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FIFA, che fifa!
di Elisabetta Teghil
La polizia svizzera, giorni fa, si è presentata senza preavviso e in abiti civili all’albergo Baume au Lac, dove soggiornavano molti delegati che avrebbero dovuto partecipare alle elezioni del nuovo presidente FIFA. Si è fatta dare dalla conciergerie le chiavi delle stanze ed è salita direttamente ai piani per procedere agli arresti dei dirigenti che lì soggiornavano per partecipare al voto di venerdì 28 maggio per l’elezione del vertice della FIFA e ha arrestato due vicepresidenti, uno di Cayman e l’altro dell’Uruguay, e i delegati di Costarica, Nicaragua, Venezuela e Brasile.
Alcuni di questi sono stati portati fuori dall’albergo in manette, sono stati videoripresi e le immagini sono state divulgate.
Il procuratore generale degli Stati Uniti, Loretta Lynch, ha dichiarato che le indagini erano state effettuate dall’FBI e che andavano avanti da vent’anni e che i dirigenti FIFA in questione avevano preso tangenti per influenzare la decisione di dove fare questo o quell’altro avvenimento calcistico e che “noi sradicheremo la corruzione del calcio mondiale”. E ha chiesto l’estradizione degli arrestati negli Stati Uniti.
A che titolo non si sa non avendo nessuna motivazione legale perché la FIFA ha sede a Ginevra e gli arrestati appartengono a paesi sovrani e indipendenti.
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“Buona scuola” o disastro antropologico?
Fabio Bentivoglio
Pubblichiamo un intervento di Fabio Bentivoglio sulla "buona scuola". Si tratta di un articolo in corso di pubblicazione sulla rivista Indipendenza. (M.B.)
Prendiamo spunto da alcune “perle” relative alla cosiddetta riforma “La buona scuola” illustrata da Renzi nel corso del video con lavagna e gessetti. Il nostro, con lo sguardo rivolto alla mitica crescita, esordisce indicando che la riforma in oggetto mira a fare dell’Italia una “superpotenza culturale”; aggiunge poi che per contrastare il dramma della disoccupazione giovanile sarà previsto in tutti gli ordini di scuola un monte orario significativo di alternanza scuola-lavoro. Il giorno seguente l’approvazione alla Camera dell’articolo 9 del relativo disegno di legge che attribuisce ai dirigenti scolastici il potere di scegliere gli insegnanti più consoni alla realizzazione degli obiettivi indicati nel Piano dell’Offerta Formativa dell’istituto, Repubblica (19.05.2015) riporta il commento entusiasta della ministra Giannini: “Sbagliato protestare, l’autonomia è di sinistra; vogliamo una scuola autonoma, responsabile e valutabile. Sono i principi della sinistra italiana progressista e illuminata che già aveva indicato Luigi Berlinguer”. Un merito va riconosciuto a Renzi e alla Giannini: è difficile condensare in così poche parole quello che a tutti gli effetti si configura come un disastro antropologico di cui forse manca ancora adeguata consapevolezza.
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L’organetto di Draghi II
Seconda lezione: la Bce, la crisi e il raddoppio del bilancio (2008-2011)
di Sergio Cesaratto
Pubblichiamo alcune lezioni preparate da Sergio Cesaratto per economiaepolitica.it, dedicate alla BCE e alla politica monetaria. La serie, intitolata l'”Organetto di Draghi”, prevede quattro lezioni: 1) Moneta endogena e politica monetaria; 2) La BCE di fronte alla crisi; 3) LTRO, Target 2, Omt; 4) Forward guidance e Quantitative easing
Nella lezione precedente abbiamo introdotto il concetto di endogenità della moneta – cioè l’idea che normalmente è il mercato a determinare l’ammontare di liquidità creata dalla banca centrale – e in connessione a ciò, abbiamo spiegato come quest’ultima attui a politica monetaria1. In sintesi la banca centrale soddisfa le esigenze di liquidità del sistema in maniera tale che nel mercato monetario prevalga il tasso di interesse a breve termine che essa ha fissato come obiettivo. Questo tasso fa poi da punto di riferimento a tutti i tassi di mercato a più lunga scadenza.
Il bilancio della BCE
Andiamo dunque al bilancio della banca centrale, quello che nelle sue dichiarazioni più recenti Draghi vuole portare a 3 trilioni. Col termine bilancio traduciamo l’inglese “balance sheet”. In italiano dovremmo dire “stato patrimoniale”, ma il termine bilancio ci sembra meno minaccioso per il lettore. Il bilancio di una banca centrale racconta ciò che essa fa (o non fa). Più precisamente, dovremmo parlare di bilancio dell’Eurosistema che consolida (somma) i bilanci delle singole banche nazionali dei paesi membri dell’Euroarea2.
Come forse ricorderete, la BCE crea liquidità in cambio di “attività” (assets) – come valute straniere o titoli forniti a garanzia della liquidità ricevuta3.
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I 12 principi fondamentali della Costituzione
di Enrico Galavotti
I 12 principi fondamentali della nostra Costituzione (22.12.1947) vengono considerati intangibili: infatti nessun governo ha mai pensato di modificarli. Secondo un certo orientamento dottrinale maggioritario, che trova conferma nella giurisprudenza costituzionale, essi sono sottratti alla possibilità di revisione costituzionale prevista all’art. 138 della Costituzione, in quanto la loro modifica o soppressione stravolgerebbe l’identità stessa della Costituzione, ovvero la forma democratica dello Stato. Sembrano una sorta di decalogo veterotestamentario, una serie di enunciati assolutamente dogmatici. Vediamo se davvero dobbiamo considerarli così.
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
La Repubblica è democratica in quanto fondata sul lavoro e non sulla rendita o sullo sfruttamento del lavoro altrui. Questo è vero, ma bisognerebbe specificarlo espressamente, perché il concetto di "lavoro", in sé, non indica affatto il carattere "democratico" di una Repubblica. Nel sistema capitalistico il lavoro è soltanto una merce, al pari di altre, che si acquista sul mercato, tant'è che si parla di "mercato del lavoro".
Più che essere "fondata" sul lavoro, la Repubblica italiana dovrebbe essere fondata sulla "proprietà collettiva dei mezzi di lavoro", quella che permette a tutti di non dover essere sfruttati per poter vivere. Il lavoro può non essere una "merce" soltanto se la proprietà dei fondamentali mezzi produttivi non è privata.
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Piacevolezze del moderno imperialismo
Un poligono di tiro chiamato mondo
di Gianfranco Greco
Un poligono di tiro chiamato mondo
Per il celebre psicologo americano Steven Pinker, autore tra l’altro de “Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è l’epoca più pacifica della storia”1 il mondo non è mai stato così sicuro e prospero.
Suggestivo. Come altro si può definire una scempiaggine che trascolora in comicità allo stato puro? Laddove non si è portati a privilegiare i motti di spirito ci si accorge come la realtà – quella tremendamente reale – rimandi, al contrario, ad una rappresentazione che va a cozzare contro l’assertività di talune scuole di pensiero che prefiguravano e continuano a prefigurare – a datare dalla fine della Guerra fredda e dal collasso dell’Unione sovietica - un unico modello politico-economico dominante – quello capitalistico – che avrebbe quale portato naturale il conseguente esaurirsi delle cause strutturali dei conflitti.
Un accurato rapporto dell’Institute for Economics and Peace rileva – a quanto riporta Federico Rampini - come “Dal 2007 ad oggi l’indice della pace globale ha ripreso ad arretrare paurosamente. Quell’anno – che coincide con l’esplosione della grande crisi economica – segna anzi una svolta negativa rispetto ad un trend di lenta riduzione delle guerre dopo il secondo conflitto mondiale”2.
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Il reddito della gleba
di Alberto Bagnai
Il gioco è assolutamente evidente e del tutto scoperto. A cosa serve nascondersi? Sanno che ci cascherete, come siete cascati nella trappola dell'euro, e che ci cascherete per lo stesso motivo: perché non volete fermarvi a pensare, perché qualsiasi sforzo intellettuale che superi la dimensione dell'appartenenza da curva calcistica è superiore, soprattutto adesso, dopo sette anni di crisi, alle vostre possibilità.
Qual è il gioco?
Ma è semplice! Barattare il diritto a un lavoro con il diritto a un reddito.
Lo chiamano reddito di cittadinanza, ma qui lo chiameremo reddito della gleba. Risparmieremo caratteri, e aderiremo meglio all'essenza del ragionamento. Così come la servitù della gleba legava il colono a un fondo, il reddito della gleba serve a legare i nuovi coloni al precariato. Ma se mi avete seguito fin qui (e soprattutto se avete seguito Quarantotto) non avrete certo bisogno che ve lo spieghi, lo scopo del gioco: in un mondo dove la totale libertà garantita al capitale determina uno schiacciamento dei redditi da lavoro e quindi un aumento della disuguaglianza e una traslazione della classe media verso il basso (come ho mostrato in L'Italia può farcela); in un mondo nel quale, stante il principio fondamentale della tutela ultra vires degli interessi dei grandi creditori (che non amano l'inflazione, se pure moderata), l'unico meccanismo di aggiustamento è la deflazione; in un mondo nel quale quindi la polarizzazione dei redditi indotta dalla deflazione sta creando una platea sterminata di poveri; bene: in questo mondo, il nostro mondo, si pone il problema di tenerli buoni, questi poveri...
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Ancora su destra e sinistra
Marino Badiale
Mi sembra che il tema della dicotomia destra/sinistra, con le tesi contrapposte della sua perdurante validità oppure del suo superamento, sia sottinteso in alcune delle discussioni a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi (per esempio quella relativa a Diego Fusaro, partita daqui e proseguita per esempio qui). Si tratta però di una tematica che resta spesso sottintesa, o magari accennata e liquidata con poche battute. Il risultato è che sul tema del superamento di destra e sinistra vi è un certo grado di confusione. Penso sia bene provare almeno a dissipare un po' di questa confusione. Un'occasione per farlo può essere questo articolo, di qualche tempo fa, di Moreno Pasquinelli, che ha il merito di affrontare esplicitamente la questione. In realtà lo scopo ultimo dell'articolo mi sembra sia quello di portare un attacco al tentativo, attribuito a Fusaro, di creare di una forza politica sovranista ma non caratterizzata in termini di destra e sinistra. Non è però di questo che intendo trattare adesso: mi interessa invece discutere la ricostruzione della genesi della tesi sul superamento di destra e sinistra (d'ora in poi, per brevità , la chiamerò ”tesi del superamento”), ricostruzione proposta da Pasquinelli all'inizio dell'articolo. Mi trovo infatti a dissentire su alcuni aspetti di tale ricostruzione, e penso che esplicitare questo dissenso possa essere un contributo a fare chiarezza su questi temi.
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Una carta del precariato?
G Battiston intervista Guy Standing
Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Guy Standing apparsa sull’Espresso online
I partiti della sinistra socialdemocratica? «Inservibili». I sindacati? «Su posizioni difensive». L’idea novecentesca del lavoro inteso soltanto come lavoro salariato? «Un ostacolo all’emancipazione e all’egualitarismo». L’obiettivo della piena occupazione? «Pura utopia». Anche nel suo ultimo libro, Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli, euro 19, pp.336, trad. Giancarlo Carlotti), non risparmia bordate e posizioni poco ortodosse Guy Standing, docente di Development Studies alla School of Oriental and African Studies di Londra, una vita trascorsa ad analizzare le trasformazioni del lavoro e, più recentemente, il mondo dei precari. Che da supplicanti, soggetti a un dominio arbitrario, privati dei diritti sociali e colpiti da una cronica insicurezza economica, possono diventare i veri protagonisti delle battaglie per una «società giusta». È questa per Guy Standing la parabola che deve compiere il precariato, la nuova «classe esplosiva». Una classe sociale colpevolmente tradita dai partiti di sinistra, ancorati al capitalismo industriale e perciò incapaci di archiviare l’immaginazione economica del Novecento.
Per farlo, spiega Standing, occorre partire da due priorità: ripensare lo stesso concetto di lavoro, includendovi sia le attività produttive sia quelle riproduttive e il tempo libero, e rivedere l’intero sistema della redistribuzione della ricchezza, introducendo un reddito minimo universale.
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L’islamizzazione della rivolta radicale
C. Tricot intervista Alain Bertho*
Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.
Come ha interpretato gli attacchi terroristici dei primi dell'anno a Parigi?
Qualche giorno dopo gli attentati del 7 e del 9 gennaio ho letto Underground. In questo libro, basato essenzialmente su interviste, il romanziere giapponese Haruki Murakami prova a comprendere l'attacco mortale al gas nervino Sarin perpetrato dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Ha così interrogato alcune vittime e alcuni membri della setta. Il suo lavoro mostra fino a che punto, in questo genere di situazioni, le irriconciliabili esperienze soggettive delle vittime e degli assassini si oppongano sul senso dell'evento. L'esperienza delle vittime è quella di un perché senza risposta. La ripetizione circolare delle testimonianze e dell'estremo dolore non produce alcun significato. Lo abbiamo visto a gennaio in Francia, lo abbiamo rivisto a Tunisi a marzo. Quando «le parole non bastano più», o quando «non esistono parole» per dirlo, significa che l'evento è «impensabile», nel vero senso della parola. Ma ciò che restituisce il senso dell'atto e ne assicura la sua continuità soggettiva prima, durante e dopo l’evento, è ciò che pensano coloro che ne sono stati attori o che avrebbero potuto esserlo. Questo è l'intento di Haruki Murakami quando dà la parola ad alcuni membri d'Aum.
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La crisi, vera e falsa contraddizione del mondo contemporaneo
di Alain Badiou
La modernità è prima di tutto una realtà negativa. Effettivamente si tratta di una rottura con la tradizione. È la fine del vecchio mondo di caste, nobiltà, obblighi di carattere religioso, riti giovanili di iniziazione, mitologia locale, sottomissione delle donne, potere assoluto del padre sui suoi figli, e divisione ufficiale tra un piccolo gruppo di governanti e una massa condannata di lavoratori. Nulla può spingere questo movimento indietro – un movimento che, evidentemente, è iniziato in Occidente con il Rinascimento, si è consolidato con l’Illuminismo del XVIII secolo e poi materializzato nelle innovazioni senza precedenti nelle tecniche di produzione e nel costante affinamento dei mezzi di misurazione, di circolazione e di comunicazione.
Forse il punto più sorprendente è che questa rottura con il mondo della tradizione, questo vero e proprio tornado che si abbatte sul l’umanità – quello che in appena tre secoli ha spazzato via forme di organizzazione che duravano da millenni – crea una crisi soggettiva le cui cause e portata sono evidenti , e uno dei cui aspetti più rilevanti è la difficoltà estrema e crescente che i giovani, in particolare, affrontano nel trovare un posto in questo nuovo mondo.
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Moneta unica in avvitamento, tensione militare in ascesa
di Federico Dezzani
A distanza di un mese dall’articolo “A che punto è l’euro-notte”, torniamo sull’argomento assimilando le recenti novità politiche e militari: il nostro impianto analitico, secondo cui il collasso dell’euro sarà accompagnato dalla recrudescenza della guerra ucraina dietro impulso angloamericano, è corroborato giorno per giorno dall’evolversi della situazione. Le recenti tornate politiche nel Regno Unito e Spagna confermano l’avanzato stato di decomposizione dell’Unione Europea, mentre il rifiuto greco a qualsiasi ulteriore misura di austerità accelera l’uscita di Atene dall’eurozona, che scatenerebbe l’implosione della moneta unica nel lasso di qualche settimana. Se in Ucraina la tregua vacilla, le elezioni politiche in Polonia rafforzano lo scenario di un nuovo Intermarum a guida angloamericana da opporre a Mosca: le probabilità di un conflitto aumentano di pari passo con la frequenza delle esercitazioni che si svolgono dal Mar Baltico al Mar Caspio.
A Ovest defezioni
Gli imperi nascono da un città, da un popolo o da uno Stato e da lì espandono il loro dominio verso una periferia sempre più lontana: quando l’organismo politico muore, la disgregazione compie il percorso inverso, partendo dagli arti e risalendo in direzione del cuore.
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Guerra, ideologia e tecnica
Fabio Bentivoglio
Pubblichiamo l'intervento di Fabio Bentivoglio al convegno "1914-2014: Cento anni di guerre", tenuto a Napoli il 4-12-14, organizzato dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dal Rotary Club.
(M.B.)
I cento anni di guerra (1914-2014) oggetto della nostra attenzione sono scanditi dalla Prima e Seconda guerra mondiale (1914-1918 e 1939-1945), dalla guerra fredda (1945-1991) e, in seguito, da un ciclo di guerre indicate in forma generica con varie dizioni: “guerra infinita”, “guerra globale” “guerra al terrorismo”… È mio intento cogliere dal punto di vista storico gli aspetti di continuità e discontinuità del fenomeno “guerra”, riguardo l’origine dei conflitti, l’ideologia e la tecnica.
Origine dei conflitti
Uno dei rari casi in cui nella storia è possibile registrare una costante, confrontando anche epoche molto lontane, è proprio quello sulla natura delle dinamiche che danno origine alle guerre: le guerre sono state e sono espressione di progetti politico-militari riconducibili a dinamiche economiche, di potere, predominio, ricchezza, controllo del territorio e simili. Ovviamente ogni epoca storica si differenzia dalle altre per la configurazione dei rapporti economici e per le forme di potere, ma i moventi che determinano le guerre hanno una matrice comune.
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Organizzare la rottura costituente
Un passaggio necessario
di Sandro Mezzadra e Toni Negri
Mentre prosegue il duro scontro tra il governo greco, le istituzioni europee e il Fondo Monetario Internazionale, le elezioni spagnole del 24 maggio hanno aperto una nuova breccia nell’“estremismo di centro” che ha governato gli anni della crisi in Europa. A Madrid, a Barcellona, in decine di altre città di piccola o media grandezza, peculiari coalizioni di movimenti sociali urbani, esperienze di associazionismo e forze politiche hanno travolto gli equilibri istituzionali esistenti e hanno fatto irruzione all’interno dei governi municipali con programmi nati nel corso delle lotte, a partire dal 15M. Il ruolo di Podemos è stato importante all’interno di molte di queste coalizioni, che hanno tuttavia tratto la propria forza dal radicamento in dinamiche di mobilitazione e costruzione quotidiana, irriducibili alla forma partito. È su questa base che dovranno ora essere sperimentati processi innovativi di governo municipale, di fondamentale importanza anche in vista delle elezioni politiche di novembre. Questa rottura non è simbolica ma istituzionale: la costituzione materiale è messa in discussione, quella spagnola (e greca) e quella europea.
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Una breve ricostruzione del dibattito storico-teorico sul neoliberismo
Andrea Baldazzini
Ormai sono anni che il tema del neoliberismo è al centro di moltissimi studi e dibattiti, ma nonostante le innumerevoli attenzioni che gli sono dedicate, ancora non si possiede un quadro complessivo del fenomeno in grado di dar conto delle sue reali dimensioni e sfumature. Certamente non si può pensare al neoliberismo come al risultato di configurazioni casuali, più stimolante risulta invece provare a pensarlo nei termini di un organismo che ha raggiunto una fase molto avanzata del suo sviluppo, e che nel nel corso degli anni è stato in grado di mutare adattandosi all’ambiente, fino a ribaltare il rapporto di subordinazione facendo si che l’ambiente stesso si modificasse in funzione dei propri bisogni di gestione e riproduzione. Prima ancora di entrare nel merito dei temi di questo lavoro, è importante fin da subito tenere presente che il neoliberismo va visto come una costellazione di elementi tra di loro eterogenei ma capaci di agire secondo un sentire comune, un organismo appunto. Ciò fornisce già una prima considerazione in riferimento al metodo di indagine che si vuole adottare nel voler studiare questa strana creatura, infatti molte delle analisi prodotte a riguardo scadono in un eccessivo riduzionismo epistemologico, motivo per cui nelle poche pagine che seguiranno l’intento sarà semplicemente quello di fornire alcune coordinate storico-sociologiche in merito alle radici e alla razionalità (cioè la natura dei modi di dispiegamento) del neoliberismo. L’obiettivo non è tanto quello di fornire un commento sul fenomeno in questione, quanto piuttosto di mettere un po’ d’ordine nello scenario idealtipico che in molti hanno, ma che spesso risulta essere confuso e rischia di non permettere un serio dialogo o addirittura di sottovalutare il nemico.
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Agamben “inoperoso” ovvero l’equivoco dell’energeia
di Lorenzo Mainini
Con L’uso dei corpi (2014) Giorgio Agamben riconosce una “conclusione” del suo percorso filosofico e apre alla stabilizzazione di quei concetti che hanno segnato da sempre il suo pensiero. Fra tutti l’inoperosità – quella permanenza in se stessi, quell’inattualità, che Agamben pensa come forma della “resistenza” a un potere che invece attualizza, mette in opera e attiva. Alcuni critici, nel discutere l’ultimo lavoro agambeniano, hanno avuto gioco facile nel confermare i rischi già rilevabili in corso d’opera. Negri, ad esempio, osservava che, alla lettura d’Agamben, s’avverte l’impressione di trovarsi al cospetto di “qualcuno che ha colto il problema e non vuole, meglio, non può più risolverlo”1.
Che cosa dunque Agamben avrebbe colto, pur essendo incapace di risolvere? Verrebbe da rispondere: l’ontologia attraverso la quale il potere costruisce la sua sovranità. Se dunque il potere è dotato d’un’ontologia, emerge di conseguenza l’inutilità di giocare, contro il suo ordine, i concetti a esso opposti, giacché esso già include in se stesso, risolve e in certa misura abolisce quelle opposizioni che potrebbero costituire un’apparente vita di fuga. Ecco allora dispiegarsi quella teoria di figure tipiche del pensiero agambeniano in cui si sostanzia l’equivocità dell’essere – quelle figure, in definitiva, che conducono direttamente all’inoperosità.
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Dopo "la resa" (della democrazia costituzionale) i litigi "in piazzetta Elysium"?
Quarantotto
1. Questa immagine riporta le recenti parole di Monti pronunciate in un noto talk di stretta ortodossia ordoliberista (all'incirca, "a propria insaputa",- pp.1-6- ma ferreo nella coincidenza dei "rationalia" ordoliberisti su cui si fondano, senza arretramenti, le "insidiose" domande dell'intervistatrice).
Un'affermazione, quella di Monti, che in realtà sviluppa, in sintesi, il clou della consolidata ideologia che guida l'inarrestabile restaurazione dettata dall'€uropa.
Il terreno su cui s'inoltra, ormai, l'invariabilità delle politiche perseguite, a prescindere da qualunque esito elettorale (che risulti consentito e comunque presidiato dai media), conduce, come dovrebbe ormai essere evidente, a..."La Resa".
2. Vale a dire, volenti o nolenti, si realizza la seguente situazione:
"Partiamo da un presupposto che potremmo definire di Kalecky-von Hayek.
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Anatomia di una vittoria
Note sul processo costituente in Spagna
di Alberto Manconi
Il “tavolo politico” spagnolo è andato in pezzi nelle ultime elezioni regionali e municipali. Il bipartitismo che ha sorretto sino ad oggi l’assetto politico spagnolo si è, come ampiamente previsto, frantumato. Ciò è avvenuto sotto i colpi delle scommesse elettorali che, con esperimenti differenti, tentano di occupare la “finestra di possibilità politica” aperta a partire dal grande movimento 15M.
Il primo dato da sottolineare è infatti che, nel contesto di rottura del regime del ’78, le forze del cambiamento radicale hanno retto all’ipotesi di tranquillo rinnovamento della “casta”. Ciudadanos ha così mantenuto un peso elettorale limitato rispetto alle attenzioni dei media e all’investimento dei grandi gruppi economici.
Le forze che puntano alla rivoluzione democratica, all’apertura di un processo costituente, continuano dunque a crescere e a determinare il cambiamento politico in atto; ciò, senza venire intaccate dalle fittizie costruzioni del regime che tendono a chiudere lo stesso processo di cambiamento.
Nel fronte composto dalle formazioni che tentano in Spagna la verticalizzazione politica a partire dalle lotte degli ultimi quattro anni, troviamo tuttavia molte differenze. Questa molteplicità espressa chiaramente nelle ultime elezioni locali spagnole rispecchia in parte l’eterogeneità di un movimento come il 15M, tanto nell’attacco alle istituzioni esistenti quanto nel radicale ripensamento delle forme politiche.
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Orgoglio precario. Stati impermanenti
Cristina Morini
Eccoci di fronte al rischio di una nuova notte nera in cui tutte le vacche sono nere: nel buio della crisi, sfumano i contorni e aumentano le complessità, mentre le speculazioni si fanno sommarie e si ingrandiscono le pretese di assoluto. Prendete il tema “precarietà”, peggio se declinato come “precarietà del lavoro cognitivo”: si noterà come oggi, di fronte a esso, tendano a prodursi strane generalizzazioni, rimozioni, riflessi del secolo scorso, giudizi schematici. Un concerto di critiche che raccoglie alleati distanti tra loro. Per chiarezza, e in premessa, aggiungo che nessuno intende negare le difficoltà oggettive che si riscontrano su questo fronte da un punto di vista dei processi di soggettivazione politica (organizzazione e rappresentanza) né da alcune nuove contraddizioni. Così, la lettura del libro Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli 2015) di Guy Standing, figura di spicco del pensiero economico eterodosso europeo, mi ha fornito l’occasione per provare a riflettere su questo rimescolamento, muovendo da alcune necessarie ricostruzioni.
Radici
Alla progressiva diffusione dei processi di precarizzazione del lavoro a cui tutti i Paesi europei si sono dedicati con particolare dedizione – per non dire accanimento – in questi venti anni, è corrisposta la nascita di nuove categorie e di nuovi ambiti analitici. Sorti, innanzitutto, dalle auto rappresentazioni tracciate da quegli stessi soggetti che, generazione dopo generazione, a partire da una contrazione progressiva delle forme di tutela del lavoro, si sono ritrovati a confrontarsi con una inedita scomposizione della vita quotidiana.
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Due parole su Expo e il 1° Maggio milanese
Il rapido sgonfiarsi delle velleità di Syriza e un timido accenno di ripresa economica in USA ed Unione Europea – ripresa ben reale, ma dettata soprattutto dall'abbassamento del prezzo del petrolio e dalla svalutazione dell'Euro – permettono ai buffoni di corte di gridare nuovamente al miracolo: l'uscita dalla crisi sarebbe dietro l'angolo. In verità, il break non è che momentaneo: il buon Michael Roberts, nelle sue Predictions for 20151, preconizza un'ultima altalena (ripresa-recessione-ripresa) prima che il ciclo di Kondrat'ev2 tocchi il suo punto più basso verosimilmente nel 2018. Ciò che è perfettamente plausibile. Intanto, nell'immediato, i tempi restano movimentati da improvvise fiammate: in primis, le rivolte del proletariato nero negli Stati Uniti (Ferguson e Baltimora) e di quello ebraico-etiopico in Israele. Qui ci occuperemo però del corteo del 1° Maggio a Milano, non fosse che per evidenti ragioni di prossimità geografica. Le letture fatte a caldo da protagonisti e osservatori partecipi della manifestazione milanese, sono state numerose e variegate (cfr. l'Appendice): abbiamo tentato di effettuarne una sintesi... di parte.
Le componenti politiche e sindacali della manifestazione milanese più apparentate alle modalità del (defunto) movimento operaio, hanno deplorato –a denti stretti, per la maggior parte – la piega presa dalla giornata sotto l'azione dei più scalmanati, come un'occasione mancata per proseguire o rilanciare, attraverso o a partire dal No Expo, un movimento di più ampio respiro e portata.
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Perché il QE europeo è un diversivo (almeno in Italia)
E perché potrebbe annientare l’euro
Charlie Brown
Giochiamo a unire i puntini.
Sono stati versati fiumi d’inchiostro per convincerci che il QE europeo è la Divina Provvidenza che toglierà il continente dai guai. Draghi ha annunciato che aumenterà il PIL italiano dell’1% nel 2016 (è curioso notare che la salvezza viene sempre annunciata per “l’anno prossimo” o “nel giro di due anni”).
Invece si è scritto pochissimo su come questa salvezza dovrebbe arrivare.
Tutto quel che sappiamo è che:
- Il QE dovrebbe far aumentare i prezzi;
- Il QE dovrebbe rinvigorire i flussi di credito;
- Il QE dovrebbe comunque, “in qualche modo” aiutare la crescita.
Quello che non ci viene detto è:
- Come il QE dovrebbe far aumentare i prezzi;
- Perché questo dovrebbe essere un fatto positivo;
- Come il QE dovrebbe tradursi in un aumento dei flussi di credito;
- Come il QE dovrebbe “comunque, in qualche modo” aiutare la crescita.
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Da te solo a tutto il mondo
Lezioni italiane di Jared Diamond
Pierluigi Fagan
L’agile libricino di Diamond condensa temi propri dell’immagine di mondo del noto studioso (Armi, acciaio, malattie; Collasso) trattati in altrettante lezioni svolte in un suo soggiorno italiano alla LUISS di Roma. L’Introduzione è disponibile in preview, qui. L’Autore sviluppa una analisi causale dell’accoppiata geografia – istituzioni, stante che di collegamento tra le due ci sarebbe la storia. Si tratterebbe quindi di una -geostoria delle istituzioni-.
Quanto alla geografia, si parte dalla constatazione che le regioni temperate stanno meglio di quelle tropicali, il che può essere ridotto alla banalità del giusto mezzo ovvero si hanno condizioni più favorevoli all’umano dove non fa molto caldo o molto freddo. Nel molto caldo ci sono, tra gli altri, due handicap: la minore produzione agricola ed il maggior rischio sanitario, quindi la doppia problematica di fame e salute. I suoli tropicali sono meno fertili e meno profondi perché non hanno subito l’andare e venire dei ghiacciai, la decomposizione del fogliame è troppo veloce e non viene assorbita interamente per cui la terra è meno fertile. Ai tropici c’è più biodiversità, quindi anche più insetti, muffe, microbi e parassiti (che rimangono sempre in riproduzione non essendo soggetti al benefico passaggio dell’inverno temperato) il che incide sull’estensione della vita umana nel senso che si vive meno e quindi si accumula meno esperienza, le malattie endemiche debilitano, poiché la mortalità è alta si fanno più figli e quindi le donne non lavorano ed il capofamiglia deve mantenere più persone.
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Tutto quello che avreste voluto sapere sul TTIP
di Grateful Dead
Nel marzo 2014, in modo ufficiale dopo alcuni anni di contatti informali , il presidente Usa Obama e l’allora commissario Europeo Barroso hanno dato il via a una serie di incontri il cui scopo finale era la firma congiunta del “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti” (TTIP). Dopo vari round, il momento dell’accordo si sta avvicinando. Pochi parlano di tale documento e dei suoi obiettivi, poco o nulla si sa al riguardo. J. Stiglitz ha detto che “Il TTIP rappresenta la presa del potere, in segreto, da parte delle multinazionali”. Anche Rodotà ha recentemente lanciato un appello contro il TTIP e il 23 maggio è stata la giornata mondiale contro il TTIP e la Monsanto. Ecco alcune brevi informazioni, per cominciare. Di che cosa si tratta realmente, che cosa è in gioco e perché è stato così fortemente voluto.
* * * * *
La definizione ufficiale del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (in inglese noto come Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP) è la seguente: “Il TTIP ha l’obiettivo di eliminare le barriere commerciali fra Stati Uniti e Unione europea (sopprimere dogane, regolamenti inutili, restrizioni sugli investimenti, ecc.) e semplificare la compravendita di beni e servizi fra le due aree. L’eliminazione di tali barriere prevede crescita economica, creazione di impiego e diminuzione dei prezzi”.
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Hosea Jaffe e il colonialismo
Enrico Galavotti
1. Giustamente Hosea Jaffe sostiene, in Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo (ed. Jaca Book, Milano 2007), che l'idea engelsiana di favorire il colonialismo europeo per accelerare il processo d'industrializzazione nelle periferie coloniali, al fine di porre le basi per una transizione al socialismo, era un'idea non "socialista" ma "imperialista", frutto di un'interpretazione meccanicistica o deterministica del materialismo storico-dialettico.
E ha altresì ragione quando afferma che la contraddizione principale, nell'ambito del capitalismo, è diventata, a partire dalla nascita del colonialismo, non tanto quella tra capitalista e operaio delle aziende metropolitane, quanto quella tra Nord e Sud, dove con la parola "Nord" non si deve intendere solo l'imprenditore ma anche lo stesso operaio che nell'impresa capitalista si trova a sfruttare, seppure in maniera indiretta, le risorse del Terzo mondo.
Detto questo però Jaffe non è in grado di porre le basi culturali per comprendere la nascita del capitalismo (che non può essere considerato una mera conseguenza del colonialismo, in quanto quest'ultimo s'impose già nel Medioevo con le crociate ed esisteva già al tempo della Roma e della Grecia classica e non per questo è possibile parlare di capitalismo, che storicamente nasce solo nel XVI sec.). Jaffe non è neppure in grado di porre le basi politiche di un accordo tra il proletariato del Nord e quello del Sud.
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Guerra imperialista, conversioni e tradimenti
di Sandro Moiso
Mario Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918, Donzelli Editore 2015, pp. 282, € 20,00
Nella pletora di pubblicazioni e ripubblicazioni immesse sul mercato in occasione delle funeste celebrazioni del centenario del “maggio radioso”, il testo di Mario Isnenghi si distingue per la chiarezza interpretativa oltre che per l’eleganza, l’erudizione e, talvolta, l’ironia con cui è trattato l’argomento della conversione alla scelta bellicista e al capovolgimento di schieramento militare che avvenne in Italia nel corso degli undici mesi che intercorsero tra lo scoppio del primo grande macello imperialista e l’intervento nello stesso.
Lo studio di Isnenghi, i cui ambiti di ricerca hanno sempre spaziato dalle implicazioni culturali e socio-politiche del Primo Conflitto Mondiale1 al fascismo e al discorso “pubblico” sulle guerre italiane dal Risorgimento al 1945, si rivela utilissimo in tempi oscuri come quelli attuali, in cui lo scivolamento verso conflitti sempre più allargati è accompagnato da discorsi spesso soltanto imbecilli, ma ancora più spesso da motivazioni etico-politiche che nascondono, ancora una volta, i reali interessi in gioco.
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Una testa ben piena o una testa ben fatta?
Il terzo istruito di Michel Serres
di Marco Dotti
Nel ventiseiesimo capitolo del primo libro dei Saggi, Michel de Montaigne scriveva: «Non c’è ragazzo delle classi medie che non possa dirsi più sapiente di me, che non so nemmeno quanto basta a interrogarlo sulla sua prima lezione». Che cosa accadrebbe, si chiedeva Montaigne, se a quella lezione si fosse in qualche modo costretti? Non ci si troverebbe – «assai scioccamente», puntualizzava – vincolati a una costrizione ancora più grande? Non saremmo costretti a servirci di «qualche argomento di discorso più generale, in base al quale esaminare l’ingegno naturale dei ragazzi: lezione sconosciuta tanto a loro quanto a me»? Il saggio che Montaigne pone al centro della sua idea di educazione è ricordato soprattutto per un’altra affermazione, che ha assunto il ruolo di massima e come ogni massima ha subito il non sempre fausto destino di essere più citata, che compresa. Montaigne affermava, infatti, che è meglio una testa ben fatta, che una testa ben piena.
Parlando di «tête bien faite» e contrapponendola alla «tête bien pleine» intendeva riferirsi prima di tutti al precettore, all’insegnante e, per estensione, anche al ragazzo che dovrebbe essere assecondato nel desiderio. Altrimenti, scrive, concludendo la propria dissertazione, «non si fanno che asini carichi di libri». Ma che cos’è un «asino carico di libri»? Che cos’è, oggi? E che cosa significa, sempre oggi, nell’educazione, nell’istruzione e nella ricerca, in sostanza nella scuola e nella società, puntare a una «tête bien faite»?
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