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arianna

USA e getta

di Andrea Zhok*

La situazione di crisi perdurante e priva di apparenti sbocchi in cui si muove l’Europa tutta e l’Italia in modo particolare è un problema che va molto al di là della perdita di status internazionale, della perdita di benessere, della perdita di competitività, dell’aumento della povertà e della disoccupazione (tutte cose, naturalmente, parecchio gravi). Il problema di fondo è che esistere per lunghi periodi in una condizione di crisi permanente, percezione di declino e mancanza di prospettive produce un graduale ma sistematico abbattimento della stessa voglia di vivere, della “vitalità primaria” di chi è avvolto in questo sudario storico.

Le cause di questa condizione sono molteplici e possono (e devono) essere analizzate in grande dettaglio sul piano empirico, storico, economico.

Possiamo prenderla larga e far partire l’analisi dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, con susseguente condizione di paese occupato.

Possiamo concentrarci su apparenti “errori” più recenti, come il suicidio industriale decretato dal riorientamento dei rifornimenti energetici dalle fonti prossimali (Libia, Russia) a quelle del maggior competitore diretto (USA).

Possiamo condannare la struttura oligarchica e tecnocratica dell’Unione Europea, drammaticamente fallimentare nell’unica cosa che ufficialmente ne giustificava l’esistenza, ovvero far valere il peso economico dell’Europa come leva per ottenere uno status internazionale di maggior rilievo, con accresciuta capacità di difendere l’interesse dei popoli europei, ecc…

In questo contesto, spiace dirlo, ma le classi dirigenti italiane sono da tempo le peggiori, quelle più manifestamente succubi di pressioni e condizionamenti estranei agli interessi del popolo italiano. Le classi dirigenti italiane, da Monti a Draghi, da Renzi a Meloni, sono sempre le prime e più sollecite a volersi mostrare ossequienti a interessi allotri, opachi, inconfessabili e rigorosamente estranei a qualunque cosa possa giovare al paese.

Per rimanere agli ultimi giorni, basta vedere la rapidità fulminea e unica sul panorama internazionale con cui il “garante per la privacy” ha bloccato l’accessibilità di DeepSeek sugli app store di Apple e Google in Italia. È evidente a tutto il mondo come qualunque potentato politico o economico estero possa ottenere in Italia udienza immediata, esercitando le giuste pressioni su una classe dirigente inconsistente e dedita alla sola coltivazione del proprio interesse privato di breve periodo.

Queste e molte altre analisi sono legittime e possibili, ma a mio avviso, per evitare la dispersione e identificare il nucleo essenziale del dramma contemporaneo, ci sono due punti che dovrebbero rimanere al centro dell’attenzione nel lungo periodo.

Il primo è una cautela metodologica.

Tutte le persone di buona volontà (a quaquaraqua e vendipatria è inutile rivolgersi) devono prendere definitivamente le distanze dal principale gioco che paralizza ogni ricambio politico e di potere, cioè il gioco della contrapposizione fittizia tra Destra-Sinistra. Sembra incredibile, ma decenni di integrale intercambiabilità in tutte le politiche strutturali non hanno ancora convinto tutti del fatto che il “Gioco dell’Alternanza Bipolare” è solo un sistema per garantire l’irriformabilità assoluta, la stagnazione terminale del sistema. Ancora oggi c’è un sacco di gente che pensa in buona fede che sia importante “Abbattere la Destra al governo” (magari nel nome dell’antifascismo), o “Abbattere la Sinistra al Governo” (magari nel nome dell’anticomunismo). Il fatto che questo gioco continui a funzionare in teste apparentemente abili è uno dei misteri più sconcertanti, qualcosa che spinge al più radicale pessimismo antropologico. Il fatto che ci sia gente, tanta gente, che si dedica anima e corpo all’identificazione quotidiana di dettagli estetici aborriti, di destra o di sinistra a seconda della bisogna, deprime le speranze di cambiamento.

Il secondo punto è un elemento di sostanza politica e culturale (radicalmente culturale e perciò politica). La cornice di fondo che permette l’autoperpetuarsi senza apparenti vie d’uscita della nostra condizione di scacco è determinata da un profondo e radicato ASSOGGETTAMENTO DELL’ANIMA. Se è vero che di venduti e corrotti ce n’è a mazzi, sarebbe tuttavia sbagliato pensare che il problema italiano (ed europeo) stia primariamente nella presenza di questi personaggi a libro paga di stati esteri o multinazionali. Ci sono, come ci sono dappertutto, ma il problema è più radicale. Esso sta nel fatto che nel profondo delle convinzioni di gran parte degli intellettuali, degli accademici, dei giornalisti, dei politici di questo paese si è imposta da tempo, senza remore, l’adesione inconsapevole ad un paradigma “americanista”. Cosa intendo qui per “americanismo”? Intendo una formulazione ideologica virulenta quanto sprovveduta, che aderisce senza resti all’IMMAGINE PUBBLICITARIA che gli USA hanno proiettato di sé, dal dopoguerra ad oggi. In buona parte quest’immagine afferisce all’autointerpretazione liberale. Ma essa non è stata accolta sulla base di pensose riflessioni sulle virtù del libero mercato, sulle dinamiche dello stato di diritto, sul costituzionalismo liberaldemocratico, o simili; no, essa è stata accolta per osmosi mediatica e cinematografica. Semplicemente, Nando Mericoni si è riprodotto e i suoi figli e nipoti hanno fatto carriera; e diversamente dal capostipite di “Un Americano a Roma”, non hanno più la falsa coscienza di chi è ancora con un piede in un altro mondo, ma vivono interamente in quella bolla culturale. Vi vivono dentro in maniera talmente integrale da credersi talvolta ancora tutt’altro, da credersi eredi di comunisti o fascisti o democristiani, mentre sono copie di proiezioni pubblicitarie altrui. In verità non c’è stupidaggine, non c’è degrado, non c’è paranoia nata al di là dell’Atlantico che non si sia aperta un varco trionfale nelle menti delle classi dirigenti italiane, dagli anni ’80 ad oggi.

L’“internazionalizzazione” culturale è diventata sinonimo di “fai come gli americani, che fai bene”. Dai modelli privatistici dei servizi pubblici alla venerazione di facciata del competitivismo, dai “figli dei fiori” ai “rapper", dall’importazione dell’eroina a quella del woke, non c’è cattivo esempio che non sia stato diligentemente seguito. La tempesta di penosi inglesismi da parvenu che imperversa nelle produzioni della burocrazia pubblica è il segno più diretto di questa sconfitta.

Ciò che è essenziale comprendere è che questo “americanismo”, non è qualcosa di cui l’America sia vittima. Per gli USA si tratta di ciò che sono, e, come tale, può essere messo liberamente e pragmaticamente in discussione (è successo più volte, in qualche misura sta accadendo anche oggi).

Per noi invece no, è un’ideologia, una tacita visione del mondo e del bene, stereotipata, ottusa quanto solo un’ideologia assorbita passivamente può essere. Questo fatto, culturalmente tragico, è ciò che rende la posizione odierna dell’Italia (e dell’Europa) particolarmente triste e particolarmente pericolosa.

È su questo sfondo che si comprende come l’Europa si mostri comicamente disposta a sfidare la Russia (o la Cina), continui a segnalare pubblicamente tutto il proprio disprezzo culturale nei confronti dei “barbari orientali”, bruciando tutti i ponti di dialogo, insista nel proseguire politiche non solo stupide, non solo ingiustificabili, non solo controproducenti, ma anche operativamente insostenibili.

Tutto il mondo sa che l’Europa, nano politico e militare, priva di risorse naturali e con una demografia in collasso verticale, non potrebbe permettersi di affrontare da sola la Russia neppure se convertisse metà del PIL a spesa militare. Si tratta di un delirio inaccettabile per la stragrande maggioranza della sua popolazione ad ogni livello. Ma non per classi dirigenti che hanno fatto dell’autonarrazione pubblicitaria di Hollywood la propria visione del mondo.

Ecco perché, tra tutti i compiti politici odierni, forse il più fondamentale non è qualcosa di tipicamente “politico”. Si tratta di impegnarsi in un faticoso lavoro di ricostruzione. Si tratta di ricostruire con dedizione, in un processo che non può che essere pluridecennale, un retroterra di autonomia culturale, in parte dissotterrando un passato glorioso, in parte assumendosi l’onere di innovarlo (laddove “innovare”, finalmente, non sarà più sinonimo di “copiare dagli USA”).


* Da Facebook
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Comments

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Domenico Testa
Friday, 14 February 2025 12:18
Il prof. Zhok registra una situazione di fatto che perdura da troppo tempo:la subalternità dell'Europa agli Stati Uniti.L'Ue,integrata nella Nato,ne ha seguito in politica estera sempre le scelte,senza sapersi minimamente differenziare.La massima potenza occidentale,dopo il crollo del comunismo sovietico,ha voluto umiliare la Russia,oggi fa,per suoi interessi,soprattutto economici,la voce grossa anche con gli alleati storici europei,che vivono una delle fasi più critiche dal 1945 ad oggi.Trump con volere fare grande l'America impone spese militari,dazi esosi,che i Paesi europei non possono sopportare,specialmente,se continuano ad andare in ordine sparso.Il presidente americano per dimostrare di essere uomo solo al comando,dialoga sulla questione ucraina direttamente con la Russia,emarginando l'Ue,peraltro incapace di esprimersi con un solo leader.E' indispensabile "costruire" la nuova Unione europea:politica,militare,..Ci si è cullati sulla precaria unione monetaria,hanno prevalso le leadership nazionali e continuano a prevalere.Per potersi confrontare e dialogare in piena autonomia con gli imperialismi attuali:statunitense,russo,cinese,...la strada è lunga,ammesso che i leader dell'Unione europea abbiano appreso la dura lezione della storia.La sfida è ardua:occorrono volontà politica,lungimiranza del leader,non ultimo,la coscienza e la maturità dei popoli....
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Giorgio Stern
Sunday, 09 February 2025 16:19
Una sintesi, quella del professor Zhok, che farò leggere a chi voglio bene. Molti si chiedono cosa possiamo fare in tali frangenti. Con molto poco si può fare molto; suggerisco, tanto per cominciare, di dire "va bene" al posto di..... Lascio indovinare al posto di che cosa.
Grazie per l'attenzione / Giorgio Stern
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Paolo
Saturday, 08 February 2025 16:15
Bisogna togliere il salame collocato sulle orbite e prendere atto del ""regime change" subito, senza averne consapevolezza alcuna: ne è testimonianza il crollo dell'elettorato attivo permanentemente ed inesorabilmente in calo fino ad arrivare sotto la soglia del 50%. Oggi la maggioranza del parlamento si conquista con un misero17% del totale della popolazione avente diritto al voto .... e che il risultato venga raggiunto da una o dall'altra "parte politica" la "sostanza politica" non cambia perché il "PADRINO" è lo stesso.
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Enzo Rossi
Saturday, 08 February 2025 12:09
Premetto che sono convinto che il professor Zhok stia dando un grosso contributo per la causa dell'emancipazione materiale e intellettuale del proletariato dalla attuale schiavitù del mondo del lavoro fornendo aggiornate visioni panoramiche con vedute approfondite, analisi avanzate e idee nuove che ci aiutino a criticare il mondo vecchio al fine di crearne uno nuovo (speriamo non fra “decenni” ma almeno impegnarci attivamente da subito) .
Mi considero un figlio non rinnegato del '68, movimento che mobilitava e schierava masse di giovani e di lavoratori organizzati nei Consigli di Fabbrica (vedi Breda, Pirelli, Borletti, Siemens, Alfa Romeo e Fiat e altre grosse aziende presenti nel territorio) non per arrivare ad una situazione come quella che viviamo oggi dopo la “cura” della “strategia della tensione” e del di fatto colpo di stato attuato dalla DC, dai fascisti e col supporto ideologico dei revisionisti che operavano nelle file della “sinistra”( PCI compreso).
Credo però che il nostro comune obiettivo di emancipazione non possa prescindere dalla Storia e soprattutto quella che l'ha qualificata per oltre cinquant'anni.
L'antifascismo prima e dopo la dittatura, la Resistenza armata sono un patrimonio inestimabile che non si può gettare alle ortiche perchè le cosiddette sinistre ne hanno sfruttato aspetti celebrativi per pretendere di esserne gli eredi ma con scopi effettivi di confondere le idee e di mietitura elettoralistica. Lasciamo agli ignoranti il compito di rinnegarlo e invitiamo i giovani a leggerlo nelle pagine dei migliori libri scritti da intellettuali (e ce ne sono!) che ne hanno saputo cogliere il senso e lo spessore culturale del fenomeno partecipando in prima persona alla lotta collettiva.

Condividendo l'attualissima posizione di Sergej Syrankov suggerisco di leggere l'intervista su fascismo ed estrema destra del Segretario del Partito Comunista della Bielorussia che l'Antidiplomatico ha pubblicato sul suo sito il 7 febbraio che esprime questa posizione:

La crescita dell’ultradestra e l'ascesa al potere di politici di quest’area sono tendenze molto preoccupanti. Recentemente abbiamo sentito le dichiarazioni di Trump riguardo alla Groenlandia, al Canada, al canale di Panama, abbiamo visto il gesto di Musk, che ricorda molto il saluto fascista, e ascoltato il discorso del presidente dell'Argentina, Milei, a Davos, dove, di fatto, ha proclamato una nuova crociata contro il socialismo e la giustizia sociale. Tutto ciò non è una coincidenza o una semplice provocazione di eccentrici, ma indica una crescente fascistizzazione delle società occidentali e vediamo in questa una minaccia diretta per noi, una minaccia che deve essere affrontata insieme. E qui non posso non concludere la mia risposta con le parole del grande scrittore americano Ernest Hemingway: «Non chiedere per chi suona la campana: suona per te».
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Giancarlo
Friday, 07 February 2025 21:03
Quanto alla demografia in crollo verticale lo è in Europa come in Russia e nel resto del mondo. Lo è anche in molti paesi del terzo mondo, dove la popolazione aumenta solo perché aumenta la durata della vita media
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Giancarlo
Friday, 07 February 2025 20:59
D'accordo in linea di massima, ma troppo pessimismo, in Italia non si sta poi così male, è uno dei posti migliori dove vivere al mondo.
Dove non sono assolutamente d'accordo è quando scrive: "l'Europa...non potrebbe permettersi di affrontare da sola la Russia neppure se convertisse metà del PIL a spesa militare".
Intanto già ora la spesa militare complessiva dei paesi europei è superiore a quella della Russia.
Spesa male, d'accordo, peggio della Russia, ma si deve spendere meglio non spendere di più. Chi si difende dovrebbe spendere meno di chi attacca.
Poi la popolazione dell'Europa Occidentale è circa 3 volte quella della Russia, come si può pensare che rischi di essere invasa?
La Russia avanza faticosamente in Ucraina che ha popolazione meno di un terzo di quella russa e già adesso non può aumentare lo sforzo per non perdere il sostegno della propria opinione pubblica.
Concludendo la Russia non vuole attaccare l'Europa Occidentale e non potrebbe farlo neanche se volesse.
Non diamo corda ai guerrafondai NATO.
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Franco Trondoli
Saturday, 08 February 2025 09:36
Allora figuriamoci cos'è il resto del mondo..!!
Ma quanti anni ha lei..!?
Comunque viva la sincerità..!!
ahahahah..!!
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