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trad.marxiste

‘Tutto il potere ai Soviet!’. Parte quarta

Tredici a due: i bolscevichi di Pietrogrado discutono le Tesi di aprile

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice ‘Le Tesi di aprile: i bolscevichi mettono le cose in chiaro’

image 49885604 soviet propaganda wallpaperOvunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il vlast non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma.

Sergei Bagdatev così spiegava le sue apprensioni circa le Tesi di aprile di Lenin nel corso della Conferenza di aprile del partito bolscevico.

In quasi tutti i resoconti delle attività del partito bolscevico, nella primavera del 1917, si troverà una frase che afferma quanto segue: le Tesi di aprile di Lenin risultarono a tal punto scioccanti per i membri del partito che, nel corso di una riunione del Comitato di Pietrogrado tenutasi l’8 aprile, vennero respinte con un voto di tredici a due (e un astenuto). Un episodio al quale viene dedicata niente più che una singola frase, ma una frase che, anche solo presa di per sé, costituisce certamente un pugno nello stomaco. Tredici a due! – I bolscevichi dovevano essere rimasti davvero scandalizzati dal nuovo e radicale approccio di Lenin.

Il potere di una buona storia non dovrebbe essere sottovalutato. L’aneddoto sul voto di tredici a due, dopo il rientro di Lenin, si può collocare a giusto titolo accanto a quello sulla presunta “censura” delle sue Lettere da lontano prima del suo ritorno in Russia. Lo statuto di questi due aneddoti quali fatti indiscussi, probabilmente, conferisce alla consueta narrazione del riarmo più sostegno di qualsiasi seria argomentazione. Precedentemente, in questa serie di testi, prendendo in esame l’episodio delle Lettere di Lenin, ho dimostrato come si tratti di un “documento volubile”, che cambia dunque aspetto laddove messo in questione.

Nel caso ora in esame, un aneddoto in precedenza a supporto della narrazione del “riarmo”, secondo cui le Tesi di aprile costituivano una rottura radicale rispetto a una prospettiva bolscevica di lunga data, supporta ora una narrazione per così dire “pienamente armata”.

In questo post, volgeremo la nostra attenzione verso gli altri principali pilastri aneddotici della narrazione del “riarmo”. Di fatto, è possibile affermare che il voto di tredici a due è l’unica solida evidenza fattuale a dimostrazione di un ampio, e totale, rigetto delle Tesi di aprile da parte dei membri del partito. Il problema e che – ad un attento esame – questa solida evidenza si scioglie come neve al sole. La nostra conoscenza del dibattito deriva da un insieme di minute, alquanto confuse, pubblicate per la prima volta nel 1927. Per quanto mi è dato di sapere, tali minute non sono mai state sottoposte, da parte di nessuno, a uno scrutinio dettagliato a seguito della loro prima pubblicazione. Nel momento in cui mi sono imbarcato in una simile impresa, mi sono ben presto accorto che qualcosa non funzionava nel resoconto corrente.

Il voto di tredici a due implica che solo in due supportavano le Tesi – ma quando guardiamo alle osservazioni dei sei che presero la parola durante la discussione del comitato, scopriamo che quattro di loro non avevano altro che elogi per il testo in questione. Gli altri due oratori (uno dei quali presenziava come ospite senza diritto di voto) erano preoccupati dalle possibili implicazioni di alcune delle Tesi, le quali, a loro modo di vedere, avrebbero potuto creare difficoltà nella pratica agitatoria. Persino questi due intervenuti, d’altro canto, riservavano parole calorose riguardo alle Tesi nel loro complesso.

Secondo le minute pubblicate nel 1927, il voto di tredici a due ruotava intorno alla questione dell’accettazione delle Tesi “nel loro complesso” [v tselom vse]. Poiché tutti i partecipanti misero in chiaro il proprio appoggio complessivo alle Tesi, il voto del comitato non può essere interpretato come un rigetto in blocco delle stesse. Semmai, esso indica come le riserve di alcuni membri del compitato impedissero a quest’ultimo di esprimere un sostegno categorico.

Questi aspetti di quella votazione non sono l’unica ragione per cui il dibattito all’interno del Comitato di Pietrogrado indebolisce, anziché puntellare, la tradizionale narrazione del “riarmo”. Sulla base di quest’ultima, la resistenza alle Tesi di aprile viene letta come resistenza all’idea stessa di rovesciare il Governo provvisorio, rimpiazzandolo col potere del soviet. Eppure, il membro del comitato che manifestò maggiore perplessità circa le Tesi di Lenin fu Sergei Bagdatev, un bolscevico talmente impaziente di conferire il poter al soviet da essere duramente bacchettato, da Lenin stesso e dal Comitato centrale, per aver lanciato lo slogan “abbasso il Governo provvisorio” durante le manifestazioni antigovernative svoltesi alla fine di aprile.

Come illustrato dall’epigrafe a questo articolo, Bagdatev affermava il proprio sostegno al potere del soviet al fine di spiegare i suoi dubbi riguardo alle Tesi. Sia durante la riunione del comitato di Pietrogrado che nel corso delle conferenze del partito, tenutesi sempre in aprile, Bagdatev sottolineò come egli parlasse in veste di praktik, ovverosia, come qualcuno direttamente interessato a cosa funzionava, e cosa invece no, quando ci si rivolgeva alla base bolscevica: “mi reco ai raduni e ascolto attentamente la voce delle masse, sono quindi giunto a una conclusione si ciò che dobbiamo chiedere al Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, più precisamente al Governo provvisorio tramite il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati” [1].

Almeno uno storico ha notato che Bagdatev non interpretava il ruolo assegnatogli nella narrazione del riarmo. Nella sua biografia di Lenin, Tony Cliff così scrive a proposito di questo episodio:

Bagdatev, l’estremista di sinistra segretario del Comitato bolscevico delle officine Putilov… poteva dire: “Il rapporto di Kamenev, nel complesso, ha anticipato la mia posizione. Ritengo inoltre che la rivoluzione democratica borghese non sia finita e la risoluzione di Kamenev e per me accettabile… penso che il compagno Lenin abbia respinto troppo presto il punto di vista del vecchio bolscevismo”.

Allo stesso tempo [Bagdatev] mostrava il proprio radicalismo affermando: “Ovunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il potere non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma”.

Un pensiero decisamente confuso! [2]

A Cliff va reso merito di aver notato un’anomalia, ossia l’esistenza della prova che l’interpretazione consueta è difficile da accettare. Sfortunatamente, invece di considerare la possibilità che tale narrazione sia confusa, Cliff semplicemente dà per scontato che sia l’attivista bolscevico di lunga data a essere confuso. Come avremo modo di vedere, Bagdatev era tutt’altro che confuso: le sue perplessità circa le Tesi di aprile erano accorte e puntuali.

 

Una voce dagli archivi

Dopo essere arrivato alla conclusione che vi era qualcosa di decisamente sbagliato nell’aneddoto del voto tredici a due, ho avuto l’esperienza, un po’ perturbante, ma gratificante, di ricevere una conferma dall’oltretomba – vale a dire, da un documento di archivio scritto nel 1934 e pubblicato solo nel 2003. Un documento sino ad’oggi del tutto trascurato, e nel quale io stesso mi sono imbattuto solo nel 2016.

In vista di una possibile ripubblicazione, nel 1934, delle minute del comitato (poi abortita), i due principali partecipanti al dibattito del 1917 – Bagdatev e Vladimir Nikolaevich Zalezhskii – scrissero una lettera indirizzata all’Istituto di Leningrado per la storia del partito al fine di mettere le cose in chiaro: lo stenografo originale aveva travisato il voto di tredici a due. Il comitato aveva in realtà votato all’unanimità l’approvazione delle Tesi nel loro complesso; il voto verbalizzato di tredici a due riguardava una mozione di Zalezhsky, il quale invocava un’ancor maggiore dimostrazione di solidarietà, proponendo che le Tesi venissero accettate senza riserve o critiche di sorta. Era questa, dunque, la proposta rigettata con ampio margine. La dichiarazione di Bagdatev e Zalezhsky del 1934 rappresenta un sfida all’intera narrazione del “riarmo” riguardo alle Tesi di aprile di Lenin, al loro essere “esplose come una bomba” tra gli attivisti bolscevichi. Data la cruciale importanza di questo documento, ne ho fornito una traduzione integrale (si veda l’appendice in calce a questo stesso post).

Qualsiasi dubbio residuo che il documento del 1934 costituisse una sorta di revisionismo post-facto è stato messo a tacere quando ho rivolto l’attenzione a un articolo pubblicato da Zalezhsky nel 1923. Un articolo scritto quando i ricordi erano ancora freschi, e prima che l’intera questione delle Tesi di aprile venisse politicizzata dal pamphlet di Trotsky, del 1924, Lezioni dell’ottobre. Il resoconto fornito da Zalezhsky nel 1923 venne riveduto da Aleksandr Shliapnikov, dirigente bolscevico di lungo corso anch’egli presente a Pietrogrado all’epoca dei fatti, che corresse alcuni dettagli. Poiché Zalezhsky non era ancora fuorviato dal confuso insieme di minute, dichiarava come fatto acclarato che “era precisamente tra i membri del PK che le celebri Tesi [di Lenin]… trovarono la maggiore simpatia e il più rapido riconoscimento” (i passi più rilevanti di questo articolo vengono forniti nella già citata appendice).

Un ultimo chiodo può essere messo sulla bara dell’aneddotica corrente. Dopo il dibattito dell’8 aprile, i membri del comitato si recavano nei vari comitati distrettuali del partito (Petrogradskoi, Vasileostrovskoi, Gorodskoi) in giro per la città. Esponenti del più ampio comitato cittadino come Liudmilla Stal e Zalezhsky proposero, con successo, risoluzioni che riprendevano la linea assunta dal comitato stesso: “Dopo aver considerato le tesi di Lenin, il consesso le ritiene in generale corrette [v obshchem i tselom] e dà mandato ai suoi rappresentanti di difenderle, a durante i dibatti alla conferenza possono introdurvi questa o quell’altra particolare correzione” [3]. Ne risultava che, come osservato da Zalezhsky nel 1923: “i distretti, l’uno dopo l’altro, dimostravano la propria solidarietà con le Tesi, e alla Conferenza panrussa del partito iniziata il 22 aprile, l’organizzazione pietrogradese nella sua interezza si pronunciò a favore delle tesi”.

Riassumendo: nuove evidenze archivistiche dimostrano che le Tesi di aprile di Lenin vennero, nel loro complesso, accettate unanimemente dal Comitato bolscevico di Pietrogrado l’8 aprile. Il voto di tredici a due non significa che tredici membri del Comitato rigettavano le Tesi nel loro complesso. Non significa nemmeno che questi stesi tredici avevano in mente specifiche obiezioni. Significa esclusivamente che essi ritenevano Bagdatev, o qualsiasi altro critico, in diritto di esporre le proprie perplessità alle imminenti conferenze del partito.

 

Dei documenti volubili

Le minute della riunione di aprile del Comitato di Pietrogrado sono ancora un altro documento volubile, il quale sembrerebbe fornire solido supporto a una determinata narrazione, ma che, sottoposto a un approfondito scrutinio, cambia lato offrendo forte sostegno a quella rivale. La nuova lettura del voto di tredici a due non è la sola ragione di tale mutamento. Riassumiamo i punti cruciali sollevati da un esame del corso sostanziale del dibattito:

  1. La comune supposizione secondo cui una larga maggioranza degli attivisti bolscevichi di Pietrogrado rigettarono in toto le Tesi di aprile è un mito. Al contrario, il Comitato di Pietrogrado mostrò solido sostegno per i punti fondamentali delle Tesi, accompagnato da richieste di chiarificazione circa le implicazioni pratiche di alcuni altri.
  2. Quei bolscevichi che sostenevano senza riserve le Tesi sottolineavano tutti la continuità del punto di vista di Lenin col passato – tanto con il bolscevismo prebellico, quanto con le recenti posizioni del comitato stesso nel marzo 1917. Dunque, questi sostenitori non vedevano alcuna necessita di “riarmo” del vecchio bolscevismo tramite una revisione radicale.
  3. I praktiki bolscevichi in Russia non avevano bisogno di un emigrato in Svizzera per sapere che la guerra era imperialista, che il Governo provvisorio era controrivoluzionario o che il potere al soviet costituiva un obbiettivo prioritario. Queste parti delle Tesi di aprile non davano adito a controversie. Di fatto, i dubbi dei praktiki derivavano dal sospetto che alcune delle tesi leniniane potessero intralciare la loro azione, azione mirante a persuadere le masse proprio di tali punti fondamentali.
  4. I metodi pratici difesi da questi critici bolscevichi erano quelli effettivamente utilizzati durante quell’anno – metodi che avrebbero condotto alla vittoria in ottobre. Affermare che i critici bolscevichi avevano ragione non significa affatto sostenere che Lenin aveva torto. Il discorso dei primi nei confronti del leader bolscevico si sviluppava all’incirca così: le tue Tesi, così come presentate al tuo rientro, sembrerebbero avere le implicazioni x, y o z. Intendi realmente questo? Perché se così fosse, prevediamo enormi problemi nell’ottenere il sostegno delle masse per il potere al soviet. La risposta di Lenin a simili interrogativi, nella maggior parte dei casi, consisteva nel dire: no, non intendevo ciò (si veda la quinta parte di questa serie). E, nel momento stesso in cui riuscì a chiarire quello che aveva in mente, i bolscevichi realizzarono di essere essenzialmente in sintonia.

Un esame dello svolgimento del dibattito all’interno del Comitato di Pietrogrado servirà da illustrazione di questi punti.

 

Il nocciolo non controverso delle Tesi di aprile

Gli storici sovente partono dal dubbio presupposto secondo il quale la reazione alle Tesi di aprile fosse o pollice in su o pollice verso – ovvero approvazione o contrarietà rispetto ad esse nel loro complesso. Secondo Christopher Read non vi era alcun punto di contato tra Lenin e i bolscevichi di Pietrogrado, per cui “al suo rientro, egli non aveva, in alcun senso, un partito”. Le sue Tesi “ebbero l’impatto di una bomba”, costringendo Lenin ad agire “come un maestro di fronte a degli alunni poco svegli”. Read passa in rassegna le Tesi punto per punto, chiaramente sulla base della premessa che se una posizione vi era contenuta i bolscevichi non la condividevano [4]. (Dal mio punto di vista, “gli alunni poco svegli” avevano qualcosa da insegnare al maestro).

Probabilmente, una delle ragioni di un simile presupposto è proprio l’aneddoto del voto tredici a due nel Comitato di Pietrogrado: una larga maggioranza che rigetta le Tesi di aprile nel loro complesso! In realtà, un adeguato esame di questo episodio metterà in luce quali punti nelle Tesi di aprile erano controversi e quali, invece, vennero accettati senza esitazioni. Bagdatev rivolgeva critiche specifiche in relazione a quattro delle dieci Tesi di Lenin. In nessun caso, però, aveva da obiettare a tutto ciò che anche questi quattro paragrafi contenevano. Ma mettiamo da parte questi punti particolari ed elenchiamo le Tesi che, in tutta evidenza, non erano controverse, bensì date per scontate dai membri del Comitato di Pietrogrado:

  1. Nessuna concessione al “difensimo rivoluzionario”. Solo il conferimento del potere al soviet può giustificare la guerra.
  2. La Russia sta attraversando una transizione dalla prima fase della rivoluzione – che ha visto il conferimento del vlast alla borghesia – verso la seconda, in cui si creerà un vlast basato su proletariato e contadini poveri. Questa transizione richiede un nuovo tipo di lavoro di partito, che si rivolga alla base di massa appena ridestatasi.
  3. “Non appoggiare in alcun modo il Governo provvisorio”. Nessuna obiezione veniva mossa a tale asserzione, quanto invece all’insistenza di Lenin, in questo stesso punto, circa il non “rivendicare” presso il governo.
  4. Sin tanto che i bolscevichi sono minoranza nei soviet, dobbiamo perorare la necessità del passaggio di tutti il vlast ai soviet, così da persuaderli pacificamente.
  5. Confisca delle grandi proprietà fondiarie, nazionalizzazione di tutte le terre, ecc.
  6. Fusione delle banche in un’unica banca nazionale sotto controllo governativo.
  7. Creazione di una nuova, e rivoluzionaria, internazionale.

Queste tesi, tutt’altro che controverse, definivano la strategia politica di base dei bolscevichi: pieno potere al soviet, rifiuto del “difensismo rivoluzionario”, campagne dimostrative miranti a conquistare la base del soviet, la tera ai contadini, controllo statale dell’economia e una netta rottura con l’internazionale socialista esistente. Le controversie emergevano solo riguardo al modo migliore per ottenere questi obiettivi comuni. Rivolgiamo dunque la nostra attenzione alle specifiche perplessità esposte da Bagdatev al Comitato di Pietrogrado l’8 aprile, così come alla conferenza del partito tenutasi nelle settimane successive.

Uno dei motivi dell’ormai lungo fraintendimento del dibattito nel Comitato di Pietrogrado è lo stato insoddisfacente delle minute. Come hanno modo di scoprire tutti coloro che si trovano ad avervi che fare, la discussione spesso non era alla portata di chi verbalizzava, col risultato che, non di rado, gli oratori apparivano oscuri e altre vote le loro osservazioni richiedevano emendamenti. Fortunatamente, nel caso degli oratori più importanti – Bagdatev, Zalezhsky e Stal – disponiamo di altre fonti a garanzia del fatto che i commenti qui riportati rappresentano le loro opinioni. Bagdatev e la Stal intervennero alle due conferenze bolsceviche di aprile; le più tarde memorie e analisi di Zalezhsky sono anch’esse d’aiuto nello stabilire il senso del testo. (In quanto segue, “CC” indica la Conferenza cittadina pietrogradese del POSDR (b) e “CP” la Conferenza panrussa del POSDR (b)) [5].

 

Le perplessità di Sergei Bagdatev

Nelle sue osservazioni, esposte alla riunione del Comitato di Pietrogrado e alle conferenze del partito in aprile, Bgdatev sottolineava di accettare la linea generale delle Tesi. Ciò nonostante, nutriva perplessità circa le possibili implicazioni di alcune di esse per la pratica agitatoria bolscevica. È necessario tenere a mente che le Tesi di Lenin vennero pubblicate per la prima volta sulla Pravda solo un giorno prima, sotto forma di dieci concisi epigrammi, e dunque le loro implicazioni erano lungi dall’essere chiare.

Le apprensioni di Bagdatev derivavano dal suo impegno nella strategia politica elaborata in marzo, per cui un esame di quest’ultima può essere utile (per ulteriori dettagli si vedano i post precedenti di questa serie). I bolscevichi di Pietrogrado presero dal bolscevismo prebellico l’obiettivo assiomatico di stabilire un vlast basato su operai e contadini, probabilmente nella forma dei soviet. Il compito di questo vlast rivoluzionario consisteva nel portare “a termine” gli obiettivi della rivoluzione; il proletariato socialista e il suo partito avrebbero dovuto fornire l’essenziale guida politica. Dopo la Rivoluzione di febbraio, i bolscevichi dovettero fronteggiare il fatto che i soviet non erano ancora pronti ad incarnare il ruolo loro assegnato nello scenario del vecchio bolscevismo. Il primo compito dei bolscevichi, quindi, consisteva nel persuadere la base del soviet a battersi perché a quest’ultimo venisse conferito pieno potere. Un compito che, tuttavia, presentava sfide inaspettate, poiché tale base non comprendeva solo operai, soldati e contadini risoluti, e non solo l’ambiente di questi ultimi, quello cioè in cui il partito aveva prosperato in clandestinità.

La risposta dei bolscevichi di Pietrogrado a questa sfida tattica può così essere parafrasata: noi bolscevichi possiamo dirci certi che il Governo provvisorio, controrivoluzionario e fondato sulle élite, non può risolvere i problemi della rivoluzione, della guerra e della crescente crisi economica (la razrukha). Non solo il governo fallirà nell’assolvere i propri impegni di fronte ai soviet, ma è una certezza che muoverà ben presto un’offensiva contro questi ultimi. Ma come possiamo convincere la base del soviet di tutto ciò, evitando al contempo qualsiasi rischio di prematuri tentativi finalizzati a rovesciare il governo? Soluzione: organizzare campagne di agitazione che porranno rivendicazioni accuratamente selezionate al Governo provvisorio – rivendicazioni che (a) la base del soviet accetterà come ragionevoli, e (b) il Governo provvisorio, ci si può attendere, rifiuterà di accogliere, quale che sia la sua retorica. Di conseguenza, la base del soviet si renderà conto dell’assoluta inadeguatezza del Governo provvisorio e, dunque, che il vlast al soviet è la sola alternativa praticabile.

Un’energica campagna che si conformava a tali criteri venne lanciata in marzo, e vi si invocava anche la pubblicazione dei trattati segreti. Campagna che proseguì per tutto l’anno e fu vitale per la vittoria bolscevica. Nel corso delle conferenze di aprile, Kamenev difendeva simili rivendicazioni quali “strumento di agitazione per lo sviluppo delle masse, un metodo di denuncia”.

Come avremo modo di vedere, le quattro perplessità manifestate da Bagdatev miravano a proteggere quella che egli riteneva, a giusto titolo, una strategia vincente.

 

Prima perplessità

Lenin intendeva davvero bandire le “rivendicazioni” dalle campagne di agitazione?

Lenin fece ritorno in Russia ben deciso ad opporsi a due tipi di rivendicazioni. In primo luogo, condannava quei socialisti propensi ad avanzare rivendicazioni al governo, nella speranza sincera che quest’ultimo le avrebbe accolte. Simili rivendicazioni erano alla base della tendenza all’accordo (soglashatelstvo). Nessun bolscevico era in disaccordo con Lenin a tal riguardo. Ma subito dopo il suo rientro, egli iniziò a opporsi a rivendicazioni aventi tutt’altro fine, vale a dire, denunciare e condannare la tendenza all’accordo stessa. Questo genere di rivendicazioni avrebbe consentito alla base del soviet di vedere, nella pratica, la futilità di qualsiasi aspettativa che il Governo provvisorio potesse realizzare il programma del soviet stesso. Rivendicazioni di questo tipo erano il cuore delle campagne di agitazione miranti a discreditare la falsa retorica del governo . L’obiettivo non era consolidare la tendenza all’accordo, bensì indebolirla.

Lenin, a proposito del Governo provvisorio, voleva si facesse chiarezza sulla “completa falsità di tutte le sue promesse”, ma allo stesso tempo respingeva il ricorso alle rivendicazioni: “Smascherare questo governo, invece di ‘rivendicare’ – ciò che è inammissibile e semina illusioni – che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialistico”. Ma dal punto di vista dei praktiki, non aveva senso scegliere tra smascherare e rivendicare: quest’ultima pratica era uno strumento dell’altra.

Il rifiuto manifestato da Lenin per le campagne orientate a “rivendicare” era, evidentemente, un prodotto della sua ossessione polemica nei confronti dei socialisti dell’Europa occidentale come Kautsky, i quali (secondo Lenin) alimentavano illusioni col loro “rivendicare” a favore della pace, ecc. Questa ossessione non calzava alla situazione russa, dove i bolscevichi non erano impegnati in polemiche tra socialisti, ma nel conquistare il favore delle masse.

Nel suo viaggio di ritorno in treno, scorrendo la Pravda di marzo, Lenin sospettava cupamente che le rivendicazioni menzionate indicassero un tendenza all’accordo indegna dei bolscevichi. Anche laddove non fosse stato così, egli riteneva che “rivendicare” costituiva un improprio, o inefficace, metodo di denuncia del governo, poiché seminava l’illusione che quest’ultimo potesse effettivamente accogliere tali rivendicazioni. Inoltre, avanzare rivendicazioni implicava di per sé un certo sostegno. Al contrario, Lenin incitava a “spiegare… in modo paziente”, così da scoraggiare la base del soviet dall’avanzare rivendicazioni di qualsiasi sorta.

Agli occhi dei praktiki, un simile consiglio appariva come una richiesta di passare dalle campagne di massa – vivaci cortei con cartelli che esigevano questo e quest’altro o, ancora, manifestazioni di massa e riunioni di fabbrica in cui passavano risoluzioni richiamanti il governo a fare questo o quello – per fare affidamento sulle lezioni di propagandisti che si dilungavano sulle fondamenta di classe della società. (“Propaganda” era un termine tecnico usato dai praktiki per indicare intensi sforzi educativi rivoti a gruppi ristretti). In risposta a Lenin, Bagdatev insisteva che le campagne di denuncia rivendicative, indirizzate a una base di massa, erano strumento essenziale al fine di ottenere il potere al soviet:

Accostandoci alla massa in termini concreti, dobbiamo dirle che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati deve prendere il vlast, poiché il Governo provvisorio non può accogliere le rivendicazioni democratiche delle masse. E necessario quindi esporre tali rivendicazioni, al fine di mostrare alle masse come nella pratica [na dele] il governo sia incapace di soddisfarle, motivo per cui è nostro compito trasferire il vlast al Soviet dei deputati degli operai e dei soldati [CC, 18].

L’esponente bolscevico era comprensibilmente turbato nell’apprendere dalle Tesi di aprile “che il compagno Lenin è contrario ad avanzare rivendicazioni al governo” [CC, 17]:

È Lenin nel giusto, [o è invece] buona pratica rivendicare che il Governo provvisorio ripudi annessioni e indennizzi [?] Questo è pratico. [Avanzare rivendicazioni] è [solo] un’altra illusione [?] Ma non si può agire diversamente!…

Noi diciamo: chiediamo la pubblicazione dei trattati, sapendo in anticipo che non vi è speranza a riguardo. Talvolta è necessario agire così. L’esperienza della realtà è necessaria. Lasciamo che la folla veda [da sé]. Un lezione oggettiva, nonché necessaria…

Le Tesi di Lenin sono fondamentalmente corrette, ma presentano problemi per i praktiki, dal momento che rivendicazioni come la pace, la pubblicazione dei trattati e la giornata lavorativa di 8 ore sono [tutte] rivendicazioni concrete.

Fare questo tipo di rivendicazioni non implicava sostenere il governo – bensì riconoscere la realtà:

Non ho detto nulla riguardo al sostenere il Governo provvisorio. Fintanto che le truppe seguiranno gli ordini del Governo provvisorio, noi diciamo [loro]: rivendicate questo e quest’altro. Diciamo al narod e all’esercito: se non credete a noi, sostenente il Governo provvisorio, rivendicate questo e quest’altro [di fronte ad esso]. Si tratta di una questione pratica.

Invece di discutere circa l’opportunità di avanzare rivendicazioni, i bolscevichi dovrebbero essere meglio propensi a pensare quali concrete rivendicazioni fare – per esempio, i pro e i contro dell’esigere la confisca delle terre rispetto al chiedere la pubblicazione dei trattati: “Riguardo la confisca delle terre dei [grandi proprietari]: nel nostro caso, è la questione più vantaggiosa su cui dare battaglia. Su questo il Governo provvisorio non può tirarsi fuori, come fa a proposito della pubblicazione dei trattati segreti, [sostenendo che ciò equivale a] una pace separata”.

La discussione di Bagdatev in merito al “rivendicare” dimostra che le sue perplessità su tale questione non erano dovute a qualche pretenziosa obiezione ideologica, tanto meno a un’ostinata fedeltà a un ormai datato vecchio bolscevismo. Lui e Lenin volevano la stessa cosa: conquistare la base del soviet, primo passo per sostituire il potere di quest’ultimo al Governo provvisorio. In qualità di attivista sul campo, Bagdatev riteneva di avere qualcosa di utile da dire a un espatriato rientrato appena una settimana prima. Credo che molti osservatori informati – una volta colto il punto indicato da Bagdatev – sarebbero stati d’accordo con lui.

 

Seconda perplessità

Lenin intendeva davvero affermare che la rivoluzione “democratica borghese” era conclusa, dunque non era più necessario avere i contadini come alleati?

“L’intera questione ruota intorno all’eventualità che la rivoluzione democratica borghese sia compiuta”. Così si esprimeva Bagdatev nel corso dei dibattiti al Comitato di Pietrogrado. Secondo una tradizione che risale indietro al Trotsky del 1924 e in seguito sancita dal Breve corso di Stalin – tradizione tutt’oggi incontrastata – l’asserzione di Bagdatev era logicamente equivalente a proclamare “lasciamo che il Governo provvisorio resti indisturbato, dato che non vi è alcun fondamento ideologico per il potere al soviet”, Ma, come abbiamo avuto modo di vedere, Bagdatev era un energico sostenitore del potere al soviet in sostituzione del Governo provvisorio. Vi sono quindi due sole possibilità: o Bgdatev era di fatto assai confuso, oppure la corrente, e incontrastata, tradizione accademica ha del tutto frainteso il senso della sua affermazione circa l’incompiutezza della rivoluzione. Questa seconda alternativa è quella corretta.

Proviamo a decifrare l’asserzione di Bagdatev. Nello scenario prefigurato dal vecchio bolscevismo un governo rivoluzionario basato su operai e contadini era necessario, al fine di combattere una guida liberale borghese della rivoluzione, oltreché per condurre “a termine” [do kontsa] la rivoluzione “democratica borghese”. Solo una volta compiuta la rivoluzione il fondamento logico di un vlast operaio-contadino sarebbe venuto a cadere. Dunque, per un bolscevico, dire che la rivoluzione democratica borghese non era ancora completa [ne zakonchena] equivaleva ad affermare che un vlast operaio/contadino era ancora necessario. Allo stesso modo, affermare che la rivoluzione democratica borghese era già compiuta equivaleva a dire che non vi era più fondamento logico per un’alleanza di classe operai/contadini (si veda il post precedente di questa serie dedicato alla logica della “egemonia”).

Non solo nelle Tesi di aprile, ma anche in commenti sparsi successivi al suo rientro, Lenin appariva disilluso circa la prospettiva che i contadini russi sostenessero persino una più decisa rivoluzione democratica, per non parlare di una socialista [6]. Bagdatev reagiva con forza contro tale scetticismo, argomentando come segue: Lenin pensa che la democrazia rivoluzionaria – vale a dire, la frazione no proletaria del narod – si pone già da un punto di vista imperialista, e che la piccola borghesia ha un interesse materiale in simili politiche. Un’attitudine ascrivibile allo scetticismo dell’espatriato: “se ah dubbi circa i contadini, allora penso che ciò sia espressione di una semplice mancanza di conoscenza o di una reale percezione riguardo alle masse contadine”. I nostri contadini, proseguiva Bagdatev, non sono come quelli europei: “A mio modo di vedere, la valutazione del compagno Lenin è errata: qui in Russia l’imperialismo non ha gettato radici tanto profonde”, almeno non come in Europa.

Le perplessità di Bagdatev su tale questione, così come tutti i suoi altri dubbi, derivavano da preoccupazioni di natura assai pratica, non da pedanteria ideologica. Un tema centrale della strategia rivoluzionaria nel 1917 era: si può fare affidamento sui contadini? Se i bolscevichi avessero insistito nella posizione per cui la maggioranza dei contadini doveva, innanzitutto, approdare al loro punto di vista – ovvero, divenire socialisti impegnati – allora il partito non avrebbe potuto certo contare su di loro quali alleati nei mesi successivi della rivoluzione. Questo ragionamento era assiomatico per qualsiasi socialdemocratico russo (Trotsky compreso). E, se i bolscevichi rinunciavano ai contadini come alleati, affermava Bagdatev, quale senso poteva mai avere parlare di trasferire il potere il vlast ai “soviet dei deputati degli operai e dei contadini”?

Sarebbe errato presupporre che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati non può prendere il vlast a meno che non assuma il nostro punto di vista [circa il socialismo]. E l’intera essenza dei nostri disaccordi è legata a ciò: il compagno Lenin presuppone che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati debba [innanzitutto] assumere la nostra prospettiva sulle cose e, solo dopo, poter prendere il vlast nelle proprie mani, delineando dei passi in senso socialista [CP].

Bagdatev, inoltre, ricorreva al gergo socialista parlando di “programma minimo” contro “programma massimo”. Ancora una volta, dobbiamo decifrare le sue parole. “Programma minimo” potrebbe sembrare espressione poco ambiziosa, ma in realtà faceva riferimento al massimo di trasformazione della Russia pur mantenendo il capitalismo. Così, nel 1917, “programma minimo” significava ottenere la più avanzata repubblica democratica in Europa, la liquidazione dei grandi proprietari fondiari in quanto classe, un cambiamento radicale nel campo della politica estera e un’estesa regolamentazione statale dell’economia. Per Bagdatev, quindi, la varie misure concrete menzionate nelle Tesi di aprile (confisca delle grandi proprietà fondiarie, controllo delle banche) erano tutte parte del programma minimo.

Fatto altrettanto rilevante, il “programma minimo” nel discorso bolscevico implicava “il programma che condividiamo con i contadini”. Passare dal programma minimo al “programma massimo” – la diretta trasformazione socialista – significava lasciarsi alle spalle gli alleati contadini. Significava concentrare l’attenzione del partito sul convertire i contadini al “nostro punto di vista” sul socialismo, invece di lottare a fianco di soldati e contadini al fine di ottenere gli ambiziosi obiettivi “democratici” già citati.

L’intera questione consiste in ciò: possiamo portarci avanti ora con il programma massimo della nostra rivoluzione? Ad esempio, la confisca delle terre dei grandi proprietari [parte del programma minimo] non contraddice logicamente l’ideologia del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati…

Penso che il compagno Lenin sia troppo frettoloso di abbandonare il punto di vista del vecchio bolscevico. Abbiamo sempre pensato che la nazionalizzazione delle banche, delle ferrovie, ecc., non portassero oltre il capitalismo, non ci avrebbero condotto al sistema socialista [e quindi tali misure sono anche parte del programma minimo]. I vecchi bolscevichi presuppongono che la dittatura degli operai e dei contadini sia ancora all’ordine del giorno…

Pertanto, il mio pensiero è il seguente: la rivoluzione democratica borghese non è ancora compiuta. Implementare la giornata lavorativa di otto ore, un’ingente tassa progressiva sul capitale, l’armamento dell’intero narod – sono tutti principi del nostro programma minimo, principi che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati può realizzare senza assumere il nostro punto di vista.

Ho avuto non poche difficoltà nel decifrare l’argomentazione di Bagdatev a beneficio degli studiosi che ancora non hanno familiarità col linguaggio “bolscevico”. Si tratta di un compito assai difficile, con un ampio margine per gli equivoci. Dico questo non per indugiare nell’autocommiserazione, ma perché i bolscevichi si trovarono ad affrontare lo stesso problema nel 1917. Un linguaggio che aveva perfettamente senso nella cerchia degli attivisti di lungo corso non ne aveva per la più vasta base del soviet. In particolare, etichettare la Rivoluzione russa in corso come “democratica borghese” non era certo u buon inizio.

I bolscevichi, dunque, lasciarono cadere la qualifica di “democratica borghese”, parlando semplicemente di “rivoluzione”. Non iniziarono a parlare di “rivoluzione socialista”, termine, quest’ultimo, che brillava per la propria assenza nella retorica bolscevica precedente l’ottobre (eccetto quando il discorso verteva sulla rivoluzione internazionale). Di fatto, il significato di “rivoluzione” nel messaggio bolscevico del 1917 era praticamente quello abbozzato da Bagdatev in questi commenti risalenti all’aprile: un programma su larga scala di trasformazione democratica (comprendente un’ampia regolamentazione dell’economia), realizzato da un vlast operaio/contadino. Il messaggio bolscevico nel 1917, in altre parole, era “la rivoluzione è lungi dall’essere finita – portiamola dunque a termine”.

Riassumendo: gli storici non hanno compreso perché Bagdatev e altri si mostravano così insistenti nell’affermare che la rivoluzione democratica borghese non era ancora compiuta. Per dare senso a tutto ciò hanno evocato ogni sorta di motivazioni implausibili. Forse quest’affermazione era dovuta a una militante mancanza di ambizione: un continuo insistere affinché la rivoluzione si limitasse a un meschino riformismo [7]. Oppure derivava da una forma di “stadialismo”, ovvero, una pedante insistenza marxista secondo cui la storia doveva procedere per tappe appropriate: feudale, borghese e socialista. Magari si trattava di una pignola lealtà alla terminologia del vecchio bolscevismo. Nei rari casi in cui gli storici hanno notato che Bagdatev era, di fatto, un ardente sostenitore del potere al soviet, la sua posizione è stata semplicemente liquidata come frutto di un pensiero confuso.

Niente di quanto appena elencato. Bagdatev era un praktik rivoluzionario, e la sua insistenza era basata su una questione centrale per la pratica politica: le forze di classe che trainavano la rivoluzione. Il potere al soviet aveva senso solo laddove la frazione non proletaria del narod – innanzitutto i contadini – veniva imbarcata. Bagdatev aveva buone ragioni per essere dubbioso circa la posizione di Lenin su una questione così vitale. Toccava a Lenin sciogliere simili perplessità, e (come avremo modo di vedere) alla fine egli non mancò di farlo.

 

Terza perplessità

Lenin voleva davvero rinunciare alla parola d’ordine sulla convocazione dell’Assemblea costituente?

Moto prima del 1917, i rivoluzionari russi avevano invocato un’Assemblea costituente, la quale avrebbe dovuto stabilire un nuovo ordine politico post-rivoluzionario. Un’Assemblea costituente avrebbe rappresentato la più netta e radicale rottura col sistema zarista – una garanzia che lo stesso governo zarista non avrebbe potuto influenzare i lineamenti del futuro. Sebbene la Rivoluzione di febbraio fece i conti con lo zar e il suo governo più radicalmente di quanto ci si attendesse, un’Assemblea costituente rimaneva nel 1917 un obiettivo assiomatico, accettato come tale dall’intero spettro politico.

Come chiunque altro nel 1917, Bagdatev poteva solo intuire i possibili rapporti tra l’Assemblea costituente, i soviet, il Governo provvisorio e gli autogoverni locali. Ad aumentare le sue preoccupazioni in merito alle Tesi di aprile, per quanto concerne tale punto, vi era l’asserzione di Lenin secondo cui la repubblica dei soviet soppiantava quella parlamentare. Bagdatev non era interessato a una stima dei vantaggi teorici di una repubblica basata sui soviet rispetto a quella parlamentare, né a speculare se una simile forma avanzata di democrazia fosse più o meno adeguata alla Russia nel 1917. Piuttosto, egli vedeva l’appello per l’Assemblea costituente come uno slogan efficace che avrebbe agevolato il rovesciamento del Governo provvisorio, ed era preoccupato che il rigetto da parte di Lenin del “parlamentarismo” implicasse un rifiuto di questo slogan:

Il compagno Lenin dice che tornare dai Soviet al parlamentarismo significherebbe andare indietro e non avanti – che i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati possono rimpiazzare gli autogoverni locali, e quindi [sembrerebbe conseguirne] che possono rimpiazzare anche l’Assemblea costituente. [Ma] il metodo migliore per costringere il Governo provvisorio ad abbandonare è quello di esigere la convocazione più rapida possibile dell’Assemblea costituente, dopo esser divenuta una richiesta della maggioranza. Nelle Tesi di Lenin, non c’è niente riguardo all’Assemblea costituente.

La perplessità di Bagdatev era giustificata – ovvero, le Tesi di aprile comportavano davvero un rigetto dell’Assemblea costituente? Si tratta di un interrogativo cui è complicato dare risposta. Se guardiamo ai pronunciamenti di Lenin successivi all’ottobre 1917, la risposta e “sì”. Lenin giustificava lo scioglimento dell’Assemblea costituente, nel gennaio 1918, sostenendo che la democrazia basata sui soviet era superiore al “parlamentarismo”. Inoltre, indicava le tesi di aprile e la risoluzione della conferenza del partito tenutasi in aprile quali chiare affermazioni di tale posizione e, dunque, giustificazioni preventive dell’attitudine bolscevica verso l’Assemblea costituente nel gennaio 1918. Di fatto, gran parte delle allusioni retrospettive di Lenin alle Tesi di aprile si concentrano su questo contrasto tra democrazia dei soviet e parlamentarismo.

Se guardiamo invece alle dichiarazioni di Lenin, nonché dell’intero partito, rilasciate precedentemente all’ottobre, emerge un quadro notevolmente diverso. Non solo i bolscevichi supportavano la convocazione dell’Assemblea costituente, ma si presentavano come i suoi principali sostenitori contro il Governo provvisorio. Nelle sue urgenti e confidenziali missive ai compagni di partito, nell’autunno del 1917, Lenin insisteva sul pericolo costituito, per l’Assemblea costituente, da un mancato rovesciamento del Governo provvisorio. Il forte contrasto tra le dichiarazioni precedenti e successive all’ottobre era motivo di imbarazzo per i bolscevichi, fatto che avrebbe condotto a disparati tentativi di spiegarlo [8].

Questi ultimi eventi, ovviamente, erano ignoti a Bagdatev nel momento in cui il Comitato di Pietrogrado, l’8 aprile, discuteva le Tesi. Ciò nonostante, al momento del dibattito, Lenin aveva già chiarito, e per ben due volte, che non vi era uno scontro tra le sue Tesi e la richiesta di convocazione dell’Assemblea costituente. In un discorso, tenuto il giorno successivo al suo rientro a un gruppo di bolscevichi, egli affermò (secondo le minute) “sarei felice se l’Assemblea costituente venisse convocata per domani stesso, ma credere che Guchkov [un ministro del Governo provvisorio] agirà in tal senso sarebbe ingenuo… Il Soviet dei deputati degli operai è il solo governo che può convocare questa assemblea”.

Nella prima pubblicazione delle Tesi sulla Pravda, il giorno prima dei dibattiti al Comitato di Pietrogrado, Lenin appariva esasperato dai suoi critici: “Ho attaccato il Governo provvisorio perché non ha fissato un termine, né vicino né lontano, per la convocazione dell’Assemblea costituente. Ho dimostrato che, senza i soviet dei deputati degli operai e dei soldati, la convocazione dell’Assemblea costituente non è garantita e il suo successo è impossibile. E si pretende che io sia contrario alla più sollecita convocazione dell’Assemblea costituente!!”.

Noi storici abbiamo avuto molto tempo per assimilare le Tesi di aprile; Bgadatev solo un giorno. Se trascurò questo commento nell’articolo di Lenin (non nelle Tesi stesse), poteva certamente essere scusato. Così le sue perplessità su tale punto paiono un semplice fraintendimento. Inoltre, per quanto mi è dato capire (le osservazioni verbalizzate sono un po’ difficili da decifrare), i bolscevichi che difendevano le Tesi di aprile davano tutti per scontata la futura esistenza dell’Assemblea costituente.

Bgadatev non fu il solo, fra i partecipanti del Comitato di Pietrogrado, a esprimere dubbi circa l’appello lenianiano per una repubblica dei soviet. Emergeva a questo punto un interrogativo familiare: quali forze di classe avrebbero sostenuto una simile repubblica? Lo scambi riportato di seguito è rivelatore. Il primo oratore è Konstantin Iurenev, leader del Mezhraiontsy, il gruppo cui si unì Trotsky al suo ritorno in Russia un mese dopo [9]. La presenza di Iurenev la dibattito bolscevico indica che, di fatto, l’amalgama tra i due gruppi era già in corso (l’ufficialità sarebbe giunta in agosto). La seconda oratrice, Liudmilla Stal, era tra le più entusiaste sostenitrici delle Tesi di aprile, che ebbe a definire “una boccata d’aria fresca”.

Iurenev: quando Lenin parla dei soviet menziona sempre il Soviet dei deputati degli operai, ma dovremmo parlare del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati… Lo slogan di un Soviet dei deputati degli operai e dei batrak – questo verrà dopo. Ora abbiamo necessità [di concentrarci sul] Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, poiché dobbiamo fare affidamento sull’esercito. Per la rivoluzione (fintanto che non presenta un carattere socialista), ci serve solo il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati.

Stal: Lenin non ha menzionato i soldati quando ha parlato di Soviet dei deputati degli operai, perché i soldati diventerebbero il narod, dunque ciò di cui abbiamo bisogno è smobilitare l’esercito e armare il narod.

L’insistenza di Iurenev sull’appellativo completo di Soviet dei deputati degli operai e dei soldati era ben lontano da una puntigliosa pedanteria. Il ruolo del Soviet come unico legittimo rappresentante dei soldati contadini nella guarnigione di Pietrogrado era cruciale per le dinamiche della Rivoluzione russa. I bolscevichi di Pietrogrado avevano corretto Lenin su questo punto anche prima del suo ritorno in Russia: nella sua Lettera da lontano, come pubblicata in marzo, i redattori della Pravda aggiunsero semplicemente il termine “soldati” ad ogni menzione soviet (come già spiegato in un post precedente di questa serie). Le osservazioni di Iurenev possono così essere decodificate: se la rivoluzione presentasse realmente un “carattere socialista”, potremmo fare affidamento esclusivamente sul proletariato, ovvero, una combinazione di operai urbani e batraki (lavoratori agricoli salariati). Ma non siamo in questa fase, se non altro perché necessitiamo dell’esercito contadino per difendere il potere del soviet.

La replica di Liudmilla Stal ci dice due cose. In primo luogo, i bolscevichi vedevano se stessi come rappresentanti e guida non solo degli operai, ma del narod nel suo complesso (alcuni storici ancora negano tutto ciò). In secondo luogo, la difesa da parte della Stal delle Tesi di aprile portava fuori strada. Lenin, nelle Tesi, trascurava la presenza dei “deputati dei soldati” non perché volesse chiarire sottilmente una qualche punto, ma semplicemente perché non aveva colto pienamente la situazione in Russia nel momento in cui scriveva il suo testo sul treno che lo riportava in patria. A tal proposito, è utile ritornare alle due citazioni di Lenin circa l’Assemblea costituente. Nelle osservazioni fatte il giorno successivo al suo rientro, egli non includeva i soldati quali parte della base del soviet. Nel suo articolo pubblicato sulla Pravda pochi giorni dopo, ricorreva all’appellativo corretto. In questo caso, i critici amichevoli di Lenin ne comprendevano meglio la posizione rispetto ai compagni acritici.

La disputa sull’Assemblea costituente faceva ancora una volta emergere la lezione centrale del dibattito svoltosi nel Comitato di Pietrogrado: entrambe le parti erano alla ricerca del modo migliore per rimpiazzare il Governo provvisorio col potere del soviet. Come mostra la seguente osservazione, Bagdatev non aveva presagito l’effettivo futuro dell’Assemblea costituente. Ciò che invece aveva ben prefigurato era l’utilizzo dell’Assemblea costituente come argomento contro il Governo provvisorio e a favore del potere del soviet:

Dovremmo consentire ala borghesia di accedere all’Assemblea costituente e non tentare di schiacciarli dal basso – ciò sarebbe svantaggioso per noi, abbiamo bisogno di affrontarli nell’Assemblea costituente. Senza attendere la convocazione dell’Assemblea costituente, possiamo rovesciare il Governo provvisorio e riunirla di nostra iniziativa, ma dare loro battaglia in quella sede.

 

Quarta perplessità

Lenin riteneva davvero fosse il momento giusto per rinunciare ai vantaggi di un’insegna ormai ben consolidata?

Il punto 9 delle Tesi di aprile è dedicato specificamente ai “compiti del partito”: uno dei quali era “cambiare il nome del partito”. In una nota a piè di pagina, Lenin esponeva la sua logica: “Invece di ‘socialdemocrazia’, i cui vozhdi ufficiali (‘difensisti’ e ‘kautskiani’ tentennanti) hanno tradito il socialismo in tutto il mondo, passando alla borghesia, dobbiamo chiamarci partito comunista“.

La volontà da parte di Lenin di cambiare il nome del partito nasceva dal suo disgusto per il tradimento da parte dei vozhdi, o capi, dei partiti dell’Europa occidentale. (NB: Lenin si prendeva la briga di non stigmatizzare i partiti di per sé). Il leader bolscevico non stava segnalando la propria delusione ideologica rispetto alla prospettiva della “socialdemocrazia rivoluzionaria” prebellica, ma semmai la sua perdurante lealtà nei confronti di quest’ultima, nonché la propria indignazione per coloro che non ne erano stati all’altezza.

Dal punto di vista dei praktiki bolscevichi russi, l’insistenza di Lenin su tale punto rappresentava un’importazione di polemiche socialiste estere, la quale trascurava gli eventuali svantaggi per il partito russo. Come rimarcato da Kalinin durante la conferenza cittadina del partito: “Comprendo i compagni rientrati dall’estero, dove la parola ‘socialdemocratico’ è stata insudiciata. Ma non è così qui da noi”. Kalinin non si opponeva al cambiamento del nome in sé e per sé, ma riteneva fosse necessario più tempo al fine di spiegarne le ragioni.

Nella disputa intorno a questo tema, durante la riunione del Comitato di Pietrogrado svoltasi l’8 aprile, entrambe le parti impostavano la questione come un esercizio di analisi costi/benefici, con un accordo generale sulla natura degli uni e degli altri. Il beneficio consisteva nello stabilire una netta distinzione tra i bolscevichi da un “centro” incolore; il costo era la confusione che il cambio di nome avrebbe causato nella più ampia base sovietica – come attestato dal proclama, in seguito divenuto celebre, “Abbasso i comunisti! lunga vita ai bolscevichi!”.

Bagdatev: Punto 9. Sul cambiare il nome del partito. Lenin è qui in errore. Non dobbiamo affrettare questo cambiamento [del nome] del partito [prima] del congresso. Vogliamo espandere gli ingressi nel partito, e non tagliare fuori i compagni. Ora non è il momento di dividere le masse solo perché non comprendono pienamente [alcune complicate questioni]. Questo [intero] punto sui compiti del partito è superfluo.

Zalezhsky: Sul cambiare il nome del partito: Ovviamente, questa non è una questione di grande importanza, ma non concordo con la logica [di Bagdatev], ovvero, il timore di tagliare fuori il centro. Poiché Lenin vuole nominare il partito in modo tale da dividerci nettamente da quegli sciovinisti, e in generale da coloro, che si definiscono socialdemocratici.

Antipov: Il cambio del nome sarebbe una perdita per il revisionismo, ma non per noi. Respingere le masse sarebbe invece indesiderabile, ma tagliare fuori il centro sarebbe una gran cosa.

Stal: Il punto di vista di Lenin ha fatto pulizia. Alcuni hanno paura di cambiamenti nella nostra insegna [vyveska] – non dovrebbero.

In questo scambio, Zalezhsky sosteneva che Bagdatev era contrario a tagliare fuori il centro, ma Antipov si era reso conto che la vera preoccupazione del secondo era quella non “respingere le masse”. Bagdatev, dunque, non era contrario al cambiamento del nome di per sé, laddove le basi della sua logica fossero state gettate appropriatamente.

Come affermato da Zalezhsky, il cambiamento di nome non era questione importante, specie nel 1917. Solo un congresso del partito avrebbe potuto realizzarlo, e il semi-clandestino Sesto congresso, con numerosi esponenti di punta assenti, non costituiva certo la sede adeguata. Lenin avrebbe spinto per il cambiamento del nome nel corso del Settimo congresso, tenutosi nel marzo 1918. Durante il 1917, l’intera questione brillava per la sua assenza.

Come tutte le altre perplessità espresse da Bagdatev, la sua posizione rispetto alla questione del cambiamento del nome era motivata dal punto di vista di un praktik, il quale fosse alla ricerca dei modi più efficaci per ottenere un sostegno di massa per il potere del soviet. I praktiki erano coloro che si trovavano a intervenire in una manifestazione di operai, e temevano quindi di incontrare un muro di incomprensione dopo aver detto “i comunisti propongono questa e quest’altra risoluzione”. Nel corso di due decenni di lotte, il Partito socialdemocratico russo si era costruito con orgoglio una reputazione di campione del proletariato. Dunque, perché gettare via il rispetto tanto duramente conquistato solo per disprezzo nei confronti dei socialdemocratici tedeschi?

 

Le Tesi di aprile: non una rottura radicale

Gli storici, al giorno d’oggi, quasi invariabilmente presentano le Tesi di aprile come una brusca rottura rispetto al bolscevismo precedente. Quando ascoltiamo i primi sostenitori delle Tesi troviamo esattamente il contrario: una forte enfasi sulla continuità con le posizioni bolsceviche del passato. Come affermato da Mikhail Kalinin durante la Conferenza cittadina in aprile: “il nostro quadro della rivoluzione e le nostre tattiche [in marzo] non differiscono in alcun modo dalle tesi del compagno Lenin… Il metodo di pensiero rimane quello del vecchio bolscevico, uno in grado di gestire le particolarità di questa rivoluzione”. Il dibattito al Comitato di Pietrogrado ebbe luogo circa una settimana prima delle osservazioni di kalinin, eppure i più fervidi sostenitori delle Tesi di aprile fecero affermazioni simili.

  1. Vladimir Nikolaevich Zalezhskii era un entusiasta sostenitore che in calzava affinché le Tesi di Lenin venissero accettate senza esitazioni. Durante il dibattito così argomentava: “Lenin non ha cambiato le sue opinioni, ed egli ha precedentemente pensato la rivoluzione allo stesso modo di adesso. L’opinione del socialismo internazionale in caso di guerra [è che] il proletariato dovrebbe approfondire il conflitto creatosi in tempo di guerra”. (Zalezhskii alludeva al Manifesto di Basilea, un documento di enorme importanza per il discorso bolscevico). Zalezhskii, inoltre, sosteneva che le Tesi di Lenin erano coerenti con la posizione assunta dal Comitato di Pietrogrado in marzo, dal momento che quest’ultimo non aveva mai tenuto una politica di sostegno nei confronti dl Governo provvisorio. (Zalezhskii abbe modo di riaffermare tale argomento nell’articolo del 1923 riportato in appendice).
  2. Nikolai Kirillovich Antipov, anch’egli difensore delle Tesi nel dibattito in questione, dichiarava “non vi è assolutamente niente di novo nelle Tesi di Lenin”. Ludmilla Stal definiva le Tesi “una boccata d’aria fresca”, eppure rimarcava anche che “quando Lenin ha lanciato lo slogan della “rivoluzione socialista” molti si sono spaventati. Ma abbiamo già detto in precedenza che la nostra rivoluzione troverà eco in Occidente” (Da notare che le parole “rivoluzione socialista” non ricorrono nelle Tesi di aprile).
  3. Sul tema della rivoluzione socialista, un commento della Stal, durante la conferenza dei bolscevichi pietrogradesi in aprile, è estremamente rivelatore. Nelle Tesi di aprile Lenin evocava uno “Stato-Comune”, da lui definito in una criptica nota a piè di pagina “uno Stato di cui la Comune di Parigi ha fornito il primo modello”. Un’obiezione risuonata almeno in una riunione del locale distretto bolscevico era che la Russia non era pronta per uno “Stato-Comune” [10]. Così rispondeva la Stal:

Assumendo lo slogan di Lenin faremo ciò che la vita stessa ci sta dicendo. Non vi è ragione di temere la comune, poiché – si sostiene – ciò significa governo operaio. La comune di Parigi aveva la sua base non solo negli operai ma anche nella piccola borghesia. Secondo l’opinione di Kautski, la rivoluzione russa dovrebbe essere qualcosa tra quella socialista e quella democratica.

La locuzione “governo operaio” era uno slogan associato a Parvus e Trotski (quanto accuratamente non è qui in discussione). L’articolo di Kautski cui faceva riferimento l’esponente bolscevica, “Le forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa” (1906), era ritenuto da tutti i bolscevichi quasi un manifesto della loro strategia politica, come ampiamente discusso in un post precedente. La Stal metteva qui in chiaro il punto che più e più volte abbiamo visto emergere in questi dibattiti: i nostri alleati contadini “piccolo borghesi” sono cruciali. L’etichetta che diamo alla rivoluzione – democratica, socialista o qualcosa di intermedio fra le due – è una questione secondaria, fintanto che ci allineiamo alle forze di classe che ne sono alla guida [11].

 

Punti fermi

  1. Ogni volta che leggiamo circa il voto di tredici a due del Comitato di Pietrogrado, in un qualsiasi resoconto standard degli eventi del 1917, dobbiamo riflettere sul fatto che l’autore sta necessariamente traendo la lezione sbagliata da questo episodio. I bolscevichi di Pietrogrado non stavano rigettando in toto le Tesi di aprile terrificati dal radicalismo di Lenin – al contrario, essi non trovavano niente di controverso nel loro messaggio centrale. Sebbene sostenessero le Tesi nel loro complesso, non ritenevano un atto di lesa maestà muovere critiche specifiche e richiedere chiarimenti. Per quanto all’episodio del voto al Comitato di Pietrogrado raramente venga dedicata più di una frase nell’ordinaria narrazione di questi eventi, tale rimozione ha non poche implicazioni: quando si cercano fatti concreti a supporto dell’interpretazione del “riarmo” del partito, come vederemo, non sono certo facili da trovare.
  2. Le specifiche perplessità espresse da critici come Bagdatev – le “rivendicazioni” intese quali tecnica di agitazione, l’Assemblea costituente come argomento contro il governo, “l’incompiuta rivoluzione democratica borghese” e i contadini, il possibile rovescio negativo di un improvviso cambiamento del nome – concernevano questioni pratiche nel contesto di una strategia politica generalmente accettata. Tutte le parti condividevano l’obiettivo di breve termine consistente nel rimpiazzare il Governo provvisorio col potere del soviet, nonché il punto di vista second il quale la base del soviet andava conquistata – ma quale era il modo più adeguato per ottenere tutto ciò?
  3. La questione centrale alla base delle perplessità espresse dagli attivisti bolscevichi era: quali forze di classe trainavano la rivoluzione? In particolare, valeva la pena conquistare il consenso di soldati e contadini? Tale era la questione pratica dietro dispute, apparentemente arcane, come lo stabilire se la rivoluzione “democratica borghese” era compiuta o incompiuta.
  4. Vie erano più incomprensioni che autentiche differenze d’oppinione tra Lenin e i bolscevichi di Pietrogrado. Riflettendoci, simili malintesi erano inevitabili. Tutte le implicazioni delle “tesi scritte su un treno” non erano ben chiare a nessuno – compreso Lenin! E gli espatriati di ritorno non mancavano di una loro dose di equivoci riguardo alla situazione successiva al febbraio tanto nella capitale quanto nel paese in generale. Un periodo di adattamento e reciproche chiarificazioni era necessario – ed è ciò che effettivamente accadde.

Note
  1. Laddove non indicato, tutte le citazioni provengono da Peterburgskii komitet RSDRP(b) v 1917 godu: Protokoly i materialy zasedanii (San Pietroburgo, 2003), 178-196.
  2. https://www.marxists.org/archive/cliff/works/1976/lenin2/07-rearm.htm, Chapter 7, “Lenin Rearms the Party.”
  3. Revoliutsionnoe dvizhenie per aprile, pp. 60, 83-4.
  4. Read, Lenin: A Revolutionary Life, Routledge, Londra, 2005, pp. 142-50; dello stesso autore si veda anche War and Revolution in Russia, 1914-22: The Collapse of Tsarism and the Establishment of Soviet Power (Palgrave Macmillan, 2013).
  5. Le citazioni dalle conferenze del partito tenutesi in aprile provengono da Sed’maia (aprel’skaia) vserossiiskaia konferentsiia RSDRP (bol’shevikov); Petrogradskaia obshchegorodskaia konferentsiia RSDRP (bol’shevikov) (Mosca: Gosizdat, 1958); “CC” indica la Conferenza cittadina pietrogradese del POSDR (b) e “CP” la Conferenza panrussa del POSDR (b).
  6. Per un’ulteriore discussione, si veda Lih, “The Ironic Triumph of Old Bolshevism: The Debates of April 1917 in Context,” Russian History 38 (2011), 199–242. Un abbozzo preliminare, e abbreviato, di questo stesso testo e disponibile sempre sul blog di John Riddell.
  7. Trotsky, Lezioni dell’ottobre.
  8. Nella sua breve storia della rivoluzione, scritta agli inizi del 1918, Trotsky non faceva riferimento al più tardo dogma della superiorità dei soviet rispetto ai parlamenti, di conseguenza la sua difesa dello scioglimento dell’Assemblea costituente appare più pertinente (Marxists Internet Archive contiene lo scritto di Trotsky in questione con il titolo “History of the Russian Revolution to Brest-Litovsk”; i passi più rilevanti sono reperibili a questo link, https://www.marxists.org/archive/trotsky/1918/hrr/ch03.htm).
  9. Per un’essenziale contestualizzazione, si veda Ian Thatcher, “The St Petersburg/ Petrograd Mezhraionka, 1913-1917: The Rise and Fall of a Russian Social Democratic Workers’ Party Unity Faction,” in Slavonic and East European Review, 87:2 (2009), 284-321.
  10. A tale obiezione venne data la seguente risposta: “Magidov e il relatore [V. Kosior] risposero al compagno Kochetov sottolineando una serie di argomenti per cui il punto di vista di Lenin era corretto, la questione della guerra poteva essere risolta da una rivoluzione socialista mondiale e le condizioni per una rivoluzione socialista erano pienamente sviluppate in occidente”. Dunque, i difensori di Lenin non ritenevano che egli stesse argomentando a favore della rivoluzione socialista nella stessa Russia. (Revoliutsionnoe dvizhenie per aprile, p. 60).
  11. Uno di temi della mia ricerca, nell’ultimo decennio, è l’esplicito e ammesso debito di Lenin nei confronti di Karl Kautsky. Il disgusto di Lenin per Kautsky, dopo il 1914, era alimentato dall’accusa secondo la quale il secondo era un “rinnegato” riguardo al suo precedente punto di vista – punto di vista a cui lo stesso Lenin rimase esplicitamente leale. Molti critici rifiutano nel modo più assoluto tali conclusioni. Ora ci troviamo di fronte a un’attivista bolscevica che accettava entusiasticamente le Tesi di aprile di Lenin – la quale citava Kautsky per giustificare il suo supporto! Si aggiunga dunque la Stal alla schiera di “pensatori confusi” le cui osservazioni vanno spiegate.

Un ulteriore discussione dell’articolo di Kautsky del 1906, oltreché la sua sezione finale, sono disponibili nella seconda parte di questa serie.

La prima, la seconda e la terza parte di ‘Tutto il potere ai soviet!’: biografia di uno slogan; Il proletariato e il suo alleato; Lettera da lontano correzioni da vicino.

Link al post originale in inglese John Riddell

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Le Tesi di aprile: i bolscevichi mettono le cose in chiaro

  1. Due estratti da Vladimir Nikolaevich Zalezhskii, “Pervyi legal’nyi Pe-Ka”, in Proletarskaia revoliutsiia,” 1923, No. 1 (13)

[p. 145-6:] La questione del nostro atteggiamento nei confronti del Governo provvisorio è emersa prima del PK [Comitato di Pietrogrado], il 2 o il 3 marzo, in connessione con la posizione assunta dall’Ispolkom del Soviet, il quale, come sapiamo, ha adottato su consiglio di quel “prudente Ulisse” di Chkheidze la nota formula di supporto: “nella misura in cui” [postolku-poskolku]. Il PK, quale direttivo delle masse del proletariato di Pietroburgo, ovviamente doveva immediatamente rispondere a questa formulazione. Ricordo bene i dibatti all’interno del PK circa tale questione.

Nelle discussioni sulla questione del nostro atteggiamento verso il Governo provvisorio venne sottolineato che, in quel particolare momento, considerata la decisione del Soviet, si trattava di un problema di azione pratica: chiamare le masse a un immediato rovesciamento armato del Governo al quale il Soviet aveva promesso sostegno, sia pur condizionato; ovvero, doveva il PK, in risposta [al Soviet], annunciare uno slogan di diretta e attiva lotta delle masse nelle strade? Oppure, in una situazione in evoluzione, era politicamente più opportuno adottare una posizione che avrebbe dato alla nostra attività rivoluzionaria maggiore spazio di manovra, accumulando forza, evitando allo stesso tempo di porre il PK in netto conflitto col Soviet?

Come risultato della discussione venne deciso di non fare appello a un rovesciamento del Governo provvisorio e quindi, allo steso tempo, chiamare alla lotta a fianco del Soviet, ma invece di riprendere la formula di quest’ultimo, “nella misura in cui”, dandole al contempo un contenuto del tutto nuovo e così rendendola inoffensiva dall’interno. La nostra risoluzione annunciava: “Il PK del POSDR, in connessione con la risoluzione concernente il Governo provvisorio adottata dal Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, annuncia che non contesterà il vlast [protivodeistvuet vlasti] del Governo provvisorio, nella misura in cui le sue azioni corrispondono agli interessi del proletariato, delle più ampie masse democratiche e del narod. Dichiara inoltre la sua decisione di condurre la più spietata lotta contro qualsiasi tentativo del Governo provvisorio di stabilire una forma di governo monarchica, quale che sia il suo tipo”. Come si può vedere, ci lasciava ampiamente mani libere: tutto ciò che veniva affermato era che, in quel dato momento, il PK non chiamava le masse a rovesciare il Governo provvisorio.

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[p. 156, pagina conclusiva] Il giorno dell’arrivo del compagno Lenin, a mio modo di vedere, pose fine al primo periodo di attività del Comitato di Pietroburgo e al suo iniziale raggruppamento durante l’esistenza legale del nostro partito. Tempi nuovi erano in arrivo, e alla posizione ideologica e tattica del partito giunsero chiarezza e definizione [opredelennost’].

Vorrei ancora sottolineare che non solo il PK accolse Ilich [Lenin] nella sua residenza con grande calore, ma anche che fu precisamente tra i membri del PK che le sue celebri Tesi – quelle esposte nel rapporto fatto dal compagno Lenin il 4 aprile, il giorno del suo rientro, davanti a un incontro dei delegati bolscevichi alla Conferenza panrussa dei soviet, e ripreso anche durante un incontro tra delegati bolscevichi e menscevichi, su invito dei vertici di questi ultimi – trovarono la maggiore simpatia e il più rapido riconoscimento.

Per quanto mi è dato ricordare, i vertici menscevichi avanzarono la possibilità di un accordo con noi e proposero che Lenin esponesse il suo punto di vista. Le Tesi del compagno Lenin ebbero l’effetto di una bomba [tra i menscevichi]. Nei dibatti che seguirono, il menscevico Goldenberg caratterizzò le Tesi nel modo seguente: “Per molti anni il posto di Bakunin nella rivoluzione russa è rimasto vacante, ma ora è stato occupato da Lenin”. Quel giorno, il compagno Lenin non trovò espliciti difensori neanche tra le nostre fila. In quell’incontro, la sola a supportarlo fu la compagna Kollontai.

Nella discussione che iniziò nei nostri ranghi circa le Tesi, una serie di membri del PK parlò in sua difesa. I distretti, l’uno dopo l’altro, dimostravano la propria solidarietà con le Tesi e, alla Conferenza panrussa del partito, iniziata il 22 aprile, l’organizzazione pietrogradese nella sua interezza si pronunciò a favore delle tesi


2. Lettera di Vladimir Nikolaevich Zalezhskii e Sergei Bagdatev all’Istituto di Leningrado per la storia del partito, riguardante l’incontro del PK [Comitato bolscevico di Pietrogrado] POSDR (b) dell’8 (21) aprile 1917 e le sue minute [1],23 marzo 1934.

All’Istituto di Leningrado per la storia del partito

Nella pubblicazione dell’Istituto di Leningrado per la storia del partito del 1927 intitolata “Il primo Comitato legale dei bolscevichi di Pietroburgo nel 1917”, un grossolano errore si è insinuato nelle minute pubblicate dell’incontro dell’8 (21) aprile 1917 (N. 12).

A pagina 88, troviamo stampato: “Tutte le Tesi di Lenin furono messe ai voti nel loro complesso [Na golosovanie staviatsia tezisy Lenina v tselom vse]. (I membri del PK votarono tale mozione): 2 a favore, 13 contrari, 1 astenuto”.

Questa versione, così come stampata, implica che un’ampia maggioranza del PK votò contro le Tesi di Lenin nel loro complesso. Mentre, come risulta evidente dal contenuto della relazione di maggioranza del compagno Bagdatev, e da quella di minoranza del compagno Zalezhskii, nonché dalle osservazioni conclusive sempre del compagno Bagdatev, il PK considerava le Tesi corrette in generale e nel loro complesso [v obshchëm i tselom] (p. 88, righe 8 e 9 dall’alto).

Le differenze tra la relazione di maggioranza del compagno Bagdatev e quella di minoranza del compagno Zalezhskii concernevano solo punti a sé stanti delle Tesi e, specificamente, riguardavano i punti 3, 8 e 9 (nelle minute a p. 85, riga 19 dall’alto, il “punto 5” e stato erroneamente stampato come punto 8).

Il compagno Zalezhskii riteneva necessario approvare questi punti delle Tesi di Lenin senza alcun cambiamento. Il compagno Bagdatev, insieme alla maggioranza del PK, propose – sulla base di considerazioni pratiche – di introdurre correzioni ai punti 3, 8 e di escludere il punto 9 “sino al congresso” (p. 85, 13 righe dall’alto) [in realtà, prima riga dall’alto].

Alla fine del dibattito, le Tesi nel loro complesso vennero poste ai voti, e tutti votarono a favore. Per rendere il tutto più chiaro al lettore, la frase a p. 88 [della versione pubblicata] andrebbe corretta: “Tutte le Tesi di Lenin furono messe ai voti nel loro complesso”. Questa frase dovrebbe risultare invece: “Le tesi di Lenin furono poste ai voti nel loro complesso. Tutti votarono [a favore]”.

Dopo aver votato le Tesi nel loro complesso, il compagno Zalezhskii mise ai voti una proposta di rigetto delle correzioni alle tesi 3 e 8, di esclusione della tesi 9, avanzate dal compagno Bagdatev. Fu tale proposta a essere votata. Il risultato che troviamo nelle minute attiene al voto su questa proposta: “due a favore, 13 contrari, un astenuto” (p. 88).

In relazione a tutto ciò, il compagno Zalezhskii ha commentato, nelle sue osservazioni basate sulla prima edizione (pp. 88 e 90) che la stragrande maggioranza dei membri del comitato parlò contro le idee di base del compagno Lenin. Tale commento deve essere applicato solo ai tre punti sopra indicati.

Al fine di evitare un’erronea esposizione della posizione del Pk circa le tesi di Lenin nel loro complesso, queste osservazioni del compagno Zalezhskii dovrebbero esse escluse dalla nuova edizione. Appropriate correzioni andrebbero apportate alle minute.

Nella prefazione scritta dalla compagna Kudelli, non vi è menzione di questo lapsus calami e, inoltre, ella non comprende una serie di altri punti poco chiari. Quindi, in modo del tutto errato, fissa l’attenzione del lettore sull’asserzione secondo la quale il PK si sarebbe pronunciato contro le Tesi di Lenin nel loro complesso. Dunque, è necessario rimuovere i paragrafi in questione della prefazione.

Vladimir Nikolaevich Zalezhskii, Sergei Bagdatev


Note
  1. Peterburgskii komitet RSDRP(b) v 1917 godu: Protokoly i materialy zasedanii (San Pietroburgo, 2003).

Link al post originale in inglese John Riddell
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