Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2481

Il voto di classe in Italia secondo le indagini sociologiche
di Domenico Moro
Qui di seguito si offre una panoramica delle indagini sociologiche su due tematiche, il voto di classe e il voto degli iscritti al sindacato. Si tratta di questioni importantissime perché i flussi elettorali e le scelte elettorali delle classi permettono di gettare luce sull’azione dei partiti. Vogliamo precisare, però, che in questo tipo di analisi le classi sono definite in termini soprattutto sociologici e, quindi, non c’è perfetta identità con ciò che le classi sono dal punto di vista marxista. Ad esempio, spesso si parla non di classe operaia o di lavoratori salariati immediatamente produttivi ma genericamente di dipendenti privati e dipendenti pubblici, all’interno dei quali si ricomprendono varie categorie qualche volta differenti tra di loro. Inoltre, questi studi sebbene si fermino al 2010, delineano una tendenza, che successivamente si è andata accentuando e che è coerente anche con la recente affermazione del Movimento cinque stelle. Ad ogni modo, tali indagini rappresentano una base, a mio parere, molto utile per una analisi di questioni negli ultimi anni poco dibattute in ambito marxista. Colgo l’occasione per suggerire che sarebbe importante riprendere con nuova lena oltre all’analisi della “classe in sé”, cioè dello studio della nuova divisione del lavoro, anche l’analisi della “classe per sé” e, quindi, della produzione e manifestazione della coscienza di classe, abituandosi a farlo anche con l’ausilio di strumenti empirici e dati scientifici.
Classe e voto, permanenza del voto di classe
Sul rapporto tra voto e classe le posizioni che risultano dai diversi studi non sono sempre univoche.
- Details
- Hits: 3034

Il grande inganno
Scuola pubblica, orario docenti, DDL Stabilità
di Alerino Palma
Il cosiddetto “effetto 24 ore”, a un mese o più dall’annuncio che l’orario dei docenti della scuola secondaria sarebbe stato aumentato senza colpo ferire (senza aumento di stipendio) e senza tener conto del contratto, consiste sostanzialmente nel fatto che tutto, nel lavoro a scuola come nel lavoro a casa, i colloqui con i genitori, le incombenze quotidiane legate agli incarichi, le riunioni, insomma tutto è diventato più faticoso, percorso come mai prima d’ora dal dubbio sul senso, sulle finalità del lavoro culturale scolastico.
Ho l’impressione, vengo subito al punto, che la mancanza di senso non sia dovuta a una proposta sciagurata, quella delle 24 ore, ma al fatto che siamo sempre più pericolosamente su un argine, quello tra la scuola intesa come luogo di apprendimento di una cultura disinteressata e qualcos’altro. Che finora abbiamo vivacchiato vicino al confine, spostando di qualche settimana, di qualche mese il momento della resa dei conti, ma ora non è più possibile. E la cosa più temibile, quella che forse non sospettavamo, è che i conti ce li dobbiamo fare anche tra noi insegnanti.
In questo senso l’insensatezza della proposta, le 24 ore intendo, cadeva a fagiolo.
- Details
- Hits: 3258

La sinistra e la crisi
Sergio Cesaratto
Credo che la constatazione da cui partire* non possa che essere il manifesto fallimento delle politiche di austerità.[1] Le previsioni negative su crescita, occupazione e peggioramento dei conti pubblici nell’Eurozona sono diventate un bollettino di guerra. Manovre non solo inique, ma inutili abbiamo scritto con Turci più volte nei mesi del passaggio fra Berlusconi e Monti. Devastanti aggiungerei ora, e in una logica senza fine visto che il loro effetto, manifesto, evidente, è quello di peggiorare i conti pubblici. Dire che Monti ha fatto sinora bene, se è comprensibile politicamente, non lo è nella sostanza economica. Monti non ha fatto altro che quello che Berlusconi avrebbe fatto, solo con una faccia più perbenista. E quello che ha fatto è quello che l’Europa di marca tedesca ci ha chiesto. Una valutazione politica va inoltre data sull’operazione Monti: l’austerità ci è stata presentata come la merce di scambio per l’intervento della BCE: noi diamo prova di contrizione, loro faranno intervenire la BCE. Di questo intervento non v’è stata traccia se non, un anno dopo, con la proposta di Draghi delle operazioni di mercato aperto (nel gergo della BCE, Outright Market Transactions, OMT) in cambio di cessione (ulteriore) di sovranità fiscale, su cui entreremo successivamente. Abbiamo dunque accettato quelli che sono solo i prodromi del massacro sociale e produttivo del paese senza nulla, ma proprio nulla, in cambio. E siamo solo agli inizi, il bello deve ancora avvenire, per parafrasare tristemente Obama.
L’”austerità fiscale espansiva” di Monti-Grilli, il gioco che l’austerità avrebbe condotto a minori tassi e alla crescita via guadagni di credibilità, è dunque chiaramente fallito.
- Details
- Hits: 2476

Trasgressione e moralità (7.0)
di Valerio Bertello
Premessa
Quando la teoria marxiana scende sul terreno della prassi tratta in maniera pressoché esclusiva il problema delle condizioni sociali necessarie allo svolgimento dell’azione politica. Ma non afferma quasi nulla sui contenuti di questa azione e sulle loro forme organizzative. Tale impostazione è coerente con il contesto in cui sorge il marxismo, che è quello di una critica radicale del comunismo utopico e quindi del rifiuto di fornire ricette “per l’osteria dell’avvenire.” Infatti per Marx “La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia società in via di disfacimento” (La guerra civile in Francia). E ancora con Engels “Il comunismo non è una dottrina ma un movimento [storico] … Il comunismo è risultato della grande industria” (I comunisti e Karl Heinzen). Quindi sul piano pratico non è necessario inventare nulla. Il movimento storico creerà gli strumenti e i contenuti necessari all’abbattimento della società borghese. La teoria rivoluzionaria ha solo il compito di dimostrare ciò. Il marxismo riesce a dare tale dimostrazione fondandosi su di un unico postulato: lo sviluppo delle forze produttive porta necessariamente ad un grado crescente di socializzazione delle stesse. Ciò in quanto tale sviluppo si impone come interesse generale, quindi prioritario in senso assoluto, poiché è la condizione per una vita qualitativamente superiore, in quanto basata su consumi crescenti e una riduzione del tempo di lavoro ad un minimo.
Naturalmente si possono prospettare altre finalità, quali il controllo delle crisi, l’abolizione delle disparità sociali, ecc., ma il loro conseguimento è subordinato allo sviluppo della produttività del lavoro. Altrettanto fondamentale tra queste finalità è lo sviluppo dell’autocoscienza, che infatti sorge dalla necessità di porre sotto un controllo cosciente le forze produttive per evitare che si trasformino in forze distruttive.
- Details
- Hits: 1823

Morte (e resurrezione?) della politica in Italia
di Mimmo Porcaro
Dobbiamo riflettere con attenzione sul rapporto che lega la crisi della politica italiana e le vicende europee, sul nesso tra le scelte reazionarie delle élite continentali e la dissoluzione e ricomposizione di tutti i fronti politici, compreso il nostro.
Lo spappolamento del Pdl e la crisi di gestione e di consenso del Pd (malamente rattoppata da una “vittoria” siciliana che prelude ad ulteriori guai) sono il risultato diretto del commissariamento del Paese da parte di Monti. Il Professore ha dato la spallata definitiva all’ansimante Berlusconi (peraltro già defunto dal momento in cui Tremonti gli ha proibito, in ossequio alla disciplina europea, anche solo di accennare alla riduzione delle tasse) e ha privato il Pd di ogni parvenza di autonomia politica, debolmente sostituita oggi da qualche frase pre-elettorale sulla “crescita” e sull’ “equità”. A ben vedere anche il brillio delle 5 stelle si mostra meno smagliante di quello che sembra, se solo si considera che tutto il programma grillino si concentra sulla lotta alla casta, eludendo il problema del rapporto con l’Europa, o riproponendolo saltuariamente in forma caricaturale e provocatoria. Il nuovo movimento appare quindi destinato a crescere rapidamente, ma anche a dimostrare rapidamente la propria inutilità, scomparendo o mutandosi in qualcosa che non sarà necessariamente migliore.
- Details
- Hits: 2757

Vendola, Riva & l'Ilva
Come la diossina calò miracolosa/mente
di Girolamo De Michele
Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c'è oggi (Nichi Vendola)
Io non sono un capitalista, ma un imprenditore (Emilio Riva)
Chi non ha visto l'intervista di Fabio Fazio a Nichi Vendola, nella puntata del 29 ottobre di "Che tempo che fa", si è perso qualcosa: una straordinaria dichiarazione del governatore della Puglia, che ha voluto sottolineare la sua peculiarità – il suo «sguardo autonomo sul mondo» – con questa affermazione tranchant: «Io non vado dai banchieri e dai finanzieri, e se li incontro gli dico che bisogna tagliare gli artigli e regolamentare i mercati» [qui, al minuto 11:10].
A Taranto, immagino, gli artigli dei padroni dovrebbero essere le emissioni di diossina e altre sostanze nocive per l'ambiente e la vita dei viventi, umani e non, dal momento che Vendola si fa vanto di averne determinato, con la sua azione politica, la riduzione.
Ad avere pelo sullo stomaco, avrei glissato: ma noi tarantini, ormai, il pelo non lo abbiamo più neanche sulle cozze. Ecco, quindi, la vera storia di come le emissioni di diossina calarono.
Miracolosa/mente.
La causa del calo – anzi: del crollo, stando ai dati "ufficiali" – della diossina è, sostiene Vendola, la Legge regionale n. 44 del 19 dicembre 2008, Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio. Questa legge prevede(va) "il campionamento in continuo dei gas di scarico" (art. 3, comma 1): ricordatevi questo particolare.
La legge regionale 44/08 stabilisce per la diossina una soglia massima giornaliera di 0.4 ng. Viene presentata come la legge più avanzata d'Europa: peccato che in Germania la soglia massima sia di 0.1 ng.
- Details
- Hits: 4391

Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale
di Rodolfo Monacelli
La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)
La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «questione nazionale» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.
Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale Internazionalismo, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.
Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.
- Details
- Hits: 3055

Sulle «Cinque difficoltà per chi scrive la verità» di B. Brecht
Ennio Abate
Così Brecht sintetizza all’inizio di questo scritto i 5 punti che tratterà subito dopo, uno per uno, analiticamente. Mentre, alla fine in un Riepilogo conclude:
Dobbiamo dire la verità in merito alle barbare condizioni del nostro paese, dobbiamo dire che è possibile fare ciò che è sufficiente a farle sparire, e cioè qualcosa che modifichi i rapporti di proprietà.
Dobbiamo dirla inoltre a coloro che di questi rapporti di proprietà soffrono più di tutti, che hanno il maggiore interesse a cambiarli, ai lavoratori e a coloro che possiamo trasformare in loro alleati perché in realtà non partecipano nemmeno loro alla proprietà dei mezzi di produzione, anche se partecipano ai guadagni.
E per quinta cosa dobbiamo procedere con astuzia.
E queste cinque difficoltà dobbiamo risolverle tutte contemporaneamente perché non possiamo ricercare la verità sulla barbarie di certe condizioni senza pensare a coloro che soffrono di questo stato di cose; e mentre - combattendo costantemente ogni impulso di viltà - cerchiamo di scoprire le vere connessioni, mirando a coloro che sono pronti a utilizzare la loro conoscenza, dobbiamo anche pensare a porger loro la verità in modo tale che divenga un'arma nelle loro mani e al tempo stesso con tanta astuzia che il nemico non si accorga che gliela porgiamo e non possa impedirlo.
Tutto ciò viene richiesto allo scrittore, quando gli si chiede di scrivere la verità».
Ha senso riproporre oggi questo scritto? E riproporlo a chi si occupa di poesia? A prima vista tutto congiura contro questo mio tentativo di ripensare e riattualizzare questo Brecht, sia pur in modo critico come vorrei fare.
- Details
- Hits: 2442

La fusione calda della vita in comune
Sandro Mezzadra
Gli scritti di Marx sulla Russia e l'India pongono al centro il tema della natura umana in una realtà non capitalista. Un percorso di lettura a partire dal saggio del ricercatore Luca Basso
Tornare a leggere Marx oggi non può che significare farsi carico della discontinuità che la storia politica del Novecento ha determinato. Lo scacco dei «socialismi reali» (di stampo sovietico, nazionalista o socialdemocratico) è infatti coinciso con una crisi dei marxismi che non ha risparmiato neppure quelli che si erano costituiti nel corso del secolo come «eretici» - e che pure avevano mostrato una straordinaria vivacità teorica e politica. Ben prima dell''89, del resto, un insieme di movimenti (dalla presa di parola delle donne a quella di una molteplicità di soggetti «subalterni») aveva prima attraversato problematicamente il marxismo, poi contribuito a farlo esplodere. Se da più parti sembra annunciarsi un «ritorno a Marx», è bene auspicare che questo «ritorno» non si esaurisca nella soddisfatta constatazione della lucidità con cui Marx aveva annunciato la globalizzazione del capitalismo e la sua crisi, né nell'immediata riproposizione di una qualche variante di «marxismo». Tanto più dopo che i progressi della nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (la cosiddetta Mega2) ci hanno in qualche modo consegnato l'immagine di un «altro Marx»: l'immagine cioè di un autore certo dominato da una fortissima «volontà di sistema», ma costretto al tempo stesso dall'urto con la materialità della storia e della politica a riaprire continuamente e a sviluppare in direzioni contrastanti la sua ricerca. L'immensa mole di manoscritti e frammenti di teoria che Marx ci ha lasciato fa della sua opera un vero e proprio cantiere aperto. E come tale è bene oggi considerarla ed esplorarla: a me pare che sia questo il modo più produttivo di leggere Marx oggi, nella prospettiva di una riappropriazione creativa del suo pensiero per la comprensione e la critica del nostro presente.
- Details
- Hits: 2656
E se ragionassimo sul concetto di cultura?
di Rino Genovese
I.
Ciò su cui occorrerebbe riflettere è lo spazio ristretto del riformismo oggi; non mi riferisco alla ben nota diagnosi intorno alla perdita di capacità ridistributiva del sistema capitalistico dopo il ciclo alto dei famosi trent'anni del periodo postbellico; mi riferisco a un'altra cosa. L'ambito teorico entro cui, nei primi decenni del Novecento, si erano misurate le diverse opzioni socialiste, riformista e massimalista (o, se preferite, rivoluzionaria), era pur sempre quello di un superamento del capitalismo. Gli uni, i riformisti, pensavano di arrivarci per evoluzione; gli altri, i massimalisti o rivoluzionari, puntavano su una crisi o un più o meno inevitabile crollo del sistema, entro cui si sarebbero inserite le forze proletarie vittoriose.
Un po' alla volta, come si sa, ambedue queste opzioni si sono dissolte. Il riformismo socialista europeo, da Bad Godesberg in poi, ha messo da parte il superamento del capitalismo (l'ultimo che ci abbia creduto è stato forse Olof Palme). Teorici come Marcuse, che intorno al '68 puntavano su un rovesciamento del sistema, se non altro possibile, vedevano il processo rivoluzionario come una "lunga marcia", che avrebbe dovuto fare i conti con la tendenza all'integrazione della classe operaia in Occidente, e che partiva perciò dai movimenti di liberazione del Terzo mondo, oltre che dalle rivolte giovanili.
Che cosa accade oggi, oggi che pure si è ritornati a parlare di una crisi di sistema? Perché non soltanto la questione del superamento del capitalismo non si pone, né in un modo né in un altro, ma finanche una semplice prospettiva di ridistribuzione del reddito fatica a farsi strada in Europa?
- Details
- Hits: 2513

Un passo avanti, molti indietro
Cremaschi, Militant e la questione del partito
Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
"Non bastano la buona volontà e le dichiarazioni di intenti ma è necessario che una soggettività politica prenda in mano tale movimento e lo guidi nei non facili compiti che si è dato. La manifestazione del 27 ottobre, quindi, come un passaggio verso la costituzione di un soggetto politico all’altezza dei tempi".
La manifestazione del 27 ottobre è stato un momento importante e significativo. In maniera organizzata, possiamo dire per la prima volta, abbiamo visto scendere in piazza un insieme di realtà politiche e sociali orientate a dar vita, in maniera non effimera e occasionale, a un reale percorso di lotta contro il Governo Monti e tutto ciò che questo rappresenta e incarna. Ma perché ciò sia possibile, ovviamente, non bastano la buona volontà e le dichiarazioni di intenti ma è necessario che una soggettività politica prenda in mano tale movimento e lo guidi nei non facili compiti che si è dato. La manifestazione del 27 ottobre, quindi, come un passaggio verso la costituzione di un soggetto politico all’altezza dei tempi. Per forza di cose, la “questione del partito”, è ciò che ha fatto da sfondo, ponendosi subito dopo come aspetto centrale del dibattito, alla scesa in campo delle varie realtà politiche e sociali che hanno condiviso in quella giornata la medesima piazza. Tutti, pertanto, a partire da lì hanno iniziato a ragionare sugli sbocchi immediati della mobilitazione ovvero: quali passaggi occorrano per compiere un necessario balzo in avanti. Qua i giochi si complicano poiché, il 27 ottobre, non sembra essere stato in grado di sciogliere i nodi strategici dei quali, per forza di cose, il movimento comunista è obbligato a venire a capo. Di ciò è necessario, non semplicemente prenderne atto, ma iniziare, con pazienza a provare a scioglierli.
- Details
- Hits: 2746

Quelle liberalizzazioni incostituzionali
Lorenzo Dorato*
Gli obiettivi di liberalizzazione dei mercati (e in subordine logico quelli di privatizzazione) - definiti a partire dalle direttive dell’Unione europea della fine degli anni ‘80, principio anni ‘90 - si sono imposti come preminenti rispetto ad altri obiettivi di politica industriale ad essi divenuti subordinati, a scapito così di quella flessibilità discrezionale e di quegli ampi margini di manovra che avevano caratterizzato l’approccio delle politiche pubbliche di intervento nei sistemi produttivi nel trentennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale (e in parte già dagli anni ’30 del novecento).
Il paradigma liberista, posto come unica opzione possibile, ha eroso in maniera sistematica e progressiva i margini di flessibilità delle politiche industriali degli Stati nell’orientamento dei sistemi produttivi nazionali (erosione, va detto, avvenuta di fatto in forme asimmetriche tra paese e paese, segno di una chiara gerarchia nei rapporti di forza). Si è trattato di un vero e proprio sconvolgimento paradigmatico che ha radicalmente mutato il ruolo dello Stato nella sua capacità di intervento nelle dinamiche del sistema produttivo. Da uno Stato interventista, pensato come governatore dei processi economici a garanzia di obiettivi politici e sociali, si è giunti ad uno Stato regolatore del mercato e del libero gioco della concorrenza. La regolazione ha sostituito la programmazione. E così si è consumato un radicale contrasto tra la concezione di governo del sistema economico che emerge dal dettato costituzionale italiano e la concezione che invece prescrive la normativa comunitaria.
- Details
- Hits: 3528

Superstorm Sandy - Una scossa alla gente?
di Naomi Klein
Basterà una crisi climatica per chiedere una agenda veramente populista ?
Meno di tre giorni dopo i danni di Sandy fatti sulla costa orientale degli Stati Uniti, Iain Murray del Competitive Enterprise Institute ha detto che a causare la miseria che sta per arrivare, è la resistenza dei newyorkesi a comprare negli ipermercati.
Su Forbes.com ( Nota 1) ha spiegato che il rifiuto della città di restare vicina a Walmart probabilmente renderà il recupero molto più difficile: "I negozi mom-and-pop non ce la faranno a dare tutto quello che i grandi magazzini possono dare in queste circostanze".
E non si è fermato lì, perché poi ha ricordato che se la ricostruzione andrà a rilento (come spesso avviene) sarà solo colpa delle leggi "a favore dei sindacati" come il Davis-Bacon Act, che tra l'altro prevede che i lavoratori occupati in progetti di opere pubbliche non devono essere pagati con il salario minimo, ma con il salario prevalente nella regione.
Lo stesso giorno, a Frank Rapoport, un avvocato che rappresenta imprenditori immobiliari e costruttori da diversi miliardi di dollari, è saltato in mente di suggerire che molti dei progetti di lavori pubblici non dovrebbero essere assolutamente pubblici. Invece, visto che il governo è a corto di liquidi dovrebbe rivolgersi a "partenariati pubblico-privato", conosciuti come “P3".
- Details
- Hits: 6779
Il capitalismo entra nella sua fase senile
Ruben Ramboer intervista Samir Amin
"Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale". Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. "Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate"; "Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote". Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica
Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l'economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all'inizio degli anni 1970. "All'epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. "Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980". Inoltre Samir Amin afferma recisamente: "essere marxista implica necessariamente essere comunista, perché Marx non dissociava la teoria dalla pratica: l'impegno nella lotta per l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli".
Parliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell'euro… A che punto siamo?
Samir Amin. Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: "Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente". Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque.
Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale. Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest'espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell'espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie.
- Details
- Hits: 2622
Nell’autunno degli Stati Uniti
Intervista a Bruno Cartosio
Partiamo da un chiarimento: pur con un profilo particolare, Obama è per certi versi un pollo di batteria del partito democratico. É dunque difficile parlare di delusione rispetto a quello che ha fatto o non ha fatto, perché ciò è già inscritto nel suo dna politico. Il punto è vedere quanto i soggetti sociali che hanno cercato di utilizzare Obama (neri, latinos, ceti medi precarizzati, ecc.) possano passare all’incasso, forzandolo o rovesciando gli interessi di cui è espressione. Ora questi soggetti più che votare democratico, hanno votato contro la minaccia repubblicana. Da questo punto di vista, nel passaggio dal “we can” al “turatevi il naso”, tu come valuti i risultati elettorali e che prospettive si aprono?
Non c’è dubbio che la scelta eventuale di una presidenza Romney sarebbe stata disastrosa. Il punto importante è: disastrosa per chi? Disastrosa per le cosiddette minoranze etniche, disastrosa per la stragrande maggioranza della popolazione che sta in quell’80% che si trova a condividere il 15% della ricchezza delle famiglie americane, mentre invece il 20% gode dell’85% di quella ricchezza. Ecco, Romney sarebbe stato un disastro per questa gente. Obama è la loro salvezza? Non è esattamente così, ovviamente. Tuttavia, non c’è dubbio che se la si mette dal punto di vista del male, Obama è il male minore; se la si mette dal punto di vista di una qualche prospettiva di miglioramento della condizione sociale, Obama e la sua amministrazione sono comunque una possibilità di essere piegati alle esigenze di quello che Occupy ha definito il 99%. Questo è un dato di fatto reale, perché Romney certamente non sarebbe stato tutto questo. Quindi, l’esito di questa tornata elettorale è comunque positivo, con o senza virgolette.
- Details
- Hits: 4227
Recalcati e il desiderio del padre. Una doppia recensione
di Eleonora de Conciliis
1. In un fortunato volume di qualche anno fa (L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Cortina 2010, anch’esso da me recensito sul portale di Kainos) Massimo Recalcati ha chiamato ‘uomo senza inconscio’ il tipo psichico emergente dal tardo capitalismo, caratterizzato da una nuova incapacità di accesso al simbolico, che si traduce in una nuova incapacità di capire il senso della Legge, di qualsiasi legge, e anche di qualsiasi alterità (in primis quella paterna, incapace dunque di soggettivarsi attraverso l’interdizione simbolica, simbolicamente castrante, del Nome-del-Padre): un individuo cinico e narcisista, ma anche molto conformista, che tende a sostituire il desiderio con un godimento schiacciato sul consumo di oggetti, in quello che Recalcati definisce totalitarismo dell’oggetto.
Sul piano socioeconomico, questa nuova tipologia psichica sembra essere il prodotto di quello che Lacan all’inizio degli anni settanta abbozzò come ‘discorso del capitalista’, il quale andava ad innestarsi sull’eclissi del padre edipico tradizionale, autoritario e repressivo. Il capitalista infatti promette (e al tempo stesso impone, comanda) al consumatore il godimento dell’oggetto, il godimento assoluto, che però per Lacan è strutturalmente inaccessibile (perché barrato come il piccolo oggetto a), quindi impossibile da trovare negli oggetti metonimicamente desiderati.
- Details
- Hits: 2384

L’Ottobre in una prospettiva storica
di Alexander Höbel
Sebbene Zhou Enlai ritenesse, nel 1972, che fosse passato troppo poco tempo per trarre un bilancio della Rivoluzione francese, i 95 anni che ci separano dalla Rivoluzione d’Ottobre rendono plausibile, e per molti aspetti necessario, tentare di formulare un giudizio storico non tanto sull’evento in sé, quanto sul suo impatto sulla storia dell’ultimo secolo.
Per farlo non si può non partire da due punti: che cos’era la Russia – e che cos’era il mondo – prima del 1917, e quale è stato l’impatto sulla storia del secolo breve di un altro evento decisivo e altrettanto paradigmatico, ossia la Prima guerra mondiale. È da qui, credo, che si debba partire se si vuole acquisire fino in fondo la consapevolezza di ciò che l’Ottobre e quello che ne è seguito hanno rappresentato.
Nella Russia pre-rivoluzionaria lo zar era un “monarca assoluto”, che non doveva “rispondere delle proprie azioni a nessuno al mondo”, il suo potere era “autocratico e illimitato”; la servitù della gleba era stata abolita nel 1861, ma le riforme di Stolypin, spezzettando le comuni contadine, i mir, in piccolissimi appezzamenti privati, avevano riproposto un altro tipo di servitù, quella economica, determinata dall’aumento della polarizzazione tra contadini poveri (che spesso rivendevano il loro appezzamento) e contadini ricchi (kulaki), che accaparrandosi le terre dei primi accrescevano sempre più la propria posizione dominante nelle campagne.
- Details
- Hits: 2172

Un #Grillo qualunque
WM2 intervista Giuliano Santoro
È in libreria soltanto da due settimane, ma ha già attirato l’attenzione di quotidiani, blog, radio, tivù. Complice il successo dei 5 Stelle in Sicilia, certo, ma soprattutto grazie all’analisi profonda e multiforme che Giuliano Santoro ha dedicato a Grillo e al suo movimento. Un’analisi che riesce ad essere, nello stesso tempo, mirata e di ampio respiro, capace di prendere il largo a partire dal suo oggetto di indagine, per illuminare temi e questioni che spesso hanno fatto capolino anche qui su Giap: dalla “cultura di destra” al feticismo digitale, dal razzismo alle narrazioni tossiche. Nei ringraziamenti finali, l’autore cita per nickname alcuni giapster molto assidui e in generale tutta la comunità che si ritrova in questo blog, per avergli fornito un terreno di confronto. L’intervista che segue vuole essere anche un’opportunità per riprendere e rilanciare la discussione.
Una delle caratteristiche più interessanti del libro è la sua capacità di smontare alcune presunte “novità” del Movimento 5 Stelle, per tracciarne la genealogia e svelarne il contenuto ideologico. Al netto di questo prezioso lavoro, resta però uno scarto davvero inedito per il panorama politico italiano: quello di un movimento che partecipa alle elezioni senza candidare la sua personalità più in vista. Questo aspetto mi pare una novità anche rispetto al populismo, che tu definisci come “la capacità da parte di un leader di costruirsi attorno un «popolo» che gli corrisponda in pieno, mortificando le differenze e appiattendo le ricchezze”. Il leader populista, al momento delle elezioni, diventa così l’insostituibile candidato della sua gente. Grillo invece si sottrae, fa il “garante” del movimento: che ne pensi di questa sua rottura del rapporto classico tra capo e popolo?
- Details
- Hits: 3648

Come ti smonto il Neoliberismo in 23 mosse
di C. Wolff
Ha-Joon Chang è un economista coreano trapiantato in Gran Bretagna dove insegna a Cambridge. Mr Chang non è un anticapitalista ovviamente, è solo un economista eterodosso che si rifà alla tradizione istituzionale di scuola americana, quella per intenderci dei Veblen, Commons e Galbraith. La teoria economica sta attraversando un tale periodo di monismo ideologico che gli economisti si dividono in ortodossi (il mainstream più o meno neo-lib) ed eterodossi dove sono ammucchiati tutti gli altri, gli “eretici”. Questi eretici sono poi una categoria assai diversificata, includente tanto quelli della complessità-bioeconomisti-evoluzionisti-ecologisti, che i marxisti, i neo-keynesiani, le femministe, gli sraffiani, gli istituzionalisti ed a tratti, financo gli austriaci che porre fuori dalla tradizione liberale è assai arduo. Ma tant’è.
Chang scrive un libricino di facile lettura (ormai i libri non sono più scritti dagli autori ma dagli editor): 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, (Il Saggiatore, Milano, 2012)in cui introducendo per ognuno dei 23 capitoli tipiche tesi mainstream, le smonta una ad una.
1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
- Details
- Hits: 3991

Effetti e dinamiche di un mondo in crisi
Esercito industriale di riserva e dimensione urbana
Connessioni
Un effetto del processo di crisi del capitalismo è senza dubbio il binomio tra aumento dell’esercito industriale di riserva e urbanizzazione forzata. Questo meccanismo non è dell’oggi, ma trova in questo contesto specifico una dimensione quantitativa inedita, portando con sé dei cambiamenti strutturali all’interno delle classi. I suoi effetti possono essere solo tratteggiati oggi, ma è fuor di dubbio che rappresentino una questione su cui, chiunque si pone il problema della trasformazione della società, si dovrà confrontare.
L’esercito industriale di riserva
Marx nella legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalista spiega come l’esercito industriale di riserva incrementa contemporaneamente il volume assoluto della classe lavoratrice e la forza produttiva del suo lavoro. Siccome la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costituiva variabile, essa diminuirà in proporzione progressiva con l’aumentare del capitale complessivo. Questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile appare dall’altra parte, viceversa, come un aumento assoluto della popolazione lavoratrice costantemente più rapido di quello del capitale variabile, ossia dei mezzi che le danno occupazione.
- Details
- Hits: 2223

Obama, la rielezione di un ex-presidente
nique la police
La vittoria elettorale di Barack Obama somiglia a quelle cene preparate con gli avanzi della festa del giorno prima. Qualcosa di dignitoso, magari saporito se ben ricucinato, ma che ha luogo grazie a ciò che non è stato consumato nei bagordi del giorno precedente. Speculazioni? Le cifre parlano meglio di qualsiasi considerazione. Obama, in quattro anni, ha perso quasi 20 milioni di elettori e una dozzina di punti percentuali. In questa caduta a precipizio si è fermato ad un punto percentuale di distacco dal candidato repubblicano. Quel punto utile per far scattare una larga maggioranza di grandi elettori secondo la particolare legge elettorale americana. Ma anche quel punto inutile per rovesciare la maggioranza repubblicana al congresso che finirà per condizionarlo almeno per i prossimi due anni. Insomma, Obama è stato rieletto grazie ai residui rimasti della spinta elettorale del 2008. E gli è andata bene: un columnist del Wall Street Journal notava come proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale Romney stesse cominciando davvero a riempire le piazze e a convincere gli indecisi. Sarebbe stato il colmo: farsi battere sul filo di lana da un candidato repubblicano che ripeteva gli stessi slogan di 30 anni fa, con modalità di comunicazione politica al limite del vintage, campione sopratutto di gaffe, espressione di quella che ormai in Usa è una minoranza sociale: la sovrapposizione tra bianchi della working class e della middle class impoverite e le esigenze delle maggiori espressioni del capitalismo americano e della grande finanza (non a caso Goldman Sachs è stata la prima finanziatrice di Romney).
- Details
- Hits: 2658

Dopo il cenacolo del Matese: l’esodo dalla crescita
Franco Piperno
La crescita economica come “ragione d’essere” della società capitalistica è un idolo pubblico relativamente recente; infatti, è venuto diffondendosi nell’opinione dopo la crisi del 29, con l’affermarsi della politica economica di tipo keynesiano e del contemporaneo emergere del PIL come misura dell’accumulazione capitalistica. Proprio perché in quegli anni la crisi capitalistica ha luogo in presenza di un mercato rivale, sottratto agli scambi capitalistici – ovvero, l’Unione Sovietica – proprio per questo, dicevamo, l’accumulazione di capitale s’incentra sul cittadino consumatore; e cioè, in ultima analisi, sul reddito pro-capite.
Questo modello entra in crisi già negli anni 70 del secolo appena trascorso, per ragioni che qui sarebbe lungo elencare in dettaglio, ma che possiamo riferire, per brevità, a quell’indimenticabile ondata di lotte operaie e studentesche che ha caratterizzato quell’epoca.
La prima manifestazione politica di questa crisi è il tentativo della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan negli Usa di smantellare i dispositivi keynesiani a favore di una finanziarizzazione dell’economia.
Possiamo dire che la fase inaugurata dal duo Thatcher–Reagan s’incentra questa volta sul debito, con tutti gli attributi ideologici che una permanente “condizione umana debitoria” porta spontaneamente con sé: l’introduzione spasmodica di continue innovazioni di prodotto create dall’attività di ricerca tecnico-scientifica messa al servizio dell’accumulazione, la fiducia superstiziosa nel nuovo, il farsi carico di nipoti ancora non nati, il privilegio sentimentale accordato al futuro remoto, quando saremo tutti morti.
- Details
- Hits: 2184

Un governo “maledetto”
Aldo Barba e Giancarlo de Vivo
L’azione del governo Monti è riassunta dall’andamento del tasso di disoccupazione negli ultimi 12 mesi (il grafico sotto e l’analisi successiva si basano su dati Istat).
Il numero dei disoccupati si è accresciuto del 40%, cioè di oltre 750.000 unità. Il 60% sono persone che hanno perso la precedente occupazione. Nel secondo trimestre 2012, gli occupati a tempo pieno sono risultati inferiori di 439.000 unità rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, sostituiti, secondo l’ISTAT, da circa 391.000 occupati a tempo parziale (in grande misura involontariamente). Nello stesso periodo, il numero degli occupati dell’industria in senso stretto ha registrato un calo di oltre 100.000 unità, concentrato nelle imprese di medio-grande dimensione. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% (II trimestre 2011) al 33,9%, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno. Nel II trimestre 2012 il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al II trimestre 2011. La spesa delle famiglie (in termini reali) si è ridotta del 3,7%. Gli investimenti fissi lordi si sono ridotti del 9%. Il valore aggiunto dell’industria è caduto del 6% (-5,6% industria in senso stretto, -6,5% le costruzioni). Anche i servizi (commercio, alberghi ecc.) si riducono (-3%), solo credito, attività di intermediazione immobiliare e servizi professionali registrano una (modesta) crescita. Un confronto fra gli stessi trimestri per la spesa pubblica mostra che nel complesso le uscite sono aumentate di 1,3%, ma si sono ridotti (-1,7%) i redditi dei dipendenti pubblici e le uscite in conto capitale (-11%). Quasi l’intero aumento della spesa pubblica è dovuto ad un aumento (12%) del pagamento per interessi sul debito pubblico.
- Details
- Hits: 2795

Austerità autolesionista?
di Dawn Holland e Jonathan Portes
I governi dell'UE hanno ciascuno singolarmente adottato severi programmi di austerità, nel tentativo di evitare di diventare il prossimo Portogallo. Questo articolo presenta i risultati del National Institute Global Econometric Model, i quali suggeriscono che le politiche, pur razionali se considerate singolarmente, stanno portando alla follia collettiva. Il ''paradosso della parsimonia" di Keynes è in pieno svolgimento, in quanto le nazioni dell'UE continuano a comportarsi come piccole economie aperte, mentre in realtà sono una grande economia chiusa.
L'austerità - in particolare i programmi di risanamento di bilancio in corso nella maggior parte dei paesi dell'UE - è autolesionista? DeLong e Summers (2012) hanno sostenuto che, nelle attuali circostanze economiche, l'impatto negativo del risanamento di bilancio sulla crescita può essere così forte che gli effetti sul rapporto debito/PIL diventano perversi, provocandone un aumento invece che una diminuzione. Questa domanda è stata bruscamente messa in luce dalla tardiva rivalutazione da parte del FMI della grandezza del "moltiplicatore fiscale" nei principali paesi industrializzati durante la Grande Recessione (IMF 2012), anche se il loro metodo, che chiaramente non è definitivo, è stato contestato da Giles (2012).
In una recente ricerca, abbiamo fatto il primo tentativo – a quanto ci risulta – di costruire un modello sull'impatto quantitativo del consolidamento fiscale coordinato in tutta l'UE, usando il National Institute Global Econometric Model, e tenendo conto della congiuntura economica attuale (Holland e Portes 2012).
- Details
- Hits: 3897

I beni comuni non sono il bene comune
Guido Viale
C’era una volta
C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio. Nell’era moderna, il processo della loro appropriazione – e della esclusione di chi ne traeva il proprio sostentamento – è cominciato molto presto con le recinzioni (enclosure) dei pascoli in Inghilterra, che Marx pone a fondamento del meccanismo di accumulazione primitiva del capitale. Ed è proseguito nel tempo: molte delle rivoluzioni borghesi in Europa hanno messo capo a un processo analogo, per non parlare della conquista del West in Nordamerica, a spese delle popolazioni indigene, o del colonialismo, che ha globalizzato questa pratica.
Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto “pensiero unico”, si sono svolti all’insegna della privatizzazione di tutto l’esistente – persino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso. Ma la musica sta cambiando e deve cambiare. In ogni caso la difesa dei beni comuni, che oggi è il denominatore comune di tanti conflitti sociali, non si configura come un ritorno al passato, quando non tutto era ancora mercificato, e per questo “privatizzato” in nome di un progresso che identifica efficienza e profitto.
Page 562 of 653







































