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Nei cantieri marxiani. Il soggetto e la sua produzione
di Sandro Mezzadra
Anticipo qui il primo capitolo di un piccolo libro che sto scrivendo su Marx, provvisoriamente intitolato “Nei cantieri marxiani. Il soggetto e la sua produzione”
Capitolo primo – Marx oltre il marxismo
“Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome” (Vladimir Ilic Lenin, Stato e rivoluzione [1917], trad. it. in Id., Opere scelte in sei volumi, Roma-Mosca, Editori Riuniti-Progress, s.d., vol. IV, p. 235).
Sbaglieresti a pensare che io “ami” i libri, scrisse Marx alla figlia Laura nel 1868: piuttosto, continuava, “sono una macchina condannata a divorarli per vomitarli in una nuova forma, come concime sulla terra della storia” (MEW, XXXII, p. 545). Prende avvio da questa immagine la lettura di Marx recentemente proposta da Pierre Dardot e Christian Laval in un libro ponderoso (Dardot e Laval 2012). Singolare metabolismo, quello qui delineato: libri, autori e teorie macinati da una macchina di lettura che li restituisce “in una nuova forma” alla storia, per renderla più fertile. Un continuum di variazioni e di ripetizioni su temi ereditati dalla storia per produrre dal loro interno quell’innovazione che alla storia deve tornare.
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Il capitale: un’economia del capitalismo in una teoria della società moderna
Dialogo con Gérard Duménil
Jacques Bidet
0. Le seguenti riflessioni nascono in parte da una serie di discussioni avute con Gérard Duménil[1] a margine di una stretta collaborazione nella scrittura di un libro[2]. Partiamo entrambi da un’idea comune: la società contemporanea presuppone tre forze sociali primarie, che allora chiamavamo (provvisoriamente e per compromesso) “capitalisti”, “quadri e competenti” e “classi popolari”. La coesione tra le prime due è andata indebolendosi a partire dagli anni ’30 sotto la pressione della terza, ma si è rinsaldata negli anni ’80 sotto l’egida della prima e nella forma del neoliberismo. In mancanza di una chiara comprensione di questa triangolazione del rapporto di classe la sinistra cosiddetta “radicale” è destinata a rimanere paralizzata in una opposizione binaria tra capitalisti e resto della società ispirata a un marxismo vetusto, e incapace di elaborare strategicamente una vera prospettiva di emancipazione. A nostro giudizio, invece, se intendono davvero infrangere il blocco dominante le classi “popolari” non hanno altra scelta, oggi come già nel passato, se non quella di unirsi e cercare di forgiare un’unione sufficientemente forte da egemonizzare i cosiddetti “quadri” attraverso un’alleanza al contempo suscettibile di legittimazione e sovversiva. Queste tesi sono di natura insieme socio-analitica, storica e strategica. Esse mostrano come quelle che oggi chiamiamo “la destra” e “la sinistra” corrispondano almeno in parte (perché la sinistra non si limita solo a questo) a due facce della dominazione di classe, e propongono una politica di sinistra e di classe.
Un altro punto di convergenza tra me e GDriguarda a mio avviso l’uso che oggi si può fare del Capitale.
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Il governo dell’uomo indebitato
Federico Chicchi
Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? Non è giunto il momento di mettersi in viaggio? “Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire”, per Deleuze, partire significa tracciare una linea, una linea di fuga: e nelle linee di fuga “c’è sempre un tradimento (…), si tradiscono le potenze fisse che vogliono trattenerci”. Occorre svincolarsi dai segmenti che ci trattengono, che hanno il potere di individuarci e di decidere la qualità dei nostri sogni.
Questo “potente” tema deleuziano, attuale più che mai, immersi come siamo nelle piaghe putrefatte della società salariale, mi pare in sintesi la tensione fondamentale che attraversa, dall’inizio alla fine, l’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013).
L’oggetto specifico del tradimento, cui ci invita l’autore, si palesa solo negli ultimi capitoli del volume, ma après-coup fornisce una pragmatica a tutto il volume. Il tradimento da realizzare passa dal rifiuto del lavoro.
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"L’impossibile è il nostro possibile"*
di Elisabetta Teghil
L’accumulazione di informazioni è il processo costitutivo della produzione e riproduzione sociale e, di conseguenza, anche dell’esistenza stessa del femminismo. La lotta per l’informazione è quindi anche una lotta per la nostra liberazione.
La lettura degli avvenimenti storici è il movimento dell’informazione , è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, delle classi, di frazioni di esse e di gruppi specifici.
Pertanto, la facoltà di conservare e accumulare informazioni è un passaggio obbligato per il femminismo. Per questo, l’informazione che è segno, testo, linguaggi, ha sempre un carattere di genere e di classe.
Il femminismo è un sistema di sistemi di segni, di lingue, di scelte e delle loro concrete manifestazioni come testi.
All’origine del femminismo c’è la contraddizione insanabile tra genere e società patriarcale, ma questa non è appiattibile su una generica contraddizione fra i sessi.
Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nella stagione del neoliberismo, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa , segno ideologico.
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La società del debito
Andrea Sartori
Il debito su cui pare oggi fondarsi la vita degli individui e degli stati – tenuti in scacco da un pugno di oligarchi della finanza – è per un verso un ritorno a un’originaria condizione naturale dell’uomo, per un altro una sua contraffazione. Un pensiero comune alla riflessione antropologica, dall’Oratio de dignitate hominis (1486) di Pico della Mirandola al trattato di antropologia elementare L’uomo (1940) di Arnold Gehlen – passando per il Saggio sull’origine del linguaggio (1772) di Johann G. Herder, e per buona parte del pensiero di Friedrich Nietzsche, di Sigmund Freud e da ultimo di Peter Sloterdijk – individua nell’uomo un essere deficitario, privo di quelle risorse istintuali e di quelle dotazioni morfologiche, che in natura fanno invece la fortuna dell’animale. Proprio in quanto originariamente manchevole di una condotta predeterminata, l’uomo – per riprendere un’idea di Martin Heidegger espressa durante il corso invernale del 19291930 all’Università di Freiburg in Breisgau – dà forma al proprio mondo (Welt), che è pertanto qualitativamente altro dall’ambiente (Um-welt) in cui è costretto a muoversi l’animale, il quale è provvidenzialmente pilotato dall’automatismo dei propri istinti. Essendo già da sempre in debito d’un indirizzo innato a cui volgere le propria esistenza, l’essere umano non può che fare affidamento sulla libertà dell’agire, sull’uso di simboli e di un linguaggio che lo distanzino dalla coazione a ripetere della pulsione immediata, e in definitiva sulla sua autonoma capacità di generare cultura e forme condivise di socialità.
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Ascesa e caduta del modello economico italiano
Stefano Perri
La debolezza dell’economia italiana, resa evidente dalla crisi globale, ha radici lontane e richiede una attenta riflessione sia sull’andamento della domanda aggregata sia sulle caratteristiche strutturali del nostro sistema economico. Come le due lame della forbice di Marshall, anche dal punto di vista macroeconomico questi due aspetti sono interdipendenti: quello che accade alla domanda aggregata influenza le caratteristiche strutturali e viceversa. Qui mi concentro sugli aspetti strutturali[1], legandoli però alla distribuzione del reddito; in quanto segue confronterò i dati stilizzati della nostra economia con quelli della Francia, della Germania, della media dell’area euro a 12 paesi e degli Stati Uniti, questi ultimi considerati come pietra di paragone per le performance dell’economia dei paesi europei.
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L'Italia ha sufficienti risorse culturali per uscire dalla crisi?
di Quarantotto
Mi pare sempre più evidente che ormai l'andamento della crisi sia puramente inerziale. E, per lo stesso motivo, le sue stesse conseguenze si manifestano in modo meccanicistico.
Un moto uniformemente accelerato che non muterà a meno che non intervenga una forza-vettore "esterna", in senso divaricato e con effetti tanto più imprevedibili quanto più tale moto avrà sviluppato la sua crescente forza cinetica.
Facciamo un esempio; parlando con un esponente di una parte politica che non esclude una posizione anti-euro, mi sono imbattuto nella simultanea pervicace idea che tagliando la spesa pubblica, presunta per la maggior parte come "improduttiva" (l'esempio fatto era quello dei 30.000 -?- forestali calabresi), si potevano tagliare le tasse e rilanciare l'economia.
Al che obietto che:
a) tagliare le tasse si può fare anche senza tagliare la spesa pubblica, basta avere la piena sovranità, monetaria e fiscale, conforme a Costituzione;
b) il taglio della spesa pubblica, per effetto del suo moltiplicatore (pressocchè doppio di quello dei tagli dell'imposizione tributaria) è più recessivo e non viene compensato dalla simultanea ed equivalente riduzione fiscale;
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Geopolitica e disinformazione strategica
di Alberto Melotto
In un volume uscito nei primi mesi di quest'anno, Invece della catastrofe, Giulietto Chiesa suggerisce, anzi afferma senza giri di parole, che la lotta di classe è stata esautorata, vanificata d'ogni reale significato, dal fatto che il nemico ha saputo trasportare la battaglia altrove, su un altro livello, in un'altra dimensione.
Ciò significa che da qualche parte alcuni tremebondi soldati stanno ancora attendendo che si diradino la nebbia e il fumo dei cannoni per poter tornare a caricare le spingarde e mirare alla volta delle divise ostili. Attendete di vedere il bianco dei loro occhi!, grida rauco il sergente, col poco fiato che gli rimane. Nel mentre il grande capitale ha aggredito città, preso d'assedio comunità, sventrato e rovinato mari, pianure e montagne.
Si poteva evitare questa capitolazione, l'onta di essere assaliti alle spalle quasi senza colpo ferire? Forse, a patto di riconoscere che la cognizione degli uomini, la loro capacità di discernere la realtà esterna, passa attraverso l'abbeverarsi a quella fontana generosa, multicolore e mai spenta che è la società dello spettacolo. Chi controlla quei canali di immissione di contenuti fittizi può formare come morbida argilla la coscienza di interi popoli.
Il volume del quale vogliamo raccontare è il primo di una trilogia dedicata a questa volgare truffa, a questo insistito inganno. L'autore, Paolo Borgognone, tratteggia in questa prima parte i tratti che contraddistinguono il fenomeno nel suo insieme e passa poi ad analizzare la situazione del continente latino-americano.
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J’accuse! L’Europa è morta il 22 settembre
Lelio Demichelis
J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.
Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza. Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune.
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Anche Marx bloccherebbe le strade
Piccola nota sul 9 dicembre
Davide Grasso
“Bottegai, mercatari, negozianti, partite Iva”: a questo la manifestazione Fermiamo l’Italia iniziata il 9 dicembre si ridurrebbe, secondo alcuni, nonostante tanto nell’hinterland milanese quanto a Torino (come ho potuto vedere di persona) da lunedì si sia espressa una partecipazione molto più complessa, in cui hanno avuto presenza molto forte i giovani, anche se di sicuro non i “soliti” giovani, e sia quelli che vanno a scuola che quelli che non ci vanno. Il fattore di aggregazione di questi ragazzi ha avuto origine fuori dai canali politici cui si era abituati: è stato puramente e squisitamente urbano e, accanto a mille differenze, questo è un fattore simile a ciò che in passato è accaduto nelle rivolte metropolitane francesi e inglesi. Il montare dell’adesione alla protesta si è collocato, nelle settimane precedenti il 9, negli epicentri della socialità metropolitana socialmente oppressa: lo stadio da un lato, le periferie dall’altro. Le curve sono da decenni luogo di sedimentazione di amicizie, relazioni, culture e pratiche organizzative (per quanto, naturalmente, disprezzate da chi nulla sa di esse), e il loro ruolo è echeggiato anche nella ritmica e nello stile dei cori contro i politici che hanno animato le piazze. Il quartiere, soprattutto periferico, un tempo roccaforte di una sinistra che da molti anni ha preferito trasferirsi tra le banche e i palazzi, è il luogo dove variegati frammenti di “popolo” condividono l’orizzonte quotidiano e, nella percezione diffusa, sopravvive la veracità e la sincerità dei rapporti umani, improntati al bene come al male.
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L’invisibile popolo dei nuovi poveri
di Marco Revelli
Torino è stata l’epicentro della cosiddetta “rivolta dei forconi”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cercarla, la rivolta, perché come diceva il protagonista di un vecchio film, degli anni ’70, ambientato al tempo della rivoluzione francese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sinceramente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sembrata una massa di fascisti. E nemmeno di teppisti di qualche clan sportivo. E nemmeno di mafiosi o camorristi, o di evasori impuniti.
La prima impressione, superficiale, epidermica, fisiognomica – il colore e la foggia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muoversi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impoveriti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprattutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impoverito: gli indebitati, gli esodati, i falliti o sull’orlo del fallimento, piccoli commercianti strangolati dalle ingiunzioni a rientrare dallo scoperto, o già costretti alla chiusura, artigiani con le cartelle di equitalia e il fido tagliato, autotrasportatori, “padroncini”, con l’assicurazione in scadenza e senza i soldi per pagarla, disoccupati di lungo o di breve corso, ex muratori, ex manovali, ex impiegati, ex magazzinieri, ex titolari di partite iva divenute insostenibili, precari non rinnovati per la riforma Fornero, lavoratori a termine senza più termini, espulsi dai cantieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
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“Siamo un po’ più uguali ai movimenti globali"
Guido Viale
So ben poco, oltre a quanto ciascuno di noi può desumere da foto, filmati, reportage e commenti pubblicati da giornali e internet in questi giorni, o da qualche incontro fortuito, sul movimento “Fermiamo l’Italia” ovvero “9 dicembre”; ma non mi sento per questo in una condizione molto diversa da altri commentatori, perché tutti sono (siamo) stati presi alla sprovvista.
Questa è una rivolta, covata, ma anche preparata e cresciuta per più di un anno, fuori dal cono di luce dei media. Quanto scrivo non ha quindi la pretesa di un’analisi di questo movimento. E’ solo un modesto tentativo di aprire una discussione con qualche lettore di un’area politica e culturale a cui di fatto appartengo, anche se ne condivido sempre meno perimetro e impostazioni.
Innanzitutto, non chiamiamoli “Forconi”. Forconi è il simbolo delle jacqueries di un tempo – un arnese peraltro un po’ attempato, come lo sono la falce e il martello – ovvero la sigla di una delle componenti di questo movimento. La maggior parte dei coloro che partecipano al movimento l’hanno chiamato – e non a caso — “Fermiamo l’Italia” o “9 dicembre”. Rispettiamone la volontà.
Per mesi si è svolto su riviste e blog di sinistra un dibattito sul perché in Italia non ci siano stati movimenti di piazza analoghi a quelli di Grecia, Spagna o Stati uniti, nonostante il nostro paese sia uno tra i più colpiti dalla crisi, dall’economia del debito e dal malgoverno.
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Talking Dead
di Sandro Moiso
“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.1
Non siamo stati noi a suggerirglielo. Hanno fatto tutto da soli.
Speravano di prolungare la vita dei morti al governo scoraggiando legalmente le arruffate speranze elettoralistiche grilline e renziane. Speravano nell’ennesimo, pirandelliano gioco delle parti. Invece si sono dati una bella zappata sui piedi. Diciamolo pure: se li sono proprio amputati. La Consulta lo ha detto elegantemente: “Il Porcellum ( legge n. 270 del 21 dicembre 2005, altrimenti detta “legge Calderoli”) è una legge incostituzionale!”
E anche se il dubbio che dietro alla decisione della Consulta vi sia anche qualche fibrillazione dei partiti maggiormente propensi ai possibili “inciuci” legati al sistema proporzionale sia più che legittimo, ciò non toglie che Pietro Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista abbia potuto dichiarare: “Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale”.
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I nodi vengono al pettine
I “Forconi” a Torino
di Salvatore Cominu
In questa settimana, le manifestazioni e i blocchi attuati dal cd. “movimento dei forconi” sta interessando un po’ tutta l’Italia. Partendo dall’esperienza di Torino, Salvatore Cominu analizza il fenomeno in atto, anche alla luce di alcune preoccupazioni relative alle possibili infiltrazioni di estrema destra. Si tratta di impressioni a caldo: la situazione è in continua evoluzione e per analisi più compiute servirà più tempo. Ma cominciamo a ragionarci.
* * * * *
Quanto sta accadendo in questi giorni (soprattutto a Torino e nel Ponente Ligure, altrove per caratteristiche e intensità la mobilitazione dei “forconi” si presta ad altre valutazioni) è troppo importante e complesso per essere liquidato con poche battute impressionistiche. Peraltro molte/i compagne/i hanno seguito in modo continuo la situazione ed è soprattutto alle loro analisi che mi sento di fare riferimento, oltre che ad alcune impressioni dirette che mi sono fatto seguendo per un po’ di tempo uno dei blocchi stradali in città e parlando con conoscenti vari.
Molti dei nodi di cui abbiamo discusso in questi anni stiano venendo al pettine.
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Il forcone e il capitale
di Ars Longa
Ho percorso duecento chilometri in auto negli ultimi due giorni ed ho trovato due blocchi del cosiddetto movimento dei forconi. Qualcuno ci vede il baluginare della rivolta che verrà, io ho visto la ripetizione di una tradizione italiana vecchia di un migliaio d’anni: la rivolta per il pane, l’assalto ai forni. Ho visto gente che ha perso tutti i contenitori politici nei quali era transitata. Ho visto gente smarrita non l’avanguardia rivoluzionaria. Ma so che alcuni ci hanno ricamato sopra una teoria e la teoria dice che questi 30.000 (ma facciamo anche 50.000 o 100.000) sarebbero l’avanguardia della massa che verrà. La teoria dice che questi protestanti – presto o tardi – diventeranno anticapitalisti perché capiranno che il capitalismo li sta massacrando. E così diventeranno anticapitaliste le masse che se ne stanno a casa oggi non appena la crisi morderà le loro “sicurezze”.
Questo dice la teoria. Solo che la teoria non funzionerà. Perché non funzionano così le cose.
A quei blocchi nessuno pensava minimamente al capitalismo o all’anticapitalismo. C’era gente che aveva perso qualcosa e la rivoleva indietro. E rivolevano indietro quel che avevano vissuto: un posto non troppo freddo ai margini del capitalismo. Un posto che – sono convinti – gli è stato tolto dalle iniquità dei governi, dalla mancanza di politiche protezioniste, dall’Europa, dalle tasse.
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Lo stato e il suo doppio*
Critica della nazione, dello Stato, del diritto, della politica e della democrazia
di Robert Kurz
Oggi, il marxismo, e con esso la teoria marxista, viene essenzialmente considerato come il fallimento storico di una dottrina che guarda allo stato, alla redistribuzione monetaria fatta dallo stato, alla regolazione dei processi economici da parte dello stato e che guarda, infine, ad uno stato che gioca il ruolo di imprenditore generale della società. Non è più altro che il sinonimo di una malevola tutela burocratica sull'individuo, privato dei suoi diritti, e di una amministrazione repressiva degli uomini, degli orrori dei gulag e del totalitarismo in generale; insomma, di tutto ciò che "l'economia di mercato e la democrazia" non devono né possono essere. In questo c'è qualcosa di vero, nella misura in cui le società della seconda modernizzazione, che cercano la loro legittimazione ideologica nel richiamarsi a Marx, sono effettivamente degli stati totalmente autoritari. Questo autoritarismo burocratico dello stato non rappresenta assolutamente solo una delle distorsioni subite dal marxismo, riferita alle condizioni di vita dei ritardatari storici che appartengono alla periferia del mercato mondiale. E' sempre stata anche una caratteristica del movimento operaio marxista, dei suoi partiti e dei suoi sindacati, nei paesi capitalisti sviluppati, d'occidente.
Fino ad oggi, la socialdemocrazia europea è rimasta, attraverso tutte le sue metamorfosi, profondamente una forza di stato autoritario.
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Euro, mercati, democrazia 2013
Come uscire dall’euro
Il 26 e 27 ottobre 2013 si è svolta presso il Centro congressi dell’Hotel Residence Serena Majestic di Montesilvano (Pescara) la seconda edizione del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia intitolata Come uscire dall’euro. All’evento, organizzato da a/simmetrie con il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio, hanno preso parte Angelini, Bagnai, Barra Caracciolo, Borghi, Feltri, Ferreira do Amaral, Fusaro, Innocenzi, Kawalec, Lops, Montero Soler, Panagiotis, Pozzi, Rinaldi, Rocca, Zezza.
Al convegno, trasmesso in diretta streaming, hanno assistito circa 450 persone.
Riportiamo in questa pagina, appena disponibili, i video degli interventi.
La prolusione di Diego Fusaro: “Sovranità ed egemonia del politico sull’economico”
http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=P8Kd7l7XThQ
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Diritto alla Resistenza
Il nostro contributo
Sabato siamo intervenuti, come Comitato nazionale “Rompiamo il silenzio La tortura è di Stato!”, al convegno organizzato dal movimento No Tav a Bussoleno. Ancora una volta, non possiamo non rilevare la capacità della lotta della val di Susa di esercitare una egemonia concreta in quei territori, un’egemonia politica e non semplicemente sociale o “di scopo”. Un convegno importante, lungo quasi otto ore, e partecipato da circa trecento (300) persone. A di là di qualche decina di compagni, una partecipazione realmente popolare, di massa, di un pezzo di società in continua mobilitazione, per una lotta che ha tracimato da tempo la mera difesa del territorio trasformandosi in lotta a un modello di sviluppo rifiutato radicalmente. La capacità di creare consenso attorno al conflitto di massa, di rendere concreta e determinante una partecipazione non solamente artificiale o che si attiva nei singoli momenti di mobilitazione, sono alcuni dei nodi centrali per cui oggi quella lotta è un laboratorio politico che insegna a tutto il resto del movimento. Cosa che d’altronde notiamo da tempo, ma che ci stupisce ogni volta che torniamo in valle. Ci stupisce questa forza che dura nel tempo, che accumula risorse anche nei momenti di minor mobilitazione, di maggior repressione, di completa criminalizzazione.
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“Fabbriche del soggetto”
Una conversazione con Antonio Negri
di Mimmo Sersante
Mimmo Sersante – Il libro* raccoglie testi scritti tra il 1981 e il 1986, gli anni forse più duri della tua vita di militante comunista ma anche più produttivi dal punto di vista della ricerca filosofica. Mi riferisco all’incontro con Spinoza e la filosofia poststrutturalista francese. Sono anche gli anni della rivoluzione neoliberista e della crisi irreversibile delle politiche keynesiane in tutto l’occidente capitalistico. L’Italia non fa eccezione. Da noi anzi la sconfitta fu più lacerante se pensiamo all’ottimismo alimentato per vent’anni dalle lotte autonome degli operai e degli studenti. Ci sono pagine in questo libro di esplicita autocritica sui limiti della ricerca, tua e di molti tuoi compagni, condotta durante gli anni Settanta sul tema del soggetto.
Antonio Negri – Questa autocritica la troviamo in primo luogo in La costituzione del tempo. Prolegomeni[1].Qui abbiamo la critica al fatto che non eravamo riusciti a mettere assieme le determinazioni costitutive e le dimensioni politiche di organizzazione, per l’appunto la composizione tecnica e la composizione politica di classe. C’è stato questo rovello per tutti gli anni Settanta: di non riuscire a far funzionare, di fronte alla dissoluzione della struttura tecnica della classe operaia, il vecchio schema che era quello degli anni Sessanta e che aveva funzionato alla Fiat e a Porto Marghera.
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L’imbarazzante caso Napolitano
di Aldo Giannuli
Che Napolitano sia stato il peggiore degli 11 Presidenti della Repubblica è cosa che abbiamo già scritto, ma ora si tratta di andare un po’ oltre e giudicare i suoi comportamenti sotto un profilo strettamente giuridico dato che che il M5s si appresta a chiederne la messa in stato d’accusa. Dunque, entriamo nel merito. Non c’è dubbio che Napolitano stia abusando, molto più di Cossiga, del suo potere di esternazione: non passa giorno che non inviti maggioranza parlamentare e governo a far qualcosa (approvare l’indulto, una nuova legge elettorale di cui prescrive il carattere bipolare e non proporzionale, approvare la legge che penalizza il negazionismo storico, approvare la legge di stabilità e in che tempi ed in che modi, riformare la giustizia, intervenire sulla normativa in materia di immigrazione ecc. ecc.), inoltre non si contano i “messaggi ufficiosi alla azione” sotto forma di comunicati del Quirinale o dichiarazioni stampa più o meno informali.
In particolare in materia di “canone storico”, il Presidente si sente obbligato ad emanare istruzioni in tema di strategia della tensione, di bilancio di 150 anni di unità nazionale, di antifascismo e questione del negazionismo, di storia delle relazioni internazionali della Prima Repubblica, anche se, di questa funzione pedagogica del Capo dello Stato non si rinviene traccia nel testo costituzionale. Persino i risultati elettorali sono vivacemente commentati da una autorità che, non fosse altro per il suo ruolo super partes, sarebbe meglio tacesse in proposito (“Non sento alcun botto”… ricordate?).
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Tempi nuovi
Posted by Miguel Martinez
L’altro giorno, incrocio un corteo di lavoratori della Pirelli di Figline Valdarno.
Dal palco, un sindacalista spiega che la Pirelli sta per vendere la fabbrica alla ditta belga Bekaert. Ora, continua, in Italia le tasse sono più alte e la manodopera costa di più che altrove. E quindi la Bekaert intende acquistare la fabbrica, meraviglie del libero mercato, al semplice scopo di chiuderla. “Ma noi non lo permetteremo!“, conclude.
Verrebbe da chiedersi, esattamente come faranno a impedirglielo? Scioperando contro il nuovo datore di lavoro, che non aspetta altro? Camminando avanti e indietro con le bandiere per le strade di Firenze? Combattendo per abolire le tasse e contemporaneamente ridurre i propri stipendi fino a rendere l’Italia capitalisticamente appetibile?
Noi non possiamo mai essere certi del futuro, ma a occhio e croce, il destino degli operai di Figline Valdarno direi che è segnato. Sappiamo anche che ben pochi di loro si potranno riciclare come creativi nel settore dell’alta moda o come informatici in grado di competere con Silicon Valley o Bangalore.
Questa storia è un dettaglio, ma va inquadrata in un contesto di forze convergenti, che è quasi inutile elencare.
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Gli effetti perversi della privatizzazione del welfare
di Guglielmo Forges Davanzati
A dispetto di luoghi comuni molto in voga il settore pubblico italiano non è né sovradimensionato né improduttivo. Così come non è vero che le politiche di "privatizzazione del welfare" contribuiscono a generare crescita: ciò che riescono a fare davvero bene è redistribuire il reddito dal lavoro al capitale.
L’Italia è un Paese corporativo, con una incidenza eccessiva del settore pubblico: un Paese nel quale il “merito” non viene premiato e che, per questa ragione, non riesce a riprendere un percorso di crescita economica. Un settore pubblico sovradimensionato è la principale causa del declino dell’economia italiana. E’ questa l’opinione dominante, ed è sulla base di questa convinzione che si è attuato – e si sta attuando – il progressivo smantellamento delle residue reti di protezione sociale derivanti dal residuo di welfare rimasto in Italia. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: nell’ultimo Rapporto Eurostat, si legge che il blocco del turnover nel pubblico impiego, combinato con una consistente ondata di pensionamenti, ha prodotto, nel solo 2012, una riduzione del numero di dipendenti pubblici nell’ordine del 4%. La riduzione della spesa corrente nel settore pubblico è un fenomeno che si accentua progressivamente a decorrere dall’inizio degli anni Duemila (v. Fig.1)[1].
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Renziana, la squadraccia digitale che fa parlare di sé
Redazione
La presa del potere di Matteo Renzi, eletto alla segreteria del Pd, nei sempre più rari sottoboschi della politica viene definita come il trionfo di un ex Dc in un partito sostanzialmente egemonizzato dagli ex Pci. Certo, l’appartenenza di Renzi ai giovani popolari, ultima stagione democristiana, è innegabile. Come il fatto che Renzi abbia conteso ad Angelino Alfano, quando si dice il destino, proprio la segreteria nazionale dei giovani popolari nei primi anni ’90. Eppure, proprio se si guarda a Firenze, Renzi non fa parte della tradizione Dc dei La Pira o del cattolicesimo popolare che ha prodotto, oltre a livelli oggi inimmaginabili di clientelismo, quadri intellettuali e politici attenti alle dinamiche di equilibrio sociale. Certo il milieu politico dal quale nasce Renzi - basta guardare al padre che è punto di incrocio tra politica, comunicazione e mattone - è abbastanza chiaro. Ma, dal punto di vista culturale, Renzi è un’anomalia. Nel nuovo segretario del Pd c’è piuttosto una rielaborazione, grazie alla cultura neotelevisiva e dietro modi che si vogliono simpatici, dell’arroganza dello squadrismo fiorentino. Quello della “Disperata”, che si scagliava contro i lavoratori del capoluogo della regione. Allora usando il manganello come procedura, mentre oggi, sempre contro i lavoratori, usando la procedura, di privatizzazione, come un manganello.
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Identità e cattiva coscienza
Il difficile congresso del Pd
di Giorgio Salerno
La perdita dell’identità
All’indomani della condanna definitiva di Berlusconi il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, nell’editoriale “Le conseguenze della verità”, del 2 agosto 2013, scriveva:”Per giungere a questo esito – rendere compiutamente giustizia - ci sono voluti 10 anni di indagini, 6 anni di cammino processuale continuamente accidentato dai ‘mostri’ giudiziari costruiti con le sue mani dal premier Berlusconi [..] Rivelatisi infine inutili anche i ‘mostri’, che hanno menomato il processo ma non sono riusciti ad ucciderlo, è scattato il ricatto psicologico su istituzioni deboli e partiti disancorati da ogni radice identitaria” (evidenziazioni mie). Qualche giorno dopo, il medesimo, nell’editoriale del 7 agosto “Perché bisogna dire no”, aggiungeva: “Ma la disperazione berlusconiana sta raccogliendo tutti gli elementi sparsi della cultura ventennale di una destra populista, carismatica, a-occidentale, per comporre una testa d’ariete e forzare istituzioni deboli, partiti prigionieri della loro indeterminatezza, soprattutto identitaria” (evidenziazioni mie).
Le due citazioni contengono delle valutazioni pienamente condivisibili e, per certi aspetti, inattese o almeno singolari. Singolari e bizzarre, visto il pulpito da cui proviene la predica, e cioè dal quotidiano e dal gruppo editoriale che più si è speso nel processo di cambiamento, anzi di annientamento, del Partito Comunista Italiano, un partito dotato più di altri di una forte caratterizzazione identitaria.
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Una politica per crescere
Catturare la domanda globale
Sergio Parrinello
Quando si pone il problema delle politiche dell’offerta lo si fa solitamente per riproporre ricette di politica economica che invocano il contenimento del costo del lavoro e la riduzione della spesa pubblica. Si è in altri termini posseduti da una versione moderna della Treasury view sposata incautamente da Winston Churchill nel 1929. Eppure progettare politiche dell’offerta è un compito troppo serio per essere lasciato ad una visione (e cultura) economica miope, sebbene dominante. Questa visione tollera la vulgata in cui “riduzione della spesa” è diventata sinonimo di riduzione degli sprechi e che il senso di “contenimento del costo del lavoro” sia quello rassicurante di riduzione del cuneo fiscale, invece che del salario. La stessa visione tollera che, quando quelle ricette per la crescita sono poste in discussione da fondate obiezioni teoriche, si risponda che si tratta di ricette necessarie anche se non sufficienti: quindi esse diventano inattaccabili, perché la loro (in)efficacia non potrà mai essere confutate dall’evidenza empirica. Intanto – si dice – sono ricette che vanno attuate, in attesa che si realizzino quelle sufficienti. Proveremo qui di seguito ad affrontare questo muro di gomma da un punto di vista Post-Keynesiano adattato a un’economia globalizzata. L’adattamento riguarda il lato dell’offerta, la teoria degli scambi internazionali e la traduzione della domanda effettiva da globale in nazionale.
Uno dei problemi economici che affliggono oggi l’Italia consiste nella morsa che costringe le performance commerciali delle sue imprese[1] e che induce molte di esse a delocalizzare.
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