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G8 Genova: fra ignoranza e falsificazioni
Salvatore Palidda
Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo nel 2001 al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?). Mi limito qui a ricordare alcuni aspetti rinviando per il resto ad alcune ricerche già pubblicate (vedi la bibliografia qui in fondo).
Per il G8 di Genova fu prevista una sospensione dello stato di diritto democratico che non ha alcun fondamento giuridico. Non si può certo assimilare questo evento a una sorta di stato di guerra, cosa che, di fatto, le autorità americane hanno imposto a quelle italiane come sempre supine. L’allora segretaria di stato Condoleeza Rice, infatti, nella sua relazione al Congresso a proposito dell’attentato dell’11 settembre ebbe a dire che già al G8 di Genova temevano attacchi terroristici. Da qui tutta una campagna mediatica mostruosa che forgiò un clima di terrore. La popolazione genovese fu sollecitata, se non costretta, ad andare via, almeno i giorni previsti “caldi”. Le forze di polizia furono tartassate con le più angoscianti bufale (cfr. infra) e incitate a dare una lezione definitiva ai “pidocchi rossi”. La selezione di personale con inclinazioni e persino tenute e armi illecite non mancò (si ricordi quelli che torturando i ragazzi alla Diaz e a Bolzaneto o anche per strada gridavano slogan fascisti – si vedano i reportage anche di media stranieri fra i quali questo del Guardian). Il dispositivo delle forze di polizia, e ancora di più dei servizi segreti, non solo italiani, assunse le caratteristiche del teatro di guerra. Come racconta ancora oggi il dott. Sabella, allora capo dell'Ufficio Ispettorato del Dap e inviato a Genova:
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Crisi e centralizzazione del capitale finanziario
Emiliano Brancaccio, Orsola Costantini e Stefano Lucarelli*
1. La centralizzazione del capitale: un concetto marxiano
Tra le numerose questioni sollevate dalla “grande recessione” internazionale esplosa nel 2008 (Fondo Monetario Internazionale, 2012), sembra esser tornato in auge anche il tema della possibile esistenza di un nesso tra la crisi economica e quella che Marx e Hilferding definivano “centralizzazione del capitale”, con particolare riferimento al “capitale finanziario” (Marx, [1867] 1994; Hilferding, [1910] 2011).
Nella letteratura accademica, sia di stampo critico che mainstream,1 il termine “centralizzazione” viene spesso sostituito dall’espressione “concentrazione”. Gli stessi Marx e Hilferding in alcune circostanze adoperano questi termini alla stregua di sinonimi. A ben guardare, tuttavia, i due concetti hanno significati diversi. Nell’accezione originaria di Marx la “concentrazione” del capitale corrisponde alla creazione di nuovi mezzi di produzione e alla crescita conseguente della loro massa complessiva, sia in termini assoluti che in rapporto alla forza lavoro disponibile: la “concentrazione”, in altre parole, “è basata direttamente sull’accumulazione, anzi è identica ad essa” (Marx, [1867] 1994, p. 685).
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Che cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?
di Raffaele Alberto Ventura
In principio era un sito Internet intitolato “La filosofia e i suoi eroi”. Nei primi anni Duemila, chi cercasse in rete informazioni su Platone o Aristotele poteva facilmente imbattersi in queste pagine redatte da uno studente torinese di nome Diego Fusaro. Il sito era una galleria di santini animata da una visione schematica della storia del pensiero, ricalcata dai manuali, ma trasudava di un entusiasmo impressionante. Una decina di anni più tardi, nel 2013, il loro autore veniva annoverato da Maurizio Ferraris su La Repubblica tra i più promettenti giovani filosofi d’Europa.
Ho assistito alla folgorante ascesa mediatica di Diego Fusaro con un misto d’invidia e di stupefazione. Invidia perché, essendo suo coetaneo e avendo fatto gli stessi studi, ammetto che non mi dispiacerebbe affatto pubblicare libri con i più prestigiosi editori, dirigere una collana di testi filosofici, andare in televisione a tuonare contro il capitalismo e l’ideologia gender, partecipare a convegni col fior fiore degli intellettuali infrequentabili, condurre un programma su Radio Padania, rilasciare alla stampa russa interviste a sostegno di Vladimir Putin, fare dei selfie con Marione Adinolfi e infine essere definito “filosofo dagli occhi azzurri che conquista le donne con le citazioni”.
Stupefazione, tuttavia, perché a leggere e ascoltare certe esternazioni di Fusaro si può avere l’impressione di avere a che fare con un idiot savant che ripete meccanicamente degli slogan. Stupefazione, anche, per come Fusaro sia riuscito a non far pesare la sua progressiva radicalizzazione politica sul credito che gli prestano editori come Il Mulino, Bompiani e Feltrinelli.
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Michel Foucault, l’invenzione della conoscenza
Roberto Ciccarelli
«Lezioni sulla volontà di sapere», uscito per Feltrinelli, propone i testi del primo corso svolto al Collège de France nel 1970. Conflitto tra verità e potere e la confutazione delle teorie di Freud sono alcuni «cavalli di battaglia» dello studioso
«In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari, c’era una volta un astro su cui animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia universale». È uno dei passaggi folgoranti, dall’ironia crudele e maestosa, di Nietzsche che riflette Su verità e menzogna in senso extra-morale. Il filosofo tedesco, a cavallo di un’iperbole, ci porta all’altezza del Big Bang. Nella finzione così concepita scrive un romanzo sarcastico contro una delle verità tramandate della nostra cultura: l’Uomo esiste per conoscere. Tutto questo è falso.
Un’amicizia stellare
Per rendere il tono usato da Michel Foucault nelle Lezioni sulla volontà di sapere, tradotte da Carla Troilo e Massimiliano Nicoli (Feltrinelli, a cura di Pier Aldo Rovatti, pp. 352, 35 euro) bisogna andare a pagina 219 di questo libro e leggere la lezione su Nietzsche. È un testo contenuto in una delle ampie appendici riprodotte nel volume insieme ai testi ricostruiti del primo corso svolto al Collège de France nel 1970.
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L’individuazione del parricida
Daniele Balicco
Un parricidio compiuto è un libro che risponde, attraverso un’analisi puntuale dei testi marxiani della maturità, ad alcune domande generali: qual è il soggetto che muove realmente il capitalismo? A cosa serve davvero lo sviluppo tecnologico? L’emancipazione dei soggetti può essere pensata come individuazione? Questioni capitali che Roberto Finelli discute in un volume che andrebbe letto come la seconda puntata di un’opera filosofica in due atti: sul conflitto fra un padre particolarmente ingombrante (Hegel) e un figlio particolarmente impetuoso (Marx).
Nel primo atto di questo dittico – Un parricidio mancato (Bollati Boringhieri 2004) – Finelli aveva seguito la ribellione teorica del giovane Marx, pensatore ancora impronto, politicamente esuberante, che poco sopporta l’astrazione hegeliana, anche perché sedotto dal materialismo «ingannevole» di Ludwig Feuerbach. Con il secondo atto, la scena si sposta a Londra. Marx è ora alla British Library dove studia economia politica, storia tecnologica e storia sociale. Ha progressivamente abbandonato i suoi interessi filosofico-politici, per provare a costruire una scienza nuova: lo studio del capitale come astrazione reale.
Se è questa la posta in gioco, il confronto con Hegel – vale a dire con il più originale pensatore dell’astratto in età moderna – non può più essere eluso. Finelli mostra molto bene come, a partire da una breve sezione dei Grundrisse, Marx inizi a pensare il modo di produzione capitalistico come una sorta di Geist hegeliano. Vale a dire come un soggetto che «tende a pervadere e a ridurre a sé l’intera realtà e la cui attività consiste nel togliere tutto ciò che di esterno possa condizionarlo e limitarlo».
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Tempi pericolosi ci attendono
Alain Badiou e Stathis Kouvelakis
Il giornalista francese Aude Lancelin e il filosofo politico Alain Badiou si sono incontrati col membro del comitato centrale di Syriza e collaboratore di Jacobin, Stathis Kouvelakis. La loro discussione si concentra sui difficili negoziati tra la Banca centrale europea (BCE) e la Grecia, ma anche sulle radici storiche di Syriza e sulle scelte che il partito ora deve affrontare.
E’ un lungo scambio che val la pena di leggere per intero, specialmente alla luce delle notizie di ieri che la Grecia sta elaborando dei piani di nazionalizzazione del sistema bancario del paese e intende introdurre una moneta parallela.
Aude Lancelin: Son passate poco più di otto settimane da quando in Grecia è arrivata la speranza, con l’elezione di Syriza, una formazione della sinistra radicale decisa a rompere con le politiche di austerità dell’Europa.
Oggi, sembra che sia in atto una prova di forza quanto mai impari, con la troika che riafferma la sua autorità (anche se con un nuovo eufemistico nome) e il governo greco che deve destreggiarsi tra una terribile crisi di liquidità (che Stathis sta per raccontarci ), e con delle prospettive future che ora sembrano davvero molto difficili.
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Frédéric Lordon e i predatori delle passioni
Benedetto Vecchi
Frédéric Lordon è un sociologo e economista cresciuto intellettualmente quando il Sessantotto aveva smesso da tempo i echeggiare nelle stanze del Cnrs, il centro di ricerce francese dove lavora dopo aver frequentato l’«Institut supérieur des affaires» e un dottorato presso l’«École des hautes études en sciences sociales». Autore di numerosi saggi, Lordon ha fondato, assieme ad altri, «Les Économistes atterrés», un gruppo di economisti che prova a ribattere punto su punto le tesi neoliberiste. Capitalismo, desiderio, servitù è il libro da poco mandato in libreria dalla casa editrice DeriveApprodi (pp. 213, euro 16) si propone di sviluppare un’antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo ed è stato salutato come un innovativo tentativo di utilizzare la filosofia di Baruch Spinoza per definire il rapporto salariale nel neoliberismo. A questo testo ne è seguito un altro (con la speranza di una sua rapida traduzione), La société des affects : pour un structuralisme des passions (Éditions du Seuil) dove riprende e sviluppa molti dei temi presenti nel libro da poco pubblicato.
Lordon ha un volto solare che sprizza ironia da ogni poro.
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Un diritto alla città oltre i diritti?
di Felice Mometti
Affrontare il tema dei diritti non è, non è mai stata, una questione semplice. Ancor più se riferita alla città, alla metropoli, al territorio. I rapporti che si determinano tra i contenuti dei diritti, la natura dei soggetti che li rivendicano e le forme assunte dal conflitto per ottenerli, condizionano spesso il senso, la validità e l’efficacia dei diritti stessi. Henri Lefebvre prima e David Harvey poi hanno costituito dei punti di riferimento per molti di coloro che hanno frequentato il campo dei diritti applicati allo spazio urbano o per dirla con Lefebvre alla «società urbana». In entrambi gli autori c’è il tentativo di mettere al centro dell’analisi della produzione capitalistica le contraddizioni spaziali ‒ la loro natura e la loro articolazione interna ‒ che si danno a livello urbano.
La logica combinatoria di Lefebvre
Il diritto alla città insieme a La rivoluzione urbana e a La ville et l’urbain, testi pubblicati tra fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, costituiscono il corpus teorico della riflessione di Lefebvre di quel periodo. Un periodo contrassegnato da forti sommovimenti sociali in cui «l’assalto al cielo» sembrava o si immaginava a portata di mano in una serie di paesi tra i quali la Francia.
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Medio oriente in fiamme
L'ordine nel caos
di Leonardo Mazzei
Breve premessa. Mentre scrivevamo questo articolo - dedicato ai tanti sviluppi di quella che chiamiamo Grande Guerra Mediorientale - è arrivata la notizia dell'accordo di Losanna sul nucleare iraniano. Un fatto che potrebbe avere conseguenze geopolitiche di primaria importanza ed un impatto non secondario sui diversi fronti di questa stessa guerra. Su questo torneremo a breve con un articolo specifico
1. Il Medio Oriente in fiamme
Yarmouk (Damasco), Idlib, Tikrit, Aden: cosa unisce queste città? Certo, in tutte si parla l'arabo e si venera Allah. Ma ora, basta leggere i giornali di ieri, hanno un'altra cosa in comune: in tutte queste città si combatte aspramente, con il cambio della bandiera - magari solo provvisorio - di che le controlla. Quattro battaglie solo nelle ultime 48 ore: un'istantanea da cogliere al volo per cercare di capire qualcosa di più della Grande Guerra Mediorientale che ormai si dispiega apertamente in 4 paesi (Siria, Iraq, Yemen, Libia) ma che ne coinvolge almeno un'altra dozzina.
Per avere un'idea della portata del conflitto in corso, basta pensare alle distanze. Tra Idlib, nel nord ovest della Siria, ed Aden, all'estremità meridionale dello Yemen, ci sono 2.750 chilometri. Grosso modo la distanza che separa Roma da Mosca.
Che questa sia una guerra senza precedenti in Medio Oriente è fuori dubbio. Lo è per il numero dei paesi coinvolti, per gli eserciti (regolari e irregolari) sul terreno, per la vastità dei territori contesi, per la durata del conflitto in alcuni contesti (Siria e Libia in particolare), per gli interessi strategici in gioco (petrolio, ma non solo), per le potenze regionali in campo (Arabia Saudita, Turchia, Iran, Egitto), per il ruolo dell'imperialismo americano e di Israele, per il numero delle vittime e per i milioni di profughi.
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L’amaro greco
Sergio Cesaratto
Questo giovedì scade la tranche di 460 milioni di euro che la Grecia deve al Fondo Monetario Internazionale. Dopo aver affermato che tale pagamento era alternativo alla erogazione di salari pubblici e pensioni, il governo greco ha successivamente confermato il rispetto della scadenza e, del resto, mai nessun paese ha mancato un pagamento al Fondo. Altri pagamenti incombono inesorabili da maggio in poi, mentre l’Europa non concede l’ultima tranche di 7,2 miliardi dei prestiti concessi nel 2012, non fidandosi della lista di riforme proposta da Tsipras. E comprensibilmente in questa situazione, il governo greco non riesce sempre a offrire un messaggio coerente.
Fra qualche anno gli storici economici registreranno freddamente la crisi greca come l’ennesimo caso di un paese in ritardo economico vittima dell’indebitamento estero, facilitato da quella forma estrema di gold standard che è un’unione monetaria. Come ben messo in luce da un recente paper di due prestigiosi storici economici, Bordo e James, corollari di queste vicende sono il foraggiamento alla corruzione che proviene dalla fase di afflusso dei capitali stranieri, e l’emergere dopo la crisi debitoria di una opposizione “populista” che rivendica la sovranità nazionale a fronte delle misure vessatorie dei creditori.
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Tutto fuorché un evento: il primo maggio e l’Expo
∫connessioni precarie
Il primo maggio è alle porte e quello stesso giorno apriranno anche le porte di Expo. In nessun caso si tratterà di un evento. Nemmeno se qualcuno volesse prorogare i festeggiamenti al due o al tre maggio.
Expo, che si vende come un’occasione, che deve diventare un’opportunità per rilanciare l’economia, che deve essere un trampolino di lancio per il mondo del lavoro, omette di rivelare un piccolo, evidente dettaglio: per le migliaia di lavoratrici e lavoratori coinvolti questo lancio sarà in realtà un lancio nel vuoto! Infatti, tanto determinata a «nutrire il pianeta», Expo nutrirà al contrario solo se stessa. Linfa vitale per la sua sopravvivenza sarà un concentrato di lavoro precario sfruttato ad hoc e cucinato secondo le meticolose e specifiche ricette ispirate al Jobs Act.
All’atto pratico, l’unica grande opera che produrrà sarà la messa all’opera del lavoro precario, sarà la messa all’opera di chi in mobilità verrà chiamato a dare il proprio contributo, sarà la messa all’opera di un esercito di volontari, di tirocinanti e stagisti e sarà la messa all’opera di quei disoccupati provenienti da tutta Italia ‒ e non solo ‒ che sono il prodotto della precarizzazione e che probabilmente hanno visto in Expo un’occasione d’occupazione. L’occupabilità è la vera parola d’ordine di Expo e l’opportunità la sua copertura. Altro che grande opera insomma: qui il punto è al contrario che un sacco di gente sarà messa all’opera. E alla grande!
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Il fallimento europeo
Sei lezioni dallo scontro tra Atene e Bruxelles
di Enrico Grazzini
Le trattative tra il governo greco guidato da Alexis Tsipras e l'Eurogruppo, che riunisce i 19 paesi dell'euro con alla testa il governo di Berlino, sono ancora in corso, e l'esito è aperto: tuttavia si possono già trarre alcune lezioni.
La prima lezione è che la Germania è determinata come sempre, e più di sempre, a imporre la sua rigida austerità, e non deflette di un centimetro dalla sua politica. Rivuole tutti i suoi crediti, irresponsabilmente concessi ai paesi in crisi, anche a costo di ammazzare il debitore. Per la Germania la questione greca è però soprattutto politica: se concedesse credito alla Grecia di Tsipras dovrebbe smettere di imporre a tutti i paesi europei la sua folle politica d'austerità: riduzione accelerata del debito pubblico, taglio al welfare e al costo del lavoro, privatizzazioni. L'Europa degli ideali e della cooperazione, della pace tra i popoli è ormai sepolta: esiste solo una Unione Europea che si schiera con le banche creditrici del nord contro i popoli e le nazioni debitrici del sud. L'Europa è ormai solo una questione di crediti e di debiti. Una questione di soldi. Anche la pietà è morta.
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Questo cambia tutto
di Marino Badiale
La realtà sociale e culturale del nostro tempo presenta una strana contraddizione: da una parte l'organizzazione capitalistica della società mostra sempre più chiaramente i suoi limiti, la sua incapacità di assicurare la riproduzione sociale in termini sostenibili nel tempo. Appare via via più chiaro il fatto che il modo di produzione capitalistico, giunto alla fase attuale del suo sviluppo, non sa più assicurare i livelli di benessere e i diritti che erano stati garantiti ai ceti subalterni dei paesi occidentali per tutta una fase storica, e che esso, per continuare a sopravvivere, ha avviato pericolosi processi di dissoluzione dei legami sociali e di sconvolgimento di delicati equilibri ecologici. Allo stesso tempo però, e questo è l'altro lato della contraddizione, questi evidenti indizi di inceppamento dei meccanismi autoriproduttivi dell'attuale organizzazione sociale non suscitano un movimento politico che abbia chiara l'esigenza di superamento del capitalismo e sappia articolare tale esigenza inserendosi nelle linee di scontro che le crescenti complicazioni sociali fanno sorgere. Per usare un linguaggio d'altri tempi, crescono le difficoltà oggettive nella riproduzione del meccanismo sociale capitalistico, ma latitano le forze soggettive che dovrebbero iniziare la lunga e difficile lotta per una diversa organizzazione sociale.
Un piccolo esempio di questi problemi è fornito, a mio avviso, dalla pubblicazione in Italia dell'ultimo libro della celebre giornalista canadese Naomi Klein [1] e da alcune delle reazioni che esso ha suscitato. Il libro è interamente dedicato alla tematica del cambiamento climatico. La tesi fondamentale dell'autrice è che l'attuale organizzazione sociale non è ecologicamente sostenibile, e che, se vogliamo utilizzare davvero il poco tempo che ci resta per minimizzare gli sconvolgimenti causati dal cambiamento climatico ormai avviato, sono necessari mutamenti drastici nella società e nell'economia, e in particolare è necessario l'abbandono del modello socioeconomico neoliberista che è stato dominante negli ultimi decenni.
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La "svalutazione interna" necessaria per restare nell'euro
di Jacques Sapir
Prendendo in considerazione gli scarti di inflazione e di produttività dei paesi periferici rispetto alla Germania, il prof. Sapir misura quanta “svalutazione interna” risulterebbe necessaria per riequilibrare la competitività tra i paesi dell’eurozona. Il risultato è particolarmente pesante per l’Italia, oltre che per la Grecia e la Spagna, e ci dà la misura di quanto sia antisociale questa unione monetaria
Sappiamo che in un sistema di moneta unica (un’unione monetaria) come l’eurozona, i paesi membri non possono svalutare l’uno nei confronti dell’altro. Una svalutazione (o una rivalutazione) della moneta puo’ verificarsi solo tra l’insieme dell’eurozona e il “resto del mondo”.
In questa unione monetaria uno dei problemi principali è l’evoluzione della competitività dei paesi membri. I paesi, ormai, non possono più correggere le differenze di competitività con la svalutazione della moneta. Questa competitività puo’ essere calcolata rispetto all’economia dominante dell’unione monetaria, nel caso dell’euro, la Germania. Se vogliamo misurare l’effetto dell’ unione monetaria sull’economia dei paesi considerati, dobbiamo guardare come questa competitività ha potuto evolvere a partire dalla data dell’entrata in vigore dell’unione monetaria.
La questione della competitività
Nel caso dell’eurozona, il problema della relativa competitività dei paesi è oggi un problema di primaria importanza. La competitività relativa evolve, dalla data dell’entrata in vigore dell’UEM (1999), in funzione :
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L’Essere in guerra con l’ente
Heidegger, la questione dei “Quaderni neri” e la cosiddetta “Italian Theory”
Roberta De Monticelli
Perché la maggior parte della intelligentsia italiana di sinistra continua a considerare Heidegger come il principale crocevia per comprendere la modernità? La compromissione di Heidegger con il nazismo non affonda le radici nel suo pensiero filosofico? Perché il profondo antiliberalismo del pensiero heideggeriano continua ad affascinare i maggiori rappresentanti di ciò che è stato chiamato “Italian Theory”? La pubblicazione dei “Quaderni neri” e le più recenti ricerche a riguardo aiutano a rispondere a questi quesiti
La pubblicazione, ancora in corso, dei Quaderni neri continua ad alimentare in tutta Europa un dibattito forse non solo mediatico sulla questione del nesso fra il pensiero di Heidegger e la sua adesione, mai revocata né da lui commentata, al nazismo. Una questione che sopravvive ai fiumi di inchiostro versati, per una ragione molto semplice: non è soltanto Heidegger in questione, né soltanto la sua eredità, con cinquant’anni di dominio quasi incontrastato nell’accademia e perfino nell’insegnamento scolastico della filosofia nell’Europa continentale, soprattutto neolatina.
In questione è la natura stessa della filosofia, se possiamo assumerne a paradigma Socrate e contemporaneamente chiamare “filosofia” la più esplicita negazione dello spirito socratico, fino all’ultima conseguenza, che è l’indifferenza alle distinzioni (fra il vero e il falso, il nobile e l’ignobile, la vittima e il carnefice). Un’indifferenza in cui molti, specie fra i più giovani, vedono invece una “filosofica” impassibilità. Abituati come sono dai loro maestri a chiamare “moralismo” le distinzioni morali, e “violenza” quelle logiche.
Questa riflessione prende le mosse dal recente libro – esso stesso al centro di molte polemiche – di Donatella Di Cesare1, e può considerarsi un commento carico di interrogativi alla frase che ne condensa la tesi centrale e il senso ultimo:
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Gli esiti mutevoli della deflazione
di Maurizio Sgroi
La spinta alla crescita
Per quanto tendiamo a non farci caso, siamo figli della nostra storia. Ed è stupefacente notare come eventi da noi lontanissimi, ormai dimenticati, si riverberino sui comportamenti presenti e, peggio ancora, sulle nostre convinzioni, conducendo sovente a scelte errate che alimentano ulteriormente i nostri pregiudizi.
Siamo figli della storia, pure se ci piace rappresentare il nostro pensiero razionale come un tutt’uno avulso dalle sue declinazioni pratiche. E anche in questo scorgo l’eco di un abito mentale remotissimo che ognuno di noi cova nell’intimo pure senza conoscere il mito della caverna di Platone.
In questo pantheon affollato di usi e luoghi comuni, che qui si limita al discorso economico, trova un posto d’onore il concetto di deflazione che le cronache hanno fatto risorgere all’attualità dopo averlo confinato per decenni sui libri di storia, e segnatamente negli anni ’30, quando la deflazione apparve nel suo volto più mostruoso, che ancora oggi giustifica il suo inserimento di diritto nella categorie delle cose cattive che possono accadere a un’economia.
Ma, come sempre accade, il diavolo non è mai così’ brutto come lo si dipinge. E la storia, pittore esclusivo delle nostre convizioni, la si può raccontare in tanti modi, come ci ricorda un recente articolo (“The costs of deflations: a historical perspective“) pubblicato nell’ultima quaterly review della Bis.
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Alle origini del declino economico italiano
di Guglielmo Forges Davanzati
Le tesi più accreditate nel dibattito sulle cause della recessione italiana – eccessivo debito pubblico, settore pubblico ipertrofico e poco produttivo, adozione dell’euro – non tengono conto che la crisi attuale è il prodotto di un lungo sentiero di declino economico che parte dagli anni novanta, la cui principale causa risiede nella rinuncia all’attuazione di politiche industriali
Nel dibattito sulle cause del c.d. declino economico italiano, le due tesi più accreditate sono le seguenti. Da un lato, vi è chi sostiene che esso dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che esso sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro, che, impedendo la svalutazione, avrebbe ridotto la domanda interna a causa della contrazione delle esportazioni. Ciò che accomuna queste posizioni è il ritenere che la recessione italiana trovi le sue cause in vicende che si sono determinate in un passato relativamente breve e il ritenere che il declino italiano abbia una radice monocasuale.
In quanto segue, si proverà a mostrare, per contro, che il declino economico italiano è semmai da imputare a una dinamica di lungo periodo e che si è manifestato con la massima intensità in questi ultimi anni a seguito di un shock esogeno (l’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA come esito dell’accelerazione dei processi di finanziarizzazione) innestatosi su una struttura produttiva la cui fragilità era palese già da almeno un ventennio.
Si parta dal presupposto che le caratteristiche strutturali dell’economia italiana sono fondamentalmente queste.
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Lacan politico
Politica o non politica
Vincenzo Cuomo
Che cosa può insegnare la psicoanalisi alla politica? In che cosa il pensiero di Lacan può contribuire alla definizione di una pratica di democrazia radicale? Sono queste le domande alle quali il nuovo libro di Bruno Moroncini (Lacan politico, Cronopio, Napoli 2014) dedicato a Lacan tenta di dare risposta. E lo fa sottraendo il filosofo francese alla vulgata che lo ha considerato un liberale moderato in politica, in fondo, per quanto illuminato, un conservatore.
Il libro è in effetti una raccolta di quattro saggi di cui solo il primo inedito, i quali, in maniera a volte circolare e con apparenti digressioni, ritornano sulle stesse domande, cercando di mostrare come la psicoanalisi lacaniana possa dare un contributo, proprio in quanto pratica analitica, ad una politica radicale capace di essere emancipativa senza essere illusoriamente “progressista”. Due sono a mio avviso i punti di snodo della proposta interpretativa di Moroncini: l'atto analitico e il sintomo. Attraverso questi problemi l'autore discute le posizioni di Badiou e di Žižek innanzitutto, ma risponde, anche se un po' tra le righe (e tra le note), anche ad alcune tesi sostenute negli ultimi anni in Italia da Massimo Recalcati.
Il primo saggio del libro è un'ampia discussione dell'interpretazione e delle critiche che Badiou ha rivolto a Lacan, in particolare ne Le Séminaire del 1994-95, dedicato all'anti-filosofia di quest'ultimo. Secondo Badiou, Lacan non è stato in grado di pensare il ruolo dell'evento, inteso come quell'elemento soprannumerario che irrompe nella situazione e che in fin dei conti produce il soggetto rivoluzionario.
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Amazon e il futuro dei free lance: «felicità garantita» al 100%
di Eleonora Cappuccilli
Dopo il Turco Meccanico, Amazon stupisce ancora con effetti speciali, appropriandosi di una delle più fantasmagoriche innovazioni provenienti dai cervelli californiani: l’economia on-demand di servizi acquistati attraverso le app degli smart-phone. Da poco ha infatti aperto un nuovo settore, per ora solo nelle maggiori città USA: gli home-services, i servizi a domicilio. Da colosso logistico e connettore di domanda/offerta di lavoretti informatici iper-parcellizzati, Amazon si allarga ancor più a diventare mostro dai mille bracci meccanici che consegna davvero tutto: libri, vestiti e professionisti per qualunque evenienza – si spera non proprio «qualunque», benché il sito reciti: «Non trovi quello di cui hai bisogno? Crea una richiesta personalizzata». Stufa di limitarsi a lucrare sul lavoro a bassissimo costo o persino gratuito con il Turco Meccanico, che permette ai manovali dell’industria dei servizi informatici di lavorare comodamente seduti a casa loro per un padrone che non ha volto e forse non li pagherà mai, ora Amazon vuole di più: i manovali di ogni specialità possono comodamente essere affittati – assunti non sembra la parola adatta, e d’altra parte assumere lavoratori è un’operazione oramai sfacciatamente demodé – e spediti dritti a casa tua. L’operaio folla sfonda lo schermo e approda nel mondo reale.
Così, se prima il lavoratore-folla non doveva guardare in faccia né lavoratori né colleghi, ora tanto chi chiede quanto chi presta un servizio ha un volto e i due s’incontrano nel mondo reale, non in uno spazio virtuale. Tuttavia, la materialità del corpo di chi viene a fare un lavoro a casa tua è semplicemente un dettaglio: vendendo servizi di ogni sorta – dalla riparazione dei pc alle lezioni di yoga – ad anonimi compratori, il lavoro è completamente spersonalizzato.
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Marx e Spinoza: paradossi della servitù volontaria
Frédéric Lordon
Per gentile concessione della casa editrice DeriveApprodi pubblichiamo un’anticipazione del libro di Frédéric Lordon che lo ha reso noto alle cronache intellettuali francesi, vale a dire “Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo“, in libreria dall’8 aprile
Il capitalismo continua a lasciarci perplessi. Non fosse per lo spettacolo a volte così ripugnante, potremmo quasi osservare con ammirazione la sua audace performance che consiste nell’incalzare la massima centrale del corpus teorico che gli serve da ostentato riferimento ideologico. Si tratta del liberalismo, nella fattispecie di quello kantiano, che comanda a ciascuno di agire «in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo»1. Attraverso uno di quei rivolgimenti dialettici dei quali solo i grandi progetti di strumentalizzazione detengono il segreto, si è dichiarato conforme all’essenza stessa della libertà che gli uni fossero liberi di utilizzare gli altri, e gli altri liberi di lasciarsi utilizzare dagli uni in quanto mezzi. Questo magnifico incontro tra due libertà porta il nome di lavoro salariato.
Etienne de La Boétie ci ricorda quanto l’abitudine alla servitù faccia perdere di vista la condizione stessa della servitù. Non perché gli uomini «dimentichino» di essere infelici, ma perché perseverano in questa infelicità come un fatum, rispetto al quale non avrebbero altra scelta se non sopportarlo, oppure come un semplice modo di vivere al quale finiscono per abituarsi.
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Elezioni in Andalusia
La restaurazione ed i limiti di Podemos
Manolo Monereo
Un commento a tutto campo sui risultati delle elezioni svoltesi in Andalusia il 22 marzo scorso. Le ragioni del successo della candidata del PSOE Susana Díaz [nella foto sotto], il crollo delle destre ed il mancato sfondamento di PODEMOS
Deve essere sottolineato più e più volte che la chiave è sempre, tanto più in questi momenti storici, sapere quali sono gli scopi dei dominanti. La questione fondamentale, a mio avviso, è quella di "leggere e interpretare la fase": lotta infaticabile, sistematica e incessante tra passato e futuro, continuità e cambiamento, il restauro dinastico-oligarchico o la rottura plebea-democratica. Tutto il resto, a mio avviso, deve essere letto nel contesto di questo conflitto di classe e, soprattutto, di potere, comprese le elezioni andaluse.
La politica è un'arte, e la strategia è il suo strumento principale. Susana Díaz, la Presidente della Giunta di Andalusia, sapeva quello che faceva quando decise di anticipare le elezioni andaluse: contenere l’avanzata di PODEMOS, distruggere il Partito Popolare e liberarsi della non affidabile Izquierda Unida di Antonio Maíllo. Tutti si sono trovati d'accordo che i risultati elettorali hanno dato ragione a Susana Díaz. Fin qui, tutto normale, prevedibile. Dobbiamo andare oltre.
Ma qual’era la posta in palio delle elezioni andaluse? Dovremmo concentrarci su questo. La Presidente di Andalusia è "organica al potere", ha coscienza di Stato: difende il regime e si oppone con tutte le forze alla rottura democratica.
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Encomio della scuola pubblica
di Pietro Cataldi
Le domande di un pastore
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Leopardi affida alla voce di un pastore nomade le grandi domande sul senso della vita e dell’universo. Solo, sotto il cielo stellato, il pastore tenta di spiegare la condizione umana, il ripetersi dell’esistenza di generazione in generazione, il succedersi dei giorni e delle notti, il susseguirsi delle stagioni; cerca di capire il perché del dolore e di quell’inquietudine angosciosa definita dalle parole “tedio” e “fastidio”, un’inquietudine che è infine tutt’uno proprio con il bisogno di senso. La spiegazione è tentata dapprima guardando la vita dal punto di vista della luna, dall’alto, e poi guardandola invece dal punto di vista delle pecore, dal basso. Il punto di vista del pastore è per così dire impregiudicato, e spregiudicato: non ci sono un’ideologia, una religione, un sistema filosofico, una qualunque petizione di principio che impongano una direzione alla ricerca: l’importante è dare un significato alla condizione degli uomini e al rapporto che gli umani hanno con l’universo. Ebbene: Leopardi pone così, con un linguaggio semplice e diretto ma anche con la massima serietà e radicalità, le più grandi questioni filosofiche affrontate nei secoli da tutte le civiltà e tutte le culture.
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La rivoluzione teorica incompiuta
Introduzione al libro "Denaro senza Valore"
di Robert Kurz
Le teorie grandi ed influenti sfociano sempre in scuole di interpretazione e percorrono una storia che va ben al di là delle loro origini, mediando con la storia della società. La teoria di Marx è ormai sedimentata in termini storici; più di 125 anni dopo la morte del suo creatore, ha provato da molto tempo di essere una delle più poderose di tutta la storia del pensiero - seppure non sia disponibile come un "insieme artistico", come Marx avrebbe voluto richiedere alla sua esposizione, ma più come un immenso tronco, costituito da masse di testo a volte eterogenee. Per la sua forma, questa teoria non può essere integrata nelle schematizzazioni del mondo accademico; essa affronta, in termini espitemici, anche la comprensione del cosiddetto metodo scientifico. Marx ha operato una cesura paradigmatica che dev'essere definita come una "rivoluzione teorica", e a ragione. Ma è proprio questo carattere delle riflessioni di Marx che ha dato e continua a dar luogo a dubbi e a conflitti, a causa del fatto che mai nessun "assalto" paradigmatico è stato consumato in una sola volta. Allo stesso modo, la rivoluzione teorica di Marx è, necessariamente, una rivoluzione incompiuta e, in questa misura, non è solo incompleta ma anche passibile, e carente, di interpretazione.
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Siete pronti per la guerra termonucleare globale?
di Spartaco A. Puttini
Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica ad oggi, gli Stati Uniti non hanno più trovato un argine che potesse contenere le loro mire, volte ad imporre al mondo un “nuovo ordine” unipolare, ad instaurare quello che definiscono il loro “dominio a pieno spettro”.
Questa situazione è durata fino a che la Russia è tornata a far sentire la propria voce nel contesto internazionale grazie al nuovo corso instaurato dal presidente Vladimir Putin, corso che mira a favorire l’emergere di un equilibrio multipolare nelle relazioni internazionali che sia rispettoso della sovranità dei diversi paesi. La Russia, con le sue iniziative, è dunque tornata ad essere un antagonista strategico degli Stati Uniti. Questo semplice dato di fatto spiega in gran parte il motivo dell’accanimento mediatico contro il leader russo.
Gli Stati Uniti coltivano già da qualche anno l’ipotesi di minacciare una guerra termonucleare globale per piegare i loro avversari diretti: Russia e Cina. Basterebbe forse solo questo a dimostrare il pericolo rappresentato dalla politica statunitense per la pace nel mondo e per la stessa sopravvivenza della razza umana. Guidando la corsa agli armamenti (anche in campo strategico), inseguendo il sogno delle guerre stellari e della militarizzazione dello spazio e dislocando elementi ABM in Europa, gli Usa puntano a costruirsi uno scudo dietro al quale ripararsi per svuotare di significato la capacità di deterrenza atomica russa e cinese.
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L’orizzonte delle coalizioni sociali
di Alberto De Nicola
Siamo stati abituati, nel tempo, a pensare che le esperienze di conflitto abbiano origini – e producano effetti – che eccedono il territorio, sociale e geografico, nel quale si collocano. Questa idea ci ha spinto ogni volta a forzare le interpretazioni degli episodi di resistenza e di emersione dei movimenti, vedendo in essi espressioni puntuali di più ampi processi di propagazione, risonanza e traduzione. Il problema della «circolazione delle lotte» vanta, insomma, una lunga storia e tradizione. Senza andare troppo indietro nel tempo, così è stato interpretato politicamente il ciclo dei movimenti globali degli inizi degli anni Duemila, quello dei movimenti studenteschi contro il Bologna Process e il ciclo dei movimenti moltitudinari contro le politiche di austerità che, in particolare nell’Europa del Sud, ha toccato la propria massima intensità nell’anno 2011.
Occorre chiedersi quanto, oggi, il principio della «circolazione» possa essere applicato anche alle fratture istituzionali e alle esperienze di governo che si propongono di contrastare le politiche di austerità in Europa.
Sembrerebbe del resto, che proprio la minaccia di una riproduzione di queste rotture in altri paesi, sia attualmente una delle maggiori preoccupazioni per i poteri costituiti nel continente europeo.
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