
Il successo di presenze alla manifestazione del 16 ottobre e ancor più il senso comune della piazza hanno posto sul tavolo gli snodi di un percorso, potenziale, di risposta alla crisi. Un percorso che nessuno tra i soggetti istituzionali oggi dati pare avere la capacità di far suo e per questo, nel caso le sue basi a tutt’oggi ancora fragili si dovessero consolidare, potrebbe dar luogo a dinamiche interessanti. Per intanto la mobilitazione ha smosso le acque stagnanti dello scenario sindacale e politico italiano ben oltre l’oscuramento mediatico pressoché generalizzato di cui è stata fatta oggetto. Vediamo in sintesi.
Sul piano sindacale. E’ la prima volta di una mobilitazione costruita esclusivamente dalla Fiom - la stessa Cgil ha messo molti bastoni fra le ruote, e il corteo non ha mancato di farlo presente a Epifani coi fischi o piantandolo in asso nel bel mezzo del suo discorso a S. Giovanni - su di una piattaforma che riguarda non solo il lavoro ma la società e aprendo un canale di discussione non formale con altri soggetti sociali e organizzati, anche non istituzionali.

Ti pareva che questa sinistra disastrata, catarrosa e tartagliante nel coro delle volpi e delle pecore al seguito del pastore zufolante, non si tuffasse a corpo morto (NON si fa per dire) nelle sabbie mobili, astutamente occultate da mirti e ginestre, dell’ennesima megatruffa USraeliana? Wikileaks e il suo ambiguo portavoce Assange, inquisito per molestie sessuali e buttato fuori dalla tollerantissima Svezia (ovviamente da “toghe rosse”), se fossero quello di cui si vantano e che gli viene accreditato dalla Grande Armada di canaglie e utili idioti, i centomila squadroni della morte Cia-Mossad in giro per il mondo gli avrebbero già fatto la festa. Invece il ministro dell’offesa Usa, Robert Gates, criminale di guerre Bush, rimesso sugli altari dei sacrifici umani da Obama, ha tranquillamente dichiarato:”Quella roba non ci disturba per niente”. E ti credo! Perché, anzi, puntella con trucchi per gonzi proprio gli obiettivi strategici centrali della criminalità organizzata imperialista. Non ci credete?
Il primo compattatore Wikileaks, tra alcune nefandezze Usa in Iraq, scontate dai tempi di Abu Ghraib, Guantanamo e Bagram, ha sversato nella discarica imperiale un ordigno tossico: sono i pachistani del servizio segreto SIS a guidare, rifornire e incoraggiare i “terroristi Taliban”.

Premessa
Un libro relativamente noto di Jacques Bidet s'intitola significativamente Que faire du Capital? lo credo che si possa essere più radicali e fare un passo indietro chiedendosi che cosa sia Il capitale. Attraverso quest'opera Marx voleva rendere comprensibile il funzionamento della società borghese. Quale però? Quella della Rivoluzione industriale? Oppure voleva elaborare un modello generale che andasse oltre la contingenza, o la limitatezza di fase e che servisse come quadro generale al quale riferire dei sottoperiodi o delle articolazioni ulteriori? Ma in verità il problema non consiste solamente nello stabilire come intendere il testo da un punto di vista teoretico: la domanda può essere estesa all'esistenza stessa di tale testo, soprattutto in considerazione della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA).

La riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti è un'utopia, come sostiene Asor Rosa sul manifesto del 14.10? Sì, è un'utopia concreta, nel senso che aveva dato a questo termine Alex Langer: un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, ma praticabile. Lo è perché prima o poi - più prima che poi, pochi decenni o pochi anni - il pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile e continuare con l'attuale regime produttivo sarà impossibile. Per la prima volta la questione ambientale si combina in modo incontestabile con quelle dell'occupazione; e con essa del reddito, dei consumi e dell'equità sociale. La vicenda della Fiat di Pomigliano e Termini Imerese rende tutto ciò evidente.
Il prodotto auto è inquinante, sia nell'utilizzo (contribuisce ad almeno il 14% delle emissioni climalteranti), sia nella produzione (dall'estrazione, trasporto e lavorazione di materie prime e risorse energetiche alla produzione e al montaggio di componenti: un impatto almeno equivalente), sia nell'infrastrutturazione (strade, viadotti, gallerie, svincoli, parcheggi, ma soprattutto assetti urbani impraticabili senza automobile: insieme si arriva vicino al 50% delle emissioni).

Per non farsi mancare nulla e leccare un pò di culi democratici il buon Saviano ieri sera non ha avuto nulla di meglio da dire che lui non vuole finire in un paese antidemocratico come Cuba od il Venezuela. Per strada si è perso Israele, La Colombia e L'Honduras; tanto per rimanere a luoghi in cui "democraticamente" si costruiscono muri, si fa la guerra e si fanno colpi di stato senza per scuotere la sua coscienza di indefesso difensore dei diritti di quelli vessati dalla camorra. Ma si sa Saviano è sionista, non frequenta i barrios di Caracas e neanche si sforza di dare un'occhiata alle ragioni per le quali una nazione viene tenuta in ostaggio, dagli anni 50, con un blocco economico dal suo vicino di casa. Non parliamo poi della Colombia, un posto ameno dove si scoprono fosse comuni piene di oppositori, senza che nessuno dica niente. E dire che lì ne avrebbe di materiale per capire chi e cosa tiene legati i fili della sua camorra al traffico di droga che arriva qui da noi.

La mappa delle proteste
Difficile, anzi impossibile, dare un quadro completo della situazione. Le iniziative si moltiplicano non solo a Parigi e nelle altre metropoli (e nelle periferie di queste), ma in tantissime città di media e piccola grandezza. Ospedali, scuole, fabbriche (bloccato dagli operai anche lo stabilimento Peugeut di Sochaux, il più grande in Francia), trasporti: tutti i settori si stanno mobilitando contro questa riforma delle pensioni tanto voluta dal governo Sarkozy.
Il traffico ferroviario risulta ancora in difficoltà in tutto il paese (circola all'incirca un treno su due), le metropolitane funzionano a singhiozzo da ormai due settimane, gli aeroporti hanno cancellato anche oggi circa la metà dei voli. A creare disagi si sono aggiunti da ieri anche i camionisti, lanciando la cosiddetta operation esgargot e provocando code kilometriche sia nella tangenziale di Parigi che in altri punti strategici dell'Exagone.

[Un'anticipazione dal cap. 5 di Capitalismo e (dis)ordine mondiale, raccolta degli scritti di Giovanni Arrighi a cura di Giorgio Cesarale e Mario Pianta, in uscita presso Manifestolibri]
Questo capitolo analizza quel che si può chiamare la “strana morte” del Washington consensus, con particolare riferimento al rafforzamento economico della Cina e a un cambiamento fondamentale nelle relazioni tra il Nord e il Sud del mondo1. Ciò che è “strano” riguardo questa morte è che essa sia avvenuta in un momento in cui le dottrine neoliberiste promosse dal consensus godono di un’autorità apparentemente incontrastata. Proprio per questa ragione, questa morte è stata poco notata, e le sue cause e conseguenze rimangono avvolte in una gran confusione.
Parte della confusione sorge dalla persistente influenza sulla politica mondiale di vari aspetti del defunto consensus. Come notato da Walden Bello, “il neoliberismo [rimane], semplicemente per forza d’inerzia, il modello standard per molti economisti e tecnocrati che... non hanno più fiducia in esso”.
C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus.
L'angelo della storia di Benjamin, con il suo accumulo rovinoso di macerie e morti, si presta assai bene come suggestiva metafora della condizione attuale della dinamica del processo di riproduzione capitalistica nella provincia italiana dell'impero del capitale transnazionale, così come risulta anche dai dati ufficiali rilasciati dalle istituzioni statali. Un dettagliato resoconto ci è offerto dal Rapporto Annuale - La situazione del paese nel 2009 (scaricabile da http://www.istat.it/dati/catalogo) redatto con gran spiegamento di forze ogni anno dall'Istituto Nazionale di Statistica.

Ripartire dal lavoro? Preferisco dire: il lavoro al centro campo. Il campo è l’analisi sociale e l’iniziativa politica. Occorre tornare a “studiare” il lavoro e tornare a farne il terreno privilegiato delle lotte. La fase attuale di crisi capitalistica favorisce il dispiegamento di questa operazione politico-culturale.
Fermiamoci un momento su quest’ultimo punto. Negli anni appena passati, praticamente i tre decenni che stanno alle nostre spalle, ci si era illusi che il capitalismo avesse assunto un assetto definitivo, segnato dalla trionfante globalizzazione neoliberista. Era stata messa in soffitta la lettura marxiana del capitale, non solo come sviluppo, ma anche come crisi. Era stata dimenticata la stessa teoria schumpeteriana dei cicli economici. L’andamento ciclico della produzione/circolazione di capitale - crescita, stagnazione, recessione, ritorno a nuovi livelli, con nuove forme, della crescita - questa è storia, e storia moderna. E si capisce che, in tempi di cancellazione per decreto della storia, si sia potuto commettere questi errori di grammatica.
E l’altro errore, questa volta di sintassi, è che il capitalismo non è solo merce-denaro, e cioè mercato-finanza, ma è, soprattutto, produzione di merci a mezzo di merci, come ci insegnò una volta per tutte un certo Sraffa. Dunque, il lavoro, sì, oggi, ma nella crisi. E la crisi va vista nel duplice aspetto, di maledizione sociale, per il peggioramento che provoca nelle condizioni di vita dei lavoratori, e però di opportunità politica per l’occasione che offre di far ripartire forme di lotta e di organizzazione.

1. Uno dei paradigmi di maggior successo della fine del ventesimo secolo è stato l'emergere della società post-industriale. L'idea è diventata opinione comune. L’origine del cambiamento è stata spiegata con l’avvento della rivoluzione dei computer e la globalizzazione dei mercati. La globalizzazione non è un evento nuovo nella storia del capitalismo. Ma si è presentata in forme profondamente nuove. La divisione internazionale del lavoro è basata, secondo Ricardo, sulla teoria dei "vantaggi comparati": ogni paese ha una propria vocazione naturale e un livello di sviluppo tecnologico che lo induce a concentrarsi su determinate produzioni. Una politica aperta di scambi commerciali avvantaggia in questo modo tutti i paesi che vi partecipano. Senonchè, nella nuova fase della globalizzazione, la divisione internazionale del lavoro si applica non solo ai paesi, ma anche alle imprese che operano a livello globale.

Ironie della storia. Mentre in Germania viene festeggiato il 20° anniversario della fine della Repubblica Democratica Tedesca, si assiste ovunque a un grande risveglio di interesse nei confronti di quello che ne fu (inconsapevolmente) il filosofo ufficiale: Karl Marx. Soltanto in Italia da giugno ad oggi sono uscite due biografie: la traduzione del testo di Francis Wheen (Karl Marx. Una vita, Isbn edizioni, p. 400) e il volume di Nicolao Merker Karl Marx. Vita e opere (Laterza, pp. 261). Se il primo testo è avvincente, il secondo riesce a fare il miracolo: ossia a darci una panoramica completa della vita di Marx e delle linee di fondo del suo pensiero.
Merker inizia ricordando che “il pensiero di Marx sta nei suoi scritti”. Non si tratta di una banalità, ma di una doverosa cautela, visto l’uso a dir poco disinvolto che spesso si è fatto del pensiero di Marx. I testi di Marx vanno letti e collocati nel loro contesto storico. Ma non per farne altrettanti “classici” da tenere sullo scaffale, bensì per capire cosa ci possono dire sull’oggi. Questo utilizzo è possibile in quanto la struttura economica della società in cui viviamo è ancora quella descritta da Marx.

In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come vorrebbero la Cgil e in particolare la Fiom che, a questo proposito, ha indetto la manifestazione nazionale del 16 ottobre.
Le ragioni dei sostenitori della decentralizzazione e della flessibilità vertono sulle esigenze di competitività del sistema produttivo nazionale. La tesi di fondo è che se le istituzioni del mercato del lavoro non si metteranno al passo con le trasformazioni dell’economia globalizzata, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto delle imprese italiane si appesantirà ulteriormente rispetto ai competitor stranieri. Con effetti deleteri, tanto sugli equilibri della bilancia commerciale quanto sui livelli di occupazione. Si tratta di argomentazioni note, che godono di sostegno nella letteratura internazionale, e che hanno ispirato in Italia e in genere nei paesi industrializzati le politiche del lavoro, negli ultimi due decenni almeno.

LE DICHIARAZIONI DELL'INPS E LA "RIBELLIONE" DELLA RETE
Magari alla pensione non ci pensate perché non avete ancora trovato uno straccio di lavoro oppure è un pensiero che mettete da paraltte perché non sapete – visto l’andazzo – neanche se ce l’avrete. Eppure l’argomento è caldo e circola sulla rete, soprattutto dopo le dichiarazioni - riportate da Agoravox e riprese dal blog Conti in tasca di Blogosfere a cura di Eleonora Bianchini - da parte di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, Istituto nazionale di previdenza, al Corriere della Sera.
Quando gli è stato chiesto come mai, a differenza degli altri, i parasubordinati – per intenderci tutti coloro che lavorano con contratto a progetto, co.co.co., ritenuta d’acconto, partita Iva, contratto a prestazione occasionale – non potessero sul sito dell’Inps simulare la loro pensione futura, ha così risposto: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Come dire: meglio che i precari non sappiano a cosa vanno incontro.

Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all’incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama “economia reale”? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro “tigri”, della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D’altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l’attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno “sguardo corto” sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo “sguardo corto” che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c’è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell’approccio “sistemico” allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione.

Il declino di Berlusconi sembra inesorabile. Ma nessuno di quelli che si prepara a sostituirlo pare intenzionato a lavorare per redistribuire la ricchezza. Ecco perché l'appello della Fiom per il 16 ottobre è quanto mai necessario.
Per quanto sia difficile dire quanto a lungo possa durare l’agonia, sembra comunque probabile che il governo Berlusconi rotoli verso la fine. Cio’ non significa che sia esaurita questa storia di miseria morale, nullità intellettuale e devastazione sociale. Anzi penso il contrario. Per quanto orribile sia quel che il paese ha vissuto negli ultimi sedici anni penso che il peggio debba ancora venire. L’uomo che ha costruito il suo potere sulla corruzione sistematica è ora circondato da lupi il cui appetito è insaziabile. Lo sbraneranno. Per ora lo azzannano esitanti, poi subito si ritraggono, ma lo spettacolo si farà feroce non appena il tiranno sarà vicino a soccombere. La società assiste avvilita, ma il veleno inoculato da decenni sta facendo il suo effetto, e produrrà quel che deve produrre. Il coacervo di forze coalizzato dal regime è stato in equilibrio fin quando si è trattato di spartirsi le spoglie della rapina ai danni della società.

1. Quale democrazia?
Prima di iniziare questo mio breve intervento sul rapporto fra uso della forza, regimi democratici e diritto internazionale desidero precisare che vorrei fare riferimento a una nozione di democrazia un po' rigorosa, che non si riduca ad una formula retorica o addirittura, come accade spesso nella comunicazione politica occidentale, platealmente propagandistica. Proporrei di lasciare da parte i modelli 'classici' di democrazia - quello partecipativo e quello rappresentativo -, perché troppo esigenti e ormai non realizzabili entro società differenziate e complesse. Potremmo attestarci, in via stipulativa, su una nozione post-classica di democrazia (schumpeteriana, pluralista, minimale), secondo cui un governo democratico è contraddistinto da un grado accettabile di responsiveness e di accountability. Un regime è democratico se le autorità politiche 'rispondono' alle aspettative dei cittadini rispettandone e promuovendone i diritti fondamentali, e se sono 'responsabili': se cioè devono rendere conto delle loro decisioni di fronte ad un elettorato capace di valutazioni sufficientemente autonome e competenti.

Il ruolo provocatorio assunto dai due organi casalinghi di Berlusconi, «Il Giornale» e «Libero» (i due carabinieri maneschi, mentre «Il Foglio» è quello buono) viene a volte ricondotto alla grande tradizione progressista statunitense dei Muckrakers di fine Ottocento e inizio Novecento. Niente di più erroneo. Quegli «spalatori di letame» denunciavano gli scandali e la corruzione delle amministrazioni locali e dei trust, nell’illusoria prospettiva di un capitalismo “puro” e magari sboccavano nel volenteroso comunismo di un Lincoln Steffens, mentre Feltri e Belpietro (a proposito, l’hanno poi trovato l’attentatore fantasma invisibile alle telecamere?) ricordano piuttosto le imprese dei fogliacci dell’estrema destra maurrassiana e collaborazionista francese degli anni ’30 e ’40, «Gringoire» e «Je suis partout». Curiosità: nella più sconcia delle campagne di calunnie, quella che nel 1937 portò al suicidio del Ministro degli Interni del Fronte Popolare, Roger Salengro, gli stereotipi diffamatori furono la passione per il ciclismo e l’accusa di omosessualità. Prodi e Boffo, rispettivamente, ne sanno qualcosa.

Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»[1]. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle società industrializzate da oltre tre decenni. È un fronte assai composito per culture politiche d’appartenenza, che però si riconosce nella convinzione che i «beni comuni» rappresenterebbero un tertium genus capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra «pubblico» e «privato». È dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un’adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilità è infatti l’unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l’opposizione tra pubblico e privato è ciò che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell’acqua, del sapere, della salute, dell’energia e del patrimonio culturale.

Il socialismo, diceva Albert Einstein, è il tentativo dell’umanità di superare e lasciarsi alle spalle la fase predatoria dello sviluppo umano». Lo ricorda alla fine di un candido e convincente libricino intitolato Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie, 60 pagine, 9 euro; la traduzione è di Francesca Valente) il filosofo canadese Jerry Cohen, morto purtroppo un anno fa, che aggiunge: «Qualunque mercato, anche un mercato socialista, è un sistema di predazione. Fino a questo momento il nostro tentativo di superare i rapporti di predazione è fallito. Ma non è detto che la giusta conclusione sia arrenderci».
Consiglio caldamente la lettura di queste pagine ai nostri saccenti, ignoranti, chiacchieroni, cinici funzionari della politica, e consiglio loro anche l’ultimo numero della rivista americana Dissent, notoriamente di buon senso nelle sue riflessioni sul presente degli Usa e del mondo, ricordando che i nostri politici di sinistra sono in generale più yankee di Obama e più capitalisti di Marchionne. Nel numero dell’estate c’è un dibattito molto interessante intitolato Socialism Now? Intervengono Sheri Berman, che si chiede che fine ha fatto la sinistra europea (e una risposta dall’Italia non potrebbe che essere comica e disastrosa) e Robin Blackburn sulla crisi odierna del modello capitalista, mentre Jack Clark si chiede cosa dovrebbe e potrebbe fare un presidente un po’ socialista negli Usa di oggi e lo stesso Michael Walzer, che non è un testa calda, si pone il problema di «quale socialismo».

Nelle scorse settimane un acceso dibattito ha avuto luogo in Australia. In un saggio pubblicato su «Quarterly Essay» e parzialmente anticipato su «Australian», Hugh White ha messo in guardia contro inquietanti processi in atto: all’ascesa della Cina Washington risponde con la tradizionale politica di «contenimento», rafforzando minacciosamente il suo potenziale e le sue alleanze militari; Pechino a sua volta non si lascia facilmente intimidire e «contenere»; tutto ciò può provocare una polarizzazione in Asia tra schieramenti contrapposti e far emergere «un rischio reale e crescente di guerra di larghe proporzioni e persino di guerra nucleare».
L’autore di questa messa in guardia non è un illustre sconosciuto: ha alle spalle una lunga carriera di analista dei problemi della difesa e della politica estera e fa parte in qualche modo dell’establishment intellettuale. Non a caso il suo intervento ha provocato un dibattito nazionale, al quale ha partecipato lo stesso primo ministro, la signora Julia Gillard, che ha ribadito la necessità del legame privilegiato con gli Usa. Ma i circoli australiani oltranzisti sono andati ben oltre: occorre impegnarsi a fondo per una Grande allenza delle democrazie contro i despoti di Pechino.

Affinità elettive: la mia “simpatia” verso il Kindleberger economista[1] nasce, oltre che dalla ammirazione per l’erudito, dalla condivisione di almeno due dei criteri di metodo da cui egli muoveva.
L’economia politica è interessante, nelle sue stesse espressioni più astratte, nella misura in cui effettivamente aiuta a comprendere ciò che è accaduto, accade, potrà accadere al benessere materiale degli uomini riuniti in società. Questo è il senso vero della disciplina, il suo principio ispiratore.
Il secondo criterio coincide con la constatazione che “non c’è una teoria economica, o un modello che siano buoni per tutti gli usi, che illuminino l’intera storia economica”[2]. L’eclettismo teorico è quindi preferibile al monoteismo teorico allorché ci si pone di fronte ad accadimenti o a tratti strutturali d’ordine economico della società con la dichiarata intenzione di spiegarli. Penso a un eclettismo critico, dei distinguo, capace di sceverare fra gli strumenti offerti dalle diverse, spesso confliggenti, famiglie di teorie i più idonei ad affrontare la specifica questione fatturale a cui l’indagine si rivolge. Un eclettismo, quindi, che presuppone padronanza e cognizione di potenzialità e limiti di più d’una teoria, se non dell’intero “libro” della economia politica, e che sia alieno dal tentare improbabili mediazioni fra esse.

L’economista più influente degli ultimi 50 anni non è forse Milton Friedman nè sulla sponda opposta Hyman Minsky, ma un terzo uomo di Chicago meno noto ai non esperti, Eugene Fama, un signore di 72 anni che si è sempre occupato di mercati finanziari. Non solo ha reso celebre la teoria dei mercati efficienti, ma ha nel 1984 dato una base teorica all’arbitraggio tra valute praticato senza copertura a termine. Sulla base della sua analisi i cambisti e in genere gli investitori internazionali che ricercano profitti immediati si sono lanciati in spericolate avventure "senza rete" dando vita a quel che oggi è noto come "carry trade", il procurarsi fondi a prestito su un mercato dove sono a buon mercato per investirli su una piazza con altra valuta dove rendono di più. La mancanza di necessità di coprirsi a termine, suggerita dall’articolo di Fama, rende possibili operazioni altrimenti non redditizie, per differenziali anche ridotti. Il rischio che si corre, suggerisce la teoria di Fama, può essere fronteggiato guardando attentamente ad alcuni parametri, e tenendosi pronti a uscire dal mercato in ogni momento.

La commissione europea ci propone la sua idea di “governo economico” per l’Europa. Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera del 3 ottobre la riassume così:
“L’impianto è questo: le regole di bilancio restano quelle del Patto di stabilità, ma il debito pubblico (sotto il 60 per cento) – finora trascurato – assurge alla stessa importanza del deficit (sotto il 3); si rafforzano i meccanismi di controllo e le sanzioni; alla disciplina di bilancio si aggiunge una politica di correzione e prevenzione degli squilibri macroeconomici; si fa più autonomo il potere della Commissione e più difficile il boicottaggio del Consiglio”.
Le proposte sono complesse e occorre guardarsi dai giudizi affrettati…

Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato. Laterza, Bari 2010.
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane.

Alla vigilia delle elezioni di mid-term, per cui i sondaggi non si presentano troppo favorevoli, viene spontaneo rammemorare gli entusiasmi con cui due anni fa fu salutata l’elezione di Obama. Entusiasmo – americano ed europeo – in cui confluivano diversi orientamenti, valutazioni e illusioni. Innanzi tutto colpì il modo in cui un outsider riuscì a inserirsi nella crisi catastrofica del bushismo raddoppiata dalla crisi finanziaria. Intendiamoci, Obama (oltre ad essere un nero non tipico e non autoctono) era un outsider quando si oppose alla guerra irakena al suo inizio, non lo era più dopo il fallimento dell’avventura medio-orientale e la disfatta del governo federale sui diritti civili e la gestione di Katrina. Tuttavia non aveva in mano la macchina del partito democratico e forse la maggioranza dei quadri di quel partito riteneva troppo rischioso mettere in gara contro gli sfiatati repubblicani un candidato di colore, per di più considerato poco patriottico o addirittura “socialista”. L’ascesa contro la potenza del clan Clinton fu resa possibile dall’aver captato la spinta di base al cambiamento con un ricorso accorto alla mobilitazione capillare soprattutto delle nuove generazioni via Internet. Scontato fu chiamare a raccolta il voto nero, più lento e complicato conquistare il consenso della classe lavoratrice bianca flagellata dalla crisi.
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