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L’attacco con i droni al Cremlino è stato veramente una “false flag” russa?
di Paolo Cornetti
I fatti
Mosca, mercoledì 3 maggio, ore 02:27 (locali) del mattino.
La Piazza Rossa è già completamente imbandita a festa in vista delle celebrazioni della Giornata della Vittoria (День Победы – Den’ Pobedy), anniversario della resa incondizionata delle forze naziste.
Gli spalti pronti ad ospitare cittadini ed autorità sono già stati montati e spiccano i colori bianco, blu e rosso della Federazione Russa. Anche il mausoleo che ospita la salma di Lenin è stato coperto da imponenti strutture dalle quali risalta la data del 9 maggio.
Nel silenzio del cielo notturno di Mosca improvvisamente si sente un rumore, un drone vola in direzione del Cremlino e si schianta contro la cupola del Palazzo del Senato (Сенатский дворец – Senatskiy Dvorets) e prende fuoco.
Il Palazzo del Senato, situato nel perimetro interno del Cremlino, è la residenza presidenziale, ma il nome non deve ingannare. Non si tratta né di un luogo adibito ai lavori parlamentari né il luogo dove dorme il presidente Putin (che si trova a Novo-Ogaryovo, nell’ovest della capitale). Il Palazzo del Senato ospita invece tutta l’amministrazione presidenziale, in particolare l’ufficio esecutivo del presidente, posto all’interno della “Sala Ovale”, e stanze per gli incontri di rappresentanza e gli eventi internazionali. L’edificio è situato all’interno di un’area considerata – ovviamente – di estrema sicurezza ed è interdetta al pubblico.
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Fine della corsa...
di "Temps critiques"
Continuità e discontinuità
Come si è detto nei nostri precedenti opuscoli, la lotta contro il decreto pensioni - così come il movimento dei Gilet Gialli, o le lotte contro i cosiddetti «grandi progetti» - rappresenta un imbarazzante ritorno della «questione sociale», e lo fa in un momento in cui i «problemi della società» vengono posti - da parte poteri forti, dai media e da alcuni gruppi di opinione - come se fossero le questioni più urgenti da risolvere. Ma questa riapparizione, oggi sta avvenendo in forme nuove e più varie, e contrariamente a quanto pensano alcuni, queste varie forme di protesta, o movimenti, non costituiscono affatto delle «sequenze» (una parola, che in questo momento sembra essere di moda) in un processo lineare che, da un lato, andrebbe in maniera unilaterale verso un «sempre più»: vale a dire, sempre più sfruttamento e sempre più dominio sugli esseri umani e sulla natura, e verso sempre più repressione (ma anche sempre più «resistenze»); mentre dall'altro andrebbe invece verso un «sempre meno»: sempre meno diritti, sempre meno progresso, sempre meno uguaglianza... A tal punto che – se davvero così fosse - è inevitabile chiedersi cosa mai riesca a far stare in piedi un «sistema» talmente apocalittico. La risposta - per cui si finisce per vedere questa situazione solo come nient'altro che il risultato di un potere che si basa esclusivamente sulla forza delle baionette («lo Stato di polizia») - appare assai povera, politicamente. E di fatto, una simile risposta si riesce a imporre solo se accettiamo il rischio di non tener conto delle situazioni concrete, e di quelle che sono le reali differenze di trattamento da parte delle autorità.
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Marxismo e classe
di Chris Nineham
Parte 1: Perché non vogliono che parliamo di classe
Gli scioperi dell'estate scorsa in Gran Bretagna e l'annuncio da parte di Mick Lynch del RMT (il sindacato dei lavoratori ferroviari, navali e dei trasporti) che «La classe operaia è tornata» devono aver fatto correre un brivido lungo la schiena dell'establishment. Quest'ultimo sperava di aver seppellito definitivamente l'idea di una classe operaia combattiva. Uno dei grandi paradossi degli ultimi quarant'anni è che proprio mentre la società è diventata più diseguale di quanto lo sia stata da un secolo a questa parte, la classe è stata esclusa dal dibattito.
Questo è un risultato per il quale la classe dirigente britannica ha lavorato molto sodo sin dall'inizio del progetto Thatcher. Alfred Sherman, importante consulente dell'allora leader del Tories Margaret Thatcher, tenne una serie di lezioni nel corso degli anni Settanta con l'intento di dimostrare che la classe era «un termine marxista che è privo di significato in qualunque contesto non marxista». La Thatcher fece eco in seguito a queste affermazioni dichiarando che la classe era «un concetto comunista». E Keith Joseph, tra i più intimi confidenti della Thatcher, riteneva che il loro progetto fosse la creazione di una società in cui sarebbe stato possibile affermare «Oggi siamo tutti borghesi».1
Questi temi sono stati ripresi con entusiasmo dall'intero establishment. Nelle università i dipartimenti di studio delle relazioni industriali hanno chiuso i battenti, mentre i business studies sono fioriti. Ormai da molto tempo i giornali hanno licenziato i loro corrispondenti sindacali e si concentrano sulle quotazioni di borsa invece che sulle statistiche sugli scioperi. Ignorando le proprie radici all'interno della classe operaia, ovunque i partiti socialdemocratici hanno abbandonato ogni retorica di classe.
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Storia e democrazia: alcuni nodi cruciali
di Luca Benedini
Spunti vitali per il presente e per il futuro a partire dai complessi rapporti tra antichità comunitaria e patriarcato, tra il democratico “socialismo scientifico” marx-engelsiano e i “marxismi” spessissimo fasulli e autoritari, tra l’attuale società ipercomplessa e lo sguardo di don Milani e del pensiero olistico, con alcune osservazioni di fondo sull’attuale drammatica crisi della “sinistra” e sulle vicende storiche e politico-culturali della filosofia dialettica
I
La tensione storica tra democrazia e società patriarcale
In occasione della traduzione italiana di un’opera di Robert Eisler redatta nell’originale inglese a metà ’900 (Uomo diventa lupo, pubblicata da Adelphi nel 2019), Michelangelo Cianciosi sintetizzava nella rivista Il Senso della Repubblica dell’agosto 2020 una serie di considerazioni storico-antropologiche presentate appunto in quel testo dall’autore austriaco: in particolare, il fatto che sin dalla preistoria umana si trovano ampie ed ineludibili tracce sia di popolazioni pacifiche ed evidentemente ricche di spirito collaborativo sia di popolazioni violente e predatrici. In tal modo – concludeva Cianciosi – «Eisler ci pone in maniera quasi brutale nudi di fronte alla nostra libertà: far parte di una società di competizione spietata e di sopraffazione o costruirne una di rapporti armonici e pacifici è una scelta a portata dell’essere umano, non un destino» [1].
In pratica, quegli apporti di Robert Eisler riformulavano su altri piani osservazioni storiche precedenti come quelle esposte da Lewis Henry Morgan e da Friedrich Engels nella seconda metà dell’Ottocento e, a loro volta, sono stati approfonditi in seguito in varie direzioni soprattutto da autrici come Marija Gimbutas e Riane Eisler e più recentemente da David Reich [2]. Il fulcro della questione sta nel fatto che a partire dalla seconda metà del ’900 si sono moltiplicate le prove archeologiche (e indirettamente paleogenetiche) che indicano in un’ampia parte del continente eurasiatico l’antica presenza – fino solitamente intorno ai 5 millenni fa – di società pacifiche, solidali, non sessiste e non pesantemente classiste.
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Con la Meloni si torna all'euro-austerità
di Leonardo Mazzei
«Altro che sovranismo! Il governo Meloni, già servile verso la politica guerrafondaia degli U.S.A., ubbidisce supinamente anche alle spietate direttive dell’Unione Europea. Con il “nuovo” Patto di Stabilità (leggi austerità) l’Italia entrerà in recessione: più disoccupazione, più precarizzazione, salari sempre più bassi».
Detto in lucchese, “si torna ai santi vecchi”. Vi eravate scordati dell’Europa, o meglio dell’Ue, dei suoi eccitanti numerini e dei suoi simpatici tecnocrati? Tranquilli, sono di nuovo tra noi. Dopo tre anni di purgatorio si torna adesso all’inferno dell’austerità. Alla faccia di quelli che… “stavolta l’Europa ha capito la lezione”. Come no, ci mancherebbe!
A nome della Commissione europea, il nuovo “Patto di stabilità”, versione 2023, è stato presentato nei giorni scorsi dal duo Gentiloni-Dombrovskis, una vera garanzia di cambiamento. Nella loro proposta c’è una certezza ed una minaccia. La certezza è che il volto del mostro eurista non cambia, né ha intenzione di farlo, essendo l’austerità nel suo Dna al pari della sua natura antipopolare. La minaccia è che senza un nuovo accordo entro il 2023, dall’inizio del nuovo anno tornerebbe addirittura in vigore il folle meccanismo del Fiscal compact. Un’ipotesi, quest’ultima, che non dispiacerebbe troppo alla Germania.
A Bruxelles, tuttavia, sono criminali ma non folli. Il Fiscal compact non ha mai funzionato davvero, e non ha funzionato per nulla sulla regola della riduzione di un 5% all’anno della quota di debito eccedente il 60% nel rapporto col Pil.
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Inflazione da profitti o profitti da inflazione?
di Andrea Boitani e Roberto Tamborini
Andrea Boitani e Roberto Tamborini si occupano del rapporto tra inflazione e profitti, distinguendo i casi in cui si realizzano profitti da inflazione da quelli in cui l’inflazione è innescata (anche) da un aumento dei margini di profitto. I due autori sostengono che, quando il caso è quest’ultimo, affidarsi solo alla politica monetaria ha costi troppo elevati in termini di disoccupazione mentre occorrerebbe un accordo generale sulla dinamica dei redditi, accompagnato da incisive politiche pro-concorrenziali e fiscali
L’analisi via via più dettagliata dei dati aggregati, e soprattutto settoriali, relativi all’inflazione post-pandemica – in atto su scala globale dalla seconda metà del 2021 – ha messo in luce una significativa crescita dei margini di profitto. Il fenomeno è presente da tempo nella maggior parte dei paesi avanzati e dei settori produttivi, anche se appare più marcato in alcuni paesi (Stati Uniti e Regno Unito ad esempio) e in alcuni settori (agroalimentare, energetico, costruzioni, ristorazione, turismo). Il grafico tratto da un recente intervento di Fabio Panetta riassume i dati per l’Europa tra il IV trimestre del 2019 e il IV trimestre del 2022. Panetta afferma che “i profitti unitari hanno contribuito per più di metà della pressione inflazionistica interna nell’ultimo trimestre del 2022”, annotando anche che “la resilienza dei profitti cominciò ad essere visibile durante la pandemia, quando vi fu una recessione eccezionalmente profonda con un incremento dei profitti unitari (contrariamente a quanto accaduto nelle recessioni precedenti), mentre il sostegno fiscale assorbiva lo shock economico”.
Come sempre, in presenza dell’andamento congiunto di due variabili, i profitti e l’inflazione, la domanda è se siamo in presenza di un’inflazione da profitti (dove l’aumento dei profitti è una delle concause dell’aumento dei prezzi) o in presenza di profitti da inflazione (l’aumento dei prezzi porta con sé anche un aumento dei profitti). La risoluzione dell’enigma ha, naturalmente, conseguenze importanti, per ragioni distributive, equitative e per l’impostazione di una corretta politica antinflazionistica. Purtroppo, l’enigma è intricato e difficile da risolvere in maniera generale. Qui proviamo a fornire alcuni elementi che possono aiutare a mettere in ordine le idee.
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Il mondo di ChatGPT. La sparizione della realtà
di Giovanna Cracco
Cosa sarà reale nel mondo di ChatGPT? Per i tecnici di OpenAI, GPT-4 produce più false informazioni e manipolazione di GPT-3 ed è un problema comune a tutti gli LLM che saranno integrati nei motori di ricerca e nei browser; ci attendono l’“uomo disincarnato” di McLuhan e la “megamacchina” di Mumford
“Ricevendo continuamente tecnologie ci poniamo nei loro confronti come altrettanti servomeccanismi. È per questo che per poterle usare dobbiamo servire questi oggetti, queste estensioni di noi stessi, come fossero dei.” Marshall McLuhan, Understanding media. The Extensions of Man
Nel giro di breve tempo, la sfera digitale cambierà: l'intelligenza artificiale che abbiamo conosciuto sotto la forma di ChatGPT sta per essere incorporata nei motori di ricerca, nei browser e nei programmi di largo utilizzo come il pacchetto Office di Microsoft. È facile prevedere che, progressivamente, i ‘modelli linguistici di grandi dimensioni' (Large Language Model, LLM) (1) - ciò che tecnicamente sono i chatbot AI - saranno inseriti in tutte le applicazioni digitali.
Se questa tecnologia fosse rimasta circoscritta a utilizzi specifici, l'analisi del suo impatto avrebbe riguardato ambiti particolari, come quello del copyright, o la definizione del concetto di ‘creatività', o le conseguenze occupazionali in un settore del mercato del lavoro ecc.; ma la sua incorporazione nell'intera area digitale investe ciascuno di noi. Quella con i chatbot AI sarà un'interazione uomo- macchina continua. Diventerà un'abitudine quotidiana. Una ‘relazione' quotidiana. Produrrà un cambiamento che avrà ripercussioni sociali e politiche talmente estese, e a un tale livello di profondità, da poterle probabilmente definire antropologiche; andranno a colpire, intrecciandosi e interagendo fra loro, la sfera della disinformazione, quella della fiducia e la dinamica della dipendenza, fino a configurarsi in qualcosa che possiamo chiamare la ‘sparizione della realtà'. Perché gli LLM “inventano fatti”, favoriscono la propaganda, manipolano e traggono in inganno.
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Le quattro fasi dell’era post sovietica
di Fulvio Bellini
Premessa: i tre livelli di lettura de “La fine della storia e l’ultimo uomo”
Nel 1992 venne pubblicato un libro particolare, che immediatamente suscitò un acceso dibattito dividendo il campo tra dichiarati avversari e segreti estimatori: La Fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. Nonostante il successo di pubblico, si trattava di un libro dedicato alla classe dirigente occidentale, ed in particolar modo statunitense, celebrativo della “presunta” vittoria, e spiegheremo perché presunta, del cosiddetto mondo libero sull’Unione sovietica e sul blocco del socialismo reale. Negli anni novanta le élite occidentali furono pervase da un autentico delirio d’onnipotenza che Fukuyama ebbe lo spirito cortigiano ma anche un innegabile coraggio di tradurre in un libro allo scopo d’ammantarlo in una nobile veste tessuta di filosofia della storia. Il politologo statunitense, in nome e per conto delle élite occidentali, annunciava “urbi et orbi” che la Storia universale dell’uomo, non intesa come concatenazione cronologica di avvenimenti, ma come movimento complessivo dell’umanità espresso nel termine tedesco di Weltanschauung, era finalmente giunta al suo epilogo. Questa tesi del libro, ma attenzione non l’unica, si concentrava sull’analisi delle ragioni che avevano determinato le sconfitte in tutto il mondo da un lato del “totalitarismo comunista” e dall’altro dei regimi dittatoriali di destra, disfatte che avevano aperto la via, come se le acque del Mar Rosso si fossero nuovamente aperte di fronte a Mosè, all’affermazione mondiale della democrazia liberale e del suo indissolubile “compagno di strada”: il capitalismo del libero mercato. Sottoposto ad una critica marxiana, nel libro di Fukuyama è possibile scorgere tre livelli di lettura: uno che riguarda la distorta interpretazione filosofica della storia degli anni novanta; uno che attiene più propriamente alla delineazione di una ideologia del mondo Occidentale; ed una che individua involontariamente un nuovo ciclo storico.
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Diario della crisi - Crisi, transizione e accumulazione
Il fantasma di Elisabeth Sutherland
di Giovanni Giovannelli
In questa fase di transizione del capitalismo, che conosce la distruzione del fordismo e la finanziarizzazione dispotica dell'economia come strategia di potere assolutamente consapevole da parte delle classi dominanti, la violenza e la guerra diventano forza produttiva e vettore di produzione di plusvalore e di accumulazione di capitale. In questa ottava puntata del «Diario della crisi» - progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi e El Salto - Gianni Giovannelli riflette su come la povertà, l'espropriazione e la privazione dei diritti diventino vere e proprie leve di valorizzazione, il cui fine ultimo è quello di togliere ogni autonomia e di mettere fuori legge ogni alternativa per le classi lavoratrici e povere dell'Unione Europea e dell'intero pianeta.
Il testo è pubblicato in contemporanea su Effimera e El Salto, tradotto in spagnolo.
Fury, rage madness in a wind
sweet through America
(William Blake, America, X)
Dentro l’attuale transizione ̶ durante il passaggio, cioè, dal vecchio modo di produzione fordista all’attuale struttura economica finanziarizzata ̶ assistiamo, in sequenza, variegata ma continua, all’attuazione di scelte istituzionali e di decisioni imprenditoriali che concretano un progetto di accumulazione originaria, naturalmente aggiornato e contestualizzato, così da poter essere lo strumento con il quale il nuovo assetto capitalistico intende ottenere un dominio pieno e incontrastato, piegando alle proprie esigenze di profitto gli abitanti di ogni territorio.
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Covid-19: i conti cantano
di Luca Busca
Metodologia
Per l’acquisizione dei dati necessari allo studio è stata utilizzata una sola fonte, l’ISTAT, l’unica abilitata a elaborare questo tipo di informazioni. Sono stati acquisiti i numeri relativi ai decessi dall’anno 2017 al 2022 divisi per fasce di età di cinque anni ciascuna, come indicato nella tabella riassuntiva. Per il 2022 l’Istituto Nazionale di Statistica non ha ancora calcolato la suddivisione in fasce di età. Per tutti gli anni è stato riportato il totale dei decessi e la somma della divisione in fasce. Le due cifre non corrispondono ma dietro la discrepanza non si nasconde alcun complotto. La difformità, infatti, riguarda tutti i sei anni presi in considerazione ed è prodotta, probabilmente, da una diversa modalità di rilevamento dei dati.
Sulla base dei numeri raccolti è stata calcolata la media pre-pandemica (anni 2017, 2018 e 2019) sia delle singole fasce di età sia dei due totali e della differenza tra di essi. Per gli anni 2020, 2021 e 2022 è stato calcolato l’eccesso di mortalità per ogni singola fascia di età (escluso il 2022 di cui non ci sono ancora dati sufficienti), quello dei totali sia in numero di decessi sia in percentuale sull’anno precedente. È stato infine inserito il dato relativo alla popolazione residente, sempre da fonte ISTAT, che ha fatto registrare un calo costante in tutti gli anni presi in considerazione. La diminuzione è dovuta in gran parte alla drastica riduzione delle nascite, compensata solo parzialmente dall’immigrazione. Sulla decrescita della popolazione ha inciso anche l’aumento dei decessi che ha caratterizzato gli anni dal 2020 al 2022. Questo dato è stato utilizzato per calcolare il tasso di mortalità.
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Grande è la confusione sotto il cielo: possiamo essere ottimisti?
di Domenico De Simone
In questi tempi oscuri, la confusione regna sovrana e forse aveva ragione Confucio, che nella confusione vedeva sempre la possibilità per nuove idee di germogliare e crescere rapidamente e nella società umana di progredire verso nuove forme di convivenza. La confusione genera grandi discussioni, scontri, conflitti, contrapposizioni, nelle quali le strutture più solide vengono messe in dubbio e vacillano, e questa è sempre una grande opportunità.
In Occidente da oltre un anno ci raccontano e ci raccontiamo una storia. Il conflitto in Ucraina viene presentato come uno scontro tra la democrazia e l’autocrazia e ci viene detto che è nostro dovere supportare le aspirazioni degli ucraini a far parte del mondo occidentale e ad instaurare una piena democrazia nel loro paese.
E questo supporto si traduce in fornitura di armi e di intelligence contro l’esercito russo che ha invaso l’Ucraina e che, per il solo fatto di averlo invaso, è dipinto come il male assoluto, il nuovo fascismo o peggio il nuovo nazismo, proposto da una dittatura sanguinaria e feroce che ha in animo la restaurazione dell’impero russo e il progetto di dominare su tutta l’Europa, da Vladivostok a Lisbona. Tutti i leader europei ripetono lo stesso racconto che è giusto e legittimo aiutare i resistenti ucraini perché il loro paese è stato invaso dal mostro russo, e che chi invade ha comunque sempre torto e deve essere abbattuto e distrutto. Il Presidente della Repubblica Italiana ripete come un mantra ad ogni occasione che quella russa è stata un’invasione “brutale e non provocata”, contro la quale è giusto difendersi per tutelare i nostri valori democratici.
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L’Italia ha mandato all’aria la più grande riforma strutturale degli ultimi 40 anni
Il fallimento delle politiche di Giorgetti
di Davide Gionco
Da quando esiste l’Unione Europea non fa che ricordarci, un giorno sì e l’altro pure, di attuare le famose “riforme strutturali”. Come “riforme strutturali” sarebbero intesi degli investimenti oculati che consentano di mettere insieme l’equilibrio di bilancio pubblico e la realizzazione di interventi che portino a dei vantaggi economici permanenti per il paese.
Dopo di che la stessa Unione Europea, da sempre, propone e impone (si noti il numero di raccomandazioni ai vari paesi dal 2011 al 2018) delle “riforme” che hanno dimostrato di non sortire questi risultati, come privatizzazioni e tagli dei servizi pubblici, della sanità, del sistema pensionistico. Queste riforme in realtà ingrassano gli incassi degli investitori finanziari che operano in questi settori, sistematicamente a spese dei cittadini, che si ritrovano con servizi di peggiore qualità e più costosi.
È purtroppo noto che a Bruxelles operano 12’500 lobbisti registrati ufficialmente, più molti altri che operano in modo non ufficiale. Oltre a questi ci sono quelli che operano a Francoforte, sede della BCER. Tutti questi lobbisti operano con lo scopo di portare vantaggi all’organizzazione che rappresentano, mentre evidentemente i cittadini non dispongono di lobbisti che rappresentino i loro interessi.
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L’autismo occidentale
di Enrico Tomaselli
L’autismo (dal greco αὐτός, aütós – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da deficit della comunicazione verbale e non verbale, che provoca comportamenti ripetitivi. In un certo senso, questa definizione ben si attaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale. Con l’accendersi del conflitto in Ucraina, questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
In un certo senso, questa definizione ben si attanaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale, ma sicuramente con l’accendersi del conflitto in Ucraina questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
* * * *
L’ombelico del mondo
Gli Stati Uniti hanno immaginato, teorizzato, perseguito ed infine realizzato il sogno di un dominio globale a partire da un’idea di eccezionalità (auto attribuita), la quale, a sua volta, si traduce nel famoso destino manifesto (1). Tale propensione ha trovato il suo coronamento nel 1945, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, per poi raggiungere il suo apice nel corso della guerra fredda. Ovviamente, nel corso di questa lunga traiettoria politica, l’élite statunitense – e di riflesso la popolazione del paese – ha maturato la crescente convinzione che il proprio successo globale fosse la controprova della propria titolarità ad ottenerlo. Coerentemente con lo spirito dell’etica protestante-capitalista (2), negli States ha preso forma una vera e propria ideologia suprematista, il cui fondamento culturale è la convinzione di incarnare l’ideale di giustizia.
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Vandana Shiva
di Miguel Martinez
Tra le innumerevoli cose buone di una vita a volte drammatica, ma sempre istruttiva, c’è stato il mio incontro con Vandana Shiva.
Quando viene in Italia, le faccio da traduttore volontario.
Vandana cerca di salvare la biodiversità, dei semi come degli esseri umani, dalle tecnotenebre incombenti. Attenzione, non si tratta di “cambiare” il mondo, che è il sogno di tutti i progressisti, si tratta solo di permettere alla vita di vivere.
Ciò che Vandana ha di speciale è la capacità di comunicare questa missione. Non come causa astratta, ma come coinvolgimento di ogni singolo individuo che incontra sul suo cammino, sa accogliere le storie di tutti noi e ricordarle.
Vandana arriva tra una platea di persone all’altro capo del mondo dal suo, e in un istante si sintonizza, con passione e umorismo, sulle loro esperienze, per poi incitarle a fare qualcosa di concreto. E come lei mi diceva, sono meglio le persone che non hanno pregiudizi ideologici di partenza, perché sono più vicine alla vita.
Il gioco di “Destra-e-Sinistra” occupa, per gli occidentali, l’intero orizzonte delle scelte disponibili.
Vandana deve trasmettere una visione del mondo lontanissima da questo gioco delirante, perché la sua non nasce dall’Occidente che il mondo l’ha conquistato. E quindi Vandana semplifica molto quando parla: il suo scopo non è fare un ragionamento accademico, ma sfidarci, se stiamo dalla parte della biodiversità o dalla parte del tecnodominio.
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Klossowski e la moneta vivente
Considerazioni di un avvocato del diavolo1
di Roberto Fineschi
Dal mio intervento traspariranno chiaramente le mie limitate conoscenze su questo tema. Spero che mi scuserete e che considererete i miei commenti come delle note da parte di un non addetto ai lavori che cerca di entrare in un mondo con il quale non ha particolare familiarità. Questo per avvisare, da una parte, di prendere con la dovuta cautela i miei rilievi e, dall’altra, di considerarli come interventi dell’avvocato del diavolo, di qualcuno che legge e solleva delle possibili obiezioni.
Ho studiato con interesse il testo di Klossowski, trovando alcune difficoltà interpretative sulla sua articolazione complessiva. Naturalmente non posso che commentarlo alla luce della mia specializzazione, vale a dire la filosofia classica tedesca e, soprattutto, Marx, autore nel quale il tema del denaro è assolutamente centrale e in maniera trasversale, tanto nell’opera giovanile che in quella matura. Partiamo dal titolo: moneta vivente. Qui il primo dubbio: moneta o denaro? C’è infatti subito un problema di traduzione che si riscontra anche nelle edizioni francesi del Capitale; in Marx denaro e moneta sono categorie distinte e questo in francese creò problemi a lui stesso, costringendolo a spiegare in nota le sfumature di significato e le differenze categoriali tra i due termini2. La domanda per Klossowski dunque è: a quale delle due categorie sta pensando? Secondo me intende quello che, in termini marxiani, è il denaro.
L’aggettivo “vivente”, invece, immediatamente mi ha fatto pensare alla teoria del feticismo dove il punto chiave per Marx è che il denaro non è una cosa, ma un rapporto sociale che si “cosifica” in un oggetto materiale, ma non per questo cessa di essere un rapporto sociale.
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Nuova rivoluzione tecnologica e lavoro
di Vincenzo Comito
Il programma di AI generativo ChatGPT, sospeso e poi riammesso in Italia, sta invadendo i mercati e riaccende il dibattito sulle ricadute di queste tecnologie innovative sul mondo del lavoro e sui possibili effetti disastrosi sulle competenze umane. Di sicuro niente che il mercato potrà regolare da solo
Intelligenza artificiale, produzione additiva, auto a guida autonoma, digitalizzazione “tradizionale”
Stiamo apparentemente entrando in una nuova grande fase di innovazione tecnologica. A differenza di quella precedente, questa non sembra toccare tanto i consumatori, ma, prevalentemente, le imprese e l’industria. Questa nuova fase si va sviluppando lungo diverse direttrici.
-I progressi recenti dell’intelligenza artificiale
La messa sul mercato dell’ultimo ritrovato nel campo dell’intelligenza artificiale, il programma ChatGPT, il primo di una serie di sistemi di IA cosiddetti “generativi” che stanno in questo periodo invadendo i vari Paesi, con il suo successo immediato, ha riacceso il dibattito su alcune questioni di base, quali prima di tutto quella della vecchia paura che tale tecnologia esca fuori controllo, prendendo il sopravvento sugli umani. Qualcuno stima in effetti che potremmo raggiungere verso il 2030 la cosiddetta “intelligenza artificiale generale”, con il risultato che l’umanità perderebbe il controllo della tecnologia che sta sviluppando e che alla fine tutti sulla terra morirebbero (Thornhill, 2023). Si discute poi sulla preoccupazione per il grandissimo potere che vanno assumendo i pochi gruppi oligopolistici che controllano le tecnologie, su come mettere a punto strumenti giuridici per far fronte ai sorprendenti tempi nuovi, e , infine, tema anch’esso di grande rilievo, delle conseguenze sul futuro quantitativo e qualitativo del lavoro, nonché parallelamente, della paura che la nuova tecnologia possa esacerbare le diseguaglianze sociali e inquinare l’informazione pubblica, tutti temi sui quali anche gravano delle previsioni molto inquietanti.
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Theaters of War: come la Cia e il Pentagono hanno conquistato Hollywood
di Rossella Fidanza
Il documentario Theaters of War mostra come il Pentagono detta le trame per adattarle a narrazioni, immagini e versioni alternative della storia che sono di suo gradimento
Il documentario del 2022 Theatres of War: how the Pentagon and Cia took Hollywood è un'agghiacciante esposizione della profonda collaborazione tra l'industria dell'intrattenimento americana e l'apparato statale statunitense. Dimostra come Hollywood e altri segmenti dell'industria glorifichino la macchina da guerra multimiliardaria, sbianchettino i suoi sanguinosi interventi globali e tentino di condizionare la popolazione a crimini ancora più gravi.
Uscito all'inizio del 2022 e disponibile su alcuni servizi di streaming (se cliccate il nome del documentario vi si apre un link dove potrete vederlo in lingua originale) il film, della durata di 87 minuti, è diretto, montato e narrato da Roger Stahl, professore di studi di comunicazione all'Università della Georgia.
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Domenico Losurdo legge Nietzsche
di Leo Essen
Losurdo dice di Nietzsche che è il più grande pensatore tra i reazionari e il più grande reazionario tra i pensatori. E chiude la faccenda. Centra i tre temi del suo pensiero (Innocenza dell’avvenire, Eterno ritorno, Volontà di potenza), ma li liscia tutti e tre, fornendo un’interpretazione banale e ingenerosa.
Dell’eterno ritorno dice che viene usato per liquidare la tradizione (messianica) ebraico-cristiana.
La critica del messianesimo e di ogni forma di teologia o filosofia della storia, dice, va a sfociare nella critica della speranza socialista nell’avvento di un mondo nuovo – un mondo nuovo per gli schiavi.
Lasciate ogni speranza, abbandonate ogni messianesimo, per voi la schiavitù sarà sempre e solo schiavitù, ora e per sempre, in un eterno ritorno, in un eterno presente.
Nietzsche, dice Losurdo, liquida la fiduciosa attesa, mediante la contrapposizione alla visione unilineare del tempo, propria della tradizione ebraico-cristiana, della tesi, mutuata dall’antichità classica, dell’eterno ritorno dell’identico. E così Nietzsche sembra voler ritornare al punto di partenza.
Il sentimento della speranza e la visione unilineare del tempo su cui esso si fonda, dice Losurdo, viene messa definitivamente fuori causa con la tesi o con il mito dell’eterno ritorno
dell’identico.
L’Eterno ritorno viene connesso da Losurdo al tema dell’Innocenza dell’avvenire.
Non fatevi illusione, non attendetevi niente. Tutto ciò che sarà è già stato, e ciò che è già stato lo avete davanti agli occhi, è la vostra schiavitù. Non abbiate speranza nell’avvenire. Non c’è avvenire, non c’è messia. Non c’è nessun piano, nessun progetto, nessuna filosofia della storia. C’è solo questo presente che gira intorno al suo asse.
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Sull’imperialismo, oggi
di Vladimiro Merlin*
È davvero così cambiato rispetto all’analisi di Lenin? E in che cosa? Sul piano economico, politico o altro? Proviamo a fare alcuni ragionamenti, cercando anche di distaccarci dall’egemonia narrativa mainstream

Leggo di un imperialismo che sarebbe profondamente cambiato, che sarebbe “sovranazionale”, centrato, in pratica, sulla sola sfera finanziaria, gestito da una “elite” un po’ misteriosa, che detterebbe le scelte anche delle grandi potenze imperialistiche in modo quasi meccanico, come una sorta di politica di “fatto”, che metterebbe fuori gioco la soggettività delle scelte politiche fino ad eliminare quelle contraddizioni interimperialistiche che lo hanno sempre contraddistinto.
Le contraddizioni dell’imperialismo
Partiamo da un dato di fatto: il sistema imperialistico mondiale è gerarchico e piramidale, ovviamente chi sta al vertice supremo gode di tutti i vantaggi e ha la forza per imporre le proprie scelte ed i propri interessi a tutti quelli che stanno sotto di lui.
Essendo un sistema gerarchico e piramidale, i Paesi capitalisti che stanno sotto aspirano a salire, possibilmente fino al vertice, ma questo non è possibile se non scalzando chi sta sopra.
Ai tempi di Lenin vi era una potenza predominante, la Gran Bretagna (con il suo impero) ma altre potenze imperialiste si collocavano ad un livello paragonabile al suo, il che rendeva il primato contendibile, parlo di Germania, USA, Francia ecc. , che con un sistema di alleanze, come fu sia per la prima che per la seconda guerra mondiale, potevano ambire a sostituire la potenza dominante, e per questo motivo vi furono ben 2 guerre mondiali.
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Se avessimo più di un martello… Forse non saremmo in questo guaio
di Aurelien
Forse avete osservato la politica occidentale nei confronti dell’Ucraina nell’ultimo anno o giù di lì con stupefacente incredulità, e di tanto in tanto vi siete posti domande come: Si accorgono che non funziona, perché continuano così? Perché non accettano l’ovvio? Perché non provano almeno a fare qualcosa di diverso? Non sarete stati i soli. Non sorprende quindi che Internet, alla ricerca di qualsiasi spiegazione, abbondi di teorie cospirative di europei ricattati da Washington o altro. In realtà, quello che stiamo vedendo accade in molte crisi politiche. Io la chiamo la teoria dell’inerzia della politica, e spesso incoraggia gli Stati e le alleanze a continuare a fare cose stupide, perché non riescono a mettersi d’accordo collettivamente su qualcosa di meno stupido.
Si potrebbe pensare che ormai le leadership politiche occidentali abbiano iniziato a nutrire qualche piccolo dubbio sull’utilità della loro politica di confronto con la Russia, soprattutto dopo l’intervento di quest’ultima in Ucraina. Ci sono fattori di complicazione, naturalmente: per la classe dirigente europea, come ho spiegato, questa è una guerra santa contro l’anti-Europa a est. Per molte nazioni più piccole, con poche o nessuna fonte di informazione indipendente e poca influenza, c’è poca alternativa all’assecondare ciò che vogliono gli Stati più grandi. Allo stesso modo, alcuni Stati sono guidati principalmente da uno storico razzismo anti-slavo. (Non pretendo di capire cosa stia succedendo a Washington). Ma si potrebbe comunque pensare che ormai i dubbi si stiano insinuando: dopo tutto, gli europei alla fine hanno interrotto le Crociate quando è diventato chiaro che la Terra Santa non sarebbe mai stata liberata dagli invasori arabi.
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L’algoritmo pensante
Recensione di Remo Trezza
C. Barone (a cura di), L’algoritmo pensante. Dalla libertà dell’uomo all’autonomia delle intelligenze artificiali, Il pozzo di Giacobbe, 2020
Il volume qui recensito, sicuramente di grande attualità, fa parte della collana dei Quaderni di Synaxis dello Studio Teologico ‘S. Paolo’ di Catania ed è stato curato da Christian Barone, docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e presso lo Studio Teologico su menzionato.
Contributo ‘delicato’, che appassiona e determina una certa dose di curiositas, stimola la riflessione e cerca di scandagliare le problematiche relative all’avvento delle nuove tecnologie (I.A., algoritmi, robot, etc.…), ponendosi in un dialogo di ordo ordinans, sempre più intersezionale con i principi fideistici della cristianità e dei valori etici fondanti la cattolicità.
L’hortus conclusus, ovvero la struttura del volume, caratterizzata - secondo chi scrive - da un divenire argomentativo mai stancante, ma sempre avvincente e dinamico, può essere sintetizzato come di seguito.
La premessa (pp. 5-19), del curatore dell’intera opera, si apre con una citazione - nell’opinione di chi recensisce - lapidaria. Seppur la ‘quote’ sia di Isaac Newton ed il testo in italiano, si preferisce riportare la versione in lingua latina della frase, avente il medesimo significato, di qualcuno che di storia se n’è inteso, a motivo della più concisa rappresentazione della realtà: ‘nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes’. Ciò non fa altro che immergere il lettore in questioni novae, ma sempre veterae. Cosa c’è di notevolmente ‘nuovo’ nelle ‘nuove tecnologie’? Punto nodale della premessa è fondato sul ‘pensiero umano’, che - specie nella nuova dimensione dell’innovazione - si scontra con la possibilità di essere sostituito - in quanto homo sapiens - dai procedimenti decidenti e decisori di automi.
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Giocare col fuoco
di Enrico Tomaselli
Alcune brevi note sul rapporto NATO-Russia, sul come l’approccio statunitense si riveli pericolosamente inadeguato e sul perché l’irrilevanza politico-militare dell’Europa si traduca in un potenziale suicidio. Piaccia o non piaccia l’attuale configurazione politica e strategica del cosiddetto Occidente, è impossibile non rilevare come la sua supponenza sia in realtà la maggiore minaccia alla sua stessa esistenza.
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La propaganda è una normale condizione nei paesi coinvolti in un conflitto, anche quando si tratta di democrazie liberali che amano pensarsi e rappresentarsi come il paradiso della libertà di pensiero e di parola. In un certo senso, si può anzi dire che la presenza della propaganda, e la sua pervasività, possono essere assunti ad indicatori del coinvolgimento bellico.
Anche da ciò, risulta evidente quindi come i paesi della NATO siano parte attiva del conflitto in Ucraina.
Ma ovviamente la propaganda non ha solo lo scopo di mobilitare la popolazione, affinché sostenga – anche solo politicamente – lo sforzo bellico; scopo, o quantomeno conseguenza della propaganda è anche quello di rimuovere gli argomenti scomodi, le verità scomode.
Nel contesto della guerra in atto in Ucraina, ciò risulta evidente sotto molteplici punti di vista, ma ce n’è uno in particolare che effettivamente riveste (rivestirebbe) una grande importanza, e che, al contrario, scivola via.
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«In Francia, il neoliberalismo diventa violento e autocratico»
Mathieu Dejean e Romaric Godin intervistano David Harvey
Intervista al geografo ed economista David Harvey, uno dei marxisti più influenti della nostra epoca, sullo stato del capitalismo, la sinistra francese e l’importanza del pensiero di Karl Marx
Harvey è una delle figure più importanti del marxismo contemporaneo. Di passaggio a Parigi, ha incontrato, il 12 aprile, su invito dell’Institut La Boétie, Jean-Luc Mélenchon. Grande critico del capitalismo, instancabile portatore del pensiero di Karl Marx, geografo pensatore degli effetti concreti del capitale sullo spazio, questo britannico di 88 anni è da sempre un attento osservatore della realtà economica, sociale e geografica.
A margine di questo incontro e di una serie di altri interventi in Francia, David Harvey ha accettato di rispondere alle domande di Mediapart sullo stato attuale del capitalismo, il suo rapporto con l’ex candidato de La France insoumise (LFI) alle elezioni presidenziali, e di Marx.
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Mediapart: La tua riflessione sul capitalismo include un’importante teoria delle crisi. Dal 2020 sembra aprirsi una nuova crisi, che ha appena vissuto un nuovo episodio con quella bancaria. Cosa pensi rispetto allo stato attuale del capitalismo?
David Harvey: Vorrei isolare alcuni fatti per rispondere a questa domanda. Il primo è che è molto difficile immaginare oggi quale potrebbe essere il futuro del capitalismo perché non è chiara la direzione che prenderà la Cina, che è un attore cruciale. La mia visione è che la Cina abbia consentito al capitalismo, nel 2007-2008, di evitare una depressione paragonabile a quella degli anni 30. Da allora e prima dell’arrivo del Covid, la Cina ha rappresentato circa un terzo della crescita globale, che è più del Regno Unito Stati ed Europa messi insieme. Quindi è impossibile, nelle attuali circostanze, prevedere la direzione che prenderà il capitalismo senza conoscere la direzione che prenderà la Cina.
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Complottismo e marxismo
di Alessandro Lolli
Dopo l’articolo di Tobia Savoca L’anticomplottismo liberale, pubblicato in questa sezione lo scorso 14 marzo, Alessandro Lolli ha deciso di intervenire sul tema, sviluppando una riflessione critica sullo stesso concetto di complottismo. Pur condividendo alcuni dei presupposti con cui Savoca analizza le origini della teoria cospiratoria della società, nel suo articolo – che qui pubblichiamo – Lolli mette in discussione la categoria di complottismo, la cui esistenza dipende dall’individuazione di un soggetto delirante complottista. Seguendo questa prospettiva, l’autore polemizza non solo con l’anticomplottismo liberale, ma anche con la sua declinazione marxista.
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Da qualche anno mi occupo del complottismo o – come sarà più chiaro durante la lettura di questo articolo – dei discorsi che fondano un oggetto concettuale chiamato «complottismo» il quale, a modesto parere di chi scrive, non esiste. L’articolo qui pubblicato il 14 marzo a firma di Tobia Savoca, L’anticomplottismo liberale, mi ha colpito per diverse ragioni. Intanto testimonia la crescente attenzione critica verso questa categoria concettuale che per troppo tempo è stata data per scontata (negli stessi giorni è uscito un altro articolo di critica al «complottismo» su «Nazione Indiana», anche se da una prospettiva diversa). In più espone chiaramente la posizione che molti studiosi di Marx stanno cercando di raffinare nei confronti del cosiddetto «complottismo». Ma soprattutto mostra tutti i limiti di questa posizione e i motivi per cui occorre ripensarla completamente.
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Le conseguenze di breve e lungo periodo della guerra
di Domenico Moro
Per comprendere le conseguenze di breve e di lungo periodo della guerra in Ucraina sull’economia mondiale, bisogna partire dai processi che modificano gli assetti e i rapporti di forza tra aree economiche e Stati. In particolare, vanno indagati i processi che coinvolgono il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che rappresenta la semi-periferia emergente del sistema economico mondiale, e il G7 (Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, e Canada), che rappresenta il centro ricco e dominante.
1. Le conseguenze della guerra sull’economia mondiale
La guerra è un acceleratore di processi che spesso hanno un’origine più lontana e che divengono espliciti e visibili pienamente solo ora, dopo una incubazione più o meno lunga. I processi economici mondiali più importanti in atto sono i seguenti:
- L’inflazione. La crescita dell’inflazione è cominciata nel 2021, prima della guerra in Ucraina, ed è stata determinata da vari fattori: l’enorme liquidità emessa dalle banche centrali dei Paesi del G7 per combattere la crisi e le strozzature delle linee di rifornimento di componenti e semilavorati dovute alla pandemia. Una volta che i lock down sono finiti e la domanda è ripartita la produzione è risultata inadeguata a soddisfarla, da cui la crescita dei prezzi. Se la guerra non è stata la causa originaria dell’inflazione, è, però, vero che l’ha accentuata. La guerra tra Russia e Occidente, infatti, si combatte anche a livello economico, mediante le sanzioni. Queste hanno determinato il taglio dei rifornimenti di materie prime energetiche dalla Russia verso l’Europa, aumentando i prezzi di petrolio e gas e dando nuova linfa all’inflazione, soprattutto nella Ue, a livelli che non si vedevano dagli anni ‘80.
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