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Prassi e contraddizioni
Il prima e il dopo del M5S
di Bruno Pepe Russo
Le contraddizioni della congiuntura
Nei circuiti di analisti e militanti, di scienziati politici e attivisti, i giorni che ci separano dalla data elettorale sono stati particolarmente appassionanti. Attorno al caso Grillo, a cosa esso sia, esprima, diverrà e a come le scuole politiche che si rifanno al materialismo dovranno rapportarsi a questo dato, attorno a tutto ciò matura un dibattito vivissimo, che le derive spesso riduzioniste (dalla gioia per l’evento-rottura della governance all’omnicomprensivo concetto di populismo) minano nella sua impresa teorico-pratica, che oggi più che mai è urgente. Perché il punto qua risale un po’ a quel macrotema del materialismo che sono le contraddizioni, alla densità delle strutture relazionali (l’ensemble dei rapporti sociali della sesta tesi su Feuerbach) in seno alla società, e poi a quale contraddizione surdetermina/surdeterminerà le altre nello sviluppo della congiuntura in cui siamo. E il punto è trovare la chiave, e capire quale delle contraddizioni (ricchi e poveri – lavoratori e fannulloni – giovani e vecchi – vecchio e nuovo – pubblico impiego e precari – europa bce e nuova europa – europa o protezionismo e frontiere chiuse ) riuscirà a spuntarla dentro lo spazio in cui stiamo.
Ci troviamo, dentro e fuori il voto di domenica e lunedì, in questa congiuntura, quella dello spazio fuori dal bipolarismo dell’austerity che finalmente si è prodotto, in linea con la Grecia e in parte con la Spagna, ma come per ogni congiuntura conta enormemente la sua genealogia, come essa si è prodotta e in quali condizioni: non si è data dentro il percorso di un’insorgenza anti-austerity di piazza ritradotta poi nel meccanismo elettorale attraverso un soggetto di sinistra radicale (Grecia, Syriza), né attraverso un’egemonizzazione progressiva del quadri dirigenti del centrosinistra (la vecchia opzione Vendola) ma a seguito di un’operazione politica, quella di Grillo, all’interno della quale vederci chiaro è molto complesso.
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In camera caritatis
Una nota su Mauro Gallegati
di Emiliano Brancaccio
Se il Movimento Cinque Stelle decidesse di strutturare il proprio programma di politica economica sulla base dei contributi del Professor Mauro Gallegati e del gruppo di studiosi da lui coordinato sarebbe una notizia positiva e confortante per il futuro del paese.
Mauro Gallegati è uno dei più autorevoli esponenti italiani della Nuova Macroeconomia Keynesiana. Con Domenico Delli Gatti ha pubblicato contributi altamente innovativi in vari settori di frontiera dell’analisi macroeconomica, come ad esempio gli studi sulle interazioni sociali tra agenti economici eterogenei. Ha inoltre pubblicato diversi articoli con il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra i quali spiccano alcuni recenti contributi dedicati ai nessi tra crescita delle disuguaglianze sociali e crisi economica. Gallegati può essere insomma annoverato tra gli studiosi italiani che sono riusciti a collocarsi nel gotha della migliore analisi economica “mainstream”. Al tempo stesso, egli ha anche più volte manifestato interesse nei confronti delle teorie economiche cosiddette “critiche”, come dimostrano i suoi studi dedicati, tra gli altri, al post-keynesiano Hyman Minsky [1].
Personalmente non mi sento di condividere l’attuale posizione del Prof. Gallegati riguardo al futuro della zona euro. Gallegati ha di fatto ridimensionato la rilevanza delle critiche che Beppe Grillo ha più volte espresso nei confronti dell’euro, e ha negato che il M5S possa orientarsi verso una strategia di uscita dall’eurozona [2].
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La cultura e la politica
Piergiorgio Giacchè
La Rivoluzione Culturale
Ai miei tempi – ciascuno ha i suoi e i miei erano quegli anni sessanta, formidabili per alcuni e insopportabili per altri – c’è stata una rivoluzione culturale. Niente di cinese per fortuna, ma due ridefinizioni dei concetti e degli ambiti della politica e della cultura che hanno avuto un effetto sconvolgente. La ridefinizione della “politica” sembrò al momento la più incisiva e la più coraggiosa: forgiata con il contributo teorico di pochi ma verificata dalla militanza di tanti se non di tutti gli studenti del movimento, fu sistematizzata in un articolo di Carlo Donolo su “Quaderni Piacentini”, che aveva appunto per titolo La politica ridefinita.
Molte delle riflessioni personali mossero da quel punto di partenza, mentre dall’altra – ma veramente dall’altra – fin troppe riunioni collettive si spesero nella ricerca della linea: nella rincorsa di un arrivo che poi fu la deriva di una politica peggiore di quella che si voleva e si doveva ridefinire. Quasi nello stesso momento e nello stesso movimento si stava però finalmente affermando anche una “ridefinizione della cultura”: in realtà una scoperta vecchia come il mondo ma messa in forma nuova dalle scienze antropologiche e sociologiche, che in quei tempi e per quegli studenti sembravano andare di moda.
Anche quella della cultura con la c minuscola – così come è successo alla Politica con la P maiuscola – avrebbe poi avuto le sue dimenticanze e decadenze, ma in modo molto più subdolo e lento, se è vero che è rimasta sottesa dentro le variazioni e le aberrazioni che hanno fatto della cultura un vero brodo, anzi un tutto-fa-brodo i cui vapori durano più dei sapori.
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Fobia e perversione nell'insegnamento di Jacques Lacan*
Recensione a cura di Davide Tarizzo
Frutto di un lavoro collettivo sul Seminario IV. La relazione d'oggetto di Jacques Lacan, questo volume raccoglie vari contributi di studiosi noti e meno noti, giovani e meno giovani, apprendisti e maestri, psicoanalisti e filosofi, stranieri e italiani, tutti facenti capo – questi ultimi – alla Associazione Lacaniana di Napoli, agguerrito avamposto di ricerca e divulgazione della dottrina lacaniana fondato nel 2008, i cui membri sono passati – chi in maniera più diretta, chi in maniera più indiretta – per l'insegnamento di Paola Caròla, figura chiave della psicoanalisi napoletana degli ultimi trent'anni alla quale la raccolta è meritoriamente dedicata.
Il libro tocca temi quantomai affascinanti e attuali: cos'è la fobia e, soprattutto, cos'è la perversione da un punto di vista psicoanalitico? Cosa ce ne dice Lacan, in particolare in questo seminario? Quali indicazioni cliniche si possono trarre dalle sue parole? Come interpretare la struttura soggettiva della fobia e quella della perversione, del feticismo, del travestitismo, dell'esibizionismo? Cosa differenzia queste patologie dalle nevrosi, cui tradizionalmente l'analista si trova a prestare ascolto e attenzione? E ancora: qual è lo statuto teorico della psicoanalisi? Cosa la distingue dalla filosofia e dalle altre scienze umane e cosa, invece, la accomuna a questi saperi limitrofi? Interrogativi classici, taluni clinici, taluni di carattere più speculativo, ai quali i saggi raccolti nel volume tentano di rispondere, senza nascondersi le difficoltà.
Esemplare, in proposito, il saggio di Bruno Moroncini – tra i primi intellettuali italiani ad aver colto l'importanza e la novità dell'insegnamento lacaniano, tra i pochi filosofi italiani ad insistere ancora oggi metodicamente su un necessario confronto con la psicoanalisi.
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Una crisi italiana
Alla radice della teoria dell’autonomia del politico
di Dario Gentili
La questione dell’“autonomia del politico” esplode in Italia nel corso degli anni Settanta e rientra nel dibattito se attribuire il primato o all’organizzazione o all’autonomia, e cioè o al luogo del conflitto (Tronti, Cacciari) o alla soggettività antagonista (Negri). Tuttavia, ciò che queste posizioni hanno in comune è il fatto di poter essere comprese all’interno di un dispositivo della crisi
1. Dentro e contro: Tronti
Per limitare la questione dell’“autonomia del politico” nella tradizione filosofico-politica italiana a tre autori (Mario Tronti, Antonio Negri e Massimo Cacciari) e a un arco di tempo determinato (gli anni Settanta), prendo lo spunto iniziale da Operai e capitale. Mi riferisco in particolare al punto in cui Tronti passa dall’analisi operaista del rapporto economico classe operaia-capitale alla proposta politica. Innanzitutto, egli prende criticamente le distanze – anzi rovescia – il paradigma gramsciano (fatto proprio a suo modo da Togliatti) per la conquista dell’egemonia politica da parte della classe operaia: il passaggio politico da compiere non è tanto quello dalla classe operaia al popolo, ma, viceversa, dal popolo alla classe operaia. Lo scopo è quello di definire l’organizzazione politica operaia, il partito di parte operaia. Tronti scrive:
Come far funzionare il popolo dentro la classe operaia è problema tuttora reale della rivoluzione in Italia. Non certo per conquistare la maggioranza democratica nel parlamento borghese, ma per costruire un blocco politico di forze sociali, da usare come leva materiale per far saltare una per una e poi tutte insieme le connessioni interne del potere politico avversario […]. Così, su questa base, dai compiti del partito rimane escluso proprio quello che sembra averlo finora caratterizzato: il compito di mediare i rapporti tra classi affini, e cioè tra ceti diversi, con tutte le loro ideologie, in un sistema di alleanze.[1]
Il problema è pur sempre quello gramsciano della conquista dell’egemonia politica.
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Tempesta perfetta
di Dante Barontini
Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d'Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto.
Si sta rompendo tutto, intorno a noi e dentro di noi, ma quando ci dobbiamo chiedere – fatalmente - “che fare?” ci rifugiamo tutti nel principio-speranza, confidando che le cose, prime o poi, tornino a girare come prima. Per continuare a fare le cose che sappiamo fare, senza scossoni.
Non possono tornare come prima.
Inutile prendersela più di tanto con le singole persone o le strutture – leader, partiti, sindacati, media, confindustria, ecc – che hanno responsabilità pazzesche, naturalmente, ma sono anche totalmente impotenti di fronte a un mondo che si spacca. “Le cose si dissociano, il centro non può reggere”. Non saranno i Bersani, i Berlusconi o i Napolitano a tenere insieme le zolle tettoniche in movimento.
Come interpretare altrimenti il fatto che le “elezioni più inutili della storia” - definizione nostra – abbiano prodotto la più seria rottura di continuità nel panorama politico italiano?
Era tutto fatto.
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Tanto denaro per nulla
La vertigine della finanza creativa
Luigi Pandolfi
Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Un’asserzione tanto straordinariamente attuale da sembrare un commento a ciò che ci sta passando sotto gli occhi oggigiorno. Di certo essa costituisce una dimostrazione lampante dell’utilità del pensiero marxiano nella sua parte critico-interpretativa, a fronte della fallacità delle sue componenti profetico-deterministiche.
“Fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più “attempata” del capitalismo mondiale? Certo che sì. Basta un solo esempio per suffragare questo assioma. Quante volte abbiamo sentito parlare, a proposito dell’economia finanziaria, di “economia di carta”, di quella sfera separata dall’economia reale in cui il denaro si tira fuori dal denaro stesso? Immagino tante volte. E di “cartolarizzazioni”? Un po’ meno, credo. Eppure tra le due espressioni c’è una stretta correlazione, ancorché la prima sia nata con valore dispregiativo, mentre la seconda rimandi al linguaggio tecnico-ufficiale del mondo finanziario e degli analisti economici. La correlazione consiste nel fatto che entrambe sottendono concetti affini (“Carta” nel senso di moneta, titoli, ecc.), e che la seconda ha in un certo senso riscattato la prima.
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Cosa insegnano le elezioni
I perché della sconfitta
di Domenico Moro*
Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.
Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari - è stata bocciata.
I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo.
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Viva l’ingovernabilità: una nota leggera
Gigi Roggero
Dobbiamo fare delle premesse, mettere in guardia dai pericoli, smarrirci nelle precisazioni? Se sì mettiamo avanti le cautele, diciamo che Grillo è una figura inquietante, rassicuriamo che noi siamo tutt’altra cosa, dettagliamo i rischi dell’attuale scenario, specifichiamo che non siamo fautori di un caos fine a se stesso, giuriamo di non credere al tanto peggio tanto meglio, eccetera eccetera eccetera. Per una volta invece vogliamo saltare questa liturgia e prestare il fianco agli equivoci, perché è il contesto della crisi a essere costitutivamente equivoco.
Innanzitutto, quindi, vogliamo dare una tonalità emotiva ai risultati elettorali: evviva! Perché del resto dovremmo condividere un senso di sconfitta con chi è stato alternativamente un nostro avversario o un nostro nemico? Diciamolo in modo secco: da questo voto per loro devastante escono sconfitti l’agenda dell’austerity temporaneamente targata Monti e chi più si era presentato come il suo continuatore, il Partito Democratico e la sua appendicina di sinistra, Sel. Se poi guardiamo più da vicino le grottesche disfatte di Vendola e Ingroia (a proposito: dove sono finiti i fabbrichisti di Nichi e gli arancioni anti-corruzione e filo-costituzione?), dovremmo attenderci le dimissioni della magistratura e magari di una parte consistente del ceto politico di movimento. Aggiungiamo che, tra i molti sconfitti, vi è il sistema dei media, da Santoro al Partito di Repubblica. A quando una critica radicale di stampa e televisione agito autonomamente dai movimenti? Ecco un punto di programma per noi tutti.
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Il giocattolo rotto di Bernanke
di Pasquale Cicalese
Crea moneta, spara moneta, compra carta straccia, butta soldi dall’elicottero e la crisi “finirà”.
E’ la Greenspan put, in vigore dal crollo borsistico del 1987, il peggiore in un giorno nella storia di Wall Street. Ripresa con forza con lo sboom della new economy del 1999 e dal 2001, causa Torri Gemelle, protrattasi fino al 2007. Ancora un crollo nel 2008 ed essa viene “sostituita” dalla Bernanke Put, un micidiale mix di acquisto titoli tossici e tassi di interesse pari allo 0% che invade i mercati monetari, obbligazionari e azionari del mondo. In una parola, “asset inflation”: Wall Street ai massimi storici, prezzi delle case nuovamente in crescita, “effetto ricchezza”, boom di consumi di beni di lusso.
Effetti sull’economia? Venti giorni fa le statistiche americane informavano il mondo che il pil congiunturale dell’ultimo trimestre del 2012 in USA era pari a -01%; i dati sui sussidi di disoccupazione sono in crescita, gli indici produttivi segnalano rallentamenti.
Avevano iniziato i Brics a criticare la Bernanke Put. Nel 2009 Zhou Xiaochuan informava la comunità finanziaria mondiale che la Cina propende per l’abbandono del dollaro ed è favorevole alla diffusione dei diritti speciali di prelievo presso il Fondo Monetario, composti da un paniere di valute, possibilmente anche yuan.
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Allora «ci sarà una sola scienza»
Sul rapporto tra natura e storia in Karl Marx
Giovanni Sgrò
Karl Marx ha offerto in molte sue opere, non solo nei “giovanili” Manoscritti economico-filosofici del 1844 o ne L’ideologia tedesca, ma anche nei più “maturi” Grundrisse e ne Il capitale, una profonda riflessione sulla relazione e, in particolare, sulla convergenza, compresenza e complementarietà di natura e storia1.
Le sfere della natura e della storia non costituiscono infatti per Marx degli «opposti reali»2, inconciliabili tra loro; esse concorrono a formare piuttosto quello che Marx, sulla scorta di Hegel, definisce una «unità dialettica», ovvero «differenze nell’ambito di una unità», «articolazioni di una totalità» e tra questi due momenti, come «avviene in ogni insieme organico», si esercita «un’azione reciproca [Wechselwirkung]»3.
Per questo Marx, nelle sue opere, parla sempre di una «natura storica» e di una «storia naturale»4 dell’uomo, a seconda dell’elemento che al momento e nel contesto specifico egli desidera o è necessario prediligere e mettere in evidenza, senza per questo voler o dover assolutamente escludere l’altro momento dell’«unità dialettica».
Una volta premessa e chiarita la loro convergenza, compresenza e complementarietà e per non sacrificare ad esse la differentia specifica di ognuna delle due sfere, direi di iniziare, per comodità e chiarezza espositiva, con la «natura storica» dell’uomo, con il suo essere, “per natura”, un ente storicamente generato e determinato.
Nella prima sezione de L’ideologia tedesca, intitolata Feuerbach e rimasta a uno stato altamente frammentario, dovendo aver a che fare «con gente priva di presupposti come i tedeschi» e in dichiarata polemica con la concezione idealistica della storia di Hegel e dei Giovani hegeliani, Marx ed Engels cominciano con l’enunciare e con il constatare il «presupposto di ogni esistenza umana, e dunque di ogni storia», il presupposto cioè che per essere in grado di “fare storia”, gli uomini «devono essere in grado di vivere»5.
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Sotto la toga, niente
Guido Viale
Il flop di Rivoluzione civile non era scontato, ma largamente prevedibile. Quella lista era stata promossa da tre ex pm che portavano in dote uno, una sacrosanta polemica con il presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia, ma che era solo all’inizio, o era stata interrotta precocemente (mancava sicuramente, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Riina e la «messa in salvo» del suo archivio, consegnato indenne a Provenzano.
E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli (oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che però comincia a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione in cui si trova Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo, ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della Tem e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi.
A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro, che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi dagli indizi che li inchiodavano,
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L’Italia non può permettersi l’austerità di Monti
Tiziano Cavalieri
Le critiche alle politiche di austerità che l’unione monetaria europea vorrebbe imporre a tutti i paesi dell’area ormai provengono da molti economisti, che temono una spirale deflazionistica e una disintegrazione della zona euro con gravi conseguenze sociali e politiche. Tra questi, Wolfgang Munchau con un articolo sul Financial Times del 20 gennaio che prende di mira la politica di Mario Monti: “Monti is not the right man to lead italy”. In realtà l’attacco è rivolto contro le politiche europee ed un assetto istituzionale che esaspera le differenze interne all’area dell’euro e mette in crisi la coesione.
L’avvitamento della crisi
Le politiche di rigore consistono nell’adozione del pareggio di bilancio (recepito nelle Costituzioni dei singoli paesi), nel rimborso nei prossimi venti anni del debito che superi il 60 per cento del prodotto interno, nella deflazione salariale come strumento di aggiustamento degli squilibri dei conti correnti esistenti fra i paesi. Queste politiche, e l’esistenza di una banca centrale europea che non può acquisire i titoli del debito pubblico, e non può quindi determinare i saggi di interesse, ha conseguenze depressive sui paesi con alti livelli di debito sia pubblico che privato.
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Perché il Fiscal Compact sprofonderà l’Europa nel baratro
Un patto per l'austerità perpetuaLa crisi attuale, iniziata nel 2007, ha messo in evidenza i pericoli della costruzione europea attuale dominata dal neoliberismo. Nei primi mesi del 2012, le classi dirigenti così come la tecnocrazia europea sono state incapaci di superare la crisi. Ancora peggio, oggi utilizzano la crisi per raggiungere il loro principale e costante obiettivo: ridurre la spesa pubblica, indebolire il modello sociale europeo, il diritto al lavoro, e impedire ai cittadini di avere una qualsiasi voce in capitolo.
La situazione diventa così catastrofica. Per ammissione stessa della Commissione, la zona euro prevede un calo del Pil nel 2012 (-0,3%). Nel marzo 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro ha raggiunto il 10,9%. La crisi si è tradotta nella perdita di circa il 9% del Pil. Tuttavia, la Commissione continua a imporre politiche di austerity, che spingono l’Europa verso una recessione senza fine. Sebbene siano la cecità e l’avidità dei mercati finanziari ad aver causato la crisi, sono la spesa pubblica e la protezione sociale a essere colpite.
La Commissione, la Bce e gli stati membri consentono ai mercati finanziari di speculare contro i debiti pubblici. Hanno permesso ai creditori di imporre tassi d’interesse esorbitanti all’Italia e alla Spagna.
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L’euro è ormai un morto che cammina
Occorre tentare una exit strategy “da sinistra”
di Emiliano Brancaccio
Il signor euro aveva più volte rischiato l’infarto. Il dottor Draghi decise allora di metterlo in coma farmacologico. Sulla cura però indugiava, e a intervalli periodici il dilemma amletico gli si ripresentava: lasciarlo dormire o farlo morire? Draghi insisteva per la prima soluzione. Ma ad un tratto il popolo italiano ha improvvisamente optato per la seconda: ormai l’euro è solo uno zombie, un morto che cammina. Volenti o nolenti, prendiamone atto.
Vedrete che nel Direttorio della Bce l’avranno già capito. A Francoforte si accingeranno a modificare la “regola di solvibilità” della politica monetaria: il famigerato ombrello europeo contro la speculazione verrà pian piano chiuso, per poi finire in cantina [1]. La dottrina del falco Jurgen Stark, uscita dalla porta, si appresta dunque a rientrare dalla finestra. Si può star certi che il dottor Draghi dovrà accoglierla con tutti gli onori. Le più fosche previsioni di un appello di 300 economisti, pubblicato nel giugno 2010, si stanno dunque avverando [2]. La pretesa della Bce di proteggere dagli attacchi speculativi solo i paesi devoti alla disciplina dell’austerity, si è rivelata un clamoroso errore, logico e politico. L’Italia, che ha dato i lumi al Rinascimento ma anche al Fascismo, ieri ha sancito che per l’euro non resta che recitare il De Profundis.
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Analisi (semiseria) del voto
Sebastiano Isaia
Mi fanno scompisciare dal ridere tutti quegli insulsi sinistrorsi che in queste ore di sgomento e di dolore post-elettorale («Hanno vinto due buffoni!») stanno cercando di dimostrare ai «grillini in buona fede» che Grillo e Casaleggio, «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (Wu Ming), non intendono in alcun modo porsi alla testa di un processo rivoluzionario anticapitalista, né di un movimento di protesta sociale autenticamente progressista, se non proprio rivoluzionario. È ora che la base del M 5 S capisca che i «due guru miliardari» hanno ricevuto dagli oscuri poteri della conservazione l’incarico di sabotare una possibile soluzione rivoluzionaria della crisi italiana. Nientemeno!
«Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie … il movimento 5 stelle ha difeso il sistema … Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema» (Wu Ming, Internazionale, 26 febbraio 2013). Domanda nient’affatto pignola: a quale rivoluzione, ancorché apparente e retorica, si allude? A quale sistema si fa riferimento?
«In questo Paese abbiamo messo all’ordine del giorno la legalità». «Da oggi non mi vergogno più di essere un italiano». «L’onestà andrà di moda». «Noi appoggeremo tutte le buone proposte, da qualunque parte esse arriveranno. Il nostro è un movimento che non ha nulla a che fare con le vecchie ideologie: per noi destra e sinistra pari sono.
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Non la rivoluzione, ma forse qualcosa di rivoluzionario…
di Andrea Inglese
Non so se in questa campagna Bersani, Vendola o addirittura Ingroia abbiano detto qualcosa di sinistra. Mi sono reso conto, però, anche se tardi, che Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Ognuno ha il suo dio delle giustificazioni, in ogni caso il 2,2% di Ingroia la dice lunga sulla stagione della politica fatta dai magistrati, e la dice lunga anche su quel che resta di Rifondazione Comunista e sulla sua attuale capacità di aggregazione dei movimenti. Con tutto il rispetto di quei magistrati che sono in perpetua lotta contro la metastasi del sistema italiano, non basterà il loro lavoro per venirne fuori. E non solo per i limiti del legalismo democratico, ma per i limiti intrinseci del metodo: una classe dirigente disastrosa non si rinnova con la moltiplicazione delle perquisizioni. Da tangentopoli si gioca a guardie e ladri senza che il tasso di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata sia mai davvero declinato.
Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. E lo ha fatto senza bisogno di spaccare le vetrine, ma facendo diventare il Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Vendola, d’un tratto, è sembrato ieri sera rendersene conto, che Grillo era, in fondo, dalla sua parte. È stato come rompere un tabù: lui è dei nostri, fa le battaglie che condividiamo, è di sinistra in fondo. Rottura di tabù fuori tempo massimo?
Ma il problema non è solo di Vendola, o dei rintronatissimi dirigenti del PD, ma è pure mio, di molti amici, di molti compagni, che hanno ritenuto Grillo un fenomeno irrilevante dal punto di vista politico, o in ogni caso un fenomeno puramente sintomatico. (O ancora, un esempio di controrivoluzione, come lo vedono i Wu Ming. Ma sul loro giudizio tornerò alla fine.)
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Le alternative del dopo voto
di Alfonso Gianni
Dopo il non esito del voto di domenica e lunedì, si pongono diverse alternative cui bisognerebbe rispondere in modo netto.
La prima. I mitici e famigerati mercati non hanno gradito. La Borsa di Milano chiude con meno quattro, ma anche le altre capitali europee viaggiano con il segno meno. E’ tutta l’Europa che traballa, e non potrebbe essere diverso date le premesse.
Contrariamente al leit motiv di Bersani, noi non siamo la Grecia quanto a impatto sullo scenario europeo. Lo spread rimbalza a 340, 50 punti in più, pari ad un aggravio di costo per lo Stato di circa 1,5 mld su base annua. Il quadro macroeconomico non è buono, ma pensare che esso sia solo il frutto della instabilità politica italiana significa vivere in un mondo virtuale e non avere mai capito le dinamiche di fondo di questa crisi economica epocale.
Quindi o si dà retta ai mercati o si dà retta alla esigenza di democrazia. Questa è la prima scelta da fare. Se si dovesse scegliere la prima strada, si andrebbe incontro a soluzioni che tutte più o meno portano a grandi coalizioni e alla rimessa in campo della destra di Berlusconi, visto che i numeri al Senato mandano in fumo l’ipotesi su cui il centrosinistra si era fin qui basato in caso di insufficienza - al di là delle punture di spillo in campagna elettorale - ovvero l’alleanza con Monti.
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Quello che ci conferma questa tornata elettorale
di Militant
“Un risultato schizofrenico: l’Italia ha attraversato la crisi e affrontato i sacrifici imposti dalle misure di risanamento con più compostezza, con meno proteste e tensioni sociali degli altri paesi europei. Poi, al momento di votare, ecco che il paese che era considerato tra i più europeisti, premia un movimento anti-UE come quello di Grillo e la coalizione di Berlusconi, sotto l’effetto di impulsi populisti e di ostilità nei confronti di Bruxelles”. Firmato: Charlie Kupchan, politologo statunitense del Council on Foreign Relations.
Iniziamo da queste parole, lette oggi sul Corriere della Sera, che da sole confermano tutto ciò che andiamo dicendo da anni, che abbiamo detto il giorno stesso delle elezioni, e che la cosiddetta “sinistra radicale” continua a non capire, chiudendosi nel suo ostinato quanto sprezzante tentativo di aggirare la realtà provando a chiedere un voto basato sul nulla. Voto che ne ha decretato l’ulteriore scomparsa da qualsiasi orizzonte politico. Un accanimento terapeutico, questo, a cui avremmo tutti il dovere di porre fine con una significativa eutanasia per impossibilità di rianimazione.
L’assenza di qualsiasi organizzazione politica che sappia stare nelle lotte sociali produce assenza di conflitto politico. Le varie forme di conflittualità che emergono rimangono infatti ferme allo stadio vertenziale, prive di qualsiasi prospettiva che possa incidere sui meccanismi del potere.
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La pelle del giaguaro
Augusto Illuminati
È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.
Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni.
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Grillo, i movimenti, e i palazzi papali
di Pino Cabras
Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza.
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Cedimento strutturale
di Marco Revelli
Bipolarismo addio
Doveva essere un terremoto. E lo è stato. Da questa tornata elettorale il sistema politico italiano esce a pezzi. E non solo perché l'outsider assoluto, il cane in chiesa di tutta la politica professionale - il teorico del «partito non-partito» -, balza al centro della scena politica per eccellenza. Né soltanto perché, per effetto di una legge elettorale scellerata, Camera e Senato si contraddicono a vicenda, mandando in cortocircuito il nostro bicameralismo simmetrico. E producendo l'unica cosa che tutti avrebbero voluto evitare: l'ingovernabilità.
Ma anche perché è la struttura stessa del nostro assetto istituzionale che subisce un cedimento strutturale. Sono i suoi «fondamentali» a sgretolarsi, tanto che è assai più facile dire che cosa finisca che non che cosa nasca o anche solo si annunci.
Finisce sicuramente la cosiddetta Seconda Repubblica. Quella in cui due schieramenti, di volta in volta identificati da una persona - di cui da una parte Berlusconi rappresentava la costante e dall'altra si ruotava - monopolizzavano il campo, e mimavano una sorta di alternanza. Ora il meccanismo si è rotto: la platea dei competitor si è ampliata con una presenza inaspettata, e l'impossibilità di alternarsi si conclude in una caduta libera. Finisce così anche il bizzarro bipolarismo maggioritario e più o meno egemonico, che era stato teorizzato nel 2008 (ricordate Veltroni?) e che si era già schiantato nel novembre del 2011, col «governo del Presidente».
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Grillo e i movimenti
Continuità rimosse e preoccupanti contiguità
di Lorenzo Zamponi
Il consenso raccolto da Beppe Grillo e dal suo Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali della scorsa primavera e poi alle regionali in Sicilia, ora atteso alla prova delle politiche, ha generato una serie di interessanti analisi, concentrate su diversi aspetti della galassia grillina. Abbiamo già segnalato "Un Grillo qualunque", di Giuliano Santoro (di cui ospitammo un'anticipazione nel primo numero dei Quaderni Corsari), ed è ora appena uscito (chi scrive non l'ha ancora letto, quindi per ora lo consigliamo sulla fiducia) "L'armata di Grillo", di Matteo Pucciarelli. Analisi interessanti e condivisibili, nonché portatrici di un punto di vista inevitabilmente critico nei confronti del Movimento 5 Stelle, sia per i suoi aspetti di populismo digitale, intimamente connessi ai meccanismi della politica-spettacolo di cui Silvio Berlusconi è stato il massimo inteprete negli ultimi 20 anni, sia per le dinamiche interne tutt'altro che democratiche.
Resta però, un nodo rimosso, su cui a sinistra non ci sta interrogando abbastanza, tanto che notizie come questa, con il celebre attivista No Tav Alberto Perino che annuncia pubblicamente il proprio voto al Movimento 5 Stelle, vengono accolte da un silenzio che è metà stupore e metà alzata di spalle. Fondamentalmente, facciamo gli gnorri, nella speranza che nessuno se ne accorga. Eppure il nodo esiste: ci sono innegabili elementi di continuità e di contiguità tra la proposta politica del Movimento 5 Stelle e il portato delle mobilitazioni sociali degli ultimi anni.
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Più democrazia = più produttività?
Una risposta a Gianni Marchetto
di Vittorio Rieser
Da tempo l’elaborazione di Gianni Marchetto ruota attorno al rapporto tra democrazia e produttività, e la sua impostazione viene sintetizzata nelle formula +democrazia = +produttività. Ne abbiamo discusso più volte, e qui cerco di sistematizzare le mie obiezioni
1. Più democrazia = più produttività? considerazioni introduttive
La formula +democrazia = +produttività compare spesso, nei testi di Marchetto, collegata a una citazione di Norbert Wiener, secondo il quale, nell’industria capitalistica, l’operaio utilizza un milionesimo delle sue capacità cerebrali. C’è indubbiamente un nesso tra le due cose, e a prima vista sembra quasi una questione di buon senso: certo, se si utilizzassero di più le capacità intellettuali dei lavoratori (e “più democrazia” significa anche questo), la produttività aumenterebbe. In questi termini, l’affermazione potrebbe coincidere con la definizione del comunismo, ed essere una sorta di “utopia regolativa”. (Naturalmente, ci sarebbe poi da vedere cosa si intende per “produttività” in una società comunista).
Ma l’impostazione che dà Marchetto al problema non è questa: egli affronta il problema non in termini di utopia regolativa, ma di linea strategica, riferita alla società attuale. E infatti si riferisce a “produttività” nella sua accezione capitalistica, e – spesso anche se non sempre – nella sua specifica dimensione aziendale. Insomma, +democrazia=+produttività è una linea strategica che viene proposta alla lotta di classe (anzitutto, ma non solo, alla lotta sindacale) in questa società capitalistica.
Questa impostazione, a parer mio, non tiene conto di due elementi essenziali.
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Grillo in Val Susa
di Raffaele Sciortino
Difficile dire se la piazza stracolma di Susa, giovedì scorso, sia stato più un appuntamento di massa del movimento No Tav o una delle numerose e partecipate tappe del giro elettorale di Beppe Grillo. Certo, a differenza delle altre, questa è stata un incontro tra due realtà, diciamo così, ben note l’una all’altra. Nessun “andiamo a vedere” cosa offre – nella desolazione generale di questa tornata elettorale – il comico, da parte di individui isolati che in piazza scoprono poi con gioia di non essere proprio pochi e anzi di nutrire una passione forse condivisibile. Ma anche ben consapevole, Grillo, di rivolgersi a un soggetto collettivo, eterogeneo e collettivo, al quale il M5S deve molto della sua spinta ideale, molto del suo attuale se puede.
Nulla di nuovo, dunque? Non proprio. Grillo ha chiesto alla piazza No Tav di ascoltarlo questa volta su di una proposta sua e di affrontare insieme -con il peso che il movimento ha saputo acquisire in questi anni- un passaggio politico a scala nazionale. Più che i singoli elementi di un programma ancora poco lineare, importa il cuore della proposta grillina: farsi comunità di cittadini per sbaraccare chi si sta letteralmente mangiando e svendendo il paese. Un discorso dunque di “potere”.
In termini di mobilitazione prevalentemente elettorale, certo, ma almeno per ora senza compromessi. Senza le mani in pasta nel “sistema”, quello oramai strettamente intrecciato dei partiti, tutti, e della finanza.
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