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Marxismi e Classi
L'affermazione, secondo la quale "la crisi del capitale internazionale è anche la crisi del sistema statale internazionale", così come viene espressa da Sol Picciotto, nel "Dibattito sullo Stato" di "Open Marxism", è un evidente truismo, che, tuttavia, rischia di diventare ambiguo e fuorviante, quando si pensa, o si porta a pensare, che quello che stiamo affrontando non sia un'unica medesima crisi, ma che si possa trattare, invece, di due differenti crisi. Del resto, l'approccio da parte di Simon Clarke allo Stato, avviene nei termini per cui "I nuovi approcci che emergono, conservano l'insistenza socialdemocratica sull'autonomia dello Stato, al fine di sottolineare la specificità della politica e l'irriducibilità della politica ai conflitti economici". Dal momento che per "Open Marxism", il "politico" e "l'economico" sono separati in modo irriducibile, ne consegue che, a livello di mercato mondiale, ci sono due crisi separate in modo irriducibile: una crisi economica capitalista, ed una crisi del "sistema Stato"; dove la crisi del capitalismo sarebbe determinata dalla legge del valore e la crisi dello Stato sarebbe determinata dalla lotta di classe.
Il "difetto" dei marxisti classici del periodo fra le due guerre, nelle parole di Picciotto, sarebbe stato quello per cui "Le contraddizioni dell'accumulazione" sono state troppo spesso pensate come 'leggi economiche' operanti dall'esterno sulle relazioni politiche fra le classi." Ovviamente, l'obiezione pone la domanda: "Dall'esterno di cosa?" La risposta, si limita ad insistere che la "crisi economica" è la crisi di "una forma, storicamente specifica, del dominio di classe".
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Euro-exit concordata o "disordinata", da sinistra o da destra
Una via di composizione ragionata
di Quarantotto
1. In margine all' "evento" oggettivamente costituito dal convegno di a/simmetrie di ieri, alcune osservazioni legate allo specifico tema, "Un'europa senza euro", che era poi il baricentro su cui si aggiravano l'insieme degli interventi.
La maggior focalizzazione del tema, non a caso, è venuta dal dibattito finale tra gli esponenti politici intervenuti.
Il clima inevitabilmente pre-elettorale ha agevolato prese di posizione (almeno un pò) più stringenti; se non altro perchè in questa fase, nulla si può ancora escludere sull'esito delle elezioni, in termini di composizione delle forze politiche che risulterà dal voto e che potrebbe o meno essere destabilizzante dell'attuale governance deflattivo-finanziaria.
La stessa evoluzione europea del sentiment sulla moneta unica, rischia infatti di far apparire "cauta", se non superabile dagli eventi, la posizione del, diciamo così, fronte italiano del dissenso.
2. Provo a partire da una cosa affermata in quel dibattito da Fassina e che, come ho già detto su twitter, contiene in sè una obiettiva verità: se si guarda all'effettivo contenuto dei trattati, e quindi al disegno consolidato che perseguono, incentrato com'è, fin dallo SME, sul coronamento di un modello socio-economico legato al vincolo monetario "one size fits for all" (con tutte le sue implicazioni), immaginare un'euroexit concordata esigerebbe una convergenza, un'apertura alla revisione dei rapporti di forza, almeno pari a quella della stessa revisione dei trattati.
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Chi ha paura di essere libera?
di Elisabetta Teghil
Contributo per l’Incontro Nazionale Separato/Seconda parte/ del 13 aprile 2014 “I ruoli, le donne, la lotta armata/ questioni di genere nella sinistra di classe”
La lettura vincente delle stagioni passate avanza pretese di assolutismo e di valore extratemporale mentre non è altro che la manifestazione della verità della classe e del genere dominante.
Dietro la seriosità e l’accademicità degli studi e dei saggi con cui si racconta la nostra storia, si celano la unilateralità e la manipolazione e la falsificazione della stagione del femminismo.
E’ una lettura violenta ed ipocrita che mira, non solo a riscrivere la storia, ma a rimodellarla e, con lei, la nostra coscienza, dimenticando che la coscienza personale non è altro che coscienza sociale.
Il femminismo ha rivelato un mondo nuovo, è stato ed è l’arma della libertà nelle nostre mani.
E’ stato ed è questo o non è niente.
Il patriarcato intimidisce, esige, vieta, minaccia, coltiva la rassegnazione, offusca la coscienza e i desideri delle donne.
Il femminismo rivela il mondo nuovo, smaschera la pretesa del patriarcato di essere eterno ed immutabile. E’ la vittoria sulla paura, è stato ed è coscienza di forza, di rinnovamento, legata al nuovo, al futuro, è una macchina necessaria per sgombrare la strada e permettere il nostro cammino.
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Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade
Samir Amin
1. L'attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell'imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti "la Triade") di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:
- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;
- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.
In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove "repubbliche democratiche" di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta "comunità internazionale", a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar.
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Perchè e come l'euro va eliminato
di Domenico Moro
“Sono sicuro che l’euro ci obbligherà ad introdurre una serie di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi Strumenti saranno creati.”
Romano Prodi, Financial Times, ottobre 2001
“So bene che il Patto di stabilità è molto stupido, come tutte le decisioni che sono rigide.”
Romano Prodi, Le Monde, dicembre 2002
1. Una crisi di straordinaria gravità perché strutturale
Non ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia.
Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi1 . L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi2. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera3. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento4. La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione.
Solo esportando manufatti il nostro Paese può acquistare le materie prime (energetiche e non) di cui abbisogna e di cui è totalmente priva. La formazione di un attivo commerciale con l’estero negli ultimi due anni non deve ingannare. Nel 2013, in particolare, l’attivo è il risultato del crollo delle importazioni (-5 per cento), causato dal crollo del mercato interno, invece che la conseguenza di un inesistente aumento delle esportazioni (+0 per cento)5. In ogni caso, anche se ci fosse un limitato aumento delle esportazioni questo non sarebbe in grado di compensare il crollo della dei consumi interni (-2,2 per cento) 6.
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Ecco svelato l'imbroglio del DEF
di Leonardo Mazzei
Al liceo "Dante" i compagni lo chiamavano «il bomba». Soprannome azzeccato come pochi. Certo, presentando il Documento di economia e finanza (DEF), il bomba ha dovuto darsi una calmata: niente slide, né sforature dei vincoli europei, ma tuttavia tante balle da far impallidire perfino il ricordo delle performance del suo amico barzellettiere.
Ha torto perciò Massimo Giannini (La Repubblica del 9 aprile) nel ritenere che l'imbonitore fiorentino stia tornando nel «mondo reale». Non ci sta tornando affatto, che le capacità illusionistiche sono il suo unico piatto forte. Se per una volta è apparso meno irreale del solito è solo perché l'imbroglio sta già tutto nel DEF e nelle sue cifre.
Ce ne occuperemo perciò nel dettaglio. Ma prima è necessaria una premessa: a Renzi oggi interessa solo e soltanto una cosa, il risultato che riuscirà a conseguire alle elezioni europee. Questo obiettivo viene prima di tutto, a questo obiettivo tutto è finalizzato. La sarabanda propagandistica è dunque destinata a continuare, con le mistificazioni populistiche su tagli, rottamazioni, costi della politica, semplificazioni, eccetera. Ma al Renzi populista dedicheremo un apposito articolo, qui ci interessa invece andare a vedere come le trovate propagandistiche del bomba vadano ad intrecciarsi con i vincoli europei. E da questo punto di vista il DEF è un buon banco di prova.
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La congiura contro i giovani
Nicola Villa
La congiura contro i giovani è un libro radicale e importante che arriva dopo più di dieci anni di studi dal primo libro del suo autore, Il furto. La mercificazione dell'età giovanile (L'ancora del Mediterraneo 2000). Quello di Laffi è un libro radicale per l'estrema consapevolezza, più antropologica che sociologica, su quanto le regole del mercato abbiano mutato il nostro rapporto con le cose e con i consumi. La congiura contro i giovani, è vero, è un libro che capovolge – l'autore direbbe smaschera – il ritornello dei media, degli esperti e dei genitori sulla crisi dei giovani. La crisi è del mondo e della società degli adulti, il rifiuto dell'esperienza, delle menzogne e delle aspettative di questo mondo è una difesa legittima da parte dei giovani.
Per arrivare a demistificare quello che è definito l'ultimo "fotogramma" di una rinuncia a una vita autentica giovanile, Laffi ripercorre tutto il film già visto, dalla culla ai trent'anni, per scoprire che c'è una regia già decisa, una sceneggiatura già scritta che i giovani sono costretti a seguire. Il titolo di questo film potrebbe essere quello del prologo, "nascere in una società assurda", perché già da una nascita sempre più medicalizzata, in realtà anche prima nelle gravidanze dipendenti dalle macchine, il neonato è pedinato da pediatri e medici, è controllato da concetti arbitrari quali norma, media e percentile, è segnato dalla provenienza sociale. Nel nostro paese infatti, tra i più diseguali e con meno mobilità sociale d'Europa, statistiche Istat alla mano, è praticamente impossibile che il figlio di un operaio possa diventare medico o magistrato. L'"ossessivo regime di confronto" in cui è calato il bambino è con la norma, e la norma è il mercato.
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Euro, diamo la parola ai cittadini
di Enrico Grazzini
Sì, lo confesso, sono un euroscettico, anzi di più, sono euro-contro, ma sono anche antifascista e di sinistra. Sì lo confesso: voto lista Tsipras ma sono anche per recuperare la sovranità nazionale per contrastare questa Europa anti-democratica e oppressiva.
Lo stato nazionale non è un ferrovecchio da buttare come suggerisce l'ideologia liberista della globalizzazione. Infatti solo nelle loro nazioni (e certamente non nell'Unione Europea) i popoli riescono a esercitare la democrazia. La democrazia nazionale è nata con decenni di lotte popolari e ha realizzato lo stato sociale. Non buttiamola via, come vorrebbe la destra liberista europea e italiana; difendiamola. Recuperare la sovranità nazionale non significa rincorrere lo sciovinismo nazionalista e xenofobo di Marine Le Pen, o sognare di riscattare improbabili glorie del passato: al contrario, indire dei referendum nazionali su euro e fiscal compact significa decidere per un futuro migliore.
Confesso: sono contro questa Europa che agisce in nome e per conto di una finanza malata e delle banche sovranazionali “troppo grandi per fallire” (ma che sono in grado di fare fallire gli stati più deboli).
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Come si configura oggi il potere?
di Bruno Montanari
I profondi rivolgimenti che hanno investito l’età contemporanea hanno recato con sé anche la trasformazione del lessico politico-giuridico più tradizionale. La sequenza territorio – ordine – sistema è stata sostituita da quella di globalità – complessità – equilibrio. All’immagine piramidale del potere si sostituisce quella della rete, trama orizzontale e senza confini, determinata dalla forza dei suoi nodi
1. Il comune cittadino, italiano e non solo, è quotidianamente sommerso da una cascata di notizie, che, per intensità di conseguenze, talora solo potenziali, appare somigliare ad un vero e proprio bombardamento. E del bombardamento, questo affluire incessante di notizie – eventi produce i suoi effetti più scontati: macerie.
Tra le macerie c’è chi continua a vivere e chi muore; nella esperienza che investe l’attuale ambiente sociale ciò che appare esser morto è l’idea stessa di società, di opinione pubblica, di diritto, di ordinamento giuridico, di legittimità istituzionale. Appaiono essere morte, cioè, quelle figure concettuali attraverso le quali il pensiero politico della “modernità” aveva stabilizzato la relazione tra gli uomini e il potere, imprimendo all’interpretazione di quest’ultimo una direzione sempre più “funzionale”, sostituendo via via gli aspetti “padronali”. Contemporaneamente, a supporto di una tale direzione, era emerso forte il consolidarsi di una idea di società come “opinione pubblica”, con la quale chi detiene il potere deve fare i conti[1].
Il Novecento, proprio nella sua “brevità”, è segnato da questo movimento di forte interazione tra potere e società, che trova la sua manifestazione, ora pacifica ora tragicamente conflittuale, nelle vicende politiche del secolo e nelle relative manifestazioni giuridico – ordinamentali.
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Tumore, metastasi, cellule metastasiche…
di Elisabetta Teghil
La lettura corrente presenta Renzi come un bamboccione , un esperto della comunicazione, un gran imbonitore che racconta bugie e fa false promesse e, magari, un Berlusconi in sedicesimo.
Una lettura riduttiva che non va al cuore del problema.
Non si spiegherebbe, altrimenti, come avrebbe fatto a vincere le primarie del partito e a diventarne segretario nonostante dovesse battere la corrente che fa capo al padre padrone del PD, cioè senza giri di parole, a D’Alema.
Quest’ultimo gli aveva ricordato con un linguaggio cifrato che avrebbe potuto farsi male, ma lui ha fatto spallucce ed è andato per la sua strada.
Questo perché Renzi è l’uomo di fiducia di quelli che genericamente si chiamano poteri forti ma che dovrebbero essere chiamati multinazionali anglo-americane.
Questa sì che è la vera anomalia italiana: il partito di riferimento delle multinazionali anglo-americane, per quanto abbia dalla sua media, finanza, iper-borghesia, Servizi e chi più ne ha più ne metta, non riesce a trasformare questa situazione di forza in un successo elettorale.
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L’argomento di Callicle
Marco Revelli
«Certo, Socrate, la filosofia è un’amabile cosa, purché uno vi si dedichi, con misura, in giovane età; ma se uno vi passi più tempo del dovuto, allora essa diventa rovina degli uomini», tanto più se s’intende amministrare la città.
Così dice Callicle nel Gorgia, il dialogo platonico dedicato alla Retorica, e aggiunge che «chi si attardasse più tempo del dovuto» su quel sapere astratto, e pretendesse di dir la propria sulle cose della Polis, finirebbe per infastidire e intralciare, perché inesperto delle “cose del mondo”: degli “affari” privati e pubblici, «dei costumi degli uomini normali», tanto da «rendersi ridicolo allo stesso modo in cui si rendono ridicoli i politici quando s’intromettono nelle vostre dispute e nei vostri astrusi ragionamenti». E’, il suo, il primo esempio – un archetipo – di quel disprezzo per la conoscenza e per i“sapienti” (per gli intellettuali, appunto) che ritornerà infinite volte nelle zone grigie della storia.
Su chi fosse Callicle si hanno poche informazioni. Compare come una meteora in quest’unico dialogo, e poi scompare. Di lui si sa solo che era un giovane (più giovane di Socrate e anche di Platone) molto ambizioso. Che militava nel partito oligarchico. E che era un sofista nel senso pragmatico del termine, cioè un fautore di quell’intreccio tra sapere e affari che si praticava nella scuola di Gorgia (sorta di Cepu dell’età classica), e di quell’idea della Retorica come arte della persuasione altrui che teorizzava il primato del Discorso sulla Giustizia, sfornando schiere di primigenii Ghedini ateniesi.
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C’era una volta il riformismo emiliano
Un bilancio critico
di Lanfranco Turci
Premetto per onestà intellettuale verso i lettori di questa nota che essa si conclude esplicitamente con una critica (e per quanto mi riguarda anche un’autocritica) dura ed esplicita della sinistra emiliana e nazionale attuale e di ciò che è stata la vicenda dell’evoluzione dell’eredità del Pci fino al suo esaurirsi sfinito e irriconoscibile nell’attuale PD. Questa fase di trasformazione post- Bolognina è stato anche il tema delle tormentate riflessioni di Giuseppe Gavioli dal ’90 in poi. Trasformazione che Gavioli avrebbe voluto in direzione della cultura della sostenibilità e del New Deal ambientale. Ma quei temi e quegli anni sono già oltre la fase dell’Emilia Rossa e del riformismo del Pci che è l’oggetto di questa relazione.
Riformismo e Emilia rossa
Credo pertanto che si debba subito precisare che per riformismo emiliano qui ci riferiamo a una esperienza strettamente riferita all’Emilia rossa, a quello che è stata l’esperienza di egemonia politica e di governo del Pci emiliano del dopoguerra.
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Europa, chi?
di Piero Pagliani
1. L’Europa al passaggio di fase della crisi sistemica
Il dibattito riguardo l’Euro e l'Europa non può essere avulso dalle ipotesi di evoluzione della coppia finanziarizzazione-globalizzazione e quindi dallo stato delle condizioni sistemiche mondiali. In secondo luogo non può essere scisso dall’analisi delle attuali caratteristiche economiche, lavorative, culturali e politiche delle classi (caratteristiche quindi sia “strutturali” sia “sovrastrutturali”, per usare una comoda ma a volte fuorviante classificazione). Solo in questo modo si possono analizzare le opzioni sull’Europa in base ai tre criteri minimi con cui dovrebbero essere valutate: la loro ricaduta sull’interesse nazionale, quella sull’interesse di classe e la loro praticabilità politica.
Nel mio libro on-line “ Al cuore della Terra e ritorno ” ho avanzato l’ipotesi che la prossima stagione della crisi sistemica sarà caratterizzata da un processo di definanziarizzazione e deglobalizzazione, o più precisamente di revisione del circolo finanziarizzazione-globalizzazione come si è imposto dal Volcker shock del 1979 in poi. Come ogni ipotesi deve essere continuamente rivista alla luce delle crescenti convulsioni della crisi.
Molto schematicamente, essa deriva dalla teoria del valore di Marx.
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Siria, i segreti della guerra chimica
di Seymour M. Hersh
Dopo l’attacco chimico a Damasco, l’agosto scorso, Obama stava per lanciare un raid aereo alleato contro la Siria, come punizione per avere infranto la “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche. Poi, di colpo, il raid fu sottoposto all’approvazione del Congresso, infine annullato dopo la rinuncia di Assad all’arsenale chimico, concordata dalla Russia. Perché Obama s’è tirato indietro? I militari Usa erano convinti che la guerra fosse ingiustificata e potenzialmente disastrosa.
Il ripensamento di Obama si fonda sulle analisi condotte nel laboratorio della Difesa britannica su un campione di sarin usato nell’attacco del 21 agosto. Il campione non corrispondeva ai lotti dell’arsenale chimico siriano noto. L’accusa contro la Siria non reggeva, fu informato lo Stato maggiore Usa. Da mesi i militari e l’Intelligence osservavano con preoccupazione l’ingerenza dei Paesi confinanti, in particolare della Turchia, nella guerra siriana. Che il premier Erdogan sostenesse il Fronte al-Nusra, una fazione jihadista dell’opposizione, e altri gruppi islamisti, era noto. «Sapevamo che alcuni nel governo turco credevano di prendere Assad per le palle, inscenando un attacco col sarin in Siria», dice un ex alto funzionario della Intelligence Usa, aggiornato sui dati attuali. «Così avrebbero costretto Obama a intervenire, memore della “linea rossa”».
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Wu Ming: L’armata dei sonnambuli
di Girolamo De Michele1
Wu Ming, L’armata dei sonnambuli, Einaudi Stile Libero, Torino 2014, pp. 803, € 21
«Non un fiato mentre la mano di Sanson smolla la fune e… Tump. Un bel suono secco, da far rinculare la testa nelle spalle, come si fosse tartarughi. È stato un attimo, poi un boato e un zullo di cappelli in aria, e soquanti l’han perso nella calca, ma chissene, quello era il giorno! Un miliziano della guardia nazionale ha tirato su la zucca di Luigi e ce l’ha fatta vedere che spioveva…» [p. 20]: così, nell’argot di una delle voci di questo romanzo, esce dalla scena sulla quale era appena stato introdotto Luigi Capeto, già noto come Luigi XVI. E noi lettori siamo gettati in medias res, in quel frangente della Rivoluzione francese cui già Hugo aveva dedicato Novantatré (e forse alluso Dumas in Vent’anni dopo). Seguiremo la rivoluzione, che ha già conosciuto la Costituente, farsi più rapida lungo il pendìo irreversibile della Convenzione e del Termidoro: «ogni spinta doveva portare il mondo piú lontano dal vecchio ordine, ogni paradosso andava reso piú stridente, ogni contrasto doveva acuirsi» [p. 210], recita il copione di Laplace, la “Primula Nera” controrivoluzionaria per il quale la rivoluzione è una Grande Parodia, e il delirio degli internati nell’ospedale di Bicêtre ne è la più veritiera espressione.
Ma se è vero che nel reclusorio gli alienati inscenano la rivoluzione che ha luogo al di là di quelle mura, è altrettanto vero che un’altra rivoluzione stava davvero cercando di nascere tra Bicêtre e la Salpêtrière, tra Pinel e Pussin: il “trattamento morale” dei pazienti psichiatrici.
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La morte del mito del "piccolo è bello"
di Pasquale Cicalese
I disastri della politica economica basata sulla strategia del "bottom up"
Crepe nella classe dirigente italiana, con Banca d’Italia in testa. Se ne è avuta occasione il 29 marzo scorso quando Visco ha accusato l’imprenditoria italiana di non investire, di essere specializzata in produzioni a basso valore aggiunto, di non innovare e, da qui, di creare una domanda di lavoro a bassa qualificazione, aggiungendo che rapporti di lavoro più stabili favoriscono l’aumento delle competenze dei lavoratori e da qui la produttività, quella che manca da tre lustri in questo paese. Proprio su quest’arco temporale il vice Direttore Generale di Banca d’Italia Signorini si è soffermato il 3 aprile scorso in un convegno ad Ancona sui distretti industriali, con una relazione che porta il titolo “Agglomerazione, innovazione e crescita: un quindicennio di ricerca”.
Bene, come stanno messi i distretti industriali? Ebbene, i sistemi locali di produzione basati sulle piccole imprese sono stati oggetto di uno tsunami che ne ha stravolto la fisionomia: il primo è il salto tecnologico degli ultimi vent’anni, il secondo è la “crescente integrazione internazionale e l’ingresso sui mercati mondiali dei paesi emergenti, a cominciare da Cina e India”. Risultato? “Molti dei vantaggi dei distretti perdevano rilevanza. La diminuzione dei costi di trasporto rendeva economicamente conveniente lo spostamento delle lavorazioni più standardizzate verso paesi a basso costo del lavoro”. Ovvero le delocalizzazioni. In pratica la scomparsa della subfornitura di secondo livello, che negli anni novanta colpì il Mezzogiorno e, a partire dalla crisi del 2007, il centro-nord Italia.
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Sommarie riflessioni sulla crisi
di Gianfranco La Grassa
I. La prospettiva più tradizionale (economicistica)
1. Si tratta di un argomento talmente complesso e denso di dibattiti teorici da richiedere pure un notevole approfondimento storico. Insomma, sarebbe necessario tenerci sopra un intero corso di lezioni e non soltanto una breve introduzione e per spunti assai sommari. Tanto più che non sono d’accordo sull’impostazione prevalentemente economicistica con cui viene solitamente discusso tale problema. Sia chiaro che nelle due parti in cui verrà diviso questo scritto non affronterò il tema della crisi iniziata nel 2008; nemmeno mi fisserò su come essa viene interpretata dagli economisti odierni o anche dal Governo con le sue misure che stanno ottenendo risultati esattamente contrari alle intenzioni dichiarate (credo assai diverse da quelle perseguite politicamente, con la sola maschera della necessità economica). Un simile argomento va trattato in altra sede e dopo aver preso visione delle pur sommarie indicazioni relative alla problematica generale della crisi. Altrimenti s’instaura una semplice “discussione da bar”. Comunque il lettore attento potrà più volte istituire un parallelo tra quanto qui scritto e le pappardelle fornite in questi ultimi quattro anni.
Mi rifarò ancora una volta ad un esempio da me utilizzato più volte per analogia perché particolarmente congruo nella sua applicazione al tema della crisi, sempre pensata come semplicemente economica. Il terremoto, magari con annesso tsunami, è evento catastrofico che colpisce a fondo la vita degli uomini; ed è ancora imprevedibile, checché se ne dica a volte con somma insipienza.
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Smontare il Sud
Iain Chambers
C’è una nota affermazione di Michel Foucault dove il pensatore francese sosteneva che la vera scienza consistesse non nella ricerca della verità ma nell’operare un taglio. Possiamo considerare il volume curato da Orizzonti meridiani per ombre corte come un ottimo esempio di questo tipo di ricerca. In una serie di brevi ma taglienti saggi, gli autori e le autrici riescono a proporre una cartografia della cosiddetta ‘questione meridionale’ tracciata in una maniera radicalmente diversa da quelle a cui siamo abituati per spiegare la storia e la cultura del meridione.
Qui il sud dell’Italia (ma l’argomento trattato ha inevitabilmente una risonanza con la costruzione di altri sud del mondo) perde quella passività per cui risulta sempre oggetto e vittima di logiche elaborate altrove. Di solito considerato come una riserva di risorse umane e naturali, che nello loro combinazione servono a nutrire le esigenze del nord del paese come se fosse solamente il luogo dell’accumulazione capitalistica iniziale descritta da Marx, il Mezzogiorno è qui proposto nei termini di un laboratorio politico dove diventa possibile elaborare un’altra storia. Qui si apre uno squarcio e si elabora una visione critica in rotta di collisione con l’ordine vecchio, rifiutando di giocare una partita persa in partenza.
Attraverso le analisi sviluppate in queste pagine, il sud diventa protagonista di un ripensamento profondo di quei poteri che l’hanno costantemente relegato ai margini della narrazione della nazione, subordinando le sue specificità storiche, culturali ed economiche a un’inferiorità politicamente costruita e da gestire in modo paternalistico e coloniale.
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La guerra senza sacrifici
di Marco Bascetta
In uno studio di qualche anno fa Grégoire Chamayou aveva ricostruito una storia e una fenomenologia del potere a partire dalla sua natura «cinegetica», ossia prendendo le mosse dal ruolo decisivo che la caccia riveste nella conquista e nella conservazione del dominio sugli uomini. Una caccia, però, del tutto particolare: la caccia all’uomo (Le cacce all’uomo, manifestolibri). Non sorprende dunque che questa sua linea di ricerca lo abbia condotto a prendere in esame il congegno che, sostituendosi progressivamente ai più tradizionali strumenti tecnologici e organizzativi, rappresenta la frontiera più avanzata della caccia all’uomo: il drone, nel gergo militare Unmanned combat air vehicle (Ucav), ossia aeroveicolo da combattimento senza equipaggio (Teoria del drone, Deriveapprodi, pp 215, euro 17.00). Un occhio che indaga e uccide, senza limiti di spazio e di tempo. Insonne, attento, dotato di una memoria prodigiosa, raccoglie paziente gli indizi che fanno di un essere umano un nemico e dunque una preda. La insegue dal cielo in ogni luogo e in ogni suo gesto, ne traccia il profilo biografico e, infine, la abbatte. Ma a differenza del cacciatore, esposto al confronto con la preda, e sempre a rischio di vedere invertirsi le parti, di passare dall’inseguimento alla fuga, il pilota del drone siede al riparo da ogni minaccia in una cabina di comando, a migliaia di miglia dal suo bersaglio e dall’ambiente ostile che lo circonda, in un Olimpo dal quale partono i fulmini scagliati in un’unica direzione. Sorveglia e distrugge il mondo di ombre che popola il suo schermo e, all’altro capo della terra, una vita reale che piuttosto approssimativamente vi si riflette. Alla vittima non è dato combattere, nessun nemico è alla sua portata, né odio, né compassione, né paura filtrano attraverso il corpo metallico della macchina che esploderà il colpo fatale.
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Su Benicomunismo di Piero Bernocchi
di Michele Nobile
In Benicomunismo di Piero Bernocchi possiamo vedere tre grandi campi aperti alla discussione: la riflessione teorica sulle ragioni interne del fallimento del comunismo novecentesco; la discussione intorno al capitalismo contemporaneo; l’emergere di una nuova prospettiva politica e ideale di democrazia radicale, indicata nel titolo.
Il mio accordo con le tesi del libro è molto ampio, specialmente su quelle che meno sono digeribili per la sinistra italiana. Si vedrà che esistono alcune divergenze d’analisi, anche importanti; ma molto più del computo delle concordanze e delle divergenze quel che conta, ai miei occhi, è la prospettiva d’insieme, la tensione ideale, la direzione verso cui si muove questo lavoro. Nel modo più sintetico, in Benicomunismo è viva e forte l’aspirazione a liberare l’anticapitalismo dal professionismo politico e dallo statalismo, in uno spirito che può dirsi libertario. L’asse unificante le diverse tematiche del libro ritengo sia quello del rapporto tra etica e politica. Che è poi la condensazione di tutti i problemi e il nodo cruciale veramente fondamentale per il futuro dell’umanità.
La coerenza tra mezzi e fine e la politica come professione
Il primo e fondamentale accordo con Bernocchi è di natura etico-politica: in nessun caso il fine può giustificare l’uso di mezzi non coerenti con esso perché «cattivi mezzi producono cattivi fini, e viceversa» (p. 268).
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Riforme: si scrive Renzi si legge JpMorgan
di Franco Fracassi
Due cene organizzate per convincere Renzi a seguire i consigli di Blair, oggi consulente della JpMorgan. Obiettivo: disfarsi della Costituzione antifascista
Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi, l'ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l'organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d'affari JpMorgan. Scrive il quotidiano britannico "Daily Mirror":
«Renzi è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La JpMorgan».
Riforma delle Provincie, riforma del Senato, riforma del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, riforma della Giustizia, riforma del consiglio dei ministri, riforma elettorale. La Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel Paese sta per essere stravolta. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la JpMorgan.
I fatti. Il primo giugno 2012 la banca d'affari statunitense organizza una cena a palazzo Corsini a Firenze. Il padrone di casa Jamie Dimon (amministratore delegato della JpMorgan) invita l'allora sindaco della città Renzi e il già ex primo ministro, e da quattro anni consulente speciale della banca, Blair. Il primo aprile 2014 la scena di sposta Oltremanica.
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Cos’è il Quantitative Easing e che effetti può avere
Giancarlo Bergamini*, Sergio Cesaratto**
La settimana scorsa, alcune dichiarazioni possibiliste di Jens Weidmann, governatore della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea (BCE) con fama di falco, hanno alimentato fra gli operatori dei mercati finanziari l’aspettativa di imminenti misure di stimolo volte a scongiurare i rischi di cali generalizzati dei prezzi e dei redditi (la temuta deflazione). E anche il governatore Draghi manifesta la sua disponibilità a intervenire con misure non convenzionali. Ci si attende quindi che la BCE ponga in essere operazioni note come Quantitative Easing (QE per brevità) consistenti nell’acquisto massiccio di titoli con denaro di nuova emissione.
La BCE sarebbe solo l’ultimo istituto d’emissione a praticare il QE, dopo che da anni ne fanno uso, con diverse modalità, le banche centrali di Usa, GB, Giappone e Svizzera. Tali acquisti, realizzati iniettando nel sistema moneta addizionale, vengono variamente giustificati a seconda dei rispettivi mandati. La Federal Reserve americana può esplicitamente dichiarare che l’aumento di domanda ottenuto in virtù del QE consentirà di abbassare la disoccupazione; la Bank of England si è limitata ad indicare che l’aumento di circolante serve ad evitare che l’inflazione scenda troppo al di sotto del 2% annuo; la BCE lo presenterà probabilmente come strumento di “trasmissione della politica monetaria”, cioè volto a determinare tassi di interesse e provvista di credito sufficientemente uniformi in tutta l’Eurozona e per i diversi operatori economici, ma anche come strumento per evitare che il tasso di inflazione si allontani troppo dall’obiettivo del 2%.
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Le gabbie sociali della globalizzazione
Intervista a Dario Leone
E' uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni. Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato
Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?
Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.
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Manca il pensiero sul futuro
Carlo Crosato intervista Umberto Galimberti
Come interpretare una condizione d’essere in cui prevalgono le estasi temporali del passato e del presente e manca il pensiero del futuro? Come concepire il lavoro della consulenza filosofica o il sempre più difficile rapporto fra generazioni? Questi sono solo alcuni dei temi percorsi da Umberto Galimberti in questa intervista, in cui vengono anche toccati i temi più tradizionali della sua riflessione
Nel suo L’ospite inquietante, lei sostiene che i giovani, «anche se non sempre ne sono consci, stanno male»[1] . Leggendo questa sola riga di apertura con uno spirito superficiale, si potrebbe pensare che, se uno non si accorge di star male, è proprio perché non sta male: perché allora convincerlo che sta male?
I miti del nostro tempo[2], dall’altra parte, sembra sostenuto dall’idea che il malessere dell’uomo contemporaneo sia causato da una carenza di riflessione, di pensiero.
Si può dunque dire che il dolore dell’uomo d’oggi è causato proprio dal non accorgersi di star male?
Non direi che non si accorgono di stare male; direi piuttosto che i giovani stanno male, ma non sanno nominare il male di cui soffrono. Questa è una differenza rilevante.
Dico questo, con riferimento a un incontro che ho avuto a Parigi nel 2004, con Miguel Benasayag, l’autore di L’epoca delle passioni tristi[3], il quale aveva aperto con uno psichiatria – Ghérard Schmit – uno sportello per il disagio giovanile. E ciò che l’aveva maggiormente impressionato era che i giovani si recassero allo sportello denunciando un male, ma che, se interrogati sul male di cui soffrivano, non sapevano rispondere: «non lo so», dicevano. Questo “non lo so” sta a significare che i giovani non dispongono dei nomi e tanto meno dei decorsi del dolore; e questo perché non sono arrivati a quel livello che permette di riconoscere un sentimento.
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Laboratorio sulla moneta: dalla scarsità all’abbondanza?
Rapporto sul Money lab
di Tiziana Terranova
La due giorni del ‘laboratorio sulla moneta’ organizzata dall’Institute for Network Culture di Amsterdan nelle giornate del 21 e 22 marzo 2014 è iniziata con un botto. Saskia Sassen, autorevolissima sociologa della globalizzazione e delle trasformazioni urbanistiche, docente alla Columbia University di New York, condensa in venti minuti la ‘breve storia brutale’ degli ultimi quattordici anni (2000-2014). Tanta complessità (la finanza), ci dice, ha prodotto una semplice brutalità: i milioni di sfratti da New York ad Amburgo a Budapest, l’accaparramento delle terre agricole in Africa e l’espulsione forzata di milioni di persone dall’economia. Sassen illustra servendosi di grafici l’ascesa drammatica delle curve del profitto del settore finanziario per cui la crisi del 2008 è stata poco più di un singhiozzo. I numeri straordinari, incredibili che indicano il valore corrente o meglio ‘futuro’ dei titoli finanziari mostrano un enorme tasso di crescita impensabile in qualsiasi altro settore dell’economia. Nel 2001, il mercato dei titoli finanziari valeva 819 miliardi di dollari, nel 2008 62.2 trilioni (ogni trilione vale mille milliardi o un milione di milione) e infine nel 2015 siamo arrivati al quadrilione (cioè mille milioni di milioni o un milione di milioni di milioni di milioni).
Questi numeri improbabili, per Sassen, sono il risultato della transattività frenetica e multidirezionale degli scambi finanziari, in cui il denaro è moltiplicato dalle nuove tecnologie dell’accelerazione. Vendendo qualcosa che non ha, si deve inventare ‘strumenti’ e simultaneamente invade gli altri settori dell’economia usando il debito come ‘ponte’. La finanza, ci dice Sassen, commercia col futuro e quindi si occupa di probabilità e incertezza, la sua matematica non è quella della microeconomia, ma della fisica.
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