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Benecomunisti, che orrore
di Guido Viale
Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune".
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The italian Theory
Introduzione/Sinisteritas*
di Dario Gentili
Antonio Gramsci
1. Italian Theory, Radical Thought, The Italian Difference: negli ultimi anni, diverse sono le formulazioni che intendono sancire la ribalta della filosofia italiana nell’attuale dibattito internazionale . Se le definizioni del fenomeno possono variare, resta tuttavia indubitabile che, nella crisi delle filosofie a diverso titolo riconducibili alla «svolta linguistica» e al postmoderno, è il pensiero di alcuni filosofi italiani a caratterizzare un cambiamento d’egemonia nella filosofia contemporanea. Dalla popolarità, diffusa negli ambiti culturali più disparati , del pensiero di Antonio Gramsci alla biopolitica, passando per il «pensiero radicale» italiano degli anni Settanta, la tentazione di delineare un tratto comune che attraversi e colleghi cinquant’anni di storia della filosofia italiana è forte. Certo, la biopolitica – è essa la candidata più autorevole a rappresentare al momento il paradigma filosofico più influente – non può ovviamente avere una determinazione «nazionale», ma resta il fatto che, proprio in virtù dell’apporto di filosofi italiani, ha conquistato credito internazionale, a ben trent’anni di distanza dalla sua introduzione, da parte di Michel Foucault, nel lessico filosofico. Questo libro si propone allora di ricostruire la genealogia di quel pensiero filosofico italiano a cui, nel panorama internazionale, fa riferimento l’espressione Italian Theory e che, in parte, ha nella biopolitica il suo esito più attuale. Si tratta di una genealogia che non ha affatto lo scopo di sottolineare la nazionalità dei filosofi italiani oggi più influenti, quanto piuttosto di ricostruire un dibattito al crocevia di filosofia e politica – spesso taciuto, sottinteso o misconosciuto – che ha avuto luogo in Italia e che si è intrecciato con la storia recente di questo Paese. Un dibattito che, se non ha di certo nella biopolitica il suo esito predestinato e neppure ne costituisce la premessa necessaria, ne può tuttavia illuminare in controluce questioni che altrimenti difficilmente emergerebbero con chiarezza.
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Insurrezione e narrazione
di Lanfranco Caminiti
Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.
Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906, e sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti; lo stesso lasso di tempo che intercorre tra lo scandalo della Banca romana e la crisi del giolittismo, con l’avvento al governo di Francesco Crispi. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Qui non si tratta della rivolta degli schiavi di Euno o dei Vespri. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati.
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Italia: lo stallo a sinistra e l’alternativa
di Rodolfo Ricci
Mentre si scatena la guerra di interdizione mediatica, l’Europa resta quasi sospesa di fronte alla tornata dei risultati elettorali franco-greci, con annesso prolungamento italiano. Si attendono le prime mosse di Hollande, si attende il decorso della crisi greca. In Italia, tanto per non fare eccezione, l’eterna ipocrisia della politica nostrana tende a minimizzare o a spostare sulle presunte categorie di destra e sinistra la spiegazione degli eventi. Il crollo avrebbe riguardato e riguarderebbe solo il centrodestra (ed è un dato oggettivo), mentre, sull’altro lato, si tratterebbe di assumere come vittoria l’aver mantenuto percentuali in calo relativo in un panorama completamente rivoluzionato.
Ma se la logica ha ancora qualche valore, come spiegare che a fronte del crollo di un versante non si registri l’avanzata dell’altro, soprattutto in un sistema che fino ad ora si è voluto qualificare come bipolare?
In realtà è sempre più chiaro che sta crollando proprio questo sistema di bipolarità ecumenica che ha sostenuto (e continua a sostenere) le pratiche neoliberiste in salsa italiana, prima di Tremonti & C., oggi di Monti e Fornero.
Ora la questione è che, dei due poli, solo uno (il PD) resterebbe a vigoroso sostegno del governo tecnico, un aggregato ministeriale che non ha forse pari nella rappresentanza dogmatica neoliberista a livello internazionale, insieme alla compagine tedesca di destra impersonata dalla Merkel. Corsi e ricorsi dell’arretratezza teutonica ed italiana.
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Game over
di Augusto Illuminati
1. Il corpo elettorale ha mostrato una mobilità inedita, rivelando tutto d’un colpo i processi che si erano sedimentati sotto pelle negli ultimi mesi. Processi molto scarsamente avvertiti dai sondaggi, o almeno nella tendenza ma non nella dimensione. Aggiungiamo che gli elettori sono stati ancora troppo buoni con gli attori della Seconda Repubblica. Arriveranno altri smottamenti di schede, poi i forconi.
2. La delegittimazione della democrazia rappresentativa dei partiti si è manifestata, oltre che con l’astensione, nella perdita di consenso dei grandi blocchi, impaludati per ragioni di sopravvivenza nella difesa del governo Monti e nella delega ai “tecnici” di quanto i politici non avevano il coraggio di affrontare. Inoltre nella crescita di forze che, in prima battuta, mirano a costruire un’alternativa dentro il sistema ai vecchi detentori del potere –il Movimento 5 Stelle, che ostenta di non essere un partito per non screditarsi, ma si pone a tutti gli effetti come tale. La retorica ignobile sull’anti-politica, gestita in nome della tecnica e del buonvolere dei mercati, ha legittimato, per rabbia reattiva, qualsiasi opposizione, anche la più populista. Monti fa finta di niente, ma la campana ha suonato soprattutto per lui.
3. In tale contesto i partiti della destra e l’infelice Terzo Polo sono crollati (ma la base sociale non ne è certo sparita), pagando gli effetti della crisi sul ceto medio e il prezzo delle pagliacciate di Berlusconi e Bossi. Il PdL corre verso la frammentazione, Berlusconi si defila e Alfano ha la lucidità del capitano Smith sul Titanic. Le scialuppe non bastano e Pisanu e Quagliarello se le sono già accaparrate. La Lega ha dimostrato, nella caduta e negli scandali, la stessa mediocrità che ha avuto nell’esercizio del potere. Gli assassini di migranti e i guerrieri celtici con le corna si sono persi utilizzando i soldi pubblici per acquistare dentiere per Bossi e diplomi fasulli a Tirana – alla faccia della vacanze caraibiche di Formigoni e delle olgettine di Arcore, roba di lusso almeno!
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Proletariato e divisione del lavoro
di Valerio Bertello
L'autorganizzazione come potenzialità
La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.
La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
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Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali
di Bahar Kimyongür *
Fin dall'inizio della "primavera" siriana, il governo di Damasco ha affermato di combattere bande di terroristi. La maggior parte dei media occidentali denunciano questa tesi come propaganda di Stato, che serve per giustificare la repressione contro i movimenti di contestazione.
Mentre è evidente che questa tesi è sacrosanta per lo Stato baathista, di reputazione poco accogliente verso i movimenti di opposizione che sfuggono al suo controllo, questa supposizione non è nemmeno sbagliata. Effettivamente, molteplici elementi senza ombra di dubbio accreditano la tesi del governo siriano.
In primo luogo, esiste il fattore della laicità.
La Siria è in questo caso l'ultimo Stato arabo laico.(1) Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana.
Per certe frange religiose sunnite, campioni dell'idea della guerra contro l' « Altro», chiunque egli sia, la laicità araba e l'uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia (legge islamica), costituiscono una ingiuria contro l'Islam e rendono lo Stato siriano più detestabile di un'Europa « atea» o « cristiana».
Ora, la Siria non ha meno di dieci diverse chiese cristiane, con sunniti che sono Arabi, Curdi, Circassi o Turcomanni, con cristiani non arabi come gli Armeni, gli Assiri o i Levantini, con musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli Alawiti e i Drusi.
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Marx e l’istituzionalismo
di Carlo Formenti
Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi.
Nessuno sembra mettere in discussione la validità di quell’individualismo metodologico che interpreta i fenomeni economici come prodotti dell’interazione fra atomi, che agirebbero in base a un calcolo razionale orientato a ottenere la massima utilità con il minimo dispendio di risorse ed energie. Nessuno critica il principio secondo cui un’economia di mercato deregolamentata sarebbe in grado di produrre spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. Nessuno sembra mettere in dubbio, infine, che l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema.
Poco importa che la crisi che si è abbattuta in due ondate (nel 2001 e nel 2007) sull’economia globale stia clamorosamente smentendo questi presupposti: a prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi. Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni.
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Produttività alle stelle, salari e occupazione alle stalle; si va verso la catastrofe
di Gianni De Bellis e Mario Fragnito
Ci scusiamo innanzitutto del ritardo e della parzialità con cui rispondiamo alle obiezioni dei compagni, ma, per ragioni soprattutto lavorative e familiari, non possiamo, come altri fortunati, passare molto del nostro tempo a scrivere. Per questo finora, per anni, ci eravamo quasi sempre limitati a leggere quello che altri compagni scrivevano su “Collegamenti” e altri siti politici.
Sull’argomento della crisi pensavamo e pensiamo di poter dare anche noi, nel nostro piccolo, un modesto contributo, da qui l’espansione del nostro ruolo sulla lista. I nostri due lavori pubblicati [“risposta a Carlo, Sacchi e Pagliarone sulla decomposizione del capitalismo” e “risposta a Giussani sulla crisi e sul saggio di profitto”] hanno riscosso sia consensi che critiche, come era logico aspettarsi, tuttavia il nostro auspicio è che possano anche contribuire ad un sereno e costruttivo dibattito collettivo. Sappiamo per esperienza che anche i punti di vista diversi dai propri servono, forse più di quelli simili, a farci riflettere e ad arricchirci. L’importante è che il dibattito sia improntato ad una sincera ricerca senza scadere nella polemica o nella mancanza di rispetto tra i compagni; in questo ci scusiamo se involontariamente lo abbiamo fatto noi nei riguardi di qualche compagno negli interventi precedenti: non era assolutamente nelle nostre intenzioni.
Cerchiamo qui di rispondere solo a qualche critica o a qualche osservazione, anche se dovremo comunque impiegare parecchie pagine; le risposte saranno l’occasione per la definizione più puntuale di alcuni concetti.
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Il potere rimosso di un diritto di cittadinanza*
Luigi Cavallaro
La tesi argomentata in questo libro si può dividere in quattro punti. Primo, la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro trasforma il diritto al lavoro da diritto civile dei contratti in diritto sociale di cittadinanza. Secondo, una volta inteso come diritto sociale di cittadinanza, il diritto al lavoro sta e cade insieme alla possibilità che la classe lavoratrice riesca ad esprimere un qualche potere politico sui mezzi di produzione che le si contrappongono in forma di capitale. Terzo, un simile potere si dà effettivamente nella misura in cui il processo capitalistico viene assoggettato - quanto a organizzazione dell'input e composizione, quantità e qualità dell'output - ad una politica economica generale, il cui significato complessivo dev'essere la riduzione dell'incertezza che domina, invece, ogni forma di intrapresa privata. Quarto, la riduzione dell'incertezza implica, su un piano macroeconomico, che i pubblici poteri si facciano «garanti» degli sbocchi attraverso opportune politiche di sostegno della domanda e, su un piano microeconomico, che adottino una legislazione sostanziale e processuale idonea a garantire i diritti di proprietà.
Un potere da conquistare
La tesi abbisogna di una precisazione e mette capo ad un'implicazione.
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Senza inizio né fine
Monoteismo del mercato e metafisica dell’illimitatezza
di Diego Fusaro
(G. Anders, L’uomo è antiquato)
1. Vertigini della ragione
È un abisso quello che si spalanca per ogni ragione che provi a concettualizzare le due immagini in correlazione essenziale dell’inizio e della fine, ponendo sotto scacco ogni tentativo filosofico volto ad afferrarne o anche solo a circoscriverne il significato. L’ha mostrato, tra gli altri, Immanuel Kant nel suo crepuscolare Das Ende aller Dinge (1794), sottolineando come, al cospetto dell’immagine della fine – ma si potrebbe far rientrare nella stessa tipologia quella dell’inizio – l’intelletto umano giri inevitabilmente a vuoto, impossibilitato, situato com’è nella temporalità, a fare presa su una dimensione che propriamente ne sta fuori. Ogni tentativo di ricondurre alla sfera temporale ciò che la trascende completamente – spiega Kant – «ci conduce sull’orlo di un abisso da cui non è possibile alcun ritorno per colui che vi precipitasse» (Kant 1794, p. 8): ogni pensiero si arresta, travolto da aporie e contraddizioni che non è strutturalmente in grado di superare, costringendoci alla vertigine di un abisso.
Prima del filosofo di Königsberg era già stato il Fedone platonico, sia pure in altro contesto, ad adombrare l’aporeticità del pensiero dell’inizio e della fine.
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Un'ALBA al tramonto?
Riflessioni operaie sul manifesto italiano per un nuovo soggetto politico
di Karlo Raveli
Quanta energia critica si disperde di nuovo in questo tentativo di ridar vitalità sociale a un congegno parlamentare partitocratico in fase sempre più senile, e probabilmente terminale!
Ma è possibile che si creda ancora di poter scoprire un nuovo soggetto politico – nel senso di regime - valido per riformare questo tipo di istituzioni? Quando ammetteremo che il regime parlamentare del vecchio stato-nazione novecentesco non serve ormai a nient'altro che mantenere in piedi un'ossatura istituzionale capitalista globale, soprattutto metropolitana, proprio quando i principali valori su cui fa perno - la cosiddetta democrazia, in primo luogo, e persino lo stesso lavorismo cristiano-capitalista - si stanno svuotando di quei fondamenti etici e ideologici alienanti che si pretendeva assoluti e da riprodurre all'infinito?
Non c'è più possibilità di una speranza organizzata, come la chiamava Sandro Medici su Il Manifesto, all'interno dei meccanismi politici dell'attuale regime. E anche se si pensasse di averla di nuovo trovata, per un altro tentativo di palazzo, il vecchio stato-nazione novecentesco riuscirebbe sempre ad annullarla con la sua pesantezza, e assorbirla nelle sue inerzie, come ormai avrebbe dovuto insegnarci la storia degli ultimi decenni. Ma soprattutto la nuova fase di centralizzazione del comando istituzionale liberista.
La politica nel regime, e del regime, ciò che stolti - e interessati - si ostinano a chiamare democrazia, non riesce nemmeno più a esercitare quel ruolo di corpo intermedio di cui si parla, ormai totalmente neutralizzata dal potere economico, soprattutto attraverso il controllo finanziario e mediatico globale.
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Crisi: alla radice del problema c’è la politica
di Joseph Stiglitz
Le politiche d’austerità ci stanno spingendo verso una recessione a doppio minimo [double-dip], ammonisce l’economista statunitense Joseph Stiglitz. Egli si è seduto a un tavolo per discutere con Martin Eiermann del nuovo pensiero economico e dell’influenza del denaro sulla politica
The European: Quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, sei incoraggiato dai modi in cui gli economisti hanno cercato di comprenderla e dai modi in cui tali idee sono state raccolte da chi decide le politiche?
Stiglitz: Consentimi di dividere la materia in un modo leggermente diverso. Gli economisti accademici hanno svolto un grande ruolo nel provocare la crisi. I loro modelli sono stati eccessivamente semplificati, distorti e hanno tralasciato gli aspetti più importanti. Tali modelli carenti hanno poi incoraggiato chi decide le politiche a ritenere che i mercati avrebbero risolto tutti i problemi. Prima della crisi, se fossi stato un economista di vedute ristrette, sarei stato molto lieto di costatare che gli accademici avevano un grande impatto sulla politica. Ma sfortunatamente ciò è stato un male per il mondo. Dopo la crisi si sarebbe sperato che la professione accademica fosse cambiata e che le decisioni politiche fossero cambiate con essa e fossero divenute più scettiche e prudenti. Ci si sarebbe aspettati che, dopo tutte le previsioni sbagliate del passato, la politica avrebbe richiesto alle accademie un ripensamento delle loro teorie. Sono molto deluso, da ogni punto di vista.
The European: Gli economisti hanno costatato le carenze dei propri modelli ma non si sono dati da fare per scartarli o migliorarli?
Stiglitz: Nel mondo accademico quelli che credevano nel libero mercato prima della crisi, oggi continuano a farlo. Alcuni hanno operato una svolta e voglio riconoscere loro il merito di aver detto: “Abbiamo sbagliato. Abbiamo sottostimato questo o quell’aspetto dei nostri modelli.” Ma per la maggior parte la reazione è stata diversa.
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L'antipolitica la fanno le privatizzazioni
di Comidad
Era scontato che il grillismo conquistasse il centro dell'arena mediatica proprio nel momento in cui esso è diventato marginale rispetto alla questione dei veri equilibri del potere coloniale che domina sull'Italia. Venti anni fa Beppe Grillo nei suoi spettacoli parlava dello strapotere e degli abusi delle multinazionali; poi, mangiato vivo dalle cause civili per danni di immagine intentategli dalle stesse multinazionali, Grillo ha progressivamente spostato la sua polemica sui partiti, cioè sul nulla. In democrazia la libertà di parola è strettamente condizionata alla sua ininfluenza; quando invece si parla in televisione, allora nominare una multinazionale può mandarti sul lastrico.
Strano poi che l'emergenza dell'antipolitica venga associata alla figura di Grillo, quando alla Presidenza del Consiglio vi è un ex advisor di Goldman Sachs e del Consiglio Atlantico della NATO. Mario Monti rappresenta infatti la personificazione di quell'intreccio tra militarismo e finanza che è alla base del colonialismo.
In un'intervista al "Corriere della Sera", Claudio Costamagna, un ex di Goldman Sachs, ha gridato al complottismo per l'allarme che hanno causato i precedenti di Monti. Secondo Costamagna, quella di Monti era una semplice funzione di consulente, ed il meschino non aveva neppure un ufficio a Goldman Sachs, magari si sedeva pure per terra; è la linea di Goldman Sachs quella di assicurarsi la consulenza dei più competenti, e questi danno il loro contributo disinteressatamente, per la pura soddisfazione morale di condurre Goldman Sachs per i retti sentieri. [1]
Insomma, anche Monti sarebbe una vittima del pregiudizio e dell'invidia sociale, quasi a confermare che il governo Monti si pone, anche sul piano del vittimismo, in continuità con Berlusconi. Nella sua conferenza del 30 aprile, Monti ha rivendicato una sorta di rottura con il berlusconismo, di fatto da lui appoggiato negli anni scorsi, in veste di opinionista dalle colonne del "Corriere della Sera".
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Insostituibile Rousseau
Alberto Burgio
Il 2012 è un anniversario rousseauiano perfetto: Jean-Jacques nacque (a Ginevra) 300 anni fa e 250 anni sono trascorsi dalla pubblicazione del Contrat social e dell'Émile, le due opere che - insieme ai Discorsi e alle Confessioni - hanno consacrato il loro autore a una fama imperitura.
Teorie «empie e scandalose»
Rousseau è figura controversa per eccellenza. Uomo dei Lumi, «anticipò» secondo alcuni la temperie romantica. Amico di Diderot (e collaboratore dell'Encyclopédie), fu la bestia nera di tanti philosophes, che non gli perdonarono le invettive contro la «civilizzazione» e i suoi miti progressisti. Padre della Rivoluzione e icona dei giacobini che ne vollero traslare le spoglie mortali nel Pantheon, è non di rado accusato di conservatorismo per la tenace nostalgia verso l'arcadia e la riverente attenzione alla lezione di Montesquieu.
Il piano politico è centrale nella controversia, che coinvolge in particolare il Contrat social, pubblicato nel 1762 e subito messo all'Indice, insieme all'Émile, sia a Parigi che a Ginevra, dove il Piccolo Consiglio che governa la città ne definisce le teorie «temerarie, scandalose ed empie: tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo». Come ha mostrato in una preziosa analisi Louis Althusser, il capolavoro rousseauiano è un'opera complicatissima, labirintica, apparentemente contraddittoria. Non vi è traccia del geometrismo cartesiano, abbondano invece anacoluti logici, prolessi criptiche, iati e duplicazioni. Lo stesso Rousseau se ne avvede e chiede - esige - la pazienza del lettore, se non la sua complicità. «Tutte le mie idee si tengono, ma non posso esporle tutte in una volta» scrive, quasi a prevenire più che prevedibili critiche. Ma non è solo questione di difficoltà espositive. I problemi sono altri e ben altrimenti concreti.
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Il grande alibi e le simmetriche ipocrisie
Sergio Bologna
"Lo scontro sull’art. 18 non è una politica per lo sviluppo, è una scena di simmetriche ipocrisie [...]. Si parla di stabilizzazione, si parla di contratto unico, ma perché nessuno parla dei working poor? Si parla di disoccupati, ma perché nessuno parla degli occupati che stanno certe volte peggio dei cassaintegrati? Perché chi lavora per far rispettare i suoi diritti deve sempre ricorrere alla magistratura? ".(Pubblicato sulla Newsletter Lab21)
***
E’ finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. E’ finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza?
La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.
Era il luglio 1993 quando sindacati e Confindustria firmarono l’accordo che avrebbe negli anni successivi dato il via libera alla flessibilità della forza lavoro e al contenimento dei salari. Un anno prima il patrimonio pubblico nell’industria e nelle banche era stato messo all’asta, non al miglior offerente ma al più raccomandato. Doveva essere, quell’accordo, l’inizio di un processo di consolidamento dell’impresa italiana, di maggiore capitalizzazione, avremmo dovuto avere imprese più robuste e con maggiori risorse da investire in tecnologia e risorse umane.
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Tra Foucault e Tommaso (Müntzer): una replica ad Asor Rosa
di Marco Assennato
Alberto Asor Rosa ha dedicato un lungo articolo – sul Il manifesto del 27 aprile – di critica al “Manifesto per un soggetto politico nuovo”, che già aveva suscitato un’accesa discussione sulle pagine dello stesso quotidiano. Franchezza per franchezza: non è tanto sulla valutazione da darsi dell’ipotesi di fondare un nuovo partito – sulla scorta del manifestino dei beni comuni – che trovo interessante porre questioni. Non saprei dire, infatti, se mi preoccupa di più il contenuto di quella proposta politica o il contenuto delle repliche polemiche che ha suscitato. Mi interessa invece, e m’interroga, l’arco di argomentazioni che Asor pone per giustificare la sua critica, poiché mi pare coincidere con altre e sempre più diffuse “pose” argomentative sulla sinistra italiana. La passione dello storico chiama Asor Rosa a rammentarci per intero la raccomandazione di Gramsci sull’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione: un modo per dire che non s’ha bisogno, per trasformare il mondo, di “ridicoli fantasticatori” pronti ad esaltarsi ad ogni sciocchezza o deprimersi di fronte all’orrore, quanto piuttosto “d’uomini sobri, pazienti” capaci d’una analisi realistica dei contesti e d’una azione all’altezza del tempo dato. Ecco. Sempre più spesso (e me ne sfugge la ragione) in Italia si ragiona iniziando così, quando s’affronta il nodo politica istituzionale – movimenti. Penso ad esempio a molti e differenti articoli apparsi su Alfabeta2, insomma all’impostazione complessiva di quel dibattito, come ad alcuni accenti della discussione sul manifesto. Sempre così inizia il ragionamento: vi sarebbe da una parte la nebulosa degli “esaltati”, “sognatori” – a volte definiti persino “saturnini” – e dall’altra quella degli “uomini sobri”, “realistici”, “pragmatici”.
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Capitalismo in decomposizione?
Marco Sacchi
Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di ascendenza e un periodo decadenza. Il primo periodo corrisponde a un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il livello di sviluppo delle forze produttive della società, nel secondo questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per contenere le forze produttive.
La decadenza di un modo di produzione si caratterizza per due aspetti, uno economico e l’altro sovrastrutturale.
L'aspetto economico del concetto di decadenza
Lo sviluppo delle forze produttive può presentarsi sotto due forme:
1° Con l’accrescimento del numero dei lavoratori incorporati nella produzione a un livello di produttività dato.
2° Con lo sviluppo della produttività del lavoro con numero dato di lavoratori.
Nella realtà di un sistema in piena espansione si costata la combinazione di due forme. Un sistema in crisi è un sistema che si trova limitato sui due piani allo stesso tempo.
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Occupy: risultati e prospettive
di Internationalist-Perspective
La fiammata globale di proteste di massa, che si è accumulata nel movimento Occupy Wall Street, è stata naturalmente accompagnata da una serie di attività e di analisi da parte della sinistra. Mentre è sicuramente impossibile dare una precisa formula che può spiegare il salto di coscienza che è il fondamento essenziale per un movimento spontaneo in quanto tale, non c'è dubbio che le proteste della primavera araba, gli Indignados e Occupy segnino un momento storico stupefacente. Infatti, per il carattere spontaneo, per il respiro della sua estensione globale, e per la sua velocità temporale, è il primo di questo tipo.
Sembrerebbe che il purgatorio neo-liberale degli ultimi trenta anni stia volgendo al termine, l'ideologia predominante del capitalismo mostra segni di collasso. Rispondendo a una crisi sempre più profonda e devastante, le proteste hanno messo in luce i contorni generali di stati di polizia emergenti in tutto il mondo, nonché un potenziale di resistenza che si poteva solo sognare fino a poco tempo fa. L'analisi definitiva è ovviamente impossibile, mentre il movimento è in svolgimento, non solo per la comparsa di nuove forme di lotta ma anche a causa del carattere eterogeneo e decentrato delle proteste. Tuttavia, è essenziale per tentare una analisi, non al fine di strumentalizzare il movimento come è il modus operandi dell’avanguardismo di sinistra, ma piuttosto per contribuire a dare forma a un nuovo immaginario sociale come partecipanti alle lotte, per spingere verso una riconfigurazione rivoluzionaria dei rapporti umani e per perturbare la dialettica inevitabile di recupero da parte del capitale.
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Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita
Domenico Moro
1. Produttività e crescita economica
In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita siano diversi a seconda della prospettiva di analisi adottata.[1] Proprio con lo scopo dichiarato di innalzare la produttività italiana e, in questo modo, di spingere la crescita, da tempo entrambe stagnanti, è stata presentata dal ministro Fornero una proposta di riforma del mercato del lavoro. La logica sottostante a tale riforma, in accordo con il senso comune del mainstream economico e politico, è che il declino della produttività in Italia dipende da un mercato del lavoro troppo poco deregolamentato. A nostro avviso si tratta di una logica non solo errata ma anche controproducente.
Prima di affrontare il discorso sulle cause del declino della produttività italiana, va precisato che definire e misurare la produttività e la sua evoluzione nel tempo è piuttosto complesso. Le misure utilizzabili sono molteplici. L’indicatore più comune è la produttività generica del lavoro, nella forma del rapporto tra la quantità di valore aggiunto prodotto (QV) e il numero delle ore di lavoro (H) impiegate per produrlo (P = QV/H). Tale indicatore presenta, però, il limite di non far emergere esplicitamente il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica.
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Parole al vento
di Vittorio Giacopini
Una Weimar dello spirito o il Circo Oklahoma
Si scrive ma è come spedire una lettera senza destinatari né indirizzo. Messaggi nella bottiglia, parole al vento. Tra l’atto del pensiero, il lavoro di scrittura, e il (minuscolo) pubblico destinato ad accogliere queste deliberatamente provvisorie ruminazioni, lo scarto potrebbe rivelarsi incolmabile. È comico, volendo, anzi ridicolo. È vero, il tempo non sta mai fermo, però oggi l’accelerare delle situazioni rende abbastanza improbabili profezie, mediocri congetture, divinazioni.
Già l’articolo di quotidiano esce invecchiato, figurarsi le parole per un mensile. Il termine crisi (generico quanti altri mai però efficace) compendia questo modo nuovo di stare dentro il tempo, o di subirlo. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce (o dei neutrini) e l’effetto più impressionante è questa sensazione di intensa, vorticosa, entropica inflazione degli eventi. Una settimana, un giorno, pochi mesi, e il mondo sembra mutare, totalmente. Basta un esempio. Tra i primi di agosto 2011 e il 15 del mese, Ferragosto – neanche quindici giorni – s’è svelato uno scenario del tutto inedito (la “crisi”, appunto, qualsiasi cosa essa sia, naturalmente) che ancora oggi insiste a mutare e muta ancora, (“difficile dire che sia finita” dice oggi Mario Draghi, fine febbraio: quantomeno un’osservazione di buonsenso). Inflazione degli eventi, estrema caducità della parola: si diventa obsoleti in un baleno e sembra davvero di vivere in una specie di Weimar dello spirito (o al famoso Circo Oklahoma di Franz Kafka). Ci si arma di tesi, concetti, diagnosi, criteri per dare un senso al presente e provare ad afferrarlo, fugacemente, ma nel breve arco di un giorno quel piccolo patrimonio intellettuale diventa subito inutile, superato, e serve sempre di più, altro e altro ancora. Senza che uno se ne sia accorto, l’abbia visto, la crisi potrebbe essersi fatta nuova forma di vita quotidiana, terra incognita. Siamo alla rincorsa dell’ombra di noi stessi, di un domani che ci anticipa e ossessiona, e ci spaventa. Intanto saltano tempi, criteri, modelli, parametri.
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La nuova rivoluzione urbana
Max Rivlin-Nader intervista David Harvey
Dalla Parigi del 1871 alla Praga del 1968 al Cairo nel 2011, per finire con le vie di New York, le città sono da lungo tempo il terreno di coltura dei movimenti radicali. Nel corso del tempo le proteste urbane nascono da una infinità di spunti diversi, dalla disoccupazione alla fame, alla privatizzazione alla corruzione. Ma c’entra forse anche la stessa geografia delle città? Una questione particolarmente accesa questa settimana, mentre il movimento Occupy si prepara a una serie di grandi manifestazioni in tante città del paese per il Primo Maggio.
Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo.
A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate. A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste.
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Piccola Guida alla controriforma del Mercato del Lavoro
di Laboratorio Baracca
“I cinesi hanno detto chiaramente che la rigidità del nostro mercato del lavoro è uno dei fattori che finora li ha disincentivati dall’investire in Italia”
Mario Monti, 31/03/2012
A contare, nel “vecchio” articolo 18, non sono stati gli effetti visibili; a contare sono stati quelli che non si sono potuti vedere.”
Franco De Benedetti, 23/03/2012
Crescita di cosa..?Un’introduzione critica
Il disegno di legge di “Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” porta ancor più indietro nel tempo la legislazione sul lavoro, retrodatandola agli anni precedenti le conquiste dei diritti collettivi degli anni ’70. Chiariamo subito: niente di particolarmente nuovo dopo decenni che hanno visto, tra gli altri, il pacchetto Treu (che istituì le agenzie interinali), la legge Biagi (che legalizzò la precarietà) e altre misure che avrebbero dovuto rendere “più efficiente un mercato del lavoro ingessato”, freno di una crescita che non si è poi mai presentata. Si tratta quindi di un ennesimo, ma questa volta particolarmente significativo, passaggio verso quel “dopo Cristo” auspicato da Marchionne – il 1800 dopo Cristo in cui vigevano analoghe condizioni di lavoro.
Per questo motivo ci si riferirà al DdL in termini di “Controriforma”. (Scarica il documento in pdf)
La Controriforma esprime già nel titolo il suo scopo apparente: riportare la “crescita del Paese” (parole della Ministro Fornero).
Fa parte delle riforme strutturali richieste dall’Europa, quelle “necessarie” che non avremmo fatto in questi anni vissuti “al di sopra delle nostre possibilità”, illudendoci di avere qualcosa di più che una bettola in affitto, cibo scadente o una striminzita pensione – e che ora ci costringono, tutti indistintamente, a sacrifici.
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Piccolo saggio sulla diserzione
Written by Paolo Mossetti
Henri Laborit, Elogio della Fuga, 1976.
(La resistenza è un congegno elettrico)
Collettivo Eveline, Milano, 2006.
C’è stato un momento, nella cultura italiana, in cui i temi dell’esilio e della fuga vennero esplorati in forme generose e originali. C’era il cinema di Gabriele Salvatores, «dedicato a tutti quelli che stanno scappando», e quello di Mario Martone, con i suoi sconfitti dalla vita; le musiche di 99 Posse, Almamegretta, Bisca, Daniele Sepe che esaltavano i valori delle radici e dell’antifascismo militante, ma ancor di più suggerivano una diserzione dal treno progressista; poi la letteratura nomade di Pino Cacucci, i fumetti di Sergio Bonelli, e in generale nelle arti si sentiva ancora l’influenza di Hugo Pratt, di Carmelo Bene, di Jodorowski. Quelle voci ci raccontavano, in modi assai diversi tra loro, di una generazione non ancora pronta a sentirsi adulta e borghese, di amicizie virili, di disgusto per la società del “reflusso”, di codardia persino. Lo facevano con linguaggi a volte ingenui, ma senza mai mancare di un certo gusto per l’avventura e della voglia di contaminarsi, di creare collaborazioni, intrecci inaspettati.
Ora tutto questo sembra un romantico ricordo. Gli anni che vanno dal G8 di Genova alla crisi finanziaria del 2008 hanno visto rinascita di mitologie che credevamo estinte per sempre: il Patriottismo di «sinistra», il Tricolore, il feticismo della Costituzione, la Legge e l’Ordine.
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La crisi globale
di Sergio Cesaratto
Lunedì 23 aprile si è svolta a Roma 3 la presentazione dei volumi di Bellofiore e Giacché sulla crisi, Radio radicale l'ha registrata, qui c'è la mia relazione con alcuni postscriptum
Mi occupo solo di uno dei due libri di Bellofiore, La crisi globale, l’altro è più teorico. Devo avanzare una critica di fondo a Bellofiore: l’eccesso di distinguo dalle altrui posizioni attraverso sottigliezze che lasciano il lettore smarrito circa l’argomentazione di fondo [molti l’han notato anche nell’esposizione al dibattito; un esempio è quando Riccardo ha disquisito circa la data di inizio della crisi … il 2008 non gli andava bene, le cause sono anteriori, ma questo è ovvio e non aggiunge molto. Il lettore potrà farsi una propria opinione attraverso la registrazione di Radio Radicale, che ringraziamo]. Tutto questo con amicizia, ma anche con franchezza.
Parto dalle conclusioni. I due volumi convergono nell’idea che una rottura/fuoriuscita dall’UME è improponibile, tanto sarebbero importanti le conseguenze. Non è di questa opinione Paul Krugman:
“What is the alternative? Well, in the 1930s — an era that modern Europe is starting to replicate in ever more faithful detail — the essential condition for recovery was exit from the gold standard. The equivalent move now would be exit from the euro, and restoration of national currencies. You may say that this is inconceivable, and it would indeed be a hugely disruptive event both economically and politically. But continuing on the present course, imposing ever-harsher austerity on countries that are already suffering Depression-era unemployment, is what’s truly inconceivable.”
Comunque, conclude Giacché, se continua così sarà l’Euro a rompersi. L’impegno dei paesi emergenti a sostenere l’intervento del FMI a sostegno dei paesi europei in difficoltà sembra però indicare che ci saranno degli sforzi ad impedirlo. Una lunga pena ci attende, più probabilmente. Ma può darsi che il redde rationem arrivi, ma siamo nel regno delle illazioni.
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