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Uomo bianco perderai la tua Africa nera?
di Sebastiano Isaia
«Potrebbe essere il suo “cortile di casa”, un po’ come l’America latina lo è per gli Stati Uniti. Da anni, invece, il dialogo tra Europa e Africa si è inceppato». Così scriveva Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore del 30 giugno 2009. Il prolungarsi della crisi economica che dal 2008 impazza nel Vecchio Continente ha ulteriormente aggravato lo stato del «dialogo». Inutile dire che la Cerretelli stigmatizzava soprattutto l’idea che «l’Europa oggi possa permettersi il lusso di voltare le spalle all’Africa lasciando campo aperto all’opaca concorrenza cinese». La concorrenza capitalistica che ci danneggia è sempre opaca, per definizione.
L’Europa teme insomma di perdere definitivamente la sua vecchia riserva di caccia: l’Africa, soprattutto quella Nera, secondo la fraseologia geopolitica ancora in vigore. Sarebbe una perdita davvero grave, sotto tutti i punti di vista, a cominciare naturalmente da quello più triviale ma sempre più essenziale per comprendere la politica estera di tutti i Paesi, soprattutto di quelli storicamente molto sensibili all’evoluzione del “quadro internazionale”.
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Le argomentazioni deboli di Michele Salvati
Marino Badiale
In un articolo sull'inserto domenicale del Corriere della Sera del 3 febbraio Michele Salvati interviene per sostenere la permanente validità dell'opposizione categoriale destra/sinistra. Lo fa però in modo piuttosto confuso e privo di consequenzialità. Spieghiamo perché.
L'argomento principale che Salvati svolge nel suo articolo è poco convincente perché nasce dal confondere due questioni diverse: egli dice in sostanza che la distinzione destra/sinistra funziona, nel senso che ci permette di capire in maniera ragionevole la storia politica occidentale degli ultimi due secoli, e anche la realtà politica contemporanea.
E' evidente qui la confusione fra due questioni diverse: la questione se l'opposizione destra/sinistra sia stata significativa nel passato, da una parte, quella se essa sia significativa adesso, dall'altra. Ora, per quanto riguarda il primo problema, non credo ci sia molto da discutere, perché non credo ci sia chi seriamente possa sostenere che la distinzione destra/sinistra non abbia mai significato nulla, che essa sia sempre stata una mera illusione.
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A sarà düra!
di Carlo Formenti
Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione – altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.
1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte – gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).
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Perchè l'agenda della sinistra è introvabile
Giovanni Mazzetti
Sul manifesto del 31 gennaio Alberto Burgio ha chiesto: «Dov'è l'agenda della sinistra?». E ha risposto che, purtroppo, non si riesce a trovarla. Anzi, tutti procedono «come se non fosse accaduto nulla». In particolare lamenta che «si presentano le politiche del rigore come se non vi fossero alternative». A suo avviso esiste, invece, «la possibilità di praticare politiche espansive che, privilegiando occupazione e crescita, ci porterebbero fuori dalla crisi». Argomentazioni apparentemente più che condivisibili. Ma c'è da chiedersi: per quale strana ragione queste pratiche non riescono a diventare un elemento dell'agenda della sinistra? Poiché non possiamo rifugiarci nell'ipotesi di un masochismo di massa, quale ostacolo si frappone all'accettazione del fatto che questa strategia rappresenterebbe realmente un'alternativa praticabile alle politiche di austerità?
Qui Burgio chiama in causa la malafede e l'imbroglio, una linea esplicativa che mi aveva già trovato in dissenso quando, assieme ad altri intellettuali noti, aveva avanzato l'ipotesi che oggi ci troveremmo di fronte, non già ad un'inadeguatezza culturale, tanto delle classi egemoni quanto di quelle subalterne, bensì ad un «furto d'informazione». Per farla breve, secondo Burgio, che è in compagnia di molti altri oppositori al sistema, la soluzione ci sarebbe, ma tutti «fingono di ignorarla». Non ci troveremmo, pertanto, di fronte ad una contraddizione, ma ad un vero e proprio castigo, imposto consapevolmente alla parte più debole della società.
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La Francia colonialista e colonizzabile
Il presidente francese Hollande, andato in Mali per appropriarsi di gas ed uranio, si è trovato a scoprirvi anche l'acqua calda, e cioè che la destabilizzazione dell'Africa sahariana e sub-sahariana è oggi finanziata dall'emiro del Qatar, Al Thani. [1]
Si tratta dello stesso emiro con cui la Francia si è alleata per destabilizzare la Siria. Le notizie sul ruolo del denaro di Al Thani nelle spinte secessioniste in Mali circolavano da mesi, eppure Hollande riceveva ugualmente Al Thani a Parigi nell'agosto del 2012 per decidere del destino di Assad. L'incontro fu suggellato da un comunicato comune che sanciva l'unità d'intenti dei due "alleati". [2]
Ciò che può apparire privo di logica, acquista invece senso in un'ottica colonialistica, nella quale non vi sono obiettivi strategici da raggiungere, ma soltanto una convergenza di lobby affaristiche verso la destabilizzazione. Il business delle bombe si incrocia con il business delle materie prime. Quando la guerra civile etnica da strisciante diventa aperta, allora gli apparati statali si dissolvono, e le multinazionali possono gestirsi in proprio i giacimenti, senza dover rendere conto alle autorità locali, che sono ridotte a semplici simulacri.
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modelli economici
Robert Kurz
Nell'ideologia economica dell'Occidente, per lungo tempo si sono apparentemente affrontati due campi: quello degli USA, neoliberale, radicalmente orientato sul mercato, e quello dell'Europa, politico industriale, conosciuto anche sotto il nome di "capitalismo renano", a base di Keynesismo e di Welfare. Gli ideologi del mercato scommettevano su una politica dell'offerta (tagli della spesa a tutti i costi, in particolare della spesa salariale), mentre quelli dello Stato scommettevano su una politica della domanda (crescita dei consumi per mezzo della spesa pubblica e dell'innalzamento dei salari). Una trentina d'anni fa, il modello europeo aveva perduto qualsiasi credito, nella misura in cui l'accrescimento della spese pubblica aveva aperto la strada all'inflazione, mentre la crescita ristagnava, malgrado tutto. Il crollo del socialismo di stato sembrava confermare questa crisi. A questo punto, il concetto statunitense di ultraliberismo poteva intraprendere la sua marcia trionfale, mentre gli europei, in particolare i socialdemocratici guidati da Schröder et Blair, si affrettavano a seguirne l'esempio.
Il grande « successo » della rivoluzione neoliberista consisteva, come tutti sanno, nel far nascere delle bolle finanziarie senza precedenti, che incoraggiassero per più di un decennio la congiuntura deficitaria mondiale. Quando arrivò il crack del 2008, e mise fine a quest'epoca, l'atterraggio fu brutale.
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Comunità economica europea e Unione europea
Stefano D'Andrea
L’Unione europea sta rivelando anche agli ingenui e ai religiosi europeisti il suo vero volto. Lungi dall’essere la continuazione della Comunità economica europea ne è la negazione. Il mercato unico non è lo sviluppo del mercato comune ne è l’opposto.
Un’unica moneta di nessuno non è uno sviluppo rispetto a tante monete nazionali. La pluralità è la negazione dell’unità. Le monete europee erano degli stati. L’euro non appartiene ad alcuno stato e ad alcun popolo.
La Comunità economica europea portò la pace o almeno è esistita in un periodo di pace. Gli Stati membri dell’Unione europea hanno mosso molte guerre di aggressione, in Europa e fuori: Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Mali.
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Sakine, Fidan, Leyla

Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, Fidan Dogan, rappresentante del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) con sede a Bruxelles, Leyla Soylemez, giovane militante, sono state uccise con un colpo di pistola alla nuca nei locali dell'Istituto Curdo di Parigi.
Le modalità e la tempistica di quanto accaduto ci fanno presumere con fondatezza che le vicende siriane non siano estranee a queste esecuzioni.
La popolazione curda è presente non solo in Turchia, ma anche in Siria, in Iraq, in Iran. E la sua aspirazione all'autodeterminazione e all'indipendenza è un elemento con cui la politica regionale di quell'area deve fare i conti.
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