Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 1683
La storia è una severa maestra
di Roberto Artoni
Un sintetico viaggio nell’ultimo secolo della politica economica italiana, iniziato brillantemente da Giolitti e Nitti e concluso con l’adesione alle politiche neoliberiste, che dopo quasi trent’anni di applicazione mostrano tutta la loro disastrosa inadeguatezza, aggravata dalle incongruenze della costruzione europea. E’ ormai ora di prenderne atto, sia nel nostro paese che nella Ue
Può essere utile rileggere la storia economica italiana in termini delle teorie che hanno guidato le scelte concretamente effettuate dalle autorità di politica economica. Se si vuole, si tratta di elaborare il noto passaggio della Teoria Generale in cui Keynes afferma che “Practical men who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist”. In questa sede i “practical men” sono i responsabili delle scelte e dell’attuazione degli interventi nella sfera economica e sociale. Gli economisti sono gli ispiratori del ceto politico e amministrativo; non sono necessariamente defunti, ma possono essere perfettamente attivi.
Nitti e il periodo giolittiano
Conviene partire dal primo decennio del secolo scorso per l’influenza che gli indirizzi seguiti in quegli anni ebbero nei decenni successivi. Ispiratore dell’impostazione di politica economica in numerosi scritti e responsabile dell’attuazione per gli incarichi ministeriali via via ricoperti fu Francesco Saverio Nitti. Alla base della sua visione sta l’enunciazione di tre principi essenziali per il buon funzionamento di una società moderna: responsabilità sociale, giustizia sociale e arbitrato sociale, di cui vedremo poi i contenuti nella descrizione di Einaudi. Questi principi si contrapponevano drasticamente ai caratteri di una società ispirata a criteri liberisti che per Nitti si riassumevano nella responsabilità puramente individuale non integrata da meccanismi di protezione sociale, nella concorrenza sfrenata e nella lotta fra individui e classi sociali [Artoni, R., Nitti in “il contributo italiano alla storia del Pensiero, Treccani, 2012].
- Details
- Hits: 3246
Crisi capitalistica, socializzazione degli investimenti e lotta all’impoverimento
di Riccardo Bellofiore e Laura Pennacchi
Introduzione all’edizione italiana di Ending Poverty. Jobs not Welfare. In: Hyman P. Minsky, Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, traduz. di Anna Maria Variato, Ediesse, Roma, 2014, pp. 11-44
Il pensiero di Hyman P. Minsky è tornato d’attualità con l’approssimarsi e poi lo scoppio della crisi finanziaria dell’estate del 2007, la cosiddetta crisi dei subprime, sin dai primi mesi di quell’anno [1]. Era già capitato almeno un paio di volte nel decennio precedente: Paul McCulley di PIMCO aveva evocato un Minsky moment a proposito della crisi russa del 1998 e George Magnus di UBS aveva ripreso il termine nella prima metà del 2007. I più attenti erano stati i bloggisti e gli analisti finanziari. La crisi era giunta come una sorpresa per i più. In realtà, essa covava da tempo, e le sue ragioni tutto avrebbero dovuto apparire meno che misteriose.
La Grande Recessione
La sequenza degli avvenimenti è stata classica. Lo sgonfiamento della bolla immobiliare nel 2005 ha generato, prima, la crisi del mercato dei subprime, con annessi e connessi: fallimento di hedge fund, blocco di leveraged buy out, crisi di banche di investimento. Poi sono venuti i segnali di illiquidità e di stretta creditizia, che hanno fatto temere che l’illiquidità si mutasse in insolvenza. Il castello delle relazioni di debito-credito è andato in fibrillazione, le banche hanno cessato di farsi credito l’un l’altra e la preferenza per la liquidità e per i titoli di Stato si è innalzata drasticamente, così come il premio per il rischio. Il bisogno di un intervento delle banche centrali quali prestatori di ultima istanza è divenuto parossistico, e la spinta ad una riduzione dei tassi di interesse irresistibile. Una successione nota, ma che ha visto stavolta qualche novità nei protagonisti, gli strumenti finanziari che hanno costruito il castello della speculazione.
- Details
- Hits: 2466

La teoria della moneta moderna non aiuta1
di Doug Henwood2
La MMT viene definita dai suoi sostenitori come un nuovo modo radicale di comprendere il denaro e il debito. Ma ci vorrà più di qualche battuta sulla tastiera di un computer per cambiare l'economia
Quando li sogniamo, quando li sogniamo, quando li sogniamo
Li sogneremo, li sogneremo gratuitamente, soldi gratis
soldi gratis, soldi gratis, soldi gratis, soldi gratis, soldi gratis, soldi gratis
— Patti Smith
Ora che le politiche rese famose da Bernie Sanders, come Medicare for All e il college gratuito, e quelle più recenti come il New Deal verde3, stanno penetrando nel mainstream politico, i sostenitori si trovano sempre più di fronte alla domanda: "come li pagheresti?" Sebbene a "questa domanda" ci siano buone risposte che potrebbero anche essere ridotte ad una lunghezza e ad un vocabolario adatti alla TV, non sempre sono fruibili. Persino i socialisti autodefinitisi sembrano avere difficoltà a pronunciare la parola "tasse". Quanto sarebbe bello se si potesse semplicemente respingere la domanda come una distrazione irrilevante?
Esiste opportunamente una dottrina economica che consente di fare proprio questo: la Modern Monetary Theory (MMT). La neoeletta Alexandria Ocasio-Cortez manifesta almeno una certa curiosità per la MMT, e tale teoria è presente in tutti i gruppi di lettura marxisti e nei capitoli dedicati ai Democratic Socialists of America. Si sta diffondendo persino nelle pubblicazioni aziendali: Joe Weisenthal di Bloomberg è un simpatizzante di tale dottrina. James Wilson del New York Times ha twittato recentemente: "La velocità con cui i giovani attivisti sia di sinistra che di destra stanno migrando verso la MMT avrà un profondo effetto sulla politica americana negli anni 2020- 2030".
Mentre gli adepti affermano strenuamente che la MMT è più fine e più complessa di questo, il suo punto di forza principale è che i governi non devono tassare o prendere in prestito per spendere: possono semplicemente creare denaro dal nulla. Basta pigiare alcuni tasti del computer e tutti ricevono un'assicurazione sanitaria, scompare il debito degli studenti e possiamo anche salvare il clima, senza tutto quel caotico conflitto di classe.
- Details
- Hits: 4891
Le contraddizioni delle soluzioni “keynesiane” al problema della disoccupazione e la sfida del “piano del lavoro”
di Riccardo Bellofiore
INTRODUZIONE a «Tornare al lavoro. Lavoro di cittadinanza e piena occupazione», a cura di Jacopo Foggi, Castelvecchi, Roma, 2019, pp. 17-27 [con saggi di Riccardo Bellofiore, Sergio Cesaratto, Guglielmo Forges Davanzati, Mathew Forstater, Claudio Gnesutta, Philip Harvey, Enrico Sergio Levrero, William Mitchell, Mario Seccareccia, Pavlina Tcherneva, Randall Wray et al.]
Il libro sui piani di lavoro garantito curato in modo esemplare da Jacopo Foggi per lo CSEPI è un volume importante, tanto per la qualità e la completezza di quello che contiene e che dice, quanto per quello che resta sullo sfondo e rimane ancora da articolare con più precisione e ricchezza, e magari da mettere meglio a fuoco. In queste poche righe di introduzione mi propongo di presentare al lettore, senza alcuna possibile pretesa di completezza, alcune considerazioni evidentemente soggettive, essendo io stesso parte attiva di questo dibattito in corso.
Il problema della disoccupazione in Italia è un problema che affonda le radici nel passato. Anche limitandoci al secondo dopoguerra, non solo esso non è stato mai risolto, ma alla sua risoluzione non hanno affatto contribuito né la apertura al commercio internazionale, né il miracolo economico, né gli abortiti tentativi di programmazione: semmai, l’emigrazione. La svolta degli anni ’80 prima peggiorò le cose, poi provvide una falsa soluzione nella sottoccupazione dovuta alla caduta della produttività e alla precarizzazione. Si può dubitare che sia mai davvero esistita da noi una fase keynesiana (molti guardano con nostalgia malriposta ai cosiddetti trent’anni gloriosi), e il keynesismo criminale stigmatizzato da de Cecco ne fu un povero sostituto. Il che lascia dubitare che sia possibile una soluzione keynesiana oggi, fondata sulla sola espansione della domanda effettiva, che rovesci l’austerità che ci accompagna da decenni. Si può dire che in varia forma la disoccupazione si sia tramandata tanto nello sviluppo quanto nella crisi, come anche che la crisi italiana sia di lunga durata, e risalga in realtà alle occasioni perse di metà anni ’60. È una crisi che ha aspetti strutturali, non solo congiunturali: e la stessa cosa si può dire della problematica della disoccupazione. La crisi recente, successiva alla nuova “grande crisi” esplosa nel 2007-2008 e aggravata dalle dinamiche interne all’area europea, va relativizzata come parte di questo quadro complessivo.
- Details
- Hits: 1218
Alle radici della teoria marginalista. Una nota teorica
di Andrea Galeotti
Parte I
Il recente attacco della Corte Costituzionale Tedesca alla BCE può far “cadere dal pero” solo i più o meno consapevoli sostenitori della neutralità della politica monetaria. Sarebbe precisamente questa neutralità che le recenti misure (PEPP – Pandemic Emergency Purchase Programme) metterebbero, secondo l’accusa, fortemente a rischio. Come recentemente osservato da Brancaccio, il vero problema è che questa neutralità non esiste.
Tale neutralità è esclusivamente e rigorosamente difendibile se – e solo se – si è pronti ad accettare le fondamenta teoriche della macroeconomia neoclassica. Ovvero, la teoria marginalista del valore e della distribuzione.
Lo scopo di questa prima nota è quello di mettere a scrutinio le premesse teoriche necessarie per poter sostenere che esista una naturale tendenza a un equilibrio di piena occupazione. In una seconda nota, mostreremo come queste premesse siano necessarie anche per poter sostenere la stessa neutralità della politica monetaria. Come vedremo, in entrambi i casi, una condizione necessaria è la specificazione del capitale come un fattore di produzione omogeneo espresso in termini di valore. Ovvero, precisamente quella concezione del capitale che le controversie degli anni ’60 e ’70 hanno dimostrato essere teoricamente indifendibile.
- Details
- Hits: 2106
L’ideologia del capitalismo ideologico. Sull’ultimo libro di Piketty
di Nicolò Bellanca
Il precedente volume di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, aveva una lunghezza di oltre 900 pagine. Quello appena uscito in traduzione italiana, intitolato Capitale e ideologia, consta addirittura di 1.200 pagine.[1] Le biblioteche sono piene di libri ponderosi che tanti citano, ma che quasi nessuno legge integralmente. Le opere di Piketty rischiano di subire lo stesso destino: un’analisi basata sui dati di kindle, documentò che il lettore medio lesse, del libro del 2013, appena 26 pagine.[2] Se però, con determinazione e pazienza, prendiamo in mano questa sua ultima monografia, ci accorgiamo che non è prolissa, poiché ogni suo capitolo, animato da una scrittura densa e nitida, si colloca in un disegno intellettuale unitario. Ancor più, ci accorgiamo che essa merita il tempo della lettura, poiché verte, con argomentazioni sempre pregnanti, su alcuni degli argomenti centrali nelle scienze sociali e nel dibattito pubblico: la natura del sistema economico odierno, i processi di cambiamento storico, le ragioni che giustificano lo status quo nelle comunità umane, la possibilità di realizzare un ordine sociale migliore. Nello spazio di una noterella, non posso affrontare i tanti temi che nel libro s’intrecciano. Procedo piuttosto in maniera schematica: sintetizzo alcune delle principali posizioni dell’autore in sette tesi; dopo l’illustrazione di ciascuna tesi, svolgo qualche commento critico, per concludere con poche considerazioni sull’intero ragionamento.
Tesi 1. Le vicende storiche ben documentate sono in grado di spiegarci come funziona il mondo.
Già nel libro del 2013, Piketty è apparso un ricercatore empirico estremamente preparato, con la propensione, tuttavia, a lasciare sottosviluppata la spiegazione teorica dei fenomeni: le sue due famose “leggi del capitalismo” consistono l’una in una tautologia e l’altra in una formula che non riceve alcuna fondazione, se non il riscontro statistico.[3]
- Details
- Hits: 2125
A proposito di Smith, Ricardo, Marx e anche Sraffa
Commento pirotecnico al libro di Riccardo Bellofiore
di Giorgio Gattei
1. Ho religiosamente compitato la collazione (rimaneggiata) di scritti che Riccardo Bellofiore ha testé dato alle stampe (R. Bellofiore, Smith Ricardo Marx Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Rosenberg & Sellier, Torino, 2020) e qui mi provo a recensirla. Per me è stato come compiere un viaggio a ritroso nella mia stessa vicenda intellettuale davanti alla evidenza di un identico sentire (Riccardo, come al solito, non concorderà, ma a me non importa affatto se lui non percepisce, perché io invece sì). E dire che non ci siamo mai frequentati veramente (lui a Torino e a Bergamo, io stabilmente a Bologna), sebbene entrambi avessimo da sempre condiviso l’idea generale che non c’è modo di capire l’economia politica se non se ne ripassa la storia. È stata questa la grande lezione che ha dato ad entrambi Claudio Napoleoni in quelle Considerazioni sulla storia del pensiero economico, dapprima uscite sulla “Rivista trimestrale” e poi raccolte nel 1970 sotto il titolo di Smith Ricardo Marx, che hanno segnato una intera generazione di giovanotti, allora aggressivi e irriverenti, che ambivano a farsi economisti. Poi tanti di loro si sono persi anche solo per «tirare quattro paghe per il lesso» (Giosuè Carducci, Davanti San Guido), ma non Riccardo che ha proprio voluto intitolare questa sua ultima pubblicazione a Smith Ricardo Marx+ Sraffa dove il quarto nome, che nel titolo di Napoleoni non c’era, non è affatto peregrino se proprio Napoleoni è stato il miglior divulgatore in Italia dell’unico libro di alta teoria che sia uscito nella seconda metà del Novecento: quella mitica Produzione di merci a mezzo di merci, per l’appunto, di Piero Sraffa.
- Details
- Hits: 1700
Sulla stagnazione e la crisi del 2007
di Bollettino Culturale
Diversi punti di vista sulla stagnazione
La scuola stagnazionista della Monthly Review, ora proseguita con il contributo di Fred Magdoff e John Bellamy Foster, fa riferimento alle analisi suggerite da Paul Baran e Paul Sweezy negli anni '60. È proprio a loro che Foster e Magdoff si rivolgono per spiegare la simbiosi tra stagnazione e finanziarizzazione dell'economia, il punto focale delle loro analisi sulla crisi del 2007. In Sweezy la tendenza al sottoconsumo e, quindi, alla stagnazione come "la norma verso cui tende la produzione capitalista" derivava dal presupposto che gli investimenti e il consumo capitalistici sarebbero cresciuti in proporzione al reddito e che, pertanto, la quota dei salari avrebbe dovuto diminuire.
Poiché ha anche ipotizzato che la percentuale del consumo capitalista in termini di reddito sarebbe diminuita, Sweezy ha dedotto un aumento della percentuale di investimenti in reddito. Supponendo che la produzione di mezzi di consumo fosse proporzionale alla crescita degli investimenti, Sweezy dedusse che l'offerta di mezzi di consumo sarebbe cresciuta prima della domanda di mezzi di consumo, causando un eccesso cronico di capacità. Questa è la teoria del sottoconsumo e della stagnazione di Sweezy. L'errore teorico, come sottolineato da Shaikh, consiste nel considerare il dipartimento I come un input del dipartimento II e, pertanto, l'economia capitalista punta alla produzione di beni di consumo.
Per Baran e Sweezy la tendenza della moderna economia capitalistica alla stagnazione è legata all'emergere di monopoli e oligopoli. Nel loro libro del 1968, Monopoly Capital, Sweezy e Baran sostengono che gli oligopoli hanno vietato la concorrenza sui prezzi. Di conseguenza, la teoria generale dei prezzi appropriata per questa economia divenne "la teoria tradizionale dei prezzi del monopolio classico e neoclassico", ora elevata al livello di un caso generale e non più speciale.
- Details
- Hits: 2178
Introduzione al confronto con gli economisti austriaci
di Bollettino Culturale
Un vantaggio nel discutere con gli economisti austriaci è che, a differenza dei neoclassici moderni, sostengono che è necessaria una teoria del valore e che, inoltre, le domande fondamentali non vengono risolte facendo appello a formulazioni matematiche, come nel caso del soliti manuali microeconomici. Per questo motivo, la controversia ruota attorno a principi concettuali fondamentali.
L'idea prevalente degli economisti austriaci è che il valore derivi dall'utilità che il consumatore attribuisce al bene che acquista. Pertanto, l'accento è posto sul rapporto dell'individuo con i suoi bisogni e il bene. "Il valore dei beni si basa sul rapporto dei beni con i nostri bisogni, non sui beni stessi", scrive Menger. Di conseguenza, il valore "è il significato che beni specifici o quantità parziali di beni acquisiscono per noi, quando siamo consapevoli di dipendere da essi per la soddisfazione dei nostri bisogni.”
La valutazione del consumatore consiste nel preferire un particolare incremento di un bene rispetto a incrementi di altri beni (un modo per evitare l'obiezione nota come "il paradosso del diamante e dell'acqua"). L'individuo stabilisce una scala o una classifica delle preferenze e i prezzi sono il riflesso di questa scala.
Pertanto, e sempre secondo gli austriaci, il valore non può essere prodotto. Respingono la tesi secondo cui il capitale genera valore e che l'interesse è spiegato dalla produttività marginale del capitale o che il salario è uguale alla produttività marginale del lavoro. Come spiega Böhm Bawerk, la produzione genera solo beni che hanno valore in base alla valutazione che ne fanno i consumatori.
- Details
- Hits: 3399
La monetizzazione del disavanzo nella letteratura macroeconomica recente (pre e post-Covid)
di Fulvio Corsi*
Cenni sul funzionamento dell’attuale sistema monetario
Già prima dell’arrivo del COVID-19 le principali economie europee, nonostante gli enormi interventi di politica monetaria (tassi zero o negativi e QE), si trovavano in una grave condizione di stagnazione associata ad un pericoloso rischio di deflazione. L’arrivo dello shock COVID-19 ha enormemente aggravato la già delicata situazione trascinando le economie di tutto il mondo in un profonda recessione con una ancora più accentuata dinamica deflazionistica. E’ evidente a tutti gli osservatori che imponenti misure di sostegno e stimolo all’economia sono urgentemente necessarie. Purtroppo però, soprattutto in Europa, le tradizionali misure di stimolo dell’economia erano già risultate largamente insufficienti persino nel periodo di stagnazione pre-Covid. Risulta quindi difficile pensare che questo tipo di misure possano consentire di affrontare adeguatamente la fase, molto più critica, di recessione economica post-Covid.
Ma perché le tradizionali leve di intervento macroeconomico risultano attualmente inadeguate? La ragione è da ricercarsi nel modo in cui il sistema crea endogenamente i mezzi di pagamento necessari per consentire gli scambi economici. Anche volendo partire dalla teoria quantitativa della moneta cara ai neoclassici e monetaristi, MV=PY, è evidente che a parità di velocità della moneta V, che dipende dalle abitudini di pagamento e che in periodi di crisi tende semmai a ridursi, è possibile avere un aumento del reddito nominale PY (reddito reale Y per livello dei prezzi P) solo a patto che la quantità di moneta M utilizzata per transazioni legate al PIL aumenti.
- Details
- Hits: 2393
Le determinanti della produttività del lavoro nell’Area Euro
di Stefano Lucarelli, Marco Veronese Passarella
1. La funzione della produttività di Paolo Sylos Labini
Il divario nei tassi di crescita della produttività del lavoro tra centro e periferie europee viene spesso indicato come uno dei principali fattori alla base degli squilibri esteri dei paesi membri dell’Area Euro che hanno segnato il primo decennio degli anni duemila (si veda, ad esempio, Draghi 2013). Proprio quel divario fornisce il maggiore argomento a favore delle cosiddette “riforme strutturali”, chiamate a risollevare la competitività delle produzioni periferiche attraverso un aumento della flessibilità nelle condizioni lavorative. Ricondurre la dinamica della produttività del lavoro alla struttura del mercato del lavoro dei paesi membri dell’Area Euro ha l’indubbio vantaggio di mettere in luce il fatto che la prima non è il semplice riflesso di condizioni tecniche esogene. Al contrario, la produttività del lavoro è una grandezza endogena che dipende da una varietà di fattori economici, sociali e istituzionali. Ma è davvero la struttura del mercato del lavoro il fattore più importante? Non la pensava così Paolo Sylos Labini (1920-2005), uno dei più influenti ed acuti economisti italiani del ventesimo secolo. Per Sylos Labini le determinanti chiave della produttività del lavoro andrebbero piuttosto ricercate nella crescita dei mercati dei prodotti, nel rapporto tra costo del lavoro e prezzo dei macchinari, nel costo assoluto del lavoro e nella dinamica degli investimenti (si rinvia a Sylos Labini 1984, 1992, 2004).
Che l’estensione del mercato sia uno dei principali vincoli alla divisione del lavoro e dunque all’introduzione di innovazioni tecniche ed organizzative è un’osservazione che si deve già al padre dell’economica politica, Adam Smith, il quale ne parla estesamente nella sua Ricchezza delle Nazioni del 1776.
- Details
- Hits: 3113
Sul nuovo libro di Thomas Piketty
di Franco Lissa
Questo “libro-mattone” è importantissimo, perché pone al centro dell’attenzione, e in modi non propagandistici ma scientificamente documentati, la questione-spia delle crescenti ineguaglianze che la mondializzazione sta solidificando. Come ricorda Franco Lissa in questa sua puntuale presentazione: ” L’1% più ricco della popolazione si è appropriato del 27% della crescita mentre il 50% dei più poveri ha avuto una crescita del 12%. Le classi medie e popolari dei paesi ricchi hanno subìto una perdita importante del loro benessere economico, il che, come vedremo, ha provocato dei cambiamenti significativi anche a livello di rappresentanza politica”. Sulla proposta del “socialismo partecipativo” avanzata da Piketty a me restano – non avendo sgombrato la lezione di Marx dalla mia mente – molti dubbi. Ma discutiamone. [E. A.]
Il primo atteggiamento che il lettore deve assumere di fronte alle 1200 pagine dell’ultimo libro di Thomas Piketty (Capital et Idéologie, ed. Seuil, 2019, di cui si attende la traduzione in italiano) è la fiducia nell’autore. Esso fa seguito alle 950 pagine del libro precedente (Le capital au XXI° siècle, ed. Seuil, 2013), e nonostante l’imponente dimensione, è un libro di lettura gradevole anche per un non economista di formazione, ma che sia interessato alle scienze umane, economia ovviamente, con una competenza statistica anche non specialistica, storia economica, pensiero politico, scienze sociali. Thomas Piketty è directeur d’étude alla École des hautes études en science sociales e professore all’ École d’économie di Parigi, ma collabora anche con la London School of Economics ed il Massachusetts Institute of Technology.
E’ un seguito del libro precedente, dicevo, che ha decretato il successo planetario del suo autore anche al di fuori dell’ambito universitario, un libro che è stato tradotto in 40 lingue e venduto in più di 2,5 milioni di copie. Ma in qualche misura ne è anche un superamento. Si basa, come il precedente, sulla base statistica del progetto World Inequality Database (http://WID.world), cui collaborano più di 100 ricercatori di più di 80 paesi in tutto i continenti, ma da esso si diparte in varie direzioni.
- Details
- Hits: 3534
La teoria del valore-lavoro e i keynesiani
di Bollettino Culturale
Nel pensiero keynesiano, ci sono argomenti a favore di una società più egualitaria e una preferenza per quote più elevate di ricchezza sociale da orientare verso il popolo. Tuttavia, la sua teoria non abbandona mai la prospettiva del capitale. L'individualismo analitico è così radicato che persino un economista keynesiano di sinistra cosciente come Joan Robinson fraintende Marx in diversi punti della sua critica, perché ritiene che la prospettiva di un singolo capitalista sia il punto di partenza, in cui l'analisi di Marx considera l'insieme sociale come precedente. Accanto a questo c'è il rifiuto di comprendere il valore come una relazione sociale, insistendo su un'analisi materialistica riduttiva. Con queste due assunzioni precedenti al lavoro i keynesiani respingono la teoria del valore-lavoro.
Robinson attaccò il concetto stesso di valore, sostenendo che era solo metafisico, una "misteriosa emanazione" nel marxismo che "era ancora in qualche modo in agguato nei prezzi relativi". Tuttavia c'è una differenza tra una qualità che non può essere apprezzata come sostanza concreta e qualcosa che non ha una vera esistenza. Esistono diverse analogie che possono spiegare questo, ma una è la coscienza umana. Finché non invochiamo il fantasma di Cartesio nella macchina, la coscienza è un fenomeno del mondo materiale, eppure non ci sono particelle di coscienza. Non esiste in questo o quel neurone come unità tangibile. Piuttosto, è la creazione della totalità dell'attività cerebrale; è una proprietà emergente che dipende dal movimento o dal processo per entrare in un'esistenza molto reale.
- Details
- Hits: 1281

Il valore nel PIL
di Michael Roberts
Alla recente conferenza ASSA 2020 si è tenuta una sessione per stabilire se il prodotto interno lordo (PIL), l'onnipresente misura della produzione nazionale, fosse adeguato come indicatore del "benessere o benessere sociale". Sono state avanzate varie proposte per tentare di misurare il benessere sociale, tra cui "dashboard"1 di indicatori economici e sociali, nonché approcci più esplicitamente legati alla teoria economica. Il Bureau of Economic Analysis (BEA) degli Stati Uniti ha avviato una discussione in ASSA per esaminare i pro e i contro di approcci alternativi.
Il prodotto interno lordo (PIL) è la classica misura principale del livello di produzione di un paese e persino della prosperità. È una misura monetaria del valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti in un determinato periodo di tempo. La misura risale agli albori dell'economia politica classica, con William Petty che sviluppò il concetto di base nel 17 ° secolo. Il concetto moderno è stato sviluppato per la prima volta da Simon Kuznets nel 1934 per misurare la produzione nazionale degli Stati Uniti.
Esistono tre modi per misurare il PIL. Il primo è l'approccio produttivo, che riassume i prodotti di ogni impresa. Il secondo è l'approccio della spesa che riassume tutti gli acquisti effettuati; il terzo è l'approccio del reddito che riassume tutti i redditi percepiti dai produttori.
Questi tre approcci diversi corrispondono sostanzialmente alle tre principali scuole di pensiero economico. L'approccio produttivo ha un'affinità con la scuola neoclassica, che considera la produzione nazionale come la somma di tutta la produzione dei micro-agenti. L'approccio della spesa è stato adottato dalla scuola keynesiana, che considera investimenti, consumi e risparmi a "livello macro" per misurare la "domanda effettiva".
- Details
- Hits: 2683
Capire l’economia per un rilancio delle idee di sinistra
di Saverio M. Fratini*
“Sei Lezioni di Economia - Conoscenze Necessarie per Capire la Crisi più lunga (e come uscirne)” di Sergio Cesaratto, scritto in un linguaggio accessibile anche a coloro che non hanno svolto studi di economia, è un manuale economico divulgativo che, richiamandosi alle idee di Keynes e Sraffa, dice qualcosa di sinistra contro il pensiero economico dominante
La divulgazione scientifica è una attività sicuramente meritoria e lo è ancora di più quando ad essere divulgate sono idee alternative rispetto all’impostazione mainstream. In tutte le scienze il pluralismo è una ricchezza: guardare i fenomeni da diversi punti di vista, o anche semplicemente sapere che diversi punti di vista esistono, aiuta sicuramente ad ampliare la nostra capacità di comprensione del mondo che ci circonda. Ciò è particolarmente vero con riferimento all’economia e alle scienze sociali in generale, in cui lo studioso è parte del sistema che studia: ne è influenzato e lo influenza. Come ha scritto Robert Solow[1] (premio Nobel nel 1987), mentre il movimento dei pianeti è completamente indipendente da ciò che pensano gli astronomi, le idee degli economisti hanno effetto sul funzionamento del sistema economico. Così, in economia, il prevalere di una impostazione sulle altre scaturisce da un intreccio di ragioni scientifiche e politiche, a sostegno dell’una o dell’altra parte sociale. Di conseguenza, a differenza di quanto avviene normalmente nelle scienze naturali, nelle scienze sociali non è affatto detto che le teorie più recenti o mainstream siano più solide e avanzate di quelle precedenti o alternative. Si vede, quindi, la grande importanza di coltivare il pluralismo e la storia del pensiero economico.
Proprio in questa direzione va il libro di Sergio Cesaratto Sei Lezioni di Economia - Conoscenze Necessarie per Capire la Crisi (Diarkos, 2019), giunto alla seconda edizione e già in ristampa. Con la prima lezione, infatti, Cesaratto ci riporta indietro al punto di vista degli Economisti Classici, che è stato riscoperto a partire dagli anni ’60 del XX secolo grazie ai contributi di Piero Sraffa e dei suoi allievi[2].
Page 8 of 20



















































