell'elite britannica pre-bellica. Fin dal momento in cui prese il potere, infatti, Hitler trovò molti ammiratori nell'aristocrazia britannica. Persino nella famiglia reale. Molti erano quelli che vedevano in Hitler il necessario antidoto al “giudeo-bolscevismo” russo.

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lantidiplomatico

Nativi. Come le riserve indiane ispirarono i campi di concentramento nazisti

di Raffaella Milandri

720x410c50buyvfiLa capacità dell'America di mantenere un'aria di robusta innocenza sulla scia della morte di massa dei Nativi Americani pare che abbia colpito Hitler come un esempio da emulare. Nel 1928, Hitler osservò, con approvazione, che i coloni bianchi in America avevano “ridotto i milioni di pellerossa a poche centinaia di migliaia”.

«L'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari», diceva Antonio Gramsci. Aveva ragione, la storia non ha scolari che acquisiscano insegnamenti positivi ma, come vedremo, sono le ispirazioni negative e tragiche, invece, che spesso vengono riprese, replicate e “implementate”. Secondo molti studiosi, è questo il caso del trattamento riservato ai Nativi Americani e, in generale, delle leggi razziali statunitensi, tra cui le Leggi Jim Crow, che avrebbero quindi influenzato il regime nazista nella formulazione delle Leggi di Norimberga del settembre 1935.

Andiamo a vedere come.

Innanzitutto, occorre accennare all’ampio movimento dell’eugenetica, iniziato alla fine del XIX secolo, emerso nel Regno Unito, per poi diffondersi in molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia (paesi guarda caso in mano ai colonialisti), e la maggior parte dei Paesi europei (come Svezia e Germania). Le politiche eugenetiche, razziste, erano volte a migliorare la qualità del patrimonio genetico delle loro popolazioni e vi aderirono eminenti personaggi come Sir Winston Leonard Spencer Churchill e Dwight D. Eisenhower. La supremazia in tali politiche toccava agli Stati Uniti, come afferma James Q. Whitman, professore alla Yale Law School: “All'inizio del XX secolo, l'America era la principale giurisdizione razzista del mondo”.

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machina

Sul fascismo e le sue metamorfosi

di Alberto Burgio

Schermata del 2024 03 20 15 27 28.pngVorrei dar seguito ai miei due interventi di «scatola nera» che hanno suscitato reazioni diverse, tutte feconde di ulteriori riflessioni. Credo che la sede opportuna di questa nuova riflessione sia «spigoli» perché vorrei a questo punto ragionare prendendo maggior distanza dagli accadimenti di questi mesi e anche di questi ultimissimi decenni.

Oggi vorrei tornare sulla questione del fascismo – del suo connotato essenziale, quindi dei suoi rapporti con la modernità, il capitalismo, il dominio borghese, lo Stato di diritto, la democrazia. Non mi dispiacerebbe concentrarmi in un successivo intervento sul problema del razzismo, riservando particolare attenzione alla tragedia specificamente moderna e specificamente europea dell’antisemitismo, riemersa con tragica attualità in connessione con il nuovo capitolo dell’infinita guerra israelo-palestinese (A.B.).

* * *

Due questioni

Nell’ultimo articolo pubblicato in «scatola nera» ho scritto che, dopo i 30-40 anni di reazione alle conquiste realizzate dal movimento operaio nel trentennio post-bellico, siamo in una fase di «neo-fascistizzazione» di buona parte dei paesi occidentali; e ho suggerito che la fase attuale è probabilmente la «verità» della precedente: non un semplice, transitorio, incidente di percorso. In questo senso la regressione verso regimi autoritari, «populistici» (pongo tra virgolette per l’ambiguità del termine), sostanzialmente post- o neo-fascisti in parte dell’Europa non dev’essere ottimisticamente intesa come un inciampo più o meno accidentale ed episodico, ma come un compimento, come l’istituirsi di un assetto stabile destinato a consolidarsi nel prossimo futuro.

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resistenze1

Le cosiddette "purghe di Stalin". Mito, realtà storica e contesto

di Thanasis Spanidis | kommunistische.org

stalinismo3 1Nel 1937-38, in Unione Sovietica scoppiò un'ondata di violenza che non si vedeva dai tempi della guerra civile. In questi due anni furono giustiziate oltre 680.000 persone e il numero di detenuti dei campi penali raggiunse il massimo storico di quasi 1,9 milioni nel 1938 (Getty /Rittersporn/Zemskov 1993, p. 1023).

Ancora oggi, questi eventi forniscono all'anticomunismo un modello popolare per bollare come criminale e assassino il periodo di costruzione socialista che Stalin ha contribuito a plasmare, o addirittura l'Unione Sovietica e l'idea comunista in generale. Ma anche all'interno del movimento comunista è ancora diffusa l'interpretazione secondo cui le repressioni sarebbero state semplicemente una conseguenza della ricerca del potere da parte di Stalin, che nel migliore dei casi ha fatto riferimento al contesto della minaccia internazionale negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale. Ad esempio, il defunto Robert Steigerwald (DKP), che tende a ritenere che tutti i condannati nei processi di Mosca, nell'affare Tukhachevsky e nelle repressioni di massa fossero innocenti. Una "quinta colonna" (cioè una cospirazione controrivoluzionaria di fronte all'imminente invasione nemica) non esisteva, "esisteva nelle 'confessioni' estratte con la tortura. Non c'era altro" (Steigerwald 2018). Il giornale Junge Welt ha pubblicato il 29 luglio 2017 un articolo di Reinhard Lauterbach dello stesso tenore: suggerì inoltre che Stalin aveva sistematicamente ucciso i suoi rivali e scatenato un terrore di massa mirato contro la società. A tal fine, aveva persino emesso delle "quote" di arresti e fucilazioni che la polizia segreta doveva rispettare (Lauterbach 2017).

Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine

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Carlo Formenti: Post scriptum. A proposito dell'autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)

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Jeffrey Sachs: Una nuova politica estera per l’Europa

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Geraldina Colotti: “Chi c'è dietro, chi c'è dietro?” L'Algoritmo del Sospetto: 10 passaggi per dimostrare che il gatto ti sta manipolando

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OttolinaTV: La bolla sta per esplodere. Meloni impone agli italiani di metterci tutti i loro risparmi

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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

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Qui la prefazione di Thomas Fazi

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Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

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Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

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Qui una scheda del libro

 

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Qui la premessa e l'indice del volume

Cengia MacchineCapitale.pdf

Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

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Qui il volume in formato PDF

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Copindice.pdf

Qui l'indice e la quarta di copertina

 

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Copertina Danna Covidismo.pdf

Qui la quarta di copertina

 

sul filo rosso cover

Qui la quarta di copertina

 

Copertina Miccione front 1.jpeg

CopeSra0.pdf

Qui una anteprima del libro

Copertina Ucraina Europa mondo PER STAMPA.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

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Qui una presentazione del libro

 

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Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

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Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

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Qui l'introduzione al volume

 

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Qui una recensione del libro

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

PRIMA Copertina.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una presentazione

 

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Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

copertina minolfi.pdf

Qui l'indice del libro e l'introduzione in pdf.

 

Mattick.pdf

Qui la quarta di copertina

Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

La Democrazia sospesa Copertina

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

cocuzza sottile cover

Qui l'introduzione di Giuseppe Sottile

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