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Hyman Minsky e la Crisi
di Alessandro Roncaglia
L’argomento del convegno, il pensiero di Hyman Minsky e gli insegnamenti che ne possiamo trarre per la crisi attuale, è in forte corrispondenza con gli obiettivi dell'associazione Economia civile, che ha organizzato questo incontro. I nostri riferimenti culturali indicano infatti chiaramente che per economia civile non intendiamo il settore non profit considerato come un terzo settore dell’economia in opposizione a Stato e mercato, come fa una vasta letteratura cattolica, ma una concezione dell’economia e della società tutta, che pur all’interno di un’economia sostanzialmente di mercato (per quanto coesistente con un ruolo rilevante del settore pubblico) pone a obiettivo centrale lo sviluppo civile della società nel suo complesso, tramite un insieme di regole e interventi pubblici ma anche tramite lo sviluppo e la difesa di una cultura civica, che nel nostro paese è ancora troppo poco diffusa. Credo di poter dire che Hyman sarebbe stato d’accordo con questa impostazione. Ad essa infatti ha fornito un importante contributo scientifico analizzando il modo di funzionare dell’economia capitalistica e mettendone in luce l’intrinseca instabilità e la propensione a cadere ripetutamente in situazioni di crisi. In questo modo Hyman poteva indicare a quali politiche ricorrere per rendere meno fragile l’economia e per sostenere l’occupazione, che costituiva per lui un obiettivo centrale. Anzi, proprio alla piena occupazione erano dirette le sue proposte di considerare il governo come datore di lavoro di ultima istanza, che affiancasse il ruolo comunemente attribuito alla banca centrale di prestatore di ultima istanza.
Provo a sintetizzare in tre punti il contributo di Hyman: incertezza, fragilità finanziaria, money manager capitalism.
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Il fiscal compact cancella la sinistra
di Alfonso Gianni
Desta enorme stupore la clamorosa rimozione del tema del fiscal compact, e delle conseguenze che ne derivano in termini di politica economica, dal dibattito sulle future scelte elettorali della sinistra italiana. Naturalmente se ne parla in convegni economici, da ultimo quello di Sbilanciamoci. Ma quando entrano in scena gli attori politici scende il silenzio.
Non credo si tratti solo del tradizionale provincialismo che affligge la politica nel nostro paese, per cui tutti si dichiarano europeisti e poi se ne scordano quando le elezioni si avvicinano. Né che siamo soltanto di fronte alla deleteria separazione della cultura economica dalla politica che è all’origine della tecnicizzazione della prima e dello svuotamento della seconda. Qui c’è qualcosa in più e di più grave.
Vi è l’introiezione più o meno confusamente consapevole, ma fortemente condizionante, che in fondo non c’è null’altro da fare; che i vincoli posti dalle elites economico finanziarie europee sono ineludibili, almeno nei tempi programmabili; che la reazione dei mercati al solo annuncio di deviare da questi sarebbe mortale; che dunque, nel migliore dei casi, si tratterebbe di ritagliarsi un piccolo spazio di manovra al loro interno. Il tutto connesso con la speranza o di aggiustare qualcosa, all’italiana, mettendosi d’accordo con la Commissione europea, fingendo di dimenticare la sua composizione, i suoi precedenti e soprattutto il fatto che il mancato rispetto delle norme di rientro dal deficit e dal debito prevedono nel nuovo trattato immediate sanzioni automatiche.
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Tra postoperaismo e neoanarchia
di Carlo Formenti
La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi? Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo. Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi. Prima, proverò a evidenziare gli elementi di convergenza fra gli anarchici e le altre componenti antagoniste, concentrando l’attenzione su quattro aree tematiche: critica delle tradizionali forme organizzative dei movimenti anticapitalistici; ruolo dell’immaginazione nel processo rivoluzionario; transizione alla società postcapitalista; uso della violenza per la realizzazione degli obiettivi rivoluzionari. Poi tenterò, al contrario, di evidenziare le differenze fra anarchici e postoperaisti che, a mio parere, consistono soprattutto nel ruolo strategico che il concetto di composizione di classe svolge nell’analisi teorica dei secondi. Infine, cercherò di mettere in luce le aporie in cui quest’analisi si è invischiata, e come tali aporie rischino di appiattire il discorso posto-peraista su quello anarchico.
La critica della forma partito, delle sue logiche verticiste, della delega nei confronti di élite politiche professionalizzate, accomuna autonomi e anarchici a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.
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Contro questa scuola
Per gli Stati generali dell’istruzione e della conoscenza
di Girolamo De Michele
0. Non avevamo bisogno del metereologo per sapere che il vento avrebbe continuato a soffiare nella stessa direzione. Da Gelmini, ex astro nascente del PdL, a Profumo tecnico in “quota PD”, come peraltro i sottosegretari Ugolini, quinta colonna storica di CL dentro il sistema istruzione e Rossi Doria, di cui a tutt’oggi si ricorda solo una dichiarazione di principio in favore del sistema di valutazione, nulla è cambiato, se non l’imbarazzo di qualche sindacato che non può pubblicamente parlare di “governo amico”, e preferisce mascherare le proprie vergogne dietro dichiarazioni di facciata e proclami all’acqua di colonia. Il processo di decostituzionalizzazione della scuola procede spedito, nel campo dell’istruzione come ovunque, lungo le linee portanti dello sfruttamento e del controllo biopolitico:
- Imposizione (“dolce” o “dura”, a seconda dei casi) di forme di gerarchizzazione e autoritarismo giustificate da esigenze di “buon funzionamento”. Basti pensare alla riforma-Brunetta della dirigenza del 2009, perfezionata dal contratto dei dirigenti scolastici del 2010, a cui Profumo, col decreto 5/2012 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo), ha oliato gli ingranaggi e stretto qualche allentato bullone. E alla legge 953 di riforma dell’autogoverno della scuola Aprea in via di approvazione bipartisan, a cui è stato pudicamente tolto il nome di Valentina, che cancella la collegialità, declassa il Collegio docenti, rafforza ancor di più le prerogative del dirigente, toglie voce al personale ausiliario (per i bidelli ramazza e bavaglio), e spiana la strada all’ingresso dei privati nel governo della scuola attraverso un Consiglio dell’Autonomia: «La legge 953 è una buona legge. I mattoni delle sue fondamenta sono targati Pd e l’aver portato sulle nostre posizioni la maggioranza della commissione Cultura e Istruzione della Camera, è un risultato di cui va dato merito al nostro gruppo parlamentare», scrive su “l’Unità” del 27 marzo scorso Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria nazionale PD. Se lo dice lei, c’è da crederci…
- Divisione e segmentazione del terreno della produzione cognitiva, attraverso da sempre più marcata divisione tra formazione “liceale” e “professionalizzante” attuata dal riordino dei cicli e rafforzata dalla creazione, d’intesa tra ministero e Finmeccanica, degli Istituti Tecnici Superiori, e forme sempre più invasive di privatizzazione dell’istruzione, dalle scuole materne sino all’istruzione secondaria, con la pervasiva presenza della Compagnia delle Opere (=Comunione e Liberazione) nelle istituzioni dell’istruzione.
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Il mimetismo delle élite
di Luigi Cavallaro
Tra il 1941 e il 1942, il poeta W. H. Auden ritrasse un pensoso Erode esitante dinanzi all'imminente strage degli innocenti. Di animo fondamentalmente tollerante, egli ne farebbe volentieri a meno. Eppure, riflette, se si consente a quel bambino di scamparla, le conseguenze saranno terribili:
«La Ragione sarà sostituita dalla Rivelazione, la conoscenza degenererà in un tumulto di visioni soggettive... La Giustizia, come virtù, sarà scalzata dalla Pietà e svanirà ogni timore di castigo. Ogni furfante dirà: 'A me piace commettere crimini, a Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero organizzato a meraviglia'. Il becero dal cuore d'oro, la prostituta consunta dalla tisi, il bandito affettuoso con sua madre, la ragazza epilettica che comunica con gli animali saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia, mentre il generale, lo statista, il filosofo diverranno lo zimbello di satire e farse».
La composizione di Auden s'intitolava For the Time Being, e non a caso i suoi contemporanei non ne afferrarono il significato: si trattava in effetti di una lungimirante anticipazione dell'Italia dell'ultimo ventennio. Un Paese ossessionato dalle terapie e privo di fiducia nella politica istituzionale; insofferente verso ogni forma d'autorità e preda della superstizione; soprattutto corroso, nel linguaggio politico come in quello comune, dalla falsa pietà e dall'eufemismo. Simile alla Roma tardo-imperiale per l'endemica diffusione della corruzione, per l'inane verbosità dei suoi intellettuali e per l'accentuata propensione a sottomettersi a senili imperatori divinizzati, a loro volta ostaggio di mafiosi e prostitute d'alto bordo. Ma pure diverso da quella per la tendenza a sostituire gli spettacoli gladiatori con guerre ultratecnologiche teletrasmesse, che causano massacri enormi e lasciano immancabilmente intatto il potere delle satrapie mesopotamiche o nordafricane sui loro sudditi.
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Otto tesi sulla condizione degli intellettuali*
di Romano Luperini
1.
Per almeno un ventennio, fra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Novanta, ma anche oltre, la linea dominante della cultura “alta” europea e nordamericana ha proposto un’idea del rapporto col mondo e una figura d’intellettuale che hanno rappresentato il lusso e il privilegio dell’Occidente. La messa sotto accusa del logocentrismo e del realismo, il rifiuto della datità materiale del mondo, la sostituzione di quest’ultima col primato del linguaggio, della intertestualità e della interpretazione avevano avuto buon gioco in una società sempre più segnata dalla produzione di beni immateriali, dalla rivoluzione informatica, dalla centralità anche economica della comunicazione e dell’informazione che sembrava bandire l’esperienza concreta e sostituirla con il trionfo dell’immagine e della virtualità. A metà del ventennio considerato la caduta del muro di Berlino e del sistema sovietico diffuse l’illusione di una fine della storia e delle contraddizioni facendo sognare la possibilità di un nuovo Rinascimento e addirittura della nascita di un “uomo nuovo”, allora profetizzato da alcuni teorici del cosiddetto “pensiero debole”. La linea dominante della cultura ha espresso in questo periodo il punto di vista di una civiltà padrona che intendeva la globalizzazione esclusivamente come esportazione di se stessa e che poteva perciò ignorare o rimuovere le guerre locali, la crescita della fame e del sottosviluppo, la ripresa dei fondamentalismi. È stata l’epoca del narcinismo (narcisismo + cinismo) e dell’individualismo rampante (d’altronde rappresentato e direttamente espresso nel nostro paese da ben due capi di governo, prima Craxi, poi Berlusconi).
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La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo
di Carlo Vercellone
Lo scopo di quest’articolo è di caratterizzare, nel quadro teorico post-operaista, il senso logico e storico della marxiana legge del valore, nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo. In questa prospettiva, l’analisi si svilupperà in tre stadi. Nel primo si proporrà di precisare cosa bisogna intendere per legge del valore/tempo di lavoro e in cosa consiste la sua articolazione alla legge del plusvalore di cui è una variabile dipendente e storicamente determinata. In riferimento a questa articolazione utilizzeremo la nozione di legge del valore/plusvalore. Nel secondo e nel terzo stadio, l’attenzione sarà focalizzata sulle principali dinamiche che spiegano la forza progressiva della legge del valore/plusvalore nel capitalismo industriale, quindi la sua crisi nel capitalismo cognitivo.
1. Due principali concezioni della legge del valore-lavoro
Nella tradizione marxista coabitano, come rileva Negri (1992), due concezioni della teoria del valore. La prima insiste sul problema quantitativo della determinazione della grandezza del valore. Essa considera il tempo di lavoro come il criterio di misura del valore delle merci. E’ quella che chiamiamo la teoria del valore tempo di lavoro. Questa concezione è ben definita, per esempio, da Paul Sweezy, quando afferma che in una società mercantile-capitalistica “il lavoro astratto è astratto soltanto nel senso, dichiarato nettamente, che sono ignorate tutte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro. In definitiva, l’espressione lavoro astratto, come risulta chiaramente dallo stesso uso che ne fa Marx, equivale a lavoro in generale; è ciò che è comune a ogni attività produttiva umana” (Sweezy, 1970, p. 35).
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Populismo
di Rodolfo Ricci
Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.
Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente de L’Unità.
Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.
Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .
Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ?
E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.
*****
Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia.
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Trent'anni di sviluppo, e molti di crisi
Mario Cedrini
Non si trattava di una lettura da ombrellone, d'accordo. Ma l'estate critica che abbiamo appena vissuto, segnata appunto dalla crisi economica e da tristi presagi per l'autunno – nonostante le rassicurazioni montiane – forniva più di una ragione per rinunciare alla spensieratezza dei romanzi. Di qui la scelta d'inserire in lista – la lista dei partenti, e cioè dei libri che avrebbero accompagnato il viaggio verso l'ombrellone – un piccolo saggio, di economia, e in particolare di economia dello sviluppo, a cura poi di un'organizzazione di cooperazione internazionale, e per giunta in lingua inglese. Al peggio non v'è mai fine?
Non esageriamo. Si tratta di un volumetto della serie Trade and Development Reports dell'Unctad, una delle poche agenzie specializzate delle Nazioni Unite degne di resistere al logorio del tempo storico: la United Nations Conference on Trade and Development nasceva nel lontano 1964 (con il meeting di Ginevra, e il grande economista argentino Raul Prebisch come primo segretario generale) con l'intento di affrontare quei problemi che l'ordine politico-economico internazionale scaturito dalla seconda guerra mondiale lasciava di fatto irrisolti, incapaci com'erano d'imporsi nel gioco degli interessi contrapposti della guerra fredda.
I problemi dello sviluppo, appunto, quelli di paesi che presentavano ritardi storici strutturali, in un contesto che obiettivamente li sfavoriva (premiando i manufatti del centro industriale del sistema-mondo e aggravando la situazione dei paesi esportatori di commodities). I problemi, in particolare, di quelle nazioni che pochi anni prima, nel 1955 (alla conferenza di Bandung), avevano dato vita alla più grande organizzazione internazionale dopo l'Assemblea generale dell'Onu, quella dei paesi non allineati.
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Ideologia e memoria collettiva
di Elisabetta Teghil
Tutto ciò che è ideologico possiede significato. In altre parole, è un segno. Senza segni non c’è ideologia.
Esiste un mondo particolare, il mondo dei segni.
Il campo dell’ideologia coincide con il campo dei segni. Essi si equivalgono. Ovunque sia presente un segno è presente anche l’ideologia.
Tutto ciò che è ideologico possiede un valore semantico.
Ogni segno ideologico non è, solamente un riflesso, un’ombra della realtà, ma è, anche, un segmento materiale di questa realtà.
Un segno è un fenomeno del mondo esterno.
La coscienza individuale è alimentata dai segni, trae il suo sviluppo da essi, riflette le loro leggi e la loro logica.
La coscienza è logica della comunicazione ideologica, dell’interazione segnica di un gruppo sociale.
La coscienza individuale è un fatto socio-ideologico.
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Il governo liberale del mondo: “progredite” o vi uccidiamo
di John Pilger
Qual è il più potente e violento “-ismo” del mondo? La domanda evocherà i soliti demoni, quali l’islamismo, ora che il comunismo ha lasciato le scene.
La risposta, scrisse Harold Pinter, è solo “superficialmente annotata, per non parlare della sua documentazione, per non parlare del suo riconoscimento,” perché una sola ideologia pretende di essere non-ideologica, né di destra né di sinistra, la via suprema. E’ il liberalismo.
Nel suo saggio del 1859, Sulla libertà, cui rendono omaggio i liberali moderni, John Stuart Mills descrisse il potere dell’impero. “Il dispotismo è una forma di governo legittima nel trattare con i barbari”, scrisse, “a condizione che il fine sia il loro progresso e i mezzi siano giustificati dall’effettivo conseguimento di tale fine.” I “barbari” erano vasti segmenti dell’umanità dai quali era richiesta “implicita obbedienza”.
Anche il liberale francese Alexis de Tocqueville riteneva la conquista sanguinaria di altri “un trionfo della cristianità e della civilizzazione” che era “chiaramente preordinato agli occhi della Provvidenza.”
“E’ un mito piacevole e comodo che i liberali siano pacificatori e i conservatori siano guerrafondai”, ha scritto nel 2001 lo storico Hywell Williams, “ma l’imperialismo di tipo liberale può essere più pericoloso a causa della sua natura indeterminata, della sua convinzione di rappresentare una forma superiore di vita [negando contemporaneamente il proprio] fanatismo ipocrita.”
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Recensione a "Il lavoro autonomo nella crisi italiana"
di Sergio Bologna
Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci, Studi e Ricerche, Il Mulino, Bologna, 2012
Finalmente la sociologia accademica ha compiuto uno sforzo serio per mettere a fuoco, dare una dimensione e capire il valore del lavoro autonomo in Italia. Questo volume è il quarto di una serie destinata a rendere pubblici i risultati di un ambizioso progetto di ricerca sui ceti medi del Consiglio italiano per le Scienze Sociali, coordinato da Arnaldo Bagnasco e finanziato in parte dalla Compagnia di San Paolo. Il progetto è partito nel 2004 e finora i volumi pubblicati sono Ceto medio. Perché e come occuparsene, uscito nel 2008 e curato dallo stesso Bagnasco, Restare di ceto medio, a cura di N. Negri e M. Filandri, uscito nel 2010, La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica, a cura di R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo, L. Storti, pubblicato nel 2011, tutti presso Il Mulino, e finalmente questo sulle partite Iva1.
Diciamo subito che uno dei meriti ma al tempo stesso dei limiti di questo lavoro sta proprio nel fatto che gli autori intendono arrivare a definire una componente del ceto medio - questo è lo scopo finale della ricerca – e pertanto analizzano il lavoro autonomo in quanto appartenente a questo ceto. Se lo scopo finale fosse stato quello di mettere a fuoco il lavoro autonomo in quanto tale probabilmente avrebbero dovuto approfondire molto di più l’aspetto soggettivo, la specificità “antropologica” del lavoro indipendente. Ma di questo si dirà in seguito. Qui importa rilevare che questo impianto di fondo ha consentito di scoperchiare un lato oscuro di cui il lavoro autonomo ha sempre sofferto e che ne ha fortemente limitato il riconoscimento sia sul piano sociale che sul piano istituzionale.
Il pregiudizio nei confronti del lavoro autonomo
“Il ceto medio non si dà in natura” è uno degli slogan di questa ricerca. Il ceto medio è il risultato di una costruzione mentale, di un’immagine che viene confezionata da diversi soggetti, è una rappresentazione che il ceto medio ama dare di se medesimo, di un’ideologia di status. Lo stesso vale per il lavoro indipendente, è una realtà ma al tempo stesso una rappresentazione della realtà, che vive di vita propria.
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Pauperismo e crisi
Alberto De Nicola
Ogni crisi economica, qualora assuma dimensioni e profondità sistemiche, si presenta sempre come una crisi che interessa la razionalità di governo. Si è detto e ripetuto più volte che i governi stanno, quasi per paradosso, applicando ricette neoliberiste per far fronte alla stessa crisi del neoliberismo. Dietro questa apparente tautologia, questa accanita e forsennata insistenza, tuttavia, si nasconde un’incrinatura, una rottura, che riguarda direttamente il progetto neoliberale, i suoi modi di presentarsi come discorso egemonico e la sua forza di penetrare nel tessuto sociale, per ordinarlo. Per afferrare questo punto conviene fare un passo indietro e chiedersi quale fosse, se è mai esistita, un’utopia propria del neoliberalismo.
Utopia neoliberale
Karl Polanyi, a cui il titolo di questo testo si richiama scherzosamente, ha sostenuto che l’utopia del primo liberalismo economico si era presentata nell’idea dell’autoregolazione del mercato. La generalizzazione di questo principio organizzativo all’intera vita sociale, ha comportato effetti distruttivi tali da innescare una crisi di governo senza precedenti.
C’è da chiedersi quale sia stata, invece, l’utopia incarnata dentro il discorso neoliberale a partire dalla metà degli anni Settanta. Come ci ha mostrato Foucault, lo spostamento di asse dal principio regolatore dello scambio a quello della concorrenza, ha mutato radicalmente la grammatica della governamentalità liberale.
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Inflazione, svalutazione e quota salari
di Alberto Bagnai
Parliamo di cose serie.
Nel dibattito che si sta (forse) svolgendo a sinistra circa l'opportunità di uscire dall'euro, un argomento che viene portato avanti è quello secondo il quale dall'euro ci sarebbero due uscite: una a destra, e una a sinistra. Il che attribuisce all'euro un vantaggio, rispetto ad altri posti dai quali si usciva in un modo solo.
Ho un po' polemizzato su questo con Emiliano Brancaccio, anche perché, come avrete capito, mi ero risentito (ma ingiustamente) per un suo articolo nel quale pareva che dividesse gli economisti italiani in tre categorie: da una parte lui, e dall'altra due categorie di fessi: quelli che "fuori dall'euro c'è la guerra" e quelli che "usciamo e tutto si risolve per magia". D'altra parte, che ho un carattere di merda non riesco a nasconderlo. Nel frattempo abbiamo raggiunto un accordo sul fatto che la tassonomia degli economisti italiani è un po' più articolata, e possiamo tornare serenamente al lavoro.
Come credo sappiate, personalmente non ho mai sostenuto né che l'uscita sarà una passeggiata, né che risolverà tutti i problemi. L'uscita sarà costosa, ma i costi non saranno quelli che il terrorismo mediatico suggerisce. L'uscita non risolverà tutti i problemi, perché bisognerà gestire bene la sovranità riacquistata. Su questo ultimo punto il blog abbonda di spunti che sto sistematizzando nel mio libro. Diciamo che praticamente tutto quello che la sinistra propone per tenere in vita l'euro va bene, purché lo si applichi dopo l'uscita dall'euro. Ma di questo parliamo un'altra volta.
Tornando alle due uscite, io trovo il dibattito relativamente poco rilevante per due motivi. Il primo è che purtroppo questo dibattito si è già svolto, in Francia, con le critiche di Jacques Sapir al piano di Marine Le Pen. Sono critiche che hanno più che altro portato fortuna alla Le Pen, come sapete. Il secondo motivo, più serio, è che certo, bisogna pensare al dopo.
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Debunking Mani Pulite. By “La Stampa”
di Piotr (Пётр)
1. Su La Stampa.it nei giorni scorsi è apparsa una sorta di stranissima inchiesta a puntate sulla stagione di Mani Pulite:
- un’intervista all’ex ministro socialista Rino Formica (31 agosto), intitolata “Usa, che errore puntare tutto su Berlusconi, Fini e D’Alema”;
- un’intervista all’ex ministro socialista Gianni De Michelis (1 settembre), dal titolo “La Seconda Repubblica figlia di diplomatici e Fbi”;
- un’intervista all’ex ministro democristiano Cirino Pomicino (2 settembre), dal titolo “Ho sempre pensato che Tangentopoli fosse pilotata dalla Cia”.
Tutti potentissimi politici dell’ancien régime travolti dalla famosa inchiesta giudiziaria iniziata nel 1992.
Interviste rilasciate ai giornalisti della Stampa a seguito di quella in qualche misura clamorosa rilasciata prima di morire dall’ex ambasciatore americano in Italia Reginald Bartholomew alla medesima testata, intitolata: “Così intervenni per spezzare il legame tra Usa e Mani pulite”.
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Logistica e circolazione delle merci
Linee tendenziali di sviluppo strategico del capitalismo italiano
CSA Vittoria (Milano)
Per uscire dalla crisi che ha colpito il sistema di produzione capitalista negli anni '70 e per il conseguente rilancio di un nuovo ciclo di valorizzazione (e di accumulazione dei profitti), diverse e articolate sono state le misure adottate dal capitale che si sono, in estrema sintesi, mosse lungo due direttrici di massima: in primis, l'esternalizzazione e lo snellimento della produzione nonché l'implementazione del ricorso agli strumenti offerti dalla finanza e, poi, la deregolamentazione del mercato del lavoro (e la conseguente precarizzazione dei rapporti di lavoro) e la compressione dei salari.
Da un lato, infatti, pur mantenendo e conservando una forma fortemente centralizzata del comando negli stati a capitalismo avanzato, si sono sfruttate e create intere filiere transnazionali alla costante ricerca di luoghi ove produrre a costi inferiori (e con maggiori profitti) rispetto a quelli di origine, in virtù soprattutto dello sfruttamento di amplissimi bacini di forza lavoro senza diritto alcuno, né sindacalizzazione e con salari miserevoli (nonché di un esercito di riserva potenzialmente illimitato).
Riduzione dei costi del lavoro e snellimento della produzione (con esternalizzazione degli ulteriori “costi di gestione” della forza lavoro) perseguiti, in un contesto di ricerca continua di flessibilità, anche riducendo le dimensioni delle imprese non delocalizzatesi in altri territori attraverso appalti e sub-appalti o cessioni di interi rami.
Ciò con l'ulteriore obiettivo politico, di non secondaria importanza, di riuscire a disgregare e indebolire la classe operaia (e l'ampio movimento rivoluzionario che ha espresso) che, nel centro capitalista sempre in quegli anni (e soprattutto in Italia), aveva posto all'ordine del giorno l'alternativa sistemica conquistando nel contempo diritti e condizioni salariali fino ad allora impensabili, rappresentandosi quale vera e propria variabile indipendente rispetto alla produzione (e quindi all'antagonista di classe).
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Lo spread che vale una legislatura
Carlo Clericetti
Uno dei più persistenti dibattiti sui vari aspetti della crisi è quello che verte sul fatto che l’Italia sia costretta o no a chiedere l’intervento del Fondo salva-Stati per ridurre il costo del debito. E’ ormai universalmente accettato – visto che l’hanno affermato anche istituzioni internazionali oltre che politici ed economisti italiani e stranieri – che questo costo, assai più elevato per i paesi del sud Europa rispetto a quelli del centro-nord, dipenda per una parte rilevante non dalla sfiducia nella capacità dei vari Stati di ripagare i debiti, ma dall’ipotesi non del tutto improbabile di una rottura dell’euro. Se si tornasse alle monete nazionali quelle del sud subirebbero una svalutazione e le altre una rivalutazione, generando rispettivamente perdite o guadagni per i possessori dei titoli denominati nelle nuove valute. I rendimenti elevati richiesti alle monete del sud incorporano dunque il rischio di quelle perdite, mentre la possibilità di un extra-guadagno fa sì che gli investitori nelle monete del nord si accontentino di rendimenti bassissimi o addirittura negativi.
Il problema più grave non è comunque la maggiore spesa per il servizio del debito, ma il fatto che anche i tassi sui prestiti all’economia seguano l’andamento di quelli sui titoli pubblici, rendendo ancora più difficile alle imprese di questi paesi la competizione sui mercati. Così queste imprese subiscono un doppio strangolamento: quello della recessione indotta dalle misure di austerità, ulteriormente inasprite per i maggiori costi del debito; e quello di un costo del denaro doppio o triplo rispetto ai concorrenti esteri.
Una banca centrale veramente indipendente dalla politica avrebbe dovuto intervenire già da tempo per porre riparo a queste disastrose distorsioni.
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Replica a Randall Wray
di Sergio Cesaratto
Ecco tradotto in italiano l'intervento di Sergio Cesaratto in risposta a Randall Wray nel dibattito MMT/eterodossi, dove viene affrontato il punto se la piena sovranità monetaria sia condizione sufficiente per evitare le crisi di bilancia dei pagamenti.
"Il fatto che i singoli paesi non hanno più le loro valute e le banche centrali metteranno nuovi vincoli alla loro capacità di attuare politiche fiscali indipendenti. ... Ma ancora più inquietante è l'idea che con una moneta comune 'il problema della bilancia dei pagamenti' venga eliminato e, pertanto, che i singoli paesi siano sollevati dalla necessità di pagare le loro importazioni con le esportazioni. Al contrario: l'esistenza di una moneta comune rende un paese più direttamente dipendente dalla sua capacità di esportare, più di quanto non lo fosse prima ... ". Godley 1991
Ci sono due aspetti del dibattito che ha avuto luogo nelle ultime settimane (qui, qui, qui, e qui). Il primo riguarda principalmente il mio primo post e concerne la questione se la sovranità monetaria sia una condizione necessaria e sufficiente per qualsiasi paese per perseguire politiche di sviluppo e di piena occupazione; il secondo riguarda la crisi dell'Eurozona (EZ) che è stata oggetto del mio secondo post. Wray si concentra principalmente sul secondo tema, e io farò lo stesso. Nella parte 1 della mia risposta, però, mi soffermo brevemente sul primo aspetto che è in ogni caso preliminare e che comunque ci porterà a toccare i problemi dell'EZ. Le due questioni di cui ci occupiamo nella parte 1 saranno, rispettivamente, le seguenti: le preoccupazioni sulla bilancia dei pagamenti (BdP) sono irrilevanti per i paesi dotati di piena sovranità monetaria? Una unione monetaria può soffrire di problemi interni di bilancia dei pagamenti? La parte 2 sarà quindi dedicata alle spiegazioni di Wray della crisi dell'EZ.
Parte prima
1. Born in the USA
L'argomento principale del mio primo post era che la sovranità monetaria, anche se è una condizione necessaria per lo sviluppo e le politiche di piena occupazione, non è la bacchetta magica che può risolvere il vincolo estero a quelle politiche.
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C’è molto altro oltre il mainstream
Alessio Mazzucco intervista Stefano Lucarelli
Prima Monti, poi la Fornero e Passera, si sono detti ottimisti sull’uscita prossima dalla crisi. Valori economici quali disoccupazione e produzione industriale paiono smentirli: qual è la sua opinione sulle loro dichiarazioni?
La mia prima reazione è stata di incredulità: gli ultimi dati ISTAT (Giugno 2012) infatti indicano che il numero dei disoccupati (2.792 mila) è cresciuto del 2,7% rispetto a Maggio e, soprattutto, registrano una crescita su base annua del 37,5% (761 mila unità). Gli indici ISTAT della produzione industriale corretti per gli effetti di calendario registrano, a Giugno 2012, variazioni tendenziali negative in tutti i comparti. La diminuzione più marcata riguarda il raggruppamento dei beni intermedi (-10,2%), ma cali significativi si registrano anche per i beni di consumo (-8,0%) e per i beni strumentali (-7,5%). Le diminuzioni più ampie si registrano per i settori delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-14,6%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-13,1%) e della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi (-12,9%). Nella media dei primi sei mesi dell’anno la produzione è diminuita del 7,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi non sembrano esserci ragioni per essere ottimisti.
Giochiamo pure a fare l’avvocato del diavolo e ammettiamo che, nonostante il crollo innegabile della produzione industriale, gli investimenti privati in Italia potrebbero aumentare se l’incremento della disoccupazione si traducesse in un contenimento dei costi del lavoro e questi contribuissero a sostenere le esportazioni. Gli ultimi dati sul commercio estero rilevano in effetti un saldo commerciale positivo pari a 2,5 miliardi, con avanzi sia per i paesi extra Ue (+1,5 miliardi) sia per quelli Ue (+1,0 miliardi).
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La svendita del nostro patrimonio
di Piero Bevilacqua
E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un giuristadell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>> da conservare anche per le future generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
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La famiglia italiana o della messa a morte dell’individuo
By Rino Genovese
La famiglia in Italia non è un semplice sottosistema all’interno del più ampio sistema della società, secondo una definizione tipica della teoria sociologica. E neppure un istituto da studiare nei termini della celebre triade hegeliana famiglia-società civile-Stato. È molto di più: è il cuore stesso di quella che può essere detta l’ideologia italiana.
Che cosa s’intende per “ideologia”? Ci sono significati del termine differenti tra loro, e qui sarebbe impossibile prenderli in esame. L’uso che ne propongo è comunque circoscritto. Ideologia sono le abitudini e i costumi più o meno tradizionali in quanto vissuti emotivamente dall’interno, così da permeare la vita sociale degli individui. Se il concetto di cultura, nel suo senso antropologico, descrive le usanze e i costumi mediante uno sguardo dall’esterno, nelle loro differenze o analogie rispetto a quelli di altre culture, l’ideologia considera queste usanze e questi costumi come un orizzonte intrascendibile, avvertito in quanto tale dagli individui stessi: un insieme di credenze per lo più tacite, scontate, mai messe in questione, che fanno da sfondo alla loro identità.
In Italia l’orizzonte intrascendibile è dato dalla famiglia. Negli altri Paesi europei ci si trova di fronte a una molteplicità di elementi riconducibili, in fin dei conti, all’individualismo occidentale moderno, spesso di matrice protestante, capace di staccare il singolo dai vincoli della parentela per proiettarlo nella società.
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Il debutto in società
di Elisabetta Teghil
La Jugoslavia, quando è stata aggredita, non aveva un ruolo strategicamente importante né con riferimento ai criteri del passato, cioè vantaggi militari, accesso al mare o ad un fiume navigabile, stretti, canali, alture……né a quelli odierni, cioè controllo di particolari ricchezze , petrolio, gas, carbone, ferro, acqua….
Per gli Stati Uniti, il Kosovo, che è stato il pretesto/occasione, non presentava e non presenta un interesse strategico nel senso passato e presente del termine.
Allora perché?
Per tre buoni motivi.
Il primo è la nuova legittimazione della Nato. Quest’ultima, concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere.L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, e lo ha applicato alla nuora, la Jugoslavia, perché suocera intenda e cioè l’Europa, perché gli USA vogliono conservare ed accentuare la loro egemonia nel vecchio continente e non c’è spazio per un’organizzazione militare specifica dell’Europa occidentale.
Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell'Est europeo.
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Il manifesto politico di Mario Draghi (e i suoi limiti)
di Vladimiro Giacchè
È un segno dei tempi che sia un banchiere, anzi IL banchiere europeo per eccellenza, Mario Draghi, a proporre all’opinione pubblica europea il più importante manifesto politico di questi mesi. Perché l’articolo del presidente della BCE pubblicato sul settimanale tedesco “Die Zeit” (con un titolo cretino che la dice lunga sulle ossessioni monomaniacali dell’establishment di quel paese: “Così l’euro resta stabile!”) è un vero e proprio manifesto politico.
Certo, tutti i commentatori sono andati a cercare, in fondo al testo di Draghi, le parole sulla BCE e su quello che intende fare per evitare l’implosione dell’area valutaria. E non sono stati delusi. Draghi infatti afferma, a beneficio dei lettori tedeschi, che la BCE “farà quanto necessario per garantire la stabilità dei prezzi. Resterà indipendente. E opererà sempre nell’ambito del proprio mandato”. Ma aggiunge, a beneficio dei lettori di quasi tutti gli altri paesi europei, che “la fedeltà al proprio mandato può richiedere di andare oltre le consuete misure di politica monetaria”.
Questo avviene quando “nei mercati dei capitali predominano paura e irrazionalità, quando il mercato finanziario comune torna a suddividersi lungo le linee tracciate dai confini nazionali”: ossia quando, come sta accadendo in questi mesi, il mercato europeo dei capitali si balcanizza, con gli stati finanziariamente più solidi che riportano i soldi a casa e diventano rifugio di capitali in fuga dagli altri.
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Beneficio di inventario
Ezio Partesana
A diciotto anni dalla morte di Fortini, in una grande libreria del centro di Milano nessun suo testo è disponibile, eccezion fatta per i due volumi della manifestolibri e anche questi, mi informa cortese il commesso della Feltrinelli, sarebbero comunque da ordinare. Esco e sento una voce che conoscevo bene chiedere: Beh, Partesana, che cosa si aspettava?
È vero, se i titoli di Fortini mancano dagli scaffali delle librerie non è per chissà quale complotto contro la sua opera o censura delle sue idee, ma semplicemente perché non vendono; fategli avere i lettori di Pasolini, per dire, o di Umberto Eco e vedrete Einaudi e Garzanti affrettarsi a ristampare quanto hanno in catalogo e i distributori prenotare copie da consegnare alle librerie.
Meritano quindi il giusto riconoscimento quanti ancora insistono a conservare la sua eredità e a riflettere sul suo lavoro, siano essi il Centro studi che porta il suo nome o i poeti che scrivono (e assai bene) tenendolo per interlocutore e maestro. Purtroppo io non ho alcuna competenza per discutere di questi sforzi, e posso solo essere contento che non tutto sia andato disperso, lasciando a altri il lavoro faticoso della verifica e della critica. Esiste però nell'opera di Fortini anche un ordine di discorso, che potremmo per brevità chiamare “filosofico”, intorno al quale il silenzio è un po' cupo e le mie conoscenze meno lacunose, e che meriterebbe invece di essere oggetto di una discussione il più possibile collettiva e politica. Si tratta, dico, del rapporto tra produzione, opera letteraria e ideologia; “questione di frontiera” sì, ma anche luogo dove si intrecciano alcuni concetti cardine del pensiero di Fortini e buon osservatorio per comprendere cosa ne è stato di alcune sue tesi.
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L'antifascista
di nique la police
Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.
In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd. Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.
L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo).
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