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simeoni1

Documento acquisito-2

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gennaro zezza

Uscita dall’euro e svalutazione

di Gennaro Zezza

Ho sempre sostenuto che all’Italia conviene uscire dall’euro e tornare ad una propria valuta nazionale non per gli eventuali vantaggi di una svalutazione della “nuova lira”, ma per riprendere il controllo sulla politica fiscale e sulla politica monetaria, e quindi sul costo di finanziamento del debito pubblico. In aggiunta, ho sempre sostenuto – ad esempio nei nostri rapporti sulla Grecia – che gli squilibri dell’area euro sono dovuti alla Germania, più che ai paesi periferici.

Mi sembra che il “dibattito televisivo” sull’argomento si concentri invece sull’entità della svalutazione della “nuova lira” in caso di uscita dall’euro, dove i sostenitori dell’euro prediligono l’immagine delle “carriole” di lire da usare per far la spesa, dopo una svalutazione della nuova lira del millantamila per cento.

Un indicatore che si può utilizzare per dare qualche conforto empirico all’entità di una svalutazione – certo non il più appropriato – è un indice dei prezzi dei Paesi della zona Euro. Nel grafico che segue riporto il valore di uno di tali indicatori, costruito a partire dai deflatori della domanda interna di fonte Eurostat.

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manifesto bologna

Piketty riscrive l’economia: i ricchi vinceranno sempre

di Stefano Feltri

Nel 2012, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha pubblicato il voluminoso saggio Il prezzo della disuguaglianza – Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (Einaudi). Non se n’è accorto nessuno. Due anni dopo, un libro sullo stesso tema firmato da un economista praticamente sconosciuto, con il difetto di essere francese (tutta la ricerca di frontiera è anglosassone), è stato accolto come il contributo più importante degli ultimi decenni: Il capitale nel Ventunesimo secolo di Thomas Piketty continua a essere il primo nelle classifiche di Amazon, da quando è uscita la traduzione inglese (l’originale francese era passato quasi inosservato) non si parla d’altro, il Financial Times ne discute quasi tutti i giorni, nell’ultimo numero l’Economist gli dedica un articolo dal titolo solo in parte ironico Bigger than Marx, più grande di Marx.

Il barbuto studioso di Treviri, di sicuro, non si è arricchito con il suo Capitale, Piketty che si presenta come un erede più abile a maneggiare i dati e dalle convinzioni più solide, invece, è ormai una superstar del dibattito economico. È quasi con pudore che qualche giornale ha osato ricordare che di lui in passato si era parlato più per i maltrattamenti inflitti alla ex compagna, l’attuale ministro della Cultura francese Aurelie Filippetti, che per i risultati accademici.

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la repubblica logo

Il danno del denaro creato dalle banche

di Luciano Gallino

L’ARTICOLO di Martin Wolf uscito pochi giorni fa sul “Financial Times” (il 24 aprile) è a dir poco sensazionale. Gli si desse retta, il solo titolo – “Spogliare le banche private del potere di creare denaro” – basterebbe per mandare in soffitta le teorie, le istituzioni e le politiche economiche che prima hanno causato la crisi, poi l’hanno aggravata con le politiche di austerità. Non si vuol dire che di per sé l’articolo di Wolf arrivi a svelare delle novità fino ad oggi inimmaginabili. Da anni vari gruppi di studiosi e associazioni in Usa come in Europa sostengono che se non si limita il potere delle banche private di creare denaro dal nulla la prossima crisi potrebbe essere anche più devastante della precedente. Il fatto nuovo è che a dirlo è il maggior quotidiano economico del mondo, da sempre pilastro (bisogna ammetterlo: con dosi di pensiero critico che di rado si ritrovano nei suoi confratelli) della cultura economica neoliberale. I chiodi su cui batte Martin Wolf sono tre. Il primo è che la stragrande maggioranza del denaro in circolo viene creato dal nulla – perché lo stato glielo consente – dalle banche private nel momento in cui concedono prestiti, accreditando l’ammontare sul deposito del richiedente. Quando Mr. Jones o la Sig. ra Bianchi si vedono accreditare 100.000 sterline o euro sul proprio conto di deposito, grazie ai quali stipuleranno un mutuo, non un solo euro è stato tolto da altri depositi o dal capitale della banca. La somma è stata creata da un contabile con pochi tocchi sulla tastiera. Specifica Wolf: “Le banche creano depositi come sottoprodotto dei prestiti che concedono.”

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manifesto

I miracoli (elettorali) della Troika

Alfonso Gianni

A quin­dici giorni dalle ele­zioni euro­pee fanno capo­lino improv­vi­sa­mente valu­ta­zioni più rosee sullo stato dell’ eco­no­mia del nostro con­ti­nente. L’ipotesi più sem­plice, nep­pure troppo mali­ziosa, è che si voglia arta­ta­mente spar­gere otti­mi­smo sulle pos­si­bi­lità di uscita dalla crisi , pro­prio per con­te­nere gli effetti di un dif­fuso euro­scet­ti­ci­smo.

Il caso più citato è quello del Por­to­gallo. Lo si è visto anche in una recente pun­tata del pro­gramma Bal­larò. Il pros­simo 17 mag­gio il paese lusi­tano uscirà dal “pro­gramma di assi­stenza”, appron­tato dalla Troika tre anni fa, che ha por­tato nelle casse esau­ste di Lisbona 78 miliardi di euro. Il fatto che ora il Por­to­gallo possa tor­nare a rifi­nan­ziarsi sul mer­cato inter­na­zio­nale e che i tassi di inte­resse sui decen­nali siano scesi dal 10,6% del 2011 al 3,6% attuale, viene pre­sen­tato come un suc­cesso delle poli­ti­che di austerity.

Il rigore quindi ha vinto? Niente affatto, se si leg­gono i dati della eco­no­mia reale del Por­to­gallo: il tasso di disoc­cu­pa­zione ha toc­cato nel 2013 il 16,3%, quello gio­va­nile è supe­riore al 40%, il tasso di occu­pa­zione è tor­nato ai livelli degli anni Ottanta; 827mila per­sone sono in stato di disoc­cu­pa­zione, tra que­ste più di mezzo milione lo sono da più di 12 mesi, l’asticella che le qua­li­fica come disoc­cu­pati di lunga durata. Il set­tore delle costru­zioni è in piena crisi occu­pa­zio­nale.

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phastidio

La cassetta degli attrezzi di Mario

di Mario Seminerio

(Questo è un post tecnico, spiacenti. Ma fate un piccolo sforzo, ci sono in ballo ricadute sulle vostre vite. Del resto, se date retta alle fiabe di Renzi, Grillo e Berlusconi, avete il dovere morale di leggere quello che segue)

Ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, ha con alta probabilità attraversato il Rubicone della credibilità della istituzione che guida, affermando che il governing council della Bce è a proprio agio all’idea di agire il mese prossimo, a ratifica della “insoddisfazione per il percorso atteso dell’inflazione”. Bisogna solo attendere la pubblicazione delle previsioni macroeconomiche aggiornate per l’Eurozona e poi la Bce agirà, verosimilmente in presenza di ulteriore pressione disinflazionistica.

Draghi, che dallo scorso meeting della Bce ha enfatizzato il ruolo del cambio nel determinare le condizioni monetarie complessive (il rafforzamento equivale a stretta), si trova da tempo alle prese con un serio dilemma. L’apprezzamento del cambio dell’euro è coerente, a livello qualitativo, con la presenza di un avanzo delle partite correnti dell’Eurozona. Difficile andare dai propri partner commerciali esteri e dire “scusate ma dobbiamo indebolire la nostra moneta perché esportiamo molto, anzi troppo”. Sarebbe il mondo alla rovescia, e determinerebbe anche minacce (e qualcosa di più) di ritorsione commerciale.

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economiaepolitica

Arriva il fondo di “redenzione” per il debito in eccesso

Ma tutto dipenderà dall’esito delle elezioni europee

Luigi Pandolfi

Che nell’ideologia del rigore oggi dominante nel processo di costruzione europea ci fosse una componente “moralistica”, per non dire addirittura religiosa, l’avevamo capito da un pezzo. Dietro la partizione dell’Unione in paesi “virtuosi” e paesi “spreconi” c’è sempre stata, al di là del dato economico e finanziario in senso stretto, un’idea del debito come “colpa”, da espiare anche al costo di veri e propri supplizi (Grecia docet).

Non fa difetto, in questo quadro, il lessico utilizzato per definire strategie, programmi, clausole e parametri in cui si sostanziano da qualche anno a questa parte le politiche di austerity. Ne è dimostrazione  il nuovo strumento che potrebbe essere adottato per il conseguimento degli obiettivi del Fiscal Compact, il cui nome da questo punto di vista è molto eloquente: Fondo Europeo di Redenzione (ERF). Si avete letto bene: “redenzione”. E si, perché se il debito costituisce un peccato, la risposta può essere o quella della comminazione della pena o quella del perdono. Stando alla parola, in questo caso si dovrebbe pensare alla seconda ipotesi, ovvero ad una cancellazione, totale o parziale, del debito (rimetti a noi i nostri debiti…). Ma è proprio così? Vediamo di capirci qualcosa.

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paolo s labini

Qualche osservazione sulla politica economica italiana

Paolo Palazzi

Mi riesce difficile, anzi impossibile capire le politiche che questo governo, e i passati governi intend o no mette re in essere per aumentare l’occupazione. I discorsi che si sentono fare, non solo da parte dei politici, ma anche da economisti importanti (o che si credono tali) sono che l’Italia ha bisogno di riforme, di abbassare il costo del lavoro, di aumentare i profitti e quindi gli investimenti, di aumentare la competitività e di diminuire tasse e spesa pubblica.

Provo brevemente a veder e una cosa volta.  Le riforme, non si dicono quali siano le riforme che porteranno a un aumento di occupazione, se non quelle relative al mercato del lavoro e alla spesa pubblica e quindi ricadiamo nell e altre proposte.  Abbassare il costo del lavoro?  I l costo del lavoro è dato dal rapporto tra retribuzione diviso produttività. V isto che le retribuzioni nette hanno raggiunto un limite inferio re che a mala pena permette la sopravvivenza e che è in continu a decrescita a causa dell’inflazione e dell’aumento delle tasse , si ricade negli altri due punti: produttività e tasse.

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manifesto

Il contratto a termine e la débâcle del Pd

di Piergiovanni Alleva

La soddisfazione con cui i partiti di centro destra hanno salutato l’ultima versione, uscita dalla Commissione del Senato, del Decreto sui contratti a termine e apprendistato è la miglior certificazione non solo degli ulteriori e quasi incredibili peggioramenti di una legge già pessima, ma della vera e propria banca rotta - non c’è altra parola - della rappresentanza parlamentare del Partito Democratico.

Con la sola meritoria eccezione dell’On. Fassina, i parlamentari del Pd si sono lasciati soggiogare da alcuni notissimi nemici storici dei lavoratori e dei sindacati, a cominciare dall’On. Sacconi.

Ed hanno infine accettato un testo normativo che mai i governi Berlusconi sarebbero riusciti ad ottenere a scapito dei lavoratori e di cui invece il «democratico» Renzi ed il «comunista» Poletti vanno invece addirittura fieri.

Ma occorre venire subito al merito, perché ognuno possa giudicare per proprio conto se questi giudizi drastici siano o meno fondati e per questo articoliamo almeno due punti.

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impunito

Il rapporto Nord-Sud e la Lega dei No Euro

Salvatore Perri

Premetto che da quando ho aperto il mio blog, l'ho fatto per cercare di contribuire all'interpretazione della realtà economica quotidiana attingendo al mio bagaglio di studi pregressi (che è quello facevo quando avevo l'opportunità di insegnare). Ho cercato di limitare al minimo gli interventi di carattere particolare, oppure prese di posizioni politiche su temi locali, perchè esiste il rischio che le mie considerazioni siano classificabili "per partito preso" e non sulla base del loro contenuto specifico.

Tuttavia quando ho sentito Salvini dire che vuole "liberare il Sud", io, da persona genuinamente ed orgogliosamente meridionale, che ha studiato la storia economica italiana, che ha dovuto vivere all'estero nel periodo più fulgido dei governi leghisti, discendente diretto di un Cavaliere di Vittorio Veneto (che l'Italia l'ha dovuta liberare veramente) ho avuto un moto di ribellione incontrollabile perchè quando è troppo è troppo.

Non aspiro ad insegnare la storia a chi non è interessato a conoscerla, ma almeno quattro fatti stilizzati in croce per Salvini potrebbero esser utili, anche se dubito che possano stare su una felpa.

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manifesto

Lista Nato alle europee

di Manlio Dinucci

Mentre nella campagna elettorale ferve il dibattito tra sostenitori e oppositori dell’Unione europea, pochi si accorgono che il futuro dell’Europa dipende più da Washington che da Bruxelles. L’amministrazione Obama ha già varato il suo programma per l’Europa, le cui linee sono esposte dal segretario alla Difesa, Chuck Hagel.

Di fronte all’azione della Russia in Ucraina – egli esordisce – gli attuali membri della Nato devono dimostrare che sono impegnati nell’Alleanza come lo erano i suoi fondatori 65 anni fa. Il primo modo per rafforzarla è accrescere la spesa militare. Con la fine della guerra fredda – rileva Hagel – si è diffusa tra gli alleati europei la sensazione che fosse finita la loro insicurezza, dovuta alla politica aggressiva di alcuni stati (leggi l’Urss e i suoi alleati): un mito infranto dall’azione della Russia in Ucraina.

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mainstream

Ancora sui "Piedi storti"

Ovvero come le cause del declino italiano siano endogene

Claudio Martini

Il precedente post (che riprendeva a sua volta questo articolo) ha sollevato qualche perplessità. Qualcuno ha avanzato una risposta alla domanda che ponevo -perché la Germania è strutturalmente più competitiva dell'Italia-, ma i più hanno sostanzialmente respinto la mia argomentazione. Probabilmente ho spiegato male ciò che intendevo. Per rimediare prenderò a prestito uno scritto di Vladimiro Giacché. Con Giacché dovremmo andare sul sicuro: ha scritto l'ottimo Anschluss, ed è membro del comitato scientifico di A/simmetrie. Si tratta dunque di un autore al di sopra di ogni sospetto. Se non credete a me crederete a lui.

Vi segnalo dunque questo breve, ma denso saggio del 2004. Erano i tempi in cui Giacché, in altri scritti, affermava:

punto da cui partire è questo: l’orizzonte europeo non è una dimensione che si può scegliere o meno; è un contesto necessario e quindi anche un nuovo campo di possibilità.

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clarissa

Primo Maggio con la BlackRock

Gaetano Colonna

"Penso che probabilmente il maggior cambiamento cui stiamo assistendo è la crescita dell'impatto della politica sul mondo degli affari. Si tratta di un cambiamento progressivo che non è mai stato così grande. Possiamo testimoniare che oggi in Cina, in Europa, negli Stati Uniti è in atto un braccio di ferro fra il mondo degli affari, che è in cerca di messaggi forti e di leadership forti, e un po' più di coerenza da parte dei governi, rispetto a quello che i governi realisticamente possono offrire. Il ciclo di vita dei politici è davvero troppo breve. L'insicurezza sui politici, rispetto alla loro carriera, ha avuto un impatto molto serio. I governi non stanno agendo abbastanza prontamente"(1).

Non sappiamo se Matteo Renzi conosceva queste significative parole del fondatore, presidente e amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, quando lo ha incontrato a cena due giorni fa, al margine del Global Leadership Summit del maggiore fondo di investimento del mondo, di cui ci siamo spesso occupati sulle colonne di clarissa.it, indicandolo come uno dei punti di riferimento globali fra i masters of the universe, la classe dirigente della finanza mondiale che regge le sorti reali del pianeta.

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correttainf

Buddhismo e Socialismo: un fondamento condiviso

di Manuel de Palma

Con il presente articolo, non voglio tanto riflettere sul rapporto storico tra buddhismo e regimi socialisti – spesse volte purtroppo conflittuale – quanto sulla possibile concordanza tra una visione del mondo buddhista e una socialista.

Diverse personalità autorevoli nel mondo del buddhismo si sono occupate di questo tema, tanto che è nato un fenomeno assai particolare chiamato “buddhismo socialmente impegnato”; se tuttavia queste persone si sono occupate del rapporto tra etica buddhista ed etica socialista, io vorrei tentare di dimostrare come la metafisica buddhista reca in se stessa i semi di una visione del mondo socialista. Sappiamo infatti che un concetto fondamentale della metafisica buddhista è quello di vacuità (Śūnyatā): tutto ciò che esiste è vuoto di esistenza propria. Questo concetto può suonare strano a un orecchio occidentale e ricordargli l’incubo – sempre più reale – del nichilismo che attanaglia la sua società: nessuna cosa esiste, dunque non esiste nessun valore e l’unico metro di misura consiste nella forza bruta del potere d’acquisto. Siamo tuttavia ben lontani da tutto ciò, poiché vacuità non significa non esistenza, bensì non esistenza intrinseca.

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sinistra aniticap

Lo Stato fascista non è l’unica forma possibile di stato d’eccezione in uno scenario capitalista

H. Wilno intervista Alain Bihr

Pubblichiamo dal sito del Npa l’intervista di Henri Wilno ad Alain Bihr, sociologo, autore di numerosi studi sulle classi sociali e il pensiero marxista. Ha pubblicato alcuni saggi sul Front national e il negazionismo, editi anche in italiano(L’avvenire di un passato. L’estrema destra in Europa: il caso del Fronte Nazionale francese, Jaca Book, 1997). Recentemente ha pubblicato “La logica misconosciuta del Capitale”, Mimesis, 2011. Il suo ultimo libro si intitola i Rapporti sociali di classe, pubblicato in francese da Editions Pages deux. Con lui, ritorniamo alla questione dello Stato, sullo sfondo la crescita dell’estrema destra.  Segnaliamo che in corso di traduzione un saggio più ampio su questo tema. A breve verrà pubblicato sul sito.

Per te, non c’è un pericolo di destra nell’Europa di oggi. Tu scrivi che lo scenario fascista “appare piuttosto come storicamente datato e obsoleto”. Puoi spiegare il perché?

Di solito si è concordi nell’affermare che è impossibile comprendere i movimenti e i regimi fascisti che abbiamo conosciuto nell’Europa degli anni 1920-1940 al di fuori della fase storica dello sviluppo capitalistico in cui si sono manifestati. Io penso che si debba considerarli indissociabili da questa fase.

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vocidallestero

Strappare alle banche private il potere di creare moneta

di Martin Wolf

Martin Wolf sul Financial Times porta avanti la discussione sulla moneta, già iniziata qui, affrontando uno dei maggiori tabù: il potere immenso di creare moneta  oggi è concentrato nelle mani del sistema bancario, e la cosa non funziona

Il gigantesco buco nel cuore delle nostre economie di mercato ha bisogno di essere tappato.

Stampare banconote contraffatte è illegale, mentre la creazione di moneta privata non lo è. L'interdipendenza tra lo Stato e le imprese che dispongono di questo potere è la fonte di gran parte dell'instabilità delle nostre economie. Si potrebbe - e si dovrebbe – metterci un freno.

Ho spiegato come funziona due settimane fa  (qui tradotto da noi, ndt). Le banche creano depositi come conseguenza dei loro prestiti. Nel Regno Unito, tali depositi costituiscono circa il 97 per cento dell'offerta di moneta. Alcuni obiettano che i depositi non sono soldi, ma solo debiti privati trasferibili. Eppure il pubblico considera i soldi falsi delle banche come denaro elettronico: una fonte sicura di potere d'acquisto.

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sinistra

Ancora i test INVALSI

di Renata Puleo*

Nei prossimi giorni l’INVALSI, l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Scolastico, avvierà la procedura annuale di testing sulle competenze in Lingua Italiana e Matematica degli alunni delle II e V classi di scuola primaria (ex elementare).

L’Istituto, Ente di Ricerca con personalità giuridica, soggetto a parziale vigilanza da parte del Ministero, delle cui indicazioni politiche “tiene conto”, agisce in modo autonomo nelle scelte tecnico-scientifiche, ossia nella modalità di costruzione e svolgimento delle prove.

L’INVALSI utilizza, per la somministrazione e per la correzione, gli insegnanti in servizio nelle scuole. Poiché si tratta di una procedura censuaria (rivolta a tutta la popolazione scolastica delle fasce individuate) e non a campione, i fini non sono di ricerca e di indirizzo, ma di controllo. Ciò si evince anche dal fatto che vengono continuamente ribaditi gli obblighi contratti con l’Europa per l’effettuazione di tale verifica delle competenze e dell’efficacia dell’insegnamento, nonché quelli sanciti dalla normativa vigente (Regolamento sulla Valutazione) e da alcune sentenze di Tribunali Amministrativi, su cui tornerò fra poco.

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parolibero

Economicidio: tre libri e un crimine

Scritto da Daniele Trovato

I libri, scrisse qualcuno, sono amici che ti presentano altri amici, creano percorsi di conoscenza, reti di relazioni tra idee, fatti e passaggi, ci si ritrova, leggendo, ad aver imparato dalla somma delle letture più di quanto si cercasse in ognuna di esse. 

In questo caso ci riferiamo a tre saggi divulgativi di taglio (socio)economico scritti e pubblicati in anni diversi e facenti riferimento a vicende apparentemente distanti nello spazio e nel tempo: Shock Economy di Naomi Klein, Il tramonto dell’Euro di Alberto Bagnai e Anschluss di Vladimiro Giacché. Soltanto quando se ne è ultimata la lettura (a distanza di anni tra il primo e gli ultimi due) e si è avuto il giusto tempo per ragionarla, improvvisamente i pezzi del puzzle sembrano prendere il loro posto, svelando in questo caso una strategia, un metodo e la sua applicazione sistematica nella storia del capitalismo degli ultimi quarant’anni.

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economiaepolitica

Il miraggio del pareggio

Riccardo Realfonzo*

Con la manovra economica descritta nel Documento di Economia e Finanza (DEF), il governo riconosce che il pareggio di bilancio strutturale (cioè al netto del ciclo economico) non potrà essere conseguito il prossimo anno. Prevede dunque di posticipare di un anno, al 2016, il raggiungimento dell’obiettivo[1]. Perciò, il ministro Padoan ha scritto alla Commissione Europea e il Parlamento ha dato il suo placet, il tutto secondo quanto previsto dai trattati europei e dal principio del pareggio di bilancio introdotto di recente nella nostra Costituzione. La domanda è: saremo in grado di raggiungere l’obiettivo tra due anni?

Per farcene una idea, forse è bene ricordare che quando negli USA, nel 2011, la destra repubblicana spinse per introdurre nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio, cinque premi Nobel e altri autorevoli economisti scrissero a Obama. Spiegarono che “inserire un tetto alla spesa pubblica peggiorerebbe le cose” e “chiudere il bilancio in pareggio aggraverebbe le recessioni”. Il pareggio di bilancio è dunque una “pericolosa camicia di forza” che “impedirebbe al governo di ricorrere al credito” quando ce n’è bisogno e “favorirebbe dubbie manovre finanziarie, quali la vendita di beni pubblici”. Obama ascoltò l’allarme dei Nobel e si guardò bene dall’inserire il pareggio in Costituzione.

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francescosantoianni

Proclamiamo la guerra ai Crucchi?

Francesco Santoianni

Francamente, da Luigi di Maio – il “politico più brillante del Movimento Cinque Stelle” – non mi sarei aspettato un altro passo verso la china nella quale il, pur sacrosanto, movimento contro l’Unione Europea sta incamminandosi.

Intanto, il suo post  su Facebook:

Il 25 aprile del 1945, dopo le insurrezioni partigiane a Genova, Milano e Torino, l’Italia pose fine all’occupazione tedesca. Festeggiamo ogni anno la Liberazione come il giorno in cui cacciammo le truppe tedesche dai nostri confini territoriali. A distanza di 69 anni abbiamo un altro problema: le guerre militari sono diventate guerre finanziarie. Ai cannoni si è sostituito lo spread. Ai fucili l’austerity. Alle bombe il Fiscal Compact.

Stiamo vivendo una nuova era delle guerre europee che affamano i popoli come nel ‘45, che distruggono le economie come durante le guerre mondiali. Ovviamente a vantaggio della Germania. All’epoca salimmo sui monti o sui palazzi e buttammo giù le bombe. Oggi quali sono i nostri strumenti di offesa per riemergere da questa guerra economico-sociale? Il 25 aprile oltre ad essere una festa, deve diventare l’occasione per riscoprire il nostro orgoglio nazionale, per ribellarci ai trattati sanguinari che hanno sottoscritto i nostri politici (scendiletto dei banchieri europei). Per informarci. Il nuovo partigiano è un cittadino informato. (…)"

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Patrioti please, non ribelli

di Leonardo Clausi

Ho sempre avuto problemi con il concetto di patria. Non mi ci sono mai riconosciuto, non appartiene alla mia cultura politica, lo trovo fastidiosamente retorico il più delle volte. Come altri, sono rimasto folgorato sulla via dell’internazionalismo: un concetto che oggi farà sorridere i custodi dell’ortodossia del “moderno” ma che in fondo ancora oggi obbedisce a dei criteri che rifiutavano una lettura bovina del divenire storico per arrivare direttamente all’essenza di cosa siamo come esseri sociali. Lo devo anche all’assidua lettura di uno storico come Eric Hobsbawm, il cui il formidabile L’invenzione della tradizione mostra come i fondamenti dell’idea di nazione non siano altro che la lenta e inesorabile sedimentazione di una serie di operazioni politico-culturali imposte dall’alto verso il basso, per legittimare, appunto, l’alto rispetto al basso.

Ma oggi è la festa della Liberazione. Un giorno in cui questo Paese, soprattutto negli ultimi vent’anni, si riscopre regolarmente diviso. Io mi pongo fra gli eredi di coloro che resistettero, e che oggi vengono dileggiati per questo. Mi laureai con una tesi sulla storia della Resistenza in una particolare regione italiana, l’Umbria. Nei documenti d’archivio che mi capitò di esaminare, i partigiani si autodefinivano patrioti, in opposizione alla definizione che di loro davano gli avversari nazifascisti.

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Ttip, tutte le bugie sul trattato segreto Usa-Ue

Thomas Fazi

La "Nato economica". Altro che 545 euro a famiglia come sostiene il Sole 24 Ore. Secondo i ricercatori austriaci i gravi rischi per le piccole imprese e i lavoratori superano i pochi benefici

Col recente arti­colo uscito sul Sole 24 Ore («Ecco per­ché l’accordo com­mer­ciale Ue-Usa ‘regala’ 545 euro a ogni fami­glia euro­pea») pos­siamo con­si­de­rare uffi­cial­mente inau­gu­rata la cam­pa­gna di pro­pa­ganda a favore del Par­te­na­riato tran­sa­tlan­tico per il com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip), l’accordo di libero scam­bio e inve­sti­mento che Unione Euro­pea e Stati Uniti stanno nego­ziando in gran segreto. A sen­tire l’autore – che cita uno stu­dio rea­liz­zato dal Cen­tre for Eco­no­mic Policy Research (Cepr) di Lon­dra per la Com­mis­sione Euro­pea – il Ttip rap­pre­sen­te­rebbe una manna dal cielo per le asfit­ti­che eco­no­mie Ue.

E natu­ral­mente anche per quella ita­liana: più espor­ta­zioni per tutti (Pmi com­prese); più cre­scita (addi­rit­tura 119 miliardi l’anno per l’Ue, pari a 545 euro per fami­glia), non solo per l’Europa e per gli Usa ma per l’economia glo­bale nel suo com­plesso; meno buro­cra­zia e con­trolli; ecc.

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"Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero"

G. Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio

Per l’economista il provvedimento, malgrado le piccole modifiche introdotte alla Camera, precarizza ulteriormente il mondo del lavoro e si inserisce nel sequel degli ultimi vent’anni: “In Italia abbiamo assistito allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro”. E sugli 80 euro inseriti da Renzi nel Def, “l’idea che possano invertire la rotta e farci uscire dalla crisi è peregrina, per la svolta economica ci vuole ben altro”.

La bocciatura del Jobs Act è sonora. Emiliano Brancaccio, docente all’Università del Sannio e promotore del “monito degli economisti” contro le politiche europee di austerity, è netto: “Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle tutele del lavoro. Il provvedimento del governo Renzi è il sequel di un film già mandato in onda tante volte. Non intravedo svolte di politica economica”.

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Segreto di Stato: Renzi, al solito, vende fumo

Vi spiego perché

di Aldo Giannuli

Squilli di trombe, rulli di tamburo: Renzi cancella il segreto di Stato sulle stragi. Era ora! Solo che si tratta di chiacchiere perché:

a- già da una ventina di anni, il segreto di Stato non è opponibile alla magistratura che procede per reati di strage o eversione dell’ordine democratico;

b- di conseguenza, la magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali;

c- anche le commissioni parlamentari che si sono succedute, sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici); d- una larghissima parte della documentazione finita nei fascicoli processuali e nelle commissioni di inchiesta è stata resa consultabile dalla “Casa della Memoria di Brescia”, dove chiunque può accedere, e …dalla Regione Toscana (strano che Renzi non lo sappia);

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Alta velocità: opere e capitalismo

di Ivan Cicconi

Le grandi opere sono diventate il totem dei faccendieri della grande impresa post-fordista, con cui apparecchiare la tavola alla quale invitare i mariuoli dello stato post-keynesiano.

La grande impresa del capitalismo globalizzato è caratterizzata da una organizzazione fondata sul cosiddetto outsourcing, che sta ad identificare un processo di scomposizione e svuotamento della fabbrica fordista, che passa da un’organizzazione “a catena piramidale” ad un sistema “a rete virtuale”.

Questo modello di impresa non può che essere orientato al controllo dei fattori finanziari e di mercato e sempre meno ai fattori della produzione. E’ una grande impresa virtuale che inevitabilmente scarica, attraverso una ragnatela di appalti e subappalti, la competizione verso il basso e induce, anche nella piccola e media impresa, una competizione tutta fondata sullo sfruttamento del lavoro nero, grigio, precario, atipico.

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Dissesto ideologico

di Ugo Boghetta

Ferrero chiude un articolo sulla questione internazionale e lista Tsipras in questo modo: "non (siamo) per il ritorno ad un impotente nazionalismo. La grande proletaria si è già mossa una volta e non è andata distante”.

La citazione della “grande proletaria” fa riferimento ad un discorso di Pascoli del 1911 favorevole all'intervento in Libia ciò affinché i proletari italiani non dovessero emigrare sparpagliandosi nel mondo ma andando in un unico paese.

Pascoli, che pur si dichiarava socialista, dettava tutti i temi più mistificanti della propaganda coloniale. Sarà poi ripreso dal fascismo per lanciare l'Italia: nazione proletaria sempre oltraggiata e misconosciuta, contro le nazioni più ricche alla ricerca di un «posto al sole».

Ferrero lancia lo strale contro le posizioni che non vedono la riformabilità dell'Europa e quindi propongono l'uscita dall'euro. Ma la citazione si riferisce solo alle forze di destra (Lega nord e Fratelli d'Italia), oppure contro tutti, compresi i noeuro di sinistra e Grillo (che in verità dice e si contraddice per prendere voti a destra e a manca)?

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Sui benefici del Reddito Minimo Garantito in Italia (LIG)

Salvatore Perri

La crisi economica internazionale e la finanziarizzazione dell'economia, hanno (finalmente) sollevato il tema della diversa distribuzione del reddito all'interno dei sistemi economici. Il Reddito di Base ed il Reddito Minimo Garantito sono due delle forme possibili per scongiurare il tracollo delle economie c.d. "avanzate". Ho già scritto sulla necessità di redistribuire il lavoro e sul Basic Income. In questo pezzo, stimolato dagli attivisti internazionali del LIG, discuto perchè il Reddito Minimo Garantito è un passaggio obbligato per invertire le odierne tendenze economiche negative altrimenti inarrestabili.

La definizione di reddito minimo. Come ho già scritto in altri pezzi, i sistemi economici maturi, come quello italiano, necessitano di un mix di redistribuzione del lavoro e reddito di base per interrompere la spirale debito-disoccupazione che stà distruggendo le fondamenta della convivenza civile. Tuttavia, nel breve periodo, un primo passo verso una diversa configurazione della struttura economica può essere il Reddito Minimo Garantito (LIG), il quale si configura come un supporto al reddito di coloro che non stanno lavorando e delle persone inabili al lavoro per malattia.

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I professori che cercano di fermare le riforme

Pubblicato da keynesblog

“Io temo che in questi trent’anni le continue prese di posizione dei Professori abbiano bloccato un processo di riforma oggi non più rinviabile per il Paese” (Maria Elena Boschi, ministro delle riforme)

Il ministro Boschi è troppo ottimista. Ci sono Professori che cercano di bloccare le riforme da molto più tempo, oltre 80 anni. Ne abbiamo scelti due tra i più inguaribili conservatori, John Maynard Keynes e Michal Kalecki. 

“Una riduzione dei salari monetari ha la tendenza diretta, a parità di altri fattori, ad aumentare l’occupazione?

… abbiamo dimostrato che il volume dell’occupazione è correlato univocamente con il volume della domanda effettiva, misurata in unità-salario, e che la domanda effettiva, essendo la somma del consumo atteso e dell’investimento atteso, non può cambiare se la propensione al consumo, la scheda dell’efficienza marginale del capitale e il tasso di interesse sono tutti invariati. Se, senza alcun cambiamento di questi fattori, gli imprenditori dovessero aumentare l’occupazione nel suo complesso, i loro ricavi saranno necessariamente inferiori al loro prezzo d’offerta…

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Il Veneto tral il mito della secessione e la realtà della delocalizzazione

di comidad

La scelta di drammatizzare artificiosamente il fenomeno folkloristico del secessionismo veneto con improvvisi arresti ed imputazioni, corrisponde ad una precisa necessità attuale del lobbying euro-finanziario. Qualunque "evento" (vero o, ancor meglio, fasullo) possa distrarre da ciò che avviene effettivamente nell'Unione Europea, e sia in grado di ricondurre la conflittualità all'interno, deve considerarsi benvenuto dalla lobby finanziaria. Non c'è neppure bisogno di supporre un surplus di cospirazione, poiché i ROS avranno sicuramente ben chiara la loro specifica funzione poliziesca, che è quella di alternare la repressione con la provocazione ed il depistaggio. Proprio in questi giorni, sulla scena europea si affacciano infatti nuove sigle da far rimanere nell'ombra, come il minaccioso RSM, il Meccanismo Unico di Risoluzione, un'espressione criptica che corrisponde in concreto alle ulteriori misure di salvataggio bancario, ovviamente a spese dei contribuenti e - pare certo - anche dei depositanti.

A molti commentatori invece non è sembrato vero di poter tornare a parlare di "macroregioni", o del "Sud mantenuto a spese del Nord", insomma dell'annosa "Questione Meridionale". Ogni volta che si sente ripetere che sono i ricchi a mantenere i poveri, bisogna mettersi in sospetto, dato che il lamento vittimistico del ricco non è altro che l'ideologia di copertura dell'assistenzialismo per ricchi, un assistenzialismo di cui oggi sono i banchieri ad avvantaggiarsi maggiormente.

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L'europeismo è un aborto dell'imperialismo

di C.M.

Qualcuno si ricorderà di cosa pensasse degli Stati Uniti d'Europa un fine intellettuale di inizio novecento. Stavolta parliamo delle opinioni di un altro celebre autore, Rosa Luxemburg, in un suo scritto.

Lo Scalfari di fine ottocento affermava

Per ottenere una pace duratura, che bandisca per sempre il fantasma della guerra, c’è solo una cosa oggi da fare: l’unione degli stati della civiltà europea in una federazione con una politica commerciale comune, un parlamento, un governo e un esercito confederali - ossia la formazione degli Stati Uniti d’Europa. Qualora si riuscisse in questa impresa, un grandioso passo potrebbe dirsi compiuto. 

 

Non è uguale?

Altri esponenti della sinistra del tempo rincaravano la dose: