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Verso la metamorfosi completa dell'“operaio” sociale
Karlo Raveli
Le riflessioni di Andrea Fumagalli in “Per una metamorfosi della rappresentanza e del conflitto sociale” segnano a mio modo di vedere, anche se non ho una conoscenza esaustiva del processo teorico in corso in Italia, un passo decisivo verso la ricomposizione teorica su/della classe operaia. In sé, visto che il “per sé” è ancora un po' lontanino.
Detto in parole povere, ci stiamo finalmente avviando verso il funerale della “classe lavoratrice”. Anche se nel general intellect è tutt'ora dominante quel linguaggio (come Sistema Operativo) “marxista” ereditato dai primordi della lotta di classe nel capitalismo, quando la classe operaia, classe radicalmente antagonista del modo di sviluppo – che comprende la produzione... - capitalista, venne “scambiata...” con il suo settore lavoratore salariato, industriale oltretutto, con tutte le fatali conseguenze che tutt'ora sopportiamo.
Tant'è che lotta di classe operaia non è ancora, mai soggettivamente, esistita sul pianeta Terra.
Marx indicò in modo definitorio e categorico l'origine e il principio delle classi nell'attuale sistema sociale. È nella contraddizione fondamentale del capitalismo, tra appropriazione privata (sotto tutte le sue forme, le attuali ancor più) e carattere sociale della produzione e attività umana, che prendono corpo i due campi sociali radicalmente antagonisti. Quindi: non solo nello sfruttamento, alienazione e poi coscienza di classe. Il termine operaio, e classe operaia, non comprende solo il suo settore – oggi sempre più minoritario - degli sfruttati salariati, tanto più se fissi e stabili nella struttura produttiva “classica”.
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L’inchino europeo al capitale privato
Alberto Burgio
Afferma un celebre adagio che nella pervicacia si annida il demonio. Se è vero, le leadership europee sono prigioniere di potenze infere. Da sette anni infliggono ai propri paesi e alle loro economie una terapia nel segno dell’austerity che dovrebbe debellare la crisi e rimettere in moto la crescita. Non solo questa cura non ha prodotto nessuno dei risultati attesi. Tutte le evidenze depongono in senso contrario, al punto che sempre più numerosi economisti mainstream si pronunciano a favore di politiche espansive. Ciò nonostante la musica non cambia, nemmeno ora che l’Istituto statistico nazionale della Germania federale ha reso noti i dati sul secondo semestre di quest’anno. Anzi, il mantra delle «riforme strutturali» imperversa più forte che mai.
Insomma, il demonio sbanca. O c’è semplicemente un dio dispettoso che si diverte ad accecare gente che vuol perdere. Sta di fatto che a suon di «riforme» l’Europa si sta suicidando, come già avvenne nel secolo scorso dopo il crollo di Wall Street, nonostante il buon esempio degli Stati uniti rooseveltiani, che pure di capitalismo ne capivano.
Questa è una lettura possibile. I capi di Stato e di governo e i grandi banchieri starebbero sbagliando i conti. Per superbia e presunzione, forse per incapacità, come pare suggerire il ministro Padoan parlando di previsioni errate.
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Nota sulla psicoanalisi lacaniana
di Roberto Bugliani
Questo impegnativo articolo di Roberto Bugliani – una versione ridotta di un suo vecchio saggio, “Psicoanalisi e idealismo”, pubblicato decenni fa in Le parole di Mefisto, Contraddizione edizioni, Roma 1990 – riprende e sviluppa un suo commento (qui) seguito alla citazione che avevo fatto nell’articolo sui rapporti tra Zanzotto e Fortini di due passi di un saggio di Roberto Finelli (qui). Le questioni teoriche erano affrontate da Lacan in uno stile caratterizzato sicuramente da una notevole “oscurità” e complessità di linguaggio, perché egli si rivolgeva innanzitutto agli “addetti ai lavori” (agli psicanalisti accusati di essere diventati «manager delle anime»). Ebbero tuttavia una risonanza notevole nei movimenti seguiti al ’68. Oggi possono parere ancora più ostiche, ma vale la pena di tornarci su e di spenderci un po’ di studio.
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Il dibattito post-comunista sul terrorismo
Militant
Davvero interessante il dibattito avvenuto in questi giorni sulle colonne del Manifesto tra Angelo D’Orsi e Giuliana Sgrena. Pur avvenuto su un quotidiano che ancora si definisce “comunista”, pur non essendolo – quotidiano e comunista – da svariati anni, riesce a mettere di fronte due opinioni (apparentemente) opposte, nessuna delle quali riesce ad uscire dal punto di vista borghese di vedere il mondo.
Ad Angelo D’Orsi il compito di aver aperto le danze con un articolo in cui, in buona sostanza, giustificava le parole di Di Battista. Nessuna riflessione fra lotta armata e terrorismo, nessun tentativo di distinguere le ragioni politiche di chi combatte con la forza, solo una parossistica – e molto borghese purtroppo – infatuazione verso il terrorismo in quanto tale, di qualsiasi posizione esso sia. Ora, risulta anche a noi evidente il senso delle intenzioni di D’Orsi, che condividiamo pienamente: non si giudica il terrorismo in base alle liste di proscrizione stilate dall’agenzia di sicurezza statunitense. Il fenomeno terrorista va contestualizzato, interpretato e risolto da un punto di vista politico, non poliziesco. Il problema è che da anni manca un linguaggio politico capace di descrivere pienamente questi concetti, perché per anni queste stesse persone, che oggi giocano a fare i liberali con i terroristi, hanno accomunato ogni forma di lotta di classe che usasse la forza proprio al terrorismo, condannando senza cedimenti gli strumenti dei subalterni alle ragioni della democrazia liberale.
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I sogni muoiono nel pomeriggio
Elisabetta Teghil
Il 4 agosto 1914 il gruppo parlamentare socialdemocratico al Reichstag, il parlamento tedesco, votò i crediti di guerra. Il fatto suscitò una grande impressione perché l’Internazionale socialista si presentava e veniva percepita e letta come la principale forza politica antimilitarista. Un tratto che la caratterizzava perché la dichiarazione di guerra del 28 luglio 1914 non fu un fulmine a ciel sereno, ma era messa in preventivo da diverso tempo.
Ma le premesse si erano viste quando Rosa Luxemburg pubblicò “L’accumulazione del capitale”. Fu proprio questo lavoro che rivelò lo spessore dei disaccordi che segnavano con una linea di frattura l’Internazionale socialista.
Per Luxemburg le condizioni create dall’imperialismo: lotta per le colonie, competizione fra le grandi potenze, caratteristiche proprie, cannibalistiche e onnivore, del capitalismo, non potevano che sfociare nella guerra accompagnata dallo sviluppo dell’apparato industriale bellico che diventava il volano dell’economia dei singoli paesi. L’opera, pubblicata nel gennaio del 1913, subì forti e scomposti attacchi da tutti quelli che, guarda caso, poi votarono la causa della guerra nei loro rispettivi paesi. In particolare si distinsero Eckstein e Bauer.
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Il filosofo armato
Ludovico Geymonat e l'analisi delle sconfitte della Resistenza
di Pietro Piro
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 1968
1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat
Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani.
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta.
Riprendiamo le sue analisi dal titolo: Per un’analisi critica della Resistenza (riflessioni che nascono come testo di una conferenza per studenti liceali) contenute nel volume: La società come milizia a cura di Fabio Minazzi edita da Marcos y Marcos, Milano 1989 (il testo è stato anche ristampato nel 2008 dalla casa editrice Città del Sole).
Innanzitutto, dobbiamo mostrare come Geymonat colloca la propria analisi critica della Resistenza in una visione del mondo più ampia in cui i prodotti storici «non godono di nessuna assolutezza metafisica» (p. 32) e continuano ad esistere solo nella misura in cui continueranno ad esistere determinate forze e precise configurazioni sociali, culturali e politiche.
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Rischiarare le tenebre della politica in Italia
di Andrea Stroscio
L’autore discute in questo articolo alcuni dei contributi presenti nel numero uno di Pandora. Puoi scaricare il PDF del numero completo a questo link
Condivido in generale la prospettiva per una critica del presente, per fare uscire la politica dalla sua crisi e per un recupero di autonomia politica della sinistra avanzata da Mario Tronti, in particolare nel suo libro dell’anno scorso e recentemente nel suo articolo sul primo numero di Pandora. La direzione indicata da Tronti ci aiuta a uscire dal disorientamento politico, ad avviare una riflessione collettiva sui primi passi da muovere per una riorganizzazione delle forze in campo e ad arginare la deriva antipolitica in favore di una politica forte e intelligente, che dica parole e pensieri propri, antagonista e autorevole, capace di incidere sulla realtà e di mediazione. Si tratta innanzitutto di stare, come intellettuale, da una parte, che è politica nel senso di una forza collettiva che critica lo stato di cose presente e si organizza per trasformarlo, riferendosi a quel punto di vista. E conseguentemente condivido il percorso parallelamente indicato da Giacomo Bottos su Pandora per riavvicinare teoria e prassi di trasformazione del mondo, per rimettere in contatto politica e centri di riflessione e ricerca, per un modo di parte di stare nei partiti e nei sindacati dei lavoratori e di confrontarsi con l’associazionismo, le aggregazioni, il terzo settore, che li riavvicini e li ripoliticizzi.
Mi colloco però a un livello di elaborazione meno avanzato, più limitato e incompleto, rispetto alla loro proposta di ricostruzione politica, anche se al contempo e contraddittoriamente avverto, mi sembra più di loro, l’esigenza di un progetto politico collettivo già da subito più concreto.
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Reshoring
Dietro la reindustrializzazione dell’Europa
di Giovanna Cracco
La crisi dell’economia reale nei Paesi a capitalismo avanzato, seguita alla crisi finanziaria e alla crisi (speculazione) dei debiti sovrani, è stata lasciata andare alla deriva come una nave fantasma. Eppure capitani ce n’erano – la classe dirigente politica ed economica – e ciurma ce n’è sempre in abbondanza – lavoratori, pensionati... cittadini. Si può pensare che chi stabilisce la rotta sia incapace, o sedotto dal canto delle sirene, in questo caso quelle dell’ideologia neoliberista, ma è in genere una risposta di comodo, assolutoria, perché contempla l’attenuante della stupidità che porta con sé quella della buonafede. Ed è difficile credere a quest’ultima quando si leggono le relazioni che i ‘capitani’ si scambiano ai meeting e alle riunioni internazionali.
In tutte le analisi, la ragione della crisi è individuata nella deindustrializzazione messa in atto negli ultimi vent’anni. La globalizzazione, ossia la libera circolazione di merci e capitali che ha permesso la finanziarizzazione dell’economia e la delocalizzazione della produzione nei Paesi a basso costo del lavoro, è stata servita ai cittadini accompagnata dalla tesi secondo cui la chiusura delle fabbriche nei Paesi a capitalismo avanzato rispondeva a una naturale progressione della loro economia verso una struttura di tipo terziario.
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Togliatti e la democrazia in Italia
Luigi Pandolfi
Cinquant'anni fa, il 21 agosto del 1964, moriva a Yalta Palmiro Togliatti. Di seguito un mio scritto sulla strategia del segretario del Pci nel dopoguerra, sul Partito nuovo e la costruzione della democrazia in Italia, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).
Non c'è dubbio che il PCI sia stato, con una certa coerenza almeno fino ai primi anni settanta, parte integrante del movimento comunista internazionale, che aveva nell'Unione sovietica e nell'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre, il suo punto di riferimento storico-politico e ideologico, la sua radice fondante. Un'ovvietà, si potrebbe dire.
Altrettanto vero è che, già a partire dai primi anni quaranta, segnatamente con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944, il Partito Comunista Italiano abbia profondamente rinnovato la sua strategia di lungo periodo, ragionando sulla necessità di inserirsi pienamente nel sistema democratico in formazione, adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza.
La "svolta di Salerno" non fu un espediente tattico per prendere tempo, in attesa del momento propizio per la rivoluzione, per l'instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico. No. Si trattò di una svolta vera, con implicazioni importanti sia sul piano teorico e programmatico che sul piano organizzativo.
L'idea di Togliatti, che alla lunga si rivelerà vincente e di grande forza propulsiva, era quella di costruire nel nostro paese un partito di massa che, sebbene regolato da una forte disciplina interna, avesse la capacità di attrarre sui contenuti della sua politica porzioni molto larghe della società italiana. Un partito che, pur non perdendo la sua natura classista, sapesse coniugare conflitto sociale e politica istituzionale, radicamento municipale e autonoma rappresentanza di classe.
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La strategia della lumaca
Teatro Valle, alcuni appunti
di Cristina Morini
Che cosa resta di una torre che venga svuotata da chi ci è entrato o di un teatro occupato che decida di disoccuparsi? Che cosa rimane, che cosa si acquista e che cosa, eventualmente, rischia di perdersi nei passaggi? Oppure, ancora: è possibile pensare che il tipo di processo interno all’esperienza abbia condotto, indifferibilmente, sin dal principio, verso l’uscita, ovvero abbia influenzato la conclusione della storia?
La chiusura del caso del teatro Valle i cui occupanti hanno accettato di lasciare lo spazio perché venga “messo in sicurezza” in cambio di “riconoscimento”, al di là degli aspetti tecnici e dei dettagli dell’accordo con il comune di Roma e con il ministero dei Beni Culturali, ci offre l’occasione di fare un breve riepilogo dei ragionamenti sull’esperienza dei teatri occupati e sul lavoro cognitivo già avviate da qualche tempo. Non si tratta di esprimere giudizi di merito o di stilare classifiche tra il bene e il male, il giusto o lo sbagliato, il vero o il falso, ma di azzardare diagnosi da cui distillare qualche possibile insegnamento. Premetto anche che è assai lontano da me, nello scrivere queste note, il desiderio di appoggiare una sorta di estetica della lotta o del conflitto fine a se stesso. Ma devo ammettere subito che ritengo altresì che la vicenda abbia innanzitutto provato che scongiurare il pericolo per via legale non è possibile. Perché la legge, come si sa, non sta mai dalla parte dei deboli.
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Mario Draghi e la battaglia europea
di Alessandro Visalli
Siamo ormai al diciannovesimo anno di guerra mondiale. Come ricorderemo la dichiarazione di inizio, dopo numerose scaramucce e scontri preparatori, data 1 gennaio 1995, quando l'Uruguay Round, iniziato nel 1986, si concluse con l'inaudita decisione di abolire le barriere allo scambio dei beni, come dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Da allora il potente WTO ha demolito sistematicamente ogni barriera alzata nei secoli a protezione delle vite e dei beni dei popoli del mondo, mettendo in contatto senza filtri e protezioni tradizioni e culture diverse e sistemi sociali altamente differenti. Se si considera che nella definizione di "servizi" sono sostanzialmente ricompresi i capitali finanziari ed i servizi connessi, l'evento manifesta, a quasi venti anni di distanza, tutta la sua geometrica potenza.
I servizi finanziari, rendono possibile ai capitali di alzarsi da terra, rifiutare il legame con le modalità di produzione socialmente determinate che li hanno generati e muoversi, vorticosamente, in cerca di maggiori "rendimenti" nel mondo. Cioè in cerca di un maggiore tasso di sfruttamento di condizioni locali.
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Marx messo a tacere da Hardt & Negri?
di J.
Introduzione
Le trasformazioni profonde del recente passato - lo smantellamento dello stato-provvidenza ad Ovest, il crollo del blocco dei paesi dell'Est e dei partiti "comunisti", e l'emergere di un nuovo ordine capitalista mondiale e liberale, apparentemente trionfante, ha restituito tutta la sua importanza al problema della dinamica storica e della possibilità di trasformare il mondo.
Il crollo del blocco dell'Est, la dissoluzione definitiva dell'Unione Sovietica, e l'abbandono del riferimento al "comunismo" non segnano affatto la fine storica del marxismo, ma piuttosto le deformazioni radicali dello stesso, per cui il socialismo sarebbe caratterizzato principalmente dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e dalla produzione centralizzata, e da un modo di distribuzione regolato in maniera giusta e cosciente. Questa visione deformata del marxismo non ha permesso la critica dei regimi "socialisti". Per coloro che hanno tenuto gli occhi aperti, i regimi cosiddetti "socialisti" non apparivano come una risposta ai problemi del capitalismo, poiché non differivano dal capitalismo occidentale se non per l'introduzione della pianificazione centralizzata e per la proprietà da parte dello Stato. Negli anni '30, per esempio, Gide, nel suo "Ritorno dall'URSS", scriveva a proposito del regime stalinista: "Sì, certo, dittatura evidentemente; ma quella di un uomo, non più quella dei proletari uniti, dei soviet. Il punto è di non illudersi, e sforzarsi di riconoscerlo chiaramente: non è quello che volevamo. Ancora un passo e potremmo perfino dire: è proprio quello che non volevamo affatto".
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Il Califfato, o della Modernità Occidentale
di Niccolò Serri
Con la sua recente avanzata nelle pianure di Nineveh e l’assalto alle limitrofe postazioni occupate dai Peshmerga Kurdi, l’ISIL/ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), o più semplicemente IS (Stato Islamico), ha esteso il suo controllo su una porzione di territorio più o meno grande come il Belgio, fra Aleppo e Mosul. Già da inizio Giugno, il movimento si è candidato a strappare ad Al Qaeda e agli Al Shabaab somali la palma di gruppo terroristico più ricco del pianeta, potendo contare non solo sui proventi delle sue sistematiche razzie, ma anche sul ben più remunerativo controllo dei giacimenti di gas e petrolio a cavallo tra Iraq e Siria.
Di fronte a questo processo di vero e proprio state-building totalitario, forse ancor più che di fronte alla sistematicità del massacro palestinese, la narrazione occidentale resta intrappolata in una visione ‘orientalistica’ della realtà mediorientale. La brutalità dei massacri (da ultimo quello degli Yazidi) viene ricondotta, ancora una volta, ad una barbarie irrazionale, frutto della mancata modernizzazione dell’area, della ferocia inter-settaria e dell’ineliminabile refrattarietà della religione musulmana al progetto della democrazia liberale.
La striscia di Gaza è descritta come un brulicante coacervo di odio anti-israeliano, da cui, contro ogni valutazione tattico-strategica, continuano a essere lanciati missili contro le soverchianti forze israeliane; l’IS è assimilato ad una primitiva orda di mongola memoria, descritto sbrigativamente come «più estremista di Al Qaeda», animato da una furia cieca e devastatrice. La sofferenza degli uni e la violenza degli altri sono sempre tenute a debita distanza dalla nostra coscienza occidentale, ‘esoticizzate’ e marginalizzate come residuo anti-moderno.
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La globalizzazione smentisce le "profezie" di Marx?
di Moreno Pasquinelli
Sviluppo capitalistico e classi sociali
Con quanta (insostenibile) leggerezza il pensiero unico liberista ha pensato di sbarazzarsi dello "spettro" di Marx!
Essi sono convinti che l'implosione del movimento comunista dipenda anzitutto dalla fallacia delle previsioni di Marx, considerate vaticini senza basi scientifiche, profezie filosofiche campate per aria.
Le cose stanno veramente così? E' proprio vero che la globalizzazione avrebbe smentito le principali previsioni marxiane? O non è forse vero il contrario?
Proviamo a verificarlo, prendendo in considerazione, come amano tanto gli "scienziati" di Sua Maestà Il Capitale, i fatti, i dati empirici, e quindi rileggendo quanto Marx scrisse nel Manifesto del Partito Comunista del 1848.
Diverse sono le tesi "profetiche" di Marx, tra le altre quella che concerne il rapporto indissolubile tra capitale e lavoro salariato, ovvero come, alla crescita del capitale deve corrispondere un'aumento dell'esercito proletario. Lo faremo svelando gli ultimi dati sulle classi sociali a livello mondiale.
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“Oggetti e argomenti per una disperazione”
di Marino Badiale
Questo scritto è diviso in due parti. La prima è una recensione di due libri letti recentemente. Nella seconda proseguo le riflessioni sul “perché la gente non si ribella?”, iniziate tempo fa sul blog. “Oggetti e argomenti per una disperazione” è il titolo di una poesia di Elio Pagliarani, grande poeta scomparso nel 2012, che trovate per esempio qui.
1. Due libri recenti
I.Masulli, Chi ha cambiato il mondo? Laterza 2014
P.Dardot, C.Laval, La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi 2013.
La forma di capitalismo che ha organizzato il mondo negli ultimi trent'anni, che per chiarezza comunicativa possiamo denominare capitalismo “neoliberista” e “globalizzato”, è probabilmente entrata in una crisi irreversibile, una crisi che porterà a qualche nuova forma, ad oggi imprevedibile, di regolazione del modo di produzione capitalistico.
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Al margine del caos
Geopolitica ai tempi dell’era della Complessità
Pierluigi Fagan
Cosa sta succedendo nel mondo? Come siamo giunti qui? Sino all’estate del 2001 vivevamo nel migliore dei mondi possibili, il futuro era bright and happy, il confort delle nostre vite mai così comodo, le nuove tecnologie erano la nostra terza rivoluzione industriale, l’Europa stava per varare la propria prima forma concreta di comunità ovvero una nuova moneta comune, il G20 si riuniva in Canada per la terza volta e la guerra una pratica irrazionale che avevamo finalmente superato come stadio evolutivo e per alcuni, addirittura, la storia era finita nel senso che avevamo raggiunto il fatidico inveramento dello spirito assoluto nel capitalismo liberale planetario1. Poi è iniziata, una prima lenta poi sempre più precipitosa, sequenza di fatti fuori norma, fatti del tutto contrari a quel sentimento di calma tranquilla e fiduciosa apertura al futuro.
Qualcuno lancia aeroplani civili contro i cristalli dei due simboli della nota skyline di New York, si va in guerra, d’accordo contro l’Afghanistan (?) ma perché anche contro l’Iraq? Poi un altro giorno di Settembre (mese in cui sembra che si formi uno sorta di “tutti i nodi vengono al pettine”) di qualche anno dopo, salta per aria una delle grandi banche d’investimento americane ed a seguire viene giù tutto il sistema di punta della pompa finanziaria che regge la nuova versione del sistema economico occidentale, la versione smaterializzata e iperglobalizzata.
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Arriva la Troika? Cosa bolle in pentola
di Aldo Giannuli
Come si sa, questo è un paese in cui le cose serie si decidono a ferragosto. Poi, al rientro, gli italiani trovano il piatto cotto in tavola. Ed anche oggi le cose stanno andando così. A rendercelo noto sono state soprattutto le articolesse domenicali di Eugenio Scalfari su Repubblica, ma, dopo, non è stato difficile scorgere qui e lì i segni del clima mutato. Da giugno, si sono infittiti i segni di una crescente insofferenza dei poteri forti e semi-forti verso Renzi: le bordare del gruppo Espresso-Repubblica, la sparata di Della Valle, i mugugni confindustriali, le denunce di Confcommercio, i rilievi di Cottarelli, la freddezza del “Corriere” e del “Sole 24 ore”…
E’ stato come se il travolgente successo alle europee, non solo non consacrasse la leadership di Renzi, ma quasi la indebolisse: arginato il M5s, Renzi non serve più.
E il preannuncio del licenziamento è arrivato con la bacchettata di Draghi che ha detto papale papale “caro Renzi, non mi incanti con la riforma del Senato, sono altre le riforme che devi fare” e, il sottinteso, neanche tanto dissimulato, era “altrimenti togliti di mezzo”.
Renzi prima si è messo sull’attenti (“D’accordo al 100%”) poi, visto che la cosa non commuoveva nessuno, sta abbozzando un goffo tentativo di resistenza (“Non decide la Bce!”).
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Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma
Militant
Non è certo semplice, men che meno immediato, riuscire a spiegare le ragioni per cui oggi qualsiasi opera di distinguo, di presa di distanza all’interno della Resistenza palestinese, sia giocoforza complice della carneficina israeliana. Eppure, oggi come in altre circostanze, è necessario portare avanti qualche posizione scomoda, non precostituita, fuori dal normali canoni del dibattito politico a sinistra.
Non c’è dubbio che Hamas non sia il nostro punto di riferimento politico nel mondo arabo. Le sue posizioni, che possono per (troppa) comodità essere sintetizzate nell’esasperato radicalismo religioso, la rendono una formazione politica distante dalla nostra ideale visione delle cose del mondo. Se il tentativo di capire la situazione mediorientale, per molti versi paradigmatica dell’evoluzione politica che potrebbe avvenire anche in altri contesti, terminasse qui, avremmo già la nostra sentenza: con una forza intimamente teocratica e anticomunista si può condividere molto poco, quasi niente, neanche singoli passaggi tattici contro eventuali nemici comuni. Questa però sarebbe una visione a dir poco superficiale e sclerotizzata dei rapporti politici esistenti nel contesto palestinese, e che soprattutto risentirebbe del punto di vista eurocentrico del modo di guardare le cose altrui.
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ISIS: Che fare?
Alessadro Di Battista
"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere.
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La verità è rivoluzionaria*
di Mario Tronti
Sul populismo, quasi tutto è stato detto. Sulla rappresentanza, quasi nulla c’è più da dire. Sposterei il fuoco del discorso critico: verso i punti di cui non si dice, ma si tace. Di un ritorno in grande della critica c’è oggi bisogno. E però sul carattere che essa deve assumere, ci si deve intendere: almeno tra chi esprime la volontà politica di un “per la critica” riguardo a tutto ciò che è. Ma - ecco il punto - ciò che è non corrisponde a ciò che appare. Gran parte dei movimenti di opinione, nell’età della comunicazione di massa, prendono come nemico l’apparenza, combattono quello che vedono, cioè quello che gli viene fatto vedere. La realtà è così lasciata libera di operare su di loro, contro di loro. E vince, perché non ha più avversari.
Guardate. Non è da anni, è da decenni, dai favolosi anni Ottanta, che si ripete qui in Occidente la frase: è cambiato tutto, e tutto velocemente cambia. Non è vero. Tutto è sostanzialmente come prima, tutto è disperatamente fermo. Da sottolineare: “sostanzialmente”. Le forme di esistenza di una società capitalistica si sono radicalmente trasformate, ma il capitalismo come sostanza di vita, cioè come rapporto sociale e come struttura di potere, è ancora quello o ne siamo fuoriusciti? Le sue grandi trasformazioni, indubitabili, ci autorizzano a firmare con esso un patto di stabilità che lo certifichi come eterno presente? L’avvento del nuovo che avanza, a datare da fine Novecento, non si rivela adesso per quello che è, cioè un ritorno di Ottocento? Perfino la scienza economica più avvertita ormai se ne accorge: vedi il confronto in quel d’America tra Thomas Piketty e Stiglitz e Krugman. Queste sono le domande. Io penso che oggi la lotta, prima ancora che tra il giusto e l’ingiusto, è, deve essere, tra il vero e il falso. C’è un nuovo senso da dare al vecchio detto del movimento operaio: dire la verità è rivoluzionario.
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La furbata
Cosa bolle nel pentolone del dibattito sul debito pubblico?
di Leonardo Mazzei
E' in preparazione qualcosa di grosso. O, forse, di qualcosa solo apparentemente grosso. In ogni caso tutto sembra in movimento: il mondo della finanza, l'entourage di Renzi, i giornalisti solitamente ben informati. Ed infine la Bce.
Come abbiamo già segnalato nei giorni scorsi, il pentolone del dibattito sul debito pubblico ribolle come non avveniva da tempo. Il fatto è che i nodi stanno venendo al pettine. Se in Italia della "ripresa" non c'è neppure l'ombra, è l'intero quadro europeo che va facendosi sempre più fosco.
In questa situazione appassionarsi ai decimali sarebbe assurdo, tanto più che il Fiscal compact incombe. E così, poco alla volta, ma oramai con una evidente accelerazione, una verità va facendosi strada nei pensatoi del blocco dominante. Di cosa si tratta? Della consapevolezza che il debito pubblico italiano ha raggiunto ormai la soglia dell'insostenibilità, che non è più possibile affrontarlo con le ordinarie politiche austeritarie, che dunque misure eccezionali si impongono.
Breve digressione. Il concetto di «insostenibilità», che qui adopero, non ha ovviamente un valore assoluto. Ce l'ha invece nel quadro dato del «capitalismo-casinò» ed in assenza di sovranità monetaria. Non è dunque un concetto scientifico, ma solo una valutazione realistica rispetto alla concreta configurazione dell'attuale situazione italiana.
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QED 37 - La Germania: riassunto per i politici
di Alberto Bagnai
(...cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)
Fin dall'inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell'euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:
1) il 23 agosto del 2011: "la Germania segherà il ramo su cui è seduta"
2) il 23 luglio del 2013: "il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei 'virtuosi'"
Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l'ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l'economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.
Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.
Il primo è mutuato dalla "cultura" calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l'economia non funziona così: l'economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.
Il secondo è mutuato dalla "cultura" geopolitica, in versione vagamente complottarda.
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Padania, Europa
di Sandro Chignola
Tornare sulle lotte che hanno attraversato il settore della logistica e del movimento merci può forse essere utile se al centro del nostro dibattito si pone la questione della trasformazione del sindacato. Per farlo, organizzo questo articolo attorno a tre nodi. Il primo è un reminder. Riguarda una breve cronaca delle lotte. Il secondo mette a tema il recente accordo stretto tra la Federazione dei trasportatori (FEDIT) e i sindacati confederali. Il terzo la lezione che è possibile trarre, in previsione dell’autunno, dal ciclo di lotte appena concluso.
Sottolineare ancora una volta la centralità del settore della logistica nel sistema di accumulazione capitalistico contemporaneo può apparire superfluo. E tuttavia può forse essere interessante non solo ricordare qualche dato, ma metterne a fuoco gli effetti. Tanto la subfornitura quanto la movimentazione merci hanno acquisito una crescente centralità nel deterritorializzarsi dei flussi di produzione. In questione non è solo la crescente rilevanza dei magazzini e delle scorte nella gestione di processo ingegnerizzata dal just in time e direttamente organizzata dalla domanda del mercato, ma l’operatività stessa dello schema che mette a valore la delocalizzazione produttiva, i cuircuiti dell’informazione, le reti della cooperazione diffusa. La logistica attrae e valorizza capitali, traccia per essi nuove rotte, modula secca estrazione di plusvalore assoluto e saldi positivi di plusvalore relativo aiutando ad intrecciare i nodi e a vincere le rigidità e le resistenze nella divisione internazionale del lavoro. Sulla logistica si investe ed essa esce a testa alta dalla stessa crisi del capitalismo globale.
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Modernizzare stanca
di Marino Badiale
Credo sia opportuno iniziare a discutere un atteggiamento mentale che mi sembra abbastanza diffuso nel piccolo mondo anticapitalistico del nostro paese. È un complesso di idee del quale sarebbe molto interessante ricostruire la storia, che risale probabilmente a fine Ottocento ed è legata, io penso, al modo in cui nel nostro paese è nata e si è sviluppata la moderna impresa capitalistica. Per farla breve, si tratta dell'idea che il nostro sia un paese arretrato, che il nostro capitalismo sia un capitalismo di second'ordine, inadeguato, straccione, e che, di conseguenza, il compito principale delle forze antagonistiche sia quello di modernizzare il paese e di correggere il suo capitalismo favorendone la trasformazione secondo il modello del capitalismo dei paesi “civili” e “avanzati”.
Sono convinto che la necessità di “modernizzare l'Italia” sia stata una delle principali idee-forza della sinistra nel nostro paese, e in particolare abbia rappresentato il fondamento reale del radicamento e del successo del Partito Comunista Italiano in una parte significativa dei ceti dominanti e degli intellettuali.
Sono anche convinto che questa idea-forza sia oggi una palla al piede di ogni tentativo di politica antisistemica. Gli argomenti per questa tesi li ho esposti in un saggio scritto assieme a Bontempelli (adesso contenuto in “La sfida politica della decrescita”).
In sostanza, la tesi in esso sviluppata è che oggi sviluppo, modernizzazione e progresso, almeno come sono declinati dalla totalità del mainstream informativo, sono valori interni a un capitalismo profondamente distruttivo e nella sostanza regressivo.
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Le soglie dell'orrore
Sergio Cararo
L'ultimo mattatoio scatenato da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.
Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga, troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di innocenti.
Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente preoccupante.
In questi anni la realtà dei “due pesi e due misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perchè il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei anni fa Ilan Pappe.
Per molto meno di quello che le autorità e le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza, altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad interventi militari punitivi.
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