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una citta

La psicologia degli uomini d'affari

 

Intervista a Giorgio Lunghini*

Una crisi, quella finanziaria, che parte da lontano, per poi arrivare alla new economy e alla fine, forse, ai mutui subprime. Una globalizzazione che doveva portare benefici per tutti e invece ha creato crescenti disuguaglianze. Una lezione, quella di Keynes, che è stata del tutto dimenticata. 

Come si è arrivati a questa crisi?

E’ una storia abbastanza lunga. Molti pensano che si tratti di una bolla finanziaria esplosa con una crisi sui mercati azionari. In realtà credo che questa sia l’ultima, per il momento, fase di una crisi che aveva colpito gli Stati Uniti da molto tempo e che era stata rinviata grazie a provvedimenti sostanzialmente di Greenspan, allora governatore della Federal Reserve che era riuscito a spostare via via la crisi da un mercato all’altro.

Il contesto nel quale queste crisi nascono e hanno questo epilogo è naturalmente quello della globalizzazione. La globalizzazione era stata vista a lungo come un fenomeno positivo che avrebbe portato prevalentemente benefici e questi benefici avrebbero riguardato un po’ tutto il mondo. Così non è.

La cosa importante da mettere in luce è che la globalizzazione è stata a sua volta un tentativo di reagire e di contrastare crisi precedenti, come già era successo con la globalizzazione degli anni ’15-20, a cui seguì la crisi del ’29 e dei primi anni Trenta. La crisi alla quale questa globalizzazione ha cercato di reagire è la crisi del modello fordista, che a sua volta era stato una reazione -prima americana poi europea- alla crisi degli anni Trenta.

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e l

L'operazione è riuscita, il paziente è morto

Ruggero Paladini

L'osservazione delle altre crisi mostra che non si riassorbono da sole, è indispensabile uno stimolo pubblico per l'economia, tornando per esempio alle indicazioni del piano Delors. Se l'Europa insisterà a perseguire il pareggio di bilancio la recessione si aggraverà

Il 14 ottobre i giornali portavano due notizie: il premio Nobel a Paul Krugman e la dichiarazione di Berlusconi: “Bush passerà alla Storia”. Curioso accostamento, perché mentre per il nostro (purtroppo!) premier la Storia dovrebbe considerarlo un grande presidente, per l’economista la valutazione è esattamente opposta; la scelta tra Krugman e Berlusconi in effetti non è difficile. Il Nobel è stato assegnato a Krugman per i suoi lavori sul commercio internazionale, ma l’economista è da anni un editorialista del New York Times, da dove spara ad alzo zero sull’amministrazione Bush, da posizioni tipicamente keynesiane. E’ possibile che la stessa attribuzione del Nobel sia stata favorita dallo scoppio della crisi finanziaria.  

Il nome di Keynes è tornato sulle pagine dei giornali, così come il paragone tra il “ventinove” e la crisi attuale. Lo scoppio di una bolla è ovviamente un elemento in comune alle due crisi, ma la lezione principale che la grande depressione ci ha dato è che, una volta esauritasi la bolla, il mercato non è in grado di risollevarsi da solo. Anche dopo gli interventi europei volti a rianimare il mercato del credito interbancario, siamo ben lontani dal ripristino di condizioni normali, anche se i tassi euribor hanno incominciato a flettere; del resto Stefan Ingves, attuale governatore della banca centrale svedese, che organizzò il salvataggio delle banche degli anni novanta, ha affermato che ci sono voluti tre anni per tornare alla normalità (e quindici anni perché il Tesoro svedese recuperasse i tre punti di Pil impegnati nel salvataggio delle banche).

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e l

Stato e mercato, un rapporto da ripensare

 

Felice Roberto Pizzuti

Evitare anche fughe oniriche in altri mondi indefiniti, ma anche i complessi che hanno portato una parte della sinistra ad essere più “realista del re” in tema di liberismo. Nessuno sa ancora come si evolverà la crisi, ma questi problemi devono essere al centro del dibattito

Per le dimensioni qualitative e quantitative che la crisi finanziaria ed economica in corso ha già assunto finora (non sappiamo come andrà a finire) possiamo dire che questa è la terza grande crisi degli ultimi ottant’anni, dopo quella del ’29 e quella degli anni ’70 normalmente associata agli shock petroliferi. Non sarà la fine del capitalismo (anche perché non si vede da cosa e ad opera di chi oggi sarebbe sostituito), ma sicuramente sta crollando la forma che era andato assumendo negli ultimi tre-quattro decenni.

Così come si sta manifestando, la crisi attuale ha origine nella vorticosa moltiplicazione delle attività finanziarie avvenuta negli ultimi decenni, nel loro collegamento sempre più flebile con la base patrimoniale su cui si regge la “leva” di creazione delle attività creditizie che è fortemente cresciuta, sulla riduzione delle garanzie richieste per la concessione dei crediti e sul progressivo allentamento delle regolamentazioni e della vigilanza delle imprese operanti nel settore. Si può pensare ad una piramide rovesciata in continua espansione, poggiata su una base relativamente sempre più ristretta e con strutture interne sempre meno adeguate ed affidabili.

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contraddizione

Scene da un patrimonio… che non c’è più: banche e non solo.

di Vladimiro Giacchè

Quando la musica si fermerà le cose diventeranno complicate. Ma fintantoché la musica dura, devi restare in piedi e danzare. Stiamo ancora danzando”

(Chuck Prince, amministratore delegato di Citigroup, 10 luglio 2007 [Chuck Prince è stato licenziato nel novembre 2007])

In questi anni eravamo andati troppo oltre. L’ingordigia dei banchieri, soprattutto americani, ha fatto sì che le banche siano state distruttrici di ricchezza” (Luca Cordero di Montezemolo).

Continuiamo a leggere cose del genere. Le spiegazioni psicologico-moralistiche hanno avuto e hanno tuttora largo corso in questa crisi: ancora il 12 novembre scorso sul Financial Times essa era addebitata nientemeno che alla “fragilità umana” (sic!). Una settimana dopo, un articolo pubblicato sullo stesso giornale giustamente attaccava la parzialità di spiegazioni basate unicamente su “regolatori lassisti, agenzie di rating disattente, e istituzioni finanziarie avide”.1 Lassismo, disattenzione, avidità: sono tutte motivazioni psicologiche. Chi può seriamente pensare che un cataclisma che ha già fatto perdere alle sole banche 1.000 miliardi di dollari abbia questa origine? È l’entità stessa della crisi, e la sua drammatica accelerazione, a confutare i tentativi di minimizzarne la portata e di spiegarla facendo ricorso a fattori psicologici o morali.

Ovviamente, l’utilizzo di spiegazioni psicologiche della genesi della crisi è del tutto coerente con l’economia neoclassica, tuttora egemonica. Così come lo è l’impostazione secondo cui gli attuali sviluppi della crisi sarebbero dovuti ad una “perdita massiccia di fiducia da parte degli investitori e dei consumatori”, come ha ripetuto ancora di recente il commissario europeo Günther Verheugen. Sono tutte sciocchezze. Le vittime più illustri di questa impostazione riduttiva, che vede soltanto errori e imprudenze individuali, sono stati il governatore della Federal Reserve Bernanke e il ministro del Tesoro Usa Paulson: di fatto il loro approccio di intervento “caso per caso”, durato sino al fallimento di Lehman Brothers, nasceva proprio dall’ostinato aggrapparsi all’idea di una crisi nata da imprudenze individuali commesse da alcune banche e dai loro manager e dal rifiuto di riconoscere che i problemi erano invece strutturali.2

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la repubblica logo

Il capitalismo sotto la tenda a ossigeno

di Jean Paul Fitoussi

Il capitalismo sotto la «tenda a ossigeno». L’espressione è di Joseph Schumpeter, e sta a designare l’economia mista, le cui condizioni a suo parere non potevano che essere flebili. Fu contro quest’anomia che la cosiddetta rivoluzione conservatrice diede battaglia, alla svolta degli anni 1970-1980.  A un dato momento (1984) c’è stato persino chi ha esclamato: «Viva la crisi!». Era«soltanto» l’insorgenza, in tempi di pace, di una disoccupazione di massa; una pura e semplice crisi occupazionale! Per parte mia, non sono disposto ad associarmi agli entusiasti della crisi finanziaria, precisamente in ragione dei suoi potenziali effetti sull’occupazione. Se ho fatto riferimento a quel periodo è perché il 1984 è stato l’anno della conversione (coincidenza o conseguenza?) della maggior parte dei Paesi europei, Francia in testa, alla deregulation finanziaria (lo smantellamento della tenda a ossigeno). Oggi, dopo più di due decenni, un’esigenza di segno diametralmente opposto è ribadita insistentemente in tutti i discorsi, e tradotta in fatti concreti. Chi avrebbe immaginato allora che la nazionalizzazione, sia pure parziale, si sarebbe rivelata la miglior via d’uscita da uno stato di crisi, persino nei Paesi anglosassoni?  Come si è arrivati a questo punto? La storia, a un tempo banale e complessa, è ricca di insegnamenti.

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manifesto

Il codice della continuità

La crisi tra passato e presente

Ugo Mattei

L'altalena delle borse non coincide con la fine del capitalismo, ma con un suo assestamento per riportare ordine e integrare così le periferie dell'impero. La crisi letta attraverso le tesi di Guy Debord sulle «società dello spettacolo»

Provare ad utilizzare le categorie di Guy Debord per riflettere sulle grandi trasformazioni in corso apre percorsi di ricerca che possono essere solo accennati in un articolo, ma sui quali occorrerà tornare in futuro. È noto come il «dottore in nulla» nella sua Società dello Spettacolo avesse introdotto due modelli contrapposti, lo «spettacolo concentrato» proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo «spettacolo diffuso» proprio delle democrazie occidentali, dominate dal consumismo. Successivamente nei Commentari, scritti nel bel mezzo del terremoto che fece crollare la più spettacolare epifania dello spettacolo concentrato (l'Urss), Debord tracciò il percorso che avrebbe portato alla nascita di ciò che definì «spetacolo integrato». Il crollo del modello sovietico e l'apparente discioglimento dell'equilibrio del terrore avrebbero necessariamente trasformato le «democrazie occidentali», togliendo loro ogni incentivo alla virtù (o alla «moralità» per dirla con Laura Pennacchi). Il sistema si sarebbe così trasformato in una combinazione fra i due modelli precedenti, uno spettacolo integrato caratterizzato da cinque punti: «Il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente».

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contraddizione

La grande crisi dei mutui spazzatura

di Giorgio Gattei

Nel 2001, quando al collasso della new economy si è aggiunto l'attentato terroristico dell'11 settembre, gli Stati Uniti se la sono vista brutta. Che potesse prendere piede una economia della paura capace di bloccare la crescita futura del PIL? A rimedio la scienza economica consiglia di aumentare i consumi delle famiglie mediante l'aumento dei salari (che vanno però a discapito dei profitti), di favorire gli investimenti delle imprese con l'abbassamento dei tassi di interesse, di aumentare la spesa pubblica anche in deficit spending, ossia senza copertura finanziaria.

E se in quest'ultimo caso i incontrano difficoltà politiche insormontabili, c'è sempre la spesa militare che non ha mai sofferto d'opposizione.

Sulla base di queste opzioni il governo di Bush «il piccolo» ha scelto da subito la via della guerra (prima in Afghanistan e poi in Irak), avendo per obiettivo il rilancio del PIL mediante le commesse belliche e la riduzione del prezzo del petrolio che si sarebbe guadagnata quando, a vittoria conseguita, sarebbero affluite sul mercato le ingenti riserve irakene. Ma pure la Federal Reserve ha fatto la sua parte abbassando il tasso di sconto dal 6,5% del gennaio 2001 all'1% del giugno 2003. Tuttavia qui è stata necessaria una modifica rispetto alla teoria, perché in epoca di globalizzazione non si poteva più fare tanto affidamento sugli investimenti delle imprese che, avendo delocalizzato all'estero dove il costo della manodopera è più basso, col credito concesso avrebbero investito sì, ma all'estero.

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megachip

Fine Corsa

di Giulietto Chiesa

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

1) La prima considerazione-constatazione
è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshooting da 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi.

Cos'è esattamente l'overshooting? E' “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma - in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

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manifesto

La ricetta contro il «crack dei crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale

Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi

La lezione più profonda del New Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi - sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt. Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro, dentro una più netta rottura con la logica capitalistica.

Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva prolungata stagnazione.

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manifesto

Ti ricorda il '29?

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

Le risposte di Roosevelt alla crisi, terribilmente simili alle decisioni affannose di queste settimane

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.

La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione.

Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime).

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La depressione globale

di Nouriel Roubini

Il sistema finanziario del mondo ricco è diretto verso l' implosione. I mercati finanziari non sono riusciti ad arrestare la loro caduta libera per diversi giorni, il mercato dei titoli a breve termine e quello del credito si sono trovati bloccati di fronte a un balzo dei loro spread sul tasso d' interesse ed è troppo presto per dire se la zattera delle misure adottate dagli Stati Uniti e dall' Europa sarà in grado di rimediare al dissanguamento oltre l' immediato futuro.

Per la prima volta in settant' anni, si è diffuso il timore di un effetto domino generalizzato ed esteso all' intero sistema bancario, mentre quello "ombra" - l' universo costituito da istituti di compravendita, agenzie di mutui non bancari, altri strumenti strutturati d' investimento come gli hedge fund, i fondi di titoli a breve termine e un certo tipo di fondi d' investimento - hanno davanti a sé il rischio di un collasso a partire dalle loro passività a breve termine. Per quanto riguarda l' economia reale, tutte le economie avanzate - che rappresentano il 55 per cento del prodotto interno lordo mondiale - erano già entrate in recessione prima dei devastanti shock finanziari cominciati verso la fine dell' estate. Ora quindi dobbiamo fare i conti con una recessione, con una grave crisi finanziaria e con una grave crisi del sistema bancario. I mercati dei paesi emergenti hanno cominciato a risentire di questa sofferenza soltanto quando gli investitori stranieri hanno iniziato a ritirare le proprie risorse.

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Alla radice del «pubblico» perduto

Luigi Cavallaro

La crisi finanziaria esplosa in queste settimane rappresenta il culmine di un processo che ha avuto inizio sul finire degli anni '70 e che, dopo un primo crack nel 1987, ha vissuto un vero e proprio boom negli anni '90 e una sorta di superfetazione negli ultimi dieci anni. Si tratta di un processo nel corso del quale sono stati letteralmente rovesciati gli assunti su cui, nel trentennio precedente, si era costruito il senso comune in materia di politica economica. In quel periodo un po' tutti erano convinti che il buon funzionamento dell'economia necessitava di alcune regole. I settori guida dovevano essere socializzati. Una grossa quota di bisogni privati (trasporti, casa, scuola, sanità, pensioni) doveva essere soddisfatta attraverso consumi collettivi.

 La tassazione dei redditi e della ricchezza doveva ridurre le disparità economiche. Ultimo, e non meno importante, i mercati finanziari dovevano essere limitati nella loro capacità di speculare sulle passività delle imprese e dello stato.

Non era una ricetta sbagliata, tant'è che tutte le economie occidentali, sul finire degli anni '60, avevano praticamente raggiunto la piena occupazione: nell'opinione di storici insigni come Hobsbawm, quel periodo viene designato non a caso col nome di «Età dell'oro».

Fu in quel torno di tempo (approssimativamente, tra il 1968 e il 1977) che a sinistra si consumò una cesura rilevante tra coloro che, fino a quel momento, si erano avvalsi del patrimonio di teorie e prassi del movimento operaio novecentesco per interpretare il mondo (e, bisogna aggiungere, anche per trasformarlo non poco) e coloro che, invece, erano cresciuti nel ferro e nel fuoco della critica a quel patrimonio di pratiche sociali e culturali.

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manifesto

La grande crisi

Rossana Rossanda

Che deve pensare una cittadina come me, sprovveduta di teoria e pratica economica e perseguitata da vent'anni dal coro «meno stato più mercato», quando legge che la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Usa stanno decidendo di stanziare 700 miliardi di dollari pubblici per coprire il gigantesco buco che banche e assicurazioni private hanno fatto? Prima di tutto, che vuol dire? Che con questi 700 miliardi di dollari lo stato federale si fa carico, cioè fa carico ai contribuenti, dell'immenso buco scavato da banchieri e assicuratori senza avere nulla in cambio, soltanto perché le macerie non precipitino su tutti, tipo 1929? Oppure che in cambio mette un guinzaglio su quelle proprietà, stabilendo quel che possono o non possono continuare a fare, alla faccia della libertà di impresa, sacra fino all'altro ieri? O che addirittura le hanno nazionalizzate, nel senso che sono diventati proprietari diretti di banche e assicurazioni?
Idem per l'Europa. Negli Stati uniti il congresso aveva emesso qualche lamento e prima di votare il Senato ha imposto degli emendamenti, mentre nel vecchio continente qualcuno ha deciso in meno di 24 ore di salvare Fortis e Texia e il presidente francese, nonché attualmente della Ue, Sarkozy, doveva annunciare ieri che la Ue istituiva un fondo di 300 miliardi di euro per salvare banche e assicurazioni europee in eventuale emergenza? Senonché Angela Merkel, che di questo non era stata informata, sta lanciando alte strida: «La Germania non ci metterà un soldo», per cui allo stato dei fatti Sarkozy rinunciava ad annunciare, e domani si vedrà.

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 nel merito

Anatomia della crisi I

Dalle cartolarizzazioni ai toxic assets

di Emilio Barucci    

La drammatica crisi del sistema finanziario sta suscitando molte considerazioni sulle colpe del libero mercato e i benefici della regolamentazione. Tuttavia se si cerca di analizzare, fuori da ogni ideologia, quanto è successo negli ultimi anni, le conclusioni appaiono meno ovvie. Tutti riconoscono che all’origine della crisi ci sia l’introduzione su scala macroscopica di derivati di credito quali i famigerati CDO nell’ambito della "securitization" ovvero la prassi di accorpare, impacchettare e rivendere agli investitori rischi finanziari di vario tipi, e in particolare il rischio mutui.

Questa idea non è nata a fini speculativi. Il suo primo motore è stata la reazione all’introduzione di una più stretta regolamentazione per le banche. Nell’analisi dell’origine di questo mercato fatta da Moody’s ben prima dell’inizio della crisi (Debuysscher, 2005), leggiamo che fondamentale per la nascita della securitization e in generale della finanza strutturata fu l’accordo di Basilea del 1988. In questo accordo, i regulators introdussero norme più rigide per garantire maggiore stabilità del sistema bancario, tra cui la norma secondo cui per un miliardo di euro investiti da una banca in un’attività rischiosa, ad esempio mutui, le banche dovessero mettere da parte in forma di capitale una frazione del miliardo, in cui la frazione era specifica per l’attività "mutui". Come può una norma così ragionevole essere la causa di una prassi che ha portato alla maggiore crisi del sistema bancario dal 1929?

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 sinistracritica

Crisi delle borse o crisi del capitalismo?

di Danilo Corradi

Coordinamento nazionale sinistra critica

Dodici banche americane fallite, la più grande nazionalizzazione a stelle e strisce dal ’29, fusioni “difensive” che cambiano il panorama mondiale della finanza, ultimi trimestri negativi per Usa e Ue e recessione tecnica per l’Inghilterra. A poco più di un anno dall’esplosione della “bolla speculativa” sui mutui subprime l’economia mondiale sembra tutt’altro che fuori dalla crisi.

In questa sede possiamo semplicemente elencare alcuni nodi analitici e alcune conseguenze socio-politiche che l’attuale crisi capitalistica ci obbligherà ad affrontare:

 

1) la teoria che più viene proposta dai guru dell’economia mondiale considera la crisi come conseguenza dei pochi controlli sui sofisticati strumenti finanziari (i derivati) che sono andati moltiplicandosi negli ultimi 15 anni fino a raggiungere un controvalore negli scambi trimestrali di oltre 600trilioni di dollari (oltre 12 volte il PIL mondiale). Pochi controlli e diverse mele marce che hanno “speculato” oltre i limiti della ragione economica. Una teoria che farebbe sorridere se non fosse la più accreditata. Qualcuno forse dimentica che tutto il sistema ha partecipato alla grandissima ascesa della finanza. Hanno partecipato le banche centrali fornendo denaro a costo zero per oltre un decennio, hanno partecipato tutte le grandi aziende che hanno investito in media oltre il 50% delle risorse in strumenti finanziari (nel ’79 il rapporto era 2% investimenti finanziari 79% produttivi ), hanno partecipato i governi sino agli enti locali che hanno acquistato direttamente derivati o promosso truffe come i fondi pensione integrativi.

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manifesto

Il mercato in difficoltà e lo stato interventista

Riccardo Bellofiore

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale.

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Crisi della finanza, trasformazioni della democrazia, critica della politica

La moneta e la finanza globale

di Christian Marazzi


Tutto ciò che sembrava delineare un funzionamento normale della finanza negli anni Settanta è oggi scomparso, e per questo le teorie economiche si dimostrano obsolete. Negli ultimi decenni, tutto si è trasformato all’interno della finanza e delle sue regole sia per quello che riguarda la gestione del debito pubblico e il finanziamento degli investimenti sia per quello che riguarda invece la gestione delle imprese e soprattutto la creazione di posti di lavoro. Il fatto più rilevante: la finanza ha ormai preso il posto della creazione monetaria, che era stata una costante nel corso dei famosi trenta gloriosi anni del dopo guerra. Durante questa fase di crescita generalizzata del capitalismo occidentale, grazie al legame tra il Ministero del Tesoro e la Banca centrale, le autorità monetarie disponevano del potere di creare liquidità di moneta. Le autorità monetarie avevano, in questo modo, la possibilità di coprire i debiti generati dalle politiche di deficit spending, prima di tutto attraverso una creazione di moneta ex ante che anticipava il divenire-capitale di questa moneta immessa nel circuito economico dalle autorità statali. La moneta così creata e immessa nelle reti bancarie per acquistare dei titoli - i buoni del Tesoro –costituiva una sorta di creazione di reddito ex ante

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comedonchisciotte

Il peggioramento della crisi del debito

Mike Whitney intervista Michael Hudson

Mike Whitney: Venerdì [5 Settembre] pomeriggio il governo ha annunciato il piano per collocare i due giganti dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, in “amministrazione controllata”. Gli azionisti saranno praticamente spazzati via (le loro azioni sono già crollate di oltre il 90%) e il governo interverrà per proteggere il debito delle due aziende. Per certi versi, proteggerà anche le loro azioni privilegiate, che Morgan-Chase ha svalutato solo della metà. Questo sembra essere l’intervento governativo più radicale mai operato sui mercati finanziari nella storia americana. Se queste due società fossero nazionalizzate, si aggiungerebbero 5.300 miliardi di dollari al bilancio del paese. Quindi, la mia prima domanda è: perché il Tesoro sta salvando gli obbligazionisti e gli altri investitori? Qual è l’interesse pubblico in tutta questa vicenda?

Michael Hudson: Il Tesoro ha sottolineato che la scadenza per definire i dettagli dell'acquisizione era domenica pomeriggio, prima che i mercati asiatici aprissero le contrattazioni. Questa preoccupazione riflette la bilancia dei pagamenti e quindi la dimensione militare del salvataggio. Le banche centrali di Cina, Giappone e Corea detengono grosse quote di queste securities, proprio a causa delle grosse dimensioni di Fannie Mae e Freddie Mac, i loro 5.300 miliardi di dollari in mutui garantiti dal debito che ha citato, e gli 11.000 miliardi totali del mercato dei mutui americano.

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manifesto

Bush salva tutta la finanza sregolata

 

Carlo Leone Del Bello

Il governo Usa scende in campo, sperando di risolvere la crisi in modo definitivo. Centinaia, forse migliaia di miliardi di dollari pubblici per comprare i titoli «spazzatura», derivati dai mutui. Per l'Europa, Sarkozy pensa a una commissione bancaria continentale Piano shock del Tesoro: centinaia di miliardi per ripulire i bilanci di Wall Street. Festeggiano le borse mondiali

Un cambio di rotta epocale, quello delineato dall'amministrazione Bush, a poco più di un mese dalla fine del mandato. Dall'approccio «caso per caso», al salvataggio sistemico del mondo della finanza, usando denaro pubblico. Quanto? Si parla di centinaia di miliardi di dollari - forse mille, nello scenario peggiore - per ripulire i bilanci delle banche. Euforia ai limiti del parossismo sui mercati azionari, nella speranza che, grazie allo Zio Sam, da ora in poi le cose non potranno che migliorare. Il piano prospettato da Henry Paulson, segretario del dipartimento del tesoro, è semplice, e ricalca quello messo in piedi da George Bush padre per risolvere la crisi delle casse di risparmio nel 1989. Sostanzialmente, il governo creerà un fondo con cui acquistare tutti i titoli derivati dalla cartolarizzazione dei mutui.

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aprileonline

Lehman ovvero il collasso del parassita

Domenico Moro

L'economia Usa sta rivelando con le crepe sempre più vistose che appaiono in superficie la fragilità di fondo che la caratterizza da tempo. Quella di una economia e di un paese che hanno vissuto fino ad ora a credito sulle spalle del mondo intero

Come quasi sempre accade, quasi tutti i quotidiani, compresi quelli economici, fino a qualche giorno fa erano pronti a scambiare un timido raggio di sole per la fine della tempesta. La stessa Marcegaglia preconizzava in una intervista sul Corriere una imminente ripresa Usa sulla base di una più che precaria rivalutazione del dollaro sulle altre valute. La realtà si è premurata di smentire i facili ottimismi e di ricordarci che la crisi dei mutui non è terminata, e che anzi i suoi effetti si fanno più manifesti. Del resto, si sapeva benissimo che la crisi immobiliare aveva tramutato le cartolarizzazioni dei mutui in carta straccia e, anche se l'entità delle perdite subite da tutto il sistema bancario Usa(e non solo) era incerta, si era però certi che fosse enorme. Infatti, da diversi mesi, mano a mano che le perdite emergevano, è iniziato uno stillicidio di fallimenti bancari che, evidentemente, costituivano solo l'avanguardia che quello che sta accadendo ora.

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comedonchisciotte

La grande illusione

di Paul Krugman*

Fino ad ora, nonostante il ruolo della Georgia come importante corridoio per il trasporto del petrolio, le conseguenze economiche della guerra nel Caucaso sono state decisamente ridotte. Ma mentre stavo leggendo le ultime cattive notizie mi son trovato a chiedermi se questa guerra sia un presagio, un segno che la seconda età della globalizzazione potrebbe trovarsi a condividere il destino della prima.

Se vi state domandando a che cosa io mi riferisca, ecco quello che dovete sapere: i nostri nonni vivevano in un mondo di economie largamente autosufficienti, orientate verso l’interno. I nostri trisnonni, però, vivevano, come noi oggi, in un mondo di commerci ed investimenti internazionali su larga scala, un mondo distrutto dai nazionalismi.

Nel 1919 il grande economista britannico John Maynard Keynes descriveva l’economia mondiale come si presentava alla vigilia della prima Guerra Mondiale: “L’abitante di Londra poteva ordinare telefonicamente, mentre sorbiva il tè del mattino, vari prodotti da tutto il mondo…, nello stesso tempo, e con lo stesso mezzo, poteva investire la sua ricchezza nelle risorse naturali e nelle imprese di qualunque parte del mondo.”

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La stagflazione colpisce ancora. Chi?

di Roberto Tamborini   

I maggiori paesi industrializzati mostrano chiari sintomi di rallentamento dell'attività economica e di accelerazione dell'inflazione. In una parola: stagflazione. Il peggiore dei mondi possibili per le autorità di politica economica, che non si era più materializzato dopo la crisi petrolifera dei primi anni '70. La Bce ha assunto una posizione restrittiva in linea con l'impegno di ricondurre l'inflazione al 2% annuo nel medio periodo. Il Dpef presentato dal governo indica una "inflazione programmata" per i rinnovi contrattuali dell' 1,7% (ossia meno della metà di quella tendenziale).

I sindacati hanno protestato per il palese irrealismo. La Confindustria ha apprezzato il rigore salariale indicato dal Dpef. Ci sono tutte le premesse per un ritorno del clima di confusione e di conflitto che caratterizzò gli anni '70. Può giovare cercare di fare un po' di chiarezza.

Sui libri di testo di economia la stagflazione compare come esempio del peggiore dei mondi possibili. Appena essa è riapparsa dall'archivio dei bui anni '70, si è immediatamente ricreato il medesimo clima di disorientamento, d'incertezza e di conflitto, anche se accelerazione dell'inflazione e rallentamento produttivo sono, in media, molto meno intensi di allora. Le autorità monetarie sulle due sponde dell'Atlantico hanno assunto chiaramente posizioni diverse (nei fatti e, forse, persino a parole).

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Dalla crisi dei mutui un duopolio Euro-Dollaro?

Domenico Moro

E' probabile che una parte almeno delle élite europee mirino a questo obiettivo, contando, oltre che sulla perdurante crisi finanziaria e monetaria degli Usa, anche sulle difficoltà incontrate dagli statunitensi a gestire unilateralmente i vari fronti di guerra

schizzo01web blogChissà cosa direbbe oggi Connolly, il segretario Usa al Tesoro che nel '71 affermò, rivolto agli europei: "il dollaro è la mia moneta, ma il vostro problema." Il recente rialzo del tasso di interesse di un quarto di punto al 4,25%, deciso il 3 luglio dalla Banca centrale europea, avrebbe potuto portare l'ennesimo colpo al dollaro, che dallo scoppio della bolla dei subprime non ha cessato di perdere posizioni di fronte all'euro. Del resto, anche il 2 luglio, alla notizia della contrazione dell'occupazione Usa ai massimi dal 2 novembre 2002, il dollaro era nuovamente scivolato rispetto all'euro. Ma, la dichiarazione del presidente della Banca centrale europea, Trichet, secondo cui l'ultimo aumento non avrebbe significato l'apertura di un nuovo ciclo di rialzi dei tassi d'interesse ha, per ora, scongiurato il pericolo di ulteriori smottamenti.

Non bisogna, però, scordare che la crisi, definita come finanziaria ma che probabilmente sarebbe più corretto chiamare monetaria, affonda le sue radici nella grave decadenza dell'economia reale Usa, che soffre, a partire dagli anni '60, delle conseguenze di una perdurante sovrapproduzione di capitale. Al proposito, solo un esempio: la GM, un tempo leader automobilistico mondiale, rischia ora la bancarotta, ed il valore delle sue azioni a Wall Street è crollato del 15%. Insieme, i due colossi di Detroit, GM e Ford, hanno oggi una capitalizzazione di Borsa di 10 miliardi, mentre la "piccola" Fiat da sola vale quasi 13 miliardi.

Negli ultimi anni, la speculazione ha sempre di più sostituito nella accumulazione dei profitti una struttura produttiva sempre più ristretta, col risultato di creare una serie di bolle, che, scoppiando, riproponevano la crisi, solo su una base sempre più larga. Il meccanismo speculativo è stato determinato dal mantenimento da parte della Banca centrale Usa (Fed) di un costo del denaro eccezionalmente basso e dal fatto che il dollaro, ricoprendo la funzione di moneta mondiale, ha permesso agli Usa di farsi finanziare debito statale ed estero dal resto del mondo. Negli anni si è così creata una situazione mondiale di grave squilibrio, con il debito mondiale concentrato negli Usa, ridottisi a maggiore debitori mondiali, ed il credito, invece, concentrato nei principali paesi esportatori di petrolio e nei paesi dell'Estremo Oriente esportatori di manufatti.

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Potrebbe non ripetersi? 

di Domenico Delli Gatti e Mauro Gallegati   

DECRESCITADopo Northern Rock, Bear Sterns: l’estensione e la profondità della crisi colpisce. Si può comprendere lo sforzo delle autorità di rassicurare gli operatori per non incrinare la fiducia, già vacillante, nei mercati e nelle istituzioni finanziarie. Si capisce un po’ meno lo sforzo profuso da alcuni opinionisti nel cercare di persuadere il pubblico che non c’è nulla di cui preoccuparsi e che qualsiasi forma di intervento è manifestazione di un antico vizio keynesiano. Le cose non stanno così. Potremmo anzi sostenere che tale sforzo appare sospetto e dettato da una premessa – questa sì di tipo ideologico – anti-interventista e anti-regolatoria. Per evidenziarlo partiamo da una considerazione di fondo. L’innovazione finanziaria che ha consentito alle banche – mediante la cartolarizzazione del credito – di condividere il rischio ha accresciuto l’efficienza dei mercati finanziari?

La risposta è sì, nella misura in cui il rischio di credito è stato effettivamente parcellizzato e trasferito ad una platea di investitori consapevoli. Qui ci sono tre problemi. In primo luogo, la cartolarizzazione del credito riduce l’incentivo delle banche al "monitoring" dei debitori. In secondo luogo, talvolta il rischio di credito, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra per le banche o istituzioni ad esse riconducibili che hanno riacquistati titoli strutturati come "pacchetti" di mutui. In terzo luogo, in molti casi il rischio è stato nascosto agli investitori. Ciò vale non solo per i debitori di mutui sub-prime – spesso descritti come finanziariamente analfabeti – ma anche per gli operatori più sofisticati. C’è un evidente deficit d’informazione e trasparenza in molte delle operazioni e degli strumenti che sono stati utilizzati nella recente ondata d’innovazione finanziaria.

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comedonchisciotte

Lo tsunami finanziario

di F. William Engdahl

c4I. IL DEBITO IPOTECARIO SUBPRIME E’ SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG


Parte 1: la dolorosa lezione della Deutsche Bank

Perfino i miei amici esperti banchieri mi assicurano che a parer loro il momento peggiore del cataclisma da cui sono state colpite le banche statunitensi è oramai superato, e che la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Ma nel loro roseo ottimismo manca la percezione dell'ampiezza del deterioramento in atto sul mercato mondiale del credito, che ruota attorno al mercato americano dei titoli garantiti, e in particolare a quello delle COD (Collateralized Debt Obligations) e delle CMO (Collateralized Mortgage Obligations). Ogni attento lettore ha senz'altro sentito dire "Si tratta di una crisi del mercato statunitense del debito ipotecario subprime". Ma quasi nessuno di quelli che conosco ha capito che il problema dei subprime è solo la punta di un colossale iceberg, ora in lento scioglimento. Vi faccio un esempio recente per spiegarvi la mia convinzione che lo "tsunami finanziario" stia solo cominciando.

Pochi giorni orsono la Deutsche Bank ha subito un rude colpo quando un giudice dell'Ohio (USA) ha emesso