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Il valore sonante del potere
di Maria Turchetto
La nuova edizione di Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding è una vera strenna, di cui sono grata alla casa editrice Mimesis (pp. 544, euro 28). Non certo per il gusto erudito e nostalgico di riavere un classico del marxismo ormai introvabile e citato di seconda e terza mano, ma perché la poderosa opera di Rudolf Hilferding merita davvero, più che una rilettura, una nuova lettura, come suggeriscono nell’introduzione Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro, curatori di questa edizione. Una lettura - scrivono - che aiuti «a produrre un altro testo che (…) sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare».
L’indicazione richiama esplicitamente la lezione di Louis Althusser (non a caso del resto il titolo dell’introduzione è «Leggere Il capitale finanziario»), cui i curatori si rifanno anche quando sostengono che il «nucleo del paradigma marxista», da cui oggi si può ben ripartire anche se non è in voga tra i bocconiani, consiste «nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali».
Per dirla tutta, la «visione teleologica e destinale» della storia è stata ben più che una vulgata ad uso delle accademie sovietiche e delle scuole di partito. Era lo «spirito del tempo» dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, che Marx aveva faticosamente trasceso ma attraverso il quale veniva (e viene ancora) interpretato. L’idea che il destino del capitalismo sia predicibile permea perciò anche l’opera di Hilferding e ne costituisce la principale debolezza: è la sua predizione di un percorso spontaneo dall’anarchia all’organizzazione pianificata dell’accumulazione sotto la direzione di un «capitale unificato», preludio della transizione al socialismo.
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Scenari possibili dopo la crisi globale1
Domenico Mario Nuti2
1. La nuova crisi globale: déjà vu
La crisi globale iniziata nell'estate 2007 è senza dubbio “la più seria crisi finanziaria che abbiamo visto dagli anni „trenta in poi, se non da sempre” (Merving King, Governatore della Banca d‟Inghilterra, Sunday Times, 9/10/2011). E non solo questa crisi non è ancora finita. Non solo si sono verificate e ci si attendono ancora, dopo timidi parziali inizi di ripresa, nuove ricadute o “double dips”, soprattutto nella zona dell‟euro nel primo semestre del 2012 (compresa l'Italia al -0,5% per tutto l‟anno, secondo le previsioni dell‟OCSE di novembre 2011 (OECD, 2011a), o al - 1,6% secondo la Confindustria; come del resto la Grecia e il Portogallo rispettivamente al -3% e al -3,2%). Quel che è peggio è che alla fine del 2011 il ciclo economico del 2007-20?? si trova in esattamente la stessa, identica posizione dell‟estate 2007, con le stesso tipo di forze all‟opera e lo stesso meccanismo malefico innescato di nuovo, ma su una scala maggiore e in una forma molto più grave.
Infatti la crisi globale corrente iniziava nell‟agosto 2007 come crisi bancaria negli Stati Uniti, in seguito all‟accumulazione nei bilanci delle banche di titoli “tossici” che incorporavano prestiti immobiliari a mutuatari resi insolventi dalla loro disoccupazione, dall‟aumento dei tassi di interesse e dallo scoppio della bolla immobiliare. L'espansione di questi mutui, nonché di mutui al consumo tramite altri prestiti e carte di credito, era stata facilitata dalla de-regolamentazione finanziaria: ad esempio, l'abolizione nel 1980 della "Regulation Q‟ che proibiva alle banche di pagare interessi sui depositi a vista, e nel 1999 della legge Glass-Steagall, che prima separava le attività di credito al dettaglio e di investimento delle banche. Più in generale questi sviluppi erano incoraggiati dal predominio dell‟ideologia iper-liberale che dagli anni novanta si diffondeva negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell‟economia globale.
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Prof. Monti, dopo Berlino dove si va?
di Sergio Cesaratto
Caro Prof. Monti,
la sig.ra Merkel dopo il colloquio con Lei era assai scossa. Spesso non apprezziamo il Suo eccessivo aplomb, ma in quella conferenza stampa ci ha fatto piacere, suonava persino ironico. Il colloquio era stato preceduto da una Sua intervista a Die Welt, un importante quotidiano tedesco di stampo conservatore, in cui Lei aveva espresso concetti che, se non del tutto condivisibili, mostrano tuttavia, finalmente, un’Italia con la schiena un po’ più dritta in Europa:
“Sono convinto che i rischi per il mio Governo non vengano dall’Italia. [Da dove dunque? Domanda l’intervistatore] Dall’Europa. Il problema è … che l’Unione Europea, malgrado questi sacrifici, non ci viene incontro, in termini di una riduzione del tasso di interesse. I sacrifici fatti dagli italiani pagheranno in tre, cinque, dieci anni, per i nostri figli. E purtroppo constatiamo che questa politica in Europa non gode del riconoscimento e apprezzamento che le spetta obiettivamente. Se gli italiani nel prossimo futuro non vedranno i risultati della loro disponibilità per le riforme e il risparmio, sorgerà –come già si profila - una protesta contro l’Europa e anche contro la Germania quale promotore dell’intolleranza Ue, e contro la Banca Centrale. Chiedo agli italiani sacrifici onerosi – ma li posso chiedere se si profilano dei vantaggi».
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Narrazioni e psicoanalisi. Sui “Racconti analitici” di Freud
di Daniele Giglioli
Non c’è bisogno di coltivare una speciale dedizione alla teleologia, alla mistica della pienezza dei tempi, o magari all’ottimismo evoluzionista secondo cui una cultura riesce sempre a produrre al momento giusto gli anticorpi contro le tendenze degenerative che la minano, per salutare l’arrivo in libreria dei Racconti analitici di Sigmund Freud (progetto editoriale e introduzione di Mario Lavagetto, note e apparati di Anna Buia, traduzione di Giovanna Agabio, “Millenni” Einaudi, 805 pagg, 85 euro) come una circostanza estremamente felice. In un contesto come quello presente, dominato dalla un tempo stimolante ma ormai stucchevole confusione categoriale tra fiction e non-fiction, sempre a rischio di annacquare ogni differenza all’insegna di una generica narratività che tutto pervade e nulla spiega (saggi che si leggono, purtroppo, “come romanzi”; romanzieri che si improvvisano storici, e viceversa; onnipresenza dello Storytelling in ogni ambito della comunicazione e della prassi sociale), il Freud proposto da Lavagetto invita invece a coltivare la sottile e necessaria arte del distinguo. Tra sapere e raccontare, letteratura e scienza, invenzione e scoperta esistono reti infinite di nessi e implicazioni, che bisogna pazientemente districare, non annegare in una melassa incommestibile.
Nessuno ne era più consapevole di Freud. I suoi rapporti con la letteratura, che Lavagetto indaga dai tempi di Freud la letteratura e altro, sono stati molteplici, complessi, fecondi ma anche tormentati. Era convinto che il poeta arriva per sue vie là dove lo scienziato a volte stenta a metter piede. Possedeva una vasta cultura letteraria, una memoria infallibile, una felicità di espressione e di costruzione narrativa che hanno pochi uguali: sotto il profilo della bellezza, molte sue opere, a cominciare dall’Interpretazione dei sogni, potrebbero stare senza disagio nel canone della migliore letteratura del Novecento. Non è lì però che Freud voleva collocarle. La storia di quei rapporti è anche la storia, appunto, di un disagio, di una diffidenza, di una tentazione e di una resistenza. Letteratura e scienza pretendono alla verità, e può capitare che vi arrivino per percorsi simili, ma non sono e non devono essere la stessa cosa, pena il decadere della psicoanalisi – secondo una maligna battuta di Krafft-Ebing, che aveva appena ascoltato una conferenza del giovane Freud – allo statuto di “favola scientifica”.
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David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald
di Riccardo Achilli
Spiace doverlo dire ai tanti euro-fanatici, che affollano le borghesie macellaie dei Paesi europei, ma la scelta di Cameron di bocciare l'idea di una Tobin Tax è del tutto logica e coerente con una strategia resa esplicita già da mesi, da quando cioè il governo britannico si oppose al tentativo di regolamentazione dei mercati finanziari europei portato avanti dalla Commissione, e successivamente rigettò la proposta di revisione dei trattati europei, rompendo proprio sul rifiuto di vedersi imporre nuove regole restrittive sui servizi finanziari. La strategia di Cameron, o meglio dei poteri finanziari che gli stanno dietro, e che oramai reggono le sorti dell'economia britannica, fra le più finanziarizzate del mondo, è quella di affondare sistematicamente ogni tentativo di imbrigliare i movimenti finanziari, ivi compresi quelli speculativi ed over the counter. Poiché la City rappresenta, per capitalizzazione, il quarto più grande operatore borsistico mondiale ed il più grande in Europa, è chiaro che l'opposizione del suo governo a qualsiasi ipotesi di regolamentazione o fiscalizzazione delle transazioni finanziarie diventa determinante.
D'altra parte, in questo caso Cameron ha anche ragioni tecniche da vendere: non ha senso imporre la Tobin Tax soltanto sui mercati finanziari europei, perché ciò non farebbe altro che spostare le transazioni finanziarie meramente speculative, cioè sganciate da qualsiasi attività produttiva o reale, verso altre piazze offshore che non abbiano tale tassa. Mentre penalizzerebbe le transazioni finanziarie a destinazione produttiva (aumenti di capitale effettuati da imprese industriali sui mercati borsistici e finalizzati a maggiori investimenti, utilizzo di strumenti derivati per finalità meramente protettive di investimenti produttivi o transazioni commerciali di beni) ampliando il gap competitivo delle imprese europee rispetto a quelle extra europee.
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Dalla crisi di plusvalore alla crisi dell'euro
di Guglielmo Carchedi
Data la rapida sequenza degli avvenimenti, questo articolo sarà regolarmente aggiornato
Aggiornato all’11 Gennaio 2012
I. Una delle caratteristiche della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - e ancora irrisolta - è il suo intreccio con la crisi dell’euro. In sintesi, la tesi di questo articolo è che la crisi dell’euro è la manifestazione nella eurozona della crisi dei derivati. Questa, a sua volta, affonda le sue radici nella caduta secolare del tasso medio di profitto nei settori produttivi degli USA. Questa tesi è stata sviluppata in Dietro e Oltre la Crisi.1 Questo articolo prosegue su quella linea di indagine. A tal fine, sarà necessario riprodurre alcuni argomenti già presentati in Dietro e Oltre la Crisi, ma solo quelli strettamente necessari e in versione accorciata.
Consideriamo, per incominciare, i settori che producono beni materiali negli USA che per approssimazione possono essere considerati come rappresentanti di tutti i settori produttivi.
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Cinque domande sulla crisi
a cura di Sandro Mezzadra e Toni Negri
L’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche. Per aprire la discussione all’interno del sito di UniNomade abbiamo rivolto cinque domande ad Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone. Presentiamo di seguito le risposte di Andrea e di Christian, in forma di dialogo. Carlo ha svolto alcune riflessioni sull’insieme dei temi da noi proposti: le si possono leggere in conclusione.
Pensate che davvero i mercati non abbiano una leadership latente, qualcuno che suggerisca le operazioni da fare? Questo fuori da ogni teoria del complotto, ma semplicemente dentro l’analisi di ogni meccanismo di decisione, che prevede momenti di unificazione cosciente e non semplicemente condensazioni di spontaneità.
Andrea Fumagalli: le grandi società finanziarie hanno un comportamento che possiamo definire da oligopolio collusivo. Il loro scopo è fare plusvalenze. In questa fase, le plusvalenze più elevate sono ricavabili dallo scambio dei derivati Cds, in particolare quelli relativi al rischio di default privato e pubblico. La natura collusiva dell’oligopolio finanziario viene garantita dall’intermediazione svolta dalle società di rating. A partire dalla crisi dei sub-prime (fine 2007), si è assistito ad un ulteriore processo di concentrazione nei mercati finanziari. Ecco alcuni dati.
Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi.
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Il colpo di stato di Mario Monti
Paolo Becchi
Il governo Monti è destinato a «passare alla storia» più di quanto non lo sia il decennio berlusconiano appena trascorso. Ciò che, infatti, è avvenuto con il conferimento dell’incarico ad un tecnico di Bruxelles non è stato che un "coup d’état" deciso da «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica.
Certo non un colpo «alla sudamericana», un golpe, con tanto di ingresso di fucili e militari nell’emiciclo del Parlamento. «Colpo di Stato», del resto, non indica di per sé un rivolgimento violento, quanto un’«esecuzione che precede la sentenza», come lo definì il libertino Naudé, che coniò l’espressione a metà del Seicento.
Cosa significa? E cosa è accaduto in Italia, in questi mesi? Semplicemente quello che tutti (o quasi) si ostinano a negare. È accaduto che, con una manovra di palazzo, è stata realizzata la transizione costituzionale dalla Seconda alla Terza repubblica, da un sistema politico bipolare ad un ridimensionamento del potere dell’Assemblea a favore del presidente della Repubblica, dal parlamentarismo ad un presidenzialismo ancora da definire nei suoi contorni istituzionali, ma di fatto già all’opera con questo «governo del presidente». Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che il capo dello Stato da «custode della Costituzione» si è trasformato in guida politica dello Stato.
Si doveva, ovviamente, iniziare con l’eliminazione di Berlusconi, il quale - a dispetto delle apparenze - è stato in Italia colui che ha compiuto, e parimenti portato alla sua dissoluzione, il potere parlamentare: mai il nostro Parlamento era stato più potente e, nel contempo, più bloccato. Il rovesciamento di questo potere è cominciato con un tentativo di erosione dall’interno: Gianfranco Fini. Si è poi tentato con l’assalto alla vita privata del capo del Governo, ma anche questo si è rilevato insufficiente.
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Stato*
di Mario Tronti
Il discorso sullo Stato segue al discorso sul partito. La fase, cioè l’oggi, li stringe in un abbraccio: che si vorrebbe mortale e che bisognerebbe rendere vitale. Del resto, questo è un tempo in cui tra ciò che si vuole e ciò che si deve, vale la regola dell’incomunicabilità. Tra Stato politico e partito politico, in mezzo troviamo la crisi strutturale della politica moderna. Questo è il Grund, oscuro, del problema. Oscuro, perché non pensato, semplicemente dato, accettato, subìto. Crisi dei fondamenti, non della politica in generale, come se ne parla genericamente, appunto oggi, ma della politica secondo quanto il Moderno ne aveva offerto di teoria e di pratica, di pensiero e di esperienza. Politica che fa società, intervento soggettivo che tiene insieme un’oggettività, che da sola non sta insieme, quella complexio oppositorum degli individui liberi, che la modernità ha gettato sul campo di guerra della storia umana.
Nel Moderno, la politica viene prima dello Stato, Machiavelli prima di Hobbes. La politica fonda lo Stato, come strumento di ordinamento della libera associazione degli individui, a quel punto anche attraverso il diritto. Stato non è polis, non è Impero, nemmeno è potere secolare distinto da potere ecclesiale, non è più quello il problema. Stato è solo Stato moderno. Questo è un punto da tenere fermo. L’invenzione moderna dello Stato va vista, e va messa, dentro l’età modana delle scoperte, geografiche e scientifiche, spaziali e culturali. E dentro la storia moderna del soggetto, o dentro la storia del soggetto moderno. È il grande individuo, il macroantropos, una singolarità inedita, sovraindividuale, artificio giuridico mondano e al tempo stesso Deus mortalis, a cui il singolo vero può affidare la sicurezza, altrimenti sempre in pericolo, della propria vita e dei propri beni. Una nascita graduale, in crescita esponenziale, man mano che si amplia lo spazio della sovranità, locale e sociale, dal territorio alla nazione, dai ceti alle classi, dal Principe al Leviatano e, attraverso le rivoluzioni, dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, dallo Stato liberale allo Stato democratico.
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Consumare di notte
di Piero Bevilacqua
Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.
Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico – che nell’ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura – lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto.
Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l’orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all’opera nelle “società più avanzate”.
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Regalo di Natale
I derivati sui titoli di stato come arma di distruzione di massa
Antonio Pagliarone
Il 21 dicembre il Governatore della BCE Mario Draghi ha confezionato un bel pacco dono di 489 miliardi di euro, garantiti dallo stato, destinati a 523 banche europee in difficoltà corredandolo con lustrini dorati da un tasso di interesse dell’1% per tre anni. Si è finalmente realizzato il sogno di quei keynesiani del nuovo millennio che chiedevano a gran voce l’intervento della BCE perchè acquistasse quei titoli di stato divenuti tossici, veri e propri virus che hanno impestato il sistema. In realtà il regalo natalizio di Draghi assomiglia moltissimo al famoso intervento della Fed americana che si è accollata i titoli tossici legati ai mutui subprime per 1,45 trilioni di dollari senza essere riuscita tutt’oggi a smaltire questa montagna di sterco. Invece di farlo direttamente, la BCE ha però messo le sue succursali nelle condizioni di operare una sorta di quantitative easing (creazione di moneta) per dare una boccata di ossigeno al sistema finanziario europeo, rinviando - solo di qualche mese - l’inevitabile crash che investirà tutta l’eurozona. Gli ingenui keynesiani si illudono che tali immissioni di “liquidità” possano spingere gli istituti bancari a rilanciare il credito alle industrie ed ai privati affinché possa essere riavviata una nuova fase di crescita dell’economia reale e dei consumi. Ma sono stati presto delusi. Infatti nel 2012 le banche dovranno rifinanziare poco più di 800 miliardi di debiti mentre i governi 1700 miliardi e allo stesso tempo dovranno sostenere le banche stesse. Le banche acquistano titoli di stato finanziando i governi e questi a loro volta devono finanziare le banche. E’ un cul de sac dal quale non se ne esce.
Se una banca dovesse acquistare con i nuovi fondi BCE dei titoli di stato a dieci anni al 7% con danaro prestato all’1 % di interesse ne ricaverebbe un utile del 6% ossia una sorta di carry-trade[1], come afferma Mike Whitney, un sussidio diretto della BCE con la speranza che le banche acquistino direttamente i titoli spazzatura dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, i paesi a rischio default).
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La chiusura del cerchio
Elisabetta Teghil
In questa fase neoliberista del capitalismo, lo scontro tradizionale che avveniva per la conquista delle materie prime e la penetrazione nel mercato dei paesi del terzo mondo, oggi investe anche i paesi occidentali.
Questa è la chiave di lettura dell'improvvisa apparizione del debito nel panorama economico dei paesi dell'Europa occidentale.
I paesi più indebitati al mondo, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione locale e alla ricchezza produttiva, sono gli Stati uniti e l'Inghilterra.
Allora vediamo che la vicenda- debito è strumentale e fa parte di un unico progetto: svendere l'economia dei paesi così detti indebitati alle multinazionali anglo- americane.
L'obiettivo, per rimanere in Italia, è di appropriarsi delle riserve auree dello Stato e mettere mano ai risparmi delle famiglie, due aspetti che caratterizzano il nostro paese rispetto agli altri, perché alcuni non hanno riserve auree consistenti come quelle italiane e, in altri, le famiglie sono fortemente indebitate e non ci sono risparmi da saccheggiare.
Lo stesso avviene per la casa. Anche in questo campo, in Italia, c'è una grande tradizione rispetto alla proprietà della casa. E anche questa è nel mirino di banche e finanziarie.
Per fare ciò, l'Italia si è dotata di un iperbolico apparato di controllo e, accanto alla guardia di finanza, ha messo su Equitalia, una struttura mastodontica, per mezzi e uomini, per poter raggiungere questo obiettivo.
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Nessuno capisce che cos’è il debito
di Guido Carandini e Paolo Leon
Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.
Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.
Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
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Devo congratularmi con “Mario Il Grigio”
Aldo Giannuli
Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.
E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.
Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo.
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Le interessanti giravolte degli antiberlusconiani di tipo A
Leonardo Mazzei
Se anche per «Repubblica» l'Europa non è più il «bene» di un tempo
Ammettiamolo: per certi aspetti il quotidiano Repubblica è una spia davvero interessante.
Repubblica, che nacque già nel 1976 come giornale-partito, è oggi un partito-giornale dai due volti complementari. Da un lato è uno degli organi più importanti delle oligarchie finanziarie, dall'altro è il vero portabandiera di quello che possiamo definire come antiberlusconismo di tipo A*.
Questi due caratteri non sono contraddittori. Al contrario, è proprio grazie all'antiberlusconismo alla Scalfari, se l'uomo delle tante sette semi-segrete che diramano dalla cupola del capitalismo-casinò ha potuto stabilirsi a Palazzo Chigi e presentarsi come Salvatore della patria. Per Repubblica il professor Quisling è questo e altro, ma dal suo insediamento novembrino ad oggi sembra già passato un anno.
Fino a due mesi fa l'Europa era indiscutibilmente il «bene». Un bene assoluto al quale tutto sacrificare. Un bene messo in discussione solo dal male albergante in alcuni paesi viziosi, in primo luogo l'Italia berlusconiana. Se l'Europa era il bene, la Germania era il virtuoso esempio da seguire. Più Europa e più Germania era dunque la ricetta per guarire il malato Italia.
Trapassati nel 2012 tra inni alla crescita e inviti alla speranza, il quadro è improvvisamente cambiato. «L'asse tra il Professore e Nicolas "Ora la Merkel dovrà cambiare linea"» è il titolo dell'odierno articolo a commento dell'incontro parigino di ieri tra Monti e Sarkozy. La Merkel va dunque messa in riga, ben venga di conseguenza il nuovo asse con il ridicolo galletto francese, che fino a qualche mese fa faceva comunella con l'odiato omologo italiano.
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Fase due
di Augusto Illuminati
Il 2012 entrante – calendarizzando al modo di DFW potremmo chiamarlo l’anno di S. Egidio e S. Paolo – coglie i solerti bocconiani in piena attività, piuttosto indifferenti agli schieramenti parlamentari e all’affannoso pressing della società civile, attenti invece alla logica delle istituzioni europee e delle banche. Peccato che sia una logica scombinata e inefficace, il cui unico esito concreto e tutt’altro che trascurabile consiste nell’aver tramortito e sgonfiato le due grandi coalizioni del defunto e presunto bipolarismo, senza aver intaccato i sintomi e ancor meno le radici di una crisi che è di natura ben superiore alla scena nazionale. Allo stesso tempo stampa e opinione pubblica sono stati dirottati dal gossip sessuale berlusconiano all’altalena degli spread, cambiando solo il contenuto dell’infinite jest con cui distrarre l’attenzione dalle manifestazioni sociali della crisi e attenuarne le resistenze per dispersione.
Dell’incipiente trasformazione costituzionale che l’esperienza del governo tecnico sta avviando, sotto il mantello di re Giorgio e con l’accompagnamento del piffero di Scalfari, abbiamo già scritto. Anche se la crisi uscisse fuori controllo, la distruzione della Seconda Repubblica (o sedicente tale) è ormai compiuta, mentre per l’instaurazione della Terza occorrono ancora un paio di condizioni. La prima, che non dipende da Napolitano e Monti e neppure (temo) dalle autorità europee, è che la crisi sia riportata sotto controllo –prospettiva al momento remota–, la seconda che la crisi sia usata per spezzare le ultime resistenze interne al neoliberismo, riorganizzando il mercato del lavoro in modo subalterno ma meno caotico e controproducente (cioè diseconomico e generatore di esplosioni ribellistiche). In questo dovrebbe consistere la Fase Due: ripresa e flessibilità razionalizzata. Mentre però la prima è resa improbabile dalla dilagante recessione europea, frutto della cieca austerità deflazionista del comando finanziario, la seconda resta un obbiettivo praticabile, che avrebbe per primo effetto quello di modificare i rapporti di classe in senso favorevole all’1% (o al 5%) aggravando la recessione per tutti gli altri. Se perfino Monti ha qualche dubbio sui tempi del pareggio di bilancio (lasciando perdere la farsa bi-partisan del suo inserimento in Costituzione, con clausole che in pratica e per fortuna la vanificano) e sul ruolo della Bce, compatto e impavido è invece tutto il governo nell’aggredire il mercato del lavoro e nel foraggiare le banche senza contropartite.
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Governo carnevale, governo quaresima
di Luca Baiada*
È presto per dire se il modello berlusconiano sia davvero tramontato, se si tratti di una scossa, di un’eclissi momentanea, di una metamorfosi. E speriamo che per altri aspetti, non sia invece troppo tardi.
Caduta la prima fila, arrivano i tecnici? In realtà, quasi tutti i componenti del governo Monti sono cresciuti e si sono arricchiti con la protezione politica. Economisti dai mille incarichi, uno più redditizio dell’altro, avvocati da sempre al servizio della classe dirigente, in modo assolutamente trasversale a gruppi e schieramenti, consulenti generosi di consigli a chi sino a ieri comandava di fronte e adesso comanda di profilo o si è messo da parte in attesa di mettersi di traverso. Robusta è la presenza del potere papale, in tutte le sue articolazioni intellettuali, amministrative e gestionali. Si notano persino alacri presenze dell’Università cattolica e della Comunità di sant’Egidio. Alla Cattolica la cultura, mentre il fondatore di una struttura che svolge funzioni di diplomazia parallela, con serie implicazioni geopolitiche, dovrebbe garantire qualcosa sulla bontà, con la benedizione di qualche cuoricino.
La presenza di banchieri è determinante. È possibile che Mario Monti e Corrado Passera occupino quattro posti governativi? No, è peggio, ne hanno cinque. Monti è presidente del consiglio e ministro ad interim dell’economia. Passera è ministro dello sviluppo e ad interim di infrastrutture e trasporti. Ma quest’ultimo ministero deriva dall’accorpamento di due funzioni diverse. L’esito istituzionale e politico è un groviglio preoccupante e centrale nella cifra di tutto il gabinetto. Nell’Italia democristiana si paragonava un grosso affarista a una divinità indiana dalle tante braccia.
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Fa' la cosa giusta
11 tesi sul conflitto che viene e sul mondo da inventare
Libera Università Metropolitana, ESC
1. «Il mondo è tutto ciò che accade». Partiamo da Oakland.
Il 2 novembre è iniziata una nuova epoca per il movimento #occupy e, più in generale, per gli indignados. All'occupazione delle strade e delle piazze ‒ sul modello spagnolo e di Zuccotti Park ‒ si è accompagnato uno sciopero generale di potenza straordinaria. Bloccato il porto, fermi gli uffici pubblici. Fermi i trasporti su gomma e la produzione. A braccia conserte anche la polizia. E poi decine di migliaia in piazza, a presidiare la città, a consolidare la paralisi del porto.
Guardiamo ad Oakland come si guarda ad un prototipo. Lacunoso, indubbiamente, in parte immaturo, eppure in grado di mettere in forma, in modo temporaneo, il conflitto che serve, quello in grado di fare i conti con la nuova composizione del lavoro e con la violenza della finanza. Non è sufficiente il sindacato, infatti, ad organizzare un lavoro frammentato e fortemente precarizzato, da sempre immerso nei flussi comunicativi o costretto a prestazioni di tipo neo-servile. Se lo sfruttamento contemporaneo si disloca anche e soprattutto sul terreno dell'accumulazione finanziaria, la lotta di classe deve investire per intero la riproduzione sociale, la vita, la cooperazione extra-lavorativa. Ma non basta neanche il movimento #occupy. La sua forza esibisce la crisi della democrazia liberale di fronte all'arroganza della dittatura finanziaria, ma ancora non ci mostra il modo utile per «far male ai padroni». È necessario prendere la parola e cominciare a «dire la verità al potere», ma bisogna individuare il potere nelle maglie dello sfruttamento metropolitano, nel furto di plusvalore.
In questo senso Oakland è un prototipo, in questo senso riscopriamo, senza timidezza, la nostra ispirazione repubblicana.
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Crisi e (sotto) consumi
Antiper
Nelle teorie economiche che condividono l'approccio “sotto-consumista” è il livello della domanda (di merci) che regola il livello dell'offerta (detto in modo diverso: è la scala del consumo che regola la scala della produzione); per i sotto-consumisti, dunque, le crisi capitalistiche sono sempre figlie, in un modo o nell'altro, di un difetto di domanda. Ne consegue che la ricetta anti-crisi dei sotto-consumisti è sempre, in un modo o nell'altro, quella di aumentare la domanda mediante un innalzamento dei redditi.
Naturalmente, ci sono sempre due modi per fare le cose. E difatti “aumentare il reddito” può voler dire aumentare il reddito (e il consumo) dei ricchi oppure aumentare il reddito (e il consumo) dei poveri. Non a caso, i sotto-consumisti si dividono in due grandi “scuole”: diciamo, una “scuola sotto-consumista di destra” (in cui vengono in genere annoverati esponenti come Thomas Malthus o John Hobson) e una “scuola sotto-consumista di sinistra” (in cui vengono annoverati, tra i moltissimi altri, autori come Sismonde De Sismondi, Rosa Luxemburg, Paul Sweezy... nonché più o meno tutte le espressioni sindacali esistite ed esistenti, di regime e “di base”).
I sotto-consumisti “di sinistra” - peraltro molto più numerosi di quelli “di destra” - sono fan di “Robin Hood” perché propugnano l'espropriazione di quote di reddito dei “ricchi” per destinarle ai consumi di prima necessità dei “poveri”.
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Tra urban riots e book blocs
Ovvero: Sulla “generazione della crisi”
written by Federico Campagna
I “giovani” sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli “anziani” dominano di fatto ma… après moi le déluge, non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione. Perché? Ciò significa che esistono tutte le condizioni perché gli “anziani” di un’altra classe debbano dirigere questi giovani, senza che possano farlo per ragioni estrinseche di compressione politico-militare.
Era così che Antonio Gramsci discuteva la “quistione dei giovani” nei suoi Quaderni del carcere. La riflessione gramsciana scaturiva dal contesto politico italiano del primo dopoguerra. In quel frangente, il collasso della vecchia classe dirigente liberale aveva visto un’avanguardia consistente delle nuove generazioni esprimere la propria “ribellione” nei confronti dello status quo sotto forma di supporto attivo allo squadrismo fascista. Nei Quaderni, Gramsci interpretava questa convergenza a destra dei giovani come il risultato dell’incapacità – da lui spiegata alla luce di fattori esogeni di natura “politico-militare” – da parte del movimento operaio di esercitare una funzione “dirigente” nel paese. Questo paper nasce dall’assunto che l’analisi di Gramsci sia proficua per descrivere alcuni tratti della situazione politica contemporanea in Italia – e oltre. In particolare, penso che la difficoltà, in un periodo di “crisi”, nel ricambio generazionale all’interno della classe dirigente sia un elemento chiave per comprendere il prepotente ritorno dei giovani sulla scena pubblica europea negli ultimi tre anni; ma anche per capire perché il protagonismo giovanile si è espresso prevalentemente in forme “antagoniste” piuttosto che non “propositive” (la stessa scelta del termine indignados per caratterizzare il movimento di Plaza Catalunya mi pare emblematica).
Utilizzando categorie di matrice gramsciana, cercherò per prima cosa di tracciare un profilo storico e sociale della “generazione della crisi” – vale a dire, quei nuclei di giovani che si sono venuti politicizzando dal 2008 in avanti; quindi analizzerò alcune delle ragioni per cui ritengo possibile una mobilitazione politica radicale tra i più giovani, e i fattori che invece ostacolano questo processo; infine, cercherò di delineare una bozza di programma d’azione per i giovani di sinistra d’inizio ventunesimo secolo.
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Se non ora, quando?
Guido Viale
L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilità che abbiamo per un'alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante è cominciare. Al più presto
Il decreto "Salvaitalia" non salverà l'Italia e il decreto "Crescitalia" non la farà crescere. Sembra - quest'ultimo - il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticità delle cose; com'era la famigerata "Robinhood tax", nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. È più probabile invece che da quei due decreti l'Italia esca ulteriormente depressa. Il paese non sta andando a nord-ovest (verso Bruxelles) come sostiene Monti; ma, per usare i suoi riferimenti logistici, a sud-est (verso la Grecia). Le misure adottate dal governo greco, prima e dopo il cambio della guardia, non l'hanno salvata da un primo default - anche se nessuno lo ha chiamato con il suo vero nome - e non la salveranno dal prossimo. E nessun economista serio vede come l'economia della Grecia, sottoposta a quella cura da cavallo, possa risollevarsi nel giro dei prossimi dieci e più anni.
Ma l'Italia ha imboccato la stessa strada; che è poi quella "suggerita", cioè imposta, dalla Bce. Quanto all'equità, questa sì, verrà realizzata: equiparando al livello più basso lavoro fisso e precario e superando così «l'apartheid» che li divide (bella espressione, «apartheid»: come se i lavoratori a tempo indeterminato - e non i padroni, che in questi mesi li stanno mettendo entrambi sul lastrico a bizzeffe - avessero rinchiuso i precari dietro una cortina di filo spinato). Anche le "riforme" si faranno, dato che sia questo termine che "modernizzazione" vengono ormai usati solo per indicare la sottomissione totale dei lavoratori alle imprese; e di queste alle banche; e delle banche - con i buoni uffici dei governi e della Bce - alla finanza ombra che domina l'economia globale.
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Introduzione a Marx e Hegel. Contributi a una rilettura
di Roberto Fineschi
[Roberto Fineschi, Marx e Hegel. Contributi a una rilettura, Roma, Carocci, 2006]
1. Premessa
Lo studio che presento è la continuazione organica di una ricerca iniziata da alcuni anni che ha dato i suoi primi frutti nel volume apparso alcuni anni fa dal titolo Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”. Tenendo conto del legame esplicito valgono qui le stesse tre premesse di carattere generale allora introdotte.
Nella voce Karl Marx per il dizionario enciclopedico Granat Lenin scriveva: «Il Marxismo è il sistema delle concezioni e della dottrina di Marx» [Lenin (1914): 9], proseguendo poi con un’esposizione dei principi generali e concludendo con un capitolo sulla tattica del proletariato. Non intendo certo pronunciarmi qui su Lenin come personaggio storico, politico o come pensatore; limitandosi però a questa affermazione, mi pare si possa sostenere che egli operi una forzatura che è stata poi propria di tutta una tradizione, alla quale sono appartenuti anche gli oppositori di Lenin. Definirei, infatti, più propriamente il marxismo come “una prassi politica ispirata alle concezioni ed alla dottrina di Marx”. La teoria del modo di produzione capitalistico elaborata da Marx non è infatti – né può essere – immediatamente una teoria politica; si tratta piuttosto della ricostruzione, ad un altissimo livello di astrazione, del funzionamento “epocale” della società borghese, che implica delle linee di tendenza, delle forme di movimento, ma immediatamente non una politica.
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Le illusioni del liberista Monti
di Felice Roberto Pizzuti
Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità
Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverare nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).
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Finanza e banditi a Basilea
Giulietto Chiesa
Accadde a luglio del 2011, alla vigilia del vertice del G-20. Il mondo del mainstream, istruito per farci vedere il varieté, ci raccontò gl’incontri dei grandi e dei meno grandi, ma non ci disse niente in prima pagina sul posto dove quelle loro - si fa per dire - decisioni erano state prese, prima che costoro si riunissero.
Soprattutto si è guardato bene dal dirci “chi” erano quelli che le avevano prese, e poi, opportunamente confezionate, le avevano fatte servire agl’ignari abitanti di Matrix.
Il luogo fu Basilea, la città cui è toccato di scandire, con la precisione degli orologi svizzeri, il cambio d’epoca cui siamo forzati ad assistere. Si chiamano “Basilea 1”, “Basilea 2”, “Basilea 3” (in fieri) , le tappe in cui i regolamenti finanziari sono stati definiti negli scorsi anni. Basilea non per un capriccio del destino, ma perché è la sede della Bank for International Settlements, cioè la superbanca delle superbanche, il luogo dove si decidono le regole delle banche, cioè ormai degli Stati (dal momento che questi ultimi sono dei nani al servizio dei ciclopi); il tempio dove si stabilisce il grado di libertà che le superbanche intendono riservarsi nel loro agire.
A luglio 2010 non si tenne una “Basilea 3” definitiva, ma di sicuro quella riunione resterà nella storia del capitalismo finanziario mondiale, perché fu là che si misurarono i rapporti di forza tra i potenti del pianeta, per meglio dire tra i potenti dell’Occidente, perché fu tra di loro che si regolarono - provvisoriamente - i conti. Erano sei mesi fa e, a occhio e croce, si può dire che quella partita è già finita e se ne stanno aprendo altre, probabilmente assi più dure di quella.
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Capitalismo 2011: decomposizione in atto
Antonio Carlo
1) L’economia mondiale. Ripresa inesistente, disoccupazione elevatissima, debito che esplode, disuguaglianze crescenti ed insostenibili. 2) Gli USA. Economia ferma, consumi ed occupazione al palo, deficit e debito “monstre”, costi dell’impero insopportabili. 3) Europa ed euro: un tramonto grottesco. 4) Italia. Sempre più a fondo tra dramma e ridicolo. 5) Oriente. La Cina, declino irreversibile. Giappone un paese senza prospettive. 6) L’economia crolla e la società esplode. Bilancio delle lotte nel 2011. 7) Segue. Internet e le lotti sociali. Una svolta epocale. Il declino della infrangibilità burocratica e della “folla solitaria”. Tootle va in pensione.
1) L’economia mondiale. Ripresa inesistente. Disoccupazione elevatissima, debito che esplode, disuguaglianze crescenti ed insostenibili.
A) Il PIL, il debito sovrano e la crisi bancaria.
Nel 2010 il PIL è rimbalzato del 5,2% a livello mondiale contro precedenti previsioni (o stime) del 4,8%, nel 2011 si prevedeva un incremento del 4,4%, poi calato al 4% ed a fine anno l’OCSE ci fa sapere che siamo al 3,9%.
In realtà, però, le cose stanno decisamente peggio di quanto appaia da questo dato, perché ormai crescono solo i paesi sottosviluppati che, in genere, producono scarti di bassa qualità, spesso falsi dozzinali dei beni prodotti nelle aree avanzate1 .
Nelle aree avanzate, dove si concentra il grosso della ricchezza e delle capacità scientifico-tecnologiche del pianeta si è ormai vicini ad un ristagno che è una recessione mascherata2 . La prima delusione arriva dagli USA dove il PIL nel primo trimestre del 2011 cresce solo dell’1,8%, molto meno del previsto, epperò il dato riveduto crolla allo 0,4%, nel secondo trimestre + 1,3% corretto poi all’1%. Ma gli USA non sono isolati, la tabella che segue (fonte FMI) illustra bene la tendenza per il 2011 su base trimestrale3
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