
L’attacco all’Iran e la (sottile ma rischiosa) “strategia del carciofo”
di Norberto Fragiacomo
Analizziamo la situazione internazionale senza perderci in vacui preamboli: l’Occidente al traino di Washington ha adottato un atteggiamento di “difesa attiva anticipata” o se preferiamo prognostica, riassumibile nel motto “neutralizzare le minacce prima che si concretizzino”. Il corollario è che – come ha sentenziato un ministro per caso – “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, cioè finché a violarlo sono le potenze rivali: Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e ausiliari al seguito possono fare impunemente ciò che vuole il centro, mentre gli altri stati sono oggetto, non soggetti di diritto. Ma chi ha concepito e a cosa è finalizzata questa strategia cui i media sistemici conferiscono un’orwelliana patina di moralità? I fatti e le dinamiche globali fotografano una montante severa crisi dell”Occidente, non più padrone di un mondo che, dopo la dissoluzione dell”URSS, era persuaso di tenere al guinzaglio. La Storia però non è finita con l’avvento del comunismo e nemmeno con il crollo di quello sovietico nel ’91: dopo dieci anni – quelli terminali del XX secolo – di indiscusso predominio americano abbiamo assistito alla crescita sempre più impetuosa e meno silente della Cina, alla restaurazione di un forte potere centrale in Russia, a interessanti esperimenti politici in America Latina; da ultimo, al formarsi di un embrione di contropotere piuttosto economico che politico (e non ancora militare) con la nascita dell’organizzazione Brics, che raggruppa i principali paesi non occidentali.
I Brics ricordano più i vecchi “Non Allineati” che un’alleanza omogenea, ma la presenza fra loro di economie in rapidissimo sviluppo (la Cina, ma pure l’India), il fascino esercitato su entità prima soggette agli USA (citerei l’Arabia Saudita oltre a Brasile e Sud Africa che sono tra i fondatori) e il ruolo guida assunto in seno all’associazione da Repubblica Popolare e Federazione Russa, entrambe superpotenze nucleari, mettono in discussione a medio termine la primazia di un Occidente speaking english che arranca, fiaccato dalle ricorrenti crisi, non è più tecnologicamente all’avanguardia e da tempo non suscita più l’ammirata invidia degli altri popoli. Questo progressivo indebolimento (anche sotto il profilo demografico) sta già producendo effetti avvertibili sul tenore di vita delle popolazioni, ma mette soprattutto a repentaglio lo status acquisito nell’ambito di società formalmente libere da ceti dominanti abituati a considerare l’intero pianeta il loro “campo di gioco” e a imporre ai restanti attori regole a proprio esclusivo beneficio. La prospettiva di retrocedere a periferia depressa o ben che vada a un centro di potere fra i tanti terrorizza le élite economico-finanziarie sovranazionali e la classe politica che ovunque, nel c.d. mondo libero (di godere e disporre dell’altrui) delle prime è espressione e fiduciaria. Il multipolarismo è un demone da esorcizzare affinché tutto resti come prima e gli Stati Uniti d’America continuino a dettar legge nell’orbe terracqueo in conformità agli interessi di un’esigua minoranza apolide depositaria dei “valori occidentali”: classismo suprematista, fregola di arricchirsi sfrenatamente e propensione allo sfruttamento della rimanente umanità. Non potendo presidiare in armi – e contro la volontà di chi li abita – continenti interi, anche perché costerebbe uno sproposito, queste forze puntano a suscitare dappertutto ingovernabilità e caos, appoggiandosi poi a signorotti locali (o ai pupazzi di cui ci parla Orsini) che fanno e disfano a piacimento – Al Jolani in Siria è un ottimo esempio della categoria. Nazioni e società opportunamente disgregate non sono in grado di opporre resistenza alle prevaricazioni esterne: applicare questo schema alla giungla di Borrell costituisce l’obiettivo primario ed evidente, poiché la sua istituzionalizzazione assicurerebbe il perdurare sine die della declinante egemonia occidentale. Dove fanno il deserto lo chiamano pace… In quest’ottica distorta trovano una facile, lineare spiegazione le recenti avventure militari degli USA e degli stati loro complici (lo é anche l”Italia, in qualità di servente ai pezzi). Cosa accomuna l’Iran al Venezuela? La presenza sui rispettivi territori di ricchi giacimenti petroliferi, ma anzitutto la loro vicinanza a Cina e Russia, paesi leader dei Brics e potenziali aspiranti alla supremazia mondiale. Al di là delle narrazioni moralistico-propagandistiche di cui si dilettano i valletti mediatici, l’Iran (già pugnalato alle spalle lo scorso giugno: per gli statunitensionisti lealtà e onore sono vuote parole) non rappresentava fino a ieri una minaccia per gli Stati Uniti e per la sopravvivenza di Israele: a differenza del potentato sionista non possiede la bomba atomica – il cui sviluppo fu addirittura proibito da una fatwa del demonizzato ayatollah Khamenei, assassinato da Israele insieme ai suoi familiari – non ha mai invaso né brutalizzato alcun paese vicino e si sottomette al monitoraggio di agenzie internazionali come l’AIEA. Sostiene non il terrorismo, bensì movimenti religiosi di liberazione in lotta contro Tsahal all’interno di territori usurpato dai sionisti; è una sorta di democrazia confessionale che però non perseguita i cittadini professanti credi diversi da quello ufficiale. Quanto al (presunto) carattere dispotico del regime iraniano esso non giustifica interventi di decapitazione condotti dall’esterno: chi è senza peccato scagli la prima pietra, e il comportamento tenuto negli ultimi decenni dall’autorità israeliana (fanaticamente razzista e responsabile di un genocidio “a pezzi” avviato ben prima dell’8 ottobre) e statunitense (che alle stragi oltreconfine serenamente alterna violenze domestiche) fa dei loro vertici paladini alquanto improbabili dei diritti umani. I moventi di Israele e USA non sono esattamente gli stessi, ma appaiono nella sostanza complementari: Tel Aviv mira a distruggere l’unica entità statale dell’area capace di contrastare il suo disegno di ridurre il Vicino Oriente a un “cortile di casa” in cui spadroneggiare a piacere (tolto di mezzo l’Iran rimarrebbe solo la Turchia da destabilizzare o più presumibilmente ammorbidire o comprare: in fondo Ankara è un membro della NATO); Washington persegue, come detto, l’estensione del disordine globale, ma assalendo l’Iran dopo il Venezuela (e prossimamente Cuba) intende dare scacco matto a Cina e Russia, confinando la prima in un’Asia ingovernabile (addio via della seta!) e privando anche la seconda di partner strategici che, fra l’altro, ne vigilano i confini. La mano tesa da Trump a Mosca è una finzione, un tranello perché contemporaneamente gli USA delegano i protettorati europei a mantenere alta la pressione sui russi, foraggiando lo zombie ucraino e minacciando una guerra aperta – in nome di “libertà e democrazia”, s’intende! Donald Trump porta avanti una politica non troppo dissimile da quella dei predecessori di cui esaspera i toni ma, ad onta di pose ducesche e di un eloquio sorprendentemente rude, si rivelerà forse uno stratega migliore del confuso e non meno imbarazzante Biden: quest’ultimo cercò senza successo di mettere subito in ginocchio la Federazione servendosi di un procuratore (l’Ucraina), il tycoon – o chi pensa in sua vece – ha scelto la più promettente strategia del carciofo, di cui succhia a una a una le foglie che rinserrano il cuore. Egli sta ponendo Cina e Russia dinanzi a un drammatico aut aut: abbandonare (semi)alleati fondamentali (prima la Siria, ieri il Venezuela, oggi l’Iran, domani a chi toccherà?), perdendo credibilità agli occhi di aspiranti Brics, oppure misurarsi sul piano militare con USA e NATO, le cui risorse sarebbero al momento superiori. Non sarà scacco matto, però è scacco. Non mi convince perciò granché la tesi, avanzata da stimabili analisti non genuflessi al regime, secondo cui il Presidente americano sarebbe ricattato da Netanyahu per via del contenuto compromettente dei file Epstein – cosa di per sè non da escludersi – e per questo motivo avrebbe lanciato controvoglia il suo attacco, rinnegando le proprie convinzioni: è senz’altro vero, come opinano costoro, che lo stato ebraico sarebbe un’Albania qualsiasi senza l’appoggio strutturale di Washington, che gli fornisce armi, protezione e supporto economico, ma occorre tener conto sia dell’influenza delle lobby sioniste d’oltreoceano, inserite con loro esponenti in tutti i gangli vitali del potere statunitense, che di un elemento oggettivo; Israele, la sua sinistra classe dirigente e il suo esercito spietato proiettano l’ombra minacciosa degli States su tutto il Medio Oriente, di cui sono i custodi (anche) per conto terzi. C’è insomma una convergenza di interessi tra le due parti. Provare ad annichilire i contendenti uno alla volta prima che si coalizzino risponde senz’altro alla logica di dominio di una superclasse che agita il fantasma della superiorità occidentale per signoreggiare e depredare il mondo. Tutto ciò per dire che non è in corso una lotta fra il Bene (“noi”, cioè chi ci comanda) e il Male (gli altri, gli estranei al virtuoso Occidente): c’entrano hybris e brama di potere, non l’etica – ma se proprio vogliamo tirarla in ballo, riconosciamo onestamente che il torto sta dalla nostra parte. Attenzione però: l’Iran, fin qui sostenuto discretamente da Cina e Russia, incassa durissimi colpi, ma li restituisce, e la scommessa trumpiana è azzardata: se the Donald e il suo accolito non la vincessero il processo di integrazione dei Brics subirebbe un’accelerazione anziché una frenata e all’interno delle periferie in crisi (economica, di identità e di fiducia nei confronti di governanti inetti e disonesti) potrebbero maturare le condizioni di un cambiamento radicale che richiederebbe tuttavia un’organizzazione idonea a pilotarlo.









































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