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La finanza è il segnale dell’“autunno”
di Giorgio Gattei*
1. Lo scambio capitalistico D–M–D’ (con D’>D) può presentarsi in tre modi: come capitale commerciale con cui si comperano merci a buon mercato per rivenderle più care giusto uno scambio a valori non equivalenti (quello che uno guadagna, l’altro lo perde): D<M<D’; come capitale industriale con cui si comperano mezzi di produzione e forza-lavoro per produrre merci poi vendute ad un valore superiore del valore anticipato per l’aggiunta del plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro salariato: D=M...Produzione...M’=D’; infine come capitale finanziario, con cui si prestano denari per riceverli alla scadenza, senza nemmeno bisogno di transitare per le merci, maggiorati dell’interesse, così che lo scambio è di nuovo a valori non equivalenti: D<D’. Come si vede è soltanto il capitale industriale a rispettare la regola dell’equivalenza degli scambi, il che vuol dire che entrambe le parti implicate ci guadagnano perchè nuova ricchezza è creata, mentre nel capitale commerciale e finanziario ci scambi appena la ricchezza esistente.
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Il velo lacerato della totalità
di Marco Gatto
Tornare a Hegel e a Marx dopo la stagione del postmoderno e del neoliberismo ormai in crisi. Lo propone il filosofo Fredric Jameson, che nei suoi ultimi libri definisce la strada che porta allo sviluppo di un punto di vista critico verso la logica culturale del sistema di potere dominante
Negli ultimi anni, Fredric Jameson si è ha inoltrato in strade tortuose con lo scopo di riconsiderare il pensiero di Hegel e Marx, assumendo come punto d'osservazione privilegiato il metodo dialettico. D'altra parte, gli esordi speculativi di Jameson - in particolare, Marxismo e forma (1971), uscito in Italia nel 1975 con una prefazione di Franco Fortini - rispecchiavano la volontà di confrontarsi con i capisaldi della tradizione dialettica del Novecento, al fine di risollevare le sorti di un pensiero che stava cedendo il passo all'egemonia delle microspecializzazioni analitiche ed empiristiche. D'altronde una tensione verso la totalità ispira largamente anche i lavori più noti di Jameson, a cominciare dal celebre Postmodernismo (uscito nel 1991, pubblicato integralmente da fazi, dopo l'edizione di solo alcuni capitoli da parte della casa editrice Garzanti), in cui la frammentazione alienante della vita sociale e la prospettiva straniante inaugurata dal crollo delle «grandi narrazion» trovano in una rivitalizzazione della dialettica tra particolare e generale, tra individuale e collettivo, una strategia di resistenza e opposizione.
Dissoluzione del moderno
In un tempo che ha dissolto la capacità del soggetto di relazionarsi all'altro e di situarsi in uno spazio condiviso, la teoria ha, per Jameson, l'obbligo di ricostruire una mappa della totalità sociale che sia canale di orientamento anzitutto politico. Da critico della cultura profondamente radicato nella tradizione che da Marx giunge sino ai francofortesi, passando dall'insopprimibile riferimento a Györky Lukács, Jameson si è dunque prodotto in un'inesausta analisi degli oggetti estetici della contemporaneità, sforzandosi di diagnosticare i termini di quella svolta culturale che, con l'ascesa del capitalismo multinazionale, segna la dissoluzione del moderno e la sua deflagrazione in un nuovo tipo di totalità.
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Tornare alla lira e cancellare il debito?*
di Michele Nobile
Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».
Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.
Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.
Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.
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Il conflitto sociale, l’unica chance che ha il capitale di sopravvivere
Militant
Come andiamo dicendo ormai da anni, questa crisi – a nostro modo di vedere – nasce da una lenta ma inesorabile perdita di diritti e potere d’acquisto dei lavoratori occidentali. Una crisi che non inizia nel 2008, o nel 2007, ma parte da molto più lontano, e solo l’assuefazione finanziaria e debitoria ha reso possibile mascherare l’enorme problema che covava il capitalismo, manifestandosi solo recentemente. La droga del consumo a debito ha potuto rimandare di qualche anno un esito che però appariva prevedibile (e infatti c’è chi lo aveva previsto, e non il solito pluricitato Roubini, che ormai ha assunto il ruolo di stregone dell’economia mondiale), e cioè una sovrapproduzione sempre più dilagante a fronte di sempre peggiori condizioni di vita di coloro che producevano. Tutto questo sta diventando, lentamente, coscienza comune. Tutti, infatti, si stanno rendendo conto di come, in fin dei conti, le loro condizioni di vita siano cambiate di poco rispetto a prima della “crisi”, e che nel 2006 non è che stavamo nettamente meglio di oggi. Di come le nostre condizioni di vita, le nostre esistenze, erano già in crisi prima che questa si palesasse come complotto finanziario alla buona e sana economia industriale che invece prosperava prima dell’uragano Lehman Brothers. Insomma, la soluzione non è tornare al 2006, o al 2000, per risolvere, anche in parte, i nostri problemi.
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Una crescita senza benessere
di Guido Viale
La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata sempre più come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit - e debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con una riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto per «rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un aumento dei redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono nella stessa misura: alcuni, per legge; altri, per violazione della legge) e, quindi, delle entrate dello Stato, rendendo più facile il pareggio di bilancio (assurto al rango di obbligo costituzionale) e, forse, anche una riduzione del debito (anch'essa resa obbligatoria dal cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più entrate non bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito, una spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.
La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia non potrà più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente ad azzerare il deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché, allora, economisti e statisti non ne prendono atto? In parte perché non sanno che fare (era una sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in considerazione); in parte per rapinarla; pensioni, salari, posti di lavoro, servizi pubblici, isole, riserve auree: tutto quello di cui ci si può appropriare (privatizzandolo) va preso prima di ammettere l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia non è molto diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una crescita sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in barba ai risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa d'atto del fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione europea. Per questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però un governo ne prendesse atto, annunciando un default concordato - e selettivo: per colpire meno i piccoli risparmiatori - l'Europa correrebbe ai ripari e gli eurobond salterebbero fuori dall'oggi al domani. Ma così, dicono gli economisti, si blocca il circuito bancario e si arresta tutto il processo economico.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.
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Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito
di Raffaele Sciortino
Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo(1). Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.
Proviamo allora a mettere a fuoco - sotto forma di ipotesi in sequenza - il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.
1. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie!
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Una crisi del capitalismo*
di Riccardo Bellofiore
I. Un premier da ridere, un paese da compatire?
Marx ha scritto che la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa. Chi fosse curioso di come potrebbe ripetersi la terza volta, non ha che da guardare all’Italia: un paese dove l’opposizione più dura contro il governo viene - letteralmente – da comici (come Antonio Albanese o i due Guzzanti) o da vignettisti (come Altan o Bucchi). Negli ultimi tempi la realtà è stata però più inventiva della stessa satira. Questa patetica situazione ha d’altra parte distorto la maggior parte delle analisi della situazione economica e politica del paese: come se il problema vero dell’Italia fosse solo il suo primo ministro, distratto da sesso e processi.
L’Italia è nell’occhio del ciclone da quest’estate. Ma per capire la vera natura della crisi italiana è necessario osservarla nel contesto più ampio della crisi europea. Entrambe, ci viene detto, fanno parte di una più vasta crisi del debito sovrano. Ma le cose non stanno proprio così.
II. Dalla crisi europea alla crisi italiana
I limiti della zona euro sono ben noti. Anzitutto abbiamo una ‘moneta unica’ non sostenuta da una corrispondente sovranità politica: una moneta che non è una moneta. Quindi, c’è una Banca Centrale Europea che non agisce come prestatore di ultima istanza, e che non finanzia l’indebitamento dei governi: una banca centrale che si rifiuta di fare quello per cui le banche centrali sono nate.
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In difesa di Silvio Berlusconi (e tutta la sua banda di ruffiani predatori e tagliagole)
Franco Berardi Bifo
Introduzione
Una banda di criminali sapientemente organizzati si è impadronita del potere mediatico, finanziario e politico, e lo detiene con coraggioso sprezzo del pericolo da quasi un ventennio. Un altro ventennio italiano.
La banda si difende assai bene, da ogni punto di vista. Dispone di enormi capitali coi quali è possibile comprare non solo ville, televisioni, giornali, giudici e favori sessuali, ma anche quel che più conta alla distanza: il voto di una parte consistente del Parlamento e il voto di milioni di elettori. Dispone di avvocati ben pagati, preparati, pronti a tutto. La linea di difesa, in generale è la seguente: non intendo rispondere, non me ne importa niente delle accuse che mi rivolgete, delle rivelazioni giornalistiche e di quel che si pensa di me.
Continuo a fare quel che ho sempre fatto, e nessuno ha la forza di fermarmi. Perciò la banda resta salda in sella ancor oggi, autunno 2011. Magari meno solida di un tempo, ma solida abbastanza per continuare a governare sul nulla mentre il paese sprofonda con ogni evidenza in una crisi catastrofica di cui, per essere onesti, la banda non è affatto responsabile, checché ne dica il povero Bersani. La crisi è stata infatti provocata da sommovimenti tellurici di portata planetaria, e la banda per lungo tempo ha deciso che il problema non la riguarda, il che non è del tutto riprovevole dato che non c’è alcun modo di venirne fuori finché la dittatura finanziaria non sarà stata abbattuta, checché ne dica il povero di Bersani.
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Più Stato, meno Stato
Elisabetta Teghil
principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i
senza tetto nelle strade."
( Tony Blair- The Guardian 10 aprile 1997)
La canonizzazione del "bisogno di sicurezza" è in correlazione diretta con l'accantonamento del diritto al lavoro, scritto nella costituzione, ma vanificato dal perpetuarsi della disoccupazione di massa e dalla crescente diffusione del precariato, cioè dalla negazione di ogni sicurezza di vita ad un numero sempre crescente di persone.
La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico.
Così come la versione neoliberista della società è nata negli Stati Uniti, anche la teoria della "tolleranza zero" è nata lì. E l'una, la tolleranza zero, è figlia naturale dell'altro, il neoliberismo.
Questa nuova figura politico-discorsiva della "sicurezza" è di tutti i paesi dell 'Europa occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la "così detta sinistra" di opposizione e/o di governo. Il primo risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto
multiforme quanto iperbolico.
I teorici del "meno Stato" per quanto riguarda le prerogative del capitale, l'impiego della manodopera, lo stato sociale, esigono contemporaneamente "più Stato" in una repressione a tutto campo e senza confini, pensando, così, di dissimulare e contenere le conseguenze deleterie delle peggiorate condizioni economiche e sociali della manodopera, dei ceti medi, dei lavoratori cognitivi.
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Debito pubblico. Perché e come si può non pagarlo
Contropiano intervista Luciano Vasapollo
Il non pagamento del debito pubblico e la fuoriuscita dall’Eurozona non sono più proposte velleitarie, ma possono diventare soluzioni da percorrere. In un libro di prossimo uscita – “Il Risveglio dei maiali”, edizioni Jaca Book – tre economisti marxisti, Arriola, Martufi, Vasapollo, analizzano la crisi in corso, le micidiali conseguenze sui paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) dell’Unione Europea e le possibile proposte per non essere annientati dalla macelleria sociale imposta dalla Banca Centrale Europea e dal governo unico delle banche che sta determinando le sorti dei lavoratori, giovani, disoccupati, pensionati nel nostro e negli altri paesi europei
Abbiamo rivolto alcune domande a Luciano Vasapollo, uno degli autori del libro.
Tra i movimenti sociali e i sindacati di base del nostro paese, sta emergendo la parola d’ordine del “non pagamento del debito”. A tuo avviso è una campagna un po’ velleitaria o una soluzione che può diventare realista? Chi verrebbe danneggiato e chi avvantaggiato da un congelamento o una moratoria del pagamento del debito pubblico italiano?
Non chiediamo certo il non pagamento del debito pubblico in mano alle famiglie, che ad esempio rappresenta in Italia solo il 14% del totale. La moratoria richiesta è nel pagamento del debito pubblico interno ed estero in mano alle banche, finanziarie, assicurazioni, grandi fondi pensione ed investimento. Cerchiamo di capire perché e come.
Il passaggio dall’Europa finanziaria ed economica alla costruzione politica dello Stato sovranazionale europeo, crea un terrorismo massmediatico attraverso un vero e proprio attacco politico e speculativo dei mercati finanziari internazionali per screditare il ruolo degli Stati-Nazione. E’ così che il debito pubblico si trasforma in debito sovrano.
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La mistificazione della democrazia
di Gianni Ferrara
C'è un falso nell'attività pubblica che il codice penale ignora. È il falso nella comunicazione politica. Ha da sempre influito sulla vita politica italiana ma col berlusconismo la ha pervasa. Ora però da fonte diversa se ne sta praticando uno gravissimo di falsi a danno della fede pubblica, degli elettori, della democrazia italiana. A commetterlo sono i promotori dei referendum elettorali che strombazzano la loro avversione al porcellum ma mirano a restaurare il fratello gemello: il mattarellum. Sostengono che così, da una parte, sarà eliminato lo sconcio del "premio di maggioranza" che, in realtà, è attribuito alla minoranza più consistente trasformandola in maggioranza e, d'altra parte, sarà restituito agli elettori il potere di scegliere i loro rappresentanti.
Mentono. Innanzitutto perché quesiti referendari volti a determinare precisamente, chiaramente, nettamente l'eliminazione dei vizi del porcellum c'erano. Erano stati proposti nel giugno scorso. Ma furono combattuti con furioso accanimento e con sciagurato successo proprio dai promotori dei referendum "pro mattarellum" inventati appunto per ostacolare una campagna referendaria che con quei quesiti, una volta approvati, avrebbero capovolto il porcellum da maggioritario in proporzionale. La restaurazione che si tenta col mattarellum è invece diretta proprio a riaffermare il sistema maggioritario di elezione, a garantirlo, consolidarlo, perpetuarlo.
Al di là dei moltissimi e fondatissimi dubbi sull'ammissibilità di tali referendum, alla stregua della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia, va detto, nel merito, che i promotori dei referendum "pro mattarellum" mentono quando dicono di voler eliminare il meccanismo che trasforma la minoranza in maggioranza. Mentono perché mirano a resuscitare un sistema che, pur attribuendo un quarto dei seggi col metodo proporzionale, per gli altri tre quarti, è maggioritario con collegi uninominali. Questo, tra quelli esistenti, è il sistema elettorale che determina il massimo di distorsione degli effetti collegabili alle pronunzie del corpo elettorale.
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Europa: l’eclisse della ragione e della democrazia
Sergio Bruno
I miti della politica monetaria, l'ossessione del debito, le porte aperte alla speculazione, i pericoli dell'austerità, il bisogno di ricostruire l'economia reale. E la mancanza di visione dell'Europa. Tutti i nodi della crisi
Coloro che considerano se stessi quali élites hanno sempre aspirato a governare, possibilmente in un rispettabile ambiente democratico e seguendo le sue regole. Gli ultimi trent’anni hanno conosciuto un tentativo, da parte di varie tecnocrazie, di acquisire una egemonia nelle faccende economiche di maggiore importanza. L’hanno fatto in modo discreto, sicché il processo sottostante è passato inosservato da parte della maggioranza della sfera politica. L’attuale crisi economica offre la possibilità di cominciare ad esplorare questi sottili e surrettizi mutamenti.
Le ragioni del successo degli attacchi speculativi
Il successo che gli attacchi speculativi stanno conseguendo è dovuto ad una sequenza di comportamenti errati da parte dei soggetti di policy, basati su false verità e indotti da cattive analisi. I semi della sequenza perversa che ha condotto a ciò erano stati piantati negli anni 1980, con il trasferimento del potere di signoraggio dagli stati alle banche centrali, e sono stati poi rinforzati, in Europa, “proibendo”, alle banche centrali prima e alla Bce successivamente, di sottoscrivere direttamente i titoli del debito emessi dagli stati membri (Art.101 del Trattato). Protagonisti di questa stravagante commedia sono state le tecnocrazie delle banche centrali – sia a livello nazionale che internazionale – e in una qualche minore misura la Commissione europea. Il ruolo di villains de la pièce l’hanno assunto i governi democraticamente eletti, indipendentemente dai loro orientamenti politici, che hanno passivamente trasferito pezzi di potere, importanti e di rilievo costituzionale, a tali tecnocrazie.
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Frammenti insurrezionali
Marcello Tarì
In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi
Partire dal mezzo
Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.
Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».
Se riusciamo oggi a sentirel’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune,lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime unaforma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.
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Elogio di Terry De Nicolò, filosofa del terzo millennio
Miguel Martinez
Non ho seguito per nulla l’ultima vicenda che coinvolge il nostro presidente del Consiglio, il suo lenone e ricattatore di fiducia il signor Tarantini e un numero sproporzionato di Jeune-Fille di ogni età e dimensione.
Mi hanno però segnalato un video davvero notevole.
E’ un’intervista con una certa Terry De Nicolò, coinvolta non saprei, e non mi interessa, a quale titolo nella vicenda. Nell’intervista, vediamo una signora piuttosto dignitosa, per nulla appariscente, che si esprime in un ottimo italiano. Anche le parolacce che usa, ci stanno, nel contesto del discorso.
Dice la De Nicolò:
“poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi sopratutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno, e viene pagato, come la bravura di un medico. E’ così, è così. Chi questo non lo capisce, “ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, allora stai a casa, non mi rompere i coglioni.”
L’intervistatore dice che secondo la procura, queste feste con queste donne servivano a convincere Berlusconi a fare entrare certi imprenditori nei grandi appalti, “la donna era vista un po’ come una tangente“. Un danno quindi, per l’imprenditore che non usa la donna tangente…
Risponde la De Nicolò,
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Breve storiella del debito pubblico
Militant
Come sappiamo già da mesi, alcuni paesi europei sono stati privati del loro potere politico di indirizzo economico, e sostituiti da strutture europee economico-finanziarie quali la Banca Centrale Europea, il famigerato Fondo Salva Stati (variante europea del Fondo Monetario Internazionale), nonché dalla stessa Unione Europea e dalla Banca Centrale Tedesca. Di fatto, parlare di commissariamento è fin troppo poco: quello che stanno vivendo i paesi più indebitati dell’eurozona ricalca alla perfezione ciò che hanno vissuto, nel corso dell’ottocento e del novecento, decine di paesi del secondo e terzo mondo, con l’FMI al posto del Fondo Salva Stati, la Banca mondiale al posto di quella europea e il governo statunitense al posto dell’Unione Europea. Tutti paesi che, di fronte ad un debito pubblico sempre più grande e col rischio dell’insolvenza, si affidavano a strutture finanziarie sovranazionali che ne determinavano le riforme, ne garantivano la solvibilità e ne indirizzavano le politiche economico-sociali. La storiella del debito, dunque, è abbastanza vecchia da poter essere presa a modello per capire cosa accadrà in Italia, ricordando anche cosa successe a qualche paese invaso dalle stesse cure che toccheranno a noi.
Prima di tutto, è stato preparato a dovere il terreno culturale su cui poi andare a intervenire. Si sono create le condizioni psicologiche che hanno portato la gente ad avere una fottuta paura del debito pubblico, così da vedere il ridimensionamento dello stesso come condizione imprescindibile per andare avanti. La storia è più o meno questa:
I mercati, che sono formati dalla massa di cittadini-risparmiatori che investono i propri risparmi nelle banche comprando obbligazioni o azioni delle società quotate in borsa, stanno portando un attacco speculativo verso i paesi indebitati vendendo le azioni o le obbligazioni di questi paesi, intimoriti dalla possibile insolvenza di questi paesi.
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Europa, occupiamo lo spazio comune
di Ugo Mattei
Non c'è timoniere, né punto d'arrivo nell'attuale "rotta" d'Europa, cresciuta con il motto implicito "meglio che niente". L'alternativa è radicale: uscire dall'egemonia privatistica, mettere al centro della scena la lotta per un diritto del comune e contro l’accumulo istituzionalizzato della ricchezza
Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere e il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione. Non si può escludere che nell’immediato secondo dopoguerra i c.d. padri fondatori dell’Europa, da Shuman a Spinelli da Monet ad Adenauer, avessero in mente un obiettivo, sostanzialmente quello di evitare rigurgiti di aggressività militare tedesca attraverso misure di mercato. Quello scopo, certo importantissimo, è stato raggiunto ma la sconfitta politica del manifesto di Ventotene (almeno nella sua interpretazione più ambiziosa e avanzata) ha semplicemente tramutato la cifra dell’aggressività tedesca da militare a economica, come ampiamente dimostrato inter alia dalla recente vicenda greca. Conseguenza politica del prestigio dei “padri fondatori” è stata l’ideologia, diffusasi soprattutto a sinistra, del “meglio che niente”.
In tempi recenti Delors e Prodi sono stati gli esponenti più prestigiosi della nutrita schiera di quanti sostengono la desiderabilità intrinseca del lavoro politico rivolto all’obiettivo della maggior integrazione. Dall’Atto unico europeo al Trattato di Maastricht, dall’elezione diretta del Parlamento europeo all’euro, ci si è proclamati spesso con orgoglio “europeisti” senza mai davvero fare i conti con il problema di “quale integrazione”.
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Crisi del neo-liberismo o del capitalismo?
di Nicola Casale
Qualcuno già nutriva fiducia che la crisi fosse in via di risoluzione. Alcuni indici sembravano autorizzare la speranza. In particolare la crescita della produzione industriale, mai interrottasi nei “paesi emergenti”, dava segni di riavvio anche in Occidente (Germania e Usa in testa). L’estate, invece, è stata calda. Nuovo violento salto della crisi sul piano finanziario e scomparsa del trend positivo della produzione industriale.
La crisi finanziaria ha aggredito gli stati più esposti sul debito pubblico. Era prevedibile, dopo che, per salvare banche e finanza, s’erano accollati sui bilanci statali giganteschi debiti aggiuntivi (il “cerbero dei conti” Tremonti in tre anni ha incrementato il debito pubblico di 240 miliardi di euro. Dove son finiti se non nelle casse disastratissime delle banche?).
La crisi finanziaria e il rischio di default di qualche stato hanno ri-diffuso il germe della sfiducia ovunque e depresso di nuovo anche quei segnali positivi di timida ripresa della produzione.
Questi eventi dimostrano ulteriormente il carattere sistemico della crisi. Essa non dipende da politiche particolari (il neo-liberismo), corrette le quali il sistema possa tornare sulla strada di una nuova stabile e lunga crescita. Il fatto centrale è che nel mondo circola una massa enorme di capitale fittizio che esige la sua valorizzazione. Questo capitale è frutto degli effetti moltiplicatori dell’ingegneria finanziaria cui è stata lasciata, negli ultimi trent’anni, crescente libertà creativa, ma non solo di essa. Anzi, la creatività finanziaria si è affermata per dare risposta al problema esploso nella sfera della produzione: la sovrapproduzione. Le capacità produttive sparse per il mondo sono divenute pletoriche per il sistema.
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Commenti a
Verifica delle parole: libertà e comunismo
L'articolo di Emanuele Zinato "Verifica delle parole: libertà e comunismo" sul sito Le parole e le cose ha dato luogo ad un serrato dialogo, innescato da un intervento iniziale di Ennio Abate. Lo riportiamo così come è avvenuto, per la rilevanza dei suoi contenuti.
Ennio Abate
15 settembre 2011 alle 09:36
Vi pregherei di aggiungere tra le parole urgentemente da verificare soprattutto quella di ‘democrazia’. E di farlo cercando di arrivare alle “cose” (in particolare alla storia di questo Paese). Sul tema ‘democrazia’, a beneficio di chi (tutta la redazione?) ha risposto alla mia richiesta di pubblicazione de “Il Tarlo della Libia”, un mio piccolo (scandaloso per quelli di Nazione Indiana) tentativo di tenere assieme parole e cose, con “La magnolia” fortiniana, ripropongo la sua posizione in merito. L’ho riassunta così in un articolo per POLISCRITTURE 8:
«E’ che il fastidio di quanti non vogliono più sentire argomenti provenienti da Marx, Lenin o Althusser è del tutto ingiustificato. Dal mio punto di vista questa critica [della democrazia] è fondamentale. Anche perché non sono riuscito a lasciar perdere le posizioni di Franco Fortini che, proprio tentando un bilancio degli anni Settanta in “Quindici anni da ripensare” (ora in “Insistenze”, Garzanti, Milano 1985) espresse giudizi sul Pci, la democrazia e il compromesso storico non lontani da quelli di La Grassa.
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Assiomatica liberista e convenienze di classe
Luigi Vinci
La dottrina economica liberista nella versione della Scuola di Chicago, dominante da una trentina d’anni in Occidente (della quale, nonostante il fallimento sancito dalla crisi del 2008, dalla recessione che ne è seguita e soprattutto, direi, dalla lunga depressione che sta seguendo alla recessione, continuano a essere imbevuti i cervelli di ceti politici di governo, economisti di fama e operatori dell’informazione), si fonda su una serie di assiomi che pretende essere indiscutibili, assolutamente veri, e che i fatti si incaricano invece quotidianamente di mostrare che sono fasulli, producendo l’esatto contrario di ciò che vorrebbero. Valga l’esempio greco: non c’è giorno in cui qualche individuo, governante di qualche paese europeo, economista pluricattedrato, opinionista di fama pluristipendiato, burocrate o tecnocrate incontrollato alla testa dell’Unione Europea, non insista sulla necessità che la Grecia tagli il suo debito pubblico al ritmo che le è stato ferocemente imposto, non solo allo scopo di ottenere quei prestiti che le servono a evitare l’insolvenza dello stato, ma perché finalmente la sua economia riesca a crescere: mentre è di un’evidenza solare che sono questi tagli, massacrando la capacità di spesa della popolazione greca, la causa fondamentale della pesante recessione nella quale la Grecia è precipitata, della riproduzione allargata di condizioni di insolvenza dello stato, della quasi inevitabilità del suo fallimento dichiarato.
Esaminiamo qualche assioma. Il primo non può che essere quello che regge l’intera impalcatura del liberismo: il mercato come il “luogo” del processo economico che porterebbe, a meno sia disturbato dalla politica, all’ottimizzazione degli effetti di questo processo in sede di crescita economica, occupazione, remunerazione del lavoro, diffusione sociale del benessere. Compito dello stato sarebbe di limitarsi a fare da guardiano notturno e, se del caso, da pompiere delle cose dell’economia quando incidentalmente non tornino. In concreto si tratterebbe di operare interventi oculati in sede di quantità di moneta circolante e di tassi di interesse, nel momento in cui vengano a costituirsi situazioni di scarsità di fattori produttivi, spinte inflative, eventualmente crack di istituzioni finanziarie capitalistiche; inoltre in condizioni di caduta produttiva si tratterebbe, sostanzialmente, di lasciar correre.
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CAMILA
Elisabetta Teghil
Ogni anno, l'11 settembre, ricorre l'anniversario del colpo di Stato in Cile.
Tre riflessioni mi vengono subito in mente.
La prima riguarda il silenzio che lo circonda, accompagnato dalla rimozione nell'immaginario collettivo.
La seconda fa riferimento al fatto che il colpo di Stato è stato eseguito materialmente dai militari cileni, ma organizzato e su commissione degli Stati Uniti.
Tacendo su questo aspetto importante, si accredita la vulgata corrente secondo cui il fascismo è altro rispetto alla società capitalista, mentre ne è una variante, scelta quando il sistema ritiene più opportuno utilizzarla e, dimenticando che la regia è sempre la stessa, siamo criticamente disarmate quando colpi di Stato e guerre umanitarie avvengono ai nostri giorni.
La terza riflessione che, per certi versi, ci interessa più da vicino, riguarda il fatto che si vuole far passare il colpo di Stato in Cile come il frutto di ambienti reazionari e oscurantisti.
Non è così.
La dittatura militare in Cile è stata il debutto del neoliberismo.
Tutte le elaborazioni del neoliberismo, che fino ad allora erano solo teoria ,sono state applicate al Cile e in Cile.
Fra queste, la privatizzazione della scuola e dell'università.
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All'Europa serve un "new deal" di classe
Riccardo Bellofiore
La crisi europea viene dagli Stati uniti, dal crollo del "keynesismo privatizzato". Per uscirne, occorrono politiche opposte a quelle di Maastricht. Un new deal inedito, strumento di una "riforma", non solo di una "ripresa" che è impossibile nelle condizioni date. E una sinistra di classe su scala continentale
Dell’articolo di Rossanda una cosa mi ha conquistato: il titolo. Rótta può significare direzione; ma anche sconfitta, sbaragliamento. Di questo stiamo parlando, per quel che riguarda la sinistra. O si parte dalla coscienza che si è al capolinea – e dunque che è ormai condizione di vita o di morte un’altra analisi, un’altra pratica conflittuale, un’altra proposta – o siamo morti che camminano. La luce in fondo al tunnel è quella di un treno ad alta velocità che ci viene incontro.
Si chiede Rossanda: non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? Come si ripara? L’unificazione monetaria in Europa non sarebbe che la figlia legittima della fiducia hayekiana nella mano invisibile del ‘liberismo’. È questo che avrebbe retto i decenni ingloriosi che ci separano dalla svolta monetarista. Le economie europee dovevano ‘allinearsi’ a medio termine, grazie alla politica deflazionistica della Bce. Il problema sarebbe la frattura con la linea continua Roosevelt-Keynes-Beveridge, che si sarebbe materializzata nei Trenta Gloriosi in un ‘compromesso’ tra le parti sociali. È la vulgata ‘regolazionista’. Pace sociale e sviluppo trainato dai consumi salariali come perno dello sviluppo postbellico. In Europa, lo spartiacque sarebbe il crollo del Muro di Berlino. Di lì il Trattato di Maastricht, e poi l’istituzione dell’euro. Ne discendono: liberalizzazione dei movimenti dei capitali, primato della finanza, fuga dall’economia reale, delocalizzazioni, indebolimento del lavoro. La bolla finanziaria scoppiata nel 2008 viene in fondo di qui, dalla finanza perversa e tossica.
È un quadro non convincente in tutti i suoi snodi. Il keynesismo era stato abbattuto da Reagan e Thatcher, e prima ancora da Volcker. Ma cosa era stato davvero il ‘keynesismo’? Non un ‘compromesso’ tra capitale e lavoro. Tanto meno un’era di crescita capitalistica trainata dai consumi. Il salario non traina la domanda, lo fa la domanda ‘autonoma’ – anche se una migliore distribuzione del reddito può alzare il moltiplicatore. La Grande Crisi e la Seconda Guerra Mondiale avevano prodotto una gigantesca ‘svalorizzazione’ di capitale e una potente iniezione di domanda pubblica in disavanzo, grazie a quel deficit spending che Roosevelt ritenne di poter accettare solo con l’entrata in guerra: mentre lo aveva rifiutato nel New Deal.
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Il sì e il no
di Augusto Illuminati
Non gli sta andando troppo bene a Marchionne: a parte le mediocri prestazioni sui mercati finanziari e l’evidente fallimento della politica industriale, cominciano le grane anche sulla gestione megalomane delle “risorse umane”. Con il il boss della Uaw, Bob King, dopo un’iniziale luna di miele si è aperta la resa dei conti e i sindacati, a salvataggio della Chrysler concluso, rivogliono soldi e diritti. Mica ha a che fare con Sacconi, il docile e truce lanzichenecco, e le due suorine che dissero di sì, Bonanni e Angeletti. E perfino in quel caso ci stanno problemi, visto che il sì era stato dolcemente sollecitato (oltre che con presumibili benefits) con corrispettivi occupazionali per salvare la faccia di fronte agli iscritti. Orbene, gli investimenti della strombazzata Fabbrica Italia sembrano latitare, chiudono Termini Imerese, Modena e Avellino-Valle Ufita, a Mirafiori si passa dai Suv (dirottati a Detroit) alla Panda – un animale in estinzione, appunto. Fim e Uilm non l’hanno presa bene e pure la cospicua componente cislina del pubblico impiego, nazionale e locale, già incollerita con il compagno di merende di Sacconi, Brunetta, si è vista bastonare senza pietà dalla varie manovre governative. Per cui i nostri sindacalisti gialli che, per usare la leggiadra prosa intercettata dai giudici baresi, «tendenzialmente non sono professionisti del sesso, ma all’occorrenza non disdegnano di essere retribuiti per prestazioni sessuali» oppure «non escludono di aver avuto per ragioni di particolare euforia brevi incontri sessuali di cui comunque non conservano il ricordo» (deve trattarsi dei referendum aziendali), insomma hanno lavorato (quasi) gratis, e che c...
Su tutt’altro piano, i cedimenti politici di Susanna Camusso con l’accordo del 28 giugno sono stati vanificati dall’art. 8 della Manovra, il cui carattere di regalo alla Fiat è stato sfacciatamente sciorinato dallo stesso Marchionne («è di una chiarezza bestiale»). Giustamente Luciano Gallino (Repubblica, 15 settembre) ha messo in evidenza che la legittimazione dei licenziamenti in deroga all’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori è un aspetto relativamente secondario dell’insieme (tanto che le suorine libidinose Bonanni e Angeletti si sono precipitate a giurare che mai diranno di sì) –aggiungiamo che già oggi e proprio nelle aziende Fiat succitate i licenziamenti avvengono per chiusura in blocco o ristrutturazione, non per giusta causa individuale–, mentre ben più gravi sono le deroghe a tutti gli elementi portanti dell’organizzazione del lavoro (orario, pause, mansioni, controlli audiovisivi, addirittura passaggio dal tempo indeterminato alla prestazione “autonoma” occasionale).
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Verifica delle parole: libertà e comunismo
di Emanuele Zinato
Negli ultimi due decenni in Italia ha governato il partito delle libertà mentre, tra i più letti all’opposizione, spicca un giornale che fu l’alfiere della modernizzazione ai tempi di Craxi e che molti oggi dicono “comunista”: La Repubblica. Non vi è dubbio, allora, che si rendano indispensabili delle verifiche dei nomi, mediante il cortocircuito tra passato e presente.
Scriveva nel 1936 Simone Weil, la straordinaria autrice di La Condition ouvrière, durante la guerra di Spagna:
Oggi darò uno shock a molti bravi compagni. So che provocherò scandalo. Ma quando si fa appello alla libertà, si deve avere il coraggio di dire ciò che si pensa, anche se così non si fa piacere a nessuno. Tutti noi seguiamo giorno per giorno, col fiato sospeso, la lotta che si svolge al di là dei Pirenei. Cerchiamo di recare aiuto alla nostra parte. Ma ciò non ci assolve dal dovere di trarre insegnamenti da un’esperienza che tanti operai e contadini pagano là con il loro sangue. Un’esperienza di questa specie è stata già fatta una volta in Europa: quella russa. Anch’essa costò molto sangue. Lenin esigette allora, in faccia a tutto il mondo, uno stato in cui non dovessero esservi più né esercito, né polizia, né burocrazia, che si distinguessero dalla popolazione stessa. Quando egli e i suoi furono giunti al potere, costruirono, nel corso di una guerra civile lunga e dolorosa, la più opprimente macchina burocratica, militare e poliziesca sotto cui mai abbia sofferto un popolo infelice […]. In ogni modo era evidente che tra gli scopi proclamati da Lenin e la struttura del suo partito esistesse una contraddizione. Le necessità della guerra civile e la sua atmosfera prendono il sopravvento sulle idealità per la cui realizzazione è stata iniziata la guerra civile.[1]
Si tratta di una diagnosi implacabile, che avrebbe dovuto esser studiata e discussa a fondo all’indomani del 1989. Anziché limitarsi a mutare in fretta nomi e simboli per adottare le bandiere e le parole dell’avversario, sarebbe stato più opportuno interrogarsi senza riserve sulla “condizione umana” ossia sui modi in cui la socializzazione delle ricchezze può assumere (o meno) le forme di uno stato di polizia. Una risposta è nascosta tra gli appunti di Simone Weil, un’altra nelle pagine del romanzo Vita e destino di Grossman. Né l’una né l’altro, con la loro forza di verità e la loro verticale, irriducibile lucidità, possono essere arruolati tra gli antesignani di Forza Italia…
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Vizi privati, pubbliche virtù
Paolo Giussani
questi inconvenienti e trarre lo Stato dal suo vecchio binario:
dichiarando la bancarotta dello Stato. È nella memoria di tutti
come Ledru-Rollin, più tardi, recitasse all'Assemblea nazionale
la commedia della virtuosa indignazione, respingendo
un suggerimento di questo genere dello strozzino di Borsa Fould,
attuale ministro delle finanze. Quello che Fould
gli offriva era il frutto dell'albero della sapienza.
K.Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850.
Lo era anche prima, ma ormai ogni residuo dubbio si è dissolto: è evidente che al mondo non esiste più nessuna forza che possa deviare il capitalismo dalla sua traiettoria. Come in una tragedia di Eschilo, il meccanismo ineluttabile dell'autodistruzione è ormai in pieno svolgimento, e come nella sceneggiata napoletana ha addirittura trovato degli attori molto ben specializzati nei ruoli grotteschi necessari oggi, dove la situazione è del tutto tragica ma per nulla seria1, e soprattutto molto adatti al gran finale tragicomico che ci attende.
Nella potente crisi esplosa nel 2007-2008, che ha portato al fallimento virtuale di tutto il settore finanziario e creditizio mondiale, e passando da questo a una contrazione iniziale del prodotto lordo mondiale nettamente superiore a quella iniziale della grande depressione, il processo di rianimazione era stato messo in pratica abbastanza rapidamente sostituendo al debito privato il debito pubblico e mantenendo dei deficit dei bilanci pubblici relativamente elevati, non solo perché le entrate fiscali si erano ridotte proporzionalmente alla diminuzione dei redditi nazionali ma anche per cercare di sostenere in qualche modo una domanda complessiva che prometteva di dissolversi.
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Intervista a Edoarda Masi*
Per gentile concessione della rivista di poesia e filosofia «Kamen´»
EM: Nel XIX secolo è risultata chiara, ed è stata analizzata nella teoria economica e sociologica, la contrapposizione fra capitale e lavoro e la complementarietà dei due poli. Essendo il lavoro l’elemento vitale del capitale, la lotta contro il capitale cresceva dall’interno dei meccanismi di quest’ultimo. Il lavoro si incarnava nel proletariato industriale – non solo avversario del capitale perché oppresso, sfruttato ecc., ma perché sua componente necessaria e contraddittoria. La possibilità di uscire da quel sistema si fondava sul lavoro, che ne era a un tempo la componente base e il nemico radicale.
K: Il paradigma del lavoro era proprio quello .
Sì, non si trattava solo di ideologia: della validità di quella teoria abbiamo una prova storica in centocinquanta anni di lotta.
Era un corrimano, uno strumento razionale che permetteva di mettere in evidenza una prospettiva, un certo numero di fatti. Le due classi sono un portato storico della rivoluzione industriale: non c’è l’una senza l’altra, in un legame fondamentale.
Nella sua trionfale evoluzione il capitale ha finito, nella fase presente, con il divorare letteralmente sia la classe proletaria sia quella borghese. Nel Manifesto del Partito comunista c’è un’espressione sottolineata da Hobsbawm, a cui di solito non si bada: Marx dice grosso modo che, a un certo momento, il capitale dovrà essere superato dal lavoro oppure si avrà la fine di entrambe le classi in lotta. Credo che proprio questo si sia verificato. Una cosa è la borghesia, una cosa è il capitale. Questo è un meccanismo economico, mentre la borghesia è la classe dirigente che lo ha gestito in una ascesa sociale durata secoli fino al trionfo nell’Ottocento. Oggi gli eredi della borghesia non hanno più il carattere di classe dirigente. Il tratto di una classe dirigente è quello di difendere sì i propri interessi economici, ma nello stesso tempo di riuscire a rappresentare in qualche modo anche interessi generali.
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