
Note sull’Occidente come sintomo
di Alessandro Visalli
Amitav Acharya in Storia e futuro dell’ordine mondiale[1], presenta alcune delle più correnti interpretazioni della prevalenza dell’Occidente europeo, e poi statunitense, sul resto del mondo che per millenni era stato in posizione prevalente. Quella di Philip Hoffman[2], per il quale è la competizione tra piccoli stati ad aver dato un vantaggio nella specifica e decisiva tecnologia militare (le vele e cannoni di Cipolla), Mark Elvin[3], che vede la stagnazione di alto livello della Cina (tesi riverberata anche da Arrighi), Jared Diamon[4] si rifugia nel determinismo ambientale, Pomeranz[5] costruisce una lunga comparazione dalla quale far emergere il dividendo del colonialismo.
Poi concentra la sua attenzione su un libro molto influente dello storico Niall Ferguson, Occidente, ascesa e crisi di una civiltà[6], il quale nega con forza ogni ruolo all’imperialismo nell’ascesa dell’Europa. Infatti, a partire dal 1750 la Cina aveva vantaggi rilevanti sull’Inghilterra, successivamente l’ha sopravanzata, a suo dire, per effetto di sei “killer app”: la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società dei consumi e l’etica del lavoro. In uno dei passaggi della sua argomentazione (sinteticamente, esse sono effetto anche di conoscenze ed idee trasmesse dal ‘resto’ del mondo e l’imperialismo ebbe anche in questo un ruolo cruciale), Acharya richiama la polemica che Pankaj Mishra ebbe con lo stesso Ferguson a partire da una recensione pubblicata nel 2011 su London Review of books[7]. Mishra collocava Ferguson nel contesto della genealogia dell’ansia imperiale inglese e quindi del bisogno delle relative élite di raccontarsi nuovamente, dopo la stagione decoloniale e la crisi aperta dalla finanza anglosassone, come portatrici di civiltà (l’insieme, appunto, di proprietà, concorrenza, scienza, medicina, consumismo, etica del lavoro).
Il libro si apre proprio così, Ferguson racconta l’esperienza dell’ascolto di un brillante compositore cinese e conclude che “stiamo vivendo la conclusione di cinquecento anni di predominio occidentale”[8].
Direttamente nell’apertura dichiara la funzione del testo, “offrire una verosimile previsione” del futuro dell’Occidente. Ovvero, sarebbe il caso di dire, fornire un repertorio per scongiurare questo declino. Ma, facendolo, con abile mossa, costruisce immediatamente la più adatta delle cornici, la maggior parte della umanità era “sottomessa”, sì, ma alla “civiltà”. E questa “civiltà” era “sorta in Europa occidentale. Precisamente in un momento, “il Rinascimento e la Riforma”. Inoltre, era stata ‘spronata’ dalla “Rivoluzione scientifica e dall’illuminismo”. Raggiungendo il proprio “apogeo” “nell’epoca della Rivoluzione, dell’Industria e dell’Impero.”
“Ci troviamo davvero alla fine del mondo occidentale e alla soglia di una nuova epoca orientale? Per dirlo in altre parole, stiamo assistendo al tramonto di un’era in cui la maggior parte dell’umanità era più o meno sottomessa alla civiltà sorta in Europa occidentale con il Rinascimento e la Riforma, la civiltà che, spronata dalla Rivoluzione scientifica e dall’Illuminismo, si è diffusa in tutto l’Atlantico e fino agli antipodi del pianeta, per raggiungere infine il proprio apogeo nell’epoca della Rivoluzione, dell’Industria e dell’Impero?”[9]
D’altra parte, il richiamo al filosofo Collingwood[10] mostra chiaramente l’ispirazione a fare storia per il presente e per l’azione in esso. L’operazione è chiara e definita anche con una certa precisione.
L’Occidente, nel libro di Ferguson è rappresentato come “il padre del bene e del male”, capace di slanci straordinari e di “spaventose cattiverie”. Allo stesso modo, dice, le civiltà sottomesse sono dichiarate manchevoli in quanto incapaci di garantire ai propri cittadini “uno stabile progresso della qualità materiale della loro vita”. E, in un impeto di onestà apprezzabile, ammette che tutto ciò riflette “il pregiudizi di uno scozzese di mezza età beneficiario del predominio occidentale”, nutrendo al contempo la speranza, dice, che “non sarà disapprovata dai più ardenti sostenitori odierni dei valori occidentali”. Quei valori che, nel suo precedente libro Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno[11], chiariva essere “la democrazia parlamentare, la libertà individuale e la lingua inglese”.
Non stupirà, dunque, che non lo sia da me.
Nella sua perorazione le piccole realtà statuali dell’Europa post-medioevale ad un certo punto soverchiano il resto del mondo “in fin dei conti, più con la parola che la spada”[12]. La spada c’è stata, ovviamente, la risposta per la quale “l’Occidente ha dominato il resto del mondo grazie all’imperialismo” non è respinta dallo storico scozzese. È, anzi, qualificata come “quasi tautologica”[13]. Tuttavia, non è sufficiente a suo dire, tanti altri imperi sono esistiti. Con questa sommaria argomentazione i “desueti termini dell’imperialismo” (attribuiti alla critica marxista) sono abbandonati a se stessi.
Che resta? Una differenza culturale, come volle Max Weber, ma incarnata in specifiche istituzioni. Ovvero, la competizione (decentralizzazione della vita politica ed economica, che ha permesso sia il lancio degli Stati Nazione sia del capitalismo); la scienza (modo di studiare, comprendere e trasformare il mondo naturale che ha fornito un vantaggio militare e altro); i diritti di proprietà (lo Stato di diritto come strumento per proteggere i proprietari privati e risolvere pacificamente le controversie); la medicina (un ramo della scienza che ha consentito il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita); la società dei consumi (un modello di vita materiale nel quale proprietà ed acquisto di beni ha la funzione che rende possibile la Rivoluzione industriale); l’etica del lavoro (una impalcatura morale e modello di attività derivato dal cristianesimo protestante che tiene insieme la società).
Al termine di una lunga, ed a tratti interessante, ricostruzione imperniata sulle sei “istituzioni”, Ferguson individua i concorrenti che sfidano il dominio occidentale, alcuni dei quali sono pervenuti a l’una o l’altra delle “app”, ma conclude che nel suo insieme il “pacchetto” è ancora solo appannaggio occidentale. Molti, infatti, nel tempo assorbono, o imitano, singoli aspetti ma non tutti, e ciò induce un deficit caratteristico di “innovazione”. Di più, “il ‘pacchetto occidentale’ sembra ancora offrire alle società umane il più efficiente sistema disponibile di istituzioni economiche, sociali e politiche: quello che appare il più adatto a stimolare negli uomini le capacità creative necessarie per affrontare e risolvere i problemi che il nuovo secolo pone al mondo”[14]. Ovvero, in sintesi il “quasi illimitato potere del libero individuo”.
Alla fine il punto è, per Ferguson, chiaro e semplice: l’unica minaccia alla conservazione del dominio occidentale è la “nostra vigliaccheria”, il mancato riconoscimento del legittimo orgoglio di essere occidentali.
Si tratta dunque, e in questo l’accusa citata di Mishra è esemplare, di una chiara e consapevole narrazione autoassolutoria volta a perpetuare il dominio. Nel racconto di Ferguson la storia stessa è organizzata per trasformare il successo occidentale degli ultimi cinquecento anni, da fatto contingente a espressione di superiorità normativa. In una formula sintetica, l’occidente sarebbe, semplicemente, la migliore forma dell’esistenza dell’umano.
Oggi, negli ultimi quindici anni, l’ascesa cinese e la ripresa russa hanno mostrato che l’innovazione tecnica, la capacità di coesione sociale, la solidità agli shock esterni, non sono più prerogative dell’occidente. Molti occidentali non si sentono vivere la migliore forma di esistenza. Nel suo complesso ciò che chiamiamo l’Occidente è spesso sopravanzato e comunque sfidato da presso e, per certo, non è più sede della “killer app” della etica del lavoro. La crisi europea, dal 2012 in avanti, e le crescenti difficoltà americane a gestire la dinamica della finanza fuori controllo hanno mostrato che anche le “killer app” del diritto di proprietà e quella della società dei consumi non sono proprio al centro delle vite dei cittadini europei, sempre più convinti di vivere piuttosto in società plutocratiche e non democratiche[15].
Le guerre successivamente perse, o comunque non vinte, in Afghanistan, in Ucraina e ora in Iran, hanno mostrato che anche nell’arte della guerra il predominio non abita più in Occidente. Questo è ancora capace, è vero, di uccidere in modo brutale (Gaza e la scuola di Teheran lo mostrano bene), ma non più di annichilire e spezzare la volontà di resistenza.
Oggi, ancora dopo quindici anni dalla chiamata alle armi di Ferguson, l’Occidente non brilla veramente per la competizione (in ogni settore il più ferreo oligopolio e monopsonio domina l’economia), la scienza (come si vede bene dal numero di brevetti, scienziati, ingegneri, dai risultati, il sorpasso cinese è imminente, se non già avvenuto).
Insomma, le “killer app”, se pure sono mai esistite fuori della mente di Ferguson, di certo non abitano più l’occidente, né singolarmente né come pacchetto.
Ormai questo è abitato piuttosto dalla cieca ferocia di Netanyahu, dal fanatismo religioso dei predicatori evangelici americani che appoggiano Trump, dal fantasma di Epstein[16]. Dalla intenzione di distruggere tutto quanto si frappone alla decisione dell’occidente di tornare al nudo e semplice dominio del mondo intero.
Ma è proprio di fronte a questo nudo spettacolo oggi possiamo vedere meglio come il libro di quindici anni fa di Niall Ferguson sia il preavviso della necessità per le élite occidentali di costruire nuove armi culturali e dispositivi operativi per rilanciare il proprio potere. Rilanciare un’operazione imperiale, proprio dichiarandola mai esistita (o mai centrale). E di farlo con una certa urgenza perché si sente ormai che il declino avanza. Come scrive Mishra nel suo articolo si tratta dell’espressione caratteristica di uno stato d’animo “al contempo spavaldo, frustrato, vendicativo e disperato, che domina tra uomini di una certa età, classe ed istruzione nell’Upper East Side e nel West End”. Una “banda neoimperialista” che oggi ha trovato espressione in Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, in Marco Rubio, Segretario di Stato, nel Presidente Donald Trump.
Il contributo di Ferguson a questa impresa è chiaro: riaffermare il proprio diritto al potere, scambiando, essenzialmente, per universali quelle che sono al più rappresentazioni limitate di sedimentazioni particolari di una specifica cosmotecnica occidentale[17].
Compie questa operazione politica isolando quelle che chiama “istituzioni”, attribuendole al solo occidente. Senza comprendere che, lungi dall’essere “app” scaricabili e applicabili, sono forme di mondo le quali vivono insieme alle posizioni di autorità che rendono possibili, alle immagini della natura, dell’uomo, alle forme dell’agire che determinano. Quindi insieme a ciò che si può o non può fare, a quanto si designa come efficiente. Quel modo di concepire la competizione, di definire il sapere e il vero scientifico, stabilire cosa è possibile avere, consumare, oppure come vivere e lavorare, sono proprie anche di altre culture e civiltà (che competevano, avevano saperi scientifici, possedevano e lavorano), ma ciascuna le ha formate secondo la propria traiettoria. Lungi dall’essere norma dell’umano ‘ben fatto’, come vorrebbe Ferguson, le forme di vita e le loro caratteristiche ‘istituzioni’ dell’occidente sono figlie della sua traiettoria storica specifica, il cristianesimo, la parabola del post-feudalesimo, le stesse tragedie delle pestilenze, l’estensione disperata dei commerci, la violenza interna e coloniale, l’importazione di molecole, di proteine, di corpi. Non sono separabili da queste, come si operasse in un asettico laboratorio.
La tecnica occidentale è tutto questo, e in primo luogo essa è una forma storicamente data del rapporto tra ciò che è umano, di definizione della natura, del potere e della capacità di normalizzazione, della forma specifica del calcolo e della verità. Tramite questa specifica forma-di-vita le materie prime, le stesse forme subalterne di umanità, sono state concepite, da un certo punto e oggi sempre più, come mera risorsa. Come merce di cui ci si può appropriare e che si può sfruttare liberamente, avendone il diritto. E con esso il territorio è stato visto come mera estensione, astrazione, oltre che il tempo come successione sempre eguale di cui si può possedere l’estensione.
Un buon esempio è dato da un’infrastruttura, al contempo concettuale, pratica e massivamente connessa con la forma-di-vita che esprime. L’insieme di istituzioni (sistemi di cambio, banche, camere di commercio, club e società più o meno occulte) pratiche commerciali e di scambio/garanzia, capacità e tecniche di registrazione e organizzazione su tempi e spazi lunghi, che viene stimolata sin dall’ultimo medioevo (si pensi alle “Repubbliche marinare” italiane e poi alla Hansa) dai commerci di lunga tratta[18]. Commerci, e relativa finanza, che per Braudel sono la radice del capitalismo stesso[19]. La scala degli scambi, progressivamente estesa nella fase commerciale della proiezione imperiale occidentale, rende indispensabile l’affermazione di questi “Sistemi tecnici”[20] i quali condizionano le singole innovazioni e invenzioni come l’acqua dell’oceano condiziona il pesce[21]. La mera tecnica contabile, peraltro debitrice di molti frammenti tecnici e idee importate dal vicino mondo islamico e dal più remoto indiano e cinese, non sarebbe stata necessaria e peraltro efficace senza essere incorporata in un mondo nel quale essa è parte di coercizione giuridica, apparati politici e militari, forme sociali e di soggettivazione economica, diritti di proprietà e loro forme contrattuali, capacità assicurative e di controparte, logistica e relative strutture materiali, disponibilità di abilitatori energetici e materie prime, disciplina del lavoro e relativa immagine del sé. Una struttura-di-mondo che dispiega la sua particolare forma di ‘efficienza’ (che in altre strutture non sarebbe riconosciuta come tale, bensì come perversione, povertà di spirito, ignavia) e che organizza. La partita doppia, il libro mastro, il bilancio, il credito ed il debito, le imputazioni di costo, decidono nel loro insieme cosa è perdita, cosa produttivo, chi è responsabile di cosa, chi non serve. Tutto questo attiva risorse, ricicla proventi (basti pensare al ruolo dei ‘banchieri’ genovesi e ‘lombardi’ nel riciclo dell’argento e dell’oro sudamericano che fluiva nel Cinquecento nelle casse e nei forzieri spagnoli), rende possibili alzare le scale, estendere il dominio (fornendone anche la motivazione) e si innesta su fiscalità, appalti, debiti pubblici, flotte, violenza. Ogni operazione viene vista come relazione in un sistema astratto che, al contempo, ha una sua sottostante, brutale, materialità. Vede il mondo intero come totalità contabilizzabile e da mettere a frutto.
Identifica come “reputazione”, e quindi onorabilità sociale, cose del tutto diverse da quelle che possono essere identificate come tali in altre società (si pensi alla figura del “Mandarino” cinese). il tipo umano che l’età della borghesia crea è responsabile, solvibile, capace di gestione controllabile. La sua interiorità viene dissolta nella esteriorità. La sua onorabilità passa facilmente per inventari di corpi schiavizzati, carichi estratti da ecosistemi fino alla loro distruzione (come la noce moscata in estremo oriente[22]), furto di terre da sottoporre a minuziosi contratti e accurate previsioni di rendimento.
Detto in forma sintetica, ogni fatto tecnico e sistema tecnico che ha costituito l’occidente è storicamente formato, situato. Non è mai puro, innocente.
In altro modo, ogni pratica e ogni istituzione (anche le “killer app” di Ferguson) sono immerse in un senso-del-mondo non riducibile a misurazioni esterne. La tessitura della seta in Cina, o del cotone in India (arti in cui i due ambiti politico-sociali hanno dominato per secoli), o la famosa navigazione polinesiana, l’irrigazione giavanese (o quella inca), non sono mere versioni, magari meno efficienti, dei modelli ideali occidentali. Cui l’Europa perverrà dopo, ma portandola a perfezione. Sono, piuttosto, pratiche sociali incarnate, le quali rispondono a domande umane diverse organizzando il rapporto tra umano e non-umano, ma anche tra lavoro e rito, terra e cielo. Consentendo accumulazione e riproduzione.
Anche il consumo lo è. In modo caratteristico della forma-di-vita nella quale lo scozzese di mezza età vissuto in una famiglia di sentimenti imperiali e conservatrice[23] Nial Ferguson, il criterio finale come abbiamo visto per giudicare se una ‘civiltà’ è meritevole o meno è se consente una crescita materiale ai suoi abitanti, e questa è rappresentata attraverso la disponibilità di beni.
Palesemente Confucio (ma anche Socrate) non sarebbero d’accordo. Come non era d’accordo Swami Vivekananda, famoso pensatore indiano del XIX secolo, richiamato da Mishra nel suo atto di accusa a Ferguson,
“Inebriati dal vino inebriante del potere appena acquisito, temibili come animali selvatici che non distinguono il bene dal male, schiavi delle donne, folli nella loro lussuria, inzuppati di alcol dalla testa ai piedi, privi di qualsiasi norma di condotta rituale, impuri ... dipendenti dalle cose materiali, che si impossessano della terra e della ricchezza altrui con ogni mezzo ... il corpo stesso, i suoi appetiti la loro unica preoccupazione: questa è l'immagine del demone occidentale agli occhi degli indiani.”[24]
Ad ogni modo, le famose “killer apps”, non sono trasferibili, scaricabili. Non sono universali e quindi pietre di paragone, con le quali definire chi è “avanti” o “indietro”. Sono, piuttosto, rappresentazioni largamente presenti nel nostro linguaggio e nella nostra mente, di configurazioni storiche, specifiche, inseparabili dai contesti (e anche le une dalle altre). Ad esempio, la proprietà cosiddetta “privata” è il risultato specifico, diverso da luogo a luogo, dei secoli di dissoluzione delle forme dei commons, di guerra contingenti tra i poteri e di equilibri conseguenti. Di recinzioni che stanno su, o cadono. Di teologie e giustificazioni rituali.
Se vengono imposte (come fece il governo inglese in India) si sta distruggendo un’ecologia sociale, e con essa identità specifiche, e se ne sta costruendo un’altra (che, magari, precipita in violenza tra indù e mussulmano appena diviene libera[25]).
Un’altra che sempre più il mondo che Ferguson chiama sprezzantemente “the rest”, sta ponendo sotto accusa. Al suo meglio questa tensione può aprire a nuove forme dell’umano che oltrepassino l’Occidente, dissolvendone l’ostinata arroganza di cui il termine stesso è sintomo.









































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