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Disavventure dell’universalismo
Rino Genovese
La caratteristica del mondo contemporaneo non sta nella sua sussunzione sotto un unico principio di dominio – che lo si chiami “forma merce”, “astrazione monetaria”, “capitale finanziario” etc. – ma nella pluralità delle forme di potere: cosicché si deve parlare di una indecidibilità dei punti d’attacco delle risposte possibili da parte degli oppressi, che fino a una trentina d’anni fa potevano ancora ritenere, dalla Cina all’Angola passando per i movimenti di opposizione nei paesi occidentali, di essere parte di un’unica lotta a molte facce contro l’imperialismo. L’emergere delle culture, il ritorno alle identità collettive inventate o reinventate, non è un effetto di trompe-l’œil. Al contrario, è il segno della crisi irreversibile di un modello di lettura del mondo sostanzialmente economicistico, in quanto tale subalterno, nell’uso degli strumenti analitici, a quel capitale globalizzato che vorrebbe denunciare. I massimi esaltatori del capitalismo sono oggi proprio i critici affascinati dalla sua pura potenza.
Ma il capitalismo resterebbe del tutto astratto, non potrebbe incarnarsi in alcuna situazione concreta, se le culture “altre” non lo avessero ibridato, dando vita a un impasto né moderno né occidentale, in cui si ritrovano le antiche tradizioni orientali, una dittatura veterocomunista come quella cinese, il regime nazional-populista postsovietico, le monarchie assolute del mondo arabo, una repubblica islamica come quella iraniana sciita: il che rende le democrazie occidentali tendenzialmente minoritarie (specialmente se si pensa al sorpasso, in via di realizzazione, della Cina sugli Stati Uniti).
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Sulla Grecia non dite che non vi avevamo avvisato
Emiliano Brancaccio
La vittoria di Syriza in Grecia ha suscitato diffuse speranze di cambiamento della politica economica europea. Ma l'ultimatum lanciato ieri dalla BCE al governo greco chiarisce che una tangibile svolta negli indirizzi europei è a dir poco improbabile. La verità è che il governo di Alexis Tsipras sarà prima o poi costretto a scegliere: o l'agonia di un'austerità appena un po' mitigata oppure la difficile impresa di un'uscita dall'euro, con un effetto domino su tutta l'Unione.
In una intervista rilasciata a Micromega il 13 gennaio scorso, sostenevo che la Commissione europea e la BCE avrebbero al massimo offerto al nuovo governo greco "un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreou". L'intervistatore obiettava però che un governo guidato dalla sinistra greca potrebbe minacciare di ripudiare il debito per convincere le istituzioni europee ad abbandonare la logica perniciosa dell'austerity. Io replicavo che anche un parziale ripudio unilaterale del debito "indurrebbe la BCE a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità".
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Lotta dura da paura
di Fabio Ciabatti
Un Marx talmente umano da essere protagonista di un romanzo horror
Mostro sacro o mostro tout court: l’icona di Marx, sia per i suoi ammiratori sia per i suoi detrattori, ha da sempre offuscato la complessità umana del personaggio storico realmente vissuto. Probabilmente per questo sono pochissime le opere di fiction che lo hanno visto come protagonista. Una figura marmorea, un mezzobusto in posa mal si presta a vestire i panni dell’eroe di un romanzo o di un film. Luca Cangianti salta a piè pari questo stucchevole manierismo e, amalgamando abilmente storia e finzione, fa del rivoluzionario tedesco il protagonista a tutto tondo del suo romanzo “Sangue e plusvalore”, da poco pubblicato da Imprimatur. Guardiamo il nostro eroe con gli occhi del giovane Daniel Piper, coprotagonista della storia nel ruolo di segretario del filosofo: in pochi mesi Daniel “aveva conosciuto l’intellettuale ossessionato dalla sua opera, l’alcolizzato grossolano, depresso e sull’orlo del suicidio, il sognatore fallito, l’uomo d’azione dotato di coraggio e determinazione, l’irresponsabile colmo di debiti, e ora conosceva anche il padre premuroso. Gli sembrava davvero incredibile che tutte queste tipologie potessero convivere in una persona sola”.
Daniel si presenta a casa di Marx nella speranza di capire qualcosa del suicidio del padre, sodale dello stesso Marx ai tempi degli eventi rivoluzionari del ‘48. Le sue prime impressioni sono tutt’altro che positive. Siamo nel 1858, l’anno in cui il filosofo sta scrivendo i “Grundrisse”, il primo grande abbozzo di quello che sarà il Capitale.
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Le case farmaceutiche richiamano l'Italia
Marco Cedolin
Come possiamo leggere in un articolo di Repubblica di questa mattina, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, avrebbe richiamato l'Italia, alla luce di un netto calo delle vaccinazioni obbligatorie per i bambini, che avrebbero raggiunto il livello più basso degli ultimi 10 anni.
In tutta evidenza una brutta gatta da pelare per il ministro della Salute Beatrice Lorenzin che in un prossimo incontro a marzo, richiesto proprio dall'OMS, sarà tenuta a rendere conto al padrone di questo pesimo sgarbo che gli italiani stanno facendo alle multinazionali del farmaco....
Stando al rapporto dell'Istituto superiore di sanità sarebbero in calo tutte le vaccinazioni ed in particolar modo quelle contro una malattia ferale (alla quale fortunatamente la nostra generazione è miracolosamente sopravvissuta) come il morbillo che l'OMS intendeva eliminare entro il 2015, data che probabilmente finirà per venire procastinata nel tempo proprio a causa della debenaggine degli italiani.
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No Naomi
Adam Arvidsson
Poiché partecipo spesso a incontri dedicati alla crisi economica, in cui di solito dipingo uno scenario assai cupo, capita che alla fine dello speech, qualcuno si avvicini e mi dica: «senta, ma io comunque spero ancora». È molto diffuso il desiderio di sperare, anche se non si sa esattamente in che cosa. Oggi i lavoratori del sapere, oltre a pensare che le attività che svolgono abbiano un senso, vogliono cambiare il mondo, e che riescano, nel loro piccolo, a migliorare il mondo: ecco, mi sento di dire che l’ultimo libro di Naomi Klein fa per loro.
Il titolo italiano, diverso da quello originale – This Changes Everything. Capitalism vs The Climate – comunica chiaramente il vero messaggio di questo libro: anche se va tutto malissimo, noi possiamo, anzi dobbiamo continuare a sperare; saremo noi a salvarci, se solo ci crediamo appassionatamente. Seguendo uno schema retorico classico, Naomi Klein inizia illustrando i tratti di un mondo destinato all’apocalisse. Nella prima parte ci spiega, essenzialmente, come la possibilità di ridurre l’impatto di una crisi climatica ancora in corso e di preservare la sopravvivenza della civiltà, così come noi la conosciamo, sia profondamente incompatibile con il “capitalismo deregolamentato”, ossia il governo più o meno diretto da parte delle grandi corporation sulla società. Il punto è che le soluzioni tecnologiche e sociali ci sono, ma gli interessi consolidati dell’attuale neofeudalesimo neoliberal impediscono che esse vengano adottate:
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La "rivoluzione" di Naomi Klein non ci salverà neanche un po'
Sebastiano Isaia
«Quando Al Gore divenne la voce dell’ambientalismo, disse esattamente questo: “Ecco quello che tu, consumatore, puoi fare. Vai in bici. Sostituisci le vecchie lampadine”. Gore aveva reso l’ambientalismo una moda: ma le mode passano. E quel modello, che continuava a considerarci come consumatori, non come membri di comunità, ha fallito. Per quanto importanti, i cambiamenti individuali da soli non bastano: sono le comunità che possono fare pressioni e ottenere risultati. Abbiamo perso. Ma i movimenti non sono lineari, e non sono morti: si reincarnano, e imparano dai loro errori. Il primo è stato quello di fidarsi di figure messianiche, affidare a loro il cambiamento e tornarsene a casa. È successo con Obama, ad esempio. […] Il nostro sistema economico e il nostro sistema planetario sono oggi in conflitto. O, per esser più precisi, la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla terra, compresa la stessa vita umana. Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile». Così parlò Naomi Klein.
Prima di correre ad accendere un cero a San Carlo Marx, per il supposto miracolo, il marxista ortodosso – che ha snobbato Il fondamentalismo del mercato secondo Naomi Klein postato da chi scrive lo scorso settembre – deve sapere che per l’eroina No-Global il nemico del pianeta e dell’umanità non è il capitalismo tout court, il capitalismo “nudo e crudo”, in sé e per sé, ma il «capitalismo deregolamentato», cioè a dire il capitalismo ultraliberista venuto fuori dalla “controrivoluzione” degli anni Ottanta. E deve altresì sapere, il marxista duro e puro di cui sopra, che quando straparla di «rivoluzione» la militante di successo allude a movimenti politici sinistrorsi del calibro di Syriza e di Podemos, in effetti quanto di più “radicale” possa presentarsi agli occhi dei cosiddetti “radical chic”, soprattutto se di successo.
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Dopo Syriza, Podemos: qualcosa si muove nell’Europa inferiore
di Militant
La marcia dei 200.000 di Madrid organizzata da Podemos può essere letta in vari modi. Un modo è quello di interpretarla guardando esclusivamente al programma elettorale di Podemos. Un programma nato come effettivamente socialista, a sinistra potremmo dire di quello di Syriza, ma che col tempo e con l’accresciuta notorietà mediatica si è andato moderando nel tentativo probabilmente di non spaventare troppo. Un altro modo è quello di leggere questa nuova linfa di un certo tipo di (neo)sinistra dal punto di vista delle classi subalterne, stanche di vedersi ridurre quotidianamente stipendi e diritti, e che concedono nuovamente credito a una sinistra che sembra aver individuato il nodo da sciogliere: contrattare condizioni economiche migliori con l’Unione Europea per riconquistare margini di autonomia politica, minacciando l’uscita dal consesso liberista in caso di non ascolto. Una popolazione convinta non tanto dai programmi o dai leader, ma dall’insofferenza dell’assenza di alternativa, dalla possibile soluzione di una crisi economica infinita.
Uno dei dati acquisiti di questi anni è la sostanziale contiguità politica tra centrodestra e centrosinistra, tra liberali e riformisti. Se fino a poco tempo fa tale lettura era appannaggio dei militanti più scafati o meno illusi dal sistema consensuale mediatico, oggi è patrimonio comune di una parte di popolazione importante, probabilmente maggioritaria. Che riversa le sue speranze verso soggetti che appaiono, almeno in potenza, capaci di cambiare non diciamo lo stato di cose presenti, ma quantomeno la rotta. Progressisti, populisti o reazionari che siano.
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La Grecia può uscire dall'euro?
di Emiliano Brancaccio e Gennaro Zezza*
Non si può dire che tra il 2010 e il 2014 la Grecia non abbia “fatto i compiti” assegnati dalla Troika. La pressione fiscale è cresciuta di cinque punti percentuali rispetto al Pil, la spesa pubblica è diminuita di un quarto e i salari monetari sono caduti di venti punti percentuali. La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia e avrebbero rilanciato la competitività. Ma le sue previsioni sull’andamento del Pil greco sono state ripetutamente smentite: in Grecia il crollo della produzione ha fatto registrare un divario rispetto alle stime di Bruxelles che talvolta ha oltrepassato l’imbarazzante cifra di sette punti di Pil.
Anche sul versante della competitività, nonostante l’abbattimento dei salari e dei costi, i risultati sono stati diversi dalle attese: il saldo verso l’estero è migliorato, ma molto più per il tonfo del reddito e delle importazioni che per una ripresa dell’export. Né si può dire che le politiche indicate dalla Troika abbiano stabilizzato i bilanci: il deficit pubblico è stato faticosamente ridotto ma la caduta della produzione ha implicato un’esplosione del rapporto tra debito pubblico e Pil di trenta punti percentuali. Il caso greco, si badi bene, è estremo ma non costituisce affatto un’eccezione. Esso rappresenta la più chiara conferma della previsione del monito degli economisti pubblicato nel settembre 2013 sul Financial Times: anziché stabilizzare l’eurozona, le attuali politiche europee alimentano una deflazione da debiti, accentuano i divari tra paesi del Nord e del Sud Europa e in prospettiva affossano le probabilità di sopravvivenza dell’Unione monetaria.
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A partire dalle buone intenzioni del ministro, il Parlamento approda a una legge inservibile
di Vezio De Lucia
Il testo base della legge sul consumo di suolo che il Parlamento sta approvando è un disastro. Adottato dalle commissioni riunite VIII e XIII della Camera riprende la cosiddetta proposta Catania (AC 2039). Il dispositivo fondamentale per il contenimento del consumo del suolo è basato sui seguenti tre passaggi:
1. la “riduzione progressiva, in termini quantitativi, di consumo di suolo a livello nazionale”. La riduzione è definita con decreto del ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con i ministri del Mibac e delle Infrastrutture e trasporti, avendo acquisito il parere della conferenza Stato Regioni (art. 3, c. 1);
2. la riduzione nazionale è in seguito ripartita fra le Regioni con deliberazione della Conferenza unificata (art. 3, c. 5);
3. infine, la riduzione del consumo di suolo dalla scala regionale a quella comunale con provvedimento delle Regioni e delle Province autonome (art. 3, c. 8).
Consideriamo uno per uno i tre passaggi. Penso che un diligente ministro delle Politiche agricole possa decretare senza particolari problemi l’entità della riduzione del consumo di suolo a livello nazionale. Una decisione che può avere una positiva ricaduta sull’opinione pubblica e non dovrebbe suscitare rilevanti ostilità.
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Il Pattarello
di Alessandra Daniele
Dopo una settimana di fiacca pantomima durante la quale hanno recitato da cani un bisticcio pretestuoso, tutti i nazzareni dal PD a Forza Italia, con la patetica aggiunta in corsa di Vendola, hanno eletto e lasciato eleggere al Quirinale Sergio Mattarella, settantenne democristiano di lungo corso sostenuto da Napolitano, cercando di spacciare la manovra come una scelta innovativa e super partes.
Completamente irrilevanti come da copione i grillini.
Un democristiano presidente del Consiglio, un democristiano presidente della Repubblica, un solo grande partito democristiano trasversale, modulare, componibile, che va da Razzi a Civati, e che s’espande costantemente occupando tutte le posizioni di potere, come un blob riempie tutti gli anfratti.
Il soffocante monocolore DC subentrato allo sguaiato impero del Sòla si consolida sempre di più.
Demitiano, pluriministro di Andreotti, De Mita, Prodi, Amato e D’Alema, giudice costituzionale, apparentemente diafano, in realtà granitico: Mattarella è un democristiano quintessenziale.
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Infuria la battaglia, ma guerra e’ finita
E kiev ha perso
Gianni Petrosillo
Se ai separatisti fosse stato ordinato di arrivare fino a Kiev, probabilmente, in poche settimane, li avremmo già visti marciare su Majdan Nezaležnosti, Euromajdan per i fabbricatori di falsi miti rivoluzionari ad uso e consumo dell’imperialismo americano. Questo per spiegarvi i reali rapporti di forza sul campo, nonostante la retorica ucraina )assistita da quella Atlantica) che sta raccontando una guerra mediatica rovesciata negli esiti ma che è stata persa militarmente da Kiev ancora prima di essere cominciata, facendo tanti morti civili perché aveva come principale scopo proprio la pulizia etnica dei russofoni dell’est. L’Occidente si è reso complice di questa mattanza razziale, ricorrendo ad schema già visto all’opera in altre aree dei Balcani negli anni passati, in quanto convinto che solo un’Ucraina derussizzata avrebbe potuto essere integrata più facilmente nell’UE e nella Nato. Il piano è ormai miseramente fallito, così come la possibilità di ricacciare la Russia fuori dalla sua orbita egemonica. Ma gli americani hanno dato agli ucraini l’ordine di tenere le posizioni fino all’ultimo uomo. Lo stesso comando che Hitler impose alla 6 armata nel 1942, resistere fino all’ultima cartuccia.
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Una politica industriale per l’Italia
Federico Stoppa
Proviamo a riempire di contenuto lo slogan, tanto diffuso nel dibattito pubblico quanto piuttosto vago e indeterminato, “l’Italia ha bisogno di una politica industriale”. Innanzitutto: perché occuparsi di industria, di manifattura, di fabbrica, quando questa contribuisce poco al PIL e non crea posti di lavoro? Perché farlo proprio ora, dopo un trentennio di prediche neoliberiste sull’ineluttabilità delle de-localizzazioni, sulla necessità per le economie avanzate di convertirsi ai servizi finanziari e/o al turismo e di diventare meri consumatori di merci a basso costo provenienti dall’Asia?
La risposta è nei seguenti dati, estratti dal database di Eurostat e riferiti all’Europa a 28 paesi. La manifattura è responsabile del 67% della ricerca e sviluppo totale, del 65% delle esportazioni; alla manifattura si devono i due terzi dei guadagni di produttività dell’economia. È la manifattura che domanda i servizi più qualificati: dalla logistica, ai servizi Ict e di ricerca, alle consulenze professionali. Infine, i redditi da lavoro nella manifattura eccedono di un quarto la media nazionale. Come si vede, si tratta di un settore cruciale per la produzione e la distribuzione di ricchezza e benessere.
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VeryBello! altra presa di fondello
Anna Lombroso
VeryBello! E col punto esclamativo! No, non è una typical espressione di Renzi nel suo leggendario inglese, davanti al bikini della più autorevole delle ministre. Non è nemmeno uno slogan, come two it’s meglio che one. E non è un episodio della saga di Peppa Pig e neanche il nome la collezione estate del guardaroba di Barbie.
No, è il titolo dato al “nuovo modo di viaggiare in Italia attraverso la sua straordinaria offerta culturale” dal Ministero dei Beni Culturali. Un itinerario virtuale in una “piattaforma digitale interattiva”, voluta dal Ministro Franceschini e promossa per censire “1300 eventi che rappresentano l’Italia da Nord a Sud, dalle grandi città ai piccoli borghi, da maggio ad ottobre 2015”, i mesi della grande esposizione universale di Milano. Uno “strumento dinamico, efficace”, recita la presentazione ufficiale. Ma con qualche pecca, che ha suscitato l’ilare contestazione di visitatori e curiosi: sono stati circa 20 mila i tweet che hanno ironizzato sugli equilibrismi in materia di diritto d’autore, sulle falle tecniche del sito, sugli errori pacchiani, sul Palio di Asti collocato spericolatamente in India, sulla grafica infelice dell’immagine simbolica scelta come logo dell’iniziativa, che aveva tagliato nei primi giorni, forse in omaggio all’opposizione, un pezzetto di Calabria e, in barba a Goethe: “l’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto …”, anche la nostra isola maggiore, che aveva probabilmente preferito per l’occasione scivolare verso un più riconoscente nord Africa.
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Israele: provocazioni e messaggi mafiosi
Ma i nostri media fanno finta di niente
Vincenzo Brandi
Circa una settimana fa l’esercito israeliano ha bombardato, senza aver subito alcun attacco o provocazione, un convoglio militare all’interno della Siria, nella zona delle alture del Golan ancora sotto il controllo dell’esercito siriano. Sono stati uccisi sei combattenti libanesi del movimento di resistenza Hezbollah, che sostiene il governo di Damasco, e vari consiglieri militari iraniani. Tra gli uccisi anche il figlio di uno dei più famosi comandanti di Hezbollah, già assassinato in un attentato qualche anno fa da agenti israeliani del Mossad, ed un generale iraniano. I nostri ineffabili giornalisti e le nostre TV hanno minimizzato, considerando evidentemente naturale che Israele bombardi impunemente un paese sovrano che non lo ha attaccato e ammazzi cittadini di altri due paesi senza alcuna provocazione.
Già dall’inizio del conflitto che insanguina la Siria da tre anni Israele interviene pesantemente bombardando postazioni dell’esercito nazionale della Siria impegnato contro le bande jihadiste, che tentano di destabilizzare il paese, e quelle del suo alleato libanese di Hezbollah. I Libanesi di ogni tendenza sanno perfettamente che un’eventuale caduta del governo di Bashar Assad in Siria farebbe diventare automaticamente il Libano il prossimo obiettivo delle bande terroriste finanziate da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Stati Uniti e altri paesi della Nato, che già hanno attaccato a più riprese anche il territorio libanese.
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Venezia. Anche l’Unesco scappa
Anna Lombroso
Se fosse vero che solo le cattive notizie sono “buone”, perché fanno vendere i giornali, accendono la fantasia dell’opinione pubblica e chiamano alle armi della critica, dello sdegno, della partecipazione, allora ci sarebbe qualche speranza per Venezia. Che infatti gode dei riflettori della cronaca grazie alla quotidiana ostensione di oltraggi, volgarità, barbarie e “inurbanità”, particolarmente incongruenti in quello che è stato definito il più prodigioso avvenimento urbanistico della storia, l’utopia realizzata dell’abitare. Ma esibiti come naturale e ragionevole prezzo da pagare alla modernità, al progresso, al mercato.
In questi giorni abbiamo avuto modo di sapere che mentre si tagliavano le risorse per la salvaguardia di Venezia e il disinquinamento della laguna, mentre si rosicchiano i fondi dell’istruzione pubblica, la Regione Veneto nel 2003, sotto la guida di Giancarlo Galan, ha indirizzato 50 milioni di euro stornati dalle risorse della Legge Speciale in favore per della Curia di Venezia, per promuovere il sogno visionario dell’allora patriarca Scola, un ambizioso progetto “tecnologico-culturale”, denominato Fondazione Studium Marcianum, da realizzare a Punta della Salute con una scuola media, un liceo classico e una facoltà di teologia di livello nazionale, attrezzata con una foresteria offerta a studiosi” e “relatori”. Ma la Regione non era l’unico mecenate coi nostri quattrini: la Fondazione ha potuto anche godere dei generosi “finanziamenti” di un altro sponsor generoso coi soldi degli altri, il Consorzio Venezia Nuova, che ha elargito 1 milione di euro all’anno.
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Kobane, Auschwitz, Putin, Ucraina e il tramonto dell'Occidente
di Piotr
L'impero del caos sembra essere immerso nel suo stesso caos. Come collegare le liberazioni di oggi e quelle della Storia
Kobane è stata liberata. I combattenti curdi e le combattenti curde sono riusciti a ricacciare fuori dalla città di Kobane i tagliagole dell'Isis. Non solo, secondo le ultime notizie hanno riconquistato anche diversi villaggi curdi occupati dagli islamisti.
L'impero del caos sembra intanto essere immerso nel suo stesso caos.
In Medioriente da una parte arma e finanzia i tagliagole islamisti e dall'altra li bombarda.
Il Council on Foreign Relations per la prima volta nella sua storia ha censurato esplicitamente e direttamente la confusione di Washington e ha chiesto a Obama di affidarsi in politica estera a un consiglio di saggi.
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Quale Grecia dopo la Grecia?
di Christian Marazzi
In questi anni di politiche d’austerità perseguite con cocciutaggine dalla troika, malgrado gli evidenti sconquassi sociali, economici e finanziari in paesi come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia e, in misura diversa, la stessa Germania, si è spesso citato quel passaggio de La genealogia della morale in cui Nietzsche, parlando del debito come origine del denaro, ricorda come in tedesco schuld significhi sia debito che colpa.
Pare che l’economista americano, premio Nobel, Paul Krugman, venuto a conoscenza di questa intuizione del filosofo tedesco, abbia esclamato: “ora mi è tutto chiaro”. Il che dovrebbe suonare come un invito agli economisti ad allargare il proprio sguardo disciplinare, cercando di capire come va il mondo oltre i loro modelli econometrici e la pura contabilità finanziaria.
Sì, perché quel che è successo in Grecia, piaccia o meno, dimostra che contro la logica del debito come colpa ci si può opporre con la difesa della dignità, la forza dell’orgoglio contro la miseria della vergogna.
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Leghisti e intelligenza: mission impossible
di ilsimplicissimus
Come volevasi dimostrare: il blitz leghista in Lombardia contro le moschee, ma soprattutto contro la libertà di culto, avvilisce ancora una volta la costituzione e in definitiva limita la libertà delle persone, in questo caso quella di culto. Che questo avvenga sull’onda dell’indignazione per il Charlie Hebdo e dunque in nome della libertà d’espressione non è solo un paradosso, ma un segnale del disorientamento generale, delle antinomie che esso genera, sul quale campa magnificamente il potere finanziario ed economico, servendosi dei suoi emissari spesso travestiti da falsi oppositori.
Ma mi ha colpito lo slogan con il quale è passata questa ennesima e insensata palingenesi della miseria umana, quello secondo cui l’Islam “non è una religione come le altre” per giustificare uno strappo e un’eccezione alla libertà. Sarebbe del tutto inutile chiedere a un leghista quali sarebbero queste altre religioni, in che senso quella mussulmana sarebbe differente per esempio dall’induismo o dallo scintoismo: tanto varrebbe chiederlo a ciappi prima di versargli la scatoletta.
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L’identità sacra del neoliberismo
Augusto Illuminati
Sentimus, experimurque, nos aeternos esse.
Spinoza, Ethica V, prop. 23, sch.
La filosofia, a volte, sperimenta l’eterno; le religioni traggono forza dall’aspirazione atterrita a una durata indefinita. Figura, la prima, della pienezza di vita nel comune del noi; figura, la seconda, del timore della morte che isola ognuno e lo sottomette all’Altro, alla sovranità di un Dio o dello Stato. Sospiri di creature oppresse e grida di odio e servitù volontaria (che sono la stessa cosa) escono a fiotti dalle porte di chiese, moschee, sinagoghe, perfino Charlie è diventato la nuova divinità vudu dello spirito laico, il Baron Samedi del carnevale repubblicano. L’orrore sussurrato da Kurtz è quest’orgia di sangue, fanatismo, identità belluine e folle omologate che sfilano inalberando cartelli in cui ognuno dice sono questo o quell’altro, tutti testimoniando in serie di essere unici, come in un film dei Monty Python.
Il lato buffo della situazione è che in Occidente la teologia politica sta tramontando, mentre resta rilevante nel Medio Oriente sunnita e sciita, con l’appendice del fondamentalismo ebraico, matrice storica di ogni confusione fra legge positiva e divina. Il coinvolgimento del sacro nello scontro di civiltà cade nella luce crepuscolare di una morte di Dio ormai secolare, rivelandosi maschera del nudo potere, praticamente esente da ogni aura devozionale nel suo mix sordido di sovranità e governamentalità.
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Tsipras e la trappola Debito
di Giuseppe Masala
Tsipras non può fare miracoli, non può cambiare tutto a breve. Ecco come funzionano le trappole giuridiche del debito che strozza la Grecia
Ragionando a mente fredda occorre comprendere una cosa: Tsipras non può fare miracoli, ovvero non può cambiare tutto nel breve termine. E non mi riferisco solo al fatto che Syriza dovrà allearsi con altri per raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento.
Ahimè mi riferisco ai freddi numeri dell'economia o meglio ai freddi numeri della finanza. La Grecia si ritrova con oltre 200 miliardi di debito con la Trojka: circa 20 miliardi di euro con l'FMI, 50 miliardi con la BCE e oltre 150 miliardi con il Fondo Salva Stati (e dunque con l'Unione Europea). Ricordiamo che il Fondo europeo di stabilità finanziaria è in capo a una società di diritto lussemburghese, integrata nel reticolo privatistico della finanza mondiale e di conseguenza questo debito ha una seniority (scusate la parolaccia) particolare: è un debito non regolato da ordinamenti interni alla Grecia bensì stranieri, con norme non controllabili che decidono quali siano i crediti privilegiati.
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La prova del nove del riformismo radicale
di Militant
Il primo dato evidente emerso dalla tornata elettorale greca è il rifiuto della popolazione ellenica dell’Unione Europea. Sia stato espresso appoggiando le forze progressiste come Syriza, quelle “rivoluzionarie” come il KKE, oppure le forze populiste e/o reazionarie quali Anel o Alba Dorata, oppure ancora non andando a votare, più del 50% dei cittadini greci ha espresso un netto ed epocale rifiuto per le politiche liberiste della UE. Un fatto decisivo, che per la prima volta rompe il fronte consensuale dell’europeismo liberista, mette in crisi una visione del mondo, quella egemone che vuole solo all’interno dei confini politici ed economici europeisti la possibilità del proprio sviluppo produttivo, sociale e compatibile con la democrazia. Le elezioni greche aprono una breccia potenzialmente deflagrante, che sarebbe sbagliato non cogliere nella sua interezza. Il partito vincitore, Syriza, non è certo un’avanguardia rivoluzionaria, e anzi nel tempo ha provveduto a moderare notevolmente le proprie posizioni politiche, ma cadremmo in errore se leggessimo la situazione nel suo complesso unicamente dal lato del programma elettorale di Tsipras & soci.
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Caino for President
di Marino Badiale
Nell'inserto economico del “Fatto Quotidiano” di mercoledì 21 gennaio c'è una intervista a Franco Bernabè, ex presidente telecom, che potete trovare qui. C'è un passaggio interessante dovuto al fatto che l'intervistatore (Giorgio Meletti) ha uno sprazzo di lucidità, insolito nella categoria dei giornalisti, e riesce a chiarire il senso delle parole dell'intervistato. Il passaggio è il seguente:
“F.Bernabè. L'unica cosa che si può e si deve fare è liberare le energie per la creazione di nuove iniziative. La tecnologia ha fatto sì che oggi le soglie di accesso alla creazione di un'impresa si sono molto abbassate. Le opportunità ci sono, anche in Italia, bisogna mettere i giovani in condizione di coglierle.
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Il Patto
di Alessandra Daniele
E Ponzio Pilato disse agli apostoli:
– So che voi siete i suoi seguaci, ma non vi nuocerò. Anzi, vi propongo un patto in suo nome. Il patto del Nazareno.
– Il Nazareno chi? – Chiese Pietro, prendendosi un’occhiataccia dagli altri apostoli.
– Siamo i suoi discepoli, lo ammettiamo, anzi ne siamo fieri – disse Giovanni – Niente patti. Fai pure crocifiggere anche noi. Sempre come alternativa a Barabba – aggiunse sarcastico.
– No, niente primarie. Né altre crocifissioni, per adesso – disse Ponzio Pilato – voglio un accordo.
Giovanni scosse la testa, e cominciò a salmodiare invettive apocalittiche.
Matteo lo fermò:
– Aspetta, sentiamo cosa propone.
– Ma non possiamo accordarci con lui, con l’Impero!
– Abbiamo una missione di rinnovamento. Le riforme si devono fare con chi ci sta. Ma tu preferisci farti mandare al diavolo da Locusto.
– Tu invece preferisci andarci direttamente, al diavolo.
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Quante (troppe) mistificazioni sul QE di Draghi
Domenico Moro
La decisione della Banca centrale europea, su ispirazione del presidente Draghi, di procedere per 19 mesi all’acquisto di un totale di 1.140 miliardi di euro in titoli privati e soprattutto di stato dell’area euro è stata presentatata come una misura tesa a rilanciare l’economia e l’occupazione. Si tratterebbe di una vera svolta rispetto alle tendenze precedenti, ispirate dalla Germania, contraria alle politiche espansive. Questa interpretazione, promossa dai governi come quello italiano e dalla stragrande maggioranza dei media, sono una palese mistificazione. Persino il nome, Quantitative easing (Qe), che richiama le operazioni di espansione monetaria condotte dalle Banche centrali di Usa (Fed) e Giappone, è fuorviante. Vediamo perché.
In primo luogo, a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone, gli acquisti di titoli di Stato non avverranno sul mercato primario, cioè acquistandoli direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti verranno eseguiti sul mercato secondario. Il mercato secondario non è altro che le grandi banche della zona euro. Si tratta, quindi, dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato.
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Quantitative easing, bazooka o pistola ad acqua?
Luigi Pandolfi
Passata la prima ondata di euforia (compresa quella dei mercati) per l'annuncio di Mario Draghi sul Quantitative easing (QE), è tempo di ragionarci un po' su con più attenzione, andando, come si suole dire, in profondità. Il rischio, altrimenti, potrebbe essere quello di prendere fischi per fiaschi, pensando, ad esempio, che da marzo in poi saremo inondati da un fiume in piena di denaro che ci farà tutti più ricchi e contenti. Intanto, di cosa parliamo? Alla lettera il QE ("alleggerimento quantitativo") è un programma di acquisto di Titoli di Stato (e di altri strumenti finanziari) da parte di una banca centrale (in questo caso da parte della Bce), finalizzato ad immettere nuovo denaro nell'economia, ad incentivare i prestiti bancari verso le imprese e le famiglie, a far crescere l'inflazione.
Per adesso, però, rimaniamo ai Titoli di Stato, poi, brevemente, ci occuperemo degli altri asset finanziari che potrebbero rientrare nell'operazione. Forse che attraverso tale operazione la Bce andrà a finanziare direttamente gli stati e, dunque, i loro investimenti, la loro spesa pubblica? Nemmeno per sogno. Il trilione di euro (per l'esattezza 1.140 miliardi) che Eurotower ha deciso di pompare ad un ritmo di 60 miliardi al mese per 19 mesi (da marzo prossimo a settembre 2016) avrà come destinatario, in via diretta, ancora una volta il sistema bancario, come coi "Piani di rifinanziamento a lungo termine" (Ltro e TLtro) del 2011, 2012 e 2014.
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Devastare l’Adriatico, l’Italia imita la Croazia
di Anna Lombroso
Pare sia ormai consolidata prassi incaricare saggi, tecnici, consulenti e esperti perché svolgano indagini, conducano approfondimenti, traggano conclusioni utili a indirizzare governi nazionali e locali in modo che vengano compiute le scelte più opportune per l’interesse generale. Per poi licenziarli, rimuoverli, smentirli e soprattutto gettare nel cestino della carta straccia i loro contributi, per lo più pagati profumatamente.
Deve essere successo così anche con il rapporto redatto per conto della Regione Emilia Romagna da un panel di esperti chiamati a dire se i terremoti che hanno colpito la regione nel 2012 possano aver avuto come concausa le attività estrattive del petrolio (che nella regione si praticano da decenni) e, più in generale, trivellazioni e perforazioni del suolo, se in barba alla Costituzione si dà licenza di trivella ai petrolieri nazionali e esteri, dando concreta operatività alle disposizioni dell’articolo 38 dello “Sblocca Italia”, che permettono di applicare procedure semplificate per una serie di infrastrutture strategiche e per una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via), trasferendo le competenze ora in capo alle Regioni, al Ministero dell’Ambiente.
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Le attese mediatiche del QE
Sergio Cesaratto
Pubblichiamo pezzo uscito oggi su il manifesto. I redattori hanno tagliato un piccolo ma significativo punto: alla fine gli sprovveduti commentatori "sognatori" a cui mi riferisco sono del manifesto medesimo. Qui la versione originale
Una volta Pierangelo Garegnani mi disse: “Keynes è stato un disastro per la teoria economica perché ha introdotto il termine aspettativa”, vale a dire l’idea che lo studio delle attese nutrite dai soggetti circa il futuro sia un elemento portante dell’economia politica. Compito della politica economica diventerebbe, dunque, quello di orientare le aspettative nella direzione desiderata. Molti economisti eterodossi vedono addirittura nell’incertezza in cui si formano le attese il vulnus del capitalismo. Sia nella versione ortodossa che eterodossa, quella di basare l’analisi economica sulle aspettative è una teoria assai debole che trascura i fatti reali, che sono invece quelli che dobbiamo studiare anche per spiegare la formazione delle aspettative. La diseguaglianza e la conseguente debolezza della domanda aggregata sono dal punto di vista eterodosso, per esempio, il vulnus reale del capitalismo e fonte di incertezza nelle decisioni di investimento.
Da questo punto di vista il varo del QE da parte della BCE ci è apparso come un grande esercizio mediatico, in cui la centralità assegnata alle aspettative ben si adatta al grande proscenio della comunicazione in cui non c’è soluzione di continuità fra finzione e realtà.
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I pesanti compromessi di Super Mario
di Alfonso Gianni
Alla fine, ma non senza pesanti compromessi, Mario Draghi ce l'ha fatta a piegare la opposizione della Bundesbank. Basta leggere i titoli dei più popolari giornali in Germania per capire che i tedeschi non l'hanno presa affatto bene e che fanno del puro terrorismo attorno alla fine che faranno i risparmi dei cittadini di quel paese. L'importo su cui si articola il Quantitative easing supera i mille miliardi (1.140 fino a settembre 2016), un po' più del doppio di quello che si prevedeva alla vigilia. Se la guardiamo da questo punto di vista l'autorevolezza di Mario Draghi ne esce rafforzata in tutti i sensi. Dopo il declino di Balottelli il titolo di Super Mario è solo appannaggio di Draghi.
Ma i "ma" non mancano e il trionfalismo si smorza subito quando si guarda più da vicino la manovra. Innanzitutto, proprio come Draghi ci ha ripetuto più volte, dal momento che la politica monetaria non può tutto, non è affatto detto che l'inondazione di centinaia di miliardi di euro attraverso l'acquisto dei titoli di stato, al ritmo di quasi 60 miliardi al mese per 19 mesi, sia sufficiente a rilanciare l'economia e alzare l'inflazione attorno al 2% (l'obiettivo principale dell'attuale mission della Bce).
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Draghi’s drug
di Raffaele Sciortino
Alla fine anche la Ue ha il suo Quantitative easing (alleggerimento quantitativo: acquisto sistematico da parte della Bce di titoli di stato e privati con immissione di liquidità nei circuiti finanziari). Diventato una misura quasi inevitabile stante la politica della dichiarazione compiuta portata avanti negli ultimi mesi dal presidente della Bce Draghi, i mercati finanziari non avrebbero tollerato un suo rinvio. L’incertezza verteva solo sull’entità della manovra e sul meccanismo di condivisione del rischio tra le diverse banche centrali.
Ora, il risultato della negoziazione interna alla Bce -nella sostanza, Draghi contro la Bundesbank- sembra in qualche modo il frutto di uno scambio tra l’entità degli acquisti e il criterio di ripartizione del rischio. Da un lato, più di 1.100 miliardi di euro di acquisti almeno fino a settembre ’16 (sessanta miliardi al mese) soprattutto in titoli di stato in base alle quote che ogni paese detiene del capitale della Bce: un’immissione di liquidità più ampia del previsto che non può che compiacere le borse. Dall’altro, solo il 20% dei rischi (perdite, eventuali default) sarà a carico della Bce, il restante 80% a carico delle singole banche centrali nazionali: non c’è mutualizzazione né completa né spinta del debito e su questo l’opposizione tedesca è passata.
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Grecia versus Unione Europea. Il vero scontro inizia ora
Rete dei Comunisti
Ieri in Grecia si è verificato un fatto politico importante le cui ripercussioni si vedranno in tutto il continente. Per la prima volta un partito di sinistra dichiaratamente in opposizione all’austerity ha vinto le elezioni in un paese europeo e potrà quindi governare, seppure in alleanza con una forza di destra. E’ molto positivo anche il fatto che, pur essendo stato l’elettorato greco polarizzato dallo scontro tra Syriza e Nuova Democrazia, il Partito Comunista di Grecia abbia aumentato la sua base di consenso e la sua forza parlamentare, a dimostrazione che l’organizzazione sociale e di classe giocano un ruolo fondamentale.
La vittoria di Syriza evidenzia che dopo anni di imposizioni e diktat improntati ai sacrifici, ai tagli, ai licenziamenti di massa e al commissariamento dei singoli paesi da parte della Troika i popoli reagiscono e si orientano verso quelle forze politiche che, da una prospettive di sinistra, contrastano l’austerity e i meccanismi di massacro sociale. La vittoria di Syriza dimostra che un’inversione di tendenza è possibile e potrebbe fare da apripista ad un'affermazione di partiti di sinistra antiausterity anche in altri paesi europei, innanzitutto la Spagna e l’Irlanda (dove Podemos e Sinn Fein guidano i sondaggi) ma non solo.
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