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operaviva

Ricominciare dalla fine

L’«Abecedario» di Mario Tronti

di Damiano Palano

7 Andreco e Dem roots centrale fies«Io non sono un figlio del mio tempo, anzi, mi riesce difficile non definirmi addirittura suo nemico». Le parole di Franz Trotta, il protagonista della Cripta dei Cappuccini, potrebbero ben figurare come epigrafe all’Abecedario di Mario Tronti curato da Carlo Formenti (DeriveApprodi, 2016). Nelle sette ore di intervista, che si snodano attraverso venti lemmi, da Amico/Nemico a Zeit, Tronti definisce infatti la propria condizione come quella di un esiliato in patria e respinge persino la qualifica di «intellettuale». E forse proprio come Trotta, qualche volta preferisce anche dire di non capire, o persino di essere sordo, piuttosto «che ammettere di aver sentito rumori volgari». Ma è comunque proprio la condizione di chi segue ciò che avviene attorno a sé come un estraneo, e con «serena disperazione», a illustrare la logica che guida la riflessione più recente di Tronti. E soprattutto a chiarire il senso della traiettoria che lo ha condotto dalla critica di società dei suoi anni giovanili alla critica di civiltà sviluppata – in termini sempre più decisi – nell’ultimo ventennio.

Tronti si è probabilmente deciso ad accantonare per una volta la forma scritta, che predilige da sempre, anche per il disagio di essere considerato da molti suoi lettori soltanto, o soprattutto, come il fondatore dell’operaismo. La speranza è cioè che l’esposizione del suo pensiero «senza orpelli» possa diradare qualche equivoco interpretativo e contribuire a chiarire finalmente la logica di un itinerario, che è risultata negli ultimi anni anche per molti dei suoi estimatori quasi indecifrabile. Ma, per affrontare adeguatamente l’Abecedario, è necessario tenere presente che i venti lemmi non sono le voci di un bilancio retrospettivo.

Chi si accosti a questo documento alla ricerca di una sorta di sommario della riflessione condotta nel corso di sei decenni è così destinato a rimanere deluso. E, a maggior ragione, è destinato a rimanere deluso chi ricerchi nell’intervista una rievocazione della stagione operaista. Formenti racconta d’altronde nel volumetto che accompagna il Dvd di avere suggerito di inserire alla lettera «O» la voce Operaismo e alla lettera «Q» la voce Quaderni rossi, ma di aver visto respinte entrambe le proposte da Tronti, che ha invece preferito parlare, rispettivamente, di Operai e di Qoelét. Ma l’Abecedario non è un’autobiografia per frammenti solo perché Tronti non è mai stato incline a concedere molto a questo genere, o perché – come ha scritto molte volte – ritiene di avere chiuso la parentesi operaista già mezzo secolo fa, quando uscì l’ultimo numero di «Classe operaia», o al massimo quando licenziò – con il celebre Poscritto – la seconda edizione di Operai e capitale. Probabilmente il vero motivo è che Tronti – come d’altronde ribadisce a più riprese nel corso del filmato – considera pressoché indispensabile evitare di ripercorrere sempre lo stesso sentiero e bagnarsi nello stesso fiume. Più che come la conclusione di un lungo itinerario, i venti lemmi dell’Abecedario sono così, per molti versi, il sommario di una ricerca da portare avanti, gli appunti di un diario di viaggio ancora in larga parte da compiere, o da intraprendere ancora una volta, ma da una prospettiva nuova. E proprio per questo, suonano allora come un invito a ricominciare di nuovo, ma partendo dalla fine.

Forse neppure nella forma dell’esposizione orale le parole di Tronti lasciano cadere tutti i veli di un certo ermetismo. Ma l’autoritratto che si compone voce dopo voce contribuisce comunque a chiarire quali sono le coordinate che guidano oggi il suo sguardo, quali gli autori che popolano il suo personale pantheon, quale la direzione in cui si muove. E in questo senso l’Abecedario è un complemento degli scritti dell’ultimo ventennio, dalla Politica al tramonto (1998) fino al più recente Dello spirito libero (2015). Molte voci ripropongono infatti l’idea della «rivoluzione conservatrice», che Tronti ha suggerito in particolare in Dello spirito libero. Il fatto che si definisca come un «rivoluzionario conservatore» non è d’altronde solo un vezzo, o un modo per distinguersi da quegli intellettuali di sinistra che, dopo l’abbandono del marxismo, hanno inalberato la bandiera della «Democrazia» e del «Progresso» (e spesso di una «Democrazia» e di un «Progresso» destoricizzati, se non addirittura depoliticizzati). La formula «rivoluzionario conservatore» è piuttosto il frutto di una rilettura che ha condotto Tronti a indirizzare una critica severa non semplicemente all’operaismo (e al proprio passato), ma più in generale all’intera tradizione del movimento operaio.

Nelle pagine di Dello spirito libero, sviluppando l’idea di una «rivoluzione conservatrice», a proposito della rottura del ‘17 Tronti ha scritto infatti che la rivoluzione «non era un evento escatologico», e «non preparava una ricetta per la cucina dell’avvenire». Si trattava invece, ai suoi occhi, di «un tentativo, disperato e riuscito, di trattenere un brutto presente invadente, fermare la guerra, trovare un rimedio alla fame dei contadini, una risposta alla fatica sfruttata degli operai». La sua sconfitta non fu dovuta così all’incapacità di tenere il ritmo dello sviluppo capitalistico, ma semmai all’aver ceduto alla logica della modernizzazione. E l’illusione di poter seguire il capitale sul terreno della modernizzazione è infatti la principale colpa che Tronti indirizza tanto a Marx quanto al movimento operaio. «Non si può essere più moderni del capitalismo», ha scritto. «La modernizzazione […] non poteva essere cavalcata come tale, perché aveva già in sé un suo segno». E l’errore è stato di non sapere invertire quel segno. «Il movimento operaio ha sbagliato quando ha seguito il Marx apologeta della borghesia, e ha individuato la strada quando ha seguito il Marx critico dell’economia politica». A questa lettura si connette anche l’attenzione rivolta alla dimensione della spiritualità, che si riconosce in molti passaggi dell’Abecedario, ed è d’altronde a questa prospettiva d’insieme che si lega l’interesse per la teologia politica che contrassegna almeno da un trentennio – dai tempi della sua collaborazione con la rivista «Bailamme» – la riflessione di Tronti. Il «problema della verità», come sottolinea Pasquale Serra nel volumetto allegato al Dvd, è infatti strettamente affiancato alla spietata critica dell’homo democraticus che si riconosce nelle pagine più recenti. Ma, a ben guardare, il riconoscimento dell’importanza del «sacro» e della ricerca della «Verità», l’ammirazione per l’istituzione millenaria della Chiesa di Roma e persino l’apprezzamento per la riflessione di Joseph Ratzinger – tutti elementi che devono disorientare molti dei lettori di Tronti – non vanno intesi come l’esito di un percorso spirituale (che pure c’è probabilmente stato negli ultimi anni). Nella prospettiva di Tronti – in questo davvero totus politicus – ogni elemento di pensiero è infatti sempre ricondotto alla dimensione politica, nel senso che scaturisce sempre dal tentativo politico di interpretare il presente, oltre che dalla ricerca di una strada politica realisticamente praticabile. Così, quella «Verità», di cui Tronti non esita a rivendicare la centralità, è sempre una «verità di parte», una verità radicata in una specifica «parte» da cui osservare il mondo. In questo modo Tronti rimane dunque fedele alla giovanile scoperta del «punto di vista operaio», con cui – rompendo con l’ambizione di gran parte del marxismo ortodosso di poter guadagnare una visione generale e non distorta delle dinamiche sociali – fissò il perno della «differenza italiana».

«Ci sono i fatti, e poi ci sono le interpretazioni, per cui la verità», ribadisce nell’Abecedario, «si scinde in tante verità parziali, e io cerco appunto una verità di parte». Ma, rispetto a quella scoperta giovanile, non esita a riconoscere che la «parte» da cui guardare il mondo non coincide più con la prospettiva di un soggetto materialmente radicato nella struttura produttiva del capitalismo. La vittoria dell’homo democraticus, l’ascesa incontrastata dell’«uomo massa» e il trionfo della civiltà borghese hanno infatti neutralizzato la radicalità della classe operaia, senza dar forma a un nuovo antagonista. «Il punto di vista operaio non esiste più», dice Tronti, anche se «rimane il punto di vista». Un punto di vista che – come scriveva in Dello spirito libero – va ora ricercato dentro di sé, nella ridotta nell’interiorità, nel deposito della spiritualità. Ma il punto è che senza «fede» – una fede che per Tronti è sempre politica, nel senso elevato dell’appartenenza a una «parte» – si rimane privi della possibilità di agire. E una volta che si è smarrita una «verità di parte», quando si è cessato di credere in qualsiasi cosa che non sia contingente, si finisce col poter credere a tutto.

Forse ancora più sorprendente, persino per i suoi lettori più assidui, risulta la prossimità di Tronti alla tradizione del realismo politico, che affiora in particolare nelle voci Fede, Guerra, Qoelét. Certo Tronti negli ultimi decenni non ha esitato a riconoscere in Machiavelli, Hobbes, Weber e Schmitt delle guide e delle costanti fonti di sollecitazione. Ma la sua adesione al pessimismo antropologico realista appare davvero marcata. Il realismo di Tronti non è infatti riducibile solo a una concezione che raffigura la politica come conflitto, come guerra, come esito dei mutevoli rapporti di forza. Il suo realismo accoglie la sinistra raffigurazione della «natura umana» che affiora dalle pagine di Machiavelli e Hobbes (ma anche di Sant’Agostino), e che rappresenta gli esseri umani come irrimediabilmente segnati da una predisposizione alla sopraffazione, da una inestinguibile sete di potere, dalla costante tentazione della violenza, oltre che da una inguaribile diffidenza nei confronti dei propri simili. Dalla prospettiva di un simile approdo teorico, Tronti non può allora che criticare l’ambizione a una pacificazione definitiva del mondo, non solo perché – come in larga parte della tradizione marxista – il conflitto scaturisca dall’assetto delle relazioni sociali e della ineguale distribuzione dei mezzi di produzione e della ricchezza – ma perché le origini più remote del conflitto e della violenza vanno rinvenute a livello antropologico. Lungo questo percorso Tronti viene così a imboccare una direzione diametralmente opposta rispetto a quella battuta dal marxismo e oggi da gran parte della teoria radicale, perché ritiene – come tutti i grandi realisti – che le «regolarità della politica» vadano in fondo ricercate prima di tutto nelle profondità della «natura umana», e non nei condizionamenti sociali, economici e culturali.

L’approdo di Tronti al realismo politico certo non implica un’adesione – neppure acritica – all’estetica della Machtpolitik, perché il riconoscimento del carattere ineliminabile della guerra è soprattutto il presupposto necessario di una sua «messa in forma», di una sua regolazione. Ma non si può evitare di riconoscere oggi nel suo sguardo anche quell’ambigua fascinazione per gli aspetti più crudi della politica che, per esempio, si può ritrovare in Schmitt. Perché anche per Tronti – come per il giurista di Plettenberg – un mondo spoliticizzato, un mondo che riesca a eliminare il conflitto e la guerra, non è semplicemente irrealistico, ma è piuttosto un mondo inumano, un mondo in cui viene eliminata quella dimensione tragica del conflitto (e forse anche della violenza) in cui si esprime la stessa autentica umanità dell’essere umano. Ed è proprio in questa chiave che deve essere interpretata la celebrazione della guerra che Tronti si lascia sfuggire nell’intervista, quando osserva per esempio che è meglio vivere in tempi di guerra che in tempi di pace. Una simile celebrazione non va infatti probabilmente interpretata come l’effetto di una ormai convinta adesione a quella visione del mondo secondo cui la ricerca di potenza rimane l’unico vero scopo politico da perseguire, e in cui la guerra è la manifestazione più elevata della vita di ogni consorzio umano. In quella frase c’è piuttosto la nostalgica rievocazione del Weltbürgerkrieg che ha segnato il Novecento, della guerra civilizzata tenuta a freno dell’equilibrio bipolare, dei tempi eccezionali in cui, dinanzi all’estremo, la «Storia» poteva aprire un varco alla «Politica». E c’è soprattutto una sorta di elegia per quel militante novecentesco, forgiato nelle tempeste d’acciaio del Ventesimo secolo e cresciuto nello «stato d’eccezione» della guerra civile mondiale, per il quale la «politica assoluta» era il centro di gravità di un’intera esistenza, e non solo una dimensione accanto alle altre.

Benché l’Abecedario vada inteso come un ritratto del Tronti di oggi, la presentazione «senza orpelli» offerta nella lunga intervista è destinata a suggerire più di qualche interrogativo sulla logica del percorso seguito in circa sessant’anni dal pensatore romano. Le posizioni che emergono dal filmato – in primo luogo proprio l’approdo al realismo politico, ma anche il ruolo assegnato alla teologia politica, la critica al movimento operaio e l’accento posto sull’interiorità – appaiono davvero molto lontane dalla prospettiva del giovane Tronti, e in generale da quel paradigma operaista di cui Operai e capitale viene considerato la più solida pietra di fondazione. Forse più ancora delle sue posizioni politiche – e in particolare del suo ruolo di senatore del Partito Democratico – la riflessione recente di Tronti deve dunque risultare sconcertante, o persino intollerabile, per chi valorizza il pensatore della «differenza italiana». Per questo, è quasi inevitabile essere indotti a riconsiderare l’intera logica del suo percorso, e forse anche circoscrivere allo spazio di una parentesi – quasi un incidente di percorso – la sua stagione operaista. Si tratta d’altronde di un’ipotesi di lettura avanzata in diverse occasioni fin dagli anni Settanta. Spesso con l’ottica un po’ deformante di una polemica contro il «compromesso storico» (di cui la teoria dell’«autonomia del politico» sarebbe stata la base dottrinaria), si rilessero le pagine di Operai e capitale alla ricerca di quei segni di rottura o di continuità, capaci di confermare – a seconda della prospettiva adottata – la gravità di un tradimento teorico o il profondo radicamento di una distorsione concettuale destinata a squalificare un’intera riflessione. Allora qualche lettore ritrovò alla base dell’operaismo di Tronti, insieme alla tentazione di una «filosofia della storia» da cui Raniero Panzieri aveva già messo in guardia molti anni prima, una marcata impronta gentiliana. In termini tutt’altro che critici, Serra ha ripreso di recente una lettura simile. In diverse occasioni ha infatti polemizzato con chi punta a falsificare la riflessione più recente del pensatore romano «a partire da un libro scritto nel 1966, e che già nel 1970 Tronti si mette alle spalle, come se in quel libro fosse consegnata l’intera verità di Tronti, e tutto il resto, il dopo, ed anche prima, fosse stato scritto per niente». Ma, sempre con l’obiettivo di relativizzare la stagione dei «Quaderni rossi» e di Operai e capitale, Serra ha anche invitato a prendere atto che «prima dell’operaismo non c’è il nulla, o un vuoto, ma un pensiero molto determinato» (Tradizione e libertà. Il pensiero politico di Mario Tronti, in «Rivista di Politica», 2016, n. 1, p. 150). Almeno una delle fonti importanti della sua riflessione andrebbe così ritrovata in Ugo Spirito, che di Tronti fu relatore di tesi negli anni Cinquanta e che avrebbe contribuito a gettare un ponte tra Gentile e Marx. Ma forse, relativizzando l’operaismo, ci si potrebbe anche spingere a ritrovare nel percorso di Tronti l’eredità di un altro filone che ha attraversato la filosofia del Novecento italiano (e contro cui peraltro il pensatore romano aveva indirizzato le prime polemiche). Perché nel passaggio dall’operaismo all«autonomia del politico», e poi al realismo politico, Tronti si è trovato a battere lo stesso sentiero attraversato da Benedetto Croce, che, ricordando i suoi giovanili interessi per il materialismo storico, scrisse che il marxismo lo aveva ricondotto «alle migliori tradizioni della scienza politica italiana, mercé la ferma asserzione del principio della forza, della lotta, della potenza, e la satirica opposizione alla insipidezze giusnaturalistiche, antistoriche e democratiche, ai cosiddetti ideali dell’89».

L’Abecedario naturalmente non offre – e non può offrire – una soluzione alla discussione sulla logica della traiettoria trontiana e sul ruolo della parentesi operaista, ma sicuramente offre materiali importanti, su cui varrebbe la pena riflettere, magari anche mettendo in discussione griglie di lettura consolidate. Perché l’intervista suggerisce anche di rileggere a ritroso l’intero percorso di Tronti. E, soprattutto, invita a ricercare le tracce – seppur labili – della svolta verso l’idea di una «rivoluzione conservatrice» già nei suoi primi scritti, ossia persino dentro la stagione operaista.

Gli approdi cui Tronti giunge oggi sono probabilmente destinati a lasciare insoddisfatti, delusi o persino indispettiti molti di coloro che considerano le ipotesi sull’«autonomia del politico» uno strumento utile per ripensare la storia politica del capitalismo e le relazioni tra «politica» ed «economia», o per coloro che non cessano di cercare nelle pagine di Operai e capitale la chiave per rovesciare la logica del presente, oltre che ovviamente per quanti confidano che la potenza degli algoritmi, rimestando nelle pentole del capitalismo cognitivo, stia imbandendo un nuovo sontuoso banchetto nelle osterie dell’avvenire. Per chi ascolti le voci dell’Abecedario da questa prospettiva, l’approdo al classico pessimismo antropologico del realismo politico deve infatti apparire solo come una rinuncia al progetto di una trasformazione radicale delle relazioni sociali. Mentre la concezione realista di una politica piantata sulle due gambe del conflitto e della mediazione deve suonare a molti solo come un tentativo di far convivere – l’una accanto all’altra – posizioni teoriche e politiche fra loro contraddittorie, o magari di legittimare scelte politiche che lo stesso Tronti non esita a definire ambigue. L’aspetto che deve lasciare insoddisfatti molti dei lettori – vecchi e nuovi – di Tronti è comunque relativo proprio alla critica di civiltà che traspare dalla sua riflessione più recente. Non semplicemente perché la critica dell’homo democraticus e la polemica contro il Sessantotto e il suo individualismo libertario tendono ad avvicinare Tronti alle vecchie critiche conservatrici alla «ribellione delle masse». Ma perché, collocando il discorso a un livello antropologico, la vittoria della Zivilisation sulla Kultur sembra un risultato così inattaccabile da precludere ogni spazio di azione alla politica. E la ricerca di un «punto di vista» dentro se stessi – e non più dentro una forza collettiva, piantata nel cuore del sistema produttivo – sembra perciò assomigliare a una dichiarazione d’impotenza.

Ma se la sua ricerca più recente corre effettivamente almeno alcuni di questi rischi, è molto probabile che nei prossimi anni dovremo ripartire proprio da quei nodi che Tronti sottolinea. Quando il vortice destinato a investire il Vecchio continente avrà finito di inghiottire anche l’ultima ridotta del «mondo di ieri», i venti lemmi consegnati all’Abecedario avranno infatti per noi un altro suono. E non è escluso che il paradigma «katecontico», da cui il «rivoluzionario conservatore» osserva retrospettivamente il Novecento, non debba rappresentare per noi quasi un passaggio obbligato, pur con tutte le sue incognite, le sue ambiguità e i suoi problemi. Tornando alla «serena disperazione» di Tronti, potremo così riscoprire l’ultima lezione di un grande maestro del Novecento, e persino il suo monito a non rinunciare alla «Verità» – e a ricercare nel sacro la strada che conduce alla politica – potrà dischiudere ai nostri occhi un nuovo significato. E forse, proprio allora, riascoltare la voce di Tronti, e riaccostarsi al padre della «differenza italiana», diventerà per noi quasi come discendere i gradini che conducono alla nostra Cripta dei Cappuccini.

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