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Podemos e la democratizzazione della democrazia
Jordi Borja
In Spagna, così come in altri paesi d’Europa, lo scenario politico si presenta vuoto, nonostante in esso si muovano fantasmi di un tempo passato, che – si spera – non potrà più tornare. I vecchi attori transitano per la scena, gesticolano senza grazia e senza senso, declamano una retorica antica che non interesserebbe e alla quale neppure crederebbe il pubblico, se vi fosse presente. In realtà, il teatro della politica è senza pubblico semplicemente perché manca l’opera. Gli attori rimangono in scena unicamente per sopravvivere, per contendersi quel che resta del naufragio. Sono i resti di una democrazia imperfetta e incompiuta, degenerata in un’oligarchia politica autistica, a volte corrotta, quasi sempre in preda all’ansia di sopravvivere: un’oligarchia economica speculativa e depredatrice senz’altro scopo che il lucro, culturalmente meschina e socialmente sfruttatrice. E la società? In fase di ricostruzione come “popolo”, l’opera che manca al teatro sta prendendo forma a partire dalla cultura e dai movimenti sociali, dalle molteplici forme del pensiero critico e delle rivendicazioni collettive, dalle organizzazioni storiche e, soprattutto, da forme organizzative del tutto nuove, anche nel linguaggio. E, ancora, dai nuovi processi di rappresentazione politica di questo popolo che inizia a emergere. Nello scenario politico spettrale compaiono nuovi attori. L’opera ancora non esiste, c’è solo una diversità nei gesti e nella grida, nelle pretese sparse e nelle necessità concrete.
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Le città fallite
Valeria Nicoletti
«Roma ha accumulato 22 miliardi di euro di deficit ed è una città praticamente fallita. Alessandria è stata dichiarata in default per un debito di 200 milioni. Parma ha un buco di bilancio di 850 milioni. Napoli è in stato di pre-dissesto. L’Aquila è ancora un cumulo di macerie, perché la ricostruzione non ha finanziamenti adeguati. Sono 180 i comuni italiani commissariati per fallimento economico». Basta un breve elenco per afferrare il perché del titolo dell’ultimo libro di Paolo Berdini, urbanista, ingegnere e scrittore, da tempo impegnato contro il consumo del suolo italiano, autore de Le città fallite, edito da Donzelli (2014).
«Le città, purtroppo e per fortuna, non sono equazioni matematiche, dove è sufficiente far quadrare una formula per risanare i bilanci. Le città sono, prima di tutto, luoghi ed esistenze». Così, attraverso un’accurata parabola storica, Berdini ricostruisce l'involuzione delle metropoli italiane, dall'avvento di Tangentopoli al recente Sblocca Italia fino allo scempio delle grandi opere contemporanee, raccontando come la città, vittima di una scellerata deregolamentazione, si sia trasformata gradualmente in un conto economico, o peggio, un’impresa, dove basta licenziare gli elementi disturbatori per risolvere il problema.
«Le città del neoliberismo diventano sempre più grandi e più ingiuste, perché l’economia dominante ha smesso di investire sulle città e sui territori» che, perdendo ogni connotazione sociale, si mutano in luoghi sempre più simili a campi neutrali dove far circolare flussi di denaro, «esclusivi oggetti economici dominati da flussi di investimento che prescindono dalle specificità dei luoghi e dai bisogni della popolazione».
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Crisi, quando a crescere è solo la stagnazione
di Marco Bertorello
Come un mantra il governo ripete che siamo in ripresa economica, in realtà – dati alla mano – la crescita è minima e sul tesoretto a disposizione si sta aprendo un gran dibattito mediatico e popolare su come utilizzarlo. Ma quello in corso è davvero un nuovo inizio oppure siamo ancora in fondo al tunnel, con la luce sempre lontana?
Quell'araba fenice della crescita
Non tutti si accodano al coro enfatico sul ritorno della ripresa1. Il Sole 24 Ore, ad esempio, commentando i recenti dati dell'Istat e del Centro studi di Confindustria sulla produzione (-0.2% a febbraio su base annua e +0,1% a marzo rispetto al mese precedente), scriveva che la ripresa «per l'economia italiana, assomiglia in modo preoccupante alla descrizione fatta dallo scrittore Edoardo Galeano a proposito dell'utopia: “Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là»2. Insomma i risicati decimali positivi o negativi non ci dicono un bel niente se non vengono contestualizzati in una serie di lungo periodo e soprattutto se non vengono incasellati nel quadro generale dell'economia mondiale.
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Slow Food, Coop e Eataly: la sinistra di facciata
Due chiacchiere con Wolf Bukowski*
Dopo la recente pubblicazione del suo ultimo libro, La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), Wolf Bukowski è apparso sul Corriere, Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, è stato ospite di Radio popolare e a Milano del Festival Statale Antifascista e Antirazzista insieme a Genuino Clandestino. Scrittore e guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spazio a sottintesi: quello di Slow Food e Eataly è un sogno “tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori”.
In passato hai scritto di memoria, territorio e Grandi Opere. Com’è nata l’idea di questo libro? Qual è il messaggio che volevi veicolare e a chi è indirizzato?
L’idea nasce da una parte per un mio interesse verso le questioni del cibo – soprattutto per i suoi aspetti politici, sociali ed economici – e dall’altra per delle ricerche che avevo fatto sulla politica italiana negli anni ’80. La vicenda di cui parlo nel libro si interseca con quelle della sinistra italiana nelle sue varie accezioni. E infatti racconto la storia del Manifesto, del Gambero Rosso e i rapporti che si costruiscono tra associazioni che nascono a sinistra come Slow Food, con aziende che hanno un rapporto con la sinistra istituzionale come le Coop e infine con Eataly che adesso è quasi identificata con la sinistra del governo. Vedevo che alcune loro scelte erano sempre più orientate verso il mercato e la mistificazione.
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La Resistenza al nazi-fascismo
Una scelta che «non si poteva non fare»
Matteo Cavalleri
Gli anniversari a cifra tonda portano spesso con sé il rischio di nevrosi commemorative, i cui sintomi consistono nel manifestare con estrema intensità quelle tendenze celebrative museificanti e agiografiche – comunque sempre presenti – che comportano la corrosione del significato stesso che le date costudiscono. Questo settantesimo della Liberazione sembra non sfuggire alla diagnosi. Ecco perché può risultare politicamente decisivo pensare il 25 aprile dalla prospettiva dell’8 settembre 1943. Un gesto di strabismo teso a cogliere – nel tempo difficile, denso e sospeso del decidersi per la Resistenza – il portato di verità che ha innervato l’intera esperienza della lotta al nazi-fascismo. Che ha espresso una pratica d’azione e pensiero in grado di reggere il peso della scelta e della parte. E che ancora ci interpella.
Licenziando, nell’aprile del 1945, la prefazione al suo Un uomo, un partigiano lo storico – e poi militante politico – Roberto Battaglia si presenta al lettore con un rivelatore cameo biografico: «l’8 settembre 1943 ero un tranquillo studioso di storia dell’arte, chiuso in un cerchio limitato di interessi e di amicizie; l’anno dopo, l’8 agosto, ebbi il comando d’una divisione partigiana che ha dato più di un fastidio al tedesco».
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Di cosa parliamo quando parliamo di sinistra?
Edoardo Greblo*
Parafrasando Riggan Thomson, che in Birdman dirige e interpreta la celebre pièce di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ci si potrebbe chiedere: di cosa parliamo quando parliamo di sinistra? L’universo della sinistra è infatti quanto di più pluralistico si possa immaginare, poiché al suo interno convivono uno spirito statalistico e uno individualistico, una vocazione libertaria e una autoritaria, una tendenza produttivistica e una ecologista, una inclinazione universalistica e una localistica, una inclinazione alla scientificità e una all’utopismo, una propensione rivoluzionaria e una riformista. Il che spiega come sia difficile, se non impossibile, individuare una qualche continuità organizzativa e ideologica tra le varie forze che si sono storicamente collocate a sinistra dello schieramento politico, oltre che il tasso altissimo di conflittualità tra le sue diverse anime, spintosi talvolta sino a divaricazioni laceranti.
Eppure, nonostante ciò, è possibile individuare una caratteristica definitoria in grado di unificare una costellazione di forze i cui ideali si presentano così radicalmente diversificati: si tratta dell’idea che la sinistra non sia solo una delle parti che alimentano la vita democratica, non sia solo, cioè, il luogo dello spazio politico contrapposto a quell’altro luogo dello spazio politico che è occupato dalla destra. E questo perché la vita della sinistra coincide con la vita della politica, nel senso che essa è la “parte” che attribuisce alla politica il compito di imporre regole e norme all’economia e al sistema sociale, mentre la destra, al contrario, ritiene che la politica sia un male necessario e che la sua funzione ordinativa vada ridotta allo stretto necessario.
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Cuba ha scelto il male minore
Nel caos mondiale il Sud America offre il quadro più saldo
F. Sebastiani intervista Luciano Vasapollo
Luciano Vasapollo, professore di Metodi di Analisi dei Sistemi Economici, Sapienza Università di Roma; Delegato del Rettore per i Rapporti Internazionali con l’ America Latina e i paesi dei Caraibi direttore Riviste PROTEO e NUESTRA AMERICA; direttore di CESTES centro studi dell’USB-Unione Sindacale di Base; Coordinatore, con Rita Martufi, del Capitolo Italiano della Rete Internazionale di Intellettuali, Artisti, Movimenti sociali in Difesa dell’ Umanità .
La nuova fase di relazioni diplomatiche tra USA e Cuba arrivano in uno scenario internazionale che dire caotico è davvero poco.
Il sistema capitalista utilizza tutti i metodi a sua disposizione per risolvere le crisi. Penso che questa sia una crisi di sistema, è la crisi del modello capitalista e non hanno ancora trovato il modo per risolverla. Dobbiamo dire che, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi, ci sono state molte guerre di espansione imperialista in tutto il mondo. Il XXI secolo è caratterizzato da una forte competizione globale inter-imperialista nella quale gioca ancora un ruolo centrale quello degli USA, ma va rafforzandosi anche l'imperialismo europeo che oggi come oggi, per noi, ha un forte impatto economico, commerciale e sociale. Le cose non sono necessariamente quello che appaiono.
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L’ultima strage
∫connessioni precarie
L’ultima strage avvenuta nel canale di Sicilia impone di aprire un dibattito serio prima di tutto nei movimenti, esistenti o in via di organizzazione, che si pongono l’obiettivo di una trasformazione delle condizioni presenti. Così come sul piano del debito e delle politiche sociali il caso greco ha riaperto una discussione sul tema del rapporto tra movimenti e istituzioni e, di rimando, sul significato di una politica europea, ciò che avviene ormai regolarmente nel mar Mediterraneo deve essere assunto come punto di partenza per scuotere i discorsi, gli equilibri e i ragionamenti sulla posizione politica delle migrazioni e della mobilità. Muovendo da una constatazione: in questo caso a costituire i movimenti non sono le tranquillizzanti forme organizzate del dissenso sociale, ma sono le centinaia di migliaia di uomini e donne che fanno della mobilità il loro radicale e ingovernabile appello alla libertà. Da qui bisogna partire, e qui bisogna tornare, per costruire una prospettiva finalmente nuova. Bisogna però non farsi illusioni: non c’è, e non ci sarà, una soluzione né immediata né semplice. C’è però una grande differenza tra il convivere con questi disastri continuando a inseguire chimere consolatorie e comprendere che l’iniziativa politica deve fare i conti con la realtà materiale dei processi globali. In questo caso, la misura della tragedia non deve cancellare le aspirazioni e il coraggio di chi è disposto a sfidarla pur di raggiungere il proprio obiettivo di libertà. Non possiamo permettere a strutture criminali ben organizzate e perfettamente in grado di trarre vantaggio da un quadro normativo ugualmente responsabile di deviare il nostro sguardo dai veri protagonisti di queste vicende.
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Critica dell'Illuminismo: 8 Tesi.
di Norbert Trenkle
1 - La "Dialettica dell'illuminismo" ci ha reso senza dubbio consapevoli del lato irrazionale della ragione illuminista. L'origine di un tale carattere bifronte, per Horkheimer e Adorno, va riferito al mancato distacco con la natura. L'Illuminismo, ragione moderna e razionale, la cui nascita viene fatta risalire all'antica Grecia, sarebbe il risultato di uno sforzo degli uomini volto a superare la loro paura nei confronti della natura - distinguendosi però anche dal mito, che rappresentava già un primo modo di gestire una tale paura. Nella misura in cui il mito possiede ancora i tratti di un adattamento alla natura e alle sue forze (mimesi), l'Illuminismo ne prende nettamente le distanze. La genesi dell'individuo auto-identico e razionale si fonda allora sulla negazione del fatto che egli si trovi sotto l'influenza della natura, ed è proprio una tale negazione ad essere la fonte della violenza e dell'irrazionale, ed a costituire di conseguenza il lato oscuro dell'Illuminismo sempre pronto a riemergere in qualsiasi momento. Il pericolo principale risiede nel brusco ritorno di questo rimosso. L'Illuminismo, così come la società fondata su di esso, rimane in questo modo una costruzione precaria. Per il suo completamento, occorrerebbe che gli individui e la società riflettessero sul rimoso e che avesse luogo una riconciliazione con la natura interna ed esterna.
2 - L'enorme salto qualitativo compiuto dalla "Dialettica dell'Illuminismo", sta nel fatto che analizza "l'altro della ragione" e la minaccia che esso rappresenta. Ovviamente, anche il pensiero razionalista volgare non ha mai perso di vista il fatto che la ragione si trova costantemente sotto la minaccia di una possibile insorgenza dell'irrazionale, ma lo interpreta in maniera puramente leggittimatrice.
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La legge del più forte
Democrazia: ultima chiamata
di Lapo Berti
Perché il salvataggio delle banche è stato anteposto o, addirittura, contrapposto al salvataggio delle persone? C’è una sola risposta possibile: perché è prevalsa la legge del più forte. Una domanda semplice, forse banale, e una una risposta altrettanto semplice, che ai più appariranno ovvie. Ma che ovvie non sono
Si poteva pensare che due secoli abbondanti di costituzionalismo e di espansione democratica avessero definitivamente espunto dal nostro orizzonte sociale l’esercizio senza limiti del potere, secondo la legge elementare del più forte. Sembrava che il potere assoluto e l’esercizio arbitrario della forza fossero stati definitivamente sottratti al sovrano assoluto e consegnati nelle mani del popolo, reso finalmente sovrano, che lo avrebbe esercitato nel rispetto della libertà di tutti. Si poteva supporre che nessun altro potere avesse diritto di cittadinanza all’interno del contesto democratico. La sopraffazione era bandita dalla sfera delle relazioni sociali. La democrazia rappresentativa doveva garantire che il popolo potesse eleggere i propri rappresentanti che avrebbero esercitato il potere di decidere per tutti nell’esclusivo interesse dei cittadini e secondo la volontà democraticamente espressa. L’unico potere che potesse essere legittimamente esercitato era, dunque, quello conferito dalla delega del popolo.
Non è così e, forse, non lo è mai stato. Il sogno della democrazia si è da tempo trasformato in un sonno tormentato da incubi. E i bruschi risvegli, che sempre più spesso ci toccano, ci disvelano un mondo in cui di democratico in senso proprio non c’è praticamente nulla, specialmente se guardiamo alla sostanza del processo democratico, che dovrebbe investire il modo in cui vengono prese le decisioni che coinvolgono le condizioni e l’interesse di tutti e che, quindi, dovrebbero quanto meno rispettare la volontà della maggioranza.
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Tutto è comune, anche Dio
Roberto Ciccarelli
Del comune, o per farla finita con i beni comuni. Potrebbe essere questo il titolo alternativo alla nuova monumentale opera di Pierre Dardot e Christian Laval: Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo (DeriveApprodi, 2015). La polemica non è solo teorica, ma politica. Non si attacca la stagione dei movimenti sociali a partire dal referendum sull’acqua del 2011, né si liquidano i beni comuni per riaffermare il ruolo dello Stato o del mercato.
Dardot e Laval propongono una teoria dell’istituzione, del diritto all’uso e di una prassi socio-politica per liberare il principio del “Comune” dalla reificazione giuridica di “bene”, vale a dire dalla sua principale contraddizione. Lo Stato e il mercato non sono gli angelici portatori di un verbo impersonale al servizio di tutti, ma i vettori della normalizzazione o della distruzione dell’agire comune.
Nella prefazione alla traduzione italiana, Stefano Rodotà ricorda che i “beni comuni” rappresentano una nuova tassonomia dei beni il cui scopo è esprimere la personalità di ciascuno e permettere l’esercizio dei diritti fondamentali. I “beni comuni” rappresentano inoltre una dislocazione del diritto dall’ambito proprietario e mercantile a quello dell’uso collettivo. Legittimamente, scrivono Dardot e Laval all’altro capo del volume, questa teoria vorrebbe liberare ciò che comune agli uomini dal comando dello Stato e dalla proprietà privata. Il suo problema è che continua a usare la categoria giuridica di “bene comune” (o di “beni comuni”) che ha logicamente bisogno di uno Stato.
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Marco Ambra: TESTE E COLLI
di Fabio Milazzo
Marco Ambra (a cura di), Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola, collana gli ebook de «Il lavoro culturale», 2015.
Qual è il genere letterario all’altezza di una riforma della scuola che a priori si auto-identifica come #buona e che viene presentata e illustrata attraverso slides? Come analizzare la scuola di un Paese in cui un sottosegretario all’istruzione descrive i suoi docenti, in particolare quelli che si occupano di una funzione gravosa e delicata come il sostegno agli alunni con «Bisogni educativi speciali», come dei furbetti che fanno uso di una «scorciatoia “per passare di ruolo”»? (1) Attraverso quello che Marco Ambra, insegnante di Storia e Filosofia, con specializzazione nel sostegno, redattore del blog lavoroculturale.org, definisce «un lavoro eterogeneo, […] che si dibatte fra non-fiction creativa, saggio di approfondimento, caustica invettiva, articolo giornalistico, intervista e glossario» (p.5). Insomma, quello che Wu Ming 1 identificherebbe come: «Un oggetto letterario del quinto tipo» (p.5).
Ed è proprio ciò che rappresenta l’ebook collettivo Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola (2), un progetto editoriale de «il lavoro culturale» che prova – e secondo noi riesce con successo – a cartografare i territori e gli spazi in cui si dibatte la scuola ai tempi dello «Storytelling» (3).
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Serena indifferenza
di Marino Badiale
Uno dei problemi del nostro paese, del quale abbiamo più volte parlato, è la chiusura mentale e la staticità culturale delle quali danno prova le forze di opposizione radicale, che chiameremo brevemente “antisistemiche”. Si tratta di un problema serio, perché, nella situazione attuale, sarebbe essenziale la nascita di una forza politica di autentica opposizione, capace di radicarsi nella società e di stimolare un autentico rinnovamento politico, culturale e morale. Purtroppo, la chiusura mentale delle forze antisistemiche rappresenta un ostacolo (uno dei tanti) a questi sviluppi, così necessari.
Le discussioni sull'euro sono un esempio di questi problemi. La grande difficoltà nella quale si sono trovati quelli come noi, che da anni si sforzano di mettere questo tema al centro del dibattito delle forze antisistemiche, ci ha mostrato con chiarezza quanto forti siano i “vincoli interni”, chiamiamoli così, nelle menti di molte delle persone che ruotano attorno a quel mondo. Per fortuna, da qualche tempo le cose sembra stiano migliorando. Il lavoro di tante persone, gruppi, siti, dai più noti come Goofynomics, a “Voci dall'estero”, a “Orizzonte 48”, all'ARS , a “Sollevazione”, per finire, si parva licet, con un piccolo blog come il nostro, ha finito per immettere nel dibattito una serie di idee, concetti, conoscenze che dovrebbero rendere difficile l'adagiarsi su schemi di pensiero e argomentazioni ormai obsolete.
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Il riscatto del debito
Andrea Fumagalli
Nuove frontiere di comando e di subalternità (di sussunzione?) si stanno prepotentemente affacciando alla ribalta del nuovo millennio. Non è altro che il “lato oscuro” (dark side) del rapporto capitale-lavoro, il quale è sottoposto a una torsione come raramente si è verificata nella storia contemporanea, soprattutto in Europa e in Italia.
Il rapporto di sfruttamento oggi fuoriesce dal semplice atto lavorativo per andare a intaccare una sfera molto più vasta, quella della vita, o meglio, del modo di vivere. Non è più immediatamente riscontrabile nel rapporto diretto: essere umano (forza-lavoro) vs “macchina”, lavoro vivo vs lavoro morto. Oggi sempre più assistiamo al divenire macchinico dell’umano e viceversa, in un connubio dove è difficile delineare una netta separazione tra la coscienza umana e il mondo artificiale. Da questo punto di vista, lo sfruttamento è sempre più auto-sfruttamento e se, da un lato, tracima verso forme di lavoro gratuito non pagato, rompendone, in tal modo, la gabbia salariale, [ma non nel senso che molti di noi auspicavano con la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro (salariato), anzi], dall’altro, lo alimenta tramite nuove forme di precarietà di vita e di indebitamento.
Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.
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La bisca
Lo Stato italiano scommette in derivati e perde decine di miliardi
di Leonardo Mazzei
Solo negli ultimi 4 anni il debito pubblico italiano è salito di 16,95 miliardi di euro per le scommesse perse sui contratti derivati compiute dal Ministero dell'Economia nelle bische del capitalismo-casinò. C'è di peggio: le perdite future sono ad oggi calcolate in 42,06 miliardi (fonte: il Sole 24 Ore). Perché queste scommesse? Perché queste perdite? Chi sono gli scommettitori? Qual è il volto dei biscazzieri?
Spesso si parla dello Stato biscazziere, colui che gestisce il gioco d'azzardo nazionale traendone benefici economici non piccoli. Ma c'è anche un altro Stato, quello che nella bisca ci va come un giocatore qualunque per farsi spennare dal biscazziere di turno. In questo caso la bisca è quella globale del capitalismo-casinò, mentre il biscazziere è normalmente un signore ben vestito che rappresenta gli interessi di qualche grande banca d'affari, solitamente americana.
In queste bische non si va per giocarsi qualche spicciolo, ma per concludere affari miliardari, con la firma di contratti derivati. Ora, cos'è un derivato? Come dice la parola, il derivato è un prodotto finanziario il cui prezzo deriva dal valore di qualcos'altro, il cosiddetto "sottostante". La sottoscrizione di un derivato altro non è che l'accettazione di una scommessa sull'andamento di quest'ultimo.
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Il capitale è ormai un simulacro
Mario Pezzella
«Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel» di Roberto Finelli, per Jaca Book. Il fenomeno originante dell'economia capitalistica è l’astrazione: svuota ogni essere umano asservito come forza-lavoro e lo colloca in una povertà assoluta, di totale desolazione
Come rileggere Marx dopo la crisi economica del nostro presente e la rivoluzione passiva, che ha distorto in forma neoliberista le istanze di emancipazione degli anni Sessanta del Novecento?
Questa è la domanda di partenza di Roberto Finelli nel libro Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel (Jaca Book, pp.404. euro 35). Di contro ai più tradizionali marxismi della contraddizione e dell’alienazione, l’autore pone al centro dell’opera del filosofo di Treviri un crescente affermarsi dell’astrazione in ogni piega del reale. Il marxismo della contraddizione si muoveva secondo la dialettica del rovesciamento: esso sottolineava il contrasto tra forze produttive e rapporti di produzione, che conduce al crollo dell’ordine capitalistico. È la stessa forza lavoro ad essere il motore del rovesciamento. Nello sviluppo del capitale, perde i suoi caratteri qualitativi, differenzianti; ma proprio per questo – superando ogni limite individualistico — diviene soggetto collettivo all’altezza dei mezzi di produzione creati dal capitale.
Dal «marxismo della contraddizione» Finelli prende congedo. Il fenomeno originante del capitale è l’astrazione, che svuota ogni essere umano asservito come forza-lavoro; essa non crea una virtualità rivoluzionaria ma tende a collocarlo in una povertà assoluta, di totale desolazione: «soggettività povera, fino alla vuotezza di sé». L’enfasi del capitalismo attuale sull’individuo «imprenditore di se stesso», il passaggio dal lavoro corporeo al lavoro immateriale, non mutano la desolazione del lavoratore dominato: le nuove ideologie del capitale esaltano un’apparenza sociale di liberazione, che appartiene alla rivoluzione passiva, del capitalismo di fine ’900. Finelli la definisce un simulacro, compiendo un sottile détournement su un termine amato dalla filosofia postmoderna: il simulacro non è alleggerimento dell’essere, ma sintomo sociale del capitale.
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Eduardo Galeano, un critico antisistema
di Giorgio Riolo
Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.
Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici, egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla. Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.
La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.
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25 aprile: che cos’è una Liberazione?*
di Luca Baiada
A settant’anni dalla Liberazione e a cento dalla grande guerra, la Germania è forte e detta legge a un continente. E poi dice che il crimine non paga.
«Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti / e abbiamo pianto al ricordo di Sion». Così comincia il Salmo 137, uno dei più celebri.
Ha perso la moglie e i figli, Giuseppe Verdi, ed è allo stremo delle forze. Ai moti rivoluzionari è seguita la repressione, è povero e solo, medita il suicidio. Il libretto del Nabucco, che gli hanno proposto di musicare, è aperto alla pagina di un coro ispirato a quel Salmo: «Va pensiero sull’ali dorate…». Col cuore in subbuglio scrive e scrive, e presto l’opera è compiuta: la sua vita è salva, il Nabucco infiammerà i teatri e sarà monito. Non solo le bombe di Felice Orsini, anche quelle parole, «o mia patria sì bella e perduta», diranno all’Europa l’urgenza della questione italiana. Anche dopo l’8 settembre 1943 qualcuno giurerà di aver sentito quel coro: dalle voci dei soldati, chiusi nei carri in corsa verso il Brennero. A immaginare quei treni che si arrampicano sulle Alpi pieni di uomini, vengono i brividi. Seicentomila, deportati come schiavi in Germania. Davvero cantavano quel coro, passando il confine? È nobilmente reale che sia stato udito, ma se i suoi rintocchi avessero abitato più le orecchie di chi lo sentiva, che le bocche affamate di chi era trascinato via, sarebbe un cortocircuito percettivo formidabile.
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Welfare, spesa pubblica, pensioni e crescita
Inganno senza fine
di Quarantotto

1. Dunque, secondo Eurostat, l'Istat dell'Unione europea, l'Italia ha una delle più basse spese pubbliche pro-capite in €uropa. Capirete, dunque, che un paese che si trovi a "dover" riprendere a crescere per poter far quadrare i conti, - cioè, in soldoni, a dover avere un PIL finalmente in crescita (dopo tre anni consecutivi di recessione indotta da manovre fiscali) per garantirsi un gettito crescente e rispettare i limiti di deficit strutturale di medio termine (flessibilizzati dall'UEM)- non "dovrebbe" procedere a tagli della spesa pubblica.
Neppure per garantire un'attenuazione della pressione fiscale che, peraltro, è proclamata a voce...ma non risponde alle attuali indicazioni del DEF.
Come potere vedere qui, effettuati corretti ed elementari calcoli sul rapporto tra PIL e entrate dello Stato (che, a onor del vero, non includono soltanto quelle tributarie, sebbene le privatizzazioni tendano a intaccare notevolmente le altre voci di entrate, in specie da dividendi):
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Michel Foucault: liberalismo e critica
di Daniel Zamora
Nel dicembre scorso Daniel Zamora, un giovane studioso belga, ha rilasciato un’intervista al settimanale francese «Ballast» dal titolo ambiguamente provocatorio “Peut-on critiquer Foucault?”.
L’intervista, concessa in occasione dell’uscita del volume – a cura dello stesso Daniel Zamora – Critiquer Foucault. Les années 1980 et la tentation néolibérale (Aden Editions, 2014) e tradotta poi in inglese qui dalla rivista Jacobin, ha originato un vivace dibattito (qui un riepilogo) che ha avuto risonanza anche Oltreoceano (qui e qui).
C’è un grande equivoco di fondo nel dibattito contemporaneo attorno alla figura di Foucault. Si tratta della sua storicizzazione e canonizzazione all’interno di una tradizione di pensiero sezionata in categorie predeterminate, dalla quale discende la crescente volontà filologico-esegetica dei sempre più numerosi foucaultiani sparsi per il mondo, o – a contrario – la critica serrata a singoli passaggi e interpretazioni testuali, magari relativi all’antichità. Zamora si innesta su questo terreno scivoloso con una “vecchia” innovazione, più affine all’intervento militante contemporaneo che all’analisi a distanza: la critica del portato politico e della ricaduta sociale all’interno di una cornice ideologica ben circoscritta. All’apparenza distanti, queste due strategie riposano su un medesimo presupposto: il passaggio dal lavoro con i testi e il pensiero di Foucault al lavoro sui testi e il pensiero stessi.
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Integraciòn o muerte! Venceremos?
L'America Latina nel suo labirinto
Daniele Benzi
I. Introduzione
L’America Latina vive oggi importanti processi di trasformazione politica ed economica e di conflitto sociale relativamente intensi in uno scenario mondiale in cui gli equilibri geopolitici e le dinamiche dell’accumulazione capitalista stanno mutando profondamente. Uno sguardo sommario agli eventi dell’ultimo anno e a quello in corso, anche se probabilmente poca cosa rispetto alle accelerazioni della turbolenza globale, confermerebbe facilmente quanto si dice.
Per questa ragione, andando un po’ più indietro, se è lecito affermare che la «lunga notte neoliberale» – intesa come modello di governo non solo relativo alla sfera economica – sia già passata nella regione, gli avvenimenti del decennio appena trascorso e del nuovo che è iniziato sconsigliano l’uso di prefissi ed etichette generiche destinate senz’altro a non durare nel tempo. Ancora più importante, però, invitano ad essere cauti nella proposizione di analisi e schemi che abbiano la pretesa di fornire una visione compiuta di ciò che sta succedendo sul piano geopolitico e geoeconomico regionale, specialmente per quanto riguarda i processi di integrazione, e sul ruolo presente e futuro dell’America Latina nella difficile transizione del sistema mondiale.
In quattro brevi interventi propongo più modestamente una panoramica ed alcuni spunti di riflessione sulle alternative contraddittorie in campo ed i conflitti da esse innescate. Discuto in questa prima parte alcuni problemi dell’eredità economica, politica e sociale del neoliberismo ancora assai palpabili nei limiti programmatici e difficoltà pratiche dei governi della cosiddetta «svolta a sinistra».
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Europa, l'euro è irriformabile
Intanto i profitti vanno sempre dalla stessa parte
Domenico Moro
Sono rimasti in pochi a non riconoscere che le misure europee di austerity si sono rivelate quantomeno dannose ed è diventato difficile trovare qualche sostenitore del dogma secondo cui l’austerity produce crescita. Ora, il vero nodo della discussione è diventato un altro: l’Unione economica e monetaria europea (Uem) è riformabile o no? In altri termini, è possibile determinare dall’interno della Uem un cambio di passo, che permetta di risolvere quei problemi che hanno portato al collasso la Grecia e che hanno drasticamente ridotto la base produttiva industriale e impoverito la gran parte della popolazione, aumentando la disoccupazione e i divari sociali nella maggioranza dei Paesi dell’eurozona? Vogliamo provare a rispondere a questa domanda senza farci condizionare da preconcetti, ma basandoci sui nudi fatti. In particolare, vogliamo cercare di rispondere a partire dall’esperienza concreta e dalle speranze, che sono state suscitate, a sinistra, dalla vittoria di Syriza in Grecia e, in ambienti politicamente e socialmente più ampi, dal varo del Quantitative easing da parte della Bce diretta da Mario Draghi.
Un governo sotto ricatto
Partiamo dalla Grecia. Il governo greco è stato eletto con il mandato di eliminare la pesante austerity che ha determinato un vero e proprio massacro sociale. Per attuare tale mandato, il governo Tsipras ha intrapreso una strada ragionevole e per niente estremista, quella della rinegoziazione dei vincoli di bilancio con i governi europei, a partire dal più importante, quello tedesco.
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Democrazia in Crisi?
di Stefano Petrucciani
1. Il disagio e la sfiducia nella democrazia
Ragionare oggi sulla democrazia significa innanzitutto prendere atto di un paradosso. Per un verso, la democrazia sembra ormai porsi, nel ventunesimo secolo, come l’unica forma politica la cui legittimità nessuno o quasi osa più mettere in discussione: la si può interpretare (e la si interpreta di fatto) in modi diversi, certamente anche in modi che noi europei giudicheremmo antidemocratici, ma, in ogni caso, essa viene percepita come un valore politico dai sostenitori delle più diverse visioni ideologiche. D’altra parte, però, almeno in Italia e in Europa, bisogna riconoscere che la democrazia attraversa una fase piuttosto critica, segnata da sfiducia o da disagio, come molti politologi hanno da tempo rilevato1. Appare pertanto necessario interrogarsi su quali siano le cause o le ragioni che determinano questo stato di largamente diffusa insoddisfazione, su quali siano i punti critici attorno ai quali esso si addensa, sui processi sociali e politici ai quali si può far risalire. Il panorama che ci si squaderna davanti, se si prova a ragionare su questo tema, è estremamente variegato e complesso; il tentativo che intendo fare, perciò, è quello di cercare di metterne in risalto alcuni tratti più forti o più caratteristici.
Il tema più eclatante dal quale può essere opportuno partire sembra essere quello della rappresentanza. In prima istanza, infatti, la crescente sfiducia dei cittadini, costantemente rilevata negli ultimi anni da sondaggi e da analisi politologiche, sembra appuntarsi proprio sui consolidati meccanismi della democrazia rappresentativa, a cominciare in particolare dal Parlamento e dai partiti. Che l’insoddisfazione dei cittadini rispetto a questi cardini della vita democratica moderna sia diffusa e crescente è sotto gli occhi di tutti.
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L’anti-marxismo congenito del pensiero post-strutturalista
Militant
Ci accorgiamo con colpevole ritardo di una pubblicazione illuminante, sebbene dai tratti filosofici marcati e quasi per addetti ai lavori, sul ruolo che il pensiero post-strutturalista francese ha avuto riguardo alla costruzione di un paradigma politico anti-marxista, raccolto da una parte dei movimenti sociali dal ’68 in avanti. Un problema affatto attuale, visto che un certo modus pensandi, per così dire, è ancora alla base dell’azione politica di parte dei movimenti sociali.
Pur non avendo noi particolari competenze filosofiche, il testo di Rehmann, con l’importante prefazione di Stefano Azzarà, chiarisce in che termini il pensiero di Nietzsche, o per meglio dire della triade Spinoza-Nietzsche-Heiddegger, sia stato utilizzato in funzione antagonista e superatrice del pensiero marxista o, anche qui per meglio specificare, della linea di sviluppo che da Hegel porta a Lenin tramite la necessaria evoluzione operata da Marx ed Engels della dialettica hegeliana. Tale ribaltamento ideologico avviene tramite il lavoro in particolare di due autori ancora oggi presi a modello di un certo “pensiero rivoluzionario”, Deleuze e Foucault, massimi esponenti di quel gauchismo parigino travolto dalle sommosse del maggio francese e per via di queste costretto a convertire parti importanti della propria impostazione filosofica in funzione di un discorso “di sinistra” legittimante quei moti di ribellione. E’ infatti opportuno ricordare, con Rehmann, che Foucault, “impressionato dal movimento del Sessantotto, compie uno spostamento a sinistra che spiazza completamente molti suoi contemporanei. Bisogna tener presente che la sua pubblicazione sino a quel momento di maggior successo, Le parole e le cose, del 1966, a causa del suo aspro regolamento di conti con Marx era stata interpretata da molti come un libro “di destra”.
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Invito all'esodo
Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Federico Dinucci
In alcuni siti che seguo sono state pubblicate recentemente dure critiche a Diego Fusaro (qui e qui). Mi sembra che il punto critico cruciale dietro a queste discussioni sia quello del superamento dell'opposizione di destra e sinistra. Mi riservo di intervenire su questo in futuro. Per il momento, penso che possa essere interessante offrire ai lettori qualche documento sull'origine di alcune delle tesi attualmente in discussione. Uno dei luoghi intellettuali nei quali si sono elaborate queste tesi, negli anni Novanta, è stata la rivista "Koinè", stampata a Pistoia dalla casa editrice CRT. Attorno ad essa si radunarono persone diverse per età e percorsi culturali pregressi, ma tutte accomunate dal fatto di aver attraversato, in un modo o nell'altro, il marxismo e la sua crisi, e dal fatto di cercare nuovi modi di impostare la critica intellettuale dell'esistente. Fra queste persone, le più note erano senz'altro Massimo Bontempelli, Gianfranco LaGrassa, Costanzo Preve. Assieme alla rivista, la casa editrice CRT pubblicò in quegli anni molti testi, scritti dalle persone appena nominate e da vari altri collaboratori della rivista. L'insieme di questi testi costituisce, credo, un robusto fondamento per le tesi sul superamento di destra e sinistra.
I due articoli che vi propongo, in varie puntate, non sono stati pubblicati su "Koinè", ma su "Diorama letterario", la rivista di Marco Tarchi, e volevano essere una presentazione a interlocutori esterni delle tesi fondamentali che gli autori andavano elaborando. Il primo articolo, "Invito all'esodo", è stato pubblicato nel numero 150, Febbraio-Marzo 2002, di "Diorama Letterario". Gli autori sono Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Federico Dinucci. (M.B.)
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