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Europa: menzogne sul debito pubblico
La costruzione di un nuovo modello di stato
di Giovanna Cracco
In merito alle cause e alle soluzioni della crisi economica che sta cambiando il volto delle architetture sociali dei Paesi europei, la propaganda del potere economico-politico ha raggiunto livelli orwelliani.
Una banda di plutocrati siede al Ministero della Verità e una nutrita schiera di giornalisti servili fa da megafono alle menzogne. La materia ben si presta, più di altre, alla manipolazione della realtà: l’economia e la finanza sono ambiti specialistici che le persone comuni poco conoscono. Diventa dunque facile creare una ‘verità’: si formula un postulato – un’affermazione che, pur non essendo né evidente né dimostrata, viene considerata vera e posta come fondamento di una teoria deduttiva che altrimenti risulterebbe incoerente – e tramite l’informazione di palazzo (in Italia tutta la grande informazione) lo si diffonde. Una volta che ha sedimentato nel cervello dei cittadini, la strada per delineare il quadro teorico è tutta discesa.
Un Paese con un elevato rapporto debito pubblico/Pil rischia il fallimento, questo è il postulato. Segue il quadro teorico: i tassi di interesse sui titoli pubblici crescono, perché per investire denaro in un Paese a rischio default il mercato pretende di essere ricompensato con profitti maggiori; dunque, l’unica soluzione per uscire dalla crisi è ridurre il debito pubblico e così riconquistare la fiducia dei mercati.
I dati reali sono, per qualsiasi propaganda, il colpo di vento che fa crollare il castello di carte.
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Quello che abbiamo e quello che ci manca
∫connessioni precarie
Di fronte alle imponenti manifestazioni che hanno luogo a Madrid, Lisbona e Atene, e alla costante presenza di un’opposizione sociale all’austerity nei paesi che più stanno subendo le politiche di tagli voluti dal patto salva-euro, è frequente la domanda: cosa accade invece in Italia? Oppure: perché in Italia le molte lotte quotidiane contro gli attacchi tecnicamente sferrati dal governo non si saldano, come accade in altri luoghi dell’area mediterranea?
Reclamare un reddito di base incondizionato, di fronte alla precarietà e alla povertà dilagante, è cosa giusta. Difendere il lavoro dipendente, salvaguardando articolo 18 e ammortizzatori sociali, è cosa giusta. Evocare l’assedio del Parlamento, perché così accade in Spagna, Grecia e Portogallo, è un’idea suggestiva. Qualcosa però dovrebbe suggerire che continuare su questa strada non servirà. Nessuna di queste giuste e suggestive prospettive sembra porsi il problema dell’accumulazione di forza che è necessaria per vincere, o anche soltanto a dare all’esasperazione diffusa una forma che sia diversa dalla mera rabbia o indignazione, che rischiano sempre di limitarsi a momenti di sfogo tanto straordinari quanto fugaci.
Sarebbe bene smetterla di ricamare sulla carta ciò che andrebbe fatto, e iniziare a misurarsi con la condizione reale che la precarietà ha prodotto ben prima dei provvedimenti sul lavoro del governo Monti, e che la crisi continua a riprodurre con l’ostinazione di un movimento reale.
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«Le manovre tecniche hanno creato recessione»
di Vladimiro Giacchè
La Corte fa due conti: e boccia il governo tecnico. Il linguaggio garbato, gli sparsi riconoscimenti all’operato del governo e qualche richiamo ai vincoli europei non devono ingannare: l’audizione della Corte dei Conti davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato è stata una sonora bocciatura del governo dei tecnici.
I magistrati della Corte dei Conti hanno esaminato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e hanno sottolineato con la matita blu la dubbia efficacia delle politiche governative e i loro sicuri effetti negativi sulla crescita del nostro Paese.
Per quanto riguarda gli effetti negativi, non hanno dovuto faticare molto. Come giustamente rilevano in apertura della loro relazione, infatti, «sul fronte delle prospettive economiche, il peggioramento rispetto all’aprile scorso appare assai netto e, per l’Italia, drammatico». Ad aprile era stata stesa la prima versione del Documento di Economia e Finanza, e già allora la Corte dei conti aveva avuto qualcosa da ridire: in par- ticolare sull’aumento di una pressione fiscale, «già fuori linea nel confronto europeo» e tale da generare un ulteriore effetto recessivo.
A questo riguardo la Corte sottolineava «il pericolo di un corto circuito rigore/crescita» favorito proprio dalla composizione delle manovre correttive proposte nel Documento (per quasi il 70% affidate ad aumenti di imposte e tasse a chi già le paga).
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La futura classe dirigente? "Allineata e coperta"
di Dante Barontini
Il problema della selezione della classe dirigente è antico quanto l'organizzazione umana. Ma il modo più stupido e reazionario di risolverlo è quello che vieta la candidabilità a chi sia stato condannato “in via definitiva”. Sappiamo di dire una cosa impopolare, in tempi di forconi levati contro i Batman di turno, ma è bene ragionare sempre per non ritrovarsi infilzati dalle idiozie di moda che ci sono sembrate per un momento accattivanti. Perché nella società della comunicazione le mode cambiano, e anche spesso, ma le conseguenze restano. Ed anche a lungo.
Venti anni di populismo virato sul tema della “legalità” hanno partorito prima 20 anni di Berlusconi (e nessuno si rassegna a cogliere questo esito solo apparentemente paradossale), poi un anno di “montismo” che aspira a dominare per anche più di un ventennio.
Che cosa è infatti la “legalità”? Sono le leggi esistenti, in vigore in questo momento in un territorio delimitato da confini certi, e fatte rispettare da una serie di istituzioni ed apparati (magistratura e polizie di vario tipo). Anche un asino dovrebbe dunque sapere che una cosa è la legge e tutt'altra la giustizia.
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Habermas, Balibar e la democrazia che evapora
di Gianni Ferrara
Per essere un veterano della critica all'Europa dei Trattati e dei mercati spero che l'intervento di Habermas, Bofinger e Nida-Ruemelin (la Repubblica del 4 agosto) così come la presa di posizione di Balibar e Kaldor (su questo sito) assieme alla crisi di rigetto che si estende nella varie nazioni del Continente ridestino la coscienza europea dal sonno delle ragioni della democrazia.
Quelle ragioni che il neoliberismo dei Trattati ha sottratto ai popoli europei istituzionalizzando della democrazia una autentica mistificazione, quella dell'Ue. La cui legittimazione sarebbe derivata dalla democraticità degli stati di appartenenza. Come se la rappresentanza politica dei Parlamenti di questi stati potesse essere trasferita ai rispettivi governi, usati come tramite per una successiva investitura di rappresentatività operata a favore delle istituzioni intergovernative dell'Unione. L'evaporazione della rappresentanza parlamentare si sarebbe poi estesa oltre le istituzioni intergovernative (Consiglio, Consiglio dei capi di stato e di governo).
Perché tali istituzioni, come del resto lo stesso Parlamento europeo, pur se rappresentativo di tutti i popoli dell'Unione, sono a potestà dimezzata.
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Perché il liberismo (di destra e di sinistra) non tramonta
A proposito di “Ancora Keynes?!” di Giovanni Mazzetti
di Luca Michelini
1. Attraverso una puntuale critica del pensiero, della politica economica e dei risultati economici del neo-liberismo, il libro di Giovanni Mazzetti Ancora Keynes?! (Asterios Editore, Trieste, 2012, pp. 93, euro 8) propone una salutare interazione tra le riflessioni di Keynes e di Marx, per tratteggiare una sintetica indagine sul “significato” storico della fase attuale dell’economia mondiale, contraddistinta dall’esplosione del deficit pubblico.
Il problema fondamentale dell’economia capitalistica appare essere quello degli sbocchi e i modi attraverso i quali le società avanzate hanno affrontato questo problema individua altrettanti fasi storiche del capitalismo. Dapprima il problema è stato risolto grazie alla nascita del sistema bancario, che crea moneta – al contrario di quanti ritengono che le banche siano semplici intermediari finanziari, meri redistributori del risparmio agli imprenditori – e permette la chiusura del circuito di produzione e di scambio di ricchezza (di beni utili) volto alla realizzazione del profitto.
Grazie a Keynes e alla politiche keynesiane, in un secondo periodo storico il circuito viene chiuso grazie alla spesa pubblica, che diviene volano degli investimenti privati, ancora capaci di generare la piena occupazione.
Con il crescere della disoccupazione tecnologica il quadro cambia drasticamente, perché diviene inevitabile il ricorso al debito pubblico finanziato dalla banca centrale. Non generando occupazione, infatti, il debito non è più ripagabile, poiché l’aumento di reddito che si realizza grazie alla spesa pubblica è esiguo e quindi insufficienti risultano gli introiti fiscali previsti come fonte di appianamento del debito stesso.
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Anche ai padroni non piace l’austerità
di Guglielmo Forges Davanzati
Il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha ripetutamente chiarito che, affinché si possa ragionevolmente confidare nella ripresa della crescita degli investimenti in Italia, occorre ridurre il ‘cuneo fiscale’ (riducendo la tassazione sul lavoro dipendente), ampliare i mercati di sbocco interni (il che richiederebbe aumenti di spesa pubblica e/o riduzione dell’imposizione fiscale) e, soprattutto, rendere più agevole l’accesso ai finanziamenti bancari da parte delle imprese.
Su quest’ultimo aspetto, occorre partire da un dato di fatto. L’Italia, almeno fino agli anni che hanno preceduto la crisi, è stato, fra i Paesi OCSE e insieme al Giappone, il Paese nel quale è stata più alta la propensione al risparmio delle famiglie. Ciò è in larga misura imputabile al fatto che l’economia italiana – e ancor più quella meridionale - è arrivata relativamente tardi a configurarsi come un’economia industrializzata. Un’economia con elevata incidenza della produzione agricola (e dell’occupazione in agricoltura) è, di norma, un’economia nella quale le famiglie tendono appunto a limitare i propri consumi e a mantenere elevati i risparmi.
Nel corso degli ultimi anni, la propensione al risparmio degli italiani si è drasticamente ridotta. L’Istat calcola, a riguardo, che il tasso di risparmio nazionale lordo, partito da una media del 22,4% nel decennio 1981-1990, è sceso al 20,7% nel decennio successivo. Il declino è continuato nei primi anni Duemila, passando dal 20,2% nel 2001, al 19,9% nel 2002 e al 18,7% nel 2003, e attestandosi – ad oggi – a meno del 12%. Negli ultimi anni, ciò è accaduto fondamentalmente per due ragioni:
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La sinistra e l’inferno della “tecnica”
di Alberto Burgio
Evviva Monti! La sua autocandidatura - una sorpresa soltanto per gli ingenui - fa chiarezza nella palude italiana e mette allo scoperto l'unica seria iniziativa politica di questa fase. La crisi organica del berlusconismo ha costretto i suoi mandanti a inventare un grande centro all'altezza dei tempi. Ed eccolo lì, con tanto di capo carismatico e benedizione vaticana, l'embrione della nuova Dc, ombrello protettivo per finanzieri e industriali assistiti, postfascisti e grandi palazzinari. Sbaglieremo, ma la vera novità che sembra profilarsi è l'implosione dello schema bipolare, camicia di forza imposta a un paese strutturalmente tripartito. Bisogna riconoscerlo, quella che il padronato ha realizzato in questi vent'anni è un'operazione geniale.
Il «centro» del potere
L'ingloriosa fine della prima repubblica, travolta dal malgoverno e dagli scandali, avrebbe potuto (e dovuto) sbloccare il sistema politico e avviare un processo di trasformazione in senso democratico. Al contrario, grazie al maggioritario e al bipolarismo, abbiamo avuto Berlusconi, governi «tecnici» garanti dei poteri forti, e la confluenza di gran parte delle forze postcomuniste in un partito a dominanza moderata. Questo processo giunge ora al suo approdo naturale con la rinascita di un centro riveduto e corretto secondo i dettami del dispotismo finanziario, cioè con un più di tecnocrazia e di chiusura oligarchica. In campo moderato c'è consapevolezza del fine e lungimiranza. Dietro Monti si riorganizzano in tempo reale le energie del capitale, smaniose di incassare i dividendi di una campagna moralizzatrice fondata sulla diffamazione del pubblico (ridotto a sinonimo di spreco e malcostume) e sull'apologia del privato (pretesa garanzia di eccellenza e onestà, di merito, produttività ed efficienza).
La disfatta progressista
E l'avversario? Il fronte progressista? Attraversato da tensioni crescenti, il centrosinistra sembra in bambola, incerto su tutto.
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La (vera) lotta di classe prossima ventura
di Pasquale Cicalese
Copione già visto: rapinatori contro ladri. Sai quanti dossier ci sono in giro tra le forze dell’ordine?
Basta tirarne fuori qualcuno e il gioco è fatto, polli da spennare c’è ne sono a iosa, in questo paese definito dall’Ocse tra i più corrotti al mondo. Che ci possiamo fare? Questo offrono la borghesia italiana e il blocco dominante. Ma per il resto non vedo grandi differenze tra “er Batman” e l’offerta di 45 milioni fatta da Mediobanca a Ligresti per vendere Fonsai al (fu) mondo della cooperazione. E allora, cosa sta succedendo? Negli ultimi vent’anni, parte della classe dirigente se ne è accorta con notevole ritardo.., il blocco dominante ha fatto emerite cavolate, non più sostenibili nella tempesta della crisi di sovrapproduzione che attanaglia parte del mondo e soprattutto il nostro paese. Una di queste è la riforma del Titolo V della Costituzione, preceduta dal decreto legislativo n° 112/98 (cosiddetto Bassanini bis).
E che è successo? Un autentico delirio: la politica energetica, infrastrutturale, industriale e le sovvenzioni alle imprese sono state tutte regionalizzate, una parcellizzazione delle risorse che ha provocato un autentico cortocircuito. Metteteci la formazione professionale, fatta da quegli autentici enti parassitari, compresi dei sindacati ufficiali, che sono gli enti di formazione, metteteci pure che per stabilire se un cittadino ha diritto all’invalidità passa da strutture regionalizzate, metteteci poi la spesa sanitaria e la politica agraria, anch’esse regionalizzate, e il deliro è servito.
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Crisi mondiale e crisi dell'euro
Dafni Ruscetta intervista Bruno Amoroso
• Professor Amoroso, secondo lei l’Italia è davvero vicina all’uscita dal tunnel, come ha dichiarato il Premier Monti? Oppure ‘la notte è ancora lunga’?
La metafora della luce in fondo al tunnel fu utilizzata dal generale William Westmoreland nel 1968, durante un’audizione al senato degli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Quattro anni dopo le sue truppe fuggivano a gambe levate dal tetto dell’ambasciata di Saigon. Nel caso di Monti – e dell’Italia – è sbagliata perché non stiamo avanzando velocemente dentro un tunnel, ma precipitando dentro un pozzo senza fondo. La speranza è che ci si aggrappi a qualcosa per poter poi risalire. Questo qualcosa è distruggere le istituzioni della finanza e della politica che hanno preparato questa crisi – la finanza con scopi predatori e la politica per partecipare al “dividendo” della rapina – e ricostruire un nuovo sistema nazionale e internazionale dove i criteri di giustizia sociale e di sovranità popolare siano rimessi al centro.
• E’ ancora realistica e imminente l’ipotesi di un default di alcuni stati del sud Europa? E l’ipotesi di un crac bancario generalizzato?
Le politiche attuate dall’UE e dalla Banca Centrale Europea preparano la nuova ondata di speculazioni che stanno di fatto foraggiando e dando soldi alle grandi banche, e cioè ai centri della finanza speculativa, e facendo riacquistare ai cittadini europei i titoli spazzatura per rimmetterli poi in circolazione.
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Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo
di Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)
Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.
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Il secolo di Eric Hobsbawm
di Stefano G. Azzarà*
Eric Hobsbawm ha attraversato nella sua non breve ed intensa vita tutti gli snodi e i luoghi più importanti di quel secolo complicato il cui studio, un giorno, gli avrebbe dato notorietà anche al di là della cerchia strettamente accademica: aveva radici nell’impero asburgico, dal quale proveniva la madre viennese, e in quello russo, nel quale era nato il padre polacco; deve i natali nella Alessandria d’Egitto del 1917 al colonialismo britannico e ha conosciuto poi l’Austria e la Germania alla vigilia della grande crisi del 1929; per passare infine – provvidenzialmente, date le sue origini ebraiche – da Berlino a Londra all’avvento del nazismo. Qui, dopo la guerra, si svolgerà il suo impegno politico nel Partito comunista britannico e più avanti nella sinistra radicale inglese e da qui matureranno intensi rapporti con i settori più avanzati del mondo universitario statunitense e un legame privilegiato con l’Italia e il Pci della tradizione storicistica e gramsciana, un interlocutore che poteva comprenderne l’attitudine in misura certamente maggiore di quanto avvenisse nel mondo anglosassone. A Londra, soprattutto, si realizzerà un’ammirevole attività di ricerca che ne ha fatto uno dei maggiori storici contemporanei, come dovranno riconoscere anche quegli intellettuali che da lui erano più distanti sul piano politico e ideologico ma che non potranno fare a meno di studiarne i lavori e di utilizzarne le categorie interpretative.
Hobsbawm esordisce come studioso dei movimenti ribellistici popolari, con un approccio che contribuirà, attraverso un percorso autonomo, a quel rinnovamento del metodo storiografico che nel dopoguerra è stato condotto in diversi contesti dalle “Annales” e da altri interpreti della storia sociale.
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L’austerità sta uccidendo l’Italia
di Sergio Cesaratto
Pubblichiamo l’introduzione di Sergio Cesaratto al seminario tenutosi ieri 1° ottobre presso la Biblioteca del Senato per la presentazione dell’e-book “Oltre l’austerità”. L’audio dell’intero evento è disponibile grazie a Radio Radicale a questo link
L’e-book “Oltre l’austerità” rappresenta uno sforzo collettivo di denuncia delle politiche europee di austerità. Fra i partecipanti vi sono fra i migliori economisti eterodossi italiani, assai noti all’estero. Vorrei qui solo brevemente ricordare il successo del recente workshop per giovani economisti organizzato dal Centro Sraffa che ha tenuto oltre 50 giovani di mezzo mondo a discutere di temi eterodossi. E’ importante che il pensiero economico critico sia difeso e mantenuto vivo nell’accademia – un invito qui ai politici presenti – contro il tentativo di utilizzare la giusta valutazione della ricerca per far fuori chi dissente da una teoria economica dominante che la crisi economica ha certamente screditato, ma non rimosso dalle posizioni di potere. Altro che quarantenni! verrebbe da dire. Parlare oggi con un giovane economista tipico (un bankitaliota per capirci) fa mettere le mani nei capelli a chi ha studiato con i Garegnani, Caffè, Sylos, Graziani e tanti altri maestri (ma naturalmente il menzionato workshop dimostra che vi sono ragazze e ragazzi che pensano con la testa propria). La difesa del pluralismo degli insegnamenti di economia appare dunque ineludibile, e un appello verrà in tal senso diffuso a breve da studenti e docenti. Su questi temi vorrei che davvero da qui uscisse un impegno.
Il libro è anch’esso rappresentativo di un pluralismo di idee. Vi è, tuttavia, più di un elemento che unisce i contributi. In primo luogo che da una diagnosi sbagliata delle cause della crisi non può che seguire una cura sbagliata. L’origine della crisi non è fiscale; l’austerità l’aggrava in una inutile fatica di Sisifo di riaggiustare i conti. Ci unisce anche l’idea che occupazione, crescita, e si badi bene, produttività dipendano fondamentalmente dalla domanda aggregata e non da politiche dell’offerta, necessarie ma non sufficienti.
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Ma l'Italia affonda per «er Batman» o per Monti «il Salvatore»?
di Leonardo Mazzei
Le pecore ladre e i lestofanti al governo
Ecco un tema scabroso, al quale i più si sottraggono. Eppure è proprio lì che ci vogliono inchiodare. Secondo la vulgata, questa sì populistica, la situazione sarebbe la seguente: una classe politica inqualificabile sarebbe l'unica responsabile del disastro attuale e, conseguentemente, solo un prolungato «governo dei tecnici» potrà salvarci da una catastrofe ancora più grave.
Da una parte «er Batman», al secolo Franco Fiorito, capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, un personaggio che avrebbe fatto felice Cesare Lombroso; dall'altra l'«incoronato dai mercati» e dalla Casa Bianca che non si candida ma si «offre» per la prossima legislatura. Due personaggi diversissimi, ma quanto può essere utile il primo al secondo!
Secondo il linguaggio dominante coloro che si oppongono al pensiero unico e al governo unico delle banche sono «populisti», cioè gente che vezzeggia il popolo andando incontro ad un comune sentire per sua natura «semplicistico». Mentre solo loro, classe eletta, conoscendo la complessità delle cose, sono abilitati a discernere quel che è possibile (eh!, le famose compatibilità sistemiche) da ciò che è impossibile, improponibile, irrealizzabile, rigorosamente proibito, certamente «populista».
Bene, in un precedente articolo ci siamo divertiti a dimostrare l'inattendibilità dei cosiddetti «tecnici», anche sul terreno che gli dovrebbe essere più congeniale. Costoro hanno rivisto in 5 mesi (cinque) il debito atteso al 2015 di una quisquilia pari a 142,8 miliardi di euro.
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Meno occupazione e stato in ginocchio con i tagli lineari
Domenico Moro
Il decreto legge 95 del 2012 prevede la riduzione della spesa pubblica di 26 miliardi in tre anni, di cui 4,5 nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014. Per raggiungere questo obiettivo il governo Monti ha predisposto una spending review, che nell’intenzione dovrebbe favorire tagli non lineari ma selettivi, in modo da mantenere inalterato il servizio erogato dalla P.A. La spending review prevede l’intervento su varie direttrici: la soppressione di enti, il tetto allo stipendio dei manager pubblici, le procedure d’acquisto per ridurre i costi di beni e servizi, il riordino degli enti territoriali, la dismissione di immobili dello stato e la riduzione del personale. L’aspetto sicuramente più grave della spending review è la riduzione del personale statale. Il 25 settembre è stata adottata la circolare firmata da Patroni Griffi, il ministro della P. A. La riduzione prevista è del 20% sul costo delle dotazioni organiche del personale dirigente e del 10% del personale non dirigente, in pratica decine di migliaia di persone.
La gestione verrà centralizzata presso il Dipartimento della Funzione pubblica. Le singole amministrazioni dovranno inviare le proposte di tagli entro il 28 settembre (enti pubblici e agenzie) e il 4 ottobre (amministrazione dello stato). Entro il 31 dicembre 2012 verranno quantificati i tagli e comunicata agli interessati la data di cessazione del rapporto di lavoro. Il Dpcm che metterà in mobilità i dipendenti è previsto entro il 31 marzo 2013, mentre entro il 31 maggio 2013 è prevista l’individuazione del personale da collocare in part time. Il provvedimento interesserà tutto il personale pubblico con l’eccezione del comparto sicurezza, il personale operativo operante nei presso gli uffici giudiziari e il personale della magistratura.
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Ancora un tradimento dei chierici?
di Marino Badiale
Per dare un po' di concretezza al nostro discorso sulla cultura contemporanea, discutiamo un esempio specifico: questo articolo di Etienne Balibar, pubblicato sul “Manifesto” qualche giorno fa.
Balibar non ha certo bisogno di grandi presentazioni: allievo di Louis Altusser, coautore di un testo classico del marxismo degli anni Sessanta come “Leggere il Capitale”, è davvero un “grande intellettuale di sinistra” se mai ve n'è uno.
Ebbene, cosa ha da dire un simile personaggio sul tema, oggi così pressante, dell'UE e della sua crisi? Nella sostanza, nulla. Leggendo l'articolo, si vede che il punto fondamentale del discorso di Balibar è la richiesta di un'Europa che sia capace di maggiore democrazia, addirittura maggiore di quella dei singoli Stati nazionali. E chi potrebbe opporsi a una simile lodevole invocazione? Solo che a questa nobile concione manca completamente l'esame delle forze reali in campo. Chi mai realizzerà questa democrazia europea, visto che l'attuale antidemocratica UE è l'espressione dei ceti dirigenti europei, che non solo non intendono rendere più democratica l'UE, ma anzi stanno usando la crisi come clava per espropriare gli Stati di quel poco di democrazia che ancora esprimono? A questa domanda Balibar non può rispondere, perché non c'è risposta. Balibar si rende vagamente conto del problema, cioè del fatto, più volte ricordato in questo blog, che non c'è un “popolo europeo” che possa lottare per una maggiore democrazia nella UE, nel modo in cui i vari popoli europei hanno lottato in passato per una maggiore democrazia nei diversi Stati.
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La congiura dei tecnici
Luigi Cavallaro
Nell'autunno 1980, gli indicatori dell'economia italiana mostravano un andamento contrastato. Nonostante una rilevante crescita del reddito nazionale, in decisa controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati, la bilancia dei pagamenti era passata dal consistente avanzo realizzato nel biennio 1977-78 ad un ancor più largo disavanzo. L'inflazione viaggiava al ritmo del 2% al mese, con aspettative di peggioramento rese evidenti dal sostenuto aumento dei prezzi dei beni-rifugio. La Banca d'Italia, benché avesse riconquistato quell'autorevolezza che aveva visto vacillare durante l'affaire Baffi-Sarcinelli, faticava non poco nella gestione della liquidità: cinque anni prima, in occasione della riforma dell'emissione dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot), si era infatti impegnata ad acquistare tutti i titoli pubblici che fossero rimasti invenduti in asta, accettando di fatto di finanziare i disavanzi del Tesoro con l'emissione di moneta. Non solo, ma il Tesoro poteva attingere ad un'apertura di credito in conto corrente pari al 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva il potere di modificare il tasso di sconto, vale a dire il tasso a cui la Banca presta denaro alle altre banche del sistema e che di fatto decide dell'intera struttura dei tassi d'interesse. I quali, nonostante il brusco rialzo subito sui mercati internazionali a seguito della svolta monetarista voluta l'anno precedente dal Governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, si mantenevano perciò ancora negativi, ossia al di sotto dell'inflazione.
Un problema di potere
Al Ministero del Tesoro si era appena insediato il democristiano Nino Andreatta.
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Brecht: "Cinque difficoltà per chi scrive la verità"
di Pierluigi Vuillermin
Premessa
In questo saggio1 mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l'avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti. Il 1935 è un anno importante nella storia d'Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l'alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l'avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell'impegno e della responsabilità dell'intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo. Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l'intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell'industria culturale e dei mass media, per smascherare l'inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel dramma Vita di Galileo, il capolavoro della maturità. Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un'arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto.
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Se anche i “signori” rovistano nei cassonetti
di Marco Bascetta
Nel dibattito pubblico italiano il tema della violenza, quella politica o politicamente motivata, è andato incontro a un singolare destino: tanto più se ne evocava l’incombenza quanto meno trovava riscontro nella realtà dei fatti. Non vi è episodio, per quanto banale e insignificante, dalla scritta murale al lancio di uova e ortaggi, che i media e le forze politiche tutte non dichiarassero messaggero di un imminente ritorno del terrorismo, la bestia nera degli anni Settanta. L’assenza di una inclinazione significativamente violenta del conflitto sociale creava, per così dire, una sorta di disorientamento, di vuoto nel rapporto di potere tra governanti e governati, che i primi si sarebbero ingegnati a colmare con un notevole sforzo di fantasia, talvolta assecondato dal narcisismo di parte dei movimenti.
Da tutti i pulpiti istituzionali si incitava ossessivamente a “non sottovalutare”, a “non abbassare la guardia” e dunque a oliare e accrescere gli strumenti di controllo e di repressione in attesa di un nemico che stava affilando i coltelli in un’oscurità tanto fitta da non vedersene nemmeno l’ombra. Qualche plico esplosivo di provenienza “informale” (il che la dice lunga sulla consistenza e stabilità strategica dei bombaroli postali) non cambia in alcun modo il quadro di una situazione di conflittualità sociale tenuta sostanzialmente entro solidi argini.
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Il proletariato europeo nel vortice dell’austerity
Monta la protesta in Spagna, Grecia, Portogallo. E in Italia?
Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.( Bertolt Brecht)
Che gli stati dell’Europa meridionale – simpaticamente chiamati PIGS, cioè “maiali”, dalle tecnocrazie dell’UE – siano in crisi, è cosa ormai nota. Come al solito, l’ottimismo dei governi ha avuto le gambe corte: in Italia si rivedono le cifre del PIL, che nel 2013 scenderà dello 0,6% (dopo che già quest'anno andrà giù del 2,4%); lo stesso si fa in Spagna, che vede il proprio PIL in calo del dell’1,4% invece che dello 0,6% finora pronosticato. Quanto alla Grecia, il suo baratro sembra senza fondo: il Ministro delle Finanze greco ha infatti appena annunciato che, dal 2008 al 2014, la contrazione del PIL è calcolabile intorno al 25%. Non meno preoccupante è la situazione in Portogallo, dove il PIL quest’anno è in calo del 3,3%. In queste condizioni lo spread con i titoli tedeschi ricomincia a salire, e non è più solo la Grecia a essere interessata dai piani di “aiuto”…
Ma queste cifre, che pure fotografano una situazione molto grave, non dicono tutto, anzi: vengono usate per nascondere qualcosa. I media infatti tendono a presentarci gli Stati – Italia, Spagna etc – come entità compatte, come unità nazionali che si siedono al tavolo delle trattative con unità nazionali altrettanto compatte – la Germania, la Francia etc –, come se fossimo ancora all’epoca degli Stati-nazione ottocenteschi e non in un’epoca di globalizzazione, di circolazione mondiale di capitali e di formazione di classi dominanti non più su base nazionale ma internazionale. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza per provare a capire cosa sta succedendo per davvero.
È persino banale dire che gli Stati non sono ordinamenti super partes, ma costruzioni politiche mediante le quali la borghesia afferma il suo potere sulle classi lavoratrici facendolo passare per “volontà generale” e “interesse collettivo”.
Quello che sta succedendo negli ultimi mesi in Europa ce ne dà la conferma.
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Siria, un altro tassello del mosaico
Antiper
Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.
Lungo la “linea immaginaria” che collega il Marocco al Pakistan (quello che alcuni hanno definito il “Grande Medio Oriente”), negli ultimi 20 anni si sono succedute senza soluzione di continuità guerre civili, guerre di aggressione imperialista o combinazioni di entrambe. Dalla guerra civile algerina a quella siriana, dalla guerra contro l'Iraq del 1991 a quella libica del 2011, è il conflitto permanente per la ristrutturazione delle sfere di egemonia dopo il crollo dell'URSS ciò che ha contraddistinto quest'area (come del resto anche altre aree).
Quella “linea immaginaria” pone idealmente l'uno di fronte all'altro l'imperialismo “atlantico”, egemone negli ultimi secoli, e le cosiddette “aree emergenti”. È una linea, si potrebbe dire, che divide il vecchio assetto otto-novecentesco guidato prima dall'impero inglese e poi da quello nord-americano dall'assetto che verrà, ancora il larga misura in pectore; è la linea di scontro tra il passato che non vuole morire e il futuro che cerca di nascere. E non è affatto scontato che da questo scontro debba uscire un solo vincitore. È anzi probabile che, almeno nel medio termine, possa determinarsi un equilibrio di tipo multipolare, ciò che gli USA stanno tentando in tutti i modi di scongiurare ricorrendo al principale “vantaggio competitivo” del quale dispongono: la potenza militare.
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Una democrazia in cerca di radicalità
di Sandro Mezzadra
1. Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea (“il Manifesto”, 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere “legittima e quindi possibile” – essa debba realizzare un “sovrappiù” di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo “sovrappiù” di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di “democratizzazione” che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento “intensivo” dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.
Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per “reagire” a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.
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Lo scandalo del vertice di Rio
di Mario Agostinelli
Ho volutamente scelto per queste note un titolo che denunciasse il tentativo criminoso dei potenti della terra di insabbiare la questione climatica –ineludibile se si ha a cuore la vita sul pianeta – contrapponendole come priorità esclusiva un ostinato assillo per il debito finanziario accumulato nei confronti delle future generazioni. E’ in atto, a dire il vero, un ribaltamento di prospettiva che andrebbe duramente confutato: ma non c’è abbastanza coraggio politico e culturale per demistificare un’abile e artificiosa contrapposizione tra generazioni, costruita sulla attribuzione arbitraria di un valore di scambio per ogni risorsa sociale e naturale portata a viva forza al mercato. Per risolvere quel “passivo” contabile – a cui si dedicano in minuetti sempre più privati e segreti i Monti, le Merkel, i Draghi, e perfino i Kissinger e i Bernanke resuscitati – basterebbe redistribuire qui ed ora l’enorme ricchezza accumulata nelle tasche di pochi e immettere nel circuito legale le somme custodite nei paradisi fiscali, impegnate nella corsa agli armamenti, sequestrate dall’economia criminale. Al contrario, il debito nei confronti della natura è strutturalmente inestinguibile in base al modello di crescita attuale e la procrastinazione di quast’ultimo, così accanitamente voluta, comporta uno sperpero irrimediabile dei beni indispensabili alla riproduzione e un contemporaneo aumento dell’ingiustizia sociale.
E’ urgente allora accettare la sfida sul domani, per andare oltre l’orizzonte redistributivo e portarsi a monte, anziché insediarsi a valle delle strutture produttive, economiche, finanziarie e della stessa filiera dei consumi che incrementano incessantemente l’entropia dell’ambiente vitale.
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Fallimento morale e antropologico
di Alberto Burgio
La governatrice del Lazio ha rassegnato le dimissioni. Tanto doverose quanto insufficienti per sanare una democrazia ferita. Al punto che l'idea stessa di rappresentanza suona ironica. Oggi la casta è sinonimo di separatezza, oltre che di corruzione. Nei suoi comportamenti si manifesta la malattia terminale di un sistema politico in sfacelo. Fallimentare sul piano dei risultati materiali e impresentabile sul terreno morale e «antropologico».
È un fenomeno talmente grave, che il discorso morale non basta più. Talmente organico che ricondurlo al solo profilo (im)morale dei protagonisti sarebbe riduttivo. Assodata l'esigenza di punire il malaffare, restano aperte altre questioni. Se l'impressione che in Italia la corruzione politico-amministrativa abbia passato il segno ha fondamento, occorre riflettere su due fattori: la qualità della «classe politica» e le occasioni che le vengono offerte di abbandonarsi a comportamenti indecenti. Si tratta di aspetti connessi perché nessuna tentazione potrebbe fare breccia in un incorruttibile e perché gran parte di quelle tentazioni sono generate in piena autonomia da quanti ad esse cedono. Come dire che qui Sant'Antonio è il diavolo stesso.
Le tentazioni sono troppe. Per cui «fare politica» è ormai, per molti, una carriera: il mezzo per conquistare uno status e fare bella vita, tra case di lusso e vacanze pagate, vitalizi e tesoretti in banca.
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La morale del debito e il tempo rubato
Agnes Rousseaux intervista Maurizio Lazzarato
Prestiti, crediti, creditori, debitori, deficit, debito e tasso di rimborso, "fiscal compact" ... Il debito è ovunque, ha invaso la nostra vita. Ma il debito non è solo economico, il debito è soprattutto un’opera della politica.
Non è una sfortunata conseguenza della crisi, è al centro del progetto neoliberista e permette di rafforzare il controllo degli individui e delle società. "Il rimborso del debito è una appropriazione del tempo. E il tempo è la vita", spiega il sociologo e filosofo Maurizio Lazzarato (La Fabbrica dell'uomo indebitato).
Lei dice che l’Homo debitor è il nuovo volto dell’Homo economicus. Quali sono le caratteristiche di questo "uomo nuovo"?
Molti servizi sociali come l'istruzione e la salute, sono stati trasformati in assicurazioni individuali o in privilegi. Il modello di sviluppo neo liberista è basato su credito e indebitamento. Questa situazione si è aggravata con la crisi dei mutui subprime del 2007. Un esempio? L'istruzione negli Stati uniti: la FED, la banca centrale, ha recentemente stimato che l'importo totale dei prestiti effettuati agli studenti [1] è arrivato alla cifra astronomica di 1000 miliardi di euro! Si tratta di una cifra enorme. Per accedere ai servizi, l’istruzione, si deve pagare tutto con i propri soldi. Si diventa subito debitori. Imprenditori della propria vita, del proprio "capitale umano".
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