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PIIIIILLL!!!
di Stefano Bassi
Va bene...del PIL USA ne stanno già parlando TUTTI.
Ma ne parlerò anche io per due ragioni:
1- Perchè la maggior parte delle fonti sbandiera in modo esultante questo mini-boom da +3,5% del PIL, dissimulando naturalmente COME si è ottenuto. Al solito è la nostra improba ma eroica lotta nel contrastare la DISINFORMAZIONE di Gossip-Tiggì & affini...
2- Perchè molte ottime fonti (guarda a caso sono BLOG) stanno già facendo INFORMAZIONE corretta, completa e di qualità su questo dato.
Però repetita iuvant: più diffondiamo nel WEB non tanto la verità (parola grossa) ma semplicemente un'informazione NORMALE meglio è. Cerchiamo la massima diffusione nei limiti dei nostri mezzi "poveri ma belli"...Inoltre molte fonti affidabili sono in inglese e dunque non sono accessibili a tutti.
Cercherò di essere breve, forte e chiaro.
PIL USA nel 3 trimestre 2009 = +3,5% annualizzato, pari o poco superiore alle attese (dipende dalle fonti previsionali).
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Ripresa economica globale: la grande illusione
di Laurent Cordonnier *
Nonostante gli incantesimi dei maghi della politica
L'economia mondiale, che alterna cadute e condoni, barcolla a metà del guado. Ma già due traiettorie divergono. Quella degli acrobati della finanza, che passano dall'altra parte senza bagnarsi e ritrovano la felicità dei bonus, e quella dei lavoratori stipendiati, sommersi dalle nere acque della recessione. A un anno dal crollo della banca Lehman Brothers, né gli uni né gli altri credono più agli annunci della «regolamentazione». Il capitalismo, lasciato libero dai poteri politici, riprende la sua folle corsa. Come se non fosse successo niente.
Proprio mentre la crisi economica e finanziaria, diventata spettacolare a partire dall'autunno 2008, continua a diffondere i suoi misfatti, la primavera del 2009 ha visto sbocciare tutti gli incantesimi immaginabili in vista di un rapido recupero dell'oggetto del desiderio: lo sviluppo.
Nessun segno del destino è stato trascurato: il borbottìo (precario) degli indici di borsa; la risalita (barcollante) del corso delle materie prime e delle energie fossili; la decelerazione delle soppressioni di posti di lavoro negli Stati uniti e le previsioni di crescita incoraggianti della Riserva federale (Fed); l'aggiornamento (di + 0,1 punto!) delle previsioni della Banque de France riguardante il prodotto interno lordo (Pil) del paese nel 2009;
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Mentre l’economia soffre, le Borse brindano sul Titanic
Mauro Bottarelli
Ogni tanto è bello levarsi qualche soddisfazione. Il sottoscritto e quindi il sito su cui scrive, negli ultimi due giorni se ne sono tolte parecchie. Dopo settimane di silenzio, infatti, la grande stampa ha deciso di porre fine alla retorica della ripresa e ha deciso di guardare in faccia la realtà per quella che è: un disastro di irresponsabilità globale.
Il primo è stato Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di domenica che in un bell'articolo faceva notare come l'ottimismo e i rialzi che regnano in Borsa sono completamente svincolati dai dati ancora pessimi dell'economia reale, soprattutto in Usa. Se infatti il Dow Jones ha raggiunto la soglia dei 10mila punti, sono i dati senza precedenti di deficit e disoccupazione Usa a rendere questo dato folle e non degno di un brindisi, visto che oltretutto quel dato depurato ai valori azionari correnti vedrebbe il Dow a quota 7600 e non 10mila come nel 2007.
Ieri, poi, è stata la volta di Corriere Economia, il dorso economico del lunedì del foglio di via Solferino, che dedicava apertura di prima pagina ed editoriale al ritorno in grande stile della minaccia dei derivati.
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L' Unione europea ad un bivio nel 2010: complice o vittima del crollo del dollaro?
Crisi sistemica globale
Comunicato pubblico GEAB N°38 (15 ottobre 2009)
Le grandi tendenze delle fasi 4 e 5 della crisi sistemica globale (fase di decantazione e fase di smembramento geopolitico mondiale) si rivelano ogni giorno un po' di più (1). Tutti ormai hanno capito che gli Stati Uniti sono trascinati in una spirale incontrollabile che associa insolvibilità generalizzata del paese ed incompetenza evidente delle elite US ad attuare le soluzioni necessarie
L’annunciata cessazione dei pagamenti degli Stati Uniti è in corso come illustrano la caduta del dollaro e la fuga dei capitali fuori dal paese: solo il nome del liquidatore ed il riconoscimento del fallimento sono ancora sconosciuti, ma ciò non può ritardare. E, parallelamente al suo leader, l'Occidente, da cui il Giappone si allontana un po' di più ogni giorno con l'attuazione dei suoi nuovi orientamenti politici, economici, finanziari e diplomatici (2), è già in piena deliquescenza l’immagine della NATO in Afganistan (3). Così, secondo LEAP/E2020, l' anno 2010 metterà l'Unione europea nel cuore di quattro vincoli strategici che gli imporranno scelte urgenti in un contesto di crollo accelerato del campo occidentale, che si potrebbe semplificare riassumendolo col destino del dollaro US.
Queste scelte definiranno durevolmente il ruolo degli europei nel mondo del dopo crisi. Sia se si affermeranno come attori-chiave della strutturazione del mondo di domani affermando la loro visione del futuro e cercando i partner ad hoc senza esclusione; sia se si accontenteranno di essere vittime che acconsentono al naufragio dell’Occidente seguendo ciecamente Washington nella sua discesa agli inferi.
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Ho sottovalutato Greenspan...
di Stefano Bassi
Ho fatto un grave errore: sottovalutare The Bubble Master, il Signore delle Bolle.
Infatti Greenspan, ex-presidente della FED, qualche mese fa disse: "bisogna che le borse salgano e molti problemi si risolveranno"...
Io non ci feci molto caso: Alan ormai era in disgrazia, tacciato da tutti come l'iniziatore della Bolla che aveva portato all'attuale Grande Crisi.
C'era ancora un'atmosfera diversa, di rinnovamento, di catarsi, di purificazione indotta più che altro dalla paura che il giocattolo si rompesse definitivamente.
Le sortite di Greenspan venivano quindi viste male: sapevano di Bolla e quindi di qualcosa che aveva portato alla Crisi.
Ma il grande Vecchio aveva ragione, e l'ha ancora ribadito recentemente in un intervista a Bloomberg: "se le azioni e le borse salgono si crea un cuscino che permette di attuttire meglio il loro indebitamento, aumenta il loro potere sul mercato, non è un valore di carta ma sono soldi veri...." e se lo dice Lui....
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Fine del dollaro e l'economia precaria di Strauss-Kahn
di Felice Capretta
Conclusa ad Istanbul la riunione annuale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Dominique Strauss-Kahn, responsabile del FMI, ha rilasciato ieri alcune dichiarazioni.
Proprio lui, quello che a maggio 2009 dichiarava che la ripresa era prevista per la primavera del 2010, e 15 giorni dopo, a giugno 2009, dichiarava che il peggio doveva ancora arrivare.
Alcuni stralci del suo discorso:
L'economia globale è in una posizione molto precaria. Il ritiro prematuro delle politiche di stimolo potrebbe ammazzare la ripresa.
[...]
Per certo governi e banche centrali dovrebbero mettere a punto strategie d'uscita credibili.
Ma è troppo presto per realizzarle.
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Quel nuovo ordine mondiale pronto a far fuori gli Usa
Mauro Bottarelli
Alla fine, le maestrine di Bruxelles hanno portato a compimento il loro compitino. Sono partite, infatti, le procedure per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia e di altri otto Paesi Ue che sforeranno il 3% nel rapporto deficit-Pil. «In questi nove Paesi gli squilibri non sono né prossimi al valore di riferimento del 3% né temporanei», dice la Commissione Ue. In Italia si attende una ripresa «molto debole nella seconda metà del 2009 che proseguirà probabilmente in maniera lenta».
Accidenti, meno male che ce lo hanno detto! E ancora. «Il pacchetto di misure anticrisi rappresenta un'adeguata risposta alla recessione. Ma l'Italia nel 2009 avrà deficit e debito pubblico troppo elevati, a un livello che non soddisfa i criteri del Trattato Ue», si legge nella nota. Bruxelles rileva, in sintesi, che questa situazione deriva in parte dagli effetti della crisi e in parte da altri fattori strutturali, tra cui una spesa pubblica che resta elevata.
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Ed ecco, proprio nell'ultimo giorno dell'estate 2009, l'atteso GEAB Report numero 37. Se non sapete di cosa stiamo parlando, potete andare a questo post dedicato a "quanto durerà la crisi economica".
Non commentiamo e vi lasciamo direttamente all'estratto del report completo.
Laddove possibile, abbiamo approfittato della buona traduzione della versione gratuita pubblicata da Bloggo Blogghino. I lettori che hanno letto quella versione troveranno le frasi un po' scobinate: qusta volta Europe2020 ha rimontato le frasi del report completo per ottenere il report free (solitamente invece il report free è la prima parte del report completo).
La parola agli esperti di Europe2020.
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«Moneta-merce e liquidità»
I complici della crisi finanziaria
di Vittorio Carlini
È la tesi di Massimo Amato e Luca Fantacci, esperti di storia della moneta e docenti della Bocconi. «Nuove regole e limiti ai bonus non sono abbastanza». La soluzione: «Una moneta internazionale», sulla scia di quanto sosteneva Keynes
Maggiori regole per mercati e istituti finanziari; meno bonus ai banchieri e più patrimonio alle banche. Il tutto avvolto dal richiamo a ritrovare l'etica perduta. Sono alcune delle impostazioni che dovrebbero guidare i lavori del G20 di Pittsburgh. Il rischio, tuttavia, è che il "Congresso di Vienna" della finanza partorisca il più classico dei topolini. Non solo per le divergenze tra i vari grandi (Europa e Inghilterra in testa). Ma anche, sostengono in molti, perché le diverse impostazioni non colgono la profondità della crisi: «Spesso - dice Marco Vitale, economista d'impresa -, sono il frutto di una mancanza di pensiero in grado di "sviscerare" i perché strutturali del grande crack». Un tentativo, al contrario, che Massimo Amato e Luca Fantacci , entrambi esperti di storia della moneta e docenti alla Bocconi di Milano, fanno nel loro «Fine della finanza» (Donzelli Editore). Certo, si potrà obiettare la validità del loro pensiero; come si potrà e dovrà discutere sulla validità delle soluzioni prospettate. Ma è indubbio che, di fronte «ai menestrelli del tutto come prima - per dirla sempre alla Vitale - e ai tanti talebani del mercato» il porre dei dubbi di sistema è comunque esercizio utile. Il Sole24Ore.com ha in contrato i due economisti per capire meglio il loro pensiero.
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Recessione finita? Caro Bernanke, negli Usa c’è chi dice no
Mauro Bottarelli
Come volevasi dimostrare, il G20 di Pittsburgh sarà l’ennesima photo opportunity per i grandi della terra, ma non servirà a nulla se non a buttare al vento qualche miliardo di dollari in organizzazione e sicurezza. La bozza, di fatto resa nota ieri, parla di mantenimento degli sforzi fino alla ripresa e di norme vincolanti sui bonus. Ovvero, altro denaro a pioggia che gonfierà bolle già ben pasciute e inutili manovre populistiche che non faranno altro che ottenere l’effetto contrario a quanto desiderato.
Complimenti. E complimenti anche al commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquìn Almunia, che ieri ha dichiarato al Parlamento europeo che «non si possono sottrarre gli stimoli troppo in fretta a un'economia che ha ancora le stampelle ma non si possono neanche mantenere troppo a lungo, per evitare di creare le condizioni che hanno portato alla bolla speculativa». Come dire, la pioggia è una rottura di scatole ma anche il troppo caldo dopo un po’ stanca: ecco chi governa le politiche economiche dell’Ue.
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Un anno dal crack. Già pronte due nuove bolle
Chi salverà i mercati da un altro crollo?
Mauro Bottarelli
Ci mettono un po’ di tempo, ma alla fine anche i soloni della ripresa ormai dietro l’angolo si rendono conto di come stanno davvero le cose nel mondo. Nella fattispecie dell’ormai non più latente guerra commerciale tra Usa e Cina a colpi di dazi ed esposti presso il Wto: c’è poco di commerciale e molto di politico, però, in questa disputa. Pechino ha scelto di cambiare strategia. Accumula commodities, compra oro e lo rimpatria, investente in energia verde per tagliare la dipendenza dal petrolio ma soprattutto punta a ridimensionare i rischi che il dollaro così debole comincia a rappresentare per le proprie riserve in bond Usa.
Washington, dal canto suo, tenta di reagire ma sa che uno scontro frontale con Pechino non le conviene affatto: l’America, di fatto, a un anno dal crollo di Lehman Brothers che ricorre oggi, sta seguendo il medesimo destino della sua celebre banca d’affari. Lo dicono i numeri, freddi ma inequivocabili. Sono quindici milioni i proprietari di casa in Usa ormai al default, quasi l’otto per cento di tutti i mutui garantiti dalla Federal Housing Administration stanno per andare in ripossessione: sono stati quasi quattrocentomila nel solo mese di agosto a conoscere il triste destino della foreclosuree da gennaio ad oggi il loro numero è stato ogni mese più alto se posto in diretto paragone con i primi nove mesi del 1932, l’anno della Grande Depressione.
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La ripresa è cominciata. Ma la ricaduta è dietro l’angolo
Ugo Bertone
La grande crisi è finita? La tentazione di dirlo, anche se nessuno l’ammette, è forte. Anzi, sotto sotto si fa strada una tesi insidiosa: passata l’emergenza, è svanita la necessità di grandi riforme. Perché imporre “lacci e laccioli” che possano ingabbiare gli animal spirits? Certo, le diplomazie del G20 sono ancora in movimento. E si annunciano grandi riforme, almeno sulla carta, capaci di produrre effetti in futuro. Ma lo slancio dirigista perde spazio, giorno dopo giorno. In Italia i Tremonti bond non sono più la panacea necessaria dei problemi bancari: anzi, gli istituti possono trovare sui mercati alternative meno costose e politicamente meno impegnative.
Stessa sorte per gli incentivi oltre Oceano: le facilities concesse dalla Fed alle banche commerciali sono scese dell’87 per cento; il programma di aiuti predisposto dal Tesoro sta per esaurirsi entro il mese di ottobre in assenza di richieste. L’edificio della finanza globale, infatti, sembra di nuovo in salute, almeno a prima vista. Tutte le fosche previsioni di un anno fa, quando i Lehman boys traslocavano con grandi scatoloni dal quartier generale di Manhattan, devono essere corrette in meglio: l’occupazione dell’industria finanziaria ancora negativa, ma di poco (meno 8 per cento rispetto al settembre 2008).
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Ci aspetta un settembre nero? Il “termometro” tedesco dice di sì
Mauro Bottarelli
Settembre è arrivato. E storicamente il mese di settembre porta con sé rialzi degli indici solo se questi hanno subito contrazione nei mesi precedenti: essendo stato agosto il sesto mese consecutivo di guadagni, tutto lascerebbe pensare a un settembre nero. Lo avevamo scritto mesi fa ma la ragione del crollo dei futures e del tracollo dei titoli bancari in Europa non è da mettere in relazione a fattori di aggiustamento tecnico, bensì a qualcosa di molto più serio. I nodi, infatti, stanno venendo al pettine.
L’intemerata di Gordon Brown ieri sul Financial Times contro i bonus dei banchieri – che dovrebbero essere legati a performance di lungo periodo e non a guadagni a breve frutto di speculazione – parla chiaramente la lingua di una manovra difensiva: ieri il titolo di Lloyds Tsb è letteralmente crollato, segno che nessuna operazione di intervento pubblico sembra aver rimesso in sesto l'ex gigante devastato dalla folle acquisizione di Hbos, una vera e propria miniera di assets tossici.
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Svezia Tasso Interesse Negativo
Felice Capretta
Tasso di interesse negativo in Svezia!
Oggi dalle colonne dei giornali dei gruppo Rizzoli (che comprende Corriere e il gratuito City) campeggiano notizie di diverso genere e grado.
Le principali:
* immancabile strillo gettapanico sulla Nuova Influenza A/H1N1: i pediatri chiedono di rinviare l'apertura delle scuole, ma la Gelmini rifiuta;
* una agghiacciante sfilza di dettagli sanguinolenti sull'ennesimo omicidio/suicidio;
* un reportage da gossip nero sull'alibi di Stasi che sarebbe lì lì per crollare.
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Bernanke, déja vu... la nemesi continua!
di Andrea Mazzalai
Come scrive Wikipedia, il Déjà Vu, in francese, già visto, è la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando.
Il termine fu creato dallo psicologo francese Émile Boirac (1851–1917), nel suo libro L'Avenir des sciences psychiques ("Il futuro delle scienze psichiche"), revisione di un saggio che scrisse quando ancora era studente all'Università di Chicago. L'esperienza del déjà vu è accompagnata da un forte senso di familiarità, ma di solito anche dalla consapevolezza che non corrisponde realmente ad una esperienza vissuta (e quindi si vive un senso di "soprannaturalità", "stranezza" o "misteriosità"): l'esperienza "precedente" è perlopiù attribuita ad un sogno. In alcuni casi invece c'è una ferma sensazione che l'esperienza sia "genuinamente accaduta" nel passato.
Come ha scritto in un articolo il Washington Post, Bernanke pochi giorni prima di essere nominato nuovo governatore della Federal Reserve, e precisamente il 25 ottobre del 2005, confidava che....
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Spesa pubblica e finanza, a chi giriamo il conto?
di Tommaso De Berlanga
Mentre i governatori delle banche centrali - a Jackson Hole - interpretano segnali e annusano venti capricciosi cercando una visione del futuro, una prima indicazione chiara viene dalle mille soluzioni pratiche che, nel frattempo, i più vari soggetti economici e istituzionali vanno prendendo: il conto della crisi va fatto pagare alle popolazioni. Nulla vien chiesto a ideatori e responsabili del più grande crack finanziario che si sia mai visto. Anzi, dopo pochi mesi di terror panico e silenzi imbarazzati, i top manager sono tornati burbanzosi ad occupare il centro della scena e a dettare l'agenda politico-economica. Indignati più del solito quando qualcuno parla di mettere almeno un freno ai loro bonus e stipendi.
I diversi articoli che potete leggere in questa pagina hanno un retroterra comune evidente: l'«iniziativa privata» - finanziaria e non - lasciata liberissima di agire su scala planetaria, ha creato un disastro epocale che soltanto massicce iniezioni di denaro pubblico (già effettuate o solo garantite, non importa) ha permesso di arginare. Per ora. La cosa rilevante è che, di conseguenza, la spesa pubblica è cresciuta in modo rapido e violento, come quando - per fronteggiare altre crisi storiche - gli stati mettevano in moto politiche keynesiane di «sostegno alla domanda».
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La corsa delle Borse è finita
Ora chi salverà i governi dai debiti?
di Mauro Bottarelli
Il rally è finito. Lo avevamo detto e non solo perché dopo tante sedute al rialzo ci si concede di rifiatare con le prese di beneficio. È finito perché è finito l'effetto del mega-stimolo monetario messo in atto dai governi per cercare di rivitalizzare i mercati e l'economia. Due trilioni di dollari sembravano tutto il denaro del mondo ma non lo erano.
Ieri mattina il tonfo dello Shanghai Composite al -5,8%, peggior risultato dal 18 novembre scorso, aveva suonato la sveglia su quanto stava per accadere. Nonostante gli oracoli di Francoforte avessero giorni fa annunciato trionfalmente che Germania e Francia era tornate a crescere, sia il Cac40 che il Dax perdevano terreno, come Londra e Milano. A trascinare in basso, tanto per cambiare, titoli bancari (meno male che erano sani, al primo giorno di ritracciamento sono crollati) e commodities, indicatore quest'ultimo che la ripresa è lunghi dall'essere dietro la porta.
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Verso un nuovo ordine economico internazionale?
di Marco Sarli
Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.
Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.
Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’,
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E’ iniziata la fuga dal dollaro?
di Giorgio Vitangeli
Clamoroso sequestro della Guardia di Finanza di “Bond” Usa per oltre 134 milardi di dollari al confine tra Italia e Svizzera
Di sicuro, di inconfutabile, c’è solo il sequestro, perché la notizia è apparsa sul sito ufficiale della Guardia di Finanza,ripresa dall’Agenzia ADN Kronos, e ci sono le dichiarazioni del colonnello Rod
olfo Mecarelli comandante della Guardia di Finanza di Como.
La notizia è questa: il 3 giugno a Ponte Chiasso, in prossimità della frontiera con la Svizzera i militari della Guardia di Finanza hanno fermato due giapponesi che nel sottofondo delle loro valigette nascondevano titoli del Tesoro americano, e più precisamente 249 “Bond” della Federal Reserve del valore facciale di 500 milioni ciascuno e 10 “Bond Kennedy” del valore nominale di un miliardo di dollari ognuno, accompagnati da una recente e dettagliata documentazione bancaria che ne certificava l’autenticità.
Tirando le somme: 134,5 miliardi di dollari americani, un ammontare pari all’intero prodotto interno lordo di Stati come il Marocco o la Nuova Zelanda o a quasi un decimo del “pil” italiano. Insomma: una somma stratosferica, fuori dalla portata di qualunque organizzazione criminale, e con titoli di un valore facciale tale da renderne praticamente impossibile l’incasso, se non nelle relazioni tra Stati o con banche internazionali, che ovviamente prima ne verificano l’autenticità con minuziosi controlli.
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Dagli Usa all’Italia, i “Paperoni” che fanno soldi alla faccia della crisi
Mauro Bottarelli
Repetita iuvant. «Domenica una notizia apparentemente slegata da questo discorso ha attirato la mia attenzione: lo staff di Goldman Sachs, comprese le oltre 4mila persone impiegate nella City di Londra, riceverà a breve i più alti bonus mai pagati dall’azienda in 140 anni. Non solo i top manager ma tutti quanti. Il perché è presto detto: grazie alla mancanza di competizione nel mercato e soprattutto a un incredibile aumento dei profitti dato dal commercio sulle valute e sui bond, a inizio aprile il management ha deciso di accantonare metà del profitto trimestrale dell’azienda di 1,2 miliardi di dollari per i bonus dello staff. Questo in tempo di crisi e recessione: che cuore d’oro e soprattutto che capacità di creare business! E pensate che i risultati del secondo trimestre saranno ancora migliori: non a caso Warren Buffett fiutò l’affare fin da gennaio quando comprò azioni Goldman per 5 miliardi di dollari e ora può già contare su un guadagno netto di 1 miliardo.
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Il tesoro di Chiasso, le superbanconote americane che la Fed non ha emesso
Nuovi sviluppi nel giallo dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a due giapponesi. Un intrigo che porta molto in alto
Luigi Grimaldi
E' un intrigo internazionale. Il mistero dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a Chiasso lo scorso 3 giugno è sempre più allarmante e avrebbe origine nella crisi finanziaria giapponese del 1998.
Circolano banconote da un miliardo di dollari l'una ma non emesse dalla Fed. Una storia di finanza parallela con i servizi segreti Usa (e i nostri) in chiaroscuro.
I due fermati a Chiasso hanno un nome: Mitsuyoshi Watanabe e Akihiko Yamaguchi, personaggi già abbondantemente "bruciati" in campo finanziario internazionale e coinvolti (nel 2004) nel caso di una emissione non autorizzata di bond giapponesi (i cosiddetti Japanese 57 Series Bond - titoli esclusivamente utilizzati in transazioni intergovernative) del valore di 500 miliardi di yen ognuno.
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L’esproprio a sproposito
Scherzi della storia di una crisi: il caso tedesco
di Alessandro Riccini
Càpita, scorrendo i titoli dei giornali durante questa crisi, di imbattersi in titoli che solo qualche mese fa sarebbero stati del tutto inimmaginabili.
Prendiamo il Sole-24 Ore di giovedì 19 febbraio 2009: “A Berlino l’esproprio torna in banca”. Ci sarebbe da saltare sulla sedia, se non fosse che ormai siamo abituati a tutto. Vediamo di che si tratta nel dettaglio: la normativa prevede la possibilità per il governo di “nazionalizzare d’imperio una banca”, possibilità prevista da un provvedimento del Consiglio dei ministri tedesco che permette al governo, quale ultima ratio, la nazionalizzazione coatta di una banca. Si usa il termine “esproprio” forse a sproposito (mi si perdonino le involontarie allitterazioni), ma comunque l’impatto della normativa è evidente: lo stato diventa ultimo acquirente di banche in crisi. È l’ultimo atto dello psicodramma in corso, ma sarebbe semplicistico attribuire tutto allo stato che compra. Ci sono altre ragioni: la prima fa riferimento alla necessità di conoscere effettivamente la quantità di cosiddetti assets “tossici” contenuti all’interno dei bilanci delle banche. C’è inoltre una necessità, velata ma davvero stringente, di trasportare ricchezza, plusvalore già prodotto, dalle tasche della classe lavoratrice ad altre tasche. Ed, infine, c’è la necessità di avere più chances nel governare le conseguenze del leverage eccessivo, ossia, detto in termini molto generici, della sproporzione tra il patrimonio degli istituti e le somme investite. Andremo per ordine a toccare tutti questi temi, ma prima occorre fare un piccolo salto temporale.
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Il vestito nuovo del capitalismo
Paolo Giussani
L'usuriere chiede che i danari faccian frutto,
li quali di sua natura in alcuno
atto far non possono.
G.Boccaccio, Sopra Dante
1.
Se il buon giorno si vede dal mattino, ci attendono senz'altro grandi cose. Già ora dal confronto con la grande depressione degli anni '30, la crisi in atto appare piuttosto promettente: nell'ultimo trimestre del 2008 il Pil americano è diminuito del 6.2 per cento su base annua, quello giapponese del 13.3 per cento, e quello dell'Unione Europea del 3.2 per cento. Considerando che nel medesimo periodo le spese reali per consumo negli Usa sono calate del 4.3 per cento e le spese reali
del governo federale sono invece aumentate del 6.7 per cento, la riduzione negli investimenti reali in capitale fisso – per i quali non esistono ancora stime – deve essere stata superiore al 40 per cento. Una performance davvero notevole, se si pensa che nei primi tre mesi della grande depressione il calo del Pil americano fu del 5.5 per cento, meno forte di quello attuale, malgrado il contributo anticiclico relativamente piccolo offerto dall'incremento delle spese federali (+4.2 per cento) e il relativamente grosso apporto prociclico del calo degli investimenti (-35.2 per cento)[1]. Nonostante le diffuse speranze, non si è però ancora in grado di offrire ai supporters della depressione incipiente la certezza della conquista del titolo di maggiore crisi della storia con la vittoria nel grande match che si gioca contro gli anni '30; si può tuttavia essere già certi di avere incamerato il secondo posto di sempre poiché i primi dati garantiscono ormai del trionfo su tutte le crisi–robetta di poco conto–del dopoguerra, e specialmente sulle spocchiose crisi degli anni '70 e '80, che finora si ritenevano chissà che cosa.
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GEAB Report n. 36, parti II e III
II. L’onda della disoccupazione di massa: tre date differenti di impatto in funzione delle nazioni. America, Europa, Asia, Medio Oriente e Africa
L’estate del 2009 sarà ricordata come il punto di svolta per quanto riguarda l’impatto della disoccupazione sul corso degli eventi della crisi sistemica globale. Infatti, sarà il momento in cui, invece di una conseguenza della crisi, la disoccupazione in tutto il mondo diventerà un fattore aggravante.
Naturalmente, questo processo non si svilupperà nè allo stesso passo dovunque, nè con le stesse conseguenze. Comunque, dovunque senza eccezioni, diventerà una elevata priorità sia per il grande pubblico sia per i leader economici.
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La cultura economica e la crisi (1)
di Roberto Artoni
1. In questa nota tenterò di leggere la crisi attuale, finanziaria e reale, come il risultato in buona misura anticipabile dell’applicazione di un modello economico caratterizzato da elementi precisamente identificabili. Dalla lettura e dall’interpretazione critica di questo modello, altri, più attrezzati di chi scrive, dovrebbero delineare gli elementi costituivi di una nuova cultura politica ed economica.
2. Il modello di teoria e di politica economica dominante negli ultimi 25 anni ha alla sua base una fortissima fiducia nella capacità di autoregolamentazione dei mercati secondo modalità probabilmente mai riscontrate nella storia del mondo economicamente sviluppato. Sono state riprese e applicate, in altri termini, le indicazioni più elementari della teoria economica sull’ottimalità del meccanismo concorrenziale.
3. Con particolare riferimento alla teoria macroeconomica, e quindi alla più generale impostazione di politica economica il punto di partenza è costituito da modelli che abbiano un fondamento microeconomico, siano microfondati nel gergo degli economisti [Solow 2008]. Tuttavia ciò è avvenuto a costo di semplificazioni non innocue: la teoria macroeconomica, nella versione dominante di questi anni deriva da un modello nel quale agenti (consumatori, lavoratori e titolari di fattori produttivi) massimizzano la propria funzione di utilità su un orizzonte infinito in mercati perfettamente concorrenziali (caratterizzati da assenza di potere di mercato e da prezzi dei beni e dei fattori flessibili) e in un contesto di previsione perfetta o di aspettative razionali.
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