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Doveva finire con qualche comizio...
plus militant
In Italia la giornata del #15 ottobre ci consegna una realtà che mentre scriviamo viene descritta fotogramma per fotogramma dai tg e dai siti informativi, come il giorno in cui un manipolo di teppisti si é impossessato di una giusta causa ed ha rovinato tutto
Più o meno le stesse parole di Mario Draghi, e quelle di Bersani che si spinge più in là, chiedendo a Maroni di riferire in parlamento nei prossimi giorni perché, come per il 14 dicembre dello scorso anno, si ha paura che i ragazzi colorati con le tende o avevano al loro interno qualche infiltrato di Kossiga memoria, o che le forze dell'ordine abbiano "lasciato fare" il manipolo di teppisti apposta.
La realtà ancora una volta è un' altra e va ben al di là di queste considerazioni e di quelle che iniziano a circolare tra il movimento.
Al 15 ottobre ci si è arrivati in una situazione assurda, dove gli organizzatori dei comizi finali in piazza San Giovanni, avevano desistito da tempo di sfilare verso i palazzi del potere romano, che era l'unica cosa incisiva in una giornata del genere. Le iniziative dei giorni scorsi volevano smorzare e incanalare una rabbia diffusa e irrapresentabile che oggi si è manifestata in tutta la sua espressione.
Può anche essere vero che all'inizio la giornata avesse preso una piega difficile da spiegare (ma più comprensibile di altre volte se possiamo dire) con l'attacco a banche, Suv e compro oro, ma poi quello che si è visto è stato tutt'altro che qualche gruppo di esagitati, infiltrati, carabinieri o fascisti che dir si voglia nei social network.
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Riflessioni dallo spezzone NO TAV a Roma 15-10
Il 15 ottobre è stata una giornata intensa per tutto il nostro paese, giornata che rimarrà impressa nella memoria, una giornata che fa paura, a tanti, a molti.
Il movimento no tav era a Roma, non per la prima volta, neanche per l’ultima, fiero, con le sue bandiere, con la sua lotta. Un forte appello da queste pagine era partito una settimana prima “Valsusa chiama Italia”, come un grido, da una valle che resiste, da una valle che lotta, un grido di aiuto e un grido di speranza. Roma è il centro politico da cui vengono prese le decisioni, lì le sorti del nostro territorio vengono discusse, lì il nostro futuro deciso. Se da un lato con caparbietà e coraggio la val di Susa resiste a Chiomonte impedendo l’avvio dei lavori dall’altro il movimento no tav ha bisogno di far cadere il mandato politico che regge e legittima l’occupazione militare.
Il no tav tour, la partecipazione alle manifestazioni degli indignati , alle lotte studentesche sono quindi la risposta che il movimento dà al secondo pezzo del problema. Per questi motivi a Roma il movimento no tav ha sfilato e lottato.
Il giorno dopo come sempre le condanne arrivano unanimi, come quando in val di Susa le giornate di lotta diventano reali, incidono e fanno male, a chi questa valle la vuole devastare. Da un lato una casta, fatta di pochi “politici” e banchieri che tragicamente stanno impoverendo il mondo e i popoli, dall’altra centinaia di migliaia di persone che si battono per fermarli.
Qui iniziano i problemi della giornata del 15 ottobre.
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Tutto inutile senza la riforma della finanza
di Luciano Gallino
Il presidente Nicolas Sarkozy e il cancelliere Angela Merkel si sono incontrati a Berlino giorni fa (del presidente del Consiglio italiano nella Ue si son perse le tracce) e hanno annunciato che i loro paesi faranno il possibile per salvare le banche dell'eurozona. Innanzitutto punteranno a ricapitalizzarle, cioè ad accrescere il capitale di cui esse dispongono come riserva, a fronte d'una montagna di crediti a rischio e di debiti da pagare. Detto altrimenti, le banche sono riuscite a convincere gli amici che siedono nel consiglio direttivo della Bce a creare al computer tutto il denaro che occorre per toglierle dalla situazione in cui si sono cacciati da sole, contraendo debiti in misura di molto superiore a quanto permetterebbero le loro riserve. Di sicuro non si tratterà di spiccioli. Le stime del capitale necessario per ricapitalizzare le banche si collocano tra i 250 e i 700 miliardi di euro. Ma non pochi analisti ritengono che anche la cifra più elevata rappresenti una sottovalutazione. Infatti alcuni gruppi bancari dell'eurozona hanno un rapporto tra debiti e riserve di 30: 1. Ciò significa che su ciascun miliardo di riserva poggia una piramide rovesciata di 30 miliardi di debiti.
Ammettiamo pure che al punto in cui è giunta la crisi non c'erano alternative al salvataggio delle banche. Anche se non è vero, perché se l'aiuto della Bce equivale o supera il valore d'una banca tanto varrebbe nazionalizzarla. Tuttavia il passo più rischioso cui Sarkozy e Merkel stanno spingendo la Ue consiste nel salvare le banche senza compiere alcun tentativo per avviare una vera riforma del sistema finanziario. È una seconda grande occasione che va perduta. Le riforme del genere si riescono a fare soltanto quando sia i banchieri che i politici hanno paura che il mondo gli cada in testa. È accaduto nei primi anni 30, quando il presidente Roosevelt, a fronte del dramma sociale della Grande Depressione, riuscì a far passare una serie di nuove leggi, tra cui il famoso Glass-Steagall Act, che per oltre sessant'anni avrebbero rimediato alle follie della finanza degli anni Venti che avevano portato alla crisi.
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Il perché di tanto spreco
Di Antonio Turiel
Cari lettori,
c'è un argomento ricorrente nelle ultime discussioni ed ha a che fare con la possibilità di mantenere una società stabile e vivibile diminuendo volontariamente i consumi. Una tale affermazione è innegabilmente certa: dico sempre che è ridicolo parlare di scarsità di energia mentre nel mondo si consumano 85 milioni di barili al giorno di petrolio da 159 litri ciascuno; pensateci, sono più di 156.000 litri al secondo in tutto il pianeta e ciascun litro di questo magico elisir contiene la stessa energia che un uomo sano e forte (circa 100 watt di potenza media) potrebbe produrre lavorando senza sosta per quasi 4 giorni e mezzo (per circa 106 ore).
Insomma, il mostruoso flusso di energia che arriva solo dal petrolio nel pianeta equivale al lavoro quotidiano di 60 miliardi di nerboruti schiavi energetici di quelli da 100 watt per unità: 8 e mezzo per ogni abitante di questo pianeta e questo solo di petrolio (dato che il consumo globale di energia primaria è di 14 Tw di media mondiale, contando tutte le fonti è di 20 schiavi energetici a persona; la media europea arriva a 45 schiavi energetici a testa, mentre negli Stati Uniti la media fa 120). Giudicate Voi, ora, se si può parlare di scarsità di energia con questi numeri, soprattutto tenendo conto di come si spreca l'energia.
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Gli indignati e il debito
Vladimiro Giacché
Domani, in Italia come in molti altri Paesi, si svolgeranno le manifestazioni degli Indignati. Si tratta di un movimento che sta assumendo dimensioni globali e che intende dar voce, come dicono i cartelli issati dai manifestanti a Wall Street, a quel 99% della popolazione che sta pagando una crisi che non ha provocato. È importante che le ragioni di questa protesta non siano inquinate e distorte da atti di violenza che servirebbero soltanto a screditare il movimento, offrendo un’ottima scusa a chi non vuole entrare nel merito dei suoi motivi. Che sono molti e molto seri.
A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia – con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” – di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti.
Infine, a turbare non i mercati ma gli Indignati, c’è il governo peggiore di sempre: che prima ha negato la crisi, poi ha accettato senza fiatare una modifica del patto di stabilità punitiva per l’Italia e infine ha costruito una manovra economica (anzi: quattro) da manuale quanto ad iniquità e inutilità.
“Noi il debito non lo paghiamo” è tra gli slogan di questa giornata in Italia. È condivisibile? Dipende. Se significa “ripudio del debito” è difficile essere d’accordo. Per almeno tre motivi:
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Alla ricerca del nuovo paradigma
di Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini [con un intervento in calce di Riccardo Bellofiore]
Dopo il fallimento dell’Europa neoliberista, la via d’uscita dalla crisi richiede cambiamenti profondi. Serve una politica fiscale, industriale e del lavoro comune, che metta al centro la priorità dell’occupazione. Ma la può imporre soltanto un nuovo blocco sociale, con interessi opposti alle élite, e con la forza politica di sostituire le classi dirigenti
La malattia di cui soffre l’Europa potrebbe essere definita come una malattia genetica, essa, infatti, discende dal modo stesso in cui è stata costituita l’Unione Europea: dall’assetto istituzionale con la separazione tra politiche monetarie e politiche fiscali alla costituzione di una Banca centrale europea irresponsabile verso i cittadini e con il solo compito di combattere l’inflazione, sino alla strategia di crescita che fu allora definita.
Bisogna risalire al tanto celebrato, anche a sinistra, piano Delors del 1993; il piano infatti era un piano squisitamente liberista nel suo impianto concettuale. Il progetto era così definito: privilegiare gli investimenti infrastrutturali e tecnologici contro i consumi, ciò avrebbe accresciuto la competitività del sistema grazie inoltre alla costruzione, con adeguati patti sociali, di un differenziale tra dinamica della produttività e livello dei salari per garantire un’adeguata remunerazione degli investimenti.
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L’Italia come “mondo atono”
Jean-Claude Lévêque
L’Italia come “mondo atono”: alcune considerazioni politico-filosofiche a partire da Alain Badiou (e non solo).
Le brevi riflessioni che seguono intendono cercare di esaminare il “ caso Italia”, così peculiare nel contesto europeo, a partire da un concetto fondamentale coniato da Alain Badiou in Logique des mondes: quello di “mondo atono”.
Nella prima parte, cercherò rapidamente di esporre questo concetto, applicandolo poi concretamente alla situazione di chiusura propria della politica e della società italiane; nella seconda, farò dialogare provocatoriamente Badiou con Costanzo Preve e con Domenico Losurdo perché risulti più chiaro che, di fronte alla crisi italiana, di tutto abbiamo bisogno tranne che di interpretazioni “moralistiche” o paranoiche.
So che citare Preve non è certo “politicamente corretto”, ma penso anche che sia necessario e filosoficamente adeguato citarlo, giacché si tratta di uno studioso serio che argomenta con chiarezza, al di là della condivisibilità o meno di certe sue letture del marxismo (ma anche della politica italiana).
1. Mondi “atoni” e soggetti “reattivi”
Chi conosca almeno parzialmente il testo di Badiou, non avrà difficoltà a comprendere il senso di quest’accostamento; tuttavia è necessario precisare prima i due concetti per non incorrere, dopo, in spiacevoli fraintendimenti.
Per Alain Badiou, un mondo “atono” è un mondo in cui “il suo proprio trascendentale non ha alcun punto”, ovvero in cui non è possibile che si dia alcun cambiamento profondo attraverso la fedeltà a un evento.
Siccome il concetto di trascendentale in Badiou ha un significato non-kantiano, sarà bene chiarire perché è così e che cosa ne consegue: il trascendentale di un mondo “indica la capacita costitutiva propria di ogni mondo di attribuire a ciò che ‘sta’ in quel mondo delle intensità variabili”.
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Il default a sinistra del PD
di Francesco Indovina
Anche a sinistra del Pd le cose non stanno bene. Molti pensano, per esempio, che il debito vada onorato, che un futuro governo di sinistra debba farsi carico della diminuzione del debito, magari con un patrimoniale. Non credo che convincerò nessuno, la sinistra non ha più un pensiero autonomo che non sia la ripetizione della necessità di un "nuovo modello di sviluppo". Ma questo nuovo modello lo si dovrebbe costruire dentro i confini del nuovo capitalismo?
Le modifiche profonde del meccanismo del capitale (D-D-D) tra le altre cose, qui questo interessa, ha reso impalpabile, indeterminato, non qualificato e senza corpo l'antagonista (la "speculazione" è diversa dal "padrone"; materialmente e corposamente diversa). Contro di essa non si può scioperare, non si può occupare la fabbrica, non si può.... Ma si può colpirla nella tasca, non onorando il debito e questa non è "economia" ma "politica", una risposta di classe alla lotta di classe che la speculazione conduce contro i lavoratori.
Il fallimento dello stato (concordato, controllato, parziale, ecc.) non può non essere un obiettivo di governo (altrimenti ha ragione Bertinotti, che ci si va a fare). L'applicazione di una patrimoniale una tantum (chi dice di 200 miliardi, chi di 400, ma va bene anche una via di mezzo) e di una patrimoniale permanente, non deve essere finalizzata alla diminuzione del debito ma a ripristinare una parziale redistribuzione del reddito e ad avviare il famoso nuovo modello di sviluppo.
I 1.800 miliardi di debito non sono l'esito del fatto che lo Stato ha fatto scialacquare i cittadini, ma piuttosto c'è una quota rilevante di corruzione (ci ricordiamo cosa è stato scoperchiato da "mani pulite"? una situazione che come le cronache ci raccontano continua allegramente); c'è uno sperpero di risorse per opere inutili che favorivano le ambizioni di più o meno potenti politici (aeroporti, strade che finivano nel nulla, ospedali non finiti, ecc.
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La questione morale ai tempi del Pd
di Walter G. Pozzi
Com’è vero che la storiografia rientra nel campo dell’arte della guerra. Lo si è visto con cristallina evidenza questa estate, di fronte all’ennesimo recupero dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale. Succede sempre nei momenti di crisi; ancor di più nel bel mezzo di una crisi che coinvolge contemporaneamente economia e politica, allorquando i direttori di coscienza – ergo, gli opinionisti di palazzo – trovano più conveniente, per non dispiacere i loro datori di lavoro, sostituire a un’analisi seria delle responsabilità del sistema economico capitalistico sulla macelleria sociale in atto, un sano, per quanto indignato, dibattito sul crollo morale del sistema politico.
Suscitare indignazione morale è la via più diretta per distrarre le menti e solleticare la pancia dei lettori. Si tratta di una strada già bella e pronta, già lastricata.
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Il neoliberismo è un'ideologia
Elisabetta Teghil
Un tema che mi è molto caro è che il neoliberismo sta tentando di riportare questo paese agli anni ’50.
Non solo, ma la commistione con i partiti e partitini della così detta sinistra e associazioni satellitari fa sì che il neoliberismo sia capace di dettare anche l’agenda politica ed il linguaggio al movimento, almeno a quella parte che ci crede o fa finta di crederci.
L’Appello per la mobilitazione del 15 ottobre è un appello così generico, infarcito di parole ad effetto, con un tessuto interclassista e politicamente corretto che può essere sottoscritto da tutte/i.
Il ritorno agli anni ’50 è già stato realizzato, quando si organizza una mobilitazione incardinata su un documento così. Negli anni ’70 sarebbe stato prodotto da qualche circolo delle Acli. Bisogna andare ai documenti, alle manifestazioni e agli scioperi delle Trade Unions inglesi degli anni ’50 per leggere qualche cosa di simile.
Degli esempi per tutto.
Le banche sono uno strumento del sistema capitalista. Prendersela con il sistema bancario, accusandolo di un’economia distorta, è fare un favore a tutto il sistema. Le banche si devono nazionalizzare senza rimborso.
Fare appelli al presidente della repubblica, come garante della costituzione, è far passare il principio che vede nelle istituzioni qualche cosa di neutro e al di sopra delle parti. Siamo, addirittura, all’abc della politica.
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L’Europa di fronte alla “Grande contrazione”
di Alfonso Gianni *
No, non se ne esce. Anzi, la crisi si aggrava. Probabilmente la definizione coniata da Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart - “grande contrazione”, la più grande dopo quella del ’29 - è la più esatta perché unisce la recessione dei settori produttivi alla crisi devastante del settore immobiliare, finanziario e bancario, nonché ad una diminuzione non recuperabile - perlomeno non dagli automatismi del sistema - dell’occupazione. Non aveva senso suddividere i tempi della crisi in due fasi, quasi vi fosse stata quella generata dall’esplosione della bolla dei subprime (2007-2009), “superata” la quale si sarebbe abbattuta sul mondo quella del debito pubblico.
Era una lettura “ideologica” della crisi, tesa a occultarne le cause di fondo che risiedono nel meccanismo di sviluppo capitalistico, nella forzatura del sistema del credito per fare fronte alla sovrapproduzione e al sottoconsumo di merci, e a minimizzarne durata e gravità. Invece questa crisi durerà forse più dei sette biblici anni, 2007-2013, che già i migliori analisti avevano preventivato un po’ di tempo fa ed è destinata a segnare indelebilmente la vita di almeno una intera generazione.
Se l’America piange…
E’ quello che in sostanza ci ripetono persone tra loro molto diverse e animate da intenti a volte persino distanti. Nel tradizionale incontro di fine agosto a Jackson Hole il governatore della Federal Reserve ha spiegato che l’economia americana ristagna. In effetti la crescita del Pil americano è stata rivista al ribasso, da +1,3% a +1,1%, e quindi ogni attesa è riposta sugli andamenti del secondo trimestre. Ma c’è da stare poco allegri, visto che lo stesso Bernanke ci avverte che l’occupazione continuerà in ogni caso ad essere in forte sofferenza, poiché l’economia statunitense sta conoscendo «un livello straordinariamente elevato di disoccupazione di lunga durata», cioè superiore a sei mesi, secondo la metodologia statistica applicata in quel Paese.
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Fuori dal debito, fuori dall’euro o fuori dall’Unione europea?
A proposito di un articolo di Vladimiro Giacché
di Stefano D’Andrea
Vladimiro Giacché ha scritto un articolo nel quale, in diciassette brevi paragrafetti, ricostruisce in modo persuasivo l’itinerario della crisi economica, considerata esattamente come un complesso di fenomeni causalmente collegati, iniziati nel 2007 (1).
Giunto alla situazione italiana attuale, alla quale dedica il diciottesimo paragrafetto, Giacché si sofferma sulle conseguenze che avrebbero le politiche di austerità: “Se prevarranno i pasdaran del pareggio di bilancio e della riduzione del debito a ogni costo, che hanno nella Bce il loro principale punto di riferimento e nelle sue ricette neoliberiste e reazionarie (pedissequamente eseguite dal governo Berlusconi) il più clamoroso esempio recente, il destino dell’economia italiana è segnato: nessuna crescita sarà possibile e quindi – precisamente per questo – il default sarà garantito”.
Tuttavia, continua l’autore, “l’alternativa non può essere rappresentata dalla parola d’ordine del ripudio del debito che qualcuno agita a sinistra. E non può esserlo per diversi motivi: a) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dalla popolazione italiana e in particolare da lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a vedere proprio nei titoli di Stato il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi: in altre parole non si può, per il solo fatto che lo si desidera, dare al concetto di default selettivo (che significa semplicemente “non pagamento di alcune emissioni di debito e non di altre”) un significato diverso e più gradito (onorare il debito rispetto ad alcune classi di creditori e non ad altre); b) Perché ogni default costringe a un avanzo primario che non ha nulla da invidiare a quello richiesto dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio, e questo per il semplice motivo che dopo di esso i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare il deficit italiano per diversi anni; c) Perché un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, tra i cui effetti più immediati ci sarebbe una notevole deflazione salariale, nella forma di un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori”.
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Berlusconi “neoliberista” e “criminale”: un quadro senza cornice*
di Luca Michelini[1]
1. La casa editrice Laterza è da diverso tempo in prima linea nella polemica contro il sistema di potere berlusconiano: il fatto non è secondario perché il nostro Paese ha tremendo bisogno di presidi anche imprenditoriali (e capitalistici), oltre che culturali, di libertà repubblicane. Il fatto non è secondario anche per la storia italiana del Novecento: ci fu un tempo in cui la Laterza, come ho avuto occasione di sottolineare in alcune ricerche, fu molto attigua al neo-liberismo nazionalista e fascista – pubblicava i testi di Maffeo Pantaleoni –, finché, vuoi motu proprio vuoi sospinta da Benedetto Croce e da Luigi Einaudi, resisi finalmente conto, solo dopo il delitto Matteotti, del gran danno che per l’Italia costituiva l’operato di Mussolini, fu tra le poche case editrici a mettere in circolazione in Italia testi (e basti pensare a quelli di Antonio Labriola o degli stessi Einaudi e Croce) che oggettivamente preservavano, trasmettevano e innovavano la tradizione che poi prenderà fiato nell’Italia repubblicana e di cui la stessa Laterza era stata insigne portavoce nei primi anni della sua esistenza.
In Italia manca una “pubblica opinione” articolata, pluralista e indipendente per davvero. Naturalmente, e purtroppo, i meccanismi dell’imprenditoria editoriale sono costretti per mille rivoli ad intersecare, prima o poi, l’intermediazione della politica e della logica di potere della “società civile” capitalistica: inutile ora fare lunghi excursus storici e disquisizioni dottrinali; basta, per fare un esempio, analizzare quanto sta avvenendo nell’Università con l’introduzione dei cosiddetti “criteri oggettivi” di valutazione, che, mettendo nel gioco case editrici private (e relativi comitati scientifici composti anche da docenti – con relativi conflitti d’interesse –, o composti… da chi, di grazia?), di fatto stanno operando una chiusura oligarchica e classista o, peggio ancora, neo-coloniale (a favore di una cultura, quella anglo-americana, ora ideologicamente orientata, ora in evidente affanno su tutto ciò che riguarda la crisi epocale in corso) del sapere proprio nel momento in cui con le reti informatiche la discussione scientifica, che dovrebbe essere del tutto indipendente dai diritti di proprietà vigenti, conosce potenzialmente una espansione virtuosa senza limiti.
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Orwell reloaded
Il mondo criminale del capitale e dei Megamedia odierni
di Franco Soldani
1. Kafka in abiti giuridici
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, un provvedimento adottato il 17 marzo 2011, dispone l’attuazione di una serie di misure atte ad affrontare la cosiddetta crisi innescata dalla guerra civile libica. Tra le altre cose, in modo particolare autorizza la comunità internazionale:
■ad istituire una no-fly zone in Libia;
■a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili e porre fine alle violenze e agli attacchi nei loro confronti;
■ a rafforzare l’azione contro i mercenari e loro nuovi arrivi;
■ imporre un cessate il fuoco.
La R1973, proposta non a caso da Sati Uniti, Francia e Gran Bretagna, si sostanzia di ragioni che in pratica rappresentano altrettanti argomenti tipici della propaganda. Ovvero sia sono falsi e non corrispondenti al vero, nel senso che non sono mai accaduti, come dimostrato da molteplici fonti, sia hanno in definitiva natura opposta a quella che ci è stata presentata. Con la R1973, in altre parole, varchiamo subito la soglia di un regno surreale e veniamo introdotti d’un colpo in un mondo dell’assurdo. Infatti, le potenze guida dell’Occidente propongono l’adozione di misure militari contro un paese sovrano tramite il ricorso ad una doppia logica:
A)
►sia sulla base di un vero e proprio coup da esse fomentato e finanziato, innescato dai loro agenti a Bengasi (detti ribelli ma forse meglio qualificabili come marrani al soldo dello straniero, cloni di laboratorio dei servizi statunitensi);
►sia sulla base di un preventivo intervento sul suolo libico, un vero e proprio atto di guerra in spregio di ogni diritto internazionale, tramite le loro covert operations e i loro reparti di intelligence in armi, ben prima dell’inizio delle ostilità.
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iFu. L’ambivalenza rimossa di Steve Jobs
Diradatasi parzialmente la cortina di incenso attorno alla morte di Steve Jobs, ed il cordoglio unanime ed ovattato, occorre fermarsi a riflettere criticamente sulla sua parabola e sul suo lascito nel nostro presente, e trarne le opportune lezioni.
Steve Jobs è stato un capitalista nell’accezione più classica di questo termine: ha saputo appropriarsi della ricchezza creativa della controcultura e della cooperazione degli anni ’70 ed ’80 statunitensi e servirsene per creare e veicolare bisogni e tendenze di mercato. Destreggiandosi, con abilità da riconoscere, tra cyber-èlite e masse, contribuendo alla perdita d’aureola delle prime ed alla messa a lavoro generalizzata dell’intelligenza delle seconde, tramite interfacce sempre più semplificate.
In particolare, l’attraversamento della scena dell’Homebrew Computer Club, fucina di numi dell’ICT da Richard Stallman a Lee Felsenstein è stata un prerequisito indispensabile per Jobs per agire pienamente nella successiva fase di socializzazione del web. Molti attacchi vengono rivolti a Steve Jobs da parte del mondo hacker, che lo accusa di aver svenduto al grande business l’innocenza della comunità amatoriale – profittando egli stesso del decisivo apporto tecnico del cofondatore di Apple Steve Wozniak.
Il che è vero, tanto più inserendosi in un graduale e generalizzato processo di cattura e massificazione del desiderio degli informatici presso il grande pubblico che porterà al declino dell’autonomia dei cosiddetti cybersoviet.
Ma ci si deve anche chiedere: si potevano socializzare diversamente queste spinte? Cosa ha portato a non farlo?
Per ironia della sorte, il gran ritorno di Jobs alla guida di Apple avviene a fine anni ’90, in concomitanza con l’ascesa dell’open source come strategia di sviluppo e commercializzazione del software libero; un processo storico che non lascia indifferente l’uomo di Cupertino, come prova l’implementazione di Mac OS X. Ma mentre l’open source facilita la circolazione del codice – pur certamente in maniera interessata ed ambigua – la nuova Apple con l’avvento dei nuovi device di consumo di beni digitali fa presto a trincerarsi nell’approccio closed.
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In lotta contro la cartolarizzazione del futuro
Girolamo De Michele
Da dove partire per disegnare il campo dei problemi aperti dal nuovo anno scolastico? Forse da una vicenda apparentemente locale: lo scambio di messaggi tra una lobby di presidi toscani, i cosiddetti “diciotto”, e i collettivi di cinque scuole superiori di Pontedera. Ai presidi che si ritengono in diritto di fare la morale agli studenti – «gli studenti devono essere consapevoli che se la politica è cosa seria e importante, devono risultare serie e credibili le forme della loro protesta. Dobbiamo dire in tutta sincerità che non possono risultare tali le occupazioni che si sono ripetute negli ultimi anni», i collettivi rispondono alzando il tiro: «Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime? Forse dietro scrivanie ad applicare circolari contraddittorie e inapplicabili, contrarie al buon senso, contrarie a chi vuol difendere il diritto di una scuola pubblica di tutti e per tutti. Forse a dire che la legge è legge, che va applicata! Probabilmente dissero così anche i Presidi quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali, forse dissero così, sicuramente dissero così».
Nella risposta dei collettivi sono ben chiari due punti fermi: la doppia natura dell’istituzione scolastica, al tempo stesso strumento di trasmissione del sapere dominante e di critica del sapere; e la visione generale all’interno della quale può essere colta la specificità “locale” della scuola.
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I falsi profeti dell'austerity
di Sergio Cesaratto
Due elementi che si ritrovano sia nella lettera della Bce al governo italiano che nelle proposte della Confindustria appaiono particolarmente discutibili: l’innalzamento dell’età pensionabile e le privatizzazioni del patrimonio pubblico. Circa l’età pensionabile si dimentica in genere che il suo accrescimento comporta minori opportunità di occupazione per i giovani. Non è un caso che con l’aumento dell’età effettiva di pensionamento che si è avuta nel nostro Paese durante gli ultimi anni, le pur meno numerosi coorti di giovani abbiano trovato difficoltà crescenti a trovare lavoro. Senza politiche di aumento dell’insieme dei posti di lavoro v’è sì un conflitto generazionale fra giovani e anziani, ma nel giocarsi i posti di lavoro esistenti. Le politiche di tagli di bilancio e di stretta monetaria adottate in Europa non aiutano certo ad accrescere le opportunità occupazionali, anzi le diminuiscono. Non ritengo certo che quelle opportunità vadano create coi pre-pensionamenti, ma piuttosto che l’eventuale allungamento della vita lavorativa vada accompagnato a politiche del pieno impiego.
Bce, Confindustria e anche, sorprendentemente, l’ala moderata del Pd ritengono che i proventi di massicce privatizzazioni del patrimonio pubblico possano ridurre in maniera cospicua il debito del Paese e, conseguentemente, la spesa per interessi. Con questi risparmi di spesa, si reperirebbero risorse da investire, secondo i gusti, nella riduzione del costo del lavoro, nell’istruzione, nelle infrastrutture e quant’altro. Peccato però che dismissioni in tempi così rapidi sono impossibili,se non a prezzi di svendita. Ma anche nel più lungo periodo vi sono diversi problemi. 1) Il patrimonio edilizio pubblico potrebbe venir utilizzato per operazioni di speculazione immobiliare nei centri storici al di fuori di seri controlli. 2) La privatizzazione dei servizi di pubblica utilità creerebbe monopoli privati, come già tristemente accaduto dopo la stagione delle privatizzazioni al principio degli anni 1990. 3) La svendita del patrimonio industriale pubblico priverebbe il Paese di competenze che un governo progressista potrebbe impiegare per rilanciare una seria politica industriale pubblica.
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20 tesi sulla crisi
di Vladimiro Giacché
1. La crisi attuale non è altra cosa rispetto a quella iniziata nel 2007-2008. La crisi è la stessa: semplicemente, non ne siamo mai usciti. Il modello che allora è andato in frantumi, quello della crescita a debito, dell’espansione economica drogata dal credito e dalla finanza, è ancora in pezzi. In questi anni si è tentato di farlo ripartire, ma inutilmente. Per capire la fase della crisi che stiamo vivendo oggi, è necessario ricapitolarne le tappe precedenti.
2. La violenza della crisi manifestatasi a partire dal 2007 nasce dalla profondità delle sue radici. Essa infatti
- nel medio periodo è originata da sovrainvestimenti (grande crescita degli investimenti nei paesi di nuova industrializzazione a cui non ha corrisposto una proporzionale diminuzione nei paesi industrialmente avanzati) e sovraconsumo pagati a debito.
- nel lungo periodo nasce dalla caduta del saggio di profitto cui si è reagito con la finanziarizzazione, resa possibile tra l’altro dallo status particolare del dollaro (valuta internazionale di riserva che però dal 1971 non è legata ad alcun sottostante).
3. La crisi scoppia a causa del collasso del modello di consumo degli Stati Uniti, basato sull’indebitamento privato, che consentiva di mantenere consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni.
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Come guidare il default italiano
di Guido Viale
Il fallimento di uno Stato (il cosiddetto default) non è un evento puntuale ma un processo. L'evento puntuale è la dichiarazione con cui lo Stato comunica che non intende più o non è più in grado di pagare alcuni dei suoi debiti: cioè di rimborsare alla loro scadenza i titoli (bond) che ha emesso. L'evento può assumere varie forme: se la cosa avviene "inaspettatamente" può gettare nel caos il paese debitore, ma anche alcuni dei paesi creditori (quelli le cui banche o i cui risparmiatori hanno accumulato quei bond) e, poi, il resto del mondo; o quasi. Oggi la cosa sembra impensabile; ma abbiamo di fronte anni di turbolenza finanziaria che renderanno sempre più difficile prepararsi a eventi del genere. Oppure può assumere forme "pilotate", con accordi che ripartiscano gli oneri del default tra debitore e creditore, cercando di contenere i danni; può avvenire in forma parziale, attraverso la promessa di rimborsare solo una parte del valore nominale dei bond; o in forma "selettiva", differenziando l'entità del rimborso a seconda della tipologia dei creditori (garantendo un rimborso maggiore ai piccoli risparmiatori, uno minore ai grandi investitori nazionali e uno ancora inferiore o nullo a quelli esteri). Oppure può avvenire sterilizzando il debito, il cui valore nominale resta inalterato, ma il cui rimborso viene procrastinato nel tempo.
Scelte del genere non comporterebbero necessariamente "l'uscita dall'euro" degli Stati insolventi: non ci sono "procedure per farlo" - e non è una cosa semplice - e scatenerebbero una fuga dall'euro di tutti gli Stati a rischio; cioè la dissoluzione della moneta unica, gettando l'Europa in un caos anche peggiore. Inoltre, non è detto che il ritorno a una moneta nazionale comporti, per lo Stato in default, un recupero di competitività con una svalutazione e il ritorno a una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Se il tessuto produttivo non c'è, o è inadeguato, la svalutazione non basta per togliere quote di mercato ai più forti in campo tecnologico e amministrativo: soprattutto in un mercato in contrazione, come sarà quello europeo, e mondiale, nei prossimi anni.
In ogni caso, di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo la creazione e la moltiplicazione di "monete" a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione. Le conseguenze delle alternative qui prospettate non sono ovviamente le stesse; ma in tutti i casi il default non è una passeggiata: una notevole contrazione della circolazione monetaria, della produzione, dell'occupazione legata alle attività in essere, dei redditi e del potere di acquisto è inevitabile, come lo sono una fuga di capitali - se le reti per intercettarli non sono adeguate - un blocco degli investimenti esteri e privati e l'impossibilità, per diversi anni, di ricorrere a nuove emissioni (cioè di fare altri debiti).
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EAT THE RICH! Perchè e come
è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente;
è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura;
è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte;
è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico.
Sun Tzu, L’arte della guerra
In questi mesi abbiamo seguito, come tutti, il dibattito economico e politico che si è scatenato nel nostro paese. È stato subito chiaro che si metteva male per noi: che di qualsiasi cosa si trattasse, gira e rigira, questa crisi e questo debito li avrebbero pagati gli studenti, i lavoratori, i disoccupati e precari, i migranti, insomma, il caro e niente affatto “vecchio” (anzi, giovanissimo, visto che ci stanno finendo anche i ventenni e trentenni delle “classi medie”) proletariato. Perciò abbiamo cercato di capire bene cosa stesse succedendo, e poi ci siamo messi a pensare cosa potevamo fare per evitare di finire nel Nuovo Medioevo che ci stanno preparando, con la stessa schiavitù ma con in più le telecamere...
Be’, non abbiamo trovato la Soluzione, però delle buone idee sì, o almeno qualche punto fermo che ci possa permettere di orientarci ed agire sin da subito. Così è nata la campagna Eat The Rich!, un’insieme di analisi, film, canzoni rock, volantini, subvertising e soprattutto iniziative, che vuole essere una proposta di agitazione per quest’autunno.
Attenzione: non si tratta di una nuova Rete, dell’ennesimo Comitato, di un cartello elettorale… Si tratta solo di far passare un semplice e inequivocabile messaggio, che dovrebbe essere la base di ogni opzione politica “alternativa” a questo sistema, un messaggio che deve girare in maniera larga, in ogni luogo dove soffre e speri questo nuovo proletariato, un messaggio che sarebbe bello spuntasse in maniera “virale”, che si diffondesse ovunque, sui muri, nelle scuole, anche senza firme, perché dice una cosa che è di tutti….
Un messaggio che dovremmo imporre a chi ci governa, dal padrone a fianco a quello lontano, dal ministro al tecnocrate europeo, dal banchiere al giornalista di regime, perché capiscano una volta per tutte che noi li odiamo, come loro ci odiano, che sono loro i nostri nemici, che se siamo ridotti così è colpa dei ricchi e dei padroni, di chi ha tutto e che pure continua a levarlo a chi non ha più niente, che sono loro a dover pagare, e che li combatteremo e non ci accontenteremo finché non li vedremo faticare la vita come noi, finché non saremo tutti uguali.
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Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti: L'eclissi
di Girolamo De Michele
Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti, L'eclissi. Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica, Manni, Lecce 2011, pp. 96, € 10.00
«Direi che questo dialogo è come una specie di brogliaccio, di quaderno di appunti, la mappa di una mappa». Queste parole che concludono il dialogo tra Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo rendono, quantomeno per approssimazione, l'idea di ciò che possiamo aspettarci da L'eclissi, testo scaturito dalla sbobinatura di una discussione tra due dei più acuti osservatori della crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Non si tratta di osservatori impassibili né imparziali, com'è giusto. L'uno e l'altro hanno un retroterra culturale in quel pensiero che si suole definire “post-operaismo”, dal quale si sono in qualche modo distaccati senza per questo rinnegare né le esperienze passate, né, soprattutto, gli strumenti teorici che il post-operaismo ha prodotto.
Ambedue sono stati tra i primi ad occuparsi in modo critico del mondo delle reti informatiche, con una diversità di approcci che oggi converge verso una posizione comune di sostanziale pessimismo, che i due autori sostengono da tempo e che meriterebbe di essere rintracciata nella loro bibliografia, a cui spesso questo dialogo allude. Dall'idea di una società aperta e priva di limiti, propria di una visione ottimistica delle reti, siamo costretti a risvegliarci dalla constatazione dei tanti Walled Gardens, dei giardini recintati che si moltiplicano in rete, un po' come le enclosures nelle campagne inglesi del XVI secolo. È a tutti gli effetti «un walled garden, un giardino recintato rigorosamente proprietario, dal quale gli utenti non possono uscire per navigare nel web aperto», iTunes. È un walled garden di fatto Facebook, un'applicazione che gli cui utenti scambiano per l'intero web, finendo per rimanere confinati all'interno di un ambiente che sostituisce il web svolgendone (in apparenza) tutte le funzioni.
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Le cause del debito europeo e il che fare
Domenico Moro
1. Un passaggio di fase storica
La crisi del debito sovrano europeo sta determinando una guerra non guerreggiata tra Stati, tra aree valutarie, soprattutto una guerra di classe. Oggetto di questa guerra sono i lavoratori, che subiscono un attacco senza precedenti al salario e al welfare, con possibili ripercussioni sui livelli di democrazia. I governi adottano politiche restrittive nel tentativo di ridurre il debito con l’effetto di ridurre la crescita e aumentare il peso percentuale del debito sul Pil. Praticamente l’economia europea si trova in un cul de sac. Confindustria ripete il solito refrain, la richiesta delle salvifiche “riforme” di struttura: privatizzazioni, riduzione delle tasse per le aziende, riduzione del costo del lavoro, aumento dell’età pensionabile, abolizione del contratto nazionale. Tutte misure, alcune già adottate nel passato, che ci hanno portato alla situazione in cui siamo, e che ora la aggraverebbero.
Il problema è che, in questo momento, l’attenzione è monopolizzata da due fenomeni. Il primo è il debito pubblico, che assurge al ruolo di male assoluto, tanto che si pretende l’introduzione nelle Costituzioni europee del pareggio di bilancio obbligatorio. Una decisione paradossale e nei fatti inattuabile, che va contro la storia economica, in cui il debito pubblico ha rappresentato il mezzo di affermazione del capitalismo e lo strumento per far decollare economie arretrate o tamponare le crisi. Il secondo è l’euro. Oggi, tutti si rendono conto che l’introduzione di una moneta unica senza un minimo di unità politica, e soprattutto senza un bilancio e un sistema fiscale comuni, affidandosi unicamente al libero mercato, è stata un errore. Il punto, però, è che debito pubblico ed euro rappresentano o delle conseguenze o delle aggravanti delle vere cause che, invece, rimangono sullo sfondo. Per individuare queste cause bisogna partire da due fatti. Il primo è la crisi del centro dell’economia capitalistica - Usa, Ue e Giappone - e il perdurare del ristagno della crescita di queste aree. Infatti, i problemi dell’euro si sono manifestati a seguito della crisi del 2008, e se ne è avuta una recrudescenza con il vanificarsi della ripresa. Il secondo, collegato al primo, è lo spostamento del baricentro economico mondiale dall’Occidente e dal centro dell’economia mondiale alla periferia, Cina, India, Brasile, ecc. Si tratta di un passaggio di fase storica, che avviene dopo cinque secoli di ascesa e due secoli di dominio europeo ed occidentale. Negli anni ‘80 e ‘90, il debito era il problema delle aree periferiche - Africa, Asia, Europa dell’Est e America Latina - caratterizzate da bancarotte e crisi di liquidità dovute alle decisioni finanziarie dei Paesi del centro. Ora, il debito è diventato il problema dei Paesi ricchi, dipendenti semmai dai finanziamenti di altre aree mondiali con forti surplus commerciali.
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Finestra sul vuoto: ovvero, la crisi dell’euro e la rótta della sinistra
Riccardo Bellofiore
A metà luglio mi sono stati chiesti da Fausto Bertinotti e da Rossana Rossanda due articoli: uno sulle politiche europee dentro la crisi, l'altro sulla rotta d'Europa. Ho scritto a fine agosto un lungo testo, da cui poi ho "tagliato" con modifiche i due lavori: l'uno è comparso sui siti del manifesto e sbilanciamoci (e sul quotidiano), l'altro è in uscita su Alternative per il socialismo
1. L’Europa è nel mezzo di una tormenta economica e sociale. Intanto l’economia mondiale viaggia verso quella ricaduta nella recessione che è in realtà nient’altro che la prosecuzione di una medesima grave crisi strutturale del capitalismo: la Grande Recessione. Pur con tutte le contraddizioni del disegno istituzionale che ha dato vita all’euro, è la crisi globale all’origine della crisi europea. La crisi europea non fa che retroagire sulla dinamica mondiale. La costruzione dell’euro rischia intanto di implodere.
Non era difficile da prevedere. Chiudendo, a novembre dell’anno scorso, un articolo con Joseph Halevi sull’International Journal of Political Economy, citavo una scena da Frankenstein Junior . “Freddy” Frankenstein scava con Igor una tomba per esumare il mostro, e commenta: “Che lavoro schifoso!” Igor replica: “Potrebbe andare peggio”. “Come?” commenta stupito Freddy. “Potrebbe piovere” è la risposta di Igor. Immediatamente tuoni e fulmini, e pioggia a dirotto. Da dicembre, in Europa e nel mondo, ha diluviato. La crisi greca, dalla periferia più debole del continente, passando per Irlanda e Portogallo, ha investito infine la Spagna. Come era atteso. A quel punto, istantaneamente, e con una accelerazione inattesa dai più, ha impattato pure sull’Italia, sino a lambire la Francia, e ora persino la stessa Germania. Una Germania che si sta bruscamente risvegliando dall’illusione di un parziale sganciamento dalla domanda europea: illusione che sola giustifica la sua linea suicida dal 2010.
I ‘germogli di ripresa’ sono appassiti rapidamente, e il rimbalzo dopo la crisi è risultato alquanto sovrastimato. La Cina – l’unico paese che all’inizio del 2009 ha praticato una vera politica keynesiana di spesa pubblica massiccia e attiva - è a rischio di deragliamento. La sua crescita dipende da un eccesso di investimento infra-strutturale, e dal sospetto di una gigantesca bolla immobiliare. Il resto del mondo pretende di insegnarle che non si può andare avanti col sottoconsumo delle masse: anche qui però illudendosi che un eventuale aumento dei salari cinesi sia speso, e speso all’estero. L’America Latina rischia a sua volta di rallentare bruscamente: impaurita dall’inflazione; strangolata dall’aumento del cambio (nominale e reale); dipendente non solo dalla domanda estera, ma anche dalla evoluzione dei prezzi delle materie prime che può rivolgerlesi contro.
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Per una comunità europea dei beni comuni
di Riccardo Petrella
L’Europa è sulla via della disintegrazione. La via d’uscita è nella ricostruzione di una comunità fondata sui beni comuni – terra, aria, acqua, energia, lavoro – sottratti al mercato e affidati alla partecipazione democratica dei cittadini
Si può parlare di disintegrazione europea per una duplice ragione. Primo: la storia degli ultimi 30 anni (a partire dal 1971-73) in Europa è, in generale, la storia di una sempre più marcata regressione rispetto all’obiettivo dell’integrazione politica dell’Europa. Questa appare, nella testa delle attuali classi al potere, più lontana e impossibile di quanto lo fosse agli occhi degli europei di 60 anni fa. Secondo: la sottomissione voluta dai poteri forti dell’Unione europea al neo-totalitarismo capitalista ha disintegrato il tessuto sociale ed economico delle società europee. L’Europa è diventata un arcipelago di tante isole diverse, diseguali, internamente fratturate da forti ineguaglianze e sbattute da venti di esclusione verso l’esterno. Si potrebbe analizzare una terza ragione, la disintegrazione ecoambientale (rapporti esseri umani-natura), ma questa, per quanto estremamente importante per il divenire delle società, va ben al di là del contesto specificamente europeo.
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Diritto all’insolvenza, alternative politiche e manovre elettorali
Qualche appunto in vista del 15 Ottobre
Militant
Continuiamo a leggere analisi sempre più complicate sulle crisi che stiamo attraversando. Ormai, se non si possiede almeno un master in gestione aziendale, è difficile stare dietro alle ultime osservazioni, gli ultimi spunti o riflessioni del professore di turno. Analisi che, di media, durano qualche giorno, cestinate al nuovo aumento degli spread, ad una qualche nuova dichiarazione di Draghi o Tremonti o al rendimento decennale dei BTP, per non parlare delle percentuali dei mercati azionari. Insomma, la carenza di una teoria forte (o che almeno regga a qualche titolo dei giornali) e di una prospettiva politica raramente è stato così evidente. Soprattutto, non riusciamo più a sintetizzare il quadro sociale esistente, rinchiudendoci nell’iperprofessionalità di analisi tecniche, quindi non politiche. Difficili da capire per gli addetti ai lavori, figurarsi dai lavoratori (o dalle moltitudini) alle quali dovrebbero rivolgersi.
Ci hanno anche stufato, ma questo da un pezzo, quelli per cui va tutto bene, grande è la confusione sotto il cielo dunque la situazione è eccellente. Coloro i quali intravedono prospettive rivoluzionarie, ipotesi di regime change, situazioni feconde per un cambiamento politico ed economico, o addirittura quelli che parlano di crisi del capitalismo e dunque di una sua prossima capitolazione (!). O tutti quelli che, al prossimo mini corteo o alla prossima protesta studentesca, ci verranno puntualmente a illuminare su ciò che sta cambiando in Italia, della misura colma, di nuove coscienze politiche o sociali. Niente gioia di vivere, basta! Stiamo vivendo un epoca di fallimenti politici continui, in cui il capitale domina incontrastato e in cui la nostra forza di incidere nelle dinamiche del potere è prossima allo zero. Si può – anzi si deve – essere ottimisti rispetto alle proprie volontà politiche, ma non rispetto ad analisi di una situazione che definire disperata e senza vie d’uscita (se non a destra, o neoliberiste, o cinesi, che dir si voglia), è poco. Anche quando ci analizziamo noi stessi, come movimento: continuare a dire che siamo fortissimi non porterà molto lontano, quantomeno in questi anni non ha portato da nessuna parte
Notiamo anche come da tutti i discorsi politici a noi vicini sia completamente scomparso il conflitto sociale come arma per incidere sulla realtà politica ed economica attuale.
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