Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2480

Cosa dimostra la Grecia di Tsipras sull'euro
Domenico Moro
Sul successo del governo Tsipras si giocherà una partita importantissima non solo per i greci ma per le classi subalterne di tutta l’Europa. Infatti, il governo Tsipras rappresenta un cuneo potenzialmente pericoloso per questa Europa, l’Europa dei capitali e non dei popoli.
Il problema posto dal governo greco non sta tanto nel debito, quanto nelle misure economiche che sono nella sua agenda programmatica. A tale proposito, è significativo quanto scrive il 31 gennaio The Economist, una delle voci più autorevoli del capitale finanziario europeo. Per il settimanale, Tsipras dice due cose giuste e una completamente sbagliata. Quelle giuste sono che l’austerity europea è stata eccessiva e che il debito (salito dal 103,1% al 175% in sei anni malgrado i tagli feroci alla spesa pubblica) non può essere pagato. Fin qui siamo d’accordo. Quale sarebbe allora la cosa completamente sbagliata? Tsipras sbaglierebbe ad abbandonare le cosidette riforme di struttura, su cui il governo greco precedente si era accordato con la Troika in cambio di prestiti ulteriori. L’abbandono delle riforme comporta misure che in Europa sono in completa controtendenza, come la riassunzione di 12mila lavoratori pubblici licenziati, l’innalzamento delle pensioni minime e soprattutto la cancellazione del programma di massicce privatizzazioni (in Grecia le banche più importanti hanno come principale azionista lo Stato). The Economist propone questa soluzione: la ristrutturazione del debito o la riduzione dei suo valore facciale in cambio della prosecuzione delle riforme.
- Details
- Hits: 2965
Grecia, un gioco complesso
Jacques Sapir
Jacques Sapir analizza la strategia della partita che si sta giocando tra la Grecia e l’Euroestablishment alla luce della teoria dei giochi, di cui il Ministro Varoufakis è un esperto: si starebbe giocando al “gioco del pollo”, in cui vince chi tiene duro e non molla, ma se nessuno dei due molla alla fine si sfascia tutto (e considerando che in questa seconda ipotesi a sfasciarsi sarebbe la gabbia dell’euro, non ci sembra l’ipotesi più peregrina)
Syriza ha vinto le elezioni greche del 25 gennaio. E’ passato un po’ di tempo, e possiamo quindi cominciare a farci un’idea degli eventi. Dopo una settimana di stupore per un governo che applica il suo programma (e che mantiene le sue promesse), dopo aver preso atto dei primi atti politici della squadra di Alexis Tsipras (e del suo nuovo ministero delle Finanze), dopo aver relegato la “Troika”, ossia l’alleanza di FMI, Banca centrale europea e Commissione europea, nell’angolo degli strumenti obsoleti [1], conviene ora interrogarsi sulla strategia di Syriza.
La strategia di Syriza
Quest’ultima si riassume in un punto. Tsipras vuole ritrovare dei margini di manovra di bilancio. Per questo ha bisogno di poter “recuperare” dai 6 agli 8 miliardi di euro, attualmente assegnati al pagamento degli interessi sul debito greco. Ha bisogno di questi soldi per mettere in atto delle misure che possano evitare che il popolo greco soccomba. Si tratta di una tragica realtà, ma abbastanza ovvia. Questa riduzione della spesa per interessi è necessaria e consentirà al governo di istituire un programma di uscita dall’austerità. Questo è il motivo per cui Syriza ha fatto della cancellazione parziale del debito, o almeno di una moratoria dei pagamenti dai 20 ai 30 anni, una delle sue priorità.
- Details
- Hits: 3055
USA, il post Ferguson tra proteste, movimento e memoria storica
Intervista a Loren Goldner*
Pubblichiamo la traduzione italiana dell'intervista a Loren Goldner a cura dell'associazione PonSinMor. Nella prima parte viene proposta una ricostruzione del movimento generatosi a partire dall'omicidio di Mike Brown. Invitiamo tuttavia soprattutto a leggere la seconda parte dell'intervista, nella quale viene elaborata una sintetica ricostruzione della storia dei movimenti nordamericani attraverso il fil rouge della linea del colore. Viene inoltre chiaramente messo in luce come la razza sia, storicamente, una costruzione del capitalista collettivo americano volta a disarticolare e sconnettere una composizione di classe che, sino al XVII secolo, esprimeva tratti di insorgenza legati dalle comuni condizioni di vita che non avevano nella distinzione del colore un elemento di divisione
Immagino che tu avessi previsto di iniziare con gli avvenimenti recenti, sulla scia degli assassinii di Ferguson, di New York...con l'oppressione poliziesca, in definitiva, non è vero?
Come probabilmente è noto alla maggior parte del nostro pubblico, questo movimento è cominciato nell'agosto della scorsa estate [2014], alla periferia della città di St. Louis, in una piccola città chiamata Ferguson, e qui c'è già una storia molto interessante, perché 30, 40 anni fa, St Louis, come molte città (si trova nel Midwest, quasi nel mezzo)... in questa zona, c'era una forte industrializzazione. Ma, dalla crisi degli anni settanta, iniziò un'ondata di chiusure di fabbriche,ristrutturazioni... cose che voialtri conoscete molto bene nelle Asturie... E, naturalmente, tutto questo ha trasformato profondamente la città di St. Louis e le periferie come Ferguson, che era una città veramente operaia, quindi; dovrei aggiungere di maggioranza operaia bianca. Con la ristrutturazione e la disoccupazione permanente, a poco a poco, Ferguson, come molte piccole città lì vicino, si trasformò in una città con significativa presenza nera, non so con esattezza le cifre, ma per darvi un quadro più generale, si può dire che in questo paese, settimanalmente, la polizia uccide da qual che parte due o tre giovani neri o latini in vari tipi di incidenti.
- Details
- Hits: 2601
La guerra diffusa della crisi
Gigi Roggero intervista Christian Marazzi
Già nella scorsa intervista avevamo parlato del prepotente ritorno della guerra come possibile strumento di risoluzione capitalistica della crisi. Nel seminario a Milano su crisi e composizione di classe hai ipotizzato l’intensificarsi di uno scenario di guerra diffusa, legato innanzitutto all’esplosione della bolla del petrolio e al crollo del suo prezzo, dovuti a una rivolta dell’Opec contro i nuovi produttori. Hai anche messo in discussione l’ipotesi di un’alleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti in chiave anti-russa. Boaventura de Sousa Santos parla invece di una “nuova guerra fredda”, tra capitalismo neoliberale e capitalismo socialdemocratico, incarnato nei Brics. L’azione contro Charlie Hebdo delle scorse settimane, pur con le sue forti specificità, può essere inserita in questo quadro. Come si configura quindi lo scacchiere di una geopolitica imperiale su cui spirano forti i venti di guerra?
Al seminario di Milano ho cercato di ragionare attorno a questo scenario di guerra diffusa, prendendo lo spunto dal dimezzamento del prezzo del petrolio, che è la conseguenza di una scelta ben precisa da parte dell’Arabia Saudita in particolare. La scelta consiste nel forzare il prezzo del petrolio non diminuendo la produzione, mettendo in difficoltà paesi come Iran, Nigeria e Venezuela che hanno bisogno per funzionare economicamente di un prezzo del petrolio superiore ai 100-120 dollari al barile (per quanto un’economia fondata sul petrolio e sulla monocultura sia tutta da criticare).
- Details
- Hits: 5486
#Foibe o #Esodo?
«Frequently Asked Questions» per il #GiornodelRicordo
di Lorenzo Filipaz
[Oggi pubblichiamo un importante testo di Lorenzo Filipaz. Lorenzo è triestino e figlio di un esule istriano. Dal ramo materno è di ascendenza slovena. Fa parte del gruppo di inchiesta su Wikipedia «Nicoletta Bourbaki». Appassionato delle storie della sua terra di confine, da anni ha intrapreso un percorso di ricerca e autoanalisi sul cosiddetto «Esodo giuliano-dalmata». L’intento è quello di capire cosa sia andato storto, per quali ragioni l’esodo da Istria e Dalmazia sia diventato una narrazione così platealmente assurda e antistorica, e come mai i figli di una terra meticcia siano diventati i pasdaran del nazionalismo.
L’approccio è quello di una seduta psicoanalitica, una sorta di terapia post-traumatica. Terapia in ritardo di sessant’anni, ma più che mai utile agli odierni discendenti di esuli, per disinnescare certi meccanismi difensivi che favoriscono reticenze e strumentalizzazioni.
- Details
- Hits: 2414
Il Rosso e il Tricolore
Alain Badiou
Sfondo: la situazione mondiale
Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è.
Vediamo allora apparire – come controcanto al tempo stesso logico e orribile, disperata e fatale miscela di capitalismo corrotto e di gangsterismo assassino – un ripiegamento maniaco, soggettivamente manovrato dalla pulsione di morte, contro le identità più variegate. Questo ripiegamento suscita a sua volta delle contro-identità sclerotizzate e arroganti.
- Details
- Hits: 2184
Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?
Stefano Santachiara
Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”
Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona.
- Details
- Hits: 2527
Voltandosi verso il "sole dell'avvenire"
Un'intervista a Valerio Evangelisti
Pubblichiamo una chiacchierata che abbiamo avuto con lo scrittore Valerio Evangelisti. Valerio nelle sue opere ha spaziato tra diversi generi, dal fantasy alla fantascienza, al romanzo storico.
I suoi ultimi due libri, “Il sole dell'avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo” e “Il sole dell'avvenire. Chi ha del ferro ha del pane”, ci raccontano, partendo da vissuti individuali, dello sfruttamento e delle lotte proletarie che hanno attraversato l'Emilia-Romagna dal periodo post-risorgimentale agli anni '20 del secolo scorso. Già il semplice racconto di quei periodi ci permette di riappropriaci di un patrimonio utilissimo, e per questo non possiamo non consigliarvi di leggere i suoi libri, ma Valerio oltre a essere uno scrittore affermato, è un prezioso compagno e abbiamo provato con lui a tracciare differenze e similitudini col periodo storico che stiamo vivendo.
Buona lettura!
- Details
- Hits: 2572
Prosperare sul disastro
Cronache dall’emergenza sociale permanente
di Alexik
L’ultimo mese dell’anno ci ha riservato, all’ora del TG, un lungo telepanettone noir pieno di personaggi coloriti: er Cecato, er Ciccione, lo Spezzapollici ….
Un gradevole entertainment, che come ogni fiction che si rispetti ci propone un finale e una lettura degli eventi in definitiva rassicurante: il disastro della capitale, il collasso delle sue funzioni vitali sono frutto dell’attività criminale di un gruppo – sia pur nutrito – di biechi delinquenti, corrotti e corruttori ormai resi innocui dalla giustizia trionfante.
Disastro e collasso non derivano dunque da quelle scelte politiche che per decenni hanno nutrito deliberatamente la speculazione privata con tonnellate di denaro pubblico, a prescindere dall’esistenza o meno di mazzette e dal ricorso del potere economico a pratiche formalmente illegali.
La retorica della legalità è la narrazione necessaria affinché, una volta eliminate le “mele marce”, tutto ritorni come prima, o meglio, perché la speculazione si dia forme più moderne, più efficaci, meno grossolane. È una retorica che non entra nel merito del fatto che la devastazione sociale e quella dei territori possano avvenire anche a norma di legge.
Tutta questa enfasi sulle tangenti è riduttiva e fuorviante, perché c’è qualcosa di ancora più grave dell’aspetto corruttivo: un prezzo molto più alto da pagare ai detentori del potere economico. Lo pagano i territori in termini ambientali, lo paga il lavoro in termini di diritti, lo pagano le fasce più deboli di questo paese in termini di emarginazione sociale.
- Details
- Hits: 2504
Sandro Mezzadra: Nei cantieri marxiani
di Girolamo De Michele
Sandro Mezzadra, Nei cantieri marxiani. Il soggetto e la sua produzione, Manifestolibri, 2014, pp. 158
In questo testo, definito dall’Autore un “piccolo libro”, viene proposta un’interpretazione del pensiero di Marx che prende congedo dal “sistema-Marx”, e più in generale da ogni tentativo di sistematizzare e “accademicizzare” il filosofo di Treviri, seguendo un consiglio di lettura di Michel Foucault, che nelle letture orientate a “far funzionare Marx come un autore” vedeva un misconoscimento della “rottura che ha prodotto” (p.7). Il taglio interpretativo di Mezzadra mette al centro la questione della “produzione di soggettività“, espressione che ha sempre un duplice significato, poiché rimanda sia ai processi di assoggettamento che a quelli di soggettivazione. Il libro, scaturito da un corso universitario, ha una densità teorica inversamente paragonabile alla sua mole: se da un lato taglia il campo delle interpretazioni, finendo per mostrare una sorta di biblioteca personale dell’autore; dall’altro, nel far proprio un metodo che deriva dal post-strutturalismo francese e dalle letture italiane dei Grundrisse, si confronta non solo con i temi foucaultiani, ma anche, in filigrana ma in aperta contrapposizione, con il pensiero di Heidegger. Nondimeno, l’origine discorsiva del testo gli conferisce una certa scorrevolezza di lettura, a dispetto della gravità dei temi: che, è bene dirlo subito, sono affrontati avendo sottocchio quello “stato di cose presente” la cui critica – e il cui rovesciamento – era per Marx il fine della filosofia.
- Details
- Hits: 2185
Il QE di Draghi: tanto rumore per nulla?
di Thomas Fazi
Su un punto esperti e commentatori si sono trovati d'accordo. La questione non è tanto se fare o no il Quantitative Easing o meno ma come lo si fa. Tutti i dettagli del programma
Infuria il dibattitto sul programma di quantitative easing (esteso ai titoli di stato) annunciato da Draghi il 22 gennaio. Su un punto esperti e commentatori si sono trovati pressoché tutti d’accordo: la questione non è tanto se fare il QE o meno – meglio farlo che non farlo –, ma come lo si fa. E infatti il dibattito riguarda più i dettagli del programma che l’acquisto di titoli di stato di sé. Vediamo allora quali sono gli aspetti salienti – e più discussi – del piano Draghi:
La durata:
Draghi ha dichiarato che il piano di acquisto titoli partirà a marzo e proseguirà fino a settembre 2016 e comunque fino a quando l’inflazione non tornerà a livelli ritenuti coerenti con gli obiettivi della Bce. Il fatto che il presidente della Bce abbia esplicitamente legato il piano all’obiettivo inflazionistico della banca centrale è stato accolto positivamente da quasi tutti i commentatori, in quanto questo offre a Draghi un ampio margine di manovra per portare avanti il programma per tutta la durata che ritiene necessario. Allo stesso tempo, , è importare notare che Draghi è stato attento a non fissare l’obiettivo in termini di tasso inflazionistico ma di “andamento dell’inflazione”, il che vuol dire che il numero uno della Bce potrebbe porre fine al programma anche se l’obbiettivo inflazionistico della Bce di “poco meno del 2%” non risultasse raggiunto a settembre 2016.
- Details
- Hits: 2775
Privatizzazioni italiane
Una storia di insuccesso da portare a termine
Mario D’Aloisio
Riceviamo e nuovamente pubblichiamo una interessante riflessione di Mario D’Aloisio
Messa in archivio la partita del Colle, Matteo Renzi torna ad occuparsi di economia, e lo fa organizzando a Roma un raduno di due giorni coi principali investitori internazionali per mettere sul piatto quel che rimane della grande impresa pubblica italiana (Eni, Enel, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, Finmeccanica) in cambio di denaro liquido. A scriverlo è Bloomberg , secondo cui alla conferenza, patrocinata da UniCredit, saranno presenti anche emissari del Tesoro e della Cassa depositi e prestiti. L’obiettivo ufficiale del Governo italiano, condiviso con Bruxelles, è quello di accelerare il processo di privatizzazioni per raccogliere fondi destinati alla riduzione del debito pubblico, in conformità col patto di stabilità e crescita. Questa dunque la notizia, da tempo nell’aria. A questo punto sembra tuttavia doveroso un cenno a quel che hanno rappresentato le privatizzazioni italiane, condotte “da sinistra”, a partire dalla firma del Trattato di Maastricht e negli anni a seguire, soltanto per comprenderne la natura ambigua, oltre che gli effetti del tutto negativi in termini di opportunità economica. In quanto leader del Partito Democratico Renzi ha soltanto imboccato una strada già battuta dai sui predecessori. Vediamo di capire come.
La sinistra dopo Maastricht
Gli anni che seguirono al Trattato di Maastricht inaugurarono in Europa la stagione del socialiberismo, cioè del capitalismo camuffato sotto la falsa identità socialista. I governi della sinistra europea che gestirono il periodo della transizione furono i veri promotori a livello nazionale di un “modello di globalizzazione finanziaria e deregolarizzata” (Bloomfield) assai poco conciliabile coi valori tradizionali della socialdemocrazia.
- Details
- Hits: 1987
Mattarella: un voto che ci parla di Renzi
Leonardo Mazzei
Il coro del "Santo subito" è ancora in corso, ma si esaurirà a breve. Strano paese quello dove il premier deve invocare l'elezione a presidente di un presunto "galantuomo". Se fosse davvero questo il requisito fondamentale, quello che fa da discrimine, sarebbe come dire che tutto il resto della platea dei potenziali eleggibili era fatto da non galantuomini.
Questo curioso modo di porre le cose fa sì tanta audience, ma ha il piccolo difetto di occultare le ragioni politiche di una scelta. Sulla figura del neo-santo è stato già detto l'essenziale. Qui vorremmo invece concentrarci su una questione più generale: il renzismo. Perché, questo non lo mette in discussione nessuno, il vero ed unico grande elettore di Mattarella è stato Matteo Renzi.
Dunque questa scelta dovrà pur significare qualcosa. In proposito possono anche esservi letture minimaliste (del tipo: Renzi lo ha fatto per evitare imboscate della minoranza Pd), ma la mia opinione è un po' diversa, nel senso che esigenze tattiche di questo tipo stanno in realtà in una cornice più ampia che ci descrive assai bene che cosa sia il renzismo.
Questo è il vero punto meritevole di riflessione, altro che le pagelline su chi ha vinto o chi ha perso, come quella - invero penosa assai - che ci è capitato di leggere qui.
- Details
- Hits: 2932
"È stata la bellezza del mondo a salvarmi dal fallimento politico"
Antonio Gnoli intervista Rossana Rossanda
SOMMERSI come siamo dai luoghi comuni sulla vecchiaia non riusciamo più a distinguere una carrozzella da un tapis roulant. Lo stereotipo della vecchiaia sorridente che corre e fa ginnastica ha finito con l'avere il sopravvento sull'immagine ben più mesta di una decadenza che provoca dolore e tristezza. Guardo Rossana Rossanda, il suo inconfondibile neo. La guardo mentre i polsi esili sfiorano i braccioli della sedia con le ruote. La guardo immersa nella grande stanza al piano terra di un bel palazzo sul lungo Senna. La guardo in quel concentrato di passato importante e di presente incerto che rappresenta la sua vita. Da qualche parte Philip Roth ha scritto che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro.
La guardo con la tenerezza con cui si amano le cose fragili che si perdono. La guardo pensando che sia una figura importante della nostra storia comune. Legata al partito comunista, fu radiata nel 1969 e insieme, tra gli altri, a Pintor, Parlato, Magri, Natoli e Castellina, contribuì a fondare Il manifesto. Mi guarda un po' rassegnata e un po' incuriosita. Qualche mese fa ha perso il compagno K. S. Karol. "Per una donna come me, che ha avuto la fortuna di vivere anni interessanti, l'amore è stato un'esperienza particolare. Non avevo modelli. Non mi ero consegnata alle aspirazioni delle zie e della mamma. Non volevo essere come loro. Con Karol siamo stati assieme a lungo. Io a Roma e lui a Parigi. Poi ci siamo riuniti. Quando ha perso la vista mi sono trasferita definitivamente a Parigi. Siamo diventati come due vecchi coniugi con il loro alfabeto privato ", dice.
- Details
- Hits: 4498
Il capitalismo è la fine della storia
la rivista IHU Online intervista Anselm Jappe
IHU Online: A partire dalla lettura dei Grundrisse, quali sono gli elementi fondamentali usati da Marx per la sua critica dell'economia politica?
Anselm Jappe: Marx ha scritto i Grundrisse nel 1857-1858, in pochi mesi, nel mezzo di una crisi economica che riteneva essere la crisi definitiva del capitalismo. Gli ci sono voluti altri dieci anni per sviluppare Il Capitale. Secondo certa ortodossia marxista, per la quale Il Capitale costituisce il punto di arrivo di tutta la riflessione di Marx, i Grundrisse non sono altro che uno schizzo, un imperfetto lavoro preparatorio, motivo per cui verranno pubblicati, a Mosca, solamente nel 1939. A partire dal 1968, i Grundrisse sono stati tradotti in inglese, francese, italiano e spagnolo e, nell'ambito della "nuova sinistra", si affermava da allora che forse questo manoscritto contenesse una versione superiore della critica dell'economia politica, perché meno "scientista", meno "economicista" e meno "dogmatica".
In realtà, non è giustificato nessuno dei due punti di vista. Per quel che riguarda la critica marxista dell'economia politica, molte delle sue categorie fondamentali cominciano ad essere articolate solamente nel corso dell'elaborazione dei Grundrisse, e non trovano una formulazione definitiva prima della seconda redazione de Capitale, nel 1873; soprattutto la teoria del valore e del denaro. La doppia natura del lavoro - astratto e concreto - nei Grundrisse comincia a malapena ad apparire. Lì Marx ancora non distingue chiaramente fra valore e valore di scambio, e nemmeno, sempre in maniera rigorosa, tra valore e prezzo.
- Details
- Hits: 1931
Una cronaca dei tempi dell’ISIS
di Sandro Moiso
Da più di trent’anni i miei destini sono legati a quelli degli ISIS, Istituti Statali di Istruzione Superiore. La vicinanza della sigla a quella dell’attuale Islamic State of Irak and Syria è casuale e devo dire che se anche la seconda sigla è sbandierata come simbolo di terrore universale, la prima ha visto scorrere una gran parte della mia vita. Non sempre la peggiore.
Anzi, devo dire che se ancora non ho fatto la scelta nomade di andare a vivere sotto i ponti di Parigi, che mi attirano più delle grandi piazze adibite ad oceaniche manifestazioni patriottarde, o di qualsiasi altra città, ciò è dovuto in gran parte agli allievi ed allieve degli Istituti Tecnici e Professionali in cui ho insegnato e tuttora insegno.
Allievi ed allieve che sempre più spesso non sono di origine italiana e che praticano la religione islamica: palestinesi, nord- africani, pakistani o arabi più in generale.
Allievi che spesso sono tra quelli più svegli, più attenti, più bravi e più incazzati.
- Details
- Hits: 2815
Sul nuovo spirito del capitalismo
di Enrico Donaggio
[E’ uscita da poco la traduzione italiana di un libro importante, Le nouvel esprit du capitalisme di Luc Boltanski e Ève Chiapello (Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis 2014). Ne abbiamo parlato qui. Questa è l’introduzione di Enrico Donaggio].
Le grandi narrazioni dentro a cui Marx e Weber incastonano le loro genealogie e diagnosi del capitalismo come forma di vita hanno fornito la matrice e la trama, dichiarata o segreta, di tutta la critica novecentesca in materia. Nell’ultimo anno di quel secolo feroce – 1999 – esce a Parigi il libro di Luc Boltanski ed Ève Chiapello. Peripezie editoriali di varia natura lo mettono solo oggi a disposizione del pubblico italiano di non specialisti. Paragonabile per mole, qualità e ambizione a opere che hanno marcato in quel periodo il dibattito filosofico, sociologico e politico della nostra come di altre province (quelle di Rawls e Habermas, per citare soltanto i dioscuri del mainstream accademico), questo volume ha rappresentato nel nostro paese un oscuro oggetto del desiderio per gli insoddisfatti e i perplessi del pensiero unico fin de siècle, dentro e fuori i dipartimenti universitari. Era questo, all’epoca della sua stesura, l’auspicio degli autori. I tempi della traduzione italiana ci offrono un testo, che si voleva di rottura e avanguardia, consacrato a classico mondiale. Il capitalismo e lo spirito di cui trattano queste pagine non stanno più infatti davanti, ma intorno e dentro di noi.
Per Boltanski e Chiapello «spirito del capitalismo» è il concetto che afferra nel modo più illuminante ed efficace la resilienza di cui questa forma di vita ha dato prova, sconcertando perfino i suoi apologeti. Collocata in una terra di mezzo tra Weber e Marx, la formula viene a indicare per loro l’«ideologia che giustifica il coinvolgimento nel capitalismo».
- Details
- Hits: 2405
Dalla Grecia le prospettive che abbiamo di fronte
Paolo Pini e Roberto Romano*
“Il trionfo elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale”[1]. Posizioni analoghe son quelle espresse da altri economisti quali De Grauwe[2], Krugman[3], Rodrik[4], Stiglitz[5], Wren-Lewis[6].
Un Paese piccolo come la Grecia potrebbe realmente cambiare le politiche europee, non tanto per la sua intrinseca forza economica, piuttosto perché intercetta il senso comune dei cittadini europei, così come il buon senso di tanti inascoltati economisti. Oggi la Grecia suggerisce un New Deal europeo, un progetto a cui ha lavorato l’attuale Ministro delle Finanze greco Varoufakis, con il concorso di Holland e Galbraith, prefigurando un “New Deal europeo che, come il suo predecessore americano, potrebbe portare al miglioramento nell’arco di mesi, pur attraverso misure che rientrano interamente nel quadro costituzionale al quale i governi europei hanno già aderito”[7].
- Details
- Hits: 3409
Tecnologie dell’ubiquità
Prove tecniche di sfruttamento on-demand
di Eleonora Cappuccilli
In un recente articolo dell’Economist, la rivoluzione tecnologica dell’economia su richiesta è stata definita come il futuro del lavoro.
A San Francisco […] giovani professionisti che lavorano per Google e Facebook possono usare una app sul cellulare per trovare qualcuno che faccia le pulizie nei loro appartamenti per mezzo di Handy o HomeJoy; che faccia loro la spesa e gliela consegni attraverso Instacart; che lavi i loro vestiti con Washio e che spedisca i loro fiori con BloomThat. FancyHands offre loro assistenti personali che prenotano viaggi o contrattano con la loro compagnia telefonica. TaskRabbit manda una persona a scegliere un regalo last-minute e Shyp lo impacchetta e consegna. SpoonRocket porta direttamente a casa un pasto di qualità in 10 minuti.
Nelle grandi metropoli nordamericane il fenomeno pare essere piuttosto diffuso e in espansione, come esemplifica lo sviluppo di Handy, impresa di pulizie nata nel 2011 e che impiega ora ben 5000 lavoratori autonomi «in 29 delle più grandi città degli Stati Uniti, come pure a Toronto, Vancouver e sei città britanniche».
Il luogo di nascita di queste imprese on-demand lascia immaginare che la geografia sia ancora una variabile importante e che, cosa non nuova, molto spesso lo stipendio può dipendere più dal luogo dove si abita che dal curriculum. Di fatto, queste società costituiscono una sorta di indotto pompato dalle spinte finanziarie dei grandi nodi del capitale globale, come pure dalle traiettorie della logistica, che portano alla concentrazione di manager e professionisti in punti del globo ben determinati.
- Details
- Hits: 3299
ISDS, l’insopportabile leggerezza degli acronimi
Mauro Poggi
ISDS è l’acronimo di Investment-State Dispute Settlement, uno strumento di diritto pubblico internazionale per risolvere le vertenze che possono sorgere fra uno stato e i suoi investitori stranieri.
Il primo accordo del genere risale al 1959, e fu stipulato fra Germania e Pakistan. Inizialmente concepito per proteggere gli investitori stranieri da discriminazioni o espropri arbitrari, si è trasformato in un’arma che le multinazionali usano in modo sempre più invasivo per citare in giudizio gli Stati ogni volta che giudichino un provvedimento di legge lesivo dei loro diritti (o interessi, se vi pare più appropriato).
La causa viene giudicata da tribunali sovranazionali dotati di potere sanzionatorio contro gli stati, davanti a un collegio giudicante composto da avvocati d’affari che in una causa successiva (o in quella precedente) possono assumere (o hanno assunto) il ruolo di avvocato della “parte lesa”.
Nell’estensiva e fantasiosa interpretazione che le multinazionali danno ai concetti di “espropriazione” o “discriminazione”, ogni misura di legge successiva all’insediamento dell’investitore estero è suscettibile di richiesta di risarcimento, se cambiasse in senso per lui peggiorativo il quadro delle norme entro cui opera. Parliamo di qualunque cosa: salute pubblica (vedi Phillips Morris contro l’Australia e contro l’Uruguay), ambiente (Vattenfall contro Germania, Ethyl Corporation contro Canada), politica economica (Occidental contro Ecuador) e così via. Un aumento dei minimi salariali, ad esempio, potrebbe dar luogo a un contenzioso, perché il maggior costo del lavoro comporterebbe una diminuzione degli utili attesi dall’investitore.
- Details
- Hits: 2268
Methodos per Atene
di rk
Intorno al neonato governo greco si affollano amici comprensibilmente speranzosi mentre nemici neri di rabbia volano come avvoltoi e falsi amici twittano viscide aperture. Ha senso allora rovesciare il punto di vista e dichiararsi prima di tutto sim-patetici con il pathos della popolazione greca, con la sofferenza dovuta alla condanna a fare da laboratorio dei “superflui” e con la passione di chi nonostante tutto ha osato alzare la testa e dire basta. Con dure lotte prima di tutto, sconfitte certo, ma senza le quali l’attuale esito elettorale non sarebbe neanche minimamente concepibile.
Rispetto a Tsipras va usato -senza supponenza o ideologismi- un metro (solo apparentemente minimalista) di coerenza interna e di aderenza alla Cosa stessa: il suo è dichiaratamente e di fatto un governo di salute pubblica e come tale vanno valutate le mosse che farà. Non si tratta, attenzione, di adeguarsi alla situazione con becero realismo “codino”. Si tratta invece di farsi le giuste domande e verificare con lucido metodo materialista quale dinamica sociale, politica e geopolitica di rottura il contro-esperimento Syriza può innescare, in Grecia e fuori. Lo vogliano o meno il suo nuovo governo e i greci stessi.
- Details
- Hits: 3363
Jobs Act: un primo commento tecnico
Scritto da Clash City Workers
Alla vigilia dello scorso Natale il governo Renzi ha approntato i primi due schemi di decreto attuativo sulla seconda parte del Jobs Act, quella che riguarda la nuova tipologia di tutela dai licenziamenti illegittimi e la nuova indennità di disoccupazione.
Questi due schemi, al momento in cui scriviamo, non ancora pubblicati in Gazzetta Ufficiale e quindi non in vigore, insieme al decreto Poletti dello scorso Marzo, che di fatto aboliva l'obbligo della causalità nella stipulazione di contratti a tempo determinato, ridisegnano drasticamente il mercato del lavoro in Italia, al fine di razionalizzare la risposta alla domanda pressante dei padroni, in crisi di valorizzazione dei capitali: abbassare il costo del lavoro per creare più profitto.
Analizziamoli entrambi.
- Details
- Hits: 3061
Una rivoluzione ci salverà
di Sandro Moiso
Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli 2015, pp. 740, euro 22,00
Non sono mai stato un fan dell’icona no-global Naomi Klein, ma l’autrice nord-americana nel suo ultimo libro, che confessa essere stato il suo lavoro più difficile da portare a termine, compie un ulteriore salto di qualità nella sua opera di denuncia di quello che chiama capitalismo deregolamentato. Infatti, se nelle opere precedenti (e in maniera marginale anche in questa) sussisteva la speranza di tornare a regolamentare “democraticamente” un modo di produzione selvaggiamente dedito allo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, nel testo attuale la conclusione raggiunta, ed esposta fin dalle prime pagine, è che non possa più sussistere alcuna compatibilità tra la sopravvivenza del capitalismo rinnovato dalle scelte ultraliberiste degli ultimi trent’anni e quella della specie umana e dell’ambiente che la circonda.
L’attenzione dell’autrice si sofferma in particolare sul problema del riscaldamento globale come conseguenza di attività produttive ed economiche e scelte di organizzazione sociale che hanno privilegiato, e privilegiano tuttora, la combustione degli idrocarburi come fonte primaria di produzione di energia. Ma nel fare ciò è obbligata toccare il cuore del problema, quello che Marx avrebbe chiamato il limite che il capitalismo pone da sé allo sviluppo delle forze produttive e che oggi non riguarda soltanto la caduta tendenziale del saggio di profitto, con tutte le sue catastrofiche conseguenze in termini di crisi economica e sociale, ma anche l’innalzamento tra i 2 e i 4 gradi Celsius delle temperatura globale del pianeta.
- Details
- Hits: 2186
Guerre, paure, umiliazioni, stato di polizia
I primi amari frutti dell'Unità Nazionale post Charlie Hebdo
di Saïd Bouamama
«Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma i silenzi dei nostri amici»
Martin Luther King
La grande manifestazione «Je suis Charlie» è stata celebrata dall’insieme dei nostri media, dal governo e dalla quasi totalità della classe politica come simbolo dell’«unità nazionale», vista come strumento necessario di fronte alla minaccia terroristica. È stata altresì presentata come l’esempio di un’unità internazionale contro quello stesso terrorismo.
Le poche voci discordanti che hanno chiesto di far luce sulle cause, sulle poste in gioco e sulle conseguenze prevedibili di quest’obbligazione all’unanimità emotiva, sono state bollate come «sostegno ai terroristi», secondo un ragionamento binario che martella tutto il giorno: se non «sei Charlie», vuol dire che sei per gli attentati. Il seme di questa «unità nazionale» comincia a dare i suoi frutti amari e avvelenati. È giunto il tempo di un primo bilancio.
Una rafforzata legittimazione alle guerre
Tutte le potenze della NATO, così come i loro alleati, erano rappresentate alla manifestazione «Je Suis Charlie» dell’11 gennaio 2015. Capire il significato e la funzione di questa foto di famiglia vuol dire prendere in considerazione il contesto mondiale e i suoi rapporti di forza.
- Details
- Hits: 3129
Il nuovo governo greco
Noi Restiamo intervista Joseph Halevi
In questi giorni sono usciti molti articoli sul nuovo governo greco e in particolare su alcuni suoi componenti. La maggior parte di questi articoli si è concentrata su aspetti di costume e non sulla sostanza, ossia su quali politiche economiche potrà mettere in atto la nuova compagine governativa.
Abbiamo quindi intervistato Joseph Halevi, professore di economia presso l'Università di Sydney, che ben conosce Yanis Varoufakis, neo ministro delle finanze in Grecia, di cui è amico e con cui ha anche scritto un libro (insieme a Nicholas Theocarakis): “Modern Political Economy: making sense of the post-2008 world” (Routledge).
Noi Restiamo: ci dai un giudizio sul risultato delle recenti elezioni in Grecia?
Joseph Halevi: il mio giudizio è essenzialmente positivo. C'è ovviamente un problema dovuto al fatto che Syriza ha delle posizioni molto eterogenee. Però voglio dire che l'esigenza che nasceva dalla crisi del Pasok ovviamente ha trovato sbocco in Syriza.
Page 494 of 657


























































