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Foto di “classe” e album di famiglia
di Militant
Quanti sono i lavoratori italiani? Che cosa fanno? Quanto guadagnano? Che tipo di contratto hanno? Da anni la nouvelle vague egemone in certa sinistra ci vorrebbe tutti quanti catapultati nell’era del biocapitalismo cognitario: un’epoca in cui si producono soprattutto simboli e segni e in cui la produzione delle merci è diventata immateriale, sempre più intangibile, frutto di facoltà relazionali, affettive e, per l’appunto, cognitive e in cui è centrale il ruolo dei saperi e della conoscenza. Alcuni, partendo da questi presupposti si sono spinti fino a considerare ormai superata la teoria marxiana del valore. La formula generale del Capitale (D-M-D’) andrebbe pertanto riposta in soffitta tra i vecchi ricordi insieme ad attrezzi e categorie altrettanto vetuste come le classi sociali, l’imperialismo, il potere, ecc. Per contro un’altra scuola di pensiero, quella che Quadrelli in “Noi saremo tutto” individua come l’ipotesi FIOM, si ostina invece a sostenere (in salsa radicale o riformista a seconda della propria ragion d’essere) che in fondo da trent’anni a questa parte nulla è cambiato e che il mondo del lavoro continua a girare sempre nello stesso modo. Chi ha ragione? Chi ha torto? Proviamo a rispondere partendo da alcune “foto di classe” grazie anche a “Il mercato senza lavoro”, un libro molto interessante uscito in questi mesi per i tipi di Edizioni Lavoro, la casa editrice della CISL (ebbene si!). Proseguiamo dunque consapevoli del fatto che ogni istantanea se da un lato è capace di congelare il momento dall’altro è sempre insufficiente a descrivere il movimento, ossia le tendenze in corso.
Cominciamo col dire che a luglio 2012 secondo la Rilevazione continua delle forze del lavoro (RCFL) dell’ISTAT gli occupati (dipendenti e autonomi) erano 23 milioni e 25 mila, dato che corrisponde ad un tasso di occupazione del 56,7%.
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Quel salto mortale nel buio
Recensione al libro di Alberto Bagnai
Sergio Cesaratto
Nel 1983 il manifesto bucò la notizia della morte di Piero Sraffa, rimediando poi maldestramente con un obituario di Federico Caffè che Sraffa, francamente, non comprendeva molto. Questo non fu un caso. I rapporti del giornale con l’economia critica sono, infatti, sempre stati tiepidi. Gli economisti critici tollerati, più che ricercati. A tutt’oggi le preferenze del giornale vanno più nella direzione della scuola di Caffè o di economisti “light” (“quelli che gli F35..”). Caffè era un valoroso compagno di strada del movimento operaio, ma non precisamente organico alla teoria critica dell’economia politica che pure dovrebbe essere cara alla tradizione intellettuale del giornale. Per Caffè la buona fede degli economisti di qualsiasi persuasione era fuori discussione, mentre per gli economisti “light” c’è sempre un’economia reale sana a cui si contrappone una finanza malvagia. Il lavoro analitico di distinzione fra teoria dominante e teoria critica è guardato con fastidio. Ambedue le visioni sono facilmente criticabili. Tutto questo dovrebbe essere analizzato nell’ambito del tormentato rapporto che la tradizione comunista italiana ha con l’economia politica, tradizione stretta fra il liberismo Amendoliano e la poetica Ingraiana. Sottolineata la distanza di Caffè dalla critica dell’economia politica, non ne va però sottaciuto il suo sforzo di riempire di riformismo pragmatico il vuoto che c’è nel mezzo.
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Il Socialismo è in cammino?
Bruno Settis e Carlo Parisi intervistano Luciano Vasapollo
Cominciamo con una domanda di “riscaldamento”. L’elezione al soglio di Pietro di un argentino – Jorge Mario Bergoglio – anche al di là delle sue eventuali responsabilità o dei suoi silenzi durante gli anni della dittatura, ha fatto pensare a molti a una riedizione del modello Wojtyla, volto a far leva sui sentimenti religiosi delle masse sudamericane per indebolire i governi di sinistra. Certo le differenze non sono poche, a partire dalla forte e sbandierata fede cattolica di molti leaders della regione: un caso esemplare è la dichiarazione di Maduro secondo cui Chavez sarebbe intervenuto dal cielo per favorire l’elezione di Bergoglio.
Per poter dare delle risposte anche riguardo alla religiosità in America Latina bisogna conoscere in profondità quei popoli e quelle culture: in Europa soprattutto la sinistra è imbevuta di forte eurocentrismo e ha un rapporto con l’America Latina di natura neo-coloniale, che impedisce di comprendere che per esempio a Cuba la gente anche iscritta al partito è spesso religiosa – cattolica o legata a varie forme di sincretismo – e lo stesso avviene in Venezuela.
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Quando la Tecnica batte l'Uomo
Antiper
Alcuni mesi fa la trasmissione televisiva In onda ha dedicato una serata [1] alla reintegrazione da parte della Magistratura di 19 operai FIOM nello stabilimento FIAT di Pomigliano D'Arco, una reintegrazione a cui il democratico Amministratore Delegato di FIAT, Sergio Marchionne, aveva risposto licenziandone altri 19 per rappresaglia. La trasmissione aveva richiamato nella piazza di Pomigliano i lavoratori favorevoli e quelli non favorevoli all'accordo che la FIAT aveva imposto allo stabilimento nel 2010. In studio era presente Mario Sechi, direttore del quotidiano il Tempo, poi candidato montiano trombato, per sostenere le ragioni di Marchionne e dei favorevoli, mentre Dario Fo, in collegamento, sosteneva le ragioni della FIOM e dei contrari. In piazza, a fianco dei favorevoli era schierato il sindaco di Pomigliano e a fianco dei contrari era schierato il prete di Pomigliano. In studio il conduttore di destra Nicola Porro – dipendente de Il Giornale - sosteneva i favorevoli, mentre il conduttore “di sinistra” Luca Telese - già dipendente, anch'egli, de Il Giornale - sosteneva i contrari. Una simmetria apparentemente perfetta e “politically correct”. Ma quello che è andato in scena non è stato il semplice scontro tra due diverse visioni delle questioni sindacali; quello che è andato in scena è stato lo scontro tra le ragioni dell'Uomo e le ragioni della Tecnica, per usare una terminologia galimbertiana.
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La scuola nel sistema in cui non servi a nulla
di Miguel Martinez
Un problema cronico, la scuola, si presenta sempre più grave. Se ne parla tanto, si propongono soluzioni, eppure si aggrava sempre di più, perché la decadenza della scuola si collega a un problema ben più vasto, una crisi sistemica che ha tante facce. Le facce più vicine sono quelle dei nostri figli in età scolare, ai quali ci sentiamo di dover dare qualche risposta. Partirò insomma dalla scuola, ma dovrò andare oltre.
Sento in giro due discorsi, il primo prevalente nei media, il secondo tra le persone che possiamo considerare in qualche modo affini a noi:
1) «la vecchia scuola va riformata, in buona parte privatizzata, "efficientizzata", finalizzata al mercato»;
2) «dobbiamo conservare a tutti i costi la vecchia scuola, come istituzione parastatale, sostanzialmente libera dal mercato».
Secondo me, dobbiamo invece uscire da questo doppio monologo, così come usciamo dal doppio monologo «destra e sinistra».
Si tratta di capire che la scuola è una delle istituzioni fondamentali dello Stato Nazione. E lo Stato Nazione è in via di collasso in tutto l'Occidente (non parlo per il resto del mondo). Non si tratta semplicemente della prevalenza temporanea di "cattive idee" neoliberali, che si possano esorcizzare con un richiamo alla Costituzione, ma di una cosa enormemente più grande, che ha a che fare sia con il crollo delle basi energetiche dello Stato Nazione, sia con l'esplosione informatica, per citare solo alcuni fattori.
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Siria: comincia l’ultimo atto
di Giulietto Chiesa
Un fittissimo intrecciarsi di voli militari è in corso mentre il lettore sta scorrendo queste righe. Si tratta di aerei di varia nazionalità, con sigle diverse dipinte sulle loro carlinghe, con equipaggi internazionali, in partenza da aeroporti che spaziano dalla Croazia, alla Turchia, dal Qatar, all’Arabia Saudita, dalla Giordania e da diversi altre basi della Nato. Il New York Times dello scorso 24 marzo parlava di voli che “fanno pensare ad un’operazione militare clandestina ben pianificata e coordinata”.
È in atto la preparazione di quella che è l’ultima fase, che potrebbe precedere l’attacco militare della Nato contro la Siria e produrre la caduta, con relativa uccisione, del “sanguinario dittatore” di turno.
Si tratta di un’operazione che comporta grosse spese, per migliaia di tonnellate di armamenti e munizioni, i cui destinatari sono i ribelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano.
L’organizzatore fu l’«ex» David Petraeus, il che ci dice che Barack Obama non ce la raccontava giusta quando voleva far credere all’opinione pubblica occidentale che gli Stati Uniti non erano poi davvero molto interessati alla caduta di Bashar al-Assad.
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Golpista fino in fondo
Leonardo Mazzei
Il piccolo golpista del Colle ha colpito di nuovo. Non ancora pago dei disastri combinati con l'insediamento a Palazzo Chigi del Quisling al 10% (di consensi), ha ritenuto di ripetersi in coda al suo settennato.
Tra tre settimane - a meno di una rielezione che finora si è rifiutato di prendere in considerazione - sarà solo un ricordo, ma al suo sporco lavoro è proprio affezionato e l'ha voluto dimostrare anche oggi. Il suo disegno è fallito, la «grande coalizione» non ha visto la luce, né prevedibilmente la vedrà. Non per questo la sua mission di uomo fedele alle oligarchie euroatlantiche, che tanto lo amano, è venuta meno.
E' solo partendo da questo punto fermo che si possono davvero capire le mosse del Quirinale. Mosse che travalicano i poteri assegnatigli dalla Costituzione. Forzature inaudite che vorrebbero preludere ad un nuovo commissariamento delle camere appena elette. Cioè l'esatto contrario di quanto hanno improvvidamente detto alcuni "grillini", si spera solo momentaneamente distratti dal clima pasquale.
In breve, cosa ha fatto Napolitano? Prima ha rispedito Bersani a Piacenza per condurre personalmente le trattative tra Pd e Pdl. Poi, di fronte all'impossibilità di conferire comunque un nuovo incarico, ha affidato la risoluzione della crisi politica a due commissioni (una istituzionale, l'altra economica), che dovrebbero elaborare «precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche».
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«La catena di montaggio inizia in cucina, al lavello, nei nostri corpi»*
Intervista a Silvia Federici
Rendiamo qui disponibile, in traduzione, una breve intervista a Silvia Federici, pubblicata di recente in spagnolo, e incentrata sulla sua opera più conosciuta Caliban and the Witch (2004), a sua volta rielaborazione del più vecchio Il Grande Calibano (1984), scritto in italiano con Leopoldina Fortunati. Se la biografia dell'Autrice può essere di qualche interesse, giusto due note: Silvia Federici svolge attività d'insegnamento presso la Hofstra University di New York, è militante femminista dagli anni '60, e membro del gruppo «Midnight Notes Collective», di cui segnaliamo in italiano l'Introduzione alle Nuove Enclosures (in «Anarchismo», n. 71, 1993).
Ci proponiamo di rendere presto disponibile su questo blog Il Grande Calibano, ed è precisamente a scopo propedeutico che pubblichiamo questa intervista. Ciò corrisponde alla nostra volontà di sviluppare, sulla lunga distanza, un discorso articolato sui temi della riproduzione (dei rapporti sociali capitalistici), del femminismo e del genere. La continua e inesausta messa a fuoco della definizione del capitale – come rapporto sociale, come totalità e come contraddizione in processo – non può prescindere dalla comprensione di ciò che sono il valore e il plusvalore (la contraddizione proletariatocapitale), ma non si può più pensare che sia sufficiente fermarsi là. Il fatto è che qualcosa di non tematizzato, perfino di rimosso, di non immediatamente riconducibile al plusvalore, ma che riguarda nondimeno le sue condizioni di esistenza, ne cade fuori; e l'emersione del femminismo radicale degli anni '70 ne è stata precisamente l'illuminazione: un lampo nella notte. Tutto ciò fu interpretato allora da marxisti e non marxisti – anche dai più lucidi – come una deviazione modernista, preludio al postmodernismo ideologico degli anni '80 e '90: come un ostacolo in più, insomma, sulla strada lunga e dura dell'unità di classe e della rivoluzione proletaria. È tempo di ammetterlo: fu un errore.
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La civetta costituente
Antonio Negri
Che siamo entrati in una fase costituente, tutti lo dicono: ma costituente di che cosa? La Boldrini e Grasso, ma anche tanti altri, ripetono ad ogni entrata in scena che la Costituzione del ’48 è “la più bella costituzione del mondo” – e allora, su quale ramo dovrà appollaiarsi la civetta costituente?
In realtà continuiamo a spendere parole troppo importanti per dir poco o niente. “Costituente” è una di queste parole. Per trasformare il Senato in Camera delle autonomie, non dovrebbe esser necessario il ricorso allo spirito costituente. E neppure per fare una nuova legge elettorale, e neppure per realizzare il riconoscimento dei sindacati, e neppure per abolire le province, e tantomeno per stabilire i criteri del fiscal compact (che, d’altra parte, la Commissione europea ha già statuito), ecc.. Non sembra che in tal modo il desiderio costituente e l’ansia di corrispondere a tempi nuovi siano esaltati – ormai si parla sempre di più di “costituente” ma sempre di più si opera, in realtà, sul terreno amministrativo. Si pensi a quanto avviene sul livello europeo – se “l’Europa non è uno Stato”, non è neppure un ambito costituente, anche se ognuno dei mille produttori di norme e dei mille attori di governance che agiscono dentro il terreno comunitario, si pretendesse costituente. Iniziativa costituente significa invece creare “incidenti democratici di base”, “produzioni istituzionali di democrazia dal basso” e non determinare semplicemente atti amministrativi nell’alto dei cieli della politica dei partiti.
Le forze politiche presenti in parlamento non vanno oltre quell’alto livello amministrativo.
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Il Time e la "vendetta" di Marx
di Sebastiano Isaia
Sulle pagine del settimanale statunitense Time è apparso un interessante articolo dedicato alle «profezie» marxiane. L’ha firmato Michael Shuman, corrispondente da Pechino. Nonostante il miserabile crollo dell’Unione Sovietica e il poderoso sviluppo capitalistico in Cina, eventi che secondo il marxologo francese avrebbero dovuto chiudere per sempre la scottante pratica-Marx, ecco che il barbone di Treviri torna in auge, e con lui la sua ancora numerosa schiera di epigoni specializzati in economia, ospitati nei talkshow per lumeggiare l’opinione pubblica intorno alla crisi economica che ormai da cinque anni impazza in Occidente. Perché nonostante? Piuttosto sarebbe corretto dire che anche quegli eventi confermano pienamente il materialismo storico di Marx (dei marxisti non mi curo). Ma su questo punto ritornerò dopo.
«Marx ha teorizzato che il sistema capitalista impoverisce le masse e concentra la ricchezza nelle mani di pochi, causando come conseguenza crisi economiche e conflitti sociali tra le classi sociali. Aveva ragione. È fin troppo facile trovare statistiche che dimostrano che i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri» (La vendetta di Marx: come la lotta di classe prende corpo nel mondo, 25 marzo 2013). A sostegno della sua tesi il corrispondente del Time cita uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington che dimostra in modo inoppugnabile come il reddito medio del lavoratore americano sia stato nel 2011 più basso che nel 1973, e come negli Stati Uniti nello stesso arco di tempo la ricchezza abbia subito un forte processo di concentrazione: il 5% della popolazione controlla il 74% del reddito nazionale. Naturalmente gli Stati Uniti rappresentano solo il vertice di una tendenza mondiale.
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La maledizione del settennato
di Elisabetta Teghil
L’attuale presidente della repubblica conferma la fondatezza della leggenda metropolitana della maledizione del settennato, per cui l’ultimo presidente è sempre peggiore di quelli che lo hanno preceduto.
Quello attuale ha sponsorizzato l’aggressione alla Libia, con la violazione della Costituzione che diventa un dettaglio di fronte al fatto di non aver difeso gli interessi nazionali, che coincidevano con il mantenimento al potere di Gheddafi, e di aver permesso perciò la venuta meno della Libia dall’ambito della sfera di influenza italiana, come hanno sempre previsto i taciti accordi tra le potenze occidentali, cioè che le ex colonie rimanessero nell’ambito di riferimento degli ex paesi colonizzatori.
Poi, ci ha regalato un golpe “bianco” che ci ha imposto un governo portatore non di interessi nazionali, ma di quelli dei poteri forti transnazionali ed, infine…, dicono che il veleno è nella coda… si è inventato due commissioni che dovrebbero lavorare per dare indicazioni utili al parlamento per fare delle “riforme” istituzionali ed affrontare i nodi economici e sociali.
Ci dicono che la sua dichiarazione di rimanere nel pieno delle sue funzioni fino all’ultimo secondo del suo mandato sia stata dettata anche da una telefonata intercorsa con Draghi.
Se una volta Vienna condizionava la nomina del papa, perché oggi non dovrebbe farlo Washington?
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Il diritto all’insorgenza*
di Gianfranco Ferraro
1. “L’Italia – recita il primo articolo della Costituzione – è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”[1]. In effetti, affidare ad un simile formula il valore fondativo di uno Stato non è un esito scontato, se pensiamo che una carta costituzionale altrettanto progressista, e frutto di un momento rivoluzionario antifascista, come quella dell’attuale Stato portoghese, non ha nel lavoro, bensì nella “dignità della persona umana” il suo fondamento[2]. Del resto, qualunque costituzione di una sovranità statale è direttamente legata al periodo storico in cui nasce ed è esito delle mediazioni e dei conflitti che ne hanno attraversato l’epoca di incubazione. Tuttavia, soprattutto nelle parti che definiscono l’orizzonte dei valori in cui pretende di collocarsi, una carta costituzionale non è rivolta all’indietro: “Principi generali” e “preamboli” vari costituiscono anzi l’esito di un compromesso proiettato sul futuro. Nella pratica di elaborazione delle carte costituzionali, sin dall’89 francese, i principi fondamentali – nel caso italiano, gli articoli 1-12 – costituiscono cioè una sorta di prospettiva aperta sul futuro di quello spazio di cittadinanza. Si potrà essere compiutamente cittadini di un certo spazio pubblico proprio in quanto si condividerà un certo orizzonte di valori, e dunque un certo orientamento delle condotte pratiche di vita, che il legislatore è sempre chiamato a tenere in considerazione. In questo senso possiamo dire che per i padri costituenti italiani lo spazio di cittadinanza della Repubblica figlia della Resistenza, lo spazio pubblico da essa inaugurato, coincide, o doveva tendere a coincidere, con la possibilità di espressione politica dei lavoratori: si è cittadini, si può essere cittadini, in quanto si è lavoratori[3].
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Le disuguaglianze degli economisti
Sergio Cesaratto

Nel bel numero di Micromega di marzo (3/2013) dedicato alla diseguaglianza, pur in un comune sentire nei riguardi della crescente ingiustizia sociale che si è manifestata nelle decadi recenti, vi sono delle significative differenze nella maniera in cui la problematica è avvicinata. In particolare, nel suo saggio Maurizio Franzini accusa gli “economisti eterodossi” di sottovalutare il tema della diseguaglianza al pari degli economisti “ortodossi”. In un senso ha ragione, ma in un altro ha torto. Credo sia utile ai lettori un chiarimento su questo punto agevolandoli a discernere ancor meglio le diverse posizioni che la rivista ha cercato di veder rappresentate.
Intanto chi sono gli “economisti eterodossi”. Fondamentalmente si tratta degli economisti seguaci della tradizione critica che muove da Marx e dagli economisti classici (come Smith e Ricardo, tradizione ripresa nel secolo scorso da Piero Sraffa) e dagli aspetti più innovatori dell’analisi di Keynes. In sintesi, questa tradizione ritiene che il capitalismo soffra di una contraddizione fondamentale. Da un lato i ceti dominanti si appropriano di una quota notevole del prodotto sociale in varie forme quali profitti e rendite – quello che gli economisti Classici e Marx chiamavano sovrappiù, ciò che rimane del prodotto sociale una volta pagati i salari ai lavoratori. Dall’altro, tuttavia, i ceti dominanti non sono in grado di consumare tutto questo sovrappiù. Per gli economisti critici l’ingiustizia sociale è dunque un fatto congenito al capitalismo senza la necessità di defaticanti dispute etico-filosofiche. L’ingiustizia sociale è inoltre la fonte della crisi: la compressione dei salari dei lavoratori se accresce il sovrappiù, crea anche uno strutturale problema di domanda aggregata.
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Scontro fra temporalità: capitale, democrazia e piazze
di Massimiliano Tomba
Mentre l’Occidente stava celebrando la “pacifica transizione verso la democrazia” del mondo arabo, in molte piazze del mondo si potevano leggere i seguenti slogan: “La democrazia è uno scherzo” (Bruxelles), “La democrazia è un’illusione” (Londra), “La democrazia è stata sequestrata”, hanno detto gli Indignati spagnoli fuori dal parlamento il 25 settembre 2012: “abbiamo intenzione di salvarla.” “Democrazia reale adesso”, rivendicano i manifestanti scesi in diverse piazze del mondo. Perlomeno, la “transizione alla democrazia” richiede che si approfondisca una questione: quale democrazia stiamo parlando?
I poteri occidentali hanno tentato sia di neutralizzare che di cooptare le proteste nel mondo arabo mostrandole come transizione da una forma governativa a un’altra. Una transizione che, da un lato, permette all’Occidente di mantenere la sua egemonia nel golfo ricco di petrolio, dall’altro lato presuppone il modello di democrazia rappresentativa dell’Occidente come l’unica configurazione della democrazia contemporanea. Come tratterò nel presente articolo, questo modello democratico è in crisi. E non perché esso abbia brillato in una qualche golden age della democrazia, ma perché le tensioni interne ed esterne ne mostrano ora tutta l’obsolescenza. Anche e soprattutto per la sua capacità di autolegittimarsi.
Un articolo recentemente pubblicato sul New York Times (Krugman 2011) denuncia l’attuale livello di disoccupazione pericolosamente elevata sia in America che in Europa, e la sfiducia nei leader e nelle istituzioni come parte di un contesto generale in cui “i valori democratici sono sotto assedio”.
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La lancia e lo scudo
Il fantasma della speculazione nello scontro valutario
Francesco Schettino
Avete presente quel sabato di un fine settimana qualsiasi di un mese qualsiasi di un anno ormai già archiviato, quando, non più tardi delle ore 14, pensavate di servirvi il miglior armagnac della vostra riserva - sì, proprio quello del 1986 - preludio di una irresistibile pausa di riposo, guadagnata dopo quaranta e più ore di lavoro trascorse in azienda nei cinque giorni precedenti, la cui gran parte era stata, come di consueto, espropriata dal padrone, proprietario della vostra forza lavoro? Ricordate quando, in quell'esatto istante, mentre con un movimento guidato da una lentezza inusuale facevate tintinnare sulle pareti della tazzina un cucchiaino con l'intento di addolcire il caffè, vi voltaste repentinamente verso il balcone della cucina?
Esattamente in quei momenti il vostro odorato aveva comunicato alla parte più razionale del cervello un segnale di pericolo: sottile come un filo, ma pesante come un macigno, un puzzo misto di plastica e legna arsa, incuneatosi tra le ante socchiuse della porta-finestra era giunto proprio alla base delle vostre narici indicandovi che, in un indistinguibile locale, di certo non così lontano da poter lasciarvi intendere di stare al sicuro, qualcosa stava bruciando.
La prima idea che aveva attraversato la vostra mente era di certo quella più ovvia, sebbene catastrofica, ma vi sembrava del tutto impossibile che, come due anni prima, a causa di un problema strutturale, l'impianto elettrico del piano sottostante avesse causato un cortocircuito, riducendo in cenere mobilio ed abitanti di allora:
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Silenzi, apartheid democratico e futuro delle lotte
di Caprimulgus
C’erano oltre duemila persone sabato scorso a Bologna alla manifestazione per i diritti dei migranti e l’abolizione della Bossi-Fini. La parte schiacciante dei manifestanti erano i migranti stessi, mentre la presenza italiana era rarefatta per l’assenza delle tradizionali forze politiche e sindacali che, pur in modo contraddittorio, avevano sostenuto i lavoratori migranti negli anni scorsi. Un solco del resto già scavato nel 2010, quando le grandi centrali sindacali definirono lo sciopero del primo marzo contro la Bossi-Fini uno sciopero «etnico» e la gran parte dei sindacati di base lo ignorò, usando come paravento l’appoggio a quella giornata da parte di esponenti del PD. Con questi precedenti non stupisce che nessun sindacato, ad esclusione di quello incarnato dagli stessi migranti presenti in piazza, abbia organizzato una sua presenza.
D’altra parte i media avevano ben lavorato nel trascurare la manifestazione: perfino il Manifesto, che pure con tanta oculatezza aveva seguito lo sciopero nella logistica del giorno precedente, di cui la manifestazione era la naturale prosecuzione, non le ha dedicato un francobollo.
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La potenza di astrazione e il suo antagonismo
Sulle psicopatologie del capitalismo cognitivo
di Matteo Pasquinelli
La vita fende la materia, elabora e contrae la materia, dando vita alle virtualità contenute nel materiale in direzioni sconosciute. La vita emerge come divenire-concetto, divenire-pensiero o, nel caso della coscienza, come divenire-cervello. — Elisabeth Grosz[1]
Il dibattito filosofico-politico degli ultimi anni, almeno alle latitudini del pensiero francese e italiano, è stato caratterizzato da una oscillazione concettuale che ha focalizzato di volta in volta il lavoro immateriale o il lavoro affettivo, l’economia della conoscenza o l’economia del desiderio, il cognitivo o il biopolitico. Nessuna agenda di ricerca o politica è stata immune a questa oscillazione, talvolta recitando in modo polemico un polo contro l’altro. Dopo un periodo al lavoro sull’economia della conoscenza, per esempio, una maggiore attenzione veniva data al lavoro affettivo (tornando a riscoprire quello che il femminismo aveva già tentato di politicizzare negli anni ’70), mentre le biotecnologie occupavano il palco centrale del dibattito sulle nuove forme di potere. Spesso è capitato di sentire lamentele contro un paradigma cognitivo che si dimenticava della materialità biologica e genetica del corpo, della sua libido, dei suoi affetti, ecc. Da alcuni come Lazzarato la noopolitica fu allora proposta come estensione dello spazio del biopotere per arrivare a coprire anche le nuove forme dell’immaginario collettivo e delle tecnologie della conoscenza.[2] Ma solo recentemente si è cominciato propriamente a capire l’importanza delle neuroscienze nelle ricerche dell’operaismo e del post-strutturalismo.[3]
Nel mio intervento cercherò di fermare questa oscillazione e di ritornare ad un paradigma monistico, in cui questa opposizione tra corpo e mente, tra bios e noos, possa finalmente svanire — come sempre abbiamo visto questa opposizione svanire nelle opere di Spinoza, Merleau-Ponty, Canguilhem, Foucault, Deleuze e Guattari.
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Conseguenze italiche del metodo Cipro
(anche senza oligarchi russi)
di Quarantotto
Contr'ordine compagni: il Soviet UE ha deciso che non si fida e che le tranches di pagamento di 20 miliardi di crediti alle imprese, programmate per il 2013 e il 2014, non si possono fare.
Questo perchè, non sia mai, potremmo superare il 3% del deficit (dato che nonostante FMI e studi della stessa BCE, il moltiplicatore non esiste) e non potremmo così accedere alla deduzione dal futuro deficit di altrettanto futuri investimenti pubblici aggiuntivi, c.d. golden rule. La quale si applicherebbe solo se non sia più pendente una procedura di infrazione del limite del 3%, attivata sull'Italia per il deficit 2011 al 3,9.
Inutile dire che la Francia, per il 2011, per il 2012 e giacchè ci sta anche per il 2013 con deficit sopra al 4%, (e probabilmente sopra il 3% fino al 2015, secondo i calcoli di Sapir), non solo se ne frega ma addirittura fa nuove assunzioni pubbliche, sussidia le imprese nazionali e chiede l'innalzamento del contributo "de minimis", quello che non costituisce aiuto di Stato, da 200.000 a 500.000 euro.
Cioè, come avevamo anticipato, per Olli Rehn, si paghi pure l'arretrato ma con manovre di corrispondente copertura: con tutti gli effetti immaginabili sulla recessione in atto. Perchè, non lo ripeterò mai abbastanza, il moltiplicatore fiscale esiste...e "loro" lo sanno benissimo e anzi ci contano, ormai.
Insomma, non attendiamoci solo manovre di copertura per tali pagamenti ma anche niente c.d. "golden rule", dato che la recessione ci porterà, adottando tali misure di copertura, comunque a sforare autonomamente il limite del deficit.
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Capitalismo come religione
di Giorgio Fontana
Leggere Capitalismo come religione di Walter Benjamin (appena edito da il Melangolo) può sembrare soltanto un esercizio di memoralistica, o un vuoto sforzo intellettuale. Il capitalismo del 1921 – l’anno in cui il filosofo tedesco quando prese questi appunti – era molto diverso da quello contemporaneo: ancora non aveva subito l’onda della grande crisi, e soprattutto non era passato attraverso le successive, numerose metamorfosi. Cosa possono insegnarci quattro pagine scarne di novant’anni fa sul momento storico che stiamo vivendo?
Certo, il modo migliore per leggere questo frammento è quello di prenderlo con tutte le cautele del caso. La prosa di Benjamin è incisiva e oscura insieme – un’ottima scusa per lasciarsi prendere dall’entusiasmo e vedere in essa l’interpretazione compiuta di un genio, o una lezione da applicare tout court. Ciò detto, Capitalismo come religione ha comunque una sua attualità straordinaria – forse proprio per il suo messianismo così distante dall’urgenza con cui si vuole e si dovrebbe pensare il mondo contemporaneo: in termini sociali ancora prima che economici, ma di certo senza alcuna presunzione metafisica.
Eppure, è proprio questo capitalismo tardo, sopravvissuto alle guerre e ai movimenti, passato attraverso il filtro della società dello spettacolo e reincarnato in chiave informazionale, a porci la domanda: com’è possibile? Come ha fatto a sopravvivere attraverso queste mutazioni?
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Apologia della banca pubblica
di Vladimiro Giacché
Con la grande crisi scoppiata nel 2007-8 l’intero sistema finanziario del mondo occidentale è giunto sull’orlo del collasso. È stato salvato dall’intervento dell’autorità pubblica, spesso attraverso l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà. Solo in Italia questa opzione è stata sempre esclusa anche solo dal novero delle possibilità. Qui da noi è ancora ben radicato il dogmatismo ideologico che portò alla dissennata stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta. È giunto il momento di cambiare rotta.
La via italiana ai salvataggi bancari: pagare senza controllare
«L’Europa riscopre la banca di Stato». Con questo titolo il Sole-24 Ore del 2 febbraio scorso ci ha informato della nazionalizzazione del gruppo bancario-assicurativo olandese Sns Reaal. Costo dell’operazione: 3,7 miliardi di euro. Vale a dire 200 milioni in meno di quanto costano allo Stato italiano i Monti-bond per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Ma con una differenza non piccola: mentre lo Stato olandese potrà subito entrare nel capitale e quindi nella gestione di Sns Reaal, questo in Italia avverrà solo e soltanto se Mps non sarà in grado di rimborsare il prestito e pagare gli interessi.
Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà.
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Le tasse, la recessione e la diseguaglianza
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel corso del 2012, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il suo massimo storico, ed è fisiologico il fatto che pressoché tutti i partiti politici dichiarino di volerla ridurre. Si tratta di una congerie di proposte che spesso si basano esclusivamente su ragioni di equità distributiva, a fronte del fatto che la distribuzione dei carichi fiscali ha effetti rilevanti sulla crescita economica. Sebbene implicitamente, esse sono formulate sotto il vincolo del tendenziale pareggio del bilancio pubblico, così che la detassazione di alcuni gruppi sociali non può che implicare l’aumento della pressione fiscale su altri soggetti. E soprattutto si tratta di proposte che non si sa quando e sotto quale forma saranno tradotte in leggi, a fronte del fatto che, nell’immediato, per effetto delle ultime decisioni assunte dal Governo in carica, i contribuenti italiani saranno ulteriormente gravati da tasse (l’incremento dell’IVA e dell’IMU, in primo luogo), per un importo stimato di circa 15 miliardi di euro.
Sulla questione, si confrontano schematicamente due orientamenti.
1) Si ritiene, come si è ritenuto negli ultimi venti anni, che la riduzione delle imposte a beneficio dei lavoratori autonomi, delle imprese e, più in generale, dei redditi elevati generi incrementi di produzione derivanti dal fatto che questi individui reagirebbero (in quanto possono farlo) a una minore tassazione lavorando di più e, per quanto riguarda le imprese, investendo di più. Di fatto, seguendo questa linea, si è prodotta, negli ultimi anni, una condizione nella quale il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto, ovvero – in termini percentuali – le famiglie con redditi bassi pagano più (o comunque non pagano meno) di quelle con redditi elevati.
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L'invenzione di un Gramsci dimezzato
Un incontro sul "quaderno dimenticato"
Luigi Cavallaro
Nonostante il forte scirocco dei giorni scorsi, l'eco delle polemiche nazionali (e perfino internazionali) intorno alla sorte dei Quaderni del carcere di Gramsci è arrivata anche a Palermo, dove l'Istituto Gramsci siciliano ha organizzato lo scorso 21 marzo la presentazione dei due ormai celebri libretti che Franco Lo Piparo ha dedicato nell'ultimo anno al tema: I due carceri di Gramsci e L'enigma del quaderno, entrambi editi da Donzelli. Discussants d'eccezione: Luciano Canfora, Salvatore Lupo e Salvatore Nicosia, attuale presidente del Gramsci isolano. (Sui due volumi ne ha scritto Guido Liguori il 2/2/2012 e il 16/02/2013).
Ha introdotto il dibattito Lupo, che ha inquadrato i dissidi fra Gramsci e il gruppo dirigente del Pcd'I nelle più ampie e drammatiche divergenze che allora attraversavano il movimento comunista internazionale: considerazione affatto ragionevole, ma lo storico catanese, che vanta trascorsi giovanili fra i gruppi trockisti della sinistra extraparlamentare, non ha perso neanche stavolta l'occasione per sottolineare malignamente «noi 'ste cose le sapevamo».
La comunicazione a Ercoli
Poi è stata la volta di Canfora. Il filologo e storico barese ha accuratamente distinto la questione oggettiva, documentaria, del numero dei quaderni gramsciani da quella congetturale relativa al contenuto del presunto «quaderno mancante»: su quest'ultima non ha detto nulla, mentre sulla prima ha messo in fila alcuni fatti su cui insiste da qualche tempo.
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Quando si paga il debito sovrano?
di Giorgio Gattei
La lotta delle classi nel mondo antico si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. "
(K. Marx, Il capitale. Libro primo, Roma 1965, p. 168).
1. Debito sovrano e "guerra di classe"
Alle volte l'indebitamento è necessario: altri ti prestano il denaro che ti serve per le necessità del momento e fino alla scadenza paghi soltanto gli interessi. Al termine rimborsi il valore-capitale, ma potresti anche non pagare niente se quel debito viene rinnovato con lo stesso od altro prestatore. Così l'obbligazione debitoria si può trascinare nel tempo, giusto il detto che "solo domani pagherò!". E' ciò che è successo al debito pubblico italiano che, di rinnovo in rinnovo, è raddoppiato dal 60% del PIL nel 1982 al 120% di oggi.
Eppure fino all'anno scorso nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto: certamente ci si lamentava del peso finanziario che si stava accumulando sulle spalle delle future generazioni, ma si faceva ben poco per ridurlo. Tutto è invece precipitato con la firma del fiscal compact da parte del governo "tecnico" nel febbraio 2012 (e successiva ratifica parlamentare il 19 giugno): infatti col fiscal compact i cittadini italiani, volenti o nolenti, si sono impegnati a ridurre nell'arco di un ventennio il proprio debito sovrano fino al 60% del PIL, com'era peraltro la percentuale prevista dai parametri di Maastricht. Ma siccome quel debito ammonta a 2000 mld di euro (il 120% del PIL), ciò significa che, per portarlo a 1000 mld, i governi a venire, quale che sia la maggioranza che li sosterrà, dovranno iscrivere ogni anno al passivo di bilancio 50 mld di euro, da recuperare con imposte e tasse anche se si decidesse di non fare alcuna spesa pubblica!
Ma perchè è così precipitata la questione del rimborso del debito sovrano? Perchè si sono definitivamente rovesciati i rapporti di forza tra le classi sociali.
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Proficue ambivalenze del grillismo
di Nicola Casale e Raffaele Sciortino
Le elezioni di febbraio hanno sconvolto il quadro politico italiano. Le politiche rigoriste di Monti, appoggiato dalla Chiesa, hanno subito una sonora bocciatura. Si conferma che la borghesia che conta non è in grado di proporre un suo partito, mancandole sia il personale credibile che la capacità di costruire consenso (bisognerà tornarci su, se è vero che non è dato solo italiano).
Vittoria simile a una disfatta per Pd-Sel che si proponevano di continuare Monti con qualche pennellata di “attenzione” al lavoro. Credibilità decrescente per Berlusconi con la sua proposta di fare come se debito e crisi non fossero un problema per i ceti sociali di riferimento. Ridimensionamento secco per la Lega. Batosta senza attenuanti per la “sinistra alternativa”, di cui l’elettorato ha giustamente sancito la perfetta inutilità. Unico vincitore il M5S. Una vittoria che spariglia le carte, non a caso vista con grande preoccupazione dall’establishment politico nazionale ed europeo. Assai meno preoccupato quello Usa che intravede la possibilità di un maggiore incasinamento dell’Europa quale concorrente monetario nonché l’emergere di altri segnali favorevoli (di cui più innanzi).
Prima di esaminare questo successo, tre annotazioni minori ma non troppo: Berlusconi, dato per finito, ha parzialmente rigalvanizzato la sua base nella battaglia per scaricare i costi della crisi esclusivamente sugli altri settori utilizzando anche l’attacco al rigorismo di Berlino[1]; i ceti di riferimento del centro-sinistra escono ancor più depressi e spaesati dall’anno di sostegno a Monti, assieme ai loro sindacati, Cgil e Fiom; la Lega conquista la Lombardia contando di conservare forze sufficienti ad affrontare frangenti di precipitazione della crisi per riproporre la prospettiva padanista.
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Né totem né tabù*
di Sergio Labate
“Mi interessano le cose
che stanno per diventare qualcos’altro”
(Franco Arminio)
1. Premessa sul tempo uggioso che annuncia la primavera
Le macerie che le recenti elezioni ci costringono ad abitare qualcosa hanno cambiato, nelle nostre convinzioni. Vi sono tante prove di questo abitare spaesato cui siamo costretti. Ma non colgo disincanto, quanto sollievo: come se la necessità di spostarsi dal punto cieco in cui eravamo finiti prevalesse sul timore dell’ignoto verso cui ci dirigiamo. Questo strano impulso ad affrontare le cose proprio nell’istante in cui stanno diventando qualcos’altro da se stesse vale anche per la questione del rapporto tra democrazia dei movimenti e democrazia della rappresentanza. È da più di un decennio (da Genova 2001) che l’eventualità di un nodo tra movimenti e politica si lacera e si consuma tra due estremi.
Da un lato c’è chi sostiene che la rappresentanza sia come un totem, e che disinteressarsene non solo non è lecito ma è impossibile: perché non si può “uscire dalla politica” (a meno che non “si esca dalla società”).
Dall’altro lato invece ci sono coloro per cui la questione della rappresentanza è un vero e proprio tabù (posizione oggi egemonica nella società italiana, con tante di quelle buone ragioni che a volte le contro-ragioni addotte dai politici contro di essa appaiono discorsi di extraterrestri).
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