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La frantumazione di Vicino e Medio Oriente
di Pier Francesco Zarcone
Un caos propagabile
Nulla sarà più come prima. È una predizione assai facile, in base allo stato di disfacimento politico in cui oggi si trova tutta l’area che va dalla Libia all’Afghanistan, come al solito grazie all’imperialismo occidentale. Gli Stati più o meno artificiali creati dai vincitori della Prima guerra mondiale, spartendosi il defunto Impero ottomano attraverso la mistificazione dei “mandati”, potrebbero scomparire o comunque potrebbero nascere nuove linee di frontiera. Né vanno trascurati entità precarie come il Pakistan (originariamente addirittura distinto in due parti lontanissime fra loro, di cui quella orientale sarebbe poi divenuto il Bangla Desh) e l’Afghanistan, che obiettivamente è sempre stato un caso a parte, più o meno tenuto insieme da dinastie la cui forza derivava da accorti equilibrismi tra i componenti di un complicato mosaico etnico-religioso e tribale. Ciò almeno fino a che nel lontano 1973 il re Zahir Shah non venne spodestato dal cugino Sardar Muhammad Daud che proclamò la repubblica; le successive occupazioni sovietica e statunitense hanno però definitivamente scompigliato le tessere del puzzle con cui si può metaforicamente identificare quel paese.
Tutto si complica inevitabilmente quando, con estrema miopia ammantata da cinica furbizia, gli imperialisti utilizzano proprio l’estremismo islamico per destabilizzare e dominare. Il caos afghano è sotto gli occhi di tutti, e dopo il ritiro degli occupanti occidentali le cose andranno anche peggio. Il Pakistan, oltre ai suoi problemi endogeni è alle prese con la sovversione jihadista originariamente creata da quel mix fra incoscienza e autolesionismo che caratterizza da tempo la politica statunitense.
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La guerra alle porte
Dante Barontini
Obama e Cameron hanno deciso: ad abbattere l'aereo malese sono stati i filorussi che vogliono sganciarsi dall'Ucraina consegnata ai nazisti. L'inchiesta internazionale, di cui si continua a parlare, servirebbe eventualmente solo a confermare – con tutti i crismi dell'ufficialità diplomatica – una tesi che è eufemistico definire preconfezionata.
Sia chiaro: in questo tipo di vicende la verità è un optional. Nessuna delle parti ha il minimo interesse per come sono andate realmente gli eventi, importa soltanto l'uso che se ne può fare. E per l'Occidente l'occasione è di quelle lungamente cercate; per la Russia la conferma definitiva di un assedio che le carte geografiche e storiche dimostrano con disarmante evidenza.
Quindi escalation. Diplomatica, per ora. Con incremento e indurimento delle sanzioni applicate alla Russia (ma in realtà soprattutto all'Europa, che dal gas e dal petrolio russi dipende in misura notevole, per obbligarla a recidere i legami con l'est), l'estromissione di Mosca da tutta una serie di consessi internazionali dove si mediano gli interessi globali.
Ma la via è tracciata. È identica a quelle già percorse negli ultimi decenni, contro la Jugoslavia e la Libia, due volte contro l'Iraq, diversi paesi africani in cui il colonialismo si è ripresentato tale e quale. Con abiti francesi o inglesi o statunitensi, ma con identiche modalità: via i regimi non in sintonia con gli interessi imperialisti, dentro altri regimi – non certo “democratici” - totalmente allineati.
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Il triangolo
Neoliberismo, postmodernità, fine della storia
di Diego Giachetti
Introduzione
Il triangolo no, non l'avevo considerato,
d'accordo ci proverò, la geometria non è un reato,
(Renato Zero, Triangolo, 1978)
Nel corso degli ultimi tre decenni sono state introdotte “riforme” impostate secondo il paradigma neoliberista nel sistema socio-economico. Accanto all’erosione lenta ma continua delle norme e dei diritti conquistati a tutela del lavoro e dei lavoratori, è emersa una cultura parallela, nuova e giustificativa del processo in corso, che ha investito i campi del sapere: dalla filosofia all’economia, dalle scienze sociali e politiche alla storiografia. Questa cultura oggi è ideologia di massa, senso comune, che travolge anche il buonsenso. Esso, inteso come pensiero critico, non è scomparso del tutto ma se ne sta, per dirla con un passaggio tratto dai Promessi sposi del Manzoni, «nascosto per paura del senso comune»1 il quale domina l’immaginario odierno con una triangolazione di “idee”: neoliberismo, postmoderno, fine della storia.
Anche chi non crede alle combinazioni astrali, non può fare a meno di notare una sinergia triangolare che si manifesta sul finire degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Un vero e proprio “triangolo delle Bermude” dove scompaiono misteriosamente le “vecchie” concezioni del mondo e della storia, inghiottite dalle onde del neoliberismo, del postmoderno e della finalmente finita storia della lotta tra le classi.
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Gli ultimi tre anni di un euro in bilico
Bruno Amoroso
Per la nuova edizione del libro di Bruno Amoroso L’euro in bilico, Castelvecchi 2014 l’autore ci ha inviato la sua nuova prefazione dal titolo Tre anni dopo che traccia uno scenario delle politiche europee che tiene conto di quanto avvenuto negli ultimi tre anni
Se otto ore vi sembran poche
provate voi a lavorare
e sentirete la differenza
di lavorar e di comandar.
[Canzone popolare]
La prima edizione di questo testo risale al 2011, tre anni che per il dibattito politico e gli eventi che sono seguiti appare come un’era geologica. Il testo fu accolto, salvo alcune generose eccezioni che fecero risaltare ancora di più le regole del gioco, con il silenzio degli accademici che vedevano con fastidio che un tale prodotto fosse partorito dall’interno del loro sistema, e dei giornali e dell’informazione in generale poiché ne metteva in luce la parzialità del loro ruolo.
I più infastiditi furono gli amici e i colleghi di ‘sinistra’ che vedevano giustamente in una mina vagante di questo tipo il rischio del diffondersi del grido ‘il re è nudo’, il re inteso sia l’euro sia la sinistra.
Sugli alti colli del potere nessuno si preoccupò. A Bruxelles erano confidenti che le grandi somme investite per la ‘ricerca europea’ avrebbero garantito la fedeltà delle call girl dell’accademia e del giornalismo europeo al loro piano, e prodotto tranquillamente il frutto dell’euro-dogmatismo.
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Chi è Juncker, il nuovo presidente della Commissione Europea?
Una breve nota su crescita e austerity
Clash City Workers
Jean Claude Junker, politico e avvocato lussemburghese, è stato nominato Presidente della Commissione Europea, con ben 422 voti favorevoli (per la maggioranza assoluta erano necessari 376 voti su 751), 250 contrari e 47 astensioni. Ma cos’è la Commissione? E chi è Junker? Di quali equilibri è frutto la sua nomina? Cosa ci dice questa notizia a noi proletari, studenti, disoccupati, lavoratori? Cerchiamo di rispondere a queste domande.
1. Che cos’è e a che serve la Commissione Europea
Si tratta di uno degli organi più importanti dell’Unione, secondo solo al Consiglio Europeo - che, essendo composto dai Governi dei singoli paesi, e fissando le priorità generali dell’UE, mantiene una sua premazia -. La Commissione, che è formata da 28 commissari, serve ad armonizzare gli interessi delle differenti borghesie continentali, a rappresentare questi interessi nel suo insieme e a renderli attuativi. Il suo stesso nome ci dovrebbe far capire molto di quello che è: come ci ricorda l’etimologia della parola - e di parole analoghe come “commissariato” - indica qualcosa di ben poco democratico: un ristretto numero di persone specializzate in una data materia, deputate a speciali operazioni, che agevolano le procedure decisionali.
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L’individuo è l’essere sociale. Marx e Vygotskij
Felice Cimatti
1. «La coscienza è un rapporto sociale»
L’animale non umano, per Marx,
«è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. È quella stessa [attività vitale]» Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.
Prendiamo un esempio determinato, un castoro. Per esplicare la sua ‘attività vitale’, ad esempio il costruire dighe sul corso dei fiumi, un castoro si basa essenzialmente su abilità innate, abilità appunto che non deve imparare, che non sono fuori di lui. Essere un castoro significa appunto nascere con un insieme di aspettative e abilità innate. In questo senso se il costruire dighe è una attività che distingue il castoro dalle altre specie animali, se questa è la sua essenza animale, allora questa stessa essenza è presente in modo implicito dentro di lui già alla nascita: l’essenza del castoro è dentro il castoro, come un chilo di rigatoni sta dentro la scatola di cartone che lo contiene. Questo non significa che non sia importante anche l’esperienza né che tutto il comportamento animale sia innato; il punto è che ciò che l’animale può imparare è vincolato in modo più o meno rigido dalla sua costituzione biologica innata. Per l’animale non umano, allora, non vale la frase di Marx dei Manoscritti economico filosofici del 1844 che abbiamo scelto come titolo, al contrario, qui l’individuo coincide con l’essere individuale, cioè l’essenza è dentro ogni singolo animale non umano. Espresso in altro modo, ogni castoro è ogni altro castoro, nel senso che dovunque ci sia un castoro troveremo più o meno le stesse attività, la stessa forma di vita, le stesse esperienze.
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Il debito pubblico dell’eurozona (e soprattutto dell’Italia) va ristrutturato
Ecco perché
di Thomas Fazi
Oggi in Europa, in ambito mainstream, esistono fondamentalmente due approcci al problema del debito pubblico, perlomeno in Europa: quello rigorista e quello pseudo-keynesiano (vedremo poi perché “pseudo”). Il primo – che dal 2010 in poi ha monopolizzato il discorso pubblico europeo e fornito il necessario sostegno teorico, ideologico e mediatico al “regime di austerità” – afferma che uno stato è come una famiglia o un’impresa: quando si accumulano troppi debiti, l’unico modo per ridurli è tagliare le spese. In sostanza, considerando che il rapporto debito/Pil è costituito da un numeratore (debito) e un denominatore (Pil), l’approccio rigorista interviene sul numeratore, aumentando l’avanzo primario dello stato (l’eccedenza delle entrate rispetto alle uscite, escludendo gli interessi sul debito) con l’obiettivo di liberare risorse da destinare al servizio del debito. Ovviamente ci sono solo due modi per ottenere un maggiore avanzo primario: o si taglia la spesa pubblica o si aumentano le tasse. Il problema di questo approccio (a prescindere dalle implicazioni sociali) è che aumentando l’avanzo primario si riduce il Pil, a causa del cosiddetto moltiplicatore fiscale, e dunque il rapporto debito/Pil aumenta. Il motivo è che un paese che registra un avanzo primario sta di fatto levando risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri.
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Il fascino discreto della crisi economica
Intervista a Luciano Vasapollo*
Con questa intervista a Luciano Vasapollo arriviamo alla terza puntata del ciclo di interviste il fascino discreto della crisi economica. Vasapollo è docente universitario di Metodi di Analisi dei Sistemi Economici presso “La Sapienza” di Roma. Grande conoscitore dei paesi del Centro e Sud America, Vasapollo è anche Professore all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba). Dirige il centro studi CESTES e la rivista Proteo. Il suo ultimo libro è “Un sistema che produce crisi. Metodi di analisi dei sistemi economici” (Jaca Book, 2013).
L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo.
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Il desiderio comunista
Jodi Dean *
In un suo famoso articolo del 1999, intitolato “Resisting Left Melancholy”1, Wendy Brown adopera l’espressione “malinconia di sinistra”, presa in prestito da Walter Benjamin [Linke Melancholie], per diagnosticare la malinconia propria della sinistra contemporanea. Il saggio, che richiama da vicino la riflessione di Stuart Hall sulla nascita del Tatcherismo, si preoccupa principalmente di analizzare le ansie e le paure di una sinistra in declino: una sinistra che guarda all’indietro, si autopunisce, resta attaccata ai propri fallimenti e si mostra incapace di immaginare un futuro di uguaglianza ed emancipazione. Suggestivo e d’attualità, a detta di molti il saggio di Brown coglieva all’epoca un elemento di verità rispetto alla parabola finale di una certa sequenza storica attraversata dalla sinistra britannica, europea e nordamericana. Rilevando il sentimento della fine e della perdita originato dal disintegrarsi di quel “noi” un tempo condiviso dal discorso del comunismo – o con le parole di Brown “l’incalcolabile perdita” e “l’ideale, inconfessabilmente distrutto, significato contemporaneamente dai termini: sinistra, socialismo, Marx e movimento” – l’autrice forniva una pista per riflettere sul fallimento e la persistenza dei progetti storici della sinistra, a partire da un’analisi dei desideri che li animano2. Perciò il modo in cui Brown trattava le sorti di questo “movimento storico perduto” restituiva l’immagine di una sinistra intenta ad accettare la realtà – la realtà del capitalismo neoliberista e la sconfitta dello stato sociale -o a farci i conti.
Riletto a distanza di più di un decennio, tuttavia, il saggio di Brown suona meno convincente: oggi sembra non essere riuscito nell’impresa di rendere conto di che cosa è andato perduto e del perché.
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Cosa è il “nazarenismo”
Logica del patto Renzi-Berlusconi
Aldo Giannuli
Sono francamente divertito dalle letture che sono state date della lettera di risposta del M5s al Pd: “improvvisa svolta”, “Grillo sconfessa Di Maio”, “Di Maio e Casaleggio impongono la loro linea a Grillo”, “Rottura, no ricomposizione!”, “Le due anime del movimento”. Avendo qualche conoscenza diretta della vicenda, posso dire che sono interpretazioni che non stanno in piedi. In primo luogo, posso attestare che quello che c’è scritto nella lettera di ieri era esattamente quello che la delegazione del M5s, sin da dieci giorni prima, aveva deciso di dire nell’incontro in un primo momento previsto per il 2, prima che arrivasse lo stravagante diktat renziano della risposta scritta. E, nel complesso, era quello che già era maturato quando era stato chiesto il confronto con il Pd. Anzi, mi pare che nessuno ricordi che tutto si è aperto con una lettera a firma congiunta Grillo-Casaleggio. Dunque, non mi pare che ci sia un’anima trattativista ed una “oltranzista”, un buono ed un cattivo. Anzi se il riferimento è ai toni di Grillo nel suo post, devo dire che, quando è arrivata la notizia che il confronto saltava, il più furibondo mi è parso Casaleggio, pur se nelle modalità della sua tipica “rabbia fredda”. Ma qui non si sta parlando delle reazioni individuali più o meno accese di uno o dell’altro, quello che conta è la linea politica che a me sembra unica.
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La lotta di classe dei ricchi
Mario Pierro
Il paese della ricchezza privata e della povertà pubblica. È il ritratto dell’Italia che emerge dal Rapporto sui diritti globali giunto alla dodicesima edizione e presentato ieri a Roma nella sede nazionale della Cgil. Il rapporto «Dopo la crisi, la crisi» (Ediesse), curato da Sergio Segio, con prefazioni di Susanna Camusso e don Luigi Ciotti, e stato promosso dalla Cgil insieme a un cartello di associazioni composto da Antigone, Arci, Cnca, Gruppo Abele, Legambiente e Fondazione Basso.
Dove sono finiti i soldi?
«Non si parla mai della ricchezza esistente, ma della povertà prodotta dalla crisi – ha detto Danilo Barbi della segreteria Cgil – In Italia esiste una gigantesca concentrazione di ricchezza non tassata in maniera progressiva come ad esempio in Spagna». Dove sono finiti questi soldi e come vengono distribuiti? Questa è la domanda che attraversa i cinque capitoli del rapporto (Economia e lavoro, Welfare e terzo settore, diritti umani, ambienti e beni comuni, politica internazionale) offrendo una prospettiva sulla crisi dal punto di vista di chi l’ha subita.
L’occultamento di queste ricchezze emerge dall’analisi delle diseguaglianze sociali. Secondo Bankitalia, nel 2012 il 10% della popolazione più ricca possedeva quasi la metà della ricchezza nazionale (il 46,6%), mentre il 10% delle famiglie più povere percepisce solo il 2,4% del totale dei redditi.
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La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni
di Enrico Grazzini
La sinistra sembra illudersi che la Ue possa cambiare all'interno dell'attuale quadro istituzionale, politico e monetario. Bisogna invece rivendicare la sovranità nazionale e disobbedire al Patto di Stabilità imposto dalla Troika
Occorre una rottura, un bagno di realismo e uno scatto di coraggio di fronte a questa crisi e a questa Unione Europea che opprime e disunisce i popoli europei. La sinistra italiana ed europea guidata da Alexis Tsipras dovrebbe prendere atto della cruda realtà politica di questa UE appena rieletta e modificare la sua politica pro UE e pro euro nutrita di buone e nobili illusioni. L'ideologia dell'europeismo a tutti i costi rischia infatti di diventare inconcludente, inefficace e impopolare verso la politica economica imposta dalla UE, che è senza dubbio la principale causa della crisi senza fine che affligge drammaticamente l'Europa e l'Italia. Anche considerando che, dopo le elezioni europee, l'opinione pubblica, delusa dalla mancanza di tangibili cambiamenti positivi, diventerà prevedibilmente sempre più anti-Unione Europea.
Matteo Renzi chiede di realizzare gli Stati Uniti d'Europa e reclama la fine dell'austerità senza crescita. Renzi in questo senso è molto più coraggioso e innovatore di Enrico Letta e di Pier Luigi Bersani, il quale, quando ancora sperava di diventare premier italiano, nelle sue interviste al Wall Street Journal rassicurava sul rispetto integrale di tutte le politiche d'austerità.
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La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi
Un motivo c'è
di Patrick Boylan*
La III Guerra in Iraq è già iniziata, con la rapida conquista della fascia centrale del paese da parte delle milizie ben armate dell'IS (Stato Islamico - originariamente ISIL, Stato Islamico dell'Iraq e del Levante) e con la presa armata, da parte della guerriglia curda nel nord, della zona petrolifera di Kirkuk e l'«espulsione» (agevolata con premi di trasloco) dei non-curdi della regione.
Strano a dirsi, quest'ascesa folgorante dei fanatici dell'IS non sembra preoccupare l'Occidente più di tanto - e nemmeno l'espansionismo curdo. Niente allarmismi da Washington, nemmeno dai falchi, solitamente pronti a cogliere qualsiasi occasione per reclamare un'azione militare.
Di conseguenza, i nostri mass media non battono con fracasso i tamburi di guerra, come fecero prima della I Guerra in Iraq (1990), della Guerra in Afghanistan (2001), della II Guerra in Iraq (2003), e della Guerra in Libia (2011) per far accettare dall'opinione pubblica l'impiego anche di militari italiani in questi conflitti.
Una spiegazione per tutto ciò ci sarà.
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Il mito della riunificazione tedesca
Andrew Spannaus intervista Vladimiro Giacché
Si parla molto del boom della Germania, come un modello da seguire: un paese che ha i conti a posto, una forte economia basata sull’export di alto livello, dove non ci sono i terribili problemi di burocrazia e corruzione che si vivono qui in Italia.
Da tempo mi chiedo se sia proprio così, cioè se davvero la Germania abbia fatto tutto giusto: sono più bravi, efficienti, ma, soprattutto, sono riusciti a mantenere quell’impronta sociale che in passato si contrapponeva al modello “anglosassone” del libero mercato?
Infatti, il cosiddetto modello renano è stato tanto criticato da chi promuoveva la deregulation e il dominio della finanza qualche anno fa.
Un giorno ad un convegno a Roma mi sono trovato seduto accanto a Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche. Dopo esserci scambiati qualche commento sugli interventi degli altri relatori, e i rispettivi biglietti da visita, ci siamo poi incontrati di nuovo qualche settimana dopo. Alla fine ho letto il suo libro sulla Germania: Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Imprimatur editore, Reggio Emilia 2013).
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M5S: in ginocchio da Renzi
di Leonardo Mazzei
In ginocchio da Renzi. Gli hanno fatto 10 domande e loro gli hanno detto 10 SI'. Certo, lo hanno fatto ribadendo diverse obiezioni. Ma lo hanno fatto, mettendolo perfino per scritto. Sulla sostanza della proposta di legge del M5S - un finto proporzionale alla "spagnola", di fatto un maggioritario antidemocratico - abbiamo già argomentato in un altro articolo. Ora, con i 10 SI' di ieri, la sbandata di M5S si è fatta ancora più grave.
Nelle dieci risposte al Pd, i primi due SI' sono quelli decisivi. Con il primo si accetta il doppio turno, in base alla premessa renziana che "un vincitore ci vuole sempre". Con il secondo si accetta addirittura il premio di maggioranza, purché preventivamente vagliato dalla Corte Costituzionale. Ipotesi sulla quale anche Renzi sembrerebbe d'accordo.
Il principio secondo cui "un vincitore ci vuole sempre" era proprio quello alla base del Porcellum, realizzato in quel caso attraverso un premio di maggioranza senza soglia minima. Il doppio turno garantisce quello stesso risultato, senza bisogno di un premio di maggioranza esplicito, dato che il premio - lo scarto cioè, potenzialmente anche altissimo, tra la percentuale dei voti e quella dei seggi - è garantito implicitamente dal meccanismo stesso.
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L'impossibilità di una democrazia liberale
Carlo Donolo
1. Sappiamo che storicamente il regime democratico convive con il sistema capitalistico, nel senso che solo in economie capitalistiche troviamo democrazie (situazioni cui sia lecito assegnare questo termine in misura almeno ragionevole). Esiste però una relazione asimmetrica tra i due termini: la democrazia (rappresentativa o parlamentare) richiede il capitalismo, mentre il contrario è vero solo occasionalmente. Esso prospera anche in regimi autoritari o dittatoriali, ma per società divenute abbastanza complesse un po' di democrazia rappresentativa sembra necessaria, perché un regime solo e tutto “del capitale” o solo tecnocratico o solo autoritario è troppo rigido e finisce per produrre ingovernabilità, come mostra il crollo dei regimi “comunisti”. La convivenza di democrazia e capitalismo però non è mai stata pacifica, trattandosi di regimi che seguono logiche alquanto diverse ed anche opposte. Un punto d'incontro è offerto dallo stato di diritto e costituzionale, ovvero da un sistema di istituzioni e di regolazioni che guidano l'attività economica (in senso molto blando ed indiretto in termini cumulativi, più in tempi di crisi e meno in altri), e nello stesso tempo offrono spazio per le attività di una società civile che almeno in via di principio non è solo una dipendenza del mercato. Tuttavia, la situazione descritta implica per la democrazia una serie di gravi problemi: per un verso i principi democratici non riguardano tutta la vita sociale e meno che mai quella economica, quindi per definizione sono confinati entro limiti netti (si pensi solo al problema della diseguaglianza sociale, intrattabile come tale). Per un altro, la democrazia dipende dalle prestazioni del sistema economico, sotto il profilo del prelievo fiscale ed anche in altre forme. Il ciclo economico influenza il ciclo politico e la politica – specie dopo al fine dei partiti di massa – si alimenta di rendite finanziarie che presuppongono un patto (più o meno scellerato) con interessi economici forti, e comunque non democratici.
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Far finta di essere buoni?
di Girolamo De Michele
C’è una frase, attribuita a Italo Calvino, che Mauro affigge sulla parete dell’ufficio della Onlus “In punta di piedi” in cui lavora: Dove si fa violenza al linguaggio è già iniziata la violenza sugli umani. La frase richiama la lezione americana sull’esattezza contro quella peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e livellamento dell’espressione sulle formule generiche e astratte: sarà interpretata come una velata critica al guru della Onlus (poco preciso, nel suo parlare a braccio, con i congiuntivi), e usata come argomento per “accompagnare” Mauro fuori dalla comunità. L’etica del linguaggio viene così pervertita da quello stesso uso delle parole che avrebbe dovuto contrastare.
Questo episodio si appoggia sul principale, anche se non unico, piano di significazione di I buoni di Luca Rastello: la costruzione, attraverso l’uso simultaneo di tecniche retoriche e carisma personale, di un mondo allucinatorio ma realissimo, nel quale il discorso della Bontà, attraverso le sue declinazioni, struttura e definisce non solo se stesso, ma anche il campo avverso, quello del Male. La “memoria condivisa”, “la frusta dell’oltre”, il “bene a regola d’arte”, l’impegno, la “costruttività” («ok, questa è la tua protesta, ma dov’è la proposta?»), il “metterci la faccia”, l’insistenza di parole come “noi, nostro, nostra”, la “corresponsabilità” usata come un martello per inchiodare l’avversario: la creazione del nemico, «il lorsignori dell’oratore. Chi non è con noi è contro di noi. E quindi con le mafie. Quintessenza dell’esclusività, travestita da inclusione. Il bene assoluto che si erge contro il male assoluto». Il male, beninteso, esiste: è la città dell’Europa orientale devastata da una miseria che appare irredimibile, dove abita il popolo delle fogne, in un’alternativa tra il male dei sotterranei e il peggio delle strade in superficie.
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Alcune brevi considerazioni sul (presunto) primato della politica
Sebastiano Isaia
Non bisogna certo essere degli incalliti “marxisti ortodossi” per capire che «a Bruxelles e altrove è la forza dell’economia che determina», in ultima analisi (ma sempre più spesso anche in “prima”), «il peso politico di un Paese», come ha scritto ad esempio Ferdinando Giugliano sul Financial Times del 4 luglio a proposito della partita Germania-Italia (o Merkel-Renzi). Partita che, beninteso, si gioca su un campo che non ha nulla a che vedere con i «valori europeisti» di cui ciancia il noto “rottamatore” in chiave politico-propagandistica. Ben altri valori sono in gioco, e quasi tutti si declinano in termini rigorosamente economici e sistemici – qui alludo all’organizzazione sociale capitalistica di un Paese colta nella sua totalità.
Detto di passata, è bastato che l’italico Premier dicesse qualcosa di “sovranista” agli odiati crucchi (le solite banalità sulla crescita che deve andare insieme alla stabilità, sullo sviluppo che deve «coniugarsi» con il rigore dei conti pubblici), che dal Paese si levasse un esilarante «Contrordine compagni e camerati: Renzi ha due palle così!» Da cameriere e lecchino della Cancelliera dal cospicuo fondoschiena (la quale con qualche maliziosa allusione chiama il leader toscano Mister 40 per cento), a grande statista capace di difendere i sacri interessi nazionali: il tutto nello spazio di alcuni nanosecondi – che non è l’unità di misura del tempo che scorre a casa Brunetta. Ovviamente il prossimo Contrordine! è dietro l’angolo, è sufficiente aspettare un paio d’ore, non di più.
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L’algoritmo del profitto
Comandare il lavoro al tempo del technical intellect
di Michele Cento
Grazie allo sviluppo tecnologico di sicuro non diventeremo tutti uguali, ma almeno saremo gentlemen di fronte al lavoro. Suonava grosso modo così una promessa annunciata con una certa autorevolezza ormai più di un secolo fa. Alle promesse di chi vorrebbe affidare all’evoluzione il nostro destino abbiamo imparato a non dare ascolto, tanto più quando quell’evoluzione oggi si presenta con il volto neutro dell’algoritmo. È quest’ultimo, infatti, la struttura portante di quelle che, all’alba della società post-industriale, Daniel Bell definiva intellectual technologies, il cui perfezionamento ha condotto oggi all’elaborazione di Computer Business Systems (CBS), software preposti alla gestione e all’organizzazione di imprese sempre più complesse, integrate e globali. Si tratta di strumentazioni adottate regolarmente da grandi aziende multinazionali, spesso introdotte da società esterne di consulenza come Accenture e Gartner, per procedere tanto a ristrutturazioni aziendali, quanto alla normale amministrazione della forza-lavoro in chiave iper-efficientista. Eppure, per quanto diffuso sia il loro utilizzo, finora non esistevano studi sull’argomento. Una lacuna che Simon Head ha provato a colmare andando direttamente alla fonte, studiando cioè i manuali rilasciati dalle aziende produttrici dei CBS (tra queste le più note sono IBM, Oracle, SAP): un materiale impervio e spesso inaffrontabile, scritto da specialisti per specialisti, in cui però, annota Head, si trovano informazioni che di norma vengono occultate al pubblico di habitués delle celebrazioni del progresso tecnologico.
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Una restaurazione del Califfato?
di Franco Cardini
Allegri, dunque: nuntio vobis gaudium magnum. Anche il mondo musulmano, dal 30 giugno scorso, ha il suo Principato di Seborga.
La notizia della "restaurazione del califfato" (o meglio, dell'instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin - vale a dire "impegnati in uno sforzo gradito a Dio" - dell'area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i "jihadisti" di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ohimè, del tutto fuori luogo. L'ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l'Iraq e il non troppo ben definito "Levante", è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l'umma, la comunità musulmana nel suo complesso. Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell'islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A'isha: si tratta difatti di Abu Bakr al-Baghdadi, appunto leader dell'IS. Lo speaker dell'organizzazione, Abu Muhammad al-Adnani, ha sottolineato l'importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all'Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la "democrazia" e gli altri pseudovalori che l'Occidente proclama.
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Cosa si dicono i padroni
Uno spaccato dell’economia italiana
Clash City Workers
Mentre dalle nostre parti, cioè dalle parti dei nostri, dei proletari, si cerca di tirare su due soldi per una vacanza, di mantenere il posto di lavoro a rischio, o ci si affanna a capire in cosa ci si dovrà buttare a settembre per non stare un altro anno con le mani in mano, i padroni italiani e i loro intellettuali sono in piena fibrillazione. Ogni giorno escono documenti di analisi di centri di ricerca, che vengono puntualmente “tradotti” in articoli, interventi politici, agende etc. È infatti appena iniziato il semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea, e si tratta di un’occasione ghiottissima per la borghesia italiana. Perché? Fondamentalmente, per due motivi.
Primo, verso l’esterno: questo semestre verrà utilizzato dal Governo per difendere con forza, attraverso la retorica della “crescita versus austerity”, gli interessi della borghesia italiana che, lo diciamo semplificando, essendo impossibilitata in questo momento a competere in termini di produttività, investimenti, etc. con le altre borghesie, ad esempio quella tedesca, ha bisogno di maggiore “flessibilità” sui patti europei, per poter far ripartire un po’ di domanda interna e dunque di produzione, di occupazione e quant’altro.
Secondo, verso l’interno: il semestre è una bella occasione per la borghesia italiana (e per il Governo Renzi che in questo momento riesce a interpretare gli interessi della sua quasi totalità) perché può essere usato come una leva, un ricatto, per paralizzare i possibili “oppositori” e portare a casa in tempi rapidi riforme significative, ovvero attacchi ai lavoratori, alle classi subalterne, alla loro possibilità di farsi sentire.
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Abbasso la scuola
Effetti perversi di un’utopia democratica
di Raffaele Alberto Ventura
«Quando un attività strumentale supera una certa soglia definita
dalla sua scala specifica, dapprima si rivolge contro il proprio scopo,
poi minaccia di distruggere l’intero corpo sociale.»
Ivan Illich, La convivialità (1973)
Il fondamento della democrazia
Se Gustave Flaubert tornasse in vita per scrivere un’edizione aggiornata del suo Dizionario dei luoghi comuni, sui principali argomenti potrebbe limitarsi alla semplice trascrizione di qualche documento ufficiale dell’ONU o dell’UNESCO. Nella fitta produzione letteraria di questi organismi transnazionali si articolano i dogmi della religione del nostro tempo in materia d’arte, cultura, politica e istruzione. Un distillato dell’ideologia che poi respiriamo nella propaganda istituzionale, nella comunicazione pubblicitaria e nella filosofia spicciola. Avendo già discusso della concezione dominante di Arte in un articolo del 2009 (raccolto nell’ebook Forza d’Arte) (Ventura 2014), per proseguire il lavoro di critica dell’ideologia intendo concentrarmi sulla questione dell’istruzione — scolastica e universitaria — usando anche in questo caso come pretesto le definizioni emanate dalle organizzazioni delle Nazioni Unite. In forma più sintetica e impulsiva, queste concezioni riaffiorano nei più suggestivi slogan di piazza che abbiamo letto in questi anni: «Senza cultura siamo solo spazzatura», «Chi taglia la scuola, cancella il futuro», eccetera.
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I veri obiettivi della politica sul lavoro di Renzi
di Andrea Fumagalli
Non passa giorno che il nuovo governo Renzi, forte del 40% ottenuto alle elezioni europee, non emani una declamatoria in nome della semplificazione e delle riforme (Costituzione, Giustizia, Tasse, Legge elettorale, ecc.). Finora alle parole non sono seguiti i fatti. Con un’eccezione significativa: il mercato del lavoro. In questo campo, l’attivismo del governo – bisogna riconoscerlo – è stato particolarmente vivace e la trasformazione del decreto Poletti in legge, come prima parte del Jobs Act, ne è la testimonianza. E’ quindi necessario analizzare dove questo attivismo vada a parare. E il quadro che si prospetta non promette nulla di buono per i precarie e le precarie (siano essi/e occupati/e in modo stabile, in modo atipico o disoccupati/e). Nulla di nuovo sotto il sole, anzi d’antico….
Il 1 luglio è iniziato il semestre europeo a guida italiana. Renzi debutta in Europa con la dote del 40% dei voti delle ultime elezioni europee. L’11 luglio avrebbe dovuto esserci l’importante summit sulla (dis)occupazione giovanile, che molto saggiamente, visto il clima di accoglienza … poco benevola che si stava preparando, è stato spostato in autunno in luogo e data da decidere ancora. A tale appuntamento, Renzi avrebbe voluto presentarsi con la sua ricetta, pardon, riforma salvifica. Ma a differenza delle chiacchiere che hanno accompagnato altre declamatorie di riforme, quella sul mercato del lavoro si preannuncia già in fase operativa. E gli effetti, purtroppo, non saranno indolori.
In un contributo di Gianni Giovannelli, siamo già entrati nel merito dei provvedimenti che il jobs act ha già introdotto nel mercato del lavoro italiano. A un mese di distanza e nel corso del dibattito sulla legge delega del legge Poletti, vogliamo cominciare a studiarne gli effetti e a definire la strategia che il governo di Renzi, targato PD, intende perseguire per la definitiva normalizzazione (leggi precarizzazione) del mercato del lavoro italiano
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Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici
Tommaso Cerusici intervista Ivan Cicconi
In queste settimane è esploso lo scandalo per gli appalti di Expo 2015. Ci descrivi – dal tuo punto di vista – cosa sta succedendo nel mondo degli appalti, proprio a partire da questa ennesima vicenda di tangenti e corruzione che vede implicati politici, imprenditori e affaristi?
Il 17 aprile 2014 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea tre nuove direttive: le numero 23, 24 e 25, che vanno ad aggiornare le precedenti direttive europee sugli appalti pubblici; si tratta dell’aggiornamento delle regole del governo della spesa e degli investimenti pubblici. Stiamo parlando di un settore che riguarda circa il 25-30% del Pil europeo e, per quanto riguarda l’Italia, un valore che si aggira sui 300-350 miliardi di euro. Qualsiasi discorso che punti alla spending review, all’ottimizzazione della spesa e degli investimenti pubblici, non può prescindere dalle regole definite dall’ordinamento europeo con queste tre direttive. Il 25 maggio abbiamo votato: non c’è stato alcun partito politico e nessun candidato che abbia minimamente accennato a queste tre direttive europee.
Lo scandalo di Expo 2015 è il figlio di questa assoluta disattenzione rispetto alle regole che governano la spesa pubblica. Oltre a questo si somma anche la scarsa consapevolezza o – se si vuole – la totale ignoranza della classe dirigente del nostro Paese delle modifiche profonde, che sono intervenute in questi ultimi anni negli apparati produttivi, nel sistema politico dei partiti, nell’assetto organizzativo e istituzionale e nella gestione dell’amministrazione pubblica.
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Facciamo un referendum sul cancro?
Alberto Bagnai
Su Twitter intravedo tracce di un referendum non capisco bene se sull'austerità o sul Fiscal compact, che porrebbe non so bene quale quesito, con non si sa bene quale scopo. La democrazia diretta, per carità, è una bellissima cosa. L'uso che se ne fa ultimamente suscita qualche perplessità, ma non vorrei entrare in un campo che non è il mio. Quanto a questo referendum, i promotori, va da sé, sono illustri o meno illustri ma comunque ottimi colleghi, tutte brave persone, ovviamente, tutte bene intenzionate, si capisce, e, non occorre dirlo, tutte animate dal desiderio di fare qualcosa. Mi spingo oltre (senza chiedere il permesso): sono animati, gli illustri e meno illustri ma sempre ottimi colleghi, da qualcosa di più di un desiderio. Quello che li anima è la smania ideologica di fare qualcosa, il qualcosismo, l'ideologia velleitaria e perdente dalla quale questo blog si è distanziato fin dall'inizio, per due ben precisi motivi che occorre ricordare a chi è appena arrivato: il primo è che la cosa più importante da fare, ora come sempre, è capire, e per capire non occorre scrivere il proprio nome su una qualche lista, occorre viceversa leggere i tanti bravi autori che da decenni ci hanno avvertito del vicolo cieco nel quale ci stavamo mettendo. La seconda è che, per chissà quale motivo, capita che i fanatici del qualcosismo, ancorché tendano a vedersi e presentarsi come persone pure, animate dal nobile e disinteressato movente di fare qualcosa (“qualsiasi cosa!”) pur di “risolvere” la situazione, poi, quando vai a grattare, sotto sotto hanno sempre un interessante network di affiliazioni politicanti cui far riferimento, o hanno ambizioni politiche, sempre tutte legittime in quanto tali, ma non sempre molto condivisibili per il modo nel quale vengono portate avanti.
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