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Prima guerra mondiale, cent'anni dopo il nodo è sempre lo stesso: il capitalismo
Domenico Moro
Quest’anno cade il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata con la firma della dichiarazione di guerra da parte dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il 28 luglio 1914. Per la prima volta nella storia e dopo cento anni di pace relativa, tutte le maggiori potenze furono coinvolte in una guerra di carattere mondiale. Il grado di violenza, le sofferenze dei combattenti e il costo in vite umane (16 milioni di morti, 650mila quelli italiani) furono senza precedenti. Gli equilibri politici e sociali furono stravolti, producendo eventi rivoluzionari come l’Ottobre sovietico. Alla fine l’Europa ne uscì stremata e con in grembo il frutto avvelenato del fascismo, che portò alla Seconda Guerra mondiale, un ancor più drammatico “secondo tempo” della Prima Guerra Mondiale.
Per queste ragioni la “Grande Guerra”, come fu chiamata dai contemporanei, rimane impressa nella psicologia collettiva ancora oggi, come è testimoniato dall’uscita recente di decine di pubblicazioni e dall’attenzione dei media, che gli dedicano trasmissioni Tv e articoli sui quotidiani. A questo si aggiunge la coincidenza tra il centenario e lo scoppio di nuove guerre non solo nel martoriato Medio Oriente ma anche nel cuore stesso dell’Europa, in Ucraina, all’interno di un contesto internazionale di sempre più diffuso caos, che induce a stabilire analogie tra quanto accade ora e quanto accadde allora. È possibile, però, parlare di analogie e, se sì, in che misura e a quale riguardo?
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Crescita a rilento e svendite di Stato
"Caro Renzi, avevano ragione i gufi"
Luca Sappino intervista Emiliano Brancaccio
Il governo deve fare i conti con una crescita più lenta del previsto. «Renzi, come Monti, ha sbagliato i calcoli». E le privatizzazioni sono state un flop. Ma una manovra correttiva «sarebbe una follia». Intervista all'economista Emiliano Brancaccio
Il Fondo Monetario Internazionale e Bankitalia dimezzano la crescita che era stata prevista dal governo. «Non cadiamo mica tutti dal pero», rivendica all'Espresso l'economista Emiliano Brancaccio: «Avevamo più volte avvisato che le stime di Renzi, così come quelle di Letta, Monti e della stessa Commissione europea, erano irresponsabilmente ottimistiche». «Quando si attuano politiche di restrizione dei bilanci pubblici», nota Brancaccio, «il risultato prevedibile è che la domanda di beni e servizi cali e il Pil venga ulteriormente depresso». «Previsto» era pure il flop delle privatizzazioni, con Fincantieri che ha fruttato la metà di quanto annunciato dal governo.
Servirà dunque una manovra correttiva?
«Sarebbe una follia», dice ancora Brancaccio, perché «una manovra che taglia ancora la spesa pubblica e insiste con la pressione fiscale finirebbe per aggravare gli effetti depressivi della precedente».
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Chi vince e chi perde a Gaza
di Sandro Moiso
E’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.
A Gaza si combatte e si muore non solo per il diritto del popolo palestinese ad affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome.
A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del sionismo più aggressivo.
A Gaza non si può guardare soltanto con gli occhi dell’umanitarismo becero del cattolicesimo e del generico pacifismo.
A Gaza si sta giocando una partita mondiale.
Partita che si è aperta ormai da molti anni e che, con buona pace di chi predicava circa vent’anni fa la fine della storia, vede venire al pettine tutti i nodi della storia del novecento e della crisi del dominio occidentale (economico, politico e militare) sul globo.
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Lo sgarro dell’Argentina
di Grateful Dead
La vicenda del presunto default dell’Argentina la dice lunga sulla connivenza tra potere finanziario e legislazione. E ci chiarisce come la speculazione sia ancora oggi al di fuori di ogni controllo. Il biopotere della finanza si perpetua in modo pervasivo, in grado di sottomettere ai suoi interessi intere nazioni
Improvvisamente in questi giorni, ha cominciato ad aggirarsi di nuovo lo spettro del default. Il caso riguarda l’Argentina. Il 30 luglio, infatti, scadeva il termine per il rimborso degli ultimi creditori.
Che cosa sta succedendo? Ricapitoliamo la vicenda, anche perché la stampa mainstream (vedi ad esempio Repubblica del 30 luglio) lancia l’allarme del default (emergenza sempre utile, soprattutto in Italia e in Europa) senza spiegare che cosa sia successo. Pochi sono i contributi che cercano di far comprendere che cosa sta succedendo (tra questi, segnaliamo, il commento di Carlo Formenti)
Cominciamo con ricordare che l’odierno rischio di default dell’Argentina non dipende dall’attuale situazione economica del paese. L’Argentina, infatti, negli ultimi 10 anni è cresciuta più del 7% all’anno e ha ridotto il debito pubblico dal 140% al 43% del Pil e quello tra debito estero e esportazioni dal 300% al 60% nel periodo 2002-2014. Ne dovrebbe conseguire una maggior affidabilità nel pagamento sia del debito interno che del debito estero.
Oltre a questo andamento congiunturale positivo ci sono altri due aspetti interessanti che confermano il miglioramento economico argentino, pur con tutte le contraddizioni del caso: il primo è che l’Argentina, senza supporto finanziario estero, è uscita dalla profondissima crisi economica del 2001-03, mantenendo (al pari dei paesi del continente sudamericano, Brasile in testa) la propria sovranità politica e soprattutto economica (a differenza dell’Europa), migliorando la distribuzione del reddito (indice di concentrazione di Gini: 0,551 nel 2002 vs. 0,411 nel 2013), diminuendo la disoccupazione (dal 25% al 7% in 10 anni) e registrando un incremento nella speranza di vita (dai 73 ai 76 anni).
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Come stiamo svendendo l’Italia
di Enrico Grazzini
La vendita della Indesit a Whirpool è solo l'ultimo caso: si sta verificando nel silenzio generale la fine dell'Italia industriale, come predetto da Luciano Gallino (1). Il pericolo imminente è quello di cedere al capitale estero non solo le industrie ma anche le grandi banche, e di svendere completamente il risparmio italiano. A causa del declino verticale dell'industria e della sofferenza delle banche italiane, e a causa della colpevole inerzia governativa e dei pesanti vincoli europei, il capitalismo nazionale sta diventando un servile vassallo di quello internazionale. E l'Italia rischia così di precipitare definitivamente nel Terzo Mondo.
Untangled. Così l'Economist titola soddisfatto un suo recente articolo sul capitalismo italiano in crisi. Untangled si traduce in italiano sciolto, smembrato: così è ormai diventato il capitalismo italiano, secondo l'autorevole rivista britannica, dopo lo scioglimento dei patti di sindacato da parte di Mediobanca (2). Non si comprenderà mai abbastanza quanto profonda sia stata la svolta (forzata) compiuta da Mediobanca qualche mese fa quando ha deciso di sciogliere gli accordi incrociati tra le maggiori aziende nazionali.
Da allora al cosiddetto “capitalismo italiano di relazione”, cioè all'intreccio tra capitalismo (semifallito) delle grandi famiglie, capitalismo finanziario e capitalismo (quasi dismesso) di stato, si è sostituito l'arrembaggio dell'industria e della finanza internazionale. Con la benedizione del governo Renzi. Il giovane Matteo è stato chiaro in una sua recente intervista al Corriere della Sera. Ha dichiarato sulla vendita dell'Indesit di Merloni alla concorrente Whirpool: «La considero una operazione fantastica. Ho parlato personalmente io con gli americani a Palazzo Chigi. Non si attraggono gli investimenti esteri riscoprendo una visione autarchica e superata del mondo. Noi vogliamo portare aziende da tutto il mondo a Taranto come a Termini Imerese. Il punto non è il passaporto ma il piano industriale. Gli imprenditori stranieri sono i benvenuti in Italia se hanno soldi e idee per creare posti di lavoro» (3).
Così il liberista Renzi esulta di fronte al fatto che il capitalismo industriale italiano non è più competitivo e si sta smembrando a favore dei capitali stranieri. E' ovvio che gli investimenti produttivi esteri sono benvenuti e che non si possono proteggere sempre e a tutti i costi le società nazionali. Ma bisognerebbe assolutamente evitare di cedere le industrie strategiche indispensabili per il futuro industriale del nostro paese.
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Marx, Blade Runner e la filosofia*
di Roberto Sidoli, Daniele Burgio e Lorenzo Leoni
Pitagora, il geniale filosofo e matematico, un protocomunista?
Aristotele, un sostenitore accanito della schiavitù e della proprietà privata dei mezzi di produzione?
Locke e Voltaire, due filosofi illuministi, allo stesso tempo sostenitori della legittimità della schiavitù e del traffico di schiavi africani verso le colonie europee in America?
Il sofisticato filosofo Martin Heidegger, un pensatore antisemita e anticomunista, capace a volte di scavalcare “a destra” lo stesso nazismo genocida?
Sembrano spunti quasi paradossali, ma la realtà della dinamica reale di sviluppo della filosofia occidentale, da circa 2000 anni e fino all’inizio del nostro terzo millennio, ha riprodotto al suo interno la coesistenza e lotta quasi ininterrotta tra due tendenze principali, alternative tra loro, rispetto ai problemi e alle opzioni politico-sociali: e cioè tra una “linea nera” (partendo da Trasimaco e Aristotele) che accettava e legittimava più o meno criticamente l’esistenza e la riproduzione delle multiformi formazioni economico-sociali classiste (schiavistiche, feudali o capitalistiche) basate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e una “linea rossa” (inaugurata da Pitagora e dalla sua scuola di pensiero) che ha via via effettuato invece una precisa scelta di campo collettivistica ed egualitaria, a favore di rapporti sociali di produzione (e politico-sociali) fondati sulla cooperazione e la fraternità tra gli uomini, le diverse nazioni e i sessi, in assenza di proprietà privata e di sfruttamento tra gli esseri umani, attraverso un percorso multiforme che arriva fino a J. Derrida e A. Tosel passando per Dolcino, Winstanley, Marx, Engels e Lenin, per citare solo pochi nomi.
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Per una metamorfosi della rappresentanza e del conflitto sociale
di Andrea Fumagalli
Le trasformazioni della composizione tecnica e politica del lavoro, verso una composizione sociale in cui l’uno si è fatto in due, impongono un ripensamento nelle forme della rappresentanza e del conflitto. A proposito di un dibattito in corso per pensare un nuovo sindacalismo
La precarietà istituzionalizzata
Le recenti lotte nel settore della logistica hanno dimostrato l’esistenza di una tensione conflittuale mai doma, ma, al momento attuale, per limiti oggettivi e per la particolarità della situazione e della composizione tecno-sociale del lavoro, non sono (ancora?) in grado di farsi forza trainante. Nel corso dell’ultimo anno si è anche sviluppato un poderoso movimento per la casa e gli sgomberi recenti lo rendono ancor più attuale, visto che si tratta di una necessità di vita.
Ciò che è drammaticamente mancato è un solido movimento sul tema della precarietà e di critica propositiva alle trasformazioni del lavoro (e della vita). Come già osservato, il Jobs Act renziano ha sancito istituzionalmente, dopo 30 anni tutti sotto il medesimo segno, che la condizione di precarietà è condizione strutturale e collettiva di vita sino a prefigurare la “norma” del ricorso al lavoro non pagato (un tempo definito forma di “schiavitù”, oggi diventato espressione del “volontariato).
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I limiti del pianeta e della crescita
Elmar Altvater
La logica dell’accumulazione capitalistica contrasta con l’etica kantiana di un sistema di regole fondato sui limiti imposti all’uomo dal pianeta Terra.
« Anche oggi», notava intorno alla metà degli anni ’60 Kenneth Boulding, «siamo molto lontani dall’aver effettuato quei cambiamenti morali, politici e psicologici che dovrebbero essere impliciti nella transizione dalla prospettiva del piano illimitato a quella della sfera chiusa».
Eppure, c’è chi fa finta di niente e nega che il pianeta Terra abbia alcun limite (…). Dieci anni prima del collasso del sistema finanziario globale, l’economista statunitense Richard A. Easterlin glorificava nel suo libro la Crescita trionfante. Anche oggi, cinque anni dopo l’inizio della crisi finanziaria globale, le principali pubblicazioni di tutte le maggiori istituzioni internazionali come la Banca Mondiale (Bm), Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’Unione Europea (Ue) o l’Ocse individuano la crescita come panacea universale di tutti i problemi economici. In paesi come la Germania o il Brasile l’accelerazione della crescita economica è prevista per legge. Non sono previsti né limiti né alcuna gradualità nella crescita.
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Per una teoria critica del presente
Quello che non dobbiamo fare
da una conversazione di Silvia Lòpez con Moishe Postone
Silvia Lòpez: La prima serie di domande ha a che fare con la "Neue Marx Lektüre". Il tuo libro, "Tempo, lavoro e dominazione sociale" è stato recentemente tradotto in spagnolo, nel 2006, e ha ricevuto molta attenzione. Però, a livello europeo, in generale, la discussione circa una nuova lettura di Marx si è sviluppata a partire dagli anni sessanta. Si potrebbe collocare il tuo lavoro in relazione a questa nuova lettura, soprattutto in rapporto ad alcuni tuoi contemporanei, come Michael Heinrich o l'ultimo Robert Kurz? In che misura consideri il tuo contributo diverso dal loro, e che cosa lo differenzia? Quali sono state le circostanze sociopolitiche concrete che ti hanno portato a leggere e a teorizzare un nuovo Marx?
Moishe Postone: Quando incappai in Marx per la prima volta, erano gli anni sessanta, rimasi molto impressionato dal giovane Marx, il Marx della teoria dell'alienazione. La sua successiva critica dell'economia politica mi sembrava disperatamente vittoriana, un pamphlet positivista contro lo sfruttamento dei lavoratori. Come molte persone, compresi molti marxisti, pensavo che Marx avesse elaborato conseguentemente la critica dell'economia politica classica per dimostrare l'esistenza e la centralità dello sfruttamento.
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La scienza come impresa pubblica
Giulia Rispoli intervista Silvano Tagliagambe
Prof. Tagliagambe, può illustrare le principali tappe della sua carriera accademica? Quali i pensatori che l’hanno affascinata in età giovanile, conducendola ad approfondire gli studi epistemologici?
Dunque, mi sono laureato nel ‘68 con Ludovico Geymonat con una tesi sull’interpretazione della meccanica quantistica di Hans Reichenbach[2], e in un capitoletto avevo affrontato l’interpretazione che ne veniva data dai fisici russi nelle riviste filosofiche e scientifiche più conosciute, naturalmente, appoggiandomi a quel po’ di materiale che era disponibile nelle biblioteche. Geymonat trovò la cosa molto interessante: mi chiese di svilupparla e mettendosi d’accordo con Giovanni Polvani, fisico di rilievo, all’epoca Rettore dell’Università di Milano, mi fece assegnare una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri per trascorrere un periodo di studi presso l’Università Lomonosov di Mosca. Imparai il russo per approfondire alcuni aspetti in particolare, e cominciai a frequentare gli autori di questo paese. Alla fine, nel settembre dell’anno successivo, decisi di partire. A Mosca mi furono assegnati come supervisori il professor Ja. P. Terletskij[3] che era un fisico di orientamento anti-scuola di Copenaghen, contro l’interpretazione standard della meccanica quantistica, e Vladimir Fock[4]– uno dei più illustri fisici russi che lavorava a Leningrado ma abitava a Mosca e che, al contrario, era uno dei maggiori esponenti della corrente minoritaria che appoggiava l’interpretazione di Copenaghen. Con loro ho lavorato ascoltando appunto due versioni, due diversi orientamenti, e poi ho pubblicato nel ‘73 il volume sull’Interpretazione materialistica della meccanica quantistica[5].
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L’insostenibile leggerezza della politica economica italiana
Roberto Romano* e Paolo Pini**
Qualcosa non funziona nella politica economica europea e in quella italiana in particolare. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Difficile capire se il governo italiano ci sia o ci faccia. L’insistenza sulle riforme strutturali e istituzionali cosa ci azzecca con le necessarie riforme di struttura[1] di cui il Paese avrebbe bisogno? Riforme strutturali e riforme di struttura non sono sinonimi. Per immaginare una qualche crescita economica l’Italia deve intervenire sul motore della propria macchina senza fermarla, mentre le riforme strutturali si limitano a fare un tagliando alla macchina. La crisi italiana è tutta in questa metafora. Le riforme strutturali si sono susseguite nel tempo con effetti andati ben oltre le peggiori aspettative[2]. Di riforme di struttura neppure un abbozzo. Quando mai si è discusso di politica industriale, di investimenti pubblici che anticipano la domanda, di ricerca pubblica per la nostra industria?
I mesi estivi sono “stressanti” per il governo. Tutti gli istituti di ricerca possono valutare l’effetto dei provvedimenti adottati e registrare le implicazioni macroeconomiche e finanziarie. Come un orologio, arrivano stime riviste al ribasso rispetto a scenari iniziali e si ripete la solita liturgia da sette anni: con le misure adottate, il prossimo anno il paese vedrà la luce in fondo al tunnel!
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Le larghe intese provocano il crollo dell'economia italiana
di Pasquale Cicalese
La menano con lo 0,2% (e con ulteriori rischi al ribasso..), come se questo fosse il problema. Leggono le intro del Bollettino Economico e nessuno che si degni di leggerlo interamente. Il giorno dopo editoriali di un’ovvietà disarmante e tutti a parlare di “riforme” per uscire dalla “crisi”. Ma non è una crisi, è un vero crollo capitalistico, quello certificato dai tecnici di Palazzo Koch. Dopo tante pagine in cui si articolano le misure messe in campo da governi e banche centrali di tutto il mondo, ecco arrivare il paragrafo riguardante l’economia italiana. Potrà crescere solo se ritornano gli investimenti. Sta qui il problema, non ritornano da decenni, figurarsi oggi. Ma perché puntare sugli investimenti e non magari su altre voci? La risposta è insita in un rigo della pagina 36 del Bollettino economico: il tasso di accumulazione nel biennio 2012-2013 è crollato del 13%. Non si è arrestato, il tasso, semplicemente è crollato a livelli mai visti dalla storia dell’unità d’Italia. Ma non è finita qui: gli investimenti potrebbero ulteriormente decelerare a causa della persistente sovracapacità produttiva.
Insomma si è perso il 25% della produzione industriale, ma potrebbe non bastare, un nuovo ciclo di investimenti si avrebbe, a questo punto, con la perdita di almeno il 40% della capacità produttiva e a quel punto addio prodotto potenziale, ci vorrebbe un’arma atomica economica per ripartire. Di chi è la colpa di questo disastro? Il Bollettino informa che l’arco temporale è il 2012-2013, ma nemmeno in questo semestre le cose sono migliorate. Chi c’è stato al governo? Sono gli anni delle larghe intese, di Monti, Letta e Renzi con i mass media che bombardavano gli italiani sulla necessità delle riforme. Chi li ferma più questi autori del disastro più epocale che l’Italia abbia mai avuto?
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Una vertiginosa transizione
Recensione a “Gramsci. Il sistema in movimento” di Alberto Burgio
di Marco Ambra
Sull’“attualità di un inattuale” e di alcune sue categorie. Una recensione a “Gramsci. Il sistema in movimento” (DeriveApprodi, 2014) di Alberto Burgio
La percezione del movimento circolare di ogni cosa sprofonda, chi è preda delle vertigini, nell’apparenza visiva di una caduta prolungata, di un’accelerata discesa in un vuoto originario che allontana e allo stesso tempo non evita l’impatto con la solidità del terreno, con un saldo mondo di fondamenta. Il concreto sentimento del tempo storico presente nei Quaderni del carcere impone al lettore contemporaneo una sensazione analoga, di smisurata vertigine e assenza di fondamenta, un’immagine di solitudine ed estraneazione dalla violenta contingenza degli anni ’30, che guarda lontano senza mai impattare con il limite del terreno.
Un Gramsci inattuale dunque, costretto a meditare il mondo dal carcere fascista per affermare il valore nella storia e nel mondo della praxis. Ma anche un Gramsci attuale, lettore della logica storica di crisi della modernità, sradicato con la forza dall’agone politico della durata, il tempo umano delle azioni e della storia, e ricollocato nella prospettiva für ewig e di lunga durata della «filologia vivente» e quindi del nostro – eterno e appiattito – presente. Al quale i suoi occhi chiari, da triste profeta, non cessano d’imprimere vertigine e movimento.
Dunque è all’insegna della vertiginosa “attualità di un inattuale” che s’inscrive l’ultimo lavoro di Alberto Burgio sul filosofo sardo, Gramsci. Il sistema in movimento (DeriveApprodi, 2014), già autore di altre due importanti studi sull’argomento (Gramsci storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere” per Laterza nel 2003 e Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno sempre per DeriveApprodi nel 2007) i quali sono in parte riassunti e aggiornati in questo nuovo testo.
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Dove sono i nostri
Riflessioni su classe, coscienza, politica
Domenico Moro
Recentemente è uscito nelle librerie “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della Crisi” (la casa Usher, euro 10), scritto dal collettivo Clash city workers. Si tratta di un libro straordinario, nel senso letterale della parola, cioè di fuori dell’ordinario, sia per i temi che affronta sia per il metodo che adotta. Oggetto del libro è la composizione di classe, ovvero le caratteristiche e la struttura delle classi sociali in Italia. L’attenzione è rivolta in particolare alla classe dei lavoratori salariati (i nostri del titolo), ma, elemento da non sottovalutare, viene dedicato ampio spazio anche al lavoro autonomo ed ai settori intermedi e piccolo borghesi, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica italiana. Sono questi temi quasi del tutto ignorati da decenni sia dalla ricerca universitaria (sociologica, politologica ed economica) sia da sindacati e da partiti di sinistra e persino comunisti. L’approccio degli autori non è accademico, visto che l’analisi è dichiaratamente funzionale all’azione, cioè alla ripresa e allo sviluppo della lotta di classe in Italia. “Dove sono i nostri è un libro coraggioso perché rimette al centro del dibattito politico le classi e la lotta di classe senza tacere di farlo in un’ottica di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e ponendosi questioni enormi ma ormai ineludibili, come la ricomposizione e l’organizzazione della classe lavoratrice. Del resto, chiunque voglia ricostruire una presenza organizzata sindacale e politica di classe nel nostro Paese non può esimersi dal partire da che cosa sono i salariati qui ed ora. Lavori di questo tipo sono un segnale positivo da valorizzare e sviluppare specie nel momento attuale, quando la sinistra di classe e i comunisti vivono il momento di maggiore arretramento dalla fine della Seconda guerra mondiale".
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Cattivi pensieri
di Marcello Rossi
Non capisco perché alcuni – anzi, la grande maggioranza degli italiani, a quanto ci vogliono far credere – ritengano che leggere un disegno di legge due volte – una volta alla Camera e una volta al Senato – sia una perdita di tempo. Io penso, invece, che le leggi (e i relativi decreti attuativi, che però nessuno prende in considerazione) siano momenti importanti della vita associata e allora leggerle due volte è sempre meglio che leggerle una volta sola, tanto che si potrebbe pensare che il bicameralismo si sia chiamato “perfetto” proprio per i vantaggi indotti da questa doppia lettura.
Possibile che i nostri costituenti – i Mortati, i Moro, i Calamandrei, i Codignola, i Terracini – non si siano posti il problema se una doppia lettura fosse una perdita di tempo, o no? Possibile che in un momento di grande difficoltà per il paese, che usciva dalle macerie morali e materiali della guerra, si sia dato vita a un inutile doppione del potere legislativo? Non era questo apparente doppione un di piú di democrazia di cui il paese aveva bisogno? E oggi possiamo davvero rinunciare a questo di piú di democrazia, sposando le “raffinate” elaborazioni di una Maria Elena Boschi che ritiene che il bicameralismo “perfetto” sia solo una perdita di tempo?
Ma allora il Parlamento deve rimanere quello di sempre?
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Sindacalizzazione, lavoro digitale e economia della condivisione negli Stati Uniti
Tiziana Terranova intervista Trebor Scholz
Tiziana Terranova: Trebor, in Italia come altrove immagino, stiamo discutendo cosa sta succedendo a forme tradizionali di organizzazione del lavoro come i sindacati e di nuove forme di sperimentazione che potremmo definire di ‘sindacalismo sociale’. Ci interessa la relazione tra nuove forme di sindacalizzazione e la loro relazione con lotte più ampie e meno definite. Pensiamo per esempio alle lotte ambientali, a lotte informali nella città attorno al precariato ecc, che confondono la relazione tra vita e lavoro. Tu d’altro canto stai seguendo da vicino le trasformazioni del sindacalismo negli Stati Uniti, ma anche l’impatto globale della riorganizzazione del lavoro indotto dall’uso di Internet come infrastruttura lavorativa. Hai notato un ritorno di sindacalismo in luoghi di lavoro in cui è stato tradizionalmente molto difficile organizzarsi come l’industria del fast food o grandi magazzini come Walmart. Ma quello che sembra preoccuparti di più, però, è la sfida di organizzare quello che chiami lavoro digitale e in particolare il crowdsourcing che hai ribattezzato crowdmilking (la mungitura delle folle). Qui ‘lavoratori anonimi’ incontrano ‘datori di lavoro’ anonimi. Ci puoi parlare un po’ di questo nuovo modo di organizzare la produzione e la sfida che pone alla sindacalizzazione?
Trebor Scholz: Ciao Tiziana e grazie per il tuo invito a parlare del futuro dei sindacati tradizionali e di nuove forme emergenti di solidarietà e mutuo soccorso. Facciamoci una camminata nei campi del lavoro e per non perderci, stabiliamo prima i termini. Voglio essere chiaro che sono concentrato soprattutto sugli Stati Uniti e specialmente su quello che io chiamo il ‘lavoro digitale’ e in questo vasto labirinto di pratiche diverse, discuterò dei lavoratori più poveri e sfruttati nell’industria del crowdsourcing.
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Su Israele, l'Ucraina e la Verità*
di John Pilger
Da CounterPunch un'analisi spietata ed inquietante sull'eclissi delle capacità critiche della nostra civiltà. Dalle questioni geopolitiche (tra cui, spesso, massacri e guerre promosse dall'Occidente) ai fatti della nostra vita, si è realizzato nel modo più morbido il totalitarismo orwelliano: dietro l'illusione dell'"era dell'informazione" e del multiculturalismo s'impone in realtà un'unica possibile visione del mondo, un unico schema di interpretazione della realtà. Se pure non c'è nulla di nuovo sotto il sole, oggi sembrano però mancare figure capaci di esprimere efficacemente un'alternativa radicale (o sono sommerse dal frastuono).
L'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."
Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.
Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.
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Le fallacie dell’economia per i ricchi
keynesblog
Esistono diverse teorie economiche, ma ancor prima di ciò esistono classi sociali di cui gli economisti – ben lungi dall’essere scienziati apolitici – difendono gli interessi consolidati. E’ questa, purtroppo, l’evidenza che è emersa nel dibattito scatenato dal libro di Thomas Piketty “Capital in the Twenty-First Century”, nel quale si mettono in evidenza le ragioni e i pericoli delle disuguaglianze, le distorsioni conseguenti la crescita delle rendite e l’ingiustizia insita nell’ereditarietà del capitale. L’esempio migliore di questo bias classista lo fornisce Gregory Mankiw, noto economista conservatore ed autore di uno dei manuali di economia più diffusi.
In un recente articolo per il New York Times , Mankiw ha cercato di demolire la tesi di Piketty:
Poiché il capitale è soggetto a rendimenti decrescenti, un aumento della sua offerta causa il fatto che ogni unità di capitale renda di meno. E poiché l’aumento del capitale aumenta la produttività del lavoro, i lavoratori godono di salari più alti. In altre parole, risparmiando invece di spendere, chi lascia una proprietà agli eredi causa una redistribuzione non intenzionale dei redditi da altri proprietari di capitali verso i lavoratori.
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Ragione sanguinosa
20 tesi contro il cosiddetto Illuminismo e i "valori occidentali"
di Robert Kurz
Le catene del pensiero
1.
Il capitalismo sta avanzando verso la sconfitta finale, sia in termini materiali che sul piano ideale. Quanto maggiormente cresce la brutalità con cui questa forma di riproduzione convertita in modello sociale universale devasta il mondo, tanto più infligge dei colpi a sé stessa e sempre più va minando la sua propria esistenza. In questo quadro si iscrive anche lo sprofondare intellettuale nell'ignoranza e nella mancanza di concetti di nuovo tipo, delle ideologie della modernizzazione: la destra e la sinistra, il progresso e la reazione, la giustizia e l'ingiustizia hanno sempre coinciso in maniera immediata ogni volta che il pensiero dentro le forme del sistema produttore di merci si è impantanato completamente. Quanto più stupida diventa la rappresentazione intellettuale del soggetto del mercato e del denaro, tanto più oscuro arriva ad essere il suo farfugliare ripetitivo circa le distrutte virtù borghesi ed i valori occidentali. Non esiste un solo paesaggio segnato dalla miseria e dagli spargimenti di sangue, sopra il quale non vengano versate milioni di lacrime di coccodrillo dell'umanitarismo poliziesco democratico; non c'è una vittima sfigurata dalla tortura che non diventi un pretesto per l'esaltazione della gioia dell'individualismo borghese. Qualsiasi idiota leale allo Stato che si sfinisce a scrivere un paio di righe, invoca la democrazia ateniese; qualsiasi ambizioso furfante politico o scientifico pretende di abbronzarsi alla luce dell'Illuminismo.
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Peter Sloterdijk, il profeta disilluso dell’Ancien Régime
Marco Bascetta
Tempi presenti. Il nuovo libro di Peter Sloterdijk ha scatenato furiose polemiche. Quello del filosofo tedesco è un atto di accusa contro la Modernità ed esprime una critica conservatrice al capitalismo che sta conquistando in Europa sempre più consensi
Scrivere di un libro non letto può senz’altro considerarsi una operazione scorretta. Nondimeno, talvolta e provvisoriamente, quando l’uscita di un’opera suscita pronte reazioni e vivaci polemiche, o contribuisce a illuminare qualche tendenza in atto, arrischiarsi a parlarne può risultare utile. Confessato il peccato, dunque, relata refero. Il libro in questione, cinquecento pagine pubblicate qualche settimana fa in Germania dalla prestigiosa casa editrice Suhrkamp si intitola Die schrecklichen Kinder der Neuzeit, ossia gli orridi (o terrificanti) figli della Modernità. Ne è autore Peter Sloterdijk, filosofo-scrittore assai noto, non nuovo ad aspre polemiche e accese controversie, poco amato dall’accademia. Affetto da una buona dose di narcisismo il personaggio non nasconde l’ambizione di conseguire un certo seguito popolare, e sovente lo consegue.
Le bordate, soprattutto da sinistra, non si sono fatte attendere. Pesantissima la recensione di Georg Diez su Der Spiegel, che definisce il libro «mangime per una borghesia imbarbarita», un’opera ultrareazionaria che gronda risentimento e nutre nostalgia per le gerarchie che hanno governato la società prima della Rivoluzione francese e della frattura (lo «iato») che essa ha determinato nella storia dell’umanità.
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Il pensiero di Gramsci: un’eredità controversa
di Sandro Moiso
Alberto Burgio, Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi 2014, pp. 496, € 27,00
A quasi ottant’anni dalla sua scomparsa (27 aprile 1937), il pensiero e l’opera di Antonio Gramsci costituiscono ancora una eredità allo stesso tempo ingombrante e rassicurante per la sinistra e il movimento operaio italiano e continuano a rappresentare un problema di interpretazione per tutti coloro che si occupano di politica, filosofia, etica e storia d’Italia.
Che questo problema risieda nel ruolo effettivamente svolto dal comunista di lontane origini albanesi come militante, pubblicista, deputato e dirigente dell’allora Partito Comunista d’Italia oppure nella sua riflessione affidata alla trentina di Quaderni compilati durante la sua lunga detenzione carceraria dipende da molti fattori. Non ultimo l’artificiosità delle scelta che fecero pubblicare le sue lettere e i suoi quaderni in forme diverse e in tempi molto lunghi a partire dal secondo dopoguerra .
Certo è che Gramsci è stato sicuramente uno dei punti di riferimento del pensiero politico degli ultimi sessant’anni e, anche, uno degli uomini di cultura, “di sinistra”, più studiati in Italia e all’estero. Ciò è sicuramente indice della fecondità del suo pensiero, ma, anche, senza dubbio della sua contraddittorietà e complessità. Anche se in tutto questo, va qui subito chiarito, ha pesato non poco, fin dagli anni successivi alla caduta del fascismo, l’opera di recupero e canonizzazione messa in atto nei suoi confronti dallo stesso Palmiro Togliatti.
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Economia, alzati e cammina!
Riflessioni disarticolate intorno alla crisi economica
Sebastiano Isaia
I capitalisti e gli economisti mainstream, soprattutto quelli di scuola keynesiana, sostengono che il calo dei prezzi può portare a una prolungata stagnazione economica, com’è avvenuto ad esempio in Giappone dalla seconda metà degli anni Novanta fino a qualche anno fa. Ora, non solo questo non è vero in termini assoluti, ma qui assistiamo a un vero e proprio capovolgimento dei termini della questione: l’effetto della crisi (la caduta del livello dei prezzi) viene posto come sua causa. Dal punto di vista marxiano questo rovesciamento è tipico dell’«economia borghese volgare», la quale rimane impigliata alla superficie dei fenomeni economici e sociali.
Anche Keynes fu un severo critico della deflazione, e ai fini di un armonioso processo di accumulazione (cosa che presupponeva la presenza discrezionale dello Stato nella sfera economica) egli riteneva adeguata una moderata e costante inflazione. Nella sua infinita filantropia, il celebre economista inglese sosteneva la necessità di un’inflazione tesa a salvaguardare il livello dei profitti perché «i vantaggi che ne traggono il progresso economico e l’accumulazione di ricchezza sopravanzano gli elementi di ingiustizia sociale» (Trattato sulla moneta).
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La frantumazione di Vicino e Medio Oriente
di Pier Francesco Zarcone
Un caos propagabile
Nulla sarà più come prima. È una predizione assai facile, in base allo stato di disfacimento politico in cui oggi si trova tutta l’area che va dalla Libia all’Afghanistan, come al solito grazie all’imperialismo occidentale. Gli Stati più o meno artificiali creati dai vincitori della Prima guerra mondiale, spartendosi il defunto Impero ottomano attraverso la mistificazione dei “mandati”, potrebbero scomparire o comunque potrebbero nascere nuove linee di frontiera. Né vanno trascurati entità precarie come il Pakistan (originariamente addirittura distinto in due parti lontanissime fra loro, di cui quella orientale sarebbe poi divenuto il Bangla Desh) e l’Afghanistan, che obiettivamente è sempre stato un caso a parte, più o meno tenuto insieme da dinastie la cui forza derivava da accorti equilibrismi tra i componenti di un complicato mosaico etnico-religioso e tribale. Ciò almeno fino a che nel lontano 1973 il re Zahir Shah non venne spodestato dal cugino Sardar Muhammad Daud che proclamò la repubblica; le successive occupazioni sovietica e statunitense hanno però definitivamente scompigliato le tessere del puzzle con cui si può metaforicamente identificare quel paese.
Tutto si complica inevitabilmente quando, con estrema miopia ammantata da cinica furbizia, gli imperialisti utilizzano proprio l’estremismo islamico per destabilizzare e dominare. Il caos afghano è sotto gli occhi di tutti, e dopo il ritiro degli occupanti occidentali le cose andranno anche peggio. Il Pakistan, oltre ai suoi problemi endogeni è alle prese con la sovversione jihadista originariamente creata da quel mix fra incoscienza e autolesionismo che caratterizza da tempo la politica statunitense.
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La guerra alle porte
Dante Barontini
Obama e Cameron hanno deciso: ad abbattere l'aereo malese sono stati i filorussi che vogliono sganciarsi dall'Ucraina consegnata ai nazisti. L'inchiesta internazionale, di cui si continua a parlare, servirebbe eventualmente solo a confermare – con tutti i crismi dell'ufficialità diplomatica – una tesi che è eufemistico definire preconfezionata.
Sia chiaro: in questo tipo di vicende la verità è un optional. Nessuna delle parti ha il minimo interesse per come sono andate realmente gli eventi, importa soltanto l'uso che se ne può fare. E per l'Occidente l'occasione è di quelle lungamente cercate; per la Russia la conferma definitiva di un assedio che le carte geografiche e storiche dimostrano con disarmante evidenza.
Quindi escalation. Diplomatica, per ora. Con incremento e indurimento delle sanzioni applicate alla Russia (ma in realtà soprattutto all'Europa, che dal gas e dal petrolio russi dipende in misura notevole, per obbligarla a recidere i legami con l'est), l'estromissione di Mosca da tutta una serie di consessi internazionali dove si mediano gli interessi globali.
Ma la via è tracciata. È identica a quelle già percorse negli ultimi decenni, contro la Jugoslavia e la Libia, due volte contro l'Iraq, diversi paesi africani in cui il colonialismo si è ripresentato tale e quale. Con abiti francesi o inglesi o statunitensi, ma con identiche modalità: via i regimi non in sintonia con gli interessi imperialisti, dentro altri regimi – non certo “democratici” - totalmente allineati.
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Il triangolo
Neoliberismo, postmodernità, fine della storia
di Diego Giachetti
Introduzione
Il triangolo no, non l'avevo considerato,
d'accordo ci proverò, la geometria non è un reato,
(Renato Zero, Triangolo, 1978)
Nel corso degli ultimi tre decenni sono state introdotte “riforme” impostate secondo il paradigma neoliberista nel sistema socio-economico. Accanto all’erosione lenta ma continua delle norme e dei diritti conquistati a tutela del lavoro e dei lavoratori, è emersa una cultura parallela, nuova e giustificativa del processo in corso, che ha investito i campi del sapere: dalla filosofia all’economia, dalle scienze sociali e politiche alla storiografia. Questa cultura oggi è ideologia di massa, senso comune, che travolge anche il buonsenso. Esso, inteso come pensiero critico, non è scomparso del tutto ma se ne sta, per dirla con un passaggio tratto dai Promessi sposi del Manzoni, «nascosto per paura del senso comune»1 il quale domina l’immaginario odierno con una triangolazione di “idee”: neoliberismo, postmoderno, fine della storia.
Anche chi non crede alle combinazioni astrali, non può fare a meno di notare una sinergia triangolare che si manifesta sul finire degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Un vero e proprio “triangolo delle Bermude” dove scompaiono misteriosamente le “vecchie” concezioni del mondo e della storia, inghiottite dalle onde del neoliberismo, del postmoderno e della finalmente finita storia della lotta tra le classi.
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