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Ancora un tradimento dei chierici?
di Marino Badiale
Per dare un po' di concretezza al nostro discorso sulla cultura contemporanea, discutiamo un esempio specifico: questo articolo di Etienne Balibar, pubblicato sul “Manifesto” qualche giorno fa.
Balibar non ha certo bisogno di grandi presentazioni: allievo di Louis Altusser, coautore di un testo classico del marxismo degli anni Sessanta come “Leggere il Capitale”, è davvero un “grande intellettuale di sinistra” se mai ve n'è uno.
Ebbene, cosa ha da dire un simile personaggio sul tema, oggi così pressante, dell'UE e della sua crisi? Nella sostanza, nulla. Leggendo l'articolo, si vede che il punto fondamentale del discorso di Balibar è la richiesta di un'Europa che sia capace di maggiore democrazia, addirittura maggiore di quella dei singoli Stati nazionali. E chi potrebbe opporsi a una simile lodevole invocazione? Solo che a questa nobile concione manca completamente l'esame delle forze reali in campo. Chi mai realizzerà questa democrazia europea, visto che l'attuale antidemocratica UE è l'espressione dei ceti dirigenti europei, che non solo non intendono rendere più democratica l'UE, ma anzi stanno usando la crisi come clava per espropriare gli Stati di quel poco di democrazia che ancora esprimono? A questa domanda Balibar non può rispondere, perché non c'è risposta. Balibar si rende vagamente conto del problema, cioè del fatto, più volte ricordato in questo blog, che non c'è un “popolo europeo” che possa lottare per una maggiore democrazia nella UE, nel modo in cui i vari popoli europei hanno lottato in passato per una maggiore democrazia nei diversi Stati.
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La congiura dei tecnici
Luigi Cavallaro
Nell'autunno 1980, gli indicatori dell'economia italiana mostravano un andamento contrastato. Nonostante una rilevante crescita del reddito nazionale, in decisa controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati, la bilancia dei pagamenti era passata dal consistente avanzo realizzato nel biennio 1977-78 ad un ancor più largo disavanzo. L'inflazione viaggiava al ritmo del 2% al mese, con aspettative di peggioramento rese evidenti dal sostenuto aumento dei prezzi dei beni-rifugio. La Banca d'Italia, benché avesse riconquistato quell'autorevolezza che aveva visto vacillare durante l'affaire Baffi-Sarcinelli, faticava non poco nella gestione della liquidità: cinque anni prima, in occasione della riforma dell'emissione dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot), si era infatti impegnata ad acquistare tutti i titoli pubblici che fossero rimasti invenduti in asta, accettando di fatto di finanziare i disavanzi del Tesoro con l'emissione di moneta. Non solo, ma il Tesoro poteva attingere ad un'apertura di credito in conto corrente pari al 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva il potere di modificare il tasso di sconto, vale a dire il tasso a cui la Banca presta denaro alle altre banche del sistema e che di fatto decide dell'intera struttura dei tassi d'interesse. I quali, nonostante il brusco rialzo subito sui mercati internazionali a seguito della svolta monetarista voluta l'anno precedente dal Governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, si mantenevano perciò ancora negativi, ossia al di sotto dell'inflazione.
Un problema di potere
Al Ministero del Tesoro si era appena insediato il democristiano Nino Andreatta.
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Brecht: "Cinque difficoltà per chi scrive la verità"
di Pierluigi Vuillermin
Premessa
In questo saggio1 mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l'avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti. Il 1935 è un anno importante nella storia d'Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l'alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l'avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell'impegno e della responsabilità dell'intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo. Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l'intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell'industria culturale e dei mass media, per smascherare l'inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel dramma Vita di Galileo, il capolavoro della maturità. Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un'arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto.
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Se anche i “signori” rovistano nei cassonetti
di Marco Bascetta
Nel dibattito pubblico italiano il tema della violenza, quella politica o politicamente motivata, è andato incontro a un singolare destino: tanto più se ne evocava l’incombenza quanto meno trovava riscontro nella realtà dei fatti. Non vi è episodio, per quanto banale e insignificante, dalla scritta murale al lancio di uova e ortaggi, che i media e le forze politiche tutte non dichiarassero messaggero di un imminente ritorno del terrorismo, la bestia nera degli anni Settanta. L’assenza di una inclinazione significativamente violenta del conflitto sociale creava, per così dire, una sorta di disorientamento, di vuoto nel rapporto di potere tra governanti e governati, che i primi si sarebbero ingegnati a colmare con un notevole sforzo di fantasia, talvolta assecondato dal narcisismo di parte dei movimenti.
Da tutti i pulpiti istituzionali si incitava ossessivamente a “non sottovalutare”, a “non abbassare la guardia” e dunque a oliare e accrescere gli strumenti di controllo e di repressione in attesa di un nemico che stava affilando i coltelli in un’oscurità tanto fitta da non vedersene nemmeno l’ombra. Qualche plico esplosivo di provenienza “informale” (il che la dice lunga sulla consistenza e stabilità strategica dei bombaroli postali) non cambia in alcun modo il quadro di una situazione di conflittualità sociale tenuta sostanzialmente entro solidi argini.
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Il proletariato europeo nel vortice dell’austerity
Monta la protesta in Spagna, Grecia, Portogallo. E in Italia?
Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.( Bertolt Brecht)
Che gli stati dell’Europa meridionale – simpaticamente chiamati PIGS, cioè “maiali”, dalle tecnocrazie dell’UE – siano in crisi, è cosa ormai nota. Come al solito, l’ottimismo dei governi ha avuto le gambe corte: in Italia si rivedono le cifre del PIL, che nel 2013 scenderà dello 0,6% (dopo che già quest'anno andrà giù del 2,4%); lo stesso si fa in Spagna, che vede il proprio PIL in calo del dell’1,4% invece che dello 0,6% finora pronosticato. Quanto alla Grecia, il suo baratro sembra senza fondo: il Ministro delle Finanze greco ha infatti appena annunciato che, dal 2008 al 2014, la contrazione del PIL è calcolabile intorno al 25%. Non meno preoccupante è la situazione in Portogallo, dove il PIL quest’anno è in calo del 3,3%. In queste condizioni lo spread con i titoli tedeschi ricomincia a salire, e non è più solo la Grecia a essere interessata dai piani di “aiuto”…
Ma queste cifre, che pure fotografano una situazione molto grave, non dicono tutto, anzi: vengono usate per nascondere qualcosa. I media infatti tendono a presentarci gli Stati – Italia, Spagna etc – come entità compatte, come unità nazionali che si siedono al tavolo delle trattative con unità nazionali altrettanto compatte – la Germania, la Francia etc –, come se fossimo ancora all’epoca degli Stati-nazione ottocenteschi e non in un’epoca di globalizzazione, di circolazione mondiale di capitali e di formazione di classi dominanti non più su base nazionale ma internazionale. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza per provare a capire cosa sta succedendo per davvero.
È persino banale dire che gli Stati non sono ordinamenti super partes, ma costruzioni politiche mediante le quali la borghesia afferma il suo potere sulle classi lavoratrici facendolo passare per “volontà generale” e “interesse collettivo”.
Quello che sta succedendo negli ultimi mesi in Europa ce ne dà la conferma.
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Siria, un altro tassello del mosaico
Antiper
Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.
Lungo la “linea immaginaria” che collega il Marocco al Pakistan (quello che alcuni hanno definito il “Grande Medio Oriente”), negli ultimi 20 anni si sono succedute senza soluzione di continuità guerre civili, guerre di aggressione imperialista o combinazioni di entrambe. Dalla guerra civile algerina a quella siriana, dalla guerra contro l'Iraq del 1991 a quella libica del 2011, è il conflitto permanente per la ristrutturazione delle sfere di egemonia dopo il crollo dell'URSS ciò che ha contraddistinto quest'area (come del resto anche altre aree).
Quella “linea immaginaria” pone idealmente l'uno di fronte all'altro l'imperialismo “atlantico”, egemone negli ultimi secoli, e le cosiddette “aree emergenti”. È una linea, si potrebbe dire, che divide il vecchio assetto otto-novecentesco guidato prima dall'impero inglese e poi da quello nord-americano dall'assetto che verrà, ancora il larga misura in pectore; è la linea di scontro tra il passato che non vuole morire e il futuro che cerca di nascere. E non è affatto scontato che da questo scontro debba uscire un solo vincitore. È anzi probabile che, almeno nel medio termine, possa determinarsi un equilibrio di tipo multipolare, ciò che gli USA stanno tentando in tutti i modi di scongiurare ricorrendo al principale “vantaggio competitivo” del quale dispongono: la potenza militare.
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Una democrazia in cerca di radicalità
di Sandro Mezzadra
1. Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea (“il Manifesto”, 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere “legittima e quindi possibile” – essa debba realizzare un “sovrappiù” di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo “sovrappiù” di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di “democratizzazione” che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento “intensivo” dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.
Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per “reagire” a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.
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Lo scandalo del vertice di Rio
di Mario Agostinelli
Ho volutamente scelto per queste note un titolo che denunciasse il tentativo criminoso dei potenti della terra di insabbiare la questione climatica –ineludibile se si ha a cuore la vita sul pianeta – contrapponendole come priorità esclusiva un ostinato assillo per il debito finanziario accumulato nei confronti delle future generazioni. E’ in atto, a dire il vero, un ribaltamento di prospettiva che andrebbe duramente confutato: ma non c’è abbastanza coraggio politico e culturale per demistificare un’abile e artificiosa contrapposizione tra generazioni, costruita sulla attribuzione arbitraria di un valore di scambio per ogni risorsa sociale e naturale portata a viva forza al mercato. Per risolvere quel “passivo” contabile – a cui si dedicano in minuetti sempre più privati e segreti i Monti, le Merkel, i Draghi, e perfino i Kissinger e i Bernanke resuscitati – basterebbe redistribuire qui ed ora l’enorme ricchezza accumulata nelle tasche di pochi e immettere nel circuito legale le somme custodite nei paradisi fiscali, impegnate nella corsa agli armamenti, sequestrate dall’economia criminale. Al contrario, il debito nei confronti della natura è strutturalmente inestinguibile in base al modello di crescita attuale e la procrastinazione di quast’ultimo, così accanitamente voluta, comporta uno sperpero irrimediabile dei beni indispensabili alla riproduzione e un contemporaneo aumento dell’ingiustizia sociale.
E’ urgente allora accettare la sfida sul domani, per andare oltre l’orizzonte redistributivo e portarsi a monte, anziché insediarsi a valle delle strutture produttive, economiche, finanziarie e della stessa filiera dei consumi che incrementano incessantemente l’entropia dell’ambiente vitale.
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Fallimento morale e antropologico
di Alberto Burgio
La governatrice del Lazio ha rassegnato le dimissioni. Tanto doverose quanto insufficienti per sanare una democrazia ferita. Al punto che l'idea stessa di rappresentanza suona ironica. Oggi la casta è sinonimo di separatezza, oltre che di corruzione. Nei suoi comportamenti si manifesta la malattia terminale di un sistema politico in sfacelo. Fallimentare sul piano dei risultati materiali e impresentabile sul terreno morale e «antropologico».
È un fenomeno talmente grave, che il discorso morale non basta più. Talmente organico che ricondurlo al solo profilo (im)morale dei protagonisti sarebbe riduttivo. Assodata l'esigenza di punire il malaffare, restano aperte altre questioni. Se l'impressione che in Italia la corruzione politico-amministrativa abbia passato il segno ha fondamento, occorre riflettere su due fattori: la qualità della «classe politica» e le occasioni che le vengono offerte di abbandonarsi a comportamenti indecenti. Si tratta di aspetti connessi perché nessuna tentazione potrebbe fare breccia in un incorruttibile e perché gran parte di quelle tentazioni sono generate in piena autonomia da quanti ad esse cedono. Come dire che qui Sant'Antonio è il diavolo stesso.
Le tentazioni sono troppe. Per cui «fare politica» è ormai, per molti, una carriera: il mezzo per conquistare uno status e fare bella vita, tra case di lusso e vacanze pagate, vitalizi e tesoretti in banca.
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La morale del debito e il tempo rubato
Agnes Rousseaux intervista Maurizio Lazzarato
Prestiti, crediti, creditori, debitori, deficit, debito e tasso di rimborso, "fiscal compact" ... Il debito è ovunque, ha invaso la nostra vita. Ma il debito non è solo economico, il debito è soprattutto un’opera della politica.
Non è una sfortunata conseguenza della crisi, è al centro del progetto neoliberista e permette di rafforzare il controllo degli individui e delle società. "Il rimborso del debito è una appropriazione del tempo. E il tempo è la vita", spiega il sociologo e filosofo Maurizio Lazzarato (La Fabbrica dell'uomo indebitato).
Lei dice che l’Homo debitor è il nuovo volto dell’Homo economicus. Quali sono le caratteristiche di questo "uomo nuovo"?
Molti servizi sociali come l'istruzione e la salute, sono stati trasformati in assicurazioni individuali o in privilegi. Il modello di sviluppo neo liberista è basato su credito e indebitamento. Questa situazione si è aggravata con la crisi dei mutui subprime del 2007. Un esempio? L'istruzione negli Stati uniti: la FED, la banca centrale, ha recentemente stimato che l'importo totale dei prestiti effettuati agli studenti [1] è arrivato alla cifra astronomica di 1000 miliardi di euro! Si tratta di una cifra enorme. Per accedere ai servizi, l’istruzione, si deve pagare tutto con i propri soldi. Si diventa subito debitori. Imprenditori della propria vita, del proprio "capitale umano".
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Cambiare cavallo
Anselm Jappe
«Quando gli artigiani comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc. non sono più puri mezzi per stare uniti, mezzi di unione. A loro basta la società, l’unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’uomo s’irradia verso di noi da questi volti induriti dal lavoro».[1]
Quando a 26 anni Marx scrisse uno dei suoi testi più importanti, i Manoscritti economico-filosofici del 1844, viveva a Parigi e frequentava le associazioni operaie in cui si parlava del socialismo. Marx ha sempre attribuito una grande importanza a questo primo incontro con degli uomini che si proponevano di rovesciare praticamente l’ordine borghese. Nel paragrafo citato (che si trova all’interno di un’analisi consacrata alla degenerazione del bisogno nella società capitalista) ha reso loro un bell’omaggio – non solo alle loro dottrine (che presto inizierà a criticare senza pietà), ma anche al loro spirito di fraternità: nella loro esistenza quotidiana, nei loro atti più semplici, essi vivevano già in una maniera diversa rispetto a quella della società che intendevano combattere.
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Un riconoscimento ed una critica ad Anwar Shaikh
Antonio Pagliarone
Questa raccolta di testi prodotti da Anwar Shaikh* avrebbe dovuto essere molto più corposa, purtroppo sono stati pochi ad essere disponibili nel collaborare ad un progetto del genere. La rivista Connessioni invece ha rivelato estremo coraggio nel voler pubblicare e diffondere questo volumetto in un ambiente poco incline ad affrontare uno studio approfondito sulle dinamiche economiche del capitalismo moderno. Si è scelto Anwar Shaikh poiché rimane, nonostante qualche deviazione dal corso originario, uno studioso attento che ha introdotto nell’ambito del marxismo quel metodo dell’Empirical Evidence totalmente estraneo agli intellettualoidi marxisti nostrani impegnati da sempre nell’analizzare rozzamente lo stato dell’economia sulla base di scelte politiche o della governance di dinamiche oggettive. I primi lavori di Shaikh, tra i quali abbiamo selezionato l’ottimo Introduzione alla storia delle teorie delle crisi del 19781, partono dal presupposto che tutto il marxismo del secolo scorso si è impantanato su analisi delle dinamiche economiche fondate su lavori proposti da economisti non marxisti introducendovi semplicemente il solito linguaggio di sinistra come farcitura di tesi, in realtà tutte interne al sistema capitalistico, impegnate nel risolvere i problemi derivati dalle crisi cicliche. L’eresia iniziale di Shaikh consisteva semplicemente nel rimettere al centro della analisi marxiana delle crisi e delle riprese fattori fondamentali come la profittabilità e l’accumulazione che lo stesso Marx aveva proposto nei suoi scritti più importanti ma in seguito completamente dimenticati dai mastodonti del 900 fatta eccezione per Henryk Grossmann, con il suo famoso Das Akkumulationsund Zusammenbruchsgesetz des kapitalistischen Systems (Zugleich eine Krisentheorie)2 scritto nel 1929, ed in seguito Paul Mattick3. Non è importante rivendicare una sorta di fedeltà al marxismo, come molti si sforzano ancora di dimostrare, ma semplicemente di usare le categorie e l’approccio marxiano in quanto risultano ancora indispensabili per comprendere l’andamento del modo di produzione capitalistico.
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L'immenso rilievo del capitale fittizio
(I limiti del rinvio della crisi da parte del capitale finanziario e il delirio dei programmi di austerità)
di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle*
Quello che segue, più sotto, è la traduzione di un articolo, scritto da di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle. Un'analisi che così può essere riassunta: La crisi attuale non è affatto il risultato delle speculazioni o della crescita del debito degli stati. La causa fondamentale della crisi non va cercata fuori di quella che è la logica stessa di un sistema economico che riesce a funzionare solo a singhiozzo e senza la minima razionalità. La logica del massimo profitto possibile, a breve termine, del capitale investito. Logica che ha come conseguenza l'incapacità a capire la differenza fra la ricchezza reale utile agli uomini e la ricchezza capitalizzabile, quella che viene vista solo sotto forma di denaro.
Paradossalmente, non è vero che le società stiano vivendo al di sopra dei loro mezzi, come sempre più spesso si sente ripetere.
Al contrario, sono troppo ricche per un capitalismo che riesce a prendere in considerazione solamente la ricchezza astratta, quella che circola dentro le banche e che muove gli speculatori, ignorando le esigenze delle popolazioni. Il dramma è che questa logica folle non può portare ad altro se non al crollo di un sistema assolutamente incapace di soddisfare i bisogni delle persone. E questo crollo, i cui segni sono visibili nei paesi più fragili, non lascia altra alternativa che la barbarie, se non saremo in grado di prendere in mano il controllo del nostro destino.
Nel corso degli ultimi trent'anni, il capitalismo ha cambiato drammaticamente il suo volto: mai, nella sua storia, il settore finanziario aveva assunto così tanta importanza in rapporto all'insieme dell'economia.
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Il catastrofico day after per gli italiani
di Vladimiro Giacché
Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’industria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.
Questo rispondeva al primo obiettivo delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e incassare ogni anno un dividendo.
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Rendita e biopotere
Summer School
di Stefano Lucarelli
Il tema della rendita e del biopotere è stato immediatamente declinato da Christian Marazzi come un problema che risponde a una domanda che credo si possa formulare nel modo seguente: di che moneta ha bisogno la soggettività costituente per non essere assoggettata?
I passaggi logici che vanno dai concetti di rendita e di biopotere fino ad una domanda del genere li do per scontati. Ricordo solo che quando ci riferiamo alla rendita lo facciamo a un certo livello dello sviluppo capitalistico – che abbiamo definito capitalismo cognitivo e finanziarizzato. Essa va dunque compresa tenendo conto del fenomeno del divenire rendita del profitto. Il biopotere è un’espressione presente in Foucault che chiama tutti in causa, poiché rinvia alla dicotomia soggettività/assoggettamento, quella dicotomia che caratterizza una forma della sovranità a questo stadio di sviluppo del capitalismo, che sempre Foucault ha chiamato governamentalità. Intendo qui la governamentalità come una peculiare evoluzione della sovranità che cerca di imbrigliare le soggettività, lasciando le briglie in talune circostanze, per valutare e conoscere la produttività, la creatività, che si può dare al di fuori delle forme tradizionali del comando, per poi ritirare le briglie. In tal senso la governamentalità partecipa di una certa forma di libertà, che presuppone che noi (in quanto soggettività costituenti) ci liberiamo da questa modalità di partecipazione ad una forma non autentica (cioè capitalistica poiché funzionale al regime di accumulazione contemporaneo) di libertà.
Di che moneta ha bisogno la soggettività costituente per non essere assoggettata, per non limitarsi ad una libertà non autentica?
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Il triste dominio dell'«uomo accademico»
Pierre Macherey
Un progetto di ricerca centrato sulla critica al riflesso elitario e autocelebrativo della filosofia
Nel 1997, in un momento in cui molto probabilmente ha avuto delle ragioni particolari per sentirsi mortale, Bourdieu pubblica Meditazioni pascaliane, libro-bilancio di tutta una vita da «antropologo sociologo», per riprendere la definizione che egli stesso si dà nella quarta di copertina dell'edizione francese del testo. Questa copertina nera che contrasta con i colori piuttosto pimpanti con cui sono state pubblicate altre opere nella stessa collana «Liber» dell'editore Seuil, fa pensare all'oscuro lavoro di un lutto, o di un addio modulato attraverso pagine scandite da toni aggressivi o pacati, che seguono i risultati di una ricerca contrastata, allo stesso tempo sovrana e tormentata: è un modo di procedere alla Bourdieu, il cui riferirsi a Pascal sembra perfettamente appropriato visto che si serve di un fondo di pessimismo e di angoscia.
Un progetto antiaristocratico
In questo libro strano, sotto molti punti di vista fuori dalle regole, monumentale e accidentato, ripetitivo e creativo che, a seconda dei momenti, suscita l'esasperazione e costringe al convincimento, Bourdieu, come sua abitudine, sembrerebbe prendersela con il mondo intero, in realtà porta avanti innanzitutto un dialogo con se stesso: si rivolge a quella che lui chiama la buona coscienza del «filosofo-normalista», l'homonculus academicus che è stato all'origine e si assicura, ancora una volta, di averlo effettivamente svalutato e di essersene sbarazzato diventando il fondatore di una scienza sociale che, pur conservando tutte le risorse del pensiero concettuale, avrebbe respinto i pensatori e i vincoli della «ragione scolastica», presa come capro espiatorio di tutto il libro.
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Risposta a Guido Viale
Karlo Raveli
Caro Viale, che cosa pensano di proporre i tuoi polemisti - che critichi nel seguente trafiletto su Il Manifesto del 18.9 - alle decine di migliaia di lavoratori cancellati dall'azzeramento (del piano Fabbrica Italia)?
Il 18 giugno 2010, in risposta a un articolo de "il manifesto" a mia firma che giudicava inattendibile il piano Fabbrica Italia e sosteneva di conseguenza l'urgenza di mettere in cantiere la riconversione ad altre produzioni di una parte almeno degli stabilimenti del gruppo Fiat per scongiurarne l'altrimenti inevitabile chiusura, il quotidiano "il foglio" mi dedicò un'intera pagina (Processo alla Fiat), corredata dal pugno di Lotta Continua per rimarcare la mia matrice culturale che non ho mai rinnegato.
In quella pagina ben sette collaboratori di questo giornale si alternavano a tacciare di ideologismo le mie valutazioni e, con l'eccezione di due (Riccardo Ruggeri e Stefano Cingolani) ad accreditare la validità del piano Fabbrica Italia, pur esprimendo (con l'eccezione di Francesco Forte, che lo avallava senza tentennamenti) qualche perplessità sulle possibilità di una sua realizzazione integrale.
Ora quel piano è stato ufficialmente dichiarato defunto, anzi, mai nato. Era solo fuffa, pagata a caro prezzo dagli operai della Fiat, costretti a un referendum che subordinava la sua realizzazione alla rinuncia a una parte sostanziale dei propri diritti; ma anche dal paese tutto, sprofondato dalla «cura Marchionne» in un nuovo medioevo; e pagata con il ridicolo da chi come Renzi, Chiamparino o Fassino si erano schierati con Marchionne («senza se e senza ma»). Nessuno, comunque, aveva dubitato delle intenzione di Marchionne. Non mi aspetto dagli estensori di quella pagina le scuse per gli sfottò di cui era impegnata; ma un po' di deontologia professionale dovrebbe indurli a chiedersi perché le mie (e non solo mie) valutazioni si siano dimostrate corrette e le loro completamente sbagliate. E, soprattutto, se il progetto di una riconversione degli stabilimenti è un'utopia, che cosa pensano di proporre alle decine di migliaia di lavoratori cancellati dall'azzeramento di quel piano? (Guido Viale, Il Manifesto, 18.9.2012)
Costoro, sicuramente nulla di quello di cui tutti - meno i padroni - necessitiamo con assoluta urgenza.
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La Germania contro tutti
di Giorgio Gattei
1. Se la Grande Germania ritorna.
Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012). E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.
Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43).
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Da dove ripartire
Rossana Rossanda
La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è» il manifesto. Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione, Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando le pagine e i servizi con un restyling dopo l'altro. E' stato un errore imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici» - cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un gruppo sociale - hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori). Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori. Se il manifesto vivrà ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d'accordo sul suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c'è un collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori in grado di farlo uscire.
Le ragioni per rispondere sì o no a queste tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.
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Lavoro e Stato
di Sandro Moiso
Le apparenti bonacce estive non hanno potuto nascondere la frattura che si va sempre più allargando tra la società che lavora (o che non lavora a causa dei tagli occupazionali e pensionistici) e il governo che la dovrebbe rappresentare.
Proprio con i fatti di Taranto e le perentorie affermazioni dei rappresentanti del Governo Terminator che li hanno accompagnati e il conflitto aperto dal Grande Vecchio con i magistrati inquirenti di Palermo sulle trattative Stato-mafia si è reso evidente che, mentre l’illegalità è sempre più di casa nei palazzi del potere, l’unica legalità oggi esistente è quella delle piazze che contestano, dalle valli del Piemonte al Mar Jonio, le scelte operate dai rappresentanti delle istituzioni.
Nonostante le illusioni di tranquillità economica e di ripresa possibile fatte brillare nel mese deputato alle vacanze, i motivi che stanno alla base delle proteste dei minatori del Sulcis, degli operai dell’Alcoa e le evidenti decisioni di chiusura degli stabilimenti italiani della FIAT hanno fatto, poi, altresì intendere che l’unico destino dei lavoratori italiani non può essere altro che quello delineato dal tragico bilancio delle vittime degli incendi degli stabilimenti tessili pakistani e russi o quello dello stress e dei suicidi degli operai cinesi che hanno la fortuna di lavorare negli stabilimenti dell’azienda creata dall’ormai canonizzato Steve Jobs.
In entrambi i casi, legalità delle piazze – illegalità dei palazzi e massacro delle condizioni di lavoro “per favorire gli investimenti”, la responsabilità dei governi in carica e dello Stato nelle sue funzioni è evidente.
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Per una politica della composizione*
Collettivo UniNomade
A lungo impresa e lavoro sono apparsi concetti inoperosi dal punto di vista del conflitto di classe. Oltrepassata da una nuova economia del tempo (che abolisce le frontiere tra vita e lavoro) e dello spazio (con la messa in produzione della metropoli e dei territori), l’impresa non è da tempo «luogo» cruciale del conflitto, a sua volta allontanatosi dalle grandezze (orario, salario, organizzazione del lavoro) che davano le coordinate della lotta di classe nel fordismo. Ciò non significa che i conflitti sul lavoro siano scomparsi. Nei paesi emergenti sono spesso conflitti «orario e salario» che retroagiscono a livello globale; non pochi osservatori scommettono oggi su una parziale reindustrializzazione dei paesi occidentali. In Europa prendono forma intorno alla privatizzazione del settore pubblico e all’intensificarsi dello sfruttamento nelle produzioni a forte intensità di scala. Le lotte del lavoro, però, non hanno più assunto carattere generale né imposto l’agenda politica. Nonostante ciò, nella formazione soggettiva (politica) dei protagonisti delle nuove lotte nella crisi, le forme del potere e del comando nei rapporti di produzione non hanno parte marginale. La questione del precariato andrebbe osservata anche sotto questa luce.
A monte dei processi di politicizzazione di parte dei nuovi precari non è solo l’impossibilità di convertire gli investimenti educativi in (buona) occupazione, base discorsiva dei progetti di ristrutturazione del mercato del lavoro, ma anche la banalizzazione delle capacità individuali e sociali, come esito dell’«impresizzazione» del tempo e spazio sociale.
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Napolitano e l’ipotesi di golpe bianco
Cronache delle mutazioni istituzionali
nique la police
Quando Giorgio Napolitano fu eletto presidente della repubblica nella primavera 2006 nell’elettorato di centrosinistra, e là dove si fabbrica opinione pubblica, prevalsero due convizioni. La prima, all’epoca prevalente, che era stato eletto un vero guardiano della costituzione. La seconda è che l’indirizzo della presidenza, dopo Ciampi e Cossiga, sarebbe stato meno monetario e più politico (dopo il periodo Ciampi, ex presidente della Banca d’Italia) più legato alla continuità delle forme istituzionali e meno ai momenti di rottura (visto il periodo Cossiga, quello del “picconatore”). Nonostante sia stato votato quasi esclusivamente dal centrosinistra Napolitano era un candidato presidente apprezzato anche dal centrodestra. Riporta il Corriere della Sera dell’epoca: “Dal centrodestra sono venute molte esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Giorgio Napolitano, tali da far pensare che la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Va considerato che a suo tempo, fine anni ’80 la corrente milanese di Napolitano nel Pci riceveva pubblicamente, per la propria rivista, finanziamenti da Publitalia ricambiando con articoli sulla “modernizzazione” (testuale) del modello di impresa berlusconiano. Ma è storia vecchia, solo per far capire che l’apprezzamento del centrodestra per Napolitano (l’unico che difese nel Pci, anche qui pubblicamente, Craxi contro la linea berlingueriana delle mani pulite) aveva comunque radici lontane. E anche per far comprendere che Napolitano è un soggetto politico apparentemente statico. Nella continuità, della indigeribile retorica istituzionale che lo contraddistingue, metabolizza continuamente le trasformazioni.
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Tecnica e politica
di Alberto Bagnai
Caro professor Bagnai,
anch'io ho l' impressione che lei tenda, forse inconsapevolmente, ad eludere alcuni nodi politici la cui soluzione sarebbe secondo me prioritaria rispetto ad ogni soluzione tecnica. Alla questione se la creazione di moneta produca inflazione non c'è una risposta univoca ( e negativa ) come lei sembra suggerire. Credo sia ovvio, anche per un non economista, che se si impiegasse la moneta creata per foraggiare ulteriormente il sistema clientelare siciliano, abolire l'imu sulle seconde case e abbassare le tasse ai milionari, oppure ancora per fornire alla mia modesta persona un vitalizio di 100.000 euro mensili, questa nuova moneta circolante creerebbe inflazione e basta.
Viceversa se si impiegasse la nuova moneta per finanziare un serio programma di lavori pubblici o di formazione l'effetto sarebbe probabilmente un aumento del pil e non dell' inflazione. Dunque, a mio modesto avviso, la questione dell’indipendenza della banca Centrale non è tecnica ( come lei sembra suggerire) ma eminentemente politica e precisamente è un una questione di fiducia : "si può avere fiducia che la classe politica cui verrà affidato l'enorme potere di creare moneta userà questo potere per il bene del paese e delle classi meno abbienti ?"
Per quanto riguarda me ( e,credo, milioni di altri cittadini )la risposta è "no !", assolutamente "no!". Se permette aggiungerei che personalmente preferirei eleggere George Soros dittatore italiano a vita piuttosto che affidare a tipi come Berlusconi o a quello della carriola la fase di transizione e il successivo potere di creare moneta. Insomma, professor Bagnai, dando per scontata la correttezza e brillantezza tecnica della sua analisi vorrei che lei si fermasse a riflettere sul fatto che ci sta sostanzialmente chiedendo di fidarci di Bersani, di Berlusconi e di Monti (ovvero, ma è lo stesso, dei loro epigoni).
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Su Le otto tesi sugli intellettuali di Luperini
Ennio Abate
«Se ha perduto ogni mandato sociale e la propria tradizionale centralità, se non può più svolgere la funzione ideologica di mediazione, può trovare proprio nelle contraddizioni che sperimenta, nella propria marginalità e precarietà, una condizione rappresentativa delle altre marginalità presenti sulla scena mondiale. Il passaggio da legislatore a interprete può esaltare insomma il ruolo dei lavoratori della conoscenza come specialisti della liminarità, e cioè del passaggio dei confini, della traduzione, del dialogo, della pluridisciplinarità, della conoscenza critica della differenza. Traduttori, insegnanti, magistrati, la massa degli addetti al mondo della comunicazione, centinaia di migliaia di neodiplomati e neolaureati stanno diventando figure di soglia. Cominciano a sciogliersi da una situazione di sapere-potere legata esclusivamente alla storia dell’Occidente, al suo “centro” ideale e materiale, ad avvicinarsi alla periferia, a essere periferia» (Luperini).Mi pare questo il passo centrale delle tesi di Luperini. Nelle quali sento tanta lucida amarezza e una irriducibile speranza: che sia ancora possibile una consegna del testimone dagli intellettuali tradizionali (critici, come lui e non so quanti altri, ma non troppi oggi…) agli intellettuali “nuovi”, che neppure più sembrano tali.
Di esse vorrei toccare due punti:
1. La quasi investitura che egli fa dei lavoratori della conoscenza a «specialisti della liminarità, e cioè del passaggio dei confini, della tradizione, del dialogo, della pluridisciplinarità, della conoscenza critica della differenza».
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La moneta del comune
Summer school
di Christian Marazzi
A me sta il compito di tentare di inquadrare la situazione così come si è venuta a determinare recentemente fino alle ultime decisioni prese dalla BCE. Quando si seguono le vicende monetarie e finanziarie si viene travolti dal divenire della situazione e molto spesso non si riesce a riflettere oltre queste stesse questioni finanziarie. La colonizzazione finanziaria della mente è qualcosa di reale, ma credo che almeno su tre cose sia importante soffermarsi:
- la prima questione è come si è arrivati a queste ultime misure prese dalla BCE in questi giorni e con gli effetti euforici che hanno provocato sui mercati;
- la seconda ha a che fare con il rompicapo della moneta unica. Come ci posizioniamo noi di fronte al dilemma relativo alla sopravvivenza dell’Unione Monetaria Europea?;
- il terzo punto credo che sia un inizio di riflessione su questa categoria che abbiamo buttato lì, ma che mi sembra potenzialmente interessante per lo meno sotto un profilo politico, la moneta del Comune.
Come si è arrivati a queste misure in sede BCE, prese quasi all’unanimità ma con l’opposizione della Bundesbank, di intervenire in modo illimitato sul mercato secondario dei titoli pubblici al massimo a tre anni, con una serie di misure collaterali. Questa decisione era già circolata tra la fine del mese di Luglio e il 2 di Agosto, al vertice di Bruxelles. Per arrivare a questo compromesso all’interno del Board della BCE, era stato necessario, per lo meno per Draghi, cedere sulla questione delle condizionalità aggiuntive da accompagnare a qualsiasi forma di aiuto ai Paesi che ne hanno bisogno, l’Italia e la Spagna.
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