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Si vota a giugno?
Imbrigliare M5S e cancellare la volontà popolare
di Emmezeta
Il tema è ormai dibattuto apertamente. Ed in molti fanno gli scongiuri. I più patetici sono gli scribacchini del Corsera. Ieri, con il direttore De Bortoli, ad invocare il «Napolitano bis»; oggi dopo aver incassato il no del Quirinale —«la questione è chiusa», ha detto il portavoce— affidandosi ad astrusi calcoli tesi a dimostrare l'indimostrabile, e cioè l'impossibilità tecnica di votare a giugno.
In realtà il titolo del pezzo di Roberto Zuccolini si commenta da solo: «Votare a giugno? Impossibile (o quasi)». Non entriamo qui nei dettagli tecnici della tempistica istituzionale. Non è necessario, dato che il «quasi» sta esattamente a significare che è possibile eccome, purché ve ne sia la volontà (o la necessità) politica. E' questo il punto da analizzare, non certo i tecnicismi a cui si aggrappano i tanti De Bortoli in circolazione, che proprio non riescono a digerire il terremoto elettorale di febbraio.
Costoro avevano scommesso sul Salvatore della Bocconi, abbiamo visto quanto apprezzato dagli elettori. Il colpo è stato duro, ma non per questo si sono arresi: in fondo il Quisling con cagnolino fu insediato a Palazzo Chigi dal «comunista preferito» da Kissinger, uno che di golpe se ne intende. Dunque, hanno pensato, perché arrendersi ad un voto? Che tutto venga posto nelle (per loro) sicure mani di Napolitano! Già, ma il golpista novembrino è a scadenza.
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Olli Rehn, ovvero: il dogma con le altrui terga
Mauro Poggi
Olli Rehn, vice presidente della Commissione europea (un altro dei tecnocrati democraticamente NON eletti), si è assunto il compito di rappresentare l’epitome vivente dell’ottuso euro-dogma dell’austerità, quello che sembra esser dettato, più che da esigenze economiche, da imperativi morali.
Nonostante le conclamate evidenze di questi anni, ultima in ordine di tempo l’Italia proconsolare di Mario Monti, egli è ancora convinto che la politica del rigore sia l’unica possibile (ovviamente a carico delle classi disagiate – una categoria in piena crescita; perché – diciamocelo una buona volta – i poveri, se sono tali, devono pure aver fatto qualcosa per meritarselo).
Il signor Rehn è così compreso nella difesa dei principi ispiratori dell’euro-dogma che si stizzisce se analisi da fonti non sospette, ancorché tardive (per esempio tale Olivier Blanchard, capo economico del Fondo Monetario Internazionale) raccomanderebbero una maggior cautela nella loro applicazione.
E tanto se ne adonta da scrivere un’accorata lettera a chi di dovere, per far notare sostanzialmente che il dibattito in materia è irrilevante (probabilmente perché sono irrilevanti i soggetti chiamati a pagarne lo scotto) e anzi dannoso, in quanto “erode la fiducia che abbiamo meticolosamente costruito in questi anni durante numerose riunioni notturne” (sic).
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Il Papa argentino
Francesco I, il conservatore popolare nei torbidi della dittatura
di Gennaro Carotenuto
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale.
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Beppe Grillo ed Eurolandia
La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea
di Francesco Salistrari
Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle elezioni politiche italiane, una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania. Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico, questo conta poco. Perché sì, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Beppe Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo, si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema del debito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con il Trattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc, ecc.).
Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:
“Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.
Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?
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Novecento che non passa
Luigi Cavallaro
Racconta Leonardo Sciascia che, una notte, il sarto Calogero Schirò sognò Stalin. Era in una bara di vetro, le mani secche e dure. Accostò il viso per scorgerlo meglio, quando sulla bara vide posarsi una grande mano: era la mano di Stalin, era vivo e diceva: «Meglio di così non potevano ammazzarmi; due volte».
Si svegliò male. Gli era già capitato di sognarlo. La prima volta all'indomani del patto Ribbentrop-Molotov: Stalin gli era apparso per tranquillizzarlo, dicendogli che si trattava di un trucco per poter riuscire, in futuro, a schiacciare il serpe tedesco. La seconda volta era successo nel bel mezzo dell'operazione Barbarossa: c'era molta neve, betulle che fischiavano per il vento, gran formicolare di soldati, e Stalin gli si era materializzato come in dissolvenza, il faccione arguto e sorridente. «Lasciateli correre - diceva - questa la corsa del puledro è», e tirava sbuffi soddisfatti con la pipa. Poi era successo ancora all'alba del 18 aprile 1948, quando Stalin gli aveva anticipato la sconfitta del «Blocco del popolo» nello scontro elettorale con la Dc: «Calì, in queste elezioni abbiamo da perdere, non c'è niente da fare, i preti hanno la prima mano. Oggi perderemo, la gente non è ancora matura, ma vedrai se non ci arriveremo». Ma quell'ultimo sogno non dava più speranza: l'Espresso aveva appena pubblicato il rapporto Chruscëv, i maggiorenti del partito a Regalpetra gli avevano confermato che al novantanove per cento era tutto vero, che il movimento comunista non si era accorto che portava in grembo un tumore quanto la testa di un bambino, che insomma, sì, c'erano state molte grandi cose ma anche molti grandi errori.
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La corruzione, il sogno europeo e lo "strano" caso MPS
di Orizzonte48
In varie sedi mediatiche si riporta questa dichiarazione di un "politico", riguardo al caso MPS:
"Chiunque di noi (segue indicazione di un partito ma, come vedremo, è un sistema "europeo" applicabile teoricamente, ancora adesso, a qualunque formazione politica ndr.) avesse responsabilità amministrative, negli enti locali o nelle partecipate, dove ci sono voragini vere e proprie, sapeva di potersi rivolgere a Mps per le questioni più spinose. Esempio: c`era una azienda di un comune in crisi? I sindacati facevano casino e i lavoratori rischiavano il posto? Mps concedeva un finanziamento e la situazione si calmava. In campagna elettorale si dovevano effettuare 300-400 assunzioni in una partecipata? Mps concedeva il mutuo e il consenso lievitava. Ovviamente, la maggior parte di questi crediti non verranno mai incassati per assenza o inadeguatezza di garanzie. Quanti? Sarebbe interessante saperlo con precisione. Lo sanno tutti. Se spunta fuori l`elenco, è la fine..."
Questa eloquente sintesi di un meccanismo era stata abbondantemente anticipata in questo blog e, anzi, costituisce una sorta di bandiera, con la descrizione in dettaglio del fenomeno, nel post di gran lunga più letto. Ma anche altrove (in tema di costosità delle società pubbliche o "miste"), e più volte (in tema di crisi finanziaria e governance del sistema).
La sintesi, cioè, proprio perchè tale, richiede una premessa: capire ciò che è stato fatto "in nome dell'Europa".
E ciò significa che qualcosa di non dissimile accade anche negli altri paesi europei.
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Il salario sociale globale di classe come meccanismo di accumulazione
Il caso Cina
di Pasquale Cicalese
“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da intendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il singolo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché riguarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni collettive* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
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Il capitalismo divino e la morte di Dio
di Eleonora de Conciliis
Il bisogno e il lavoro, sollevati a[ll’]universalità,
formano… un immenso sistema di… dipendenza reciproca;
una vita del morto moventesi in sé.
Hegel, Filosofia dello Spirito jenese
Premessa
Da qualche anno in Italia gli studiosi hanno riscoperto, o meglio si sono accorti dell’esistenza di un frammento che Walter Benjamin scrisse con ogni probabilità nel 1921, e che è apparso in traduzione italiana nel 1997, insieme ai materiali preparatori per le celebri Tesi sul concetto di storia del 19401. Un po’ come è accaduto a queste ultime a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, una volta ripubblicato da Editori Riuniti in una nuova raccolta e con una nuova traduzione2, il frammento, cui si è deciso di dare il titolo Capitalismo come religione, è stato per così dire sur-interpretato, divenendo anche per i non specialisti del filosofo una sorta di vademecum teorico, se non profetico, attraverso cui ripensare l’attuale assetto dell’economia politica occidentale. Si tratta di uno scritto scarno e talora criptico, poco più di un appunto esteso con le indicazioni dei testi di riferimento, com’era nello stile di Benjamin, e che sembra tuttavia prestarsi a un facile lavoro di decodifica concettuale, poiché rinvia, da un lato, a due pietre miliari del pensiero politico e sociologico moderno (Marx e Weber), dall’altro a due critici radicali della metafisica (Nietzsche e Freud), con la quale Benjamin, negli anni dieci e venti, intratteneva ancora rapporti assai stretti.
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Il problema è l'atterraggio
Rete dei Comunisti
Una storia si è chiusa. Una conclusione ampiamente prevedibile da parecchio tempo. Non riguarda solo le dimissioni delle Segreterie Nazionali di PRC e PdCI ma, più complessivamente, l’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI
Una storia si è chiusa. Questa conclusione, a dire il vero, era già ampiamente prevedibile e anche da parecchio tempo. Sia chiaro: non vogliamo – qui – fare riferimento esclusivamente alle dimissioni delle Segreterie Nazionali del PRC e del PDCI ma, più complessivamente, all’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI. Quando avvengono fatti di questa rilevanza non è mai solo una questione oggettiva ma sempre il suo combinarsi con quelle soggettive. Nessun comunista può mai essere sollevato quando vede il pezzo di una tradizione, cui lui stesso appartiene, scomparire nell’irrilevanza dell’attualità. Ma allo stesso tempo, la consapevolezza di essere dentro una battaglia lunga, aiuta a comprendere i passaggi di fase e lo smascheramento degli errori. Ovviamente pesantissimi, date le circostanze favorevoli in cui un’organizzazione comunista si trova in questo momento di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Crisi che, come sottolineiamo da anni, è sistemica e non strutturale. Il capitale però sta sì su di un piano inclinato ma da solo non precipita. Davanti alle praterie sterminate che ci aspettano e in un momento in cui è molto più facile che non venti anni fa dirsi comunisti, aver preferito una linea politicista e non di organizzazione politica di rappresentanza del blocco sociale, è apparsa una scelta suicida. E, allora, affondiamo i piedi nel piatto. Che il risultato elettorale di Rivoluzione Civile sia stato negativo poco deve importare ai comunisti, nulla al paese.
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Comico e serio in politica
A margine della Direzione del PD e di una pièce “grillina” di Dario Fo
di Luca Michelini
1. Il linguaggio di un gruppo sociale organizzato ha i propri, complessi sottintesi. Della “liturgia del PD” so interpretarne solo una parte, non facendo parte di quel consesso ed anzi avendolo criticato “da sinistra” più volte1. Pur con questi limiti, alcune riflessioni sulla direzione del PD si possono proporre.
Si è trattato di una discussione vera e sentita, se pure ingessata, inevitabilmente, dalla larga partecipazione. 37 minuti di relazione di Bersani e poi 7 minuti ad oratore, nel corso di una seduta fiume, non tutta fruibile sul web. La differenza tra la relazione di Bersani e la discussione è, inevitabilmente, rilevante: un tentativo serio di cambiare passo la prima, talvolta sconcertante la seconda per la confusione d’analisi.
Bersani parla di una fase nuova, che definisce di “transizione”, di un “sommovimento profondo”, europeo, per ora solo mediterraneo (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia): “lo sciame sismico che scuote le democrazie aumenta di intensità”. La causa è duplice: l’esplodere di una drammatica “questione sociale” (si è di fronte ad una “esperienza inedita di impoverimento”); l’inadeguatezza della politica nel rispondervi.
L’inadeguatezza politica e istituzionale è aggravata, in Italia, da una radicata antistatualità, dal berlusconismo, da comportamenti immorali e da privilegi di una classe dirigente non solo politica.
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L’esercizio del credito nella Repubblica italiana
Stefano D'Andrea
Molti si entusiasmano per l'Unione bancaria: sostengono che l'Unione bancaria sarebbe "una svolta". Per altri sarebbe un passaggio necessario, che tuttavia comporta rischi. Per tutti è un bene. Nessuno che dica: è una scelta politicamente o economicamente sbagliata. Invece, se la creazione dell'Unione bancaria sia costituzionalmente legittima, questo è un problema che non solleva nessuno.
Ed effettivamente non è un problema. Perché esiste una disposizione costituzionale così precisa, così calzante, così chiara, così bella, così completa, così profonda, capace di dire cose immense con poche parole, che non c'è proprio niente da discutere
"La Repubblica… disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito" (articolo 47 della Costituzione italiana).
La Repubblica disciplina il credito; non possono essere organi dell'Unione europea a disciplinare il credito; né possono essere soggetti privati. Le limitazioni della sovranità, previste dall'art. 11 della Costituzione, a parte ogni altra considerazione, possono riguardare soltanto l'esercizio della sovranità nell'ambito di ciò che è prescritto dalla Costituzione; non la possibilità di esercitare la sovranità delegata al di fuori della Costituzione.
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Otto punti inadeguati contro la crisi europea
di Alfonso Gianni
“Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità”: questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la difficile formazione di un governo. Sempre che Napolitano gli conferisca l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce nell’acquisto dei titoli del debito italiano –, il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da Giuliano Amato.
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Il ritorno della lotta di classe
Paolo Ercolani intervista Domenico Losurdo
Domenico Losurdo è uno degli studiosi di filosofia italiani più tradotti al mondo. Tutti i suoi libri hanno visto, infatti, edizioni in inglese, americano, tedesco, francese, spagnolo, ma anche portoghese, cinese, giapponese, greco. Qualche lingua la dimentichiamo sicuramente. Il Financial Times e la Frankfurter Allgmeine Zeitung, fra gli altri, gli hanno dedicato pagine intere. Un trattamento che stride oltremodo con quello che gli viene riservato in patria, dove spesso e volentieri i suoi lavori sono fatti oggetto di un silenzio studiato. Che pur tuttavia non incide sulle vendite, viste le reiterate edizioni dei suoi libri.
In questi giorni sta dando alle stampe, per i tipi di Laterza, la sua nuova fatica intitolata La lotta di classe? Una storia politica e filosofica (388 pagine), e per questo Critica liberale lo è andato a intervistare nella sua casa/biblioteca sulle colline intorno a Urbino.
Professor Losurdo, ci spieghi questa idea di un libro sulla lotta di classe, concetto che da molte parti era stato dato per morto.
Mentre la crisi economica infuria, si infittiscono i saggi che evocano il «ritorno della lotta di classe». Era dileguata? In realtà, gli intellettuali e i politici che proclamavano il tramonto della teoria marxiana della lotta di classe commettevano un duplice errore. Per un verso abbellivano la realtà del capitalismo. Negli anni ’50 Ralf Dahrendorf affermava che si stava verificando un «livellamento delle differenze sociali» e che quelle stesse modeste «differenze» erano solo il risultato del merito scolastico; sennonché, bastava leggere la stampa statunitense anche la più allineata, per rendersi conto che anche nel paese-guida dell’Occidente sussistevano sacche paurose di una miseria che si trasmetteva ereditariamente da una generazione all’altra.
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Molto da imparare poco da insegnare
di Marco Revelli
I tedeschi, che di filosofia della storia se ne intendono (quantomeno per averla inventata), le chiamano «epoche assiali». Achsenzeit: un tempo in cui il mondo ruota sul suo asse, e ogni cosa si rovescia. E noi ci siamo dentro fino al collo. Basta dare un’occhiata a Roma, mai come oggi caput mundi nel simbolismo del vuoto che ostenta. Vuoto tutto. Vuoto il Sacro Soglio, con un papa arreso al disordine spirituale del mondo e al disordine morale della curia romana. Vuoto il Parlamento, capace forse di rappresentare il mosaico infranto della nostra società ma impossibilitato comunque a produrre uno straccio di sintesi.
Vuoto, tra poco, il Colle dove è vissuto l’ultimo Sovrano tentato di governare lo stato d’eccezione permanente in cui siamo caduti. Vuota persino la poltrona del capo della polizia.
Certo, il combinato disposto di burocrazie e sistema dell’informazione si è messo al lavoro per metabolizzare il tragico nel banale: le prime assorbendo nella continuità procedurale anche le più dirompenti discontinuità reali (non comunica forse un senso di teatro dell’assurdo tutto questo accanimento sui tempi del Conclave, il motu proprio, le modalità dell’arrivo dei Cardinali mentre si è appena schiantato il dogma dell’infallibilità del Capo?
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Hugo Chávez
La leggenda del Liberatore del XXI secolo
di Gennaro Carotenuto
Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili.
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Mr. Full Monty, ovvero i salvataggi che han salvato gli altri
di Alberto Bagnai
(aggiungiamo alla nutrita lista di autori del blog Alessandro "Torny" Guerani. Bei tempi quelli, quando si litigava...Sembra ieri... Ma non è detto che non si possa ricominciare)
Da Alessandro Guerani ricevo e (ritenendola impeccabile) pubblico questa cinica analisi della situazione:
Nonostante siano terminate le elezioni, con un risultato fra l'altro piuttosto chiaro su quello che pensano gli Italiani di certe idee strampalate, sui talk televisivi, su Twitter, ovunque, persino dentro al forno di cucina, a momenti, circola ancora la fola che il Governo Monti ci ha salvato dal default e ha rimesso in ordine i conti pubblici. Vediamo di fare un po' di chiarezza su quello che è successo, cosa imprescindibile per capire cosa succederà o cosa potremo evitare che succeda (lo dico “ad usum ortotteri”).
“It's the same old story”
La prima parte della fola si smonta da sola: la stessa Commissione Europea ha certificato che il debito pubblico italiano è sempre (e ribadisco sempre) stato sostenibile e del resto lo affermava pure il Sen. Monti nei suoi ripetuti complimenti espressi su importanti organi di stampa nei riguardi del suo predecessore. Leggiamolo assieme: “Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù... ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l' impostazione di politica economica del governo.”
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L’inverno del nostro scontento
Un bicchiere mezzo vuoto
Girolamo De Michele
Tra Sparta e Atene, Winter is coming
Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo. Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.
Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere.
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L’uscita dall’euro trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus
Intervista a Gennaro Zezza
Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti.
Tempo fa, abbiamo pubblicato sul nostro sito il suo contributo presente all’interno dell’ebook "Oltre l’austerità", dal titolo, Crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?.
Oggi vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con il professore di Cassino.
1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?
R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti.
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ll Dio di Ratzinger
di Tomaso Montanari
In quale Dio crede Joseph Ratzinger?
Se da almeno mille e settecento anni l’esercizio del potere da parte della Curia romana tradisce un ateismo pratico, il discorso con il quale, l’11 febbraio scorso, Benedetto XVI ha annunciato l’inaudita decisione di lasciare il pontificato sembra presupporre un ateismo anche teorico: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». In altre parole: mi dimetto perché non sono forte, non sono adatto (in latino, ha scelto la parola «aptus»: capace). E per vincere, nel mondo d’oggi («in mundo nostri temporis»), ci vuole la forza: «vigor».Per un cristiano (come me) queste sono affermazioni sconvolgenti perché negano radicalmente l’idea di Dio che la Chiesa stessa mi ha insegnato, seguendo la Scrittura e la Tradizione.
Il Dio della Bibbia è il Dio che ribalta sistematicamente la logica, umana, della forza: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca, 9, 24). Un Dio le cui vie, lontane dalle nostre, sono vie paradossali: vie in cui vince chi perde, e in cui trionfano la debolezza e la povertà di spirito.
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La trappola della Casta per il M5S
di Pixel
1. A quanto pare stanno fioccando petizioni di militanti del M5S per questa o quella soluzione alla crisi di rappresentanza istituzionale uscita dalle ultime elezioni. Noi non siamo militanti del Movimento ma in quanto suoi elettori vorremmo esprimere alcune preoccupazioni. E le esprimiamo direttamente ai neo deputati e ai neo senatori cinquestelle che abbiamo eletto. Una delle “soluzioni” che si stanno facendo largo nella confusione generale è questa: associare il M5S in un’operazione di “rinnovamento” che accolga in qualche misura le proposte di ritrutturazione-moralizzazione della politica: riduzione del numero di parlamentari e dei loro emolumenti, finanziamento pubblico ai partiti, legge elettorale e magari anche una qualche forma di “politometro” cioè lo screening patrimoniale all’inizio e alla fine di un mandato (cosa che se ben ricordiamo in Francia si fa da sempre o si faceva). Pur di uscire dall’impasse la “casta” è disposta a provvedimenti in questo senso, ancorché piangendo molte lacrime.
Ma la “casta” non è solo una banda di persone attaccate con le unghie e coi denti ai propri privilegi, pronta a corrompere e a farsi corrompere.
Certamente questa indubbia caratteristica spicca in un Paese in cui vengono richiesti continui “sacrifici”.
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Il dilemma della spesa pubblica
Piero Valerio
Non dico di essermi pentito di aver votato il Movimento 5 Stelle, perché è ancora prematuro emettere giudizi definitivi, ma quasi. Se dovessi dar credito a tutte le voci che si sentono in giro, dalle bizzarre idee di presunti economisti o esperti affiliati al movimento di Beppe Grillo fino alle dichiarazioni un po’ confuse e contraddittorie dei neo-deputati del M5S, non c’è proprio da star tranquilli. Si va dalla solita solfa dei tagli alla spesa pubblica che fanno bene all’economia (per quale ragione non si sa, ma i dogmi e gli atti di fede sono affascinanti anche per questo motivo), al ritornello che l’uscita dall’euro costerebbe agli italiani un 30% di perdita di ricchezza finanziaria da un giorno all’altro (senza però mai menzionare quanto è costato e quanto costa oggi la permanenza nell’euro, anche in termini di vite umane), fino alla sana decrescita economica che fa tanto ambientalismo ecumenico da parrocchia (vallo a dire a un giovane disoccupato che non ha nulla o un imprenditore in procinto di fallimento che la decrescita del reddito nazionale fa bene anche lui, senza beccarti un ceffone in faccia!). Insomma ci sarebbero tanti motivi per maledire il voto espresso nel segreto della cabina elettorale.
Tuttavia c’è un breve dispaccio che proviene direttamente dal direttorio del blog di Beppe Grillo che mi rassicura: “Leggo e ascolto con stupore presunti "esperti" discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S. Queste persone sono ovviamente libere di farlo, ma solo a titolo personale. I contributi sono sempre bene accetti, ma non l'utilizzo del M5S per promuovere sé stessi. Il M5S dispone di un programma che sarà sviluppato on line nel tempo da tutti i suoi iscritti.
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A che punto è la notte
Vladimiro Giacché
Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.
Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».
Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino.
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Sull'attualità e l'inattualità di Gramsci
Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve
SH: Qual è il tuo giudizio complessivo su Gramsci?
PREVE: Sono un grande estimatore di Gramsci, ma lui da circa vent'anni non è più letto in Italia, perché è morto insieme con il vecchio PCI che l'aveva trasformato nel suo pensatore nazionale di riferimento. Perciò, una volta venuta meno la funzione di legittimazione, tutti hanno dimenticato Gramsci. Invece è un grande pensatore, per cui secondo me è meritevole di esere riesaminato. Detto questo, non dimentichiamo mai che Gramsci non era un filosofo di professione. Aveva studiato letteratura all'Università di Torino e i suoi principali interessi erano lingusitici e letterari. Essendo sardo, lui voleva laurearsi in letteratura italiana con una tesi di esame comparativa fra la lingua sarda e quella italiana. Poi entrò nel Partito Socialista e cominciò una carriera politica socialista e poi comunista. Ma non dimentichiamoci che Gramsci non era un professore universitario di filosofia, ma era sostanzialmente un politico di formazione letteraria.
Fatta questa premessa, che però è molto importante, definirei Gramsci come filosoficamente neoidealista (fa parte del neoidealismo italiano, come Gentile, Croce, e anche De Ruggiero) e politicamanete comunista. Gramsci morì nel 1937, e morì nella clinica Quisisana di Roma, sostanzialmente libero. Nessuno sa ancora chi abbia pagato la clinica. C’era la tesì che l’abbia pagato il Partito Comunista, che allora era illegale, oppure l’ambasciata sovietica, oppure lo stesso Mussolini, perché il direttore della clinica era il medico personale di Mussolini. Ma lui non è morto in prigione…
SH: Sì, ma sapevano che sarebbe morto a breve. Lo hanno lasciato morire fuori prigione quando capirono che il decesso sarebbe stato certo…
PREVE: Sì, lui era molto malato, non mi ricordo precisamente di che cosa, e morì molto giovane; nato nel 1891, morì 3 anni prima della Seconda Guerra Mondiale.
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Fino alla fine del vostro mondo
Fino alla nascita del nostro
Area globale
Tempi di crisi
Gli effetti della crisi1economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.
Il patto è saltato
Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" – reddito in cambio di consenso –e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
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Demotic Turn
Il declino della società del lavoro e il potere mediatico pastorale di Beppe Grillo
nique la police
spoglia e triste, ma perché la getti via e colga il fiore vivo” .
Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto
WastelandLe rivoluzioni conservatrici vincono quando interpretano verità progressiste. Durante la campagna elettorale del 1979, il partito conservatore di Margareth Thatcher letteralmente sfondò nei ceti popolari con un manifesto destinato a fare epoca del marketing politico. E' quello che riproduciamo come immagine dell'articolo e significava, con un semplice quanto abile gioco di parole, che il Labour (il partito del lavoro) non produceva posti di lavoro. La rivoluzione conservatrice di Margareth Thachter, la cui importanza per la formazione della globalizzazione che conosciamo non è seconda al reaganismo a lei contemporaneo, emergeva trovando consenso di massa. Interpretando una verità già conosciuta alle miriadi e differenti scuole di pensiero progressiste, di sinistra e comuniste dell'epoca. Ovvero che i partiti del lavoro, nelle diverse coniugazioni, non erano più in grado di produrre occupazione. Si trattava dell'assunzione, da destra, del fatto che in occidente si imponeva il corso storico, frutto di una lenta degradazione del saggio di profitto come dell’evoluzione tecnologica, del declino della società del lavoro. Intesa soprattuto come una società dove il lavoro mette a produzione capitalistica, e quindi a valore, l'intera popolazione.
Si trattava quindi di una doppia crisi, quella della società industriale a base lavorativa di massa e di quella disciplinare classica (che esisteva nella funzione fondamentale di mettere a produzione lavorativa corpi, menti e comportamenti di una intera società). Doppia crisi riassumibile appunto nel declino della società del lavoro.
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