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Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica
di Pino Cabras
Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato
«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)
«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)
Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.
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I cento giorni di Berluscone. Per Mediaset e per il bene del paese
Red
Troviamo un esempio tra i più divertenti dell'intera storia del giornalisno nel comportamento della stampa transalpina di fronte all'avanzata di Napoleone dalle coste francesi, proveniendo dall'esilio all'isola d'Elba, verso la capitale. In pochi giorni infatti gli stessi giornali, le stesse redazioni titolarono da "la canaglia di nuovo sul suolo di Francia", quando Napoleone era ancora dalle parti di Cannes, per passare ad un cerimonioso "sua maestà è tornata a Parigi", non appena Luigi XVIII fuggì precipitosamente dalla capitale francese per lasciar posto al ritorno di Napoleone il giorno successivo.
Chissà quali, e quanti, aneddoti ci lasceranno i prossimi cento giorni di Berluscone visto che l'uomo proviene dal mondo dello spettacolo. E chissà se finiranno in una Waterloo oppure in un incofessabile papello all'italiana. E' sicura una cosa: come i cento giorni di Bonaparte, i prossimi cento di Berluscone hanno robuste spiegazioni materialistiche. Che vanno ben oltre categorie psicologico-romantiche basate sul senso di rivalsa del personaggio e sulle ambizioni personali.
L'abbandono dell'isola d'Elba da parte di Napoleone, e il successivo ritorno in Francia, ad esempio andavano ben oltre la logica del calcolo militare. Fu infatti la riforma agraria voluta da Luigi XVIII, che riportava la distribuzione della terra alle condizioni di prima del 1789, a creare quel malcontento diffuso che spinse molti francesi a pressare Napoleone all'Elba per spingerlo all'intervento. Bonaparte si era sempre fatto garante di una riforma agraria, la sua base sociale durante l'Impero, che salvaguardava molte conquiste del 1789. Riforma che con Luigi XVIII era stata messa in discussione.
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Le spine del lavoro liquido globale*
di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto
A Tian Yu, lavoratrice a Shenzhen, che conosce il lato oscuro del mercato mondiale.
Introduzione
Questo libro è un esercizio di avvicinamento a una condizione umana che in occidente è più rimossa che sconosciuta. In particolare, la discussione delle tendenze in atto nella Cina attuale sembra una foglia composta, della quale si fatica a leggere la nervatura che l’alimenta, ossia il sistema cinese della residenza. Dai primi anni 1950 tale sistema (hukou) ha separato la popolazione rurale da quella urbana in termini economici e politici dividendola orizzontalmente in due classi di cittadinanza, di cui quella inferiore era in larga misura, anche se non completamente, bloccata nelle campagne. Con la svolta del 1978, l’esodo di giovani dalle campagne verso le città ha assunto proporzioni bibliche, ma lo statuto di quanti hanno lasciato e lasciano i villaggi è rimasto perlopiù quello del “lavoro migrante rurale”. È questo flusso verso le periferie industriali che ha innervato la trasformazione cinese degli scorsi trent’anni. Tuttavia in occidente esso è stato sovente considerato come uno – e talvolta ovvio e secondario – tra i tanti ed eterogenei fattori del megatrend. È così capitato durante il trentennio scorso di dover ascoltare il ritornello della classe operaia come una specie in via di globale estinzione, mentre era snobbata la maggiore migrazione non coatta del-la storia umana e il principale fenomeno sociale di questi tempi, ossia lo spostamento dalle campagne alle città di circa 200 milioni di cinesi che si avviavano al lavoro salariato.
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Fuori dalla pura politica
Laboratori globali della soggettività
di Sandro Chignola e Sandro Mezzadra
1. Assoggettamento e soggettivazione: decentrare lo sguardo
Porre il problema del soggetto politico significa per noi porre il problema dell’assoggettamento e della soggettivazione. E cioè, spodestare il soggetto dalla sua posizione di fondamento – la posizione che esso mantiene nel discorso «umanista» o liberale – per collocarlo nell’immanenza dei processi che lo producono. Lo Stato e il capitale, nella modernità, sono le due potenze a cui questi processi fanno capo. L’impronta dell’assoggettamento, secondo la lezione di Michel Foucault, accompagna la fabbricazione della soggettività fin da quando una moltitudine riottosa alla disciplina del lavoro viene investita da un insieme di dispositivi di individuazione, per ricavarne soggetti compatibili con l’ordine sociale del capitalismo manifatturiero emergente. Ma questi processi sono accompagnati fin dal principio da pratiche di soggettivazione, che si producono ogniqualvolta la libertà eccede gli schemi pensati per imbrigliarla e obbliga il potere e reinvestirsi altrove, in altre tecnologie o in altri saperi, per recuperare, produttivamente, il controllo su ciò che, sempre di nuovo, gli sfugge. La tensione tra assoggettamento e soggettivazione si inscrive tanto nelle dinamiche e nei concetti politici fondamentali (dalla sovranità alla cittadinanza) quanto nel rapporto di capitale, marxianamente costituito dalla scissione tra forza lavoro e denaro. Criteri essenziali di organizzazione dei rapporti di dominio, quali il genere e la razza, operano su entrambi i terreni per distribuire i soggetti in posizioni asimmetriche. E sono tuttavia essi stessi continuamente rovesciati in basi materiali di processi di soggettivazione.
Agli inizi dell’epoca moderna è la macchina della giuridificazione quella che, addomesticando gli istinti belluini dell’individualismo possessivo, ricava uno spazio politico (ed economico) all’interno del quale il conflitto viene tradotto in concorrenza e l’antagonismo radicale della guerra civile viene politicamente ritrascritto in competizione per il potere.
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La netta separazione fra moneta e credito
di Piero Valerio
Parte I: il Piano di Chicago rivisitato
Il Piano di Chicago Rivisitato è a mio avviso, e secondo molti altri più autorevoli analisti, uno dei documenti economici e finanziari più importanti pubblicati nell’ultimo periodo. Un vero caso mondiale, che sta diventando un testo di riferimento per gli studiosi della materia e un’opera divulgativa di culto per tutti gli appassionati. Non vi nascondo che anche io ho letto il documento con molto interesse e stupore, non tanto per i contenuti che nella maggior parte dei casi mi erano già noti (si veda a tal proposito l’ampia trattazione già pubblicata sul movimento economico e culturale Positive Money) ma per il tempismo e le circostanze che ne hanno decretato il successo. Il documento è stato scritto da due economisti americani che lavorano come consulenti per il Fondo Monetario Internazionale FMI: Jaromir Benes e Michael Kumhof. Il committente di questa opera è stato appunto il FMI, che a scanso di equivoci, in calce al documento ha riportato (come spesso accade con i suoi working papers) le testuali parole:
“Questo documento non deve essere inteso come rappresentativo del punto di vista del FMI. Le opinioni espresse in questo documento sono quelle degli autori e non rappresentano necessariamente quelli del FMI o della politica del FMI. I documenti descrivono in genere le ricerche in corso degli autori e vengono pubblicati per suscitare commenti e ulteriori dibattiti”.
E il dibattito in effetti si è acceso abbastanza rapidamente e vivacemente in tutto il mondo.
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Il potere di generare crisi
di Guglielmo Forges Davanzati
Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia.
L’argomento utilizzato dal Governo e dai suoi sostenitori del “cosa poteva accadere se” [non ci fosse stato Monti] è non dimostrato né probabilmente dimostrabile e, sebbene al prof. Monti vada riconosciuta un’autorevolezza incomparabilmente maggiore di quella del suo predecessore, non è dato riscontrare nessuna correlazione significativa fra “credibilità” di un Governo ed esposizione del Paese al rischio di fallimento. L’argomento del “ce lo chiede l’Europa” [di mettere in atto politiche di austerità] vale, al più, per delegittimare l’Unione Europea, non certo per accreditare la presunta necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica e di aumentare ancor più drasticamente l’imposizione fiscale.
Il fallimento delle politiche economiche messe in atto da questo Governo è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono schematicamente essere ricondotte a due proposizioni.
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La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo
Antonio Carlo
Parte prima: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo
1) L’economia mondiale nel 2012. Disoccupazione, sovraproduzione e crisi della finanza pubblica
Il rimbalzino del 2010 è ormai un ricordo, nel 2011 le cose sono andate peggio1, ed a inizio 2012 la signora Lagarde n. 1 delle FMI dice: “nel 2012 molte delle cose che potevano andare storte sono andate storte”. Lucidità cartesiana si potrebbe dire, e nel 2012 la situazione peggiora ulteriormente. A metà anno, infatti, la Banca Mondiale rende note le sue stime per l’anno corrente: PIL mondiale + 2,5%, ma la crescita sarà concentrata essenzialmente nei paesi emergenti, + 5,1% contro il 6,1% del 2011 ed il 7,4% nel 2010. Leggermente migliori le previsioni del FMI, che però peggiorano nel corso dell’anno: ad ottobre, in concomitanza con l’assemblea annuale di Tokyo, il FMI prevede + 3,3% PIL mondiale, così suddiviso + 1,3% paesi ricchi, + 5,3% paesi emergenti; per l’Eurogruppo siamo a – 0,4% per il corrente anno e a + 0,2% per l’anno prossimo, ciò che qualche bello spirito potrebbe definire “ripresa”.
Ci si potrebbe obiettare, che comunque si cresce anche se di poco, ma allora non si capirebbe il coro da tragedia greca che accompagna questo sviluppo da quattro soldi2, che in realtà è una recessione strisciante e nascosta da cui non si vede via di uscita nel breve e nel medio periodo (nel lungo si sa saremo tutti morti), qualcosa cioè di molto simile ad una depressione.
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Per una critica a David Harvey*
Lo scopo di questo breve discorso è fornire l'inizio di una critica alla teoria della crisi di David Harvey. Ma devo cominciare dicendo che approccio questo compito in maniera molto umile. Come molte altre persone, sono davvero in debito verso David Harvey. In molti modi, Harvey è stato il mio primo canale d'accesso nel mondo di Marx. Il suo linguaggio chiaro e articolato, la sua passione per la materia, e la sua paziente dedizione alla pedagogia sono stati di grande influenza per me, spingendomi a scavare più profondamente nel mondo di Marx e del Marxismo. La critica che faccio qui è fatta con il più profondo e sincero rispetto per il suo lavoro.
La mia è una critica di 3 aspetti interrelati del lavoro di Harvey: il suo rifiuto della teoria di Marx sulla Caduta tendenziale del saggio di profitto (Tendency of the Rate of Profit to Fall, TRPF), la sua teoria della “sovraccumulazione” e il suo uso di sovraccumulazione come quadro analitico per la sua analisi geografica.
Molto del Marxismo del XX Secolo è definito dalle sue sconfitte, sia teoretiche che politiche. Per quanto dobbiamo imparare dai nostri “vecchi”, dobbiamo anche ricordare che essi hanno avuto le proprie origini in un certo tempo e luogo e che il loro approccio a Marx è influenzato da questa origine. Per Harvey il tempo sono gli anni '70 e il luogo l'università/l'accademia occidentale. É un luogo e un tempo in cui i Marxisti stavano affrontando alcune disfide teoriche a cui non erano in grado di rispondere, forzandoli a rivisitare o a cambiare aspetti centrali della Teoria del Valore di Marx. Essi erano anche messi di fronte alla necessità di distanziarsi politicamente dagli orrori del Marxismo Sovietico e del Maoismo.
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Europa : fine di partita?
di Jacques Sapir*
Il processo definito “costruzione europea”, con la situazione di stallo che si è venuta a creare sulla pianificazione di bilancio dell’Unione europea per gli anni 2014-2020, e in secondo luogo per il bilancio 2013, sta subendo un triplice fallimento: economico, politico e simbolico. La questione simbolica è certamente più importante. Questa situazione di stallo, ben che vada durerà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco dell’inizio di questa settimana sulla questione degli aiuti da accordare alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri relativi alla partecipazione rispettiva degli Stati nell’ambito del gruppo aeronautico EADS, e di conseguenza di una riduzione importante delle ambizioni dell’Europa spaziale**. È altamente simbolico che questi avvenimenti si siano succeduti tutti in un periodo di otto giorni. Ciò sta a dimostrare l’esaurimento definitivo dell’Unione europea nell’incarnare l’“idea di Europa”.
Un fallimento economico
La questione del bilancio dell’Unione europea è economicamente importante. Non tanto per le somme in gioco. Il contributo al bilancio dell’Unione europea ha raggiunto l’1,26% del PIL dei differenti paesi. Quindi, per il 2013 sono previsti 138 miliardi di euro. Ma è l’esiguità di questa somma che pone dei problemi.
Nel momento in cui l’Eurozona, un sottoinsieme dell’Unione europea (UE), è in recessione, e questa condizione si protrarrà certamente nel 2013 e nel 2014, la logica avrebbe voluto che si fosse raggiunto un accordo su un bilancio di rilancio, sia per promuovere la domanda che per favorire politiche dell’offerta e della competitività in alcuni paesi.
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Quelli che “ci vuole credibilità per attirare i capitali esteri…”
di Alberto Bagnai
(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).
Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.
O meglio…per quanto questo possa sembrare strano, i luogocomunisti, sì, proprio loro, in realtà sono convinti che al mondo un free lunch ci sia. Quale? Non ce la farete mai, ve lo dico io: i capitali esteri! Sì, proprio quei capitali dei quali, a sentire il governo, abbiamo tanto bisogno per risolvere tutti i nostri problemi, inclusi, guarda un po’, quelli della Sanità, al punto che per attirarli, questi capitali, facciamo strame dei diritti dei lavoratori.
Cerchiamo di ragionare, non è difficile (tranne che per i luogocomunisti). Quando ti fai prestare soldi? Normalmente, quando ne hai bisogno. E quando si ha bisogno di soldi? Normalmente, quando non si guadagna, e quindi non si risparmia, abbastanza. Ma se ti prestano soldi, contrai un debito, no? Certo!
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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?
Domenico Moro *
1. Un uso corretto della teoria
Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.
Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.
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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?
di Alfonso Gianni
Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.
A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».
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Ma l’economia è democratica?
Luigi Ferrajoli
1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica
Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.
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Produttività, quando l'ideologia si mangia i fatti
di Stefano Perri
La vicenda dell'accordo sulla produttività del lavoro, sottoscritta da Cisl e Uil e non dalla Cgil è l'ultima tappa del percorso che negli ultimi decenni ha visto progressivamente erosi i diritti dei lavoratori. Il lavoro torna ad essere considerato una merce pura e semplice, appendice del capitale, sussunto, direbbe Marx, alle sue esigenze di valorizzazione. Nel merito, nel Manifesto l'accordo è stato criticato efficacemente, ad esempio da Paolo Pini, mostrando come possa condurre a risultati del tutto opposti rispetto agli obiettivi dichiarati di incentivare una ripresa della crescita della produttività del lavoro e della competitività.
Vorrei sottolineare che ancora una volta si conferma come la «tecnica» che pretende di imporre soluzioni dettate dai fatti, sia in realtà una ideologia che si afferma a prescindere dai fatti e che copre una lotta di classe alla rovescia, guidata dagli interessi di una minoranza dominante che vuole farci credere che questi suoi interessi coincidano semplicemente con gli interessi generali.
Che la tecnica intesa come riallineamento alle pretese leggi oggettive e immodificabili della economia sia una copertura ideologica è spesso svelato dai dati elaborati da istituti di statistica al di sopra ogni sospetto:
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America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale
Note per riaprire la discussione
di Sandro Mezzadra*
1. Non siamo certo stati gli unici, negli ultimi dieci anni, a considerare l’America latina un formidabile laboratorio politico. A differenza di altri, tuttavia, a interessarci in modo particolare non sono state tanto la retorica del “socialismo del XXI secolo”, il ritorno del “populismo” o la celebrazione delle “nazionalizzazioni”. Il punto di vista che ha guidato il nostro interesse per l’America latina, nella fitta rete di relazioni che abbiamo instaurato in quell’area del mondo, è stato piuttosto quello delle lotte e dei movimenti che hanno accompagnato l’età neo-liberale (gli anni del “Consenso di Washington”) fino a decretarne la fine. Tra la grande insurrezione dei poveri di Caracas nel 1989 (il “Caracazo”) e lo “sciopero di cittadinanza” che nel 2005 destituisce il Presidente Gutierrez in Ecuador, uno straordinario ciclo di lotte percorre sotterraneamente l’intera America latina. Il protagonismo degli indigeni (simbolicamente rilanciato dagli zapatisti a partire dal 1994) riapre una storia – quella della conquista coloniale – la cui continuità si era riprodotta attraverso i secoli. Una nuova questione agraria, dopo la grande trasformazione dell’agricoltura determinata dalla “rivoluzione verde”, viene prepotentemente posta all’ordine del giorno dalle mobilitazioni dei contadini “senza terra”. La tumultuosa conquista di spazi di azione e parola da parte di moltitudini di poveri urbani rimette in discussione i codici esclusivi dei sistemi sociali e politici. Lotte operaie di tipo nuovo (ad esempio nell’ABC paulista) si incontrano con l’occupazione e l’autogestione di imprese dismesse e con grandi mobilitazioni di lavoratori disoccupati.
Quando questo insieme profondamente eterogeneo di soggetti – qui richiamato soltanto per sommi capi – si incontra (ad esempio a Cochabamba nel 2000, il 19 e 20 dicembre del 2001 in Argentina), ne deriva un’azione insurrezionale di tipo nuovo.
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Brevi note sulla MMT*
Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo
di Emiliano Brancaccio
“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi.
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Le speranze disattese del "nuovo Sudafrica"
di Marcello Musto
Coloro che, visitando il Sudafrica (SA), desiderano comprendere gli eventi che hanno contraddistinto la drammatica storia di questo paese non possono tralasciare il Museo dell'Apartheid. Situato a pochi chilometri dal centro di Johannesburg, esso rappresenta, infatti, uno dei luoghi più significativi dal quale intraprendere l'angosciante viaggio a ritroso nella storia di uno dei peggiori casi del colonialismo europeo e, al contempo, del razzismo del XX secolo.
L'atmosfera festosa che si respira all'esterno, per la presenza delle scolaresche che, fra canti e dolcissimi sorrisi, si dispongono in una fila di vestiti e zainetti colorati prima di entrare, cessa bruscamente sull'uscio d'ingresso. Al museo non si accede tutti insieme. Uno ad uno, studenti o membri di famiglie in visita, vengono separati in base al numero del biglietto acquistato e per un'ora, prima di ricongiungersi accanto a una fotografia di Nelson Mandela, rivivranno la tragedia della segregazione. Quelli con i numeri pari entrano dal passaggio riservato ai "bianchi", dei quali, nel corso della visita, si rammentano i privilegi goduti e le atrocità commesse; mentre i dispari, dal varco accanto, ripercorrono il tragitto delle brutalità subite dai "non bianchi", ovvero i neri e i coloured. Tutti seguono lo stesso percorso, potendosi spesso guardare e, talvolta, camminare anche fianco a fianco, ma restano sempre divisi da una fredda gabbia di metallo; non si toccano mai e attraversano racconti, documenti ed esperienze di vita completamente differenti.
Razzismo e apartheid
La data in cui prese avvio la colonizzazione europea è il 1486, anno in cui il navigatore portoghese Bartolomeu Dias superò l'estremo meridionale dell'Africa.
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Dovremo diventare grillisti?
Cesare Allara
Prendo spunto dalla domanda che mi rivolge Gigi Viglino in merito al bel comunicato di Beppe Grillo sugli scontri di Roma (Soldato blu …) nel giorno dello sciopero europeo, “Quasi mi spiace, ma devo prendere atto. Onore al merito. Com'è? Dovremo diventare grillisti?”, per chiarire il mio pensiero sulla fase politica che stiamo attraversando. Viviamo una fase del capitalismo in cui tre pilastri della “tavola dei valori” che hanno caratterizzato buona parte della seconda metà del Novecento, la democrazia, il lavoro, il welfare, sono in uno stadio avanzato di demolizione.
Come la propaganda del regime di centrodestra/centrosinistra racconta quotidianamente a mass-media unificati, questi tre elementi non sono più sopportabili nelle forme in cui li abbiamo sin qui conosciuti perché per troppi anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità economiche e democratiche: per ricominciare a crescere per uscire dalla crisi occorre tagliare la spesa pubblica, non quella destinata alle grandi opere inutili, ma cancellando a poco a poco lo stato sociale. Se vogliamo diventare attraenti per gli investitori internazionali e “tornare a crescere” occorre modificare in senso liberista i capisaldi della Costituzione. Se poi vogliamo un lavoro di merda con relativo salario della stessa materia non dobbiamo essere schizzinosi e dobbiamo rinunciare ai diritti acquisiti. Compresi i diritti previsti dalla Costituzione, peraltro già da tempo largamente superati con il consenso dei governi di centrodestra/centrosinistra e col vivo e vibrante sostegno di questo presidente della repubblica.
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‘A corruzione e il "Fogno": lo strano caso del doctor Petiot*
1. Antefatto metaforico
Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.
Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati… http://www.occhirossi.it/biografie/MarcelPetiot.htm
Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).
Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. Ovviamente… >
2. Macroeconomia e il luogocomunismo aziendalista
L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche. Per sminuirne la funzione si fa passare l’idea che lo Stato, cioè noi in quanto cittadini-elettori, dovrebbe comportarsi come una buona massaia (quella sì che sa far quadrare i conti…peccato che gli stessi che ne esaltano le doti, facciano di tutto per non farglieli quadrare e piuttosto….”girare”…non i conti).
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L’amore vero al tempo di Twitter
Anna Stefi
Ma che direbbe Guy Débord dell’#amourdeuxpointzéro di tigella, un hashtag che raccoglie frasi come “tu ne me retweets plus comme au début de notre histoire” o “il nostro è stato amore al primo ‘visualizza il profilo’”? Che direbbe di questo amore che nasce dal profilo, di questo amore per il profilo?
Guy Débord è l’autore de La società dello spettacolo, un testo del 1967 scritto “con la precisa intenzione di nuocere alla società spettacolare”. Partendo dall’assunto che “lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato da immagini”, Débord aveva evidenziato con lungimiranza il fascino perverso della rappresentazione e si era scagliato contro il pullulare di realtà mediali corrotte e destinate a mascherare il reale delle cose, l’autentico, il “mondo al di sotto”, puro, da guardare con nostalgia.
Tigella è Claudia Vago ed è una protagonista di Twitter. Ha 18000 followers, “racconta storie che vede”; esperta di comunicazione e social network, svolge un ruolo non solo di reporter e produttrice di contenuti, ma anche di social media curator: vaglio delle fonti di informazioni, gestione delle liste, attenzione agli hashtag. Twitter è uno dei canali attraverso cui svolge il proprio lavoro: comunicazione puntuale, dialogo, confronto, e poi anche chiacchera e racconto di sé, divertimento con chi, in questa rete, da follower si è fatto amico.
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Contro le primarie*
di Rino Genovese
Sono radicalmente contrario alle primarie. E provo a spiegare perché. Anzitutto, come nascono le primarie in Italia? Le volle Romano Prodi, che non aveva alcun partito alle spalle e, in quei tempi che sembrano ormai lontani, guidava una variegata coalizione di centrosinistra in chiave antiberlusconiana. Come spesso accade per le cose italiane, erano una merce d’importazione dagli Stati Uniti. Laggiù sono una cosa relativamente seria (per esempio ci s’iscrive alle liste elettorali un annetto prima), e la più tipica espressione di un presidenzialismo da sempre molto personalizzato, organizzato attorno a due grandi partiti che in realtà, più che partiti politici nel senso europeo, sono dei giganteschi comitati elettorali. Contro il berlusconismo politico-televisivo e il suo plebiscitarismo senza plebisciti (basato sulla macchina della propaganda, sull’uso dei sondaggi che anticipavano costantemente il risultato elettorale trionfalistico, ecc.), parve a Prodi che la sua figura di tecnico o intellettuale prestato alla politica, e di leader di una coalizione virtualmente rissosa (come poi si ebbe modo di vedere), avesse bisogno di un di più d’investitura popolare, che gli consentisse di non ripetere la brutta esperienza che gli accordi e i disaccordi tra le segreterie di partito gli avevano riservato nel 1998, ai tempi del suo primo governo. Di pari passo, Prodi spinse moltissimo verso la costituzione di un partito di centrosinistra, il Pd, che avrebbe dovuto essere il suo partito nato dalla fusione della parte maggioritaria della sinistra erede del vecchio Pci con quella frangia centrista o popolare di sinistra, che era un pezzo del mondo cattolico-sociale interno alla vecchia Dc.
Come sappiamo, le cose andarono molto diversamente da come Prodi aveva immaginato: al punto che oggi egli non è più nulla nel partito che pure aveva voluto, e finanche il suo messia, Arturo Parisi, è praticamente scomparso dalla scena.
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Lettera aperta a Nichi Vendola
di Giuseppe Laino
Caro Nichi
affermare, come hai fatto in una recente apparizione televisiva, che il lavoro per tutto il ‘900 si è accompagnato alla libertà e, ancora, che il lavoro ha, finora, garantito le libertà individuali, è semplicemente allucinatorio. Porta, cioè, fuori dalla realtà in cui dovrebbe stare una sinistra antiliberista come è quella che tu rappresenti.
Di che lavoro stai parlando?
Il lavoro ha assunto nelle varie epoche connotazioni diverse. È storicamente determinato, essendo non univoca la modalità con cui l’uomo ha interagito con la natura per ottenere beni fruibili. Ma il lavoro a cui tu ti riferisci, il lavoro che ci avrebbe donato la libertà, non può che essere quello salariato. Quello, cioè che si è generalizzato negli ultimi secoli su scala globale. Esattamente lo stesso lavoro che, secondo Marx, sottrae tempo alla vita e che perciò diviene l’arcano attraverso cui passa ogni sfruttamento.
Il lavoro salariato non dà affatto la libertà. In nessun caso.
Nel grigiore uniforme del pensiero unico dominante appare come una necessità a cui nessuno può sottrarsi.
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Errata corrige 2: Gioventù
di Sandro Moiso
“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”
(Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)
Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.
Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.
Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.
Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.
Le manifestazioni sempre più frequenti degli studenti e gli scontri con le forze del dis/ordine che ne conseguono bastano, poi, da sole a dimostrare che quella illusoria felicità giovanile non è più di casa né in Italia né nel resto d’Europa.
Il disagio giovanile oggi si manifesta principalmente attraverso le lotte in difesa del diritto all’istruzione, nel rifiuto dell’enorme debito pubblico accumulato, soprattutto, con gli interessi pagati sui titoli di stato e nella richiesta di un lavoro che, attualmente, semplicemente non c’è.
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Keynesismo o decrescita*
di Paolo Cacciari
“Le macchine automatiche (…) danno origine alla tentazione di produrre molto di più di quanto non sia necessario per soddisfare i bisogni reali, il che conduce a spendere senza profitto tesori di forza umana e di materie prime”.
“Così il più funesto dei circoli viziosi trascina la società intera al seguito dei suoi padroni in un girotondo insensato”.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione, 1934
La natura di una crisi che viene da lontano
Vissuta in Europa la crisi economica in corso da cinque anni assume caratteristiche strutturali ed epocali. Di fronte all’Europa si prospetta un futuro di decadenza e di emarginazione. La sensazione diffusa è che un lungo ciclo storico si sia irrimediabilmente concluso.
Da 70 anni l’Europa è stata al traino degli Stati Uniti. I governi europei sono stati i loro servitori/imitatori ben ricompensati (un’ “area sub-imperiale”, come giustamente ricorda Alternativa).
Per un quarto di secolo (la “golden age” postbellica) l’Europa, all’ombra del dollaro, ha potuto beneficiare di aiuti diretti e di ragioni di scambio favorevoli sui mercati internazionali per approvvigionare di petrolio e di materie prime a basso prezzo i propri apparati produttivi industriali.
Inoltre, quando si ricordano con nostalgia quegli anni (come ora fanno in molti, tra tutti Gabriele Pastorello e Joseph Halevi su “il manifesto” del 20.9.12: “La decrescita è in atto, Si chiama povertà”, che scrivono: “Combattere il capitalismo è un conto, ma disprezzare l’unico periodo – quello keynesiano – in cui fu costretto a dividere maggiormente i frutti con i lavoratori, è insensato.”), bisognerebbe anche ricordare il veleno contenuto in quei frutti: urbanizzazione dissennata, inquinamenti irreversibili, salute compromessa per non poche categorie di operai, spoliazione di risorse naturali non rinnovabili in giro per il mondo.
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Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia
di Daniele Barbieri
Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.
Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.
Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.
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