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I giganti della Terra verso il grande crash
di Mike Davis
Usa, Europa e Cina - i tre pilastri dell'economia globale - corrono come folli verso la crisi, sebbene da posizioni diverse. La collisione è imminente, e sarà letale
Secoli fa, a 14 o 15 anni, io e la mia vecchia banda bramavamo l'immortalità nel catorcio fumante di una brontolante Ford 40 o di una Chevy 57. Il nostro J.K. Rowling era Henry Felsen, l'ex-marine autore dei best-seller Hot Rod (1950), Street Rod (1953) e Crush Club (1958). Felsen era il nostro Omero dell'asfalto, che esaltando giovani eroi destinati alla morte ci invitava a emulare la loro leggenda. Uno dei suoi libri si conclude con uno scontro apocalittico presso un incrocio, che stermina l'intera classe di laureandi di una piccola città dello Stato dell'Iowa. Amavamo così tanto questo passaggio che eravamo soliti rileggerlo a voce alta l'un l'altro.
Difficile non pensare al grande Felsen, morto nel 1995, quando si sfogliano le pagine economiche di questi tempi.
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L'accordo europeo è un passo indietro
Cari amici, troverete oggi due articoli. Un commento all'accordo europeo, alquanto negativo. La BCE è la vera vincitrice: essa si disinteressa definitivamente della crisi europea per concentrarsi nella caccia ai fantasmi inflazionistici. Al riguardo, con Lanfranco Turci inviammo al Sole-24 Ore un commento a un apprezzabile articolo di Guido Tabellini (lo trovate nel blog) che perorava, appunto, un ruolo attivo della BCE. Non è stato pubblicato, lo facciamo qui. Peccato per loro, ma nemo profeta in patria. Buona lettura.
Sergio
Il mondo sottosopra degli europei*
Sergio Cesaratto
Che giudizio dare dell’ennesimo accordo di “salvataggio della Grecia” stipulato giovedì 21 giugno dai paesi europei? I mercati hanno già dato il loro venerdì 22: i differenziali fra i tassi sui BTP italiani e quelli sui Bund tedeschi erano alla chiusura 258 punti (2,58%), un livello insostenibile per il paese.
Il verdetto dei mercati sull’utilità della manovra “lacrime e sangue” approvata in un malsano clima di unità nazionale era stato parimenti negativo. Esaminiamo per sommi capi l’accordo.
1. I due punti principali sono: A) il coinvolgimento del settore privato nell’alleviare il carico debitorio della Grecia; B) l’estensione dei poteri del European Financial Stability Facility (EFSF) già creato nel 2010 con migliori condizioni dei prestiti per i tre piccoli periferici, Grecia, Irlanda e Portogallo (GIP) e nuovi compiti.
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Capitalismo tossico
di Vladimiro Giacchè
Bertorello e Corradi contro i luoghi comuni
In questi giorni, in cui la crisi sembra riesplodere con la violenza dell'autunno 2008, è particolarmente importante possedere delle bussole per capire cosa accade. Anche oggi - come allora - la stampa e la pubblicistica dominanti ci parlano di "speculazione da imbrigliare". Ma mentre allora si "riscopriva" lo Stato, implorandolo di fare il bagnino e di riportare a riva le grandi imprese finanziarie (e non solo) che affogavano nei loro debiti, oggi la parola d'ordine è "disciplina di bilancio!". E sul banco degli accusati ci sono gli Stati, a causa dei debiti di cui si sono fatti carico. Il conto lo presentano proprio quei "mercati" che erano stati salvati. E gli Stati, contriti e ubbidienti, stanno girando la parcella ai lavoratori.
Per combattere contro questa ennesima beffa è importante capirne i meccanismi di fondo. Contro tutti i luoghi comuni. E' quanto fanno Marco Bertorello e Danilo Corradi nel loro Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi (Roma, Alegre, 2011, euro 16). Smontando la tesi, in fondo rassicurante, che contrappone una finanza "malata" ad un'economia reale "sana". Al contrario: è proprio "l'intreccio inestricabile tra finanza e produzione" ciò che caratterizza lo sviluppo economico degli ultimi trent'anni, che ha risolto a suo modo la crisi degli anni Settanta.
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Attacco Usa all'Europa
di Stefania Limiti
La soffiata di Tarpley: in una riunione del 2008 è stata decisa la crisi europea, per evitare che il biglietto verde crollasse. Gli sciacalli hanno puntato tutto sui Credit Default Swaps.
Abbiamo di nuovo scelto Webster G. Tarpley per approfondire uno dei più temi urgenti di questi giorni, l'attacco speculativo all'euro e i suoi effetti su alcuni paesi, tra cui l'Italia. Tarpley, infatti, oltre ad essere un profondo conoscitore del sistema finanziario internazionale è, soprattutto, un osservatore di assoluta indipendenza e paladino delle battaglie contro tutte le oligarchie, come è possibile constatare dalle sue opere (tra le quali segnaliamo, per l'attinenza al tema, il recentissimo Obama dietro la maschera: golpismo mondiale sotto un fantoccio di Wall Street). Le sue sono caratteristiche essenziali, dunque, se si vuole scoprire dove siano le verità nascoste: per questo la prima domanda è diretta al cuore del problema:
1. Esiste un'intelligence che ha pensato e attuato il piano speculativo nei confronti dei paesi europei?
- Sì, questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenuta nella sede di una piccola banca d'affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell'occasione si cercavano strategie per evitare un'ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L'unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all'euro le cui compravendite ammontavano circa a mille miliardi (one trillion) al ogni giorno: impossibile pensare ad un attacco frontale contro una moneta così forte. Quindi, gli sciacalli degli hedge funds di New York - fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers - hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato (government bonds) dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia - Grecia e Portogallo - dove era possibile contare sulla complicità di politici dell'Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros.
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Minacce di fallimento, disciplinamento sociale e indipendenza di classe
di Maurizio Donato*
Che cosa possiamo imparare dagli attacchi speculativi al debito sovrano
La fase attuale del versante economico della guerra di classe si concretizza in una serie di attacchi speculativi al debito sovrano di diversi paesi dell’Europa mediterranea. Stavolta tocca all’Italia, boccone appetitoso, ma notoriamente ostico. In questo breve saggio vengono dapprima sintetizzati alcuni elementi di giudizio che possiamo ricavare dagli attacchi speculativi scatenati dall’area valutaria dollaro contro gli anelli più deboli dell’area euro, in seguito discussi alcuni temi che stanno alla base della crisi del debito sovrano, per concludere con alcune note sulla situazione italiana.
Nonostante tutte le rassicurazioni di facciata, la crisi economico-finanziaria del capitalismo manifestatasi nell’estate del 2008 sotto forma di crisi da debito privato non solo non è finita, ma è entrata nella sua fase più pericolosa e acuta, dopo che salvataggi per migliaia di miliardi di dollari l’hanno trasformata in crisi da debito pubblico, particolarmente evidente nell’area valutaria euro in cui diversi paesi di media importanza rischiano di entrare o sono già entrati in una inedita fase di fallimento non dichiarato.
La forma della crisi è finanziaria perché finanziaria è la forma prevalente del capitalismo contemporaneo, ma la sua sostanza e dunque le sue radici risiedono all’interno dei meccanismi di produzione, e più specificamente nella crisi di profittabilità che si esprime nella caduta tendenziale del saggio di profitto.
La crisi economica si manifesta contemporaneamente come crisi delle teorie e dell’ideologia che le accompagna, e questo vale sia per le sue varianti cosiddette “neo-liberiste” che per quelle “interventiste/keynesiane”. Semplicemente le stanno provando tutte, in democratica alternanza, e non ne funziona nessuna, dall’aumento della spesa pubblica alla sua riduzione, dai tassi di interesse portati a zero all’espansione monetaria senza limiti (quantitative easing).
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Le virtù dello straniero
di Giuseppe G.
"I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo.
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La crisi greca, ovvero il biopotere dei mercati finanziari
di Andrea Fumagalli
Circa un anno fa, il ministro Tremonti era impegnato in una frenetica attività per garantire la solidità dei conti pubblici italiani e tranquillizzare i mercati finanziari. Due erano le ragioni che venivano adottate dal commercialista per dichiarare che mai l’Italia avrebbe potuto fare la fine della Grecia e dell’Irlanda: la solidità delle nostro sistema bancario, che solo tangenzialmente era stato toccato dalla crisi finanziaria, e il fatto che i conti pubblici erano sotto totale controllo grazie alle manovre di contenimento promulgate dal governo (?).
Oggi la situazione si presenta alquanto diversa.
Moody’s in questi giorni ha declassato a spazzatura (junk) i titoli di stato portoghesi. Si sta ripetendo la ”farsa” della Grecia. Nell’ultimo anno, come è noto, la Grecia ha adottato obtorto collo, dietro imposizione della troika: FMI, BCE, ECOFIN, misure draconiane di riduzione del deficit pubblico, già a partire dalla seconda metà del 2010: riduzione del 15% degli stipendi pubblici, blocco delle assunzioni, aumento dell’imposizione fiscale, in particolare dell’Iva, programma di privatizzazioni senza precedenti per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il risultato è al momento il seguente: secondo i dati Eurostat, resi noti nell’aprile scorso, a fine 2010, il rapporto deficit pubblico/Pil è aumentato sino al 10,5%, rispetto al valore di 9,4% previsto dal governo greco sulla base della manovra effettuata (contro il 32% dell’Irlanda, il 10,4 del Regno Unito, il 9,2% della Spagna e del Portogallo, il 7% della Francia).
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La crisi "robusta" del capitalismo tossico
di Marco Bertorello e Danilo Corradi*
Economia globale. Cos'è cambiato in due mesi
Lo scorso marzo il presidente della Bce Jean Claude Trichet definiva la ripresa economica globale «relativamente robusta», e sull'onda di commenti come questo si diffondeva il sentore che il peggio era ormai passato. Il ciclo avrebbe ripreso il suo corso, la crescita si affacciava non solo nei paesi emergenti, ma anche negli Usa e persino in Unione Europea. Il tutto senza che ci fosse stato un cambiamento concreto delle politiche che hanno coltivato questa crisi. La regolazione finanziaria invocata da tutti i governi non è mai stata attuata, l'attacco ai salari è continuato come la socializzazione delle perdite del capitale che ha condotto all'esplosione dei debiti pubblici dei paesi Ocse. "Robusta" diventa un termine taumaturgico, piuttosto che analitico, per scongiurare i pericoli di una lunga stagnazione o peggio di un ritorno della recessione, un termine che si aggrappa ad alcuni dati positivi che qua e là emergono, spesso in conseguenza di una sorta di rimbalzo dal precipizio in cui si era caduti nel biennio 2008-2009, ma che per lo più non vengono contestualizzati. I desideri dei vari establishment sulla situazione economica si confondono con la realtà.
Sono passati soltanto due mesi dalle dichiarazioni targate Bce e le coordinate del contesto in cui ci troviamo e delle sue emergenze sembrerebbero cambiate completamente. Eppure nel lasso di tempo intercorso non è intervenuto alcun elemento tale da invertire la rotta, fatta salva la catastrofe ambientale giapponese che, per quanto grave, non può essere addotta come causa di un'inversione di tendenza generale. Evidentemente molteplici fattori concorrono ad acuire un panorama fondamentalmente instabile a causa del fallimento del sistema di accumulazione definitosi negli ultimi 30 anni.
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Titanic Europa. Ormai è a rischio anche la moneta unica*
di Vladimiro Giacché
BCE: un rialzo dei tassi pericoloso
Cominciamo con l’istituzione più importante di tutte: la Banca Centrale Europea. Come è noto, la filosofia economica (meglio: l’ideologia) su cui si fonda l’Unione Europea prevede che la formula magica per la crescita sia rappresentata da mercato + politica monetaria. In altri termini: per ottenere benessere e progresso economico è sufficiente che al libero dispiegarsi delle “forze di mercato” (ossia dei capitali in competizione) si unisca l’apporto delle politiche monetarie, che hanno il compito esclusivo di combattere il rischio di inflazione.
Le scelte compiute in questi mesi dalla Banca Centrale Europea sono coerenti con questi presupposti. E in effetti la BCE il 7 aprile scorso ha portato i tassi d’interesse nell’eurozona dall’1% all’1,25%, e nel mese di giugno ha confermato l’intenzione di inasprire ulteriormente la politica monetaria con un ulteriore rialzo. Non si può dire che questa politica rappresenti una sorpresa. Jean-Claude Trichet, il presidente della BCE, l’aveva annunciata già a marzo, motivandola con i rischi d’inflazione legati all’aumento del prezzo del petrolio. E, tanto per non lasciare dubbi su quale fosse la sua principale preoccupazione, aveva sottolineato che “quando c’è uno shock petrolifero” la responsabilità della BCE è quella di evitare “un effetto-travaso” sui salari, ossia un aumento di questi ultimi.
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L’origine sociale della crisi *
Antonio Lettieri **
Abstract
Vi sono due spiegazioni convenzionali sulla peggiore crisi finanziaria dopo la Grande Depressione dagli anni '30 del secolo scorso. Da un lato, il tracollo dei mutui subprime dall'altro, la mancanza di un’ adeguata regolamentazione finanziaria, ma entrambe queste spiegazioni sono poco convincenti. È necessario esplorare le radici sociali della crisi, a partire dalla imponente crescita dell'indebitamento delle famiglie. A causa della grande diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e del reddito, l’enorme indebitamento è diventato negli ultimi decenni una condizione sociale ordinaria e, al tempo stesso, la condizione necessaria per la crescita dell'economia americana.
Tra le origini della grande diseguaglianza bisogna annoverare il verticale declino del potere dei sindacati e l’inadeguatezza delle politiche sociali. In questo quadro il sistema finanziario ha dato luogo a un mondo parallelo, virtuale, sempre più distante dall'economia reale. Il richiamo alle origini sociali della crisi permette di identificare due radici fortemente intrecciate: da un lato, l'impatto della crescente diseguaglianza all'interno della società americana e, dall'altra, l’inconsistenza ideologica dell' “efficienza del mercato”. Una diagnosi non convenzionale è necessaria per contrastare le illusorie politiche del dopo- crisi.
Il tema dell'origine sociale della crisi è in contrasto con la spiegazione convenzionale che la rappresenta come una crisi fondamentalmente finanziaria. Mettere l'accento sulle sue radici sociali non significa offuscare le sue componenti finanziarie. Non per caso il suo culmine è fatto coincidere col collasso nell'autunno del 2008 della Lehman Brothers, una delle maggiori e più antiche banche d'investimento americane, quando apparve chiaro che altre grandi banche e compagnie di assicurazione sarebbero andate incontro al fallimento senza un massiccio intervento del governo.
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L'eurozona si avvia al crollo*
di Nouriel Roubini**
L' approccio confusionario alla crisi dell'eurozona non è riuscito a risolvere i problemi fondamentali sulla divergenza economica e di competitività nell'Unione. Andando avanti così l'euro si muoverà attraverso disordinati tentaivi di soluzione, e alla fine arriverà a una spaccatura dell'unione monetaria stessa, con alcuni dei membri più deboli buttati fuori.
L'Unione Economica e Monetaria non ha mai pienamente soddisfatto le condizioni di un'area valutaria ottimale. I suoi dirigenti speravano che la loro mancanza di politica monetaria, fiscale e di di cambio, avrebbe provocato un'accelerazione delle riforme strutturali che, si sperava, avrebbero visto convergere la produttività e i tassi di crescita.
La realtà si è rivelata ben diversa. Paradossalmente, l'effetto alone della precoce convergenza dei tassi di interesse ha permesso una maggiore divergenza delle politiche di bilancio. Una spericolata mancanza di disciplina in paesi come la Grecia e il Portogallo è stata solo dalla formazione di bolle speculative in altri, come Spagna e Irlanda. Le riforme strutturali sono state ritardate, mentre la crescita delle retribuzioni divergeva rispetto alla crescita della produttività. Il risultato è stato una perdita di competitività nella periferia.
Tutte le unioni monetarie di successo sono state infine associate ad una unione politica e fiscale.
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Atene, l'euro e il consenso di Berlino
Vincenzo Comito
Le agenzie di rating imperversano. Hanno di nuovo bocciato la Grecia, spingendola alla ristrutturazione del debito. Dopo, però, chi comprerà le merci tedesche?
Le vicende caotiche e affannose degli ultimi mesi relative alle difficoltà finanziarie di alcuni paesi europei, dalla Grecia all’Irlanda, dal Portogallo alla Spagna, con sullo sfondo le minacce di destabilizzazione dell’euro, ci spingono a cercare di mettere, per quanto possibile, alcuni punti fermi sulle questioni in gioco, cosa peraltro abbastanza difficile. Nel testo faremo riferimento in particolare, tra l’altro, a quanto è sinora emerso in proposito sulla grande stampa internazionale, nonché a un pamphlet pubblicato di recente con la firma di un certo numero di economisti francesi, testo che peraltro metteremo presto a disposizione dei lettori del sito. Riprenderemo, inoltre, alcuni concetti già espressi in un articolo scritto per questo stesso sito circa un anno fa, in data 12 maggio 2010 e che ci sembra che restino ancora validi.
Analizziamo quindi brevemente i punti che ci sembrano rilevanti.
1) Come risposta alle grandi difficoltà in atto, la strategia portata avanti nell’eurozona tende a spingere tutti i paesi a tagliare pesantemente i deficit pubblici, mentre peraltro la crisi di alcuni paesi non è, o è dovuta solo in parte, a deficit di bilancio elevati. In certi casi, ad esempio per quanto riguarda la Spagna e l’Irlanda, e anche in parte il Portogallo, il problema è quello invece della crisi delle banche e del settore immobiliare. Così, si sta combattendo, almeno in parte, una battaglia sbagliata, come hanno sottolineato da tempo diversi commentatori;
2) per altro verso, le autorità di Bruxelles stanno trattando il caso greco come se esso si riducesse a una crisi di liquidità, di mancanza cioè solo temporanea di risorse finanziarie. Nella sostanza, invece, si tratta di una crisi di solvibilità, nonostante il diverso parere di qualche isolato esperto finanziario, come il nostro Bini Smaghi; in altri termini, il paese non possiede apparentemente attività sufficienti per ripagare tutti i debiti o, almeno, si trova in una situazione in cui sarebbe difficilissimo alienare in un tempo relativamente breve, come sarebbe necessario, tutte le attività.
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Alcune ipotesi contro-fattuali sulla presente crisi[1]
Luigi Pasinetti
Investimenti, profitti, crescita e distribuzione dei redditi
In un ormai famoso articolo nella «Review of Economic Studies» del 1956, Nicholas Kaldor aveva presentato una rassegna delle teorie della distribuzione del reddito.
Cominciava dai classici (Adam Smith e soprattutto David Ricardo), per poi proseguire con Marx, e quindi arrivare ai marginalisti neoclassici (con una lunga sintesi che includeva Walras/Wicksell/Mar-shall/Wicksteed). Ci si sarebbe aspettato che terminasse qui. Ma Kaldor aggiunse a questo punto anche una teoria kaleckiana basata sul grado di monopolio e soprattutto, a se stante e con inaspettata evidenza, una teoria «keynesiana» della distribuzione del reddito. Ciò destò sorpresa, perché nella Teoria Generale di Keynes (1936) non si trova alcuna esplicita formulazione di una teoria della distribuzione del reddito. In effetti, Kaldor aveva concepito una teoria di stampo keynesiano sì, ma nuova ed originale, che combinava e legava il concetto classico della «domanda effettiva», dovuta per la verità a Malthus più che a Ricardo, con le esigenze delle condizioni per il conseguimento della piena occupazione, cioè coi temi di cui si era essenzialmente occupato Keynes.
Il ragionamento di Kaldor era molto semplice, ma ricolmo di radicali conseguenze. Metteva in relazione la distribuzione del reddito tra profitti e salari con le esigenze della effettuazione di quegli investimenti che – incorporando il progresso tecnico e la disponibilità dell’aumento della popolazione lavoratrice – sono necessari per mantenere la piena occupazione in un processo di crescita economica: con questo, introduceva la distribuzione del reddito all’interno di un contesto teorico «keynesiano».
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Molto rigore per nulla
Vivere al di sotto delle proprie possibilità
Angelo Locatelli
“Primo saignare, deinde purgare, postea clysterium donare”. Così rispondeva sistematicamente l'austero Argante molièriano alla commissione esaminante.
Il paziente non dà a vedere alcun segnale di miglioramento? “Resaignare, repurgare, reclysterare!”.
La parola d'ordine che da qualche tempo a questa parte ha investito le economie dei Paesi avanzati, sia di qua che di là dall'Atlantico, come noto, è: “Austerità!”.
Un insieme di misure improntate a tutt'altro che immaginari sacrifici, anche parecchio invasivi, a cui i governanti di (quasi) tutti i Paesi stanno assoggettando tutti (o quasi) i connazionali (in particolare quelli appartenenti alle fasce meno abbienti). Il tutto finalizzato al ripristino di una maggior sostenibilità dei debiti pubblici e della correlata preservazione di un minimo grado di solvibilità dei sistemi finanziari.
Trattasi indubitabilmente di una sorta di indirizzo terapeutico che nell'immediato presenta evidenti spiacevoli inconvenienti collaterali di difficile accettazione (prova ne siano i tentativi di rigetto che si sono avuti dapprima in Grecia e quindi in Portogallo; o anche la indisponibilità dei contribuenti islandesi ad assumersi gli impegni risarcitori derivanti dal dissesto del loro sistema bancario).
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E' l'Italia, non la Spagna, il vero elefante nel salotto dell'economia europea?
di Edward Hugh
Sfogliando gli ultimi dati sul PIL dell'UE, una cosa è sempre più evidente: quando si parla di future decisioni di politica monetaria della BCE, ed esattamente a quanti altri aumenti dei tassi di interesse andremo incontro, allora le prestazioni dell' economia italiana si rivelano critiche. Il modello di crescita è ormai abbastanza chiaro: la Germania e la Francia crescono a un ritmo vivace, mentre le cosiddette economie"periferiche" (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) o ristagnano, o strizzano l'occhio alla recessione. Esse sono sottoposte all'azione combinata della loro mancanza di competitività internazionale, del loro sovraindebitamento e degli effetti di contrazione dei loro programmi di austerità.
In questo senso, data la sua dimensione, l'Italia è in una posizione chiave per far pendere l'equilibrio tra centro e periferia in un modo o l'altro. E il fatto che la crescita dell'economia italiana sembra ancora una volta essere in blocco totale, non è una buona notizia in questo senso, con il tasso trimestrale di crescita in caduta, dallo 0,6% nel 2° trimestre 2010, allo 0,5% nel 3°, allo 0,1% nel 4° ° trimestre e ancora allo 0,1% nel 1° trimestre 2011.
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USA: Ragionano come delle Lavatrici a 6 programmi...
Stefano Bassi
Negli USA il dibattito sulle origini della Grande Crisi ha raggiunto nuove e profonde svolte...
Gli economisti più in auge, Nobel-Krugman in testa (del quale ho sempre condiviso le diagnosi e MAI le terapie proposte...), sono arrivati alla conclusione che la Grande Crisi non sarebbe stato un problema al livello delle BANCHE quanto piuttosto al livello del DEBITO delle FAMIGLIE...
Ullalà!....
And so the priority in financial policies should be helping to clear up the housing mess and helping arrange debt relief.
This is not the time to worry a lot about the banks — and especially not to worry about what bankers say.
Ed alcuni trai più lucidi blogger-economy hanno subito cantilenato: "io l'avevo dettoooo...io l'avevo detto subito che era un problema di debito delle famiglie....Perchè questi premi nobel ci hanno messo 2 anni, FED inclusa?"
Why was it so hard to see that the mortgage crisis did not start with the banks?
Io invece mi chiedo: ma come cazzo ragionano 'sti esperti economici americani?
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Crisi europea del debito. Paga l’Italia
Sergio Cesaratto, Lanfranco Turci
A tutti è chiaro che Grecia, Irlanda e forse il Portogallo (i PIG) dovranno fare default sul loro debito estero. La questione aperta non è se, ma quando, come e, soprattutto, chi paga. Com’è anche a tutti noto, il debito estero greco consiste sin dall’origine soprattutto di debito pubblico; quello irlandese è di origine privata, dovuto ai crediti esteri che hanno finanziato un boom edilizio, ma è divenuto pubblico dopo che lo stato ha garantito i debiti esteri contratti dalle banche locali; quello lusitano è una via di mezzo.
La scommessa apparentemente fatta sinora dai paesi europei che contano è che le rigide misure fiscali imposte a quei paesi in cambio del sostegno finanziario generino un surplus del bilancio pubblico, mentre al contempo la deflazione salariale determini una ripresa delle esportazioni che, con la caduta delle importazioni in seguito alla caduta dei livelli di attività interni, generi un parallelo avanzo commerciale e con esso la capacità di redimere il debito estero.
La ripresa delle esportazioni modererebbe la caduta dei livelli di attività e, conseguentemente, delle entrate fiscali. La scommessa è chiaramente persa poiché attuazione ed effetti di una selvaggia deflazione salariale sulla competitività, in particolare di Grecia e Portogallo, sono incerti e differiti nel tempo. Così i livelli del debito pubblico rispetto al Pil in questi paesi sono destinati nei prossimi anni a crescere inesorabilmente (di circa un terzo in pochi anni). Ciò in seguito alla caduta del loro Pil e delle relative entrate fiscali, dovuta alle selvagge misure di rigore loro imposte, alla abnorme spesa per interessi (inclusi quelli usurai pagati sui prestiti europei), alla “necessità” che il settore pubblico assorba parte dei debiti del sistema bancario.
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Capitalismo 2010: un morto che cammina
Antonio Carlo
1) L’economia mondiale nel 2010. Falsa ripresa depressione autentica; 2) Gli USA. Un’economia sulla sedia a rotelle che produce disoccupati e debiti; 3) L’Europa in panne. L’agonia di UE ed euro; 4) L’Italia: galleggiare in attesa di S. Gennaro; 5) La Cina. Il miracolo straccione appassisce; 6) Crisi dell’economia reale e follia dell’economia politica; 7) Crisi strutturale ed esplosioni sociali
1) L’economia mondiale nel 2010. Falsa ripresa depressione autentica.
Nei libri di economia si legge che “ripresa c’è quando risale il PIL” e siccome il PIL è cresciuto nel 2010 del 4,8% dovremmo essere in piena ripresa, anche se si sprecano gli aggettivi per dequalificare la ripresa stessa, che sarebbe incerta, fragile, inadeguata, etc. etc.
In realtà la ripresa sembra essere una cosa da paesi sottosviluppati come si evince dalla tabella che segue1.
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La Germania, l’Italia e l’Europa
Guido Montani*
L’articolo di Sergio Cesaratto “E noi faremo come Schroeder” solleva importanti problemi per tutte le forze progressiste, non solo in Italia. Cesaratto sostiene che la crisi italiana è grave, che va collocata nella più generale crisi europea e che esistono tre exit strategies alternative: a) rompere l’euro; b) fare come la Germania; c) costruire l’Europa.
Della prima strategia Cesaratto non parla. Suppongo che la ritenga errata e, in questo caso, sono d’accordo con lui. Per quanto riguarda la seconda e la terza alternativa, non penso che debbano essere messe in contrapposizione, perché in un’Europa unita deve scomparire la distinzione tra paesi forti e deboli. Oggi, non è così. Se volessimo ricostruire le misure adottate dal Consiglio europeo in risposta alla crisi finanziaria che, nel 2008, si è estesa all’Europa potremmo dimostrare che le maggiori decisioni sono state prese in un prima fase dal direttorio franco-tedesco e, negli ultimi tempi, praticamente solo dalla Germania.
Ora sembra che la Sig.ra Merkel, in cambio dell’aiuto tedesco all’EFSF, chieda che i paesi dell’UE includano il vincolo del bilancio in pareggio nelle loro costituzioni e che anche l’età pensionabile debba essere portata ovunque a 67 anni, come in Germania. La giustificazione è che i cittadini tedeschi non vogliono pagare per i paesi più spendaccioni, come la Grecia. Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca. Ma questa non è una buona soluzione per i cittadini europei.
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Perché tocca a Obama gestire il declino degli Usa
di Vladimiro Giacché
Sul ruolo della finanza nella genesi della crisi attuale si sono versati fiumi d’inchiostro. Purtroppo, però, ai molti facili anatemi nei confronti di banchieri e “speculatori” si sono accompagnate poche analisi serie del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia. Che non data da pochi anni, ma abbraccia gli ultimi decenni: una ricerca della McKinsey di qualche anno fa vedeva il rapporto tra il valore complessivo degli assets finanziari a livello mondiale e il prodotto interno lordo mondiale in crescita dal 100% del 1980 al 356% di fine 2007. Non si è insomma trattato di un fenomeno contingente, ma strutturale - e che quindi richiede di essere spiegato in quanto tale. C’è poi un secondo aspetto che merita attenzione: l’espansione dell’attività finanziaria non è affatto un fenomeno storicamente nuovo.
Proprio “la scoperta della finanziarizzazione come modello ricorrente nel capitalismo storico” rappresenta uno dei principali fili conduttori della ricerca di Giovanni Arrighi. Poco noto nel nostro paese e scomparso nel 2009, Arrighi è stato tra i maggiori studiosi delle dinamiche dell’economia internazionale. Una raccolta di suoi scritti appena pubblicata, Capitalismo e (dis)ordine mondiale (Roma, manifestolibri, pp. 232), rende facilmente accessibili al lettore italiano, anche grazie all’eccellente introduzione di Giorgio Cesarale, le linee fondamentali della sua ricerca.
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Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato
Domenico Moro*
La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari[1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori[2]. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil[3]. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.
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L'Euro: da alternativa al dollaro a businnes della povertà
di Comidad
Il ministro dell'Economia Tremonti ha rilanciato i facili entusiasmi dei suoi supporter della "destra antagonista" ripresentando alla Germania la proposta degli "Eurobond", cioè di titoli emessi allo scopo di sostenere l'euro attraverso un impegno dell'Unione Europea nel suo complesso. La proposta si è qualificata da sé come un nonsenso, dato che è apparsa come andare da uno che ti abbia appena rifiutato di garantirti una cambiale per chiedergli di garantirti addirittura un mutuo.
Il governo tedesco ha avuto infatti facile gioco ad obiettare che il peso della responsabilità di garantire l'affidabilità di questi titoli europei ricadrebbe sui Paesi ad economia forte, come appunto la Germania; Paesi che adesso rivendicano nei media il rango di "virtuosi", dato che la potenza si ammanta di virtù, mentre i Paesi ad economia debole, in base a questo lessico moralistico, vengono etichettati con l'acronimo sprezzante di "P.I.G.S.", poiché la debolezza va considerata come una colpa.
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Il mercato alla base della crisi irlandese
di Domenico Moro
La difficile situazione dell’eurozona, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di quattro tipi di contraddizioni, che si approfondiscono e si intrecciano tra loro.
La prima è interna ai rapporti di mercato. Il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, attraverso il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro, a partire dagli Usa, è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari [1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande facilità. Il mercato e i prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito. In questo modo, si è sostenuta artificialmente la crescita dell’economia di Usa, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori. Con lo scoppio della bolla immobiliare, che ha fatto crollare i prezzi delle case al di sotto dell’indebitamento, le famiglie sono diventate insolventi e, di conseguenza, le banche hanno accusato perdite enormi. Per scongiurare una possibile catena di fallimenti bancari è intervenuto lo Stato, il cui debito è cresciuto repentinamente.
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Gli scenari del teatrino europeo
Sergio Cesaratto
Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?
Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.
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Chi ha ucciso l’euro?
Matías Vernengo*
Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.
Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.
Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri.
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