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lacausadellecose

Gli individui e la storia

di Michele Castaldo

quadri su tela pittura concettuale di un uomo di profilo ascoltare musica con le cuffie e urlare

Dico in premessa che scrivo per chi è disposto a capire le leggi dinamiche del materialismo storico, e pazienza per chi volge le spalle alla rivoluzione in cammino.

In questi giorni sono tre i personaggi sotto i riflettori di cui si discute tanto e si interroga la palla di vetro sul futuro della guerra in Ucraina con riflessi su tutto il pianeta sia geografico che politico.

Qualche giorno prima della “rivolta” di Prigozhin “contro” Putin, giovedì 22 giugno 2023, compare sul Corriere della sera un articolo in prima pagina dal titolo poetico: L’omino in maglia militare, sul quale vale la pena appuntare l’inizio del nostro ragionamento, perché l’autore coglie un punto d’analisi teorico degno di nota, ovvero il rapporto tra chi evoca i fantasmi e il loro ruolo che sfugge di mano agli evocatori. L’autore parla di Zelensky e rivolgendosi agli addetti ai lavori sostiene una tesi nient’affatto peregrina: si, il personaggio avrà anche agito su stimolo delle alte sfere d’oltreatlantico (e dello Stato d’Israele, aggiungiamo noi) ma poi ha incominciato a giocare in proprio, ovvero a voler divenire l’eroe della guerra di liberazione contro la Russia e non è disposto perciò a giocare il ruolo dell’utile idiota trattato come un servo che serve finché serve per essere poi buttato nel cestino quando il suo ruolo è giunto a compimento. La conclusione di Buccini è da segnalare a quanti si affannano a leggere la storia non per le forze impersonali che la muovono, ma nel vedere sempre il complotto di super uomini, preferiamo perciò riferirlo con le parole di Buccini «Sempre e solo “influenze” in attrito sul planisfero. Sempre e solo entità imperiali in eterno dissidio tra loro come permalose divinità dell’Olimpo. Dimenticando i cittadini e il loro sogni, le loro voci, i loro voti.

Il presidente ucraino incarna tutto ciò, la rivincita di piccoli uomini relegati in una noticina a piè di pagina», che poi conclude «Per questo forse, prima ancora d’ogni altro nobile motivo, ci viene istintivo tifare per il Signor Zeta (Zelensky): uno di noi».

Bisogna riconoscere nella tesi di Buccini il pregio di saper leggere nel personaggio Zelensky la forza sociale del popolo ucraino che intende finalmente arrivare a essere riconosciuto come un vero popolo nazionale e di entrare a pieno titolo nell’agone del modo di produzione capitalistico e di giocare in proprio anche se appoggiandosi a forze imperiali in decadenza e sull’orlo di una crisi di nervi per l’accresciuta concorrenza e la conseguente crisi di sistema. Ma forse è proprio questa forza impersonale a questo stadio di sviluppo del modo di produzione ad aver spinto il popolo ucraino a tentare l’avventura di affidarsi all’usato “sicuro” piuttosto che al nuovo che avanza per tutta l’Asia.

Sorge però spontanea una domanda, che farebbe l’uomo della strada: se questa legge della dinamica delle forze sociali è valida per Zelensky in rapporto al popolo ucraino, perché non valeva per Saddam Hussein e il popolo iracheno nel 1990/1, o ancor meglio, non vale per Putin e il popolo della Federazione della Russia d’oggi? Capisco la necessità di una smodata propaganda per tirare l’acqua al proprio mulino, lo fanno tutti, in modo particolare le potenze traballanti come quelle statunitensi ed europee in questa fase, ma è come buttarsi la zappa sui piedi, perché delle due l’una: o si tratta di una legge generale e allora dovrebbe valere tanto per Zelensky quanto per Putin, oppure è una legge della fisica sorta per caso solo in Ucraina, e allora siamo al ridicolo. O forse – la cosa più probabile – si tratta del solito doppiopesismo usato dai potenti per giustificare il proprio brigantaggio di fronte al quale si arresta ogni sano ragionamento.

Giusto per essere «pragmatici», come spesso suggeriscono lor signori, c’è un altro personaggio salito alla ribalta in questi giorni, si tratta di Eugeny Prigozhin, l’uomo simbolo della Wagner che sarebbe partito addirittura per puntare su Mosca e fare un colpo di Stato. Sommando poi le stupidaggini comparandolo – come ha scritto qualche imbecille - a Mussolini e la sua “Marcia su Roma” da operetta del 1922.

D’accordo, la necessità di fare propaganda contro il dittatore di turno, ma c’è un limite a tutto. Sarete anche strapagati, egregi signori, ma cercate almeno di avere il senso della misura perché per far credere a una bufala bisogna renderla credibile, e Mussolini intervenne – se la storia ha ancora un senso - a guerra finita e a seguito della Caporetto, con un ceto medio contadino, in modo particolare per le zone più colpite del nord est, che rivendicava un proprio ruolo nella ricostruzione, tanto è vero che furono poi inviati a bonificare le pianure malsane come quella pontina, dove ancora oggi si sente l’eco dialettale e la cadenza veneta e friulana nella parlata di quelle popolazioni. Sicché a mettere insieme e comparare due eventi così lontani nel tempo e nello spazio, con significati politici e storici così diversi, è da scrittori da quattro soldi al quintale.

Ma non è finita, perché il giornale La Stampa, della famiglia torinese per eccellenza, tuona «Rivoluzione Russa» con ex inviati “speciali” a raccontare chiacchiere d’odio contro il popolo russo dopo aver sputato merda per anni contro gli arabi e i musulmani. Perfino un Lucio Caracciolo titola, sullo stesso giornale «Un colpo di stato pensato a lungo ora cambia tutto». Povero Lucio, è proprio vero che gli anni passano per tutti e non tutti se ne rendono conto.

La Rivoluzione Russa, vogliamo dire agli Agliastro, ai Quirico, ai Goria, ai Simoni, si sviluppò fra la povera gente, fra le madri che chiedevano pane per i figli della patria, contro il regime zarista impoverito oltremodo anche dall’indebitamento ad opera delle potenze economiche europee. Correva l’8 marzo 1917, l’inizio della rivoluzione di «febbraio». Le prime fabbriche a scendere in sciopero furono quelle tessili, e solo dopo si aggregarono i metallurgici che dodici anni prima erano stati duramente repressi dalla polizia “zarista” per difendere gli interessi delle aziende europee che sfruttavano il giovane proletariato russo liberato dalla riforma della schiavitù della gleba del 1861. Certi personaggi, definiti professionalmente giornalisti, piuttosto che prezzolati propagandisti, sono costretti a chiamare diversamente le cose, scambiando così Peppe ‘o russo pe ‘o filobus, per dirla alla napoletana.

Diamo perciò la parola a qualcuno che sintetizza in modo chiaro la questione, ovvero del perché in un certo momento Prigozhin compie una azione di insubordinazione di fronte al governo centrale della Federazione della Russia rappresentata da Putin.

Alla domanda «Cos’ha scatenato, per lei, la rivolta di Prigozhin» rivolta a Garry Kasparov, definito, sempre sul Corriere della sera, «uno dei più grandi avversari del regime di Vladimir Putin», il personaggio risponde: «“Il decreto che sanciva il passaggio dal primo luglio di tutte le milizie private sotto il controllo del ministero della Difesa. A quel punto Prigozhin non aveva niente da perdere; gli avrebbero tolto il controllo della Wagner e sapeva che sarebbe stato mandato a morire in prima linea”».

Non intendiamo qui riproporre la controversa storia dei cosacchi, ci porterebbe fuori tempo e fuori tema, ma solo accennare al fatto che li vide nel 1905 e poi nel 1917 dalla parte della reazione, l’unica eccezione fu il loro ammutinamento al servizio della reazione durante il tentato golpe di Kornilov nel settembre (calendario gregoriano) del 1917, o anche al fatto che quando il governo bolscevico confiscò i terreni all’aristocrazia, li risparmiò per non avere una spina nel fianco anche perché erano per lo più proprietari di piccoli appezzamenti.

Oggi Putin dice che “non si ripeterà il tradimento del 1917”. Non ci è molto chiaro a cosa si riferisca. A nostro parere è del tutto evidente che i cosacchi non possono esistere più come volontà “di uomini liberi” che “contrattano con i potentati” per ottenere scampoli e aree semilibere, e le milizie come la Wagner rappresentano proprio questo: milizie di ventura che servono la grande nazione, ma in cambio pretendono una ampia autonomia di interessi e di trame di scambi impossibile e tutto sommato “inaccettabili” per gli interessi nazionali generali, quelli che la Federazione della Russia è costretta a perseguire per non essere sbriciolata dall’Occidente attraverso la longa mano delle leggi del mercato. Laddove gli stati scricchiolano, tentano di emergere queste trame di interessi trans etnici precipitati dai legami del mercato.

Chi sono i miliziani? Gente senza nazione o ex carcerati, fedeli al clan. La marcia della milizia Wagner ha creato sconcerto e preoccupazione anche in Occidente, perché riflette le sue stesse fragilità. Potrebbero le milizie paramilitari di ispirazione ucraino nazista Azov muoversi come schegge impazzite qualora divenissero stufe dei rifornimenti militari dell’Occidente inutilizzabili (carri e mortai obsoleti o rotti)?

Se l’accumulazione si trova nella crisi di produzione del valore, la sua capacità di condensare la comunità nel mercato comporta il precipitare caotico di interessi materiali concorrenziali ad ogni livello, comprese quelle isole impazzite della implodente comunità del mercato che prima le tollerava e le assorbiva.

Ora il tentativo di Prigozhin tendeva a verificare, con la marcia su Rostov e la minaccia di proseguire fino a Mosca, il livello di sostegno popolare conquistato sul campo. Ha dovuto prendere atto di essere isolato e che il popolo russo trovandosi a dover scegliere tra la nazione della Federazione della Russia, come propria patria e una armata, seppure ritenuta eroica con le caratteristiche della Wagner, ha “scelto”, cioè sono state più forti le necessità della patria a imporsi, espresse in Putin e il suo governo che la rappresentano in questa fase contro l’Occidente che la minaccia. Altrimenti detto: di fronte al fatto che il comando militare Russo pretende che ad esso e ai suoi ordini la Wagner debba rispondere in maniera più ferrea, questa si ribella per lesione del proprio spazio di autonomia. Marcia per le città in cerca di un aggregato popolare da comporre ma che non c’è, dunque si ritira per impossibilità di ammutinamento generale. Questo succede ora nel solco della guerra Russia - Ucraina - Occidente, ed è una conferma del fatto che si sta segnando il tempo che le nazioni tutte non possono disporre di eserciti nazionali unitari e fedeli. Per 20 anni, durante la guerra e l’occupazione dell’Afghanistan gli Stati Uniti hanno appaltato in maniera crescente a forze paramilitari e miliziane operazioni sul campo. Poi queste agiscono per proprio conto. Attualmente ci sono più di 16.000 “foreign fighters” occidentali a combattere in Ucraina, che sono formalmente riconosciuti e censiti dal governo Zelensky, di fatto in concorrenza col locale Azov seppur sulla stessa linea della barricata.

Concludiamo riaffermando la tesi:

  1. Che «l’omino in maglia militare» descritto da Buccini è l’espressione di un tentativo nazionalistico di conquistarsi un proprio spazio nel mercato del modo di produzione in crisi a spese della Russia col sostegno esplicito dell’Occidente che tende a indebolirla e sgretolarla per mettere le mani sulle sue materie prime e gestirle per evitare che la sua crisi di sviluppo di valore lo precipiti in una catastrofe;
  2. Che Putin è allo stesso modo di Zelensky, «l’uomo in abiti civili» il rappresentante del governo di un popolo che avverte il pericolo di essere sgretolato come nazione e si difende “attaccando” con tutti i mezzi a sua disposizione;
  3. Che Prigozhin «l’uomo militare» ha rappresentato il tentativo di una autonomia, sulla base di quanto offerto sul campo di battaglia, che la Federazione della Russia non può in alcun modo permettersi allo stato dei fatti.

Pertanto se l’Occidente ha inneggiato all’azione della Wagner diretta da Prigozhin e contemporaneamente l’ha temuta, vuol dire che la sua potenza è sempre più decadente e non sa più a quale santo votarsi dopo la cacciata dall’Afghanistan e i calci in faccia che sta prendendo in Ucraina da una Federazione della Russia che sta mostrando gli artigli e non è per niente disposta a farsi distruggere come popolo e nazione.

Putin più debole? No, è l’Occidente avviato alla decadenza, basta guardare agli Usa e alla Francia di questo periodo.

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