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sinistra

Capitalismo 2017

La Grande depressione e l’ascesa di Trump: ovvero la tragedia e la farsa

di Antonio Carlo

Questo lavoro riprende le ricerche degli anni passati pubblicate su Sinistrainrete ai seguenti link: 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016

45873811) L’economia mondiale nel 2017, i mali di sempre senza soluzione

A) Scienza economica ed istituzioni davanti alla Grande depressione. Confusione ed impotenza

La Grande depressione in atto1 ha spinto la scienza economica in una situazione di incertezza estrema (alludo ovviamente a quegli studiosi che non sono struzzi per vocazione e convenienza). Due economisti italiani (entrambi conservatori) scrivono (relativamente ai “perché” della crisi”): “Alcuni economisti affermano di sapere perché: scarsa domanda (pubblica), diseguaglianze che riducono i consumi delle famiglie, calo della produttività, salari che non crescono: la verità è che non sappiamo se davvero vi sia una stagnazione secolare, e se ci fosse da che cosa dipenda. Sarebbe molto più utile se gli economisti riconoscessero la difficoltà di capire un periodo anomalo e di grande incertezza invece di pronunciare “verità”. L’incertezza è l’unico fulcro intorno al quale ruotiamo e l’incertezza non aiuta ad investire ed accrescere.

L’unica soluzione è diventare più innovativi, in modo da ridurre i nostri costi e rendere più difficile a Cina ed India di imitare i nostri prodotti”.2

Come si vede impotenza totale: le cause della crisi sono incomprensibili ed allora cerchiamo di aumentare produttività ed innovazione, mettendo tra parentesi un piccolo problema: essere più produttivi significa produrre di più con meno addetti (nel capitalismo), il che non giova certo ad una occupazione molto più depressa di quanto non dicano statistiche da struzzi3.

L’incapacità di prevedere l’andamento dell’economia e di prevenire le crisi è sempre più chiara dagli anni ’70, da quando Giscard d’Estaing volle il G6 (poi diventato G7, G8, G20) come embrione di un governo mondiale dell’economia le crisi sono diventate normali: due studiosi americani ne hanno censite più di 400 (tra crisi bancarie, monetarie, borsistiche) nel periodo 1970-20114, quasi una al mese; né dopo la situazione è cambiata basti pensare alla riemergente crisi greca o alle guerre valutarie (ad esempio le svalutazioni a raffica dello yuan nell’estate 2015)5. Nessuno saprebbe dire cosa hanno fatto i G per prevenire tali crisi, o cosa hanno proposto di operativo per ridurre disoccupazione e debito pubblico, o per aumentare salari e consumi; l’ex premier inglese Cameron ebbe a dire lapidariamente, qualche anno fa, che si era prodotto solo “un cimitero di documenti”.

Tale impotenza emerge anche dal comunicato del 9.8.2007 della Fed. dove si legge: “I mercati finanziari sono stati volatili nelle ultime settimane e le condizioni del credito sono diventate più restrittive per alcune famiglie ed imprese, mentre prosegue la correzione dei valori immobiliari. Non di meno sembra probabile che l’economia continui ad espandersi sostenuta da una solida crescita dell’occupazione ed una robusta economia globale”6.

Nel dicembre dello stesso anno ha inizio la Grande depressione che viviamo. Era imprevedibile tutto ciò? Al contrario era prevedibilissimo: chi scrive pubblicò nel 2005 e nel 2007 due articoli in cui prevedeva che l’economia mondiale era un treno lanciato verso il baratro7, ma moltissimo tempo prima un’economista tedesco-americano previde, nel pieno del boom post-bellico, che l’automazione poneva in prospettiva problemi drammatici8, nessuno lo prese in considerazione, i Nobel notoriamente vanno ad altri, quasi sempre persone mediocri o studiosi legati a filo doppio al sistema . Tra i pochi che i Nobel lo hanno vinto con pieno merito c’è il prof. Phelps, che fu tra i primi, con Rifkin, a evidenziare che la disoccupazione americana, nel pieno del boom del secondo mandato di Clinton, era enormemente più elevata di quanto dicessero le statistiche9; alla vigilia della crisi attuale, quando la Fed favoleggia di una solida ripresa dell’occupazione, il tasso di partecipazione della forza lavoro al mercato del lavoro (occupati + disoccupati in cerca di lavoro) era al 66%, un tasso decisamente basso rispetto alla situazione dei paesi europei10. Quando i problemi sono drammatici e non se ne vede la soluzione emerge nel sistema un riflesso di autodifesa e di conservazione che consiste nell’ignorare il problema stesso, per cui chi lo sottolinea è visto con avversione, è considerato un gufo o peggio un untore, e così per non essere gufi si finisce per fare gli struzzi. Una notevole economista, Joan Robinson, ebbe a dire una volta che l’economia politica è la scienza più vicina alla teologia ed aveva pienamente ragione: il capitale è il Dio degli economisti (nella loro schiacciante maggioranza almeno) e Dio non si discute ed è altresì onnipotente e generoso, certo pone dei problemi ma poi li risolve (“vede e provvede”) il mercato capitalistico può tutto. Per quanto, a crisi scoppiata, un simile contegno appaia ridicolo (ormai sono 10 anni che attendiamo l’arrivo della provvidenza divina che non si vede) c’è chi lo persegue, per non parlare di coloro che sostengono che la crisi è addirittura passata. Per costoro si può provare solo un sentimento che oscilla tra il disprezzo e la pietà.

 

B) PIL inadeguato, debito crescente

La tabella che segue (OCSE giugno 2017) illustra bene la situazione dell’economia mondiale nel 2017

 

Tabella n. 1

Crescita PIL per aree e paesi 2017/18

Paesi

Crescita % PIL 2017

Crescita % PIL 2018

Mondo

3,5%

3,6%

India

7,3%

7,7%

Cina

6,6%

6,4%

USA

2,1%

2,4%

Giappone

1,4%

1%

Eurozona

1,8%

1,8%

Germania

2%

2%

Francia

1,3%

1,5%

Italia

1%

0,8%

UK

1,6%

1%

Brasile

0,7%

1,6%

Russia

1,4%

1,6%

Come si vede siamo nettamente al di sotto degli anni 2004/2007 quando il Pil mondiale crebbe attorno al 5%, o ai livelli del 2010/11 (anno di ripresa dopo il calo del 2009)11 e si tratta, come ho detto varie volte, di uno sviluppo modesto, a stento sufficiente per sostenere i costi di allevamento delle nuove generazioni che assorbono 3 punti di Pil all’anno ogni 1% di crescita demografica12; ora la crescita della popolazione mondiale è prevista per i prossimi anni all’1,1% (“Economist”) il che implica un accantonamento di 3,3 punti di Pil l’anno.

Ma altre considerazioni possono farsi disaggregando il dato: i paesi ricchi crescono meno della media con tassi che non permettono un’adeguata utilizzazione degli impianti e degli investimenti fatti; le oscillazioni del mercato e della domanda rendano fisiologico un mancato utilizzo degli impianti del 10%, ma quando si superano quei livelli l’investimento fatto rimane improduttivo, è una perdita secca che l’ufficio studi della Confindustria valutò nel 2011 al 2,6% del Pil con un tasso di sviluppo dell’1,4%13. Ora nei principali paesi capitalistici lo sviluppo medio degli ultimi 10 anni è vicino o inferiore a questa soglia critica dell’1,4%14,il che implica una perdita reale di risorse. In realtà la tendenza storica nei paesi avanzati è nel senso di un elevato tasso di inutilizzo degli impianti: al tal proposito sono indicativi i dati sull’economia guida del sistema, gli USA, dove nel 1923 si raggiunge il record del 94% come tasso di utilizzo degli impianti, nel triennio seguente caliamo all’88% circa e nel triennio 1927/29 si cala ulteriormente all’83% circa, dato che precede la Grande depressione degli anni ‘3015; nel periodo 1972/2009 il tasso di utilizzo degli impianti in USA è solo all’80,6%16, lontano dal picco del 1923 ed inferiore anche agli anni che precedono la Grande depressione degli anni ’30. Ci vorrebbe un tasso molto più robusto per ottenere un’adeguata utilizzazione degli impianti stessi, un tasso da anni ’50 o ’60 quando nell’area OCSE l’economia tirava in modo miracoloso, ma ormai quello sviluppo è solo un ricordo sbiadito.

Se poi passiamo ai paesi emergenti ci rendiamo conto di un’altra serie di problemi. Formalmente il loro tasso di sviluppo è molto più elevato dei paesi ricchi, siamo al 6-7%, molto più dei paesi avanzati ma molto meno di quanto necessiti ai paesi emergenti. Questi paesi infatti, hanno un Pil procapite bassissimo e per avvicinarsi ai ricchi devono mantenere uno sviluppo a due cifre altrimenti il distacco rimane incolmabile in tempi storici. La situazione nel 2016 (segnalata dal Fmi) è la seguente:

 

Tabella n. 2

Pil procapite nel 2016 (in $)

Paesi

Pil procapite

G7

46.588

USA

57.231

Eurozona

34.118

Bric

5.455

Cina

8.145

India

1.682

Brasile

8.780

Russia

12.414

Il Bric è al 9,53% del Pil procapite USA , la Cina è al 14,23% (la differenza in cifra assoluta tra USA e Cina è di 49086$ procapite) l’India è al 2,94% del Pil procapite USA con una differenza in cifra assoluta di 55.549 $. Il distacco rimane abissale ma c’è una cosa ancora più grave poiché è cresciuto il numero di anni necessari a Cina ed India per raggiungere gli USA. Due anni fa ho calcolato che la Cina, con i ritmi di sviluppo a due cifre del periodo 2002/12 poteva raggiungere gli USA nel Pil procapite in 80-90 anni17, ora però nel periodo 2012/16 la Cina ha rosicchiato agli USA, nel Pil procapite, solo lo 0,62% l’anno del distacco, con un simile trend occorrerebbe circa 140 anni per raggiungere gli USA; per l’India avevo calcolato circa 600 anni, epperò dopo altri 4 anni (2012/16) l’India è passata dal 2,9% del Pil USA al 2,94% con una progressione dello 0,01% l’anno, con questo trend ci vorrebbe un secolo per rosicchiare solo 1 punto nella differenza con gli USA, un dato da capogiro.

Ovviamente questo si ripercuote anche nel gap tecnologico: “Il gap tecnologico – cioè il tempo che occorre ad un gruppo selezionato di economie emergenti per disporre di una dotazione tecnologica comparabile a quella di paesi occidentali – è cresciuto dal 2005 ad oggi da 12 a 16 anni”18.

I paesi emergenti sono costretti a correre e non possono permettersi un ritmo del 6-7% che, per le loro necessità, è bassissimo. I tassi di sviluppo (quello mondiale e quello parziale sia dei paesi ricchi che degli emergenti) sono assolutamente inadeguati per affrontare i problemi sul tappeto.

Ma non è tutto, per crescere poco e male ci si deve indebitare come mai prima: l’anno scorso ho riferito un dato del Fmi sull’indebitamento globale (Stati, famiglie, imprese) pari al 225% del Pil mondiale19, quest’anno la Bri fornisce un dato simile 220% (175% nel 2007) quanto alle famiglie dal 2007 ad oggi saremmo passati dal 52% al 63% del Pil mondiale come quota di indebitamento; è chiaro che il debito cresce molto più del Pil e tutti, dai governi austeri a quelli sviluppisti (con relative banche centrali), spendono a più non posso, infatti: “All’inizio del 2006 la somma dei bilanci della Fed, della Bce, della Banca del Giappone, della Banca Popolare di Cina, della Bank of England, e della Banca Nazionale Svizzera era poco più di 5000 miliardi di dollari (…) giunti a metà del 2017 siamo a 19 mila miliardi di dollari”20.

Si è inondata l’economia di miliardi a tassi di interesse sottomarini per sostenere il credito e quindi l’indebitamento di Stati, famiglie ed imprese, senza questo anche la ripresa asfittica e falsa che viviamo non ci sarebbe, un giro di vite su tassi e liquidità lascerebbe gli Stati, le famiglie e le imprese (quelle almeno che dipendono dal credito), a secco con le conseguenze immaginabili. La Bce con la sua politica di tassi bassi ha fatto risparmiare ai governi dell’Eurozona, 1000 miliardi di euro, il 7,5% del proprio Pil alla Germania, il 10% a Francia, Belgio ed Austria ed il 10,5% all’Italia, senza questo aiuto bilanci ed economia sarebbero in tilt21.

Ma non è tutto. Il prof. Tirole (Nobel dell’economia 2014), scrive: “Il debito pubblico di un paese comprende soltanto quello che è dovuto con certezza. Il lettore forse resterà sorpreso di scoprire che la sua pensione non fa parte degli obblighi di Stato. Essa dipende da un “fuori bilancio”, per cui lo Stato non è obbligato ad emettere il pagamento corrispondente (in altri termini, non è vincolato in merito al suo ammontare e può in teoria modificare le pensioni, anche se naturalmente ci penserà due volte prima di farlo). Questo impegno dello Stato, non contabilizzato nel debito pubblico, rappresenta in Francia il 90% delle pensioni (contro circa il 60% del Regno Unito e un po’ meno in Olanda ). Più in genere uno studio recente stima che 20 paesi dell’OCSE abbiano un indebitamento non finanziato pari al 78 trilioni di dollari, cifra da aggiungere al loro debito ufficiale di 44 trilioni”22.

Come si vede un altro 100% di Pil mondiale coperto da debiti occulti di 20 paesi OCSE (nemmeno tutti i componenti dell’organizzazione). Arriviamo così al 320% del Pil mondiale e nella cifra non sono comprese le stime sui cosiddetti derivati, da me riferiti dai miei precedenti lavori, che oscillano da 700 mila a 1,5 milioni di miliardi di dollari e cioè da 9 a 20 volte il Pil mondiale. L’economia mondiale annaspa su un oceano di debiti.

 

C) Il “problema eterno” di evasione ed elusione fiscale

L’anno scorso ho riferito stime sull’evasione fiscale a livello mondiale che la collocano tra i 21 mila e i 31 mila miliardi di dollari, ciò in base a ricerche documentatissime che fanno capo anche alla Banca mondiale23; inoltre gli esponenti della vecchia Commissione europea hanno affermato davanti al parlamento UE, che in Europa l’evasione fiscale significa ogni anno una perdita di 1000 miliardi di euro24.

Di recente , però, uno scrittore, il cui lavoro ha avuto la benedizione del prof. Piketty, ha affermato che l’evasione concerne solo patrimoni per 6800 miliardi di euro da cui deriverebbe una perdita di gettito, a livello mondiale, di soli 170 miliardi di euro l’anno25. La cosa lascia, a dir poco, perplessi, poiché con aliquote fiscali che possono arrivare al 40%, per i grandi evasori (come sono certo quelli considerati) una perdita del gettito fiscale di soli 170 miliardi (meno del 3%) mi sembra veramente poco. Lo stesso autore, però, ammette che la sua valutazione è molto bassa26 e senza dubbio lo è: infatti non si tiene conto di alcuni criteri consolidati per valutare l’evasione, primo tra tutti il rapporto tra il volume dei redditi dichiarati ed i dati della contabilità nazionale. A tal proposito uno studio pionieristico in materia (inizio anni ’60 del secolo passato) rivelava che già dagli anni ’40 in USA il 14% del reddito nazionale latitava nelle dichiarazioni dei redditi27, ciò che in anni recenti ha rilevato anche il nostro Istat (da me ripreso nelle mie passate ricerche). Quanto poi alle imposte sui consumi il calcolo è analogo: si confronta il volume di affari con gli incassi fiscali e si quantifica l’evasione che in Europa per la sola Iva (che è una delle varie imposte sui consumi) è stata valutata, in sede UE, a 152 miliardi di euro (35 addebitati all’Italia)28.

Non mi rimane, dunque, che riconfermare il valore delle precedenti ricerche molto più complete e complesse, ma in realtà questi dati rappresentano solo una parte rilevante del problema, che è anche più vasto e di molto. Accanto all’evasione (occultamente illegale dei debiti) c’è anche l’elusione o l’erosione della base imponibile che sono perfettamente legali e che esprimono una sorta di resa degli Stati agli evasori: dal momento che è impossibile stanare l’evasione si abbassano le aliquote sperando che gli evasori accettino di pagare di meno; epperò questa è una dichiarazione di debolezza, il grande capitale intasca la riduzione e continua per il resto ad evadere il fisco: diceva Pierpont Morgan “Se lo Stato non è in grado di riscuotere le proprie tasse sarebbe da fessi pagargliele”.29

Esemplare il caso della Apple che si è installata in Irlanda dove dovrebbe pagare il 12,5% di imposta sui profitti societari contro il 35% degli USA (paese di origine) ma che con abili giochi di bilancio paga solo lo 0,005%30, come dire pagare il nulla è meglio (in termini di profitto) che pagare poco.

Ma qual è il costo di questa autentica resa agli evasori? Negli anni ’60 e ’70 le corporations americane hanno usufruito di sconti fiscali pari a 639,5 miliardi di dollari rispetto agli anni ’50, nello stesso periodo il debito federale USA è cresciuto di 616,8 miliardi di dollari, mentre il Pil italiano del 1975 era, al cambio dell’epoca, pari a 181,5 miliardi di dollari: ciò significa che il regalo fatto dal fisco USA era pari a 3,5 Italie del 197531. Non meno generoso è stato il fisco nei confronti dei redditi individuali, un enorme volume di esenzioni distribuito in modo direttamente proporzionale al patrimonio: chi ha più ha ricevuto di più e chi ha poco ha ricevuto nulla o quasi32 sicchè il fisco appare sempre più regressivo33. Emblematico è il caso del petroliere del Paul Getty senior che avrebbe dovuto pagare 70 milioni di dollari di tasse ma se la cavava con poche migliaia di dollari34. Alla fine del secolo inoltre, sotto la presidenza Clinton, 2400 superricchi non pagano tasse ed altri 18mila se la cavano versando solo il 5% del proprio reddito35.

Ancor più eclatante è la vicenda di Warren Buffet che ha espresso il desiderio, qualche anno fa, di pagare le stesse tasse della sua segretaria, e cioè circa il 40% della sua base imponibile. Il fatto era, tuttavia, che la base imponibile di questo grande capitalista era pari a 40 milioni di dollari, in rapporto ai quali Buffet voleva pagare 16-17 milioni di dollari contro i 6-7 che effettivamente pagava. Buffet però ha un patrimonio attualmente stimato in 80 miliardi di dollari (50-60 miliardi qualche anno fa quando avvenne questa sua pubblica dichiarazione) il che significa che la sua base imponibile rappresenta una frazione infinitesimale del suo patrimonio (meno dello 0,1%) e questo dà l’idea di come sia possibile attraverso una montagna di detrazioni ridurre quasi a zero la base imponibile degli uomini tra i più ricchi al mondo.36

Ma non è tutto. Questa incredibile benevolenza fiscale sembra poca cosa al prof. Martin Feldstein, capofila degli economisti conservatori americani, per il quale la tassa sui profitti delle grandi società andrebbe ridotta dall’attuale 1,6% del Pil americano alla metà, lo 0,8%37, ciò che intende realizzare l’amministrazione Trump.

Ma gli Stati Uniti non sono i soli a perseguire una simile politica che è assolutamente generale: nel 1997 il commissario europeo Monti dichiarò pubblicamente che le grandi imprese multinazionali mettevano in concorrenza tra loro gli Stati offrendo i propri investimenti a chi concedesse le aliquote fiscali più basse con la conseguenza che la pressione fiscale si era trasferita dal capitale al lavoro38. Anche nell’area OCSE la tendenza è la stessa: l’Fmi rileva che in quell’area l’aliquota media più elevata sui redditi individuali era nel 1981 al 62% che cala al 35% in media nel 200539.

Le conseguenze di simili scelte si possono facilmente supporre: la pressione fiscale, colpendo massicciamente lavoratori dipendenti e pensionati, influenza negativamente i consumi privati e con essi la dinamica dell’economia. Parallelamente la quota crescente di ricchezza che fa capo alle IM ed ai grandi patrimoni, e che può eludere o evadere agevolmente il fisco, apre buchi enormi nei bilanci degli Stati moderni che hanno esigenze di spesa incontenibili (istruzioni, sicurezza, difesa, salute, etc.), per cui dagli anni ’70 in poi esplode il fenomeno del debito pubblico dei principali paesi che si impenna verso l’alto, come ho ampiamente documentato negli anni passati; si ha inoltre un effetto perverso e paradossale: lo Stato subisce l’evasione e l’elusione fiscale ed è costretto a chiedere capitali in prestito a chi dispone dei capitali stessi e cioè agli evasori ed elusori, per cui diventa sempre più debole e permeabile alle loro richieste che sono nel senso di una costante riduzione della pressione fiscale che grava sulle grandi ricchezze e che finisce con lo scaricarsi sui piccoli e medi contribuenti.

La giustificazione di un simile contegno è espressa in modo brutale da un imprenditore italiano emergente e rampante “La ricchezza e il lavoro la creano i ricchi e non i poveri”, espressione cruda che corrisponde alle idee degli economisti conservatori, ma che non risponde alla realtà dei fatti. Gli investimenti di lavoro ne creano sempre meno, come vedremo tra breve e ci sono esempi lampanti di investimenti finanziati con danaro pubblico che di occupazione praticamente non ne creano.

A tal proposito Massimo Gaggi ha rilevato che una grande multinazionale di Taiwan (la Foxconn) ha promesso di creare uno stabilimento in USA che darà lavoro con certezza a 3000 operai ed in cambio il fisco USA regalerà a quella IM 3000 milioni di dollari di esenzioni fiscali, che se tutto va bene saranno rimborsati nel 2043; tanto varrebbe, osserva Gaggi, tenere gli operai a casa e pagare loro il salario di qui alla pensione, con 3000 milioni di potrebbe farlo40. Né questo è un caso isolato, la Apple ha creato in Irlanda 6000 posti di lavoro ed ha ottenuto un extra sconto fiscale di 13 miliardi di euro in tasse41, più di 2 milioni di euro ad operaio. La stessa banca d’Irlanda ha calcolato che il debito del paese, pari al 76% del Pil, gravava in realtà su una massa di persone che si divide 190 miliardi del Pil irlandese, mentre gli altri 70 miliardi dello stesso Pil (totale 260 miliardi) va alle IM che operano nel paese, per cui il peso del debito che grava sui contribuenti irlandesi è pari al 106% del loro Pil42.

Un simile calcolo ha un senso solo se si parte dal presupposto che le IM danno un contributo quanto mai modesto alle casse dello Stato, il che è vero: il 12,5% che può ridursi a 0 o quasi, come dimostra la vicenda Apple, è veramente poco o nulla per cui quasi tutto o quasi grava sulle spalle dei contribuenti irlandesi, in cambio le IM creano solo il 7% della occupazione irlandese43, il che significa che il vantaggio occupazionale è modesto ed il costo che l’Irlanda subisce in termini di aumento del debito e di compressione dei redditi reali dei propri cittadini è enorme.

Ma non è tutto. Le IM oltre a creare pochissima occupazione spesso sostitutiva e non aggiuntiva44, contribuiscono a creare disoccupazione e sottoccupazione. L’evasione o l’elusione fiscale realizzata dalle IM e dai grandi ricchi fa saltare i bilanci degli Stati che subiscono perdite enormi e che, in conseguenza di ciò, non possono più svolgere la funzione di spugna della disoccupazione, che il pubblico impiego ha svolto nei paesi industriali avanzati dal dopoguerra agli anni ’70. La tesi che sono le imprese e non lo Stato che creano occupazione è una tesi falsa, negli anni prima indicati lo Stato ha svolto una funzione formidabile di creazione di posti di lavoro anche nei momenti di crisi45.

Dal momento però che i posti di lavoro esigono risorse la crisi fiscale dello Stato impedisce a quest’ultimo di svolgere questa funzione : è diventata quasi una funzione meritoria ridurre i pubblici dipendenti e addirittura licenziarli, proprio perché sono le imprese che dovrebbero creare lavoro, le imprese però il lavoro non lo creano46 e quindi le tendenze all’aumento della disoccupazione si impennano, anche se in campo statistico si fa di tutto per nascondere il fenomeno.

Inoltre la concorrenza delle IM mette in difficoltà estrema le piccole e medie imprese che non hanno i livelli di produttività delle IM: l’e-commerce ed Amazon fanno fallire non solo le piccole librerie47 ma anche imprese grandi ma tradizionali, come è accaduto di recente ad un gigante della produzione e distribuzione di giocattoli in USA, sommerso da 400 milioni di dollari di debiti dovute alla concorrenza dell’e-commerce. A questo si aggiunga un altro rilievo: le piccole e medie imprese a bassa produttività, che non siano in grado di modernizzarsi, se non falliscono sono costrette a sopravvivere ai margini del mercato, intensificando lo sfruttamento dell’unico elemento che controllano e cioè la forza lavoro che è sempre più sfruttata con forme di lavoro precario, parziario e sottopagato48. Ciò incentiva la scarsa dinamica dei consumi che è rilevabile da alcuni dati molto chiari: l’impoverimento del mondo del lavoro nei paesi più ricchi ha comportato il calo della percentuale dei consumi, dei paesi ricchi sul Pil mondiale49 che non è stato compensato dalla crescita dei consumi dei paesi emergenti, dove la massa dei lavoratori vive in condizioni di sottosalario pesantissimo50.

Inoltre il ristagno (o comunque la scarsa dinamica) dei consumi riduce le possibilità di investimenti produttivi sicché il capitale fluisce verso investimenti speculativi che non creano ricchezza ma trasferiscono soldi da una tasca all’altra attraverso contratti che sono autentiche scommesse: si scommette su tutto dai prezzi del petrolio a quelli del grano, dall’apertura delle borse alle decisioni delle grandi agenzie di rating, tutte cose che concernano una ristretta élite di privilegiati ed escludono la grande massa di popolazione; accade dunque che il capitalismo assume un carattere sempre più finanziario e speculativo e sempre meno produttivo sicché: “Il valore delle attività finanziarie mondiali a fine 2015 ammontava a 741 trilioni di dollari, solamente un terzo dei quali (249 trilioni) era costituito da attività riferibili alla produzione di beni o servizi (azioni, obbligazioni prestiti bancari), mentre 492 trilioni erano rappresentati da strumenti sintetici che nulla hanno a che vedere con investimenti industriali o iniziative commerciali”51.

Davanti a questa realtà sempre più pesante il dibattito sulla lotta all’evasione o all’elusione (che è la legittimazione dell’evasione stessa) segna il passo. Il parlamento europeo ha di recente varato norme per impedire che si ripeta lo scandalo Apple, che fa comparire le proprie attività dove sono meno tassate, adesso occorrerà indicare effettivamente dove l’attività è svolta e dove quindi dovrà essere tassata, però i governi potranno concedere deroghe “all’obbligo di fornire una o più informazioni commercialmente sensibili”52.

I governi in questione sono quelli che hanno stipulato nella UE 547 accordi con le IM relativi a regimi speciali di favore in campo fiscale, accordi tenuti segreti per non scatenare rivolte “populiste” dei contribuenti che le tasse le pagano53. Tra questi governi ci sono paradisi fiscali come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Olanda, Gibilterra, le isole della Manica francesi e inglesi54.

Si noti poi che l’Irlanda secondo la UE dovrebbe essere titolare di un credito di 13 miliardi di euro con la Apple, ma il governo di quel paese ha dichiarato che mai e poi mai cercherà di riscuotere una simile cifra il cui peso graverà ovviamente sulle spalle dei cittadini irlandesi che, come ammette la stessa Banca d’Irlanda, subiscono il peso di un debito che grava non sul 76% del Pil ma sul 106% della loro quota di Pil. Viene qui in luce la debolezza delle posizioni dei governi in concorrenza tra loro per strapparsi reciprocamente investitori e clienti a colpi di benevolenza fiscale, e non è solo l’Irlanda ma è tutta la UE a farlo assieme alla stessa superpotenza USA che di regali fiscali a IM e ricchi ne ha fatte a bizzeffe e che vorrebbe ulteriormente ridurre il carico fiscale relativo alle tasse sui profitti allo 0,8% del Pil americano (nel 1955, prima che iniziasse questa sfacciata politica di sostegno ai profitti, era pari al 5,8% del Pil americano).

Questa concorrenza è riemersa di recente quando il governo Hollande ha tentato di imporre una tassa del 75% sui redditi più alti e paesi della UE come il Belgio ed il Regno Unito (oltre che la Russia) si sono precipitati ad offrire rifugio e protezione ai Paperoni francesi. Il nostro governo (ed il nostro parlamento) ha varato, a sua volta, una legge che fissa in 100 mila euro l’anno, la tassa per i ricchi che mettono la loro residenza da noi e che riguarderebbe i redditi da essi conseguiti all’estero55; nulla di nuovo sotto il sole, è un’abitudine consolidata che non riguarda solo i ricconi, anche i nostri pensionati che, se vanno a vivere alle Canarie, o in Portogallo o in Bulgaria avranno regimi fiscali di assoluto vantaggio, tentare di soffiarsi reciprocamente i contribuenti a “prezzi di saldo” è un’abitudine inveterata che rende gli Stati subalterni a coloro che dispongono di capitali o anche di pensioni appetibili.

Quanto poi alla Tobin tax (la tassa sulle transazioni finanziarie) è stata un flop: l’Italia l’ha varata ma ciò ha solo favorito l’emigrazione degli affari verso mercati più permissivi56, riemerge il cancro della concorrenza tra Stati che li indebolisce tutti. Non meno deprimente è il bilancio della web tax e cioè della tassa concernente i giganti del web come Google, che eludono allegramente il fisco. I paesi UE, considerati paradisi fiscali (Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro etc.) si oppongono e frenano, gli altri minacciano di agire da soli, ma qui come in altri casi, senza un coordinamento mondiale appare difficilissimo agire, inoltre la concorrenza tra Stati impedisce la realizzazione del coordinamento stesso: si tratta di un circolo vizioso da cui non si sa come uscire e quindi si passa da rinvio a rinvio.

Ma a voler tutto concedere, se anche si arrivasse ad una tassa sul fatturato, come molti vogliono, niente potrebbe impedire alle imprese di scaricarla sui consumatori come avviene per l’Iva e sulle altre tasse sui consumi57.

Infine il segreto bancario che è sotto accusa; di recente da più parti in Italia e non solo si sostiene che occorre abolirlo per lottare contro l’evasione fiscale. Epperò il direttore generale dell’ABI Giovanni Sarotino osserva che in Italia il segreto bancario non c’è più da anni58. Ed ha ragione, poiché dal 2009 dovrebbe essere operativa da noi l’anagrafe tributaria dove dovrebbero confluire tutti i dati su conti e depositi; ma la Corte dei Conti rileva, quasi fosse un gufo marxista, che non c’è stato alcun effetto pratico di tale riforma59.

Ciò significa che se si fanno riforme ma non si ha la forza politica di attuarle, le riforme stesse rimangono sulla carta e la debolezza degli Stati verso le IM e i Paperoni non è un fenomeno solo italiano ma mondiale: Stati che fanno regali fiscali del calibro che abbiamo visto non sono molto credibili quando dicono che vogliono abolire seriamente il segreto bancario; oltretutto se accerti che da un conto è partita una rimessa verso una IM situata in un paradiso fiscale dove il libro dei soci è riservato ed esistono le azioni al portatore, non saprai mai chi è il vero destinatario di quella rimessa. Il nodo è sempre quello la concorrenza tra Stati che sono sempre più deboli per i motivi che abbiamo visto e che impediscono loro un serio coordinamento delle politiche fiscali in chiave antievasione, evasione che essi stessi proteggono ed incentivano.

 

D) Diseguaglianze crescenti e fuori controllo

Ogni anno segnalo la crescita delle diseguaglianze sia a livello mondiale, sia tra Stati che all’interno degli Stati60, e ogni anno un istituto come l’OXFAM ci ricorda come la situazione evolva: nel rapporto 2016, pubblicato all’inizio del 2017 si rileva che 8 superricchi hanno una ricchezza accumulata (patrimoni) pari a quella detenuta dalla metà più povera dell’umanità61. Per quel che concerne il reddito annuo nel paese guida del capitalismo, gli USA, l’1% superiore deteneva nel 2013 il 21,2% del reddito contro l’8,9% del 1973, quanto allo 0,01% superiore deteneva il 4,9% del reddito nel 2013 contro lo 0,8% del 197362; si noti poi e qui ci riferiamo ai redditi ufficiali, non a quelli accantonati e nascosti nel Delaware o in Nevada o nei paradisi fiscali dei Caraibi etc. etc.

Si tratta di cifre agghiaccianti ma non inspiegabili: la classe operaia si è indebolita (a causa dell’esplosione della disoccupazione) ed ha perso quote di salario notevolissime, il 10% del Pil dal 1976 al 2006 con punte del 15% in Italia ed in Giappone, inoltre secondo un’inchiesta dell’Istituto McKinsey dal 2006 al 2014 il 70% della popolazione dei 25 paesi più ricchi (in media) ha perso quote rilevanti del proprio reddito63. Si è rilevato inoltre: “Dall’inizio del secolo – al contrario di quanto accaduto nella seconda metà del ‘900 – il reddito d’impresa viene allocato per circa il 35% al lavoro ed il 65% al capitale”64.

Per quanto concerne gli USA si è rilevato: “Nel 1970 la percentuale spettante al lavoro sull’output del settore manifatturiero era del 40%, mentre nel 2008 era scesa al 25% (…) tra il 1989 ed il 2009 mentre la media del reddito nazionale cresceva del 3% dai dati ricavati dal censimento emerge che i redditi reali procapite del 20% più povero della popolazione scendevano dell’1%”65.

La disoccupazione e la sottoccupazione hanno colpito pesantemente i lavoratori (operai e ceti medi impiegatizi) che hanno visto calare la loro quota di redditi divenuta sempre più ridotta. Né lo Stato ha assistito passivamente a ciò ma è intervenuto con una politica di acquiescenza all’evasione e all’elusione fiscale che ha buttato benzina sul fuoco delle diseguaglianze sociali. La stessa crescita esplosiva del debito pubblico crea diseguaglianza: lo Stato chiede soldi a chi evade ed elude il fisco e paga interessi che sono pari a vari punti di Pil l’anno sicché il peso di questo onere grava su chi le tasse le paga effettivamente con il risultato che la forbice si allarga vieppiù anno dopo anno. Ormai anche nell’ambito delle FMI si sostiene il ritorno ad una tassazione fortemente progressiva, come negli anni ‘5066.

Gli Stati emergenti, a loro volta, hanno potuto tenere il passo grazie a uno sviluppo a due cifre negli anni passati quando il mercato mondiale tirava, adesso il ristagno dei consumi nei paesi ricchi, di cui abbiamo evidenziato le cause, finisce con il ripercuotersi negativamente anche sui paesi emergenti che non possono più esportare come prima.

Né è pensabile che essi possano compensare con l’aumento dei consumi interni data la presenza, in paesi come l’India e la Cina, di una massa enorme di sottoccupati (soprattutto ma non solo nelle campagne) disposti a lavorare per salari da fame.

Da qualunque angolo visuale si consideri questa situazione essa appare del tutto bloccata.

 

 

2) Segue. Il male per l’eccellenza: la disoccupazione. Dimensioni, cause e rimedi inconsistenti e risibili (se ci fosse da ridere)

 

A) Dimensioni del fenomeno

Da più parti si esalta la ripresa dell’occupazione negli ultimi 2-3 anni: gli Usa sarebbero al pieno impiego o quasi67 ; in Europa la Bce sottolinea che negli ultimi anni sono stati creati 7 milioni di posti di lavoro e, ci dice l’”Economist”, nel 2014 la disoccupazione a livello mondiale è solo al 5,9%.

Tutto dunque si starebbe aggiustando, per gli struzzi aggiungo io. Infatti il tasso di occupazione (persone in età di lavoro che effettivamente lavorano) è al 61,2% (e vi rientrano sia quelli che lavorano 40 ore settimanali sia quelli che lavorano solo un’ora alla settimana) contro il 62,3% di 20 anni fa68 ed il 60% accertato dall’inchiesta ILO – ONU del 2011. Su 100 persone in età di lavoro ne lavorano solo poco più di 60, gli altri, tranne quelli che cercano attivamente lavoro, non sono disoccupati, ma inattivi, inoccupati, scoraggiati o senza lavoro. Si tratta di una finzione nominalistica che convince sempre meno: in USA paese guida del sistema capitalistico i disoccupati sarebbero solo il 4,1-4,2% epperò il tasso di partecipazione della forza lavoro nel mercato del lavoro è rimasto inchiodato negli ultimi anni al 62,5% - 63 % , nel 2008 era al 66% nel 2000 il 67,1%. Ora un punto in meno percentuali significa circa 2,5 milioni di persone, rispetto al 2000 in America ci sono circa 10 milioni di scoraggiati in più; il prof. Daveri osserva che negli ultimi 75 mesi si sono creati 150 mila posti di lavoro in più al mese ma gli scoraggiati sono aumentati di 7,5 milioni rispetto al 200869.

Ora questa percentuale di partecipazione al mercato del lavoro è estremamente più bassa di quella dei paese europei che si colloca al 72-73% mediamente (quella tedesca è vicina all’80%). Il mercato del lavoro americano è molto meno attrattivo di quello europeo e lo era anche nel 2000 al culmine della ripresa di Clinton quando superava di poco il 67%; lo stesso discorso vale anche per altri paesi, ad esempio gli Emirati Arabi Uniti (circa 10 milioni di abitanti e un Pil di 43.963 dollari procapite nel 2014) avevano un tasso di partecipazione al mercato del lavoro pari all’80,1% più alto di quello americano di 17-18 punti, pur essendo il Pil procapite inferiore di circa 10 mila dollari a quello americano e pure avendo un’attività economica non articolata come quella USA ma tendenzialmente monoproduttiva (petrolio e attività finanziarie connesse). La verità è che gli USA di posti di lavoro ne producono pochi sia relativamente alla popolazione che alla ricchezza che creano (tra 1/5 e 1/4 del Pil mondiale). L’America occupa circa 150 milioni di persone che producono poco meno di 19 mila miliardi di Pil: se a livello mondiale ci fosse lo stesso rapporto occupati/Pil la ricchezza del mondo potrebbe essere creata da soli 700 milioni di persone circa, il che porrebbe il problema di un esubero di lavoratori di quasi 2 miliardi.

Qualcuno (Massimo Gaggi) osserva che è senza dubbio vero che esistono in America 94 milioni di persone in età da lavoro che non lavorano, ma occorre considerare i liceali che continuano gli studi e gli invalidi. Verissimo , ma invalidi e liceali ce ne sono anche in Europa ed in Germania ed il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è umiliante per gli USA; non solo ma lo stesso Gaggi osserva che il dato di 14 milioni di invalidi in America puzza di imbroglio più o meno come gli invalidi in ottima salute di cui sono state ricche le cronache italiane negli anni ’50 e 60 (non è che dopo il fenomeno è del tutto venuto meno). Con Clinton, infatti, dal 1996 si restringe l’accesso all’indennità di disoccupazione e quindi proliferano gli invalidi proprio nelle contee più povere dove anche un quarto delle persone in età da lavoro è invalida70; così accadeva in passato nel sud Italia dove le pensioni di invalidità erano sussidi di disoccupazione mascherati, sicché molti dei 14 milioni di invalidi americani sono in verità disoccupati nascosti. Se poi passiamo in Europa, la Bce, che ha vantato i successi occupazionali conseguiti negli ultimi anni (compresi i successi del Jobs act) ha evidentemente dimenticato una sua ricerca, pubblicata nella primavera del 2017, in cui si fa il punto della situazione, a fine 2016, chiarendo che la disoccupazione reale nella UE non era al 9,5% come dicevano le statistiche ma al 18,5%71. Non siamo dunque a livello di recessione grave ma di depressione da anni ’30, questo perché esistono sacche di sottoccupazione che rappresentano una disoccupazione reale per cui la Germania non è al 4-5% ma al 10%, noi non siamo all’11% ma al 22-23% e la Spagna rasenta il 30%72. Verissimo, dirò di più la Bce è molto generosa soprattutto con la Germania in cui quasi un quarto della forza lavoro (8 milioni) è formata da Kurzarbeiter che lavorano ad orario ridotto per una paghetta di 450 euro mensili e che vengono accomunati ai lavoratori della grande industria. Ora se un lavoratore di questo tipo equivale in termini di orario e di salario ad un terzo o ad un quarto di un lavoratore regolare e normale deve essere valutato un terzo e un quarto il che significa che gli 8 milioni di “minilavoratori” nascondono una disoccupazione reale non inferiore a 14-15%. A tal proposito il Nobel Tirole, che non ama fare lo struzzo, ha scritto che in Francia alla disoccupazione ufficiale di 2,9 milioni corrisponde una disoccupazione reale di 6 milioni 142 mila lavoratori nel 2015, anno in cui i nuovi contratti di lavoro a carattere precario coprivano l’85-90% delle nuove assunzioni73. Un disastro per chi non voglia fare lo struzzo. La stessa FMI (non proprio l’organismo sovietico) rileva che nell’area OCSE le ore lavorate si sono ridotte del 2% rispetto al periodo precrisi74 mentre in Italia e in Germania la situazione è peggiore75.

Questa tendenza però non è nuova ma data dalla metà degli anni ’70 come dicevamo e la tabella che segue lo illustra chiaramente.

 

Tabella n. 3

Orari di lavoro settimanali76

Paesi

Orario sett. 1980

Orario sett. 2015

UK

43 h

32,2 h

Olanda

40,6

27,3

Germania

41,6

26,36

Spagna

43,3

32,52

Italia

7,7 giornaliero

34,4 settimanale

Giappone

40,6

33,05

USA

35,3

33,17

Francia

40,8

28,5

 

Come si vede un calo di lungo periodo che, per i corifei del sistema, potrebbe voler dire che si lavora meno e si guadagna di più, invece come si è detto, i salari sono in caduta libera e si estende parallelamente il lavoro precario, parziario e sottopagato.

Quanto poi ai paesi emergenti non devo che rinviare ai lavori degli anni passati: il problema più che la disoccupazione, come denuncia l’ILO dal 1976, è la sottoccupazione di massa che consiste in salari da fame, orari massacranti, mancanza di tutele sindacali e coperture sociali, un fenomeno che concerne la metà e più della forza lavoro di quei paesi anche in data recente77.

Nel complesso un disastro.

 

B) Le cause del fenomeno

Da oltre 30 anni sostengo che le cause del fenomeno sono da ricondursi all’intreccio tra lo sviluppo tecnologico usato in chiave capitalistica (produrre di più con meno addetti) e l’azione delle IM che dispongono di mezzi enormi per acquisire le nuove tecnologie risparmiando la forza lavoro78. Ad esempio le filiali delle IM americane all’estero impegnavano già nel 1970 3 milioni di addetti ma producevano nello stesso periodo (1973) un fatturato che oscillava tra 185 miliardi di dollari (stima minima) a 291,5 miliardi di dollari79: la cifra minima era superiore al Pil italiano di quegli anni, la cifra più elevata si collocava tra il Pil francese e quello tedesco80, il tutto ottenuto con una occupazione che era meno di un sesto di quella italiana. A fine secolo tra le 100 maggiori entità economiche al mondo più di 50 sono IM che hanno una consistenza paragonabile a quelli di Stati come il Belgio o l’Austria, con la differenza che l’occupazione in quei paesi si misura in milioni e nel caso delle IM in decine o centinaia di migliaia di unità81.

Di recente ho osservato che il più grande datore di lavoro privato del mondo è la Walmart, enorme impresa commerciale con 1,8milioni di dipendenti in 15 paesi e che fattura qualcosa come 1/160 del Pil mondiale, lo 0,62-0,63% dello stesso82. Tuttavia l’occupazione è appena lo 0,07 – 0,08% di quella mondiale il che significa che l’apporto occupazionale è 8,5 volte inferiore a quello in termini di fatturato, trasferendo questo rapporto a livello mondiale potremmo ottenere il Pil con meno di 1/8 dell’occupazione attuale e si tenga presente che qui parliamo di un’impresa commerciale che, pur usando tecniche moderne impensabili per le Pmi, non ha certo l’intensità di capitale di altre branche economiche come l’industria petrolchimica o siderurgica.

Ma se analizziamo da vicino l’intreccio da high tech e IM nel paese guida del capitalismo, gli USA, tutto risulterà quanto mai chiaro (tranne che per gli struzzi). Le imprese high tech, e cioè le IM di Silicon Valley e dintorni impiegano negli anni ’80 circa 2,1 milioni di addetti che diventano poco più di un milioni nel 201583, malgrado che spesso abbiano raddoppiato il fatturato84. Ma non è tutto queste imprese forniscono ad altre grandi entità economiche i mezzi per produrre di più riducendo gli occupati (tecnologie e programmi di produzione). Il prof. Moretti che, come vedremo, crede l’high tech produca occupazione, scrive senza rilevare la contraddizione in cui cade: “I media lo dicono raramente ma le fabbriche americane hanno gli stessi volumi di produzione di quelle cinesi, il doppio di quelle giapponesi e multipli di quelle tedesche, coreane e italiane. Il settore manifatturiero americano ha dimensioni superiori all’intera economia inglese e sta continuando a crescere. Dal 1970 l’industria americana ha raddoppiato la produzione ed è tuttora in espansione (…) grazie al progresso tecnologico e gli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione le fabbriche americane sono più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno mano d’opera. Oggi, in media, l’operaio americano fabbrica ogni anno per 180 mila dollari oltre il triplo del 1978”85. E che è accaduto all’occupazione? Scrive ancora Moretti: “Sebbene adesso la popolazione americana sia più numerosa del 1979 i posti di lavoro nell’industria manifatturiera sono la metà (…) Dal 1985 negli Stati Uniti l’industria manifatturiera ha perso 372 mila lavoratori l’anno”86.

L’high tech e Silicon Valley ti permettono di distruggere l’occupazione e a questo si aggiungono gli altri effetti cui prima si accennava: l’elusione e l’evasione fiscale che distruggono i bilanci statali impedendo ai governi di svolgere il ruolo di spugna di disoccupazione, oppure la concorrenza che distrugge le imprese tradizionali o le costringe a sopravvivere utilizzando forme di lavoro marginale e sottopagato. Né la valanga della tecnologia che distrugge lavoro accenna a fermarsi: l’anno scorso eravamo rimasti al robot pizzaiolo, progettato dall’Università di Napoli e quest’anno il numero di nuove scoperte nel campo della robotica e dell’informatica lascia senza parole: abbiamo il robot poliziotto (robocop) che non è più una fantasia da film ma è in servizio alla polizia di Dubai, a Singapore taxi senza conducenti, a Tokyo un albergo gestito solo da androidi, nel 2018 entrerà in funzione una nave senza equipaggio, lungo il confine delle due Coree la Samsung ha installato armi che decidono se, quando e quanto sparare, il robot soldato o se si preferisce il robot killer, poi ancora il robot dentista, il robot pompiere, lo smartphone che svolge mansioni di segretario e di maggiordomo e ti fa da guida turistica mentre visiti un museo87. Si tratta di cose impensabili solo pochi anni or sono, ma forse le notizie più sconvolgenti le leggiamo ne “La Stampa” del settembre 2017: il 13.9 si tiene a Pisa un concerto del tenore Bocelli, 18 brani, 3 dei quali sotto la direzione del Maestro Yu Mi che non è un musicista cinese ma è l’ultimo robot prodotto dalla Abb, grande impresa high tech elvetico-svedese.

Si potrebbe sostituire Karajan e non solo poiché il 26 dello stesso mese si parla dell’avanzato progetto di un robot pittore che potrebbe diventare il Bosch del XXI secolo , e qui è Giotto che potrebbe essere sostituito.

Davanti a questa realtà si leggono con una certa pena le asserzioni di Mister Dell, numero uno dell’omonima multinazionale texana dell’ high tech, secondo cui le vecchie professioni saranno cancellate e nuove ne sorgeranno che assorbiranno la forza lavoro esuberante, come è accaduto in passato con la meccanizzazione dell’industria88. Gli fanno eco dagli schermi TV sorridenti economisti di tendenza conservatrice che in due battute osservano che, come in passato, le nuove tecnologie creeranno ricchezza e benessere per tutti. Si rimane di stucco davanti a tanto semplicismo e faciloneria. La vecchia meccanizzazione investì l’officina ma non l’ufficio, ed avvenne in un’epoca in cui i paesi in via di industrializzazione avevano alcune decine di milioni di abitanti a testa; all’inizio del ‘900 eravamo 1,5 miliardi di abitanti sulla terra, nel 1960 3 miliardi, nel 2000 6 miliardi, nel 2014 siamo diventati 7244 milioni (a parte la popolazione nascosta nei paesi poveri) e cresciamo a ritmo dell’1,1% l’anno, con questo trend nel 2050 saremo 10-11 miliardi, 3-4 volte la cifra del 1960. Dire che in questo mondo, tutto andrà “de plano” mi pare di una superficialità incredibile, in sostanza si attende il miracolo di San Gennaro.

Inoltre chi ragiona così si comporta come se la rivoluzione dell’ high tech sia una cosa imminente ma non ancora iniziata, ma in realtà è iniziata con la nascita del computer nella seconda guerra mondiale. Ci siamo dentro da 70 anni circa e possiamo giudicarla sulla base dei fatti. Ora nella prima fase di questa epoca (1945/1970) i livelli di occupazione hanno retto , ma eravamo ancora in una fase iniziale senza le meraviglie prima citate e senza internet (che arriva alla fine degli anni ’80) e soprattutto eravamo in un’epoca in cui lo Stato creava posti di lavoro in misura massiccia svolgendo il ruolo di spugna che non svolge più dalla crisi del 1973-75. Da allora il problema occupazionale è stato affrontato in modo disorganico, frammentario e fallimentare, l’unica cosa coerente e costante che ha accomunato i vari Stati e governi è stata la politica delle finzioni statistiche che abbiamo più volte denunciato.

Poi a fine 2007 esplode la Grande depressione in cui viviamo da 10 anni ed abbiamo visto i dati in UE e in America cui potremmo aggiungere il Giappone in cui la disoccupazione è al 3,5-4% solo perché il tasso di occupazione delle donne è il più basso del G7 e tra i più bassi al mondo, ma le donne senza lavoro che sono decine di milioni non vengano chiamate disoccupate ma inoccupate89.

Nei paesi emergenti la sottoccupazione con salari da fame è la regola e solo in India e in Cina occorrerebbe riciclare 6-700 milioni di contadini che vivono in una agricoltura rimasta arretrata di secoli.

Tutto ciò si risolverà (o si sta risolvendo “de plano”) ? Direi proprio di no.

 

C) Il ritorno di fiamma degli ottimisti, le teorie del prof. Moretti da Berkeley

Non manca, però, chi cerca di dare all’ottimismo una parvenza di fondamento scientifico. Prendendo spunto dall’America il prof. Moretti (che opera a Berkeley) osserva che: a) il mercato del lavoro americano è solido, meritocratico ed efficiente90; b) i posti di lavoro che esso crea sono di elevata qualità e di ottima retribuzione; c) l’ high tech distrugge posti di lavoro ma ne crea molti di più di quanti ne distrugga sicché il bilancio è largamente attivo91.

Sul primo punto non devo che ribadire quanto detto e documentato sinora: il mercato del lavoro USA emargina, tra disoccupati ed inattivi una quota enorme della popolazione americana in età di lavoro ed è ai minimi da oltre 30 anni a questa parte, il confronto sia con l’Europa sia con altri paesi del mondo è impietoso come si è visto, l’America genera anche pochissima speranza di lavoro. Ancora, l’ottimismo di Moretti 1 si scontra con il pessimismo di Moretti 2 che osserva: “Se tra il 1946 ed il 1978 il tenore di vita della famiglia media è più che raddoppiato dopo di allora è rimasto sostanzialmente invariato. Prendiamo ad esempio, il lavoratore americano medio, un quarantenne di sesso maschile con diploma di scuola superiore e circa 20 di esperienza lavorativa. Tra il 1946 e il 1978 la sua paga oraria è aumentata da 8 $ all’ora nel 1946 ai 16$ attuali. Negli ultimi 30 anni è diminuita di 2 $”92.

Sono affermazioni pessimistiche simili a quelle di Friedman93 o di un Rifkin. Negli ultimi 30 anni questo mercato del lavoro “efficiente e meritocratico” non si è visto neanche per il Moretti 2, che fa a pugni con il Moretti 1, che però poi torna alla carica ed osserva che nell’area metropolitana di Cupertino la Apple ha creato 171 mila posti di lavoro nell’indotto di cui 69 mila qualificati e 102 mila non qualificati94, inoltre per ogni posto di lavoro creato nell’ high tech se ne creano 5 nell’indotto. Due rilievi critici si impongono immediatamente, il primo che, nel caso della Apple, ammesso pure che i calcoli di Moretti siano esatti, la maggioranza dei posti (il 60% circa) sarebbe dequalificata, il secondo è che di nuovi posti di lavoro l’ high tech non ne crea nessuno poiché negli ultimi 30 anni la sua occupazione si è dimezzata, mentre per contro la produzione esplodeva, quali siano, dunque, questi nuovi posti di lavoro rimane un mistero inspiegabile, stando almeno alle statistiche ufficiali americane.

Inoltre, che la situazione dei lavoratori americani sia peggiorata in termini salariali risulterà evidente dalla tabella che segue, che evidenzia il rapporto tra le retribuzioni procapite del 90% inferiore dei lavoratori dipendenti in USA, raffrontato con le retribuzioni dell’1% superiore dei lavoratori dipendenti.

 

Tabella n. 4

Rapporto salari procapite lavoratori dipendenti USA95

Anni

Salario 90% inf.

Salario 1% sup.

Rapporto inf./sup.

1979

28.524 $

269.102 $

10,6%

2007

33.277

689.373

4,8%

2009

33.077

581.738

5,7%

2013

32.851

639.514

5,1%

2014

33.297

671.061

4,96%

Come si vede il rapporto tra i salari annui dei dipendenti poveri e di quelli ricchi evolve da 1:10 circa a 1:20 circa, inoltre nel periodo considerato i salari poveri crescono nell’arco di 35 anni di 4.753 $ in totale, 11 $ circa al mese, quelli ricchi di 401.959 $, 957 $ circa al mese.

Dire che il mercato del lavoro USA crei buoni posti di lavoro è totalmente falso, a parte la contraddizione rilevata tra il Moretti 1 (ottimista) ed il Moretti 2 (pessimista)96. La spiegazione di questo fenomeno in realtà è semplice: i posti di lavoro ben remunerati dell’high tech sono pochissimi, il mercato del lavoro tiene in USA (sia pure in modo asfittico) grazie a settori a bassa produttività e quindi in grado di fornire bassi salari: tipico è il caso della sanità USA che assorbe il 17-18% del Pil e ha creato il 35% dei posti di lavoro negli ultimi anni, e dove per ogni medico ci sono 16 dipendenti di cui 8 amministrativi97. Il fenomeno della pletora dei dipendenti di cui si fa carico la PA (secondo gli economisti conservatori) colpisce anche settori delle aziende private che o sono capital intensive e bruciano occupazione , o sono labour intensive e non possono pagare salari elevati a causa della bassa produttività, di qui non si scappa.

Ancora: qualche anno fa l’US Labor Statistics pubblicò delle previsioni sul futuro delle occupazioni in cui si ipotizzava che i lavori del futuro erano baristi, badanti, muratori etc.98, attività tradizionali caratterizzati da bassa produttività e bassi salari.

Veniamo infine al volume dell’attività indotta creata dalla high tech che, secondo Moretti, sarebbe di 27 milioni negli ultimi 20 anni, ciò perché : “… attirare in una città un nuovo scienziato, un nuovo ingegnere del software o un nuovo matematico significa indirettamente aumentare la domanda dei servizi locali. Questo vorrebbe dire più posti per tassisti, medici, carpentieri, bambinai, domestici, avvocati, dogsitter e terapisti (…) Nella Silicon Valley i lavoratori dell’high tech sono la causa della prosperità locale, mentre medici, avvocati, muratori ed insegnanti di yoga ne sono l’effetto. È molto semplice, alla fine della giornata qualcuno deve pur pagare quelle lezioni di yoga”99.

Tutti devono, quindi, il loro benessere ai dipendenti dell’high tech che, in appena un milione, danno lavoro ad una sterminata armata di commessi, badanti, avvocati, medici, muratori e dogsitter, sinanche i maestri di yoga, che in USA sono 261 mila100, dovrebbero le loro parcelle ai dipendenti dell’high tech.

E qui torniamo al fatto che i dipendenti dell’high tech sono solo un milione e non possono fare miracoli; si consideri ancora la tabella n. 4: un salariato ricco ha un reddito pari a quello di 20 salariati poveri, il fatto è, però, che ci sono 90 salariati poveri per ogni salariato ricco, ciò sta a significare che il potere di acquisto globale di tutti i poveri è 4,5 volte superiore a quello dei ricchi; in altre parole i commessi, i baristi, i barbieri etc. non lavorano solo per i ricchi ma anche per i poveri, lo stesso avviene anche per i medici e per i dipendenti della sanità (molto più numerosi) che non lavorano solo per i titolari di contratti di assicurazione di élite ma anche per le decine di milioni di assicurati americani che hanno contratti con coperture medio-basse o basse.

Attribuire dunque tutti i 27 milioni di indotto alla high tech, di cui parla Moretti, ci pare estremamente arbitrario. Ma vogliamo tutto concedere: anche ammesso che questo fosse vero (e non lo è) questi posti spalmati su un arco di 20 anni ci danno una cifra mensile di 110 mila posti di lavoro circa che per l’economia americana è poco tanto è vero che abbiamo visto come il mercato del lavoro americano sia stagnante ed ingessato.

Un ultimo rilievo , anche a costo di sembrare uno che vuole sparare sulla Croce rossa, ma al prof. Moretti non posso proprio perdonare il cenno dei 261 mila maestri di yoga che egli considera una fonte di occupazione reale dovuta per giunta all’high tech: ora l’istruttore di yoga è un “maestro di vita” che ti fornisce ricette per l’utilizzo della vita stessa. Si dà il caso che maestri di vita veri siano stati Socrate, Spinoza, e Kant, ma dubito che in USA circolino 261 mila personaggi di quel livello e dubito che le università americane rilasciano diplomi in “maestria di vita”. In realtà questi pretesi maestri non sono altro che astrologi, cartomanti o imbonitori ripuliti (come il maestro afro-brasiliano di Wanna Marchi) che giustificano le loro parcelle con qualche accenno alle filosofie orientali. Un’economia che li consideri dei lavoratori è un’economia alla frutta e dei matematici e degli scienziati (i lavoratori dell’high tech) che abbiano bisogno di questi personaggi per il loro equilibrio psichico mi farebbero dubitare sia dell’equilibrio psichico sia della loro preparazione scientifica.

 

D) Disoccupazione. I rimedi impossibili. Dal prof. De Masi a Bill Gates ed al rivoluzionario Macron

Davanti ad una realtà così negativa il prof. De Masi diffonde ottimismo a piene mani: il futuro, dice, è dei disoccupati101, infatti: “Grazie alle macchine, ormai il reddito prodotto dall’economia basta per mantenere decorosamente tutta la popolazione. Il problema è come stipulare un patto tra ricchi e poveri, tra giovani e vecchi in modo che tutti possono avere un ruolo attivo nella produzione e nel consumo”102.

In altre parole lavorare tutti 3 ore al giorno (in prospettiva anche meno) e distribuire a tutti i vantaggi della crescente produttività, tutti lavoreremmo meno e nessuno sarebbe licenziato.

Bellissimo, anche io sarei d’accordo, ma c’è un piccolissimo problema segnalato anche da De Masi: i ricchi e cioè i capitalisti che investono per fare profitti (i propri profitti) riducendo l’occupazione ed intascando i salari che risparmiano, dovrebbero cambiare radicalmente i propri comportamenti, accettando di distribuire equamente a tutti i vantaggi della produttività. In altre parole conservare le strutture del capitalismo modificando radicalmente il contegno degli attori sociali. Come si possa realizzare un simile miracolo De Masi non ce lo dice, egli si limita ad ipotizzare un accordo che convinca i capitalisti a comportarsi in modo del tutto opposto alla loro storia plurisecolare. Il fatto è che i capitalisti riducono l’occupazione ed intascano i vantaggi della produttività perché questo è un sistema fondato sulla proprietà privata (sempre più concentrata) e sull’accumulazione dei profitti, un capitalista che non pensi ad accumulare sempre più profitti dei propri concorrenti prima o poi fallisce.

Messo tra parentesi questo problema enorme De Masi propone alcuni obiettivi immediati come il reddito di cittadinanza che è un palliativo assistenziale non inutile ma che non risolve il problema di dare lavoro a chi non lo ha e propone altresì la riduzione dell’orario di lavoro sul modello tedesco103, dimenticando che in Germania (e lo stesso dicasi per altri paesi) la riduzione dell’orario di lavoro ha significato solo il diffondersi di lavori precari e parziari retribuiti con una paghetta e non con un salario, lavoro spazzatura in altre parole, e questo come soluzione non mi sembra una grande cosa.

Certo le macchine possono lavorare per noi e noi potremmo godere i frutti della loro attività, ma per fare questo occorre che l’economia sia orientata a realizzare bisogni sociali e non il profitto di singoli operatori; occorrerebbe che le strutture del capitalismo fossero infrante e nascesse un tipo di società non fondata sul profitto, se si salta a piè pari questo problema si scrivono solo opere di fantasia che nulla hanno di scientifico.

Diverso è l’approccio di Bill Gates, uno dei simboli della rivoluzione tecnologica: occorre che le imprese che utilizzano i robot paghino una tassa su di essi104, che presumibilmente dovrebbe permettere allo Stato di creare nuovi posti di lavoro di natura compensativa.

Ora, però, a parte l’ammissione, autorevolissima venendo da Gates, che la robotica crea disoccupati, di concreto non c’è nulla. Per imporre una tassa occorre farla pagare ed il capitale le tasse non le paga se non in misura infima, facendole ricadere sul resto della società; se non si risolve questo problema la proposta di Bill Gates è senza dubbio onesta ma è solo una chiacchiera impotente.

Ancora, se la tassa fosse pari al salario di tutti gli operai resi esuberanti dalla tecnologia, le imprese non avrebbero interesse ad usare la tecnologia stessa, perché se risparmiano il salario di 100 operai dovrebbero poi versare allo Stato una somma equivalente. Se poi la tassa fosse inferiore avremmo solo un indennizzo parziale che rallenterebbe solo l’espansione della disoccupazione senza rovesciare la tendenza: se con la tassa si creano 5 posti di lavoro e gli operai licenziati sono 10 avremmo solo una attenuazione del fenomeno.

Infine il neo presidente francese Macron, per cui la società deve addossarsi il compito di riqualificare e riassorbire i lavoratori resi esuberanti dalla tecnologia105. È questo un concetto che si ripete da decenni come un disco rotto e che non ha significato alcuno: se un’impresa licenza 10 lavoratori perché può produrre molto di più senza di loro, (cosa avvenuta in modo massiccio nella high tech americana) non ha alcun interesse a riciclarli semplicemente perché non servono più nella logica del profitto, che è la logica di produrre di più con meno addetti. L’esperienza del fondo sociale europeo degli anni ’70 è indicativa: si sovvenzionava la riqualificazione dei lavoratori per un lavoro che non c’era più, in sostanza la spesa era una indennità di disoccupazione temporanea, finita la quale il lavoratore rimaneva a terra106.

Ancora, oltre 50 anni fa Pollock rilevava che per riqualificare i lavoratori occorreva che essi avessero le conoscenze di base per essere riqualificati e non sempre questo accadeva107. Infine un ultimo e non meno decisivo rilievo: durante la riqualificazione (che può essere anche molto lunga) il lavoratore deve vivere e quindi se lo Stato si accolla il problema (le imprese questo problema non lo hanno in quanto sono interessate solo ad aumentare la produzione riducendo l’occupazione e i salari), bisognerà aumentare la spesa sociale e quindi finanziarla ; si pone allora il problema della lotta all’evasione e all’elusione fiscale senza la quale un simile massiccio finanziamento non sarebbe possibile. Lo stesso Macron ne è conscio e scrive: “La frode sociale e la frode fiscale ben superiore alla prima, minano la fiducia di molti concittadini nella nostra azione di contrasto. Il che giustifica una reazione forte da parte delle istituzioni”108.

Quale reazione concreta? Macron non ce lo dice e questo spiega perché “molti cittadini” in Francia come altrove non considerino credibili queste istituzioni.

 

 

3) USA. Il ristagno dell’economia e la presidenza Trump tra proclami mediatici ed impotenza plateale

 

A) La Fed ed il ristagno dell’economia americana

L’andamento del Pil USA dal 2007 ad oggi evolve così.

 

Tabella n. 5

Pil USA crescita annua109

Anni

Crescita % Pil

2007

1,9%

2008

-0,3%

2009

- 3,1%

2010

- 2,04%

2011

1,8%

2012

2,2%

2013

1,7%

2014

2,4%

2015

2,6%

2016

1,6%

2017

(primo trimestre)

1,2%

2017

(secondo trimestre)

3%

2017

(terzo trimestre)

3,1%

(prov.)

Una crescita modesta quasi completamente divorata dalla crescita della popolazione che fa ristagnare il Pil procapite: il CBO (Congress Budget Office) ha calcolato che nel 2013 il Pil procapite era leggermente inferiore a quello del 1990, 51.939 $ contro i 52432 $ del 1990; nel 2016, come abbiamo visto, si era a 57.241 $ con una crescita globale di circa il 10% rispetto al 1990 e con una media dello 0,3 – 0,4% l’anno, un pessimo dato. L’economia USA annaspa e questo spiega l’estrema prudenza della Fed nell’alzare i tassi: qualche ritocco dello 0,25% che ha portato al tasso di sconto all’1-1,25% nel novembre 2017, anche se il prossimo dicembre e nel 2018 ci fossero piccoli ritocchi rimarremmo lontanissimi dal 5,25% dell’estate 2007.

Il fatto è che durante una crisi il rialzo dei tassi significherebbe rivalutazione del dollaro a danno delle esportazioni, aumento del costo del debito pubblico, che è al 108% a fine 2016 e che nel settembre del 2017 ha superato i 20 mila miliardi di dollari; lo stesso avverrebbe per i debiti delle famiglie che nel primo trimestre del 2017 sono a 12.730 miliardi di dollari (precedente record 12.680 miliardi nel 2008), per cui un aumento dei tassi di interesse renderebbe ancor più bloccati i consumi e con essi l’economia.

Quanto all’inflazione di recente si è avvicinata al target fissato dalla Fed (2%), che però teme possa essere un fenomeno congiunturale e rimane estremamente prudente, ammettendo che le previsioni possono essere errate e da rivedere. Ci si muove sulle sabbie mobili mentre la situazione dell’occupazione è quella descritta: anche di recente i settori che tirano sono la sanità, i servizi alla persona, il turismo, settori tradizionali a bassa produttività con salari modesti110, il che non giova certo alla dinamica dei consumi.

L’andamento poi dell’economia è estremamente oscillante come in passato111: rallentamenti e riprese che si inseguono come si vede anche per il periodo 2016-2017, un andamento che non depone bene per la stabilità della ripresa e che non permette un adeguato utilizzo degli impianti nei trimestri di bassa dinamica. I problemi sul tappeto sono sempre gli stessi e con essi deve misurarsi Trump assieme agli eredi della Yellen.

 

B) Le irrealizzabili promesse di Trump

Durante la campagna elettorale Trump non ha presentato un programma, ma solo slogan riproposti nel suo discorso di insediamento presidenziale: crescita al 4% l’anno e 25 milioni di posti di lavoro in 10 anni112; i mezzi per realizzare tale programma sono il liberismo all’interno (eliminare la Dodd – Frank), il contrasto all’immigrazione, la riforma fiscale che riduca drasticamente le tasse (rilanciando consumi ed investimenti), eliminazione dell’Obamacare, politica punitiva sulle imprese americane che investono all’estero (dazi sui beni che producono all’estero e vendono in USA).

Ora, per quel che concerne l’obiettivo dei 25 milioni dei posti di lavoro in 10 anni, si tratta di una cifra impressive ma che si riduce a meno di 210 mila di posti di lavoro al mese, un po’ più di quanto se ne sono creati nel 2016/2017 ma comunque non in grado di rilanciare il tasso di partecipazione della forza lavoro americana al mercato del lavoro, che è 10-15 punti al di sotto di quanto dovrebbe (rispetto almeno ai parametri europei o tedeschi) e ricordiamo che ogni punto equivale a circa 2,5 milioni di unità; inoltre nei prossimi 10 anni dato l’incremento demografico della società americana gli americani in età di lavoro cresceranno all’incirca di 15-20 milioni, sicché la promessa di Trump è molto impressive ma poco sostanziosa, per portare il tasso di partecipazione americano ai livelli tedesco-scandinavo, ci vuole ben altro.

C’è poi il problema della qualità di occupazione che è sempre più un’occupazione di bassa qualifica (il laureato per trovare occupazione deve spesso accettare lavori di bassa qualifica)113, a carattere spesso parziario e precario, su cui Trump non dice nulla come non dice nulla sul problema della tecnologia che distrugge posti di lavoro.

Quanto alla riforma fiscale, vero fiore all’occhiello di Trump, appare quanto mai modesta: lo schema pubblicato nella tarda estate del 2017 prevede che l’aliquota minima sui redditi individuali cresca dal 10 al 12% , le aliquote medie (25-27-28%) siano unificate al 25% e quella massima ritoccata di qualche punto in meno, la tassa sui profitti societari passerebbe dal 35% al 20%; si è calcolato che chi guadagna 100 mila dollari potrà avere un beneficio di 1000 $114, cifra modesta inferiore al bonus di 80 € mensili del nostro Renzi (peraltro concentrato in una fascia più bassa di reddito) che è stato un flop colossale. Ma al di là dei paragoni si tratta di importi decisamente modesti per la maggior parte dei contribuenti; meglio andrebbe alla società che dovrebbero passare (come peso fiscale) dall’1,6% del Pil allo 0,8% secondo i calcoli di Feldstein prima citati (5,8% del Pil nel 1955). Sulla carta uno sconto che dovrebbe incentivare un rientro dei capitali ma che si urta col fatto che nei paradisi fiscali paghi anche molto di meno come dimostra la vicenda della Apple che non è per nulla eccezionale.

Inoltre il taglio delle tasse sarebbe in deficit , come ha ammesso lo stesso Trump in un’intervista nel 2017, almeno per i primi due anni115. Noi crediamo però, (e non siamo i soli) che il debito esploderà: infatti la riduzione di spese dovuta all’abrogazione dell’Obamacare (337 miliardi in 10 anni) non ci sarà, non essendo stata varata la controriforma richiesta da Trump e respinta dal suo stesso partito; c’è poi il piano per i lavori pubblici (1000 miliardi in 10 anni) e l’aumento delle spese per la difesa. Anche senza la riforma fiscale la legge del bilancio 2017, prevede un aumento del deficit a 666 miliardi di dollari, 80 in più dell’anno precedente, se vi fossero ulteriori tagli fiscali il deficit si impennerebbe ulteriormente. L’illusione è che la ripresa dell’economia permetta di recuperare in seguito l’incremento del debito, ma si tratta solo di una speranza non di una ipotesi documentata su calcoli adeguati; inoltre il precedente di Reagan è deprimente, Reagan tagliò le tasse e una ripresa ci fu, ma il Pil crebbe meno del debito che comparativamente compì un balzo dal 31% del Pil americano del 1981 al 51% circa del 1988 (senza questo incremento la ripresa di Reagan è impensabile). Da allora la situazione dell’economia USA è peggiorata rispetto all’era di Reagan: la situazione del mercato del lavoro è ai minimi storici da oltre 30 anni ed è nettamente peggiorata dal 2000 (per quel che concerne il tasso di partecipazione della forza lavoro), il debito federale ha raggiunto il record del 108% e di 20 mila miliardi. Aspettarsi miracoli in questa situazione è solo una pia illusione116.

Lo stesso dicasi per il controllo dell’immigrazione, che toglierebbe posti di lavoro agli americani, il guaio è che i 10 milioni di posti di lavoro distrutti nel manifatturiero sono dovuti alla tecnologia e non agli immigrati o alle merci cinesi e indiane che fanno capolino sul mercato americano decenni dopo l’inizio del massacro occupazionale nel settore manifatturiero cominciato nel 1979.

Quanto poi al rientro dei capitali le minacce e le promesse di Trump sono solo spettacolo per i media: la corporate tax al 20% non è certo un grosso incentivo , come si è visto, per ottenere qualcosa bisogna letteralmente svenarsi: i 3 miliardi promessi alla Foxconn in sconti fiscali per soli 3000 posti di lavoro ne sono una riprova. Ma c’è di più, l’economia americana ottiene dai propri investimenti all’estero vantaggi enormi con relativamente poco: gli investimenti esteri americani sono valutati in 5000 miliardi di dollari117 cifra enorme ma che si è accumulata dal secondo dopoguerra ad oggi: in USA gli investimenti domestici sono pari al 17-18% del Pil, il che significa che negli ultimi 2 anni in patria si è investito quanto è più si sia investito all’estero negli ultimi 70 anni. Ancora, per quel che attiene i posti di lavoro sottratti all’economia USA, anche ammesso che fossero 3 milioni (valutazione più ampia che io conosca) e che le imprese USA fossero in grado di rimpatriarli immediatamente, un incremento occupazionale di 3 milioni farebbe crescere il tasso di partecipazione della forza lavoro americana al mercato del lavoro dall’attuale 62,7% a poco più del 64%, non proprio un risultato esaltante inferiore al 66% del 2008 e al 67,1% del 2000.

Si noti poi che molti di questi investimenti esteri sono stati finanziati da sconti fiscali enormi di cui hanno goduto le imprese USA (la Apple è solo un caso) nonché con il reinvestimento dei profitti prodotti in loco. C’è poi da considerare che gli investimenti che si vorrebbero ostacolare all’estero non è detto che si farebbero in America. Quando nacque il Mec nel 1957, si elevarono barriere doganali contro le merci USA per cui le IM americane reagirono aprendo stabilimenti in Europa e vendendo direttamente su quel mercato, così si aggirarono le barriere doganali e si ridussero i costi di trasporto118. Se i capitalisti americani rientrassero in USA perderebbero questi enormi vantaggi e sarebbe un disastro. Per contro, una guerra doganale contro gli altri paesi (anche alleati) potrebbe avere conseguenze molto pesanti per le imprese USA di modeste dimensioni che però esportano con conseguenze negative per i loro livelli occupazionali119.

Ci sono poi una serie di investimenti che devono necessariamente farsi all’estero , innanzitutto quelli nell’industria estrattiva o energetica che si fanno dove esistono materie prime e fonti di energia. Discorso analogo vale per l’attività nel settore della distribuzione e del consumo: la Starbucks ha una rete di caffetterie in 20 paesi al mondo, come i fast food americani, per cui rientrare in patria significherebbe solo abbandonare e perdere un mercato. Lo stesso dicasi per Uber e per il servizio taxi, se vuoi occupare il mercato italiano investi in Italia e non a New York, analogamente per la Walmart che è presente in 15 paesi dove si ritaglia una larga parte della distribuzione e del consumo, per essa rientrare in America non avrebbe senso poiché l’economia americana è piena di ipermercati Walmart: Alan Friedman rileva che più della metà degli americani abita in un raggio di 8 km da un impianto Walmart ed il 90% nel raggio di 20 km120.

La stessa esportazione di prodotti cinesi o indiani in USA è un ottimo affare per gli operatori economici di quel paese, poiché assai spesso il prodotto importato negli USA finisce per arricchire operatori economici americani, infatti anche la metà del prezzo viene assorbito dall’importatore americano”121.

Ma non è tutto, una parte notevole del surplus della bilancia economica cinese viene investito nell’economia americana, scrive Fubini: “Oggi la banca centrale cinese dispone di riserve valutarie da 3150 miliardi di dollari, di cui 2/3 in titoli del debito del governo americano o di agenzie pubbliche statunitensi122.

Con il surplus cinese gli USA pagano anche gli stipendi ai dipendenti federali. La proposta politica di Trump è un pasticcio indigesto ed irrealizzabile, la riprova di un capitalismo privo di un qualunque orientamento che procede per goffi tentativi.

 

C) Trump alla prova, rovesci e figuracce in quantità industriale

Con questo programma fatto di vacui slogan Trump inanella fin dai primi giorni una serie incredibile di figuracce: squilli di tromba cui seguono rapide ritirate. Appena insediato dovrebbe ricevere il presidente messicano, giovane e combattivo, con cui intende parlare del muro antimmigrati, da erigere alla frontiere dei due paesi, ovviamente a spese del Messico, nel caso in cui il presidente messicano non intenda discutere della materia sarebbe inopportuno incontrarsi. Risposta del politico messicano: “Bene, non ci incontriamo”. Quasi nelle stesse ore arriva in America la signora May che con gentilezza inglese marca le distanze da Trump sull’uso della tortura durante gli interrogatori (della CIA e di altre agenzie americane) e ribadisce l’importanza della NATO che in campagna elettorale era stata giudicata obsoleta123. Trump incassa e ricorda che egli chiede solo agli alleati di rispettare il vecchio impegno di portare la spesa militare al 2% del Pil entro il 2024, risposta degli alleati, se ne parla nel 2024 come da impegno. Nel frattempo il suo partito rifiuta di abrogare l’Obamacare (evidentemente i congressmen repubblicani sanno di avere tra i loro elettori persone beneficiate da quella legge) e lo costringe a mollare molti dei suoi più fedeli collaboratori da Flynn, a Bannon, a Scaramucci etc. e al loro posto vengono nominati repubblicani della vecchia guardia, in genere militari conservatori e tosti ma anche realisti e poco inclini ai colpi di testa. Nel frattempo come una spada di Damocle pende su Trump il “Russiagate” su cui il suo partito non lo difende minimamente.

Ancora la Cina e l’Iran: in rapporto alla Cina Trump era stato durissimo durante la campagna elettorale accusandola di fomentare guerre monetarie; una volta tanto non gli si può dare torto: le svalutazioni a raffica dello yuan fatte dalla Cina nell’agosto 2015 erano una tipica svalutazione competitiva per sostenere le esportazioni124. Ora Trump riceve nella sua residenza in Florida il presidente cinese e sigla un accordo commerciale: la Cina apre al gas americano e gli USA compreranno i polli cinesi e Trump si rimangia le accuse precedenti fatte a Pechino125. Il fatto è che Pechino ha bisogno di investire in America, mentre l’America ha bisogno che la Cina compri i suoi bonds, i due governi si odiano ma hanno bisogno l’uno dell’altro.

Sull’Iran Trump minaccia di denunciare il trattato di non proliferazione nucleare, ma gli alleati gli ricordano (come Cina e Russia), che quel trattato è un accordo plurilaterale con più contraenti e gli USA non ne sono i proprietari e non possono andarsene quando vogliono: sinanche la Mogherini, responsabile esteri della UE, può fare la figura della leonessa che richiama Trump che, a sua volta, dice in un’intervista alla Fox di fine ottobre, che se Francia e Germania vogliono continuare a commerciare con l’Iran per gli USA “No problem”, anche qui squilli di tromba e ritirate veloci.

Ancora: Trump si ritira dal trattato con l’Europa per il libero scambio ma ormai il trattato era ad un punto morto126, mentre si parla di rinegoziare ma non di abrogare l’accordo con il Messico e Canada, quest’ultimo paese a sua volta sigla un accordo di libero scambio con la UE infischiandosene delle eventuali ire di Trump.

Ancora. Ciliegina sulla torta: durante gli uragani che devastano Florida e Texas il governatore del Texas, il repubblicano Abbott chiede esplicitamente aiuto all’odiato governo messicano. Trump appare come un fuscello sbattuto nella tempesta privo di ogni iniziativa, snobbato da tutti a cominciare dal proprio partito. Sarebbe facile, allora, risolvere tutto in chiave caratteriale: alla Casa Bianca è approdato un uomo del livello di Calvin Coolidge (zero o poco più) con la pretesa di assumere atteggiamenti da grande leader (cosa che almeno Coolidge non faceva) e con le conseguenze grottesche che vediamo. Ma non è così. Trump esprime in modo plateale i limiti attuali del capitalismo e dell’imperialismo americano: la crisi è terribile ed allora “America first”, l’America prima di tutto, si può tradurre in modo assai semplice: gli altri paghino per risolvere i problemi dell’America. Una risposta alla crisi di carattere imperialistico e muscolare: niente immigrati, rientro dei capitali investiti all’estero e che gli altri vadano all’inferno. C’è però un problema, per fare una politica muscolare devi avere i muscoli, che sono di due tipi: economici e militari. Ora dal punto di vista economico, l’America è un paese sull’orlo della bancarotta, privo di una politica economica in quanto i problemi sul tappeto sono insolubili, con un mercato del lavoro ingessato, un Pil procapite in ristagno, mentre quello globale ha una crescita asfittica ed inadeguata.

Si può anche fare la voce grossa ma l’America non fa più paura come un tempo, come emerge dai fatti prima indicati e come è reso ancor più evidente dalla vicenda del Nord Corea. Il dittatore di un piccolo paese minaccia l’America sul terreno dove l’America crede di essere più forte: il terreno nucleare. Davanti a questa provocazione Trump dice che tutte le opzioni sono sul tavolo, compreso un attacco nucleare preventivo, ma le opzioni rimangono sul tavolo ed il piccolo paese continua a sbeffeggiare l’America. L’amministrazione Trump, in cui ormai prevalgono repubblicani della vecchia guardia, sa che un attacco nucleare non sarebbe una passeggiata ed avrebbe ripercussioni enormi nei rapporto con Russia e Cina oltre che con i propri alleati che non gradiscono affatto una simile ipotesi.

Il fatto è che l’America non ha bisogno solo della NATO, per affrontare i pericoli incombenti, ma anche di una serie di alleati occasionali e di nemici storici: contro l’Isis ha avuto bisogno dell’intervento militare della Russia, dei Curdi e degli Iraniani senza i quali avrebbe dovuto scendere a terra cosa estremamente difficile e pericolosa da tutti i punti di vista come dimostrano i rovesci subiti in Iraq ed in Afghanistan.

Qui viene in primo piano il problema degli altri muscoli quelli militari: l’esercito USA è costoso, strapotente ed impotente. In proposito si rileva: “Lo scorso anno l’esercito (…) ha avuto bisogno di 9000 reclutatori per arruolare 62mila soldati: poco più di una recluta ogni due mesi per ciascun reclutatore (…) Nel computo dei 62mila neofiti nell’esercito rientrava una piccola quantità di reclute “categoria mentale IV” ovvero la più bassa. L’intero processo è oltremodo dispendioso. Oggi il costo complessivo del personale costituisce più del 50% del bilancio annuale delle forze armate …”127.

Ora in data recente il personale militare attivo è di circa 1,4 milioni128, cifra modesta per chi voglia dominare il mondo: gli USA possono distruggere chiunque con le armi atomiche, che però non servono nelle guerre dal Vietnam in poi dove deve disporre delle care vecchie truppe di linea, quelle che combattono strada per strada e occupano il territorio; in Vietnam 500 mila soldati (ed altrettanti alleati o fantocci) non bastarono e adesso con un esercito di élite di militari di professione (a volte con basso quoziente intellettivo) si possono fare interventi militarmente “leggeri” , poco più di 100 mila effettivi (Iraq e Afghanistan) con cui puoi occupare solo le zone chiave del territorio dove ti trovi più ad essere assediato che occupante; per questi motivi gli USA hanno bisogno di alleanze quanto mai eterogenee per scendere a terra, mettendo insieme Curdi e Iraniani e facendosi aiutare anche dai nemici “russi”. Al di fuori delle loro possibilità economiche c’è una politica come quella proposta anni or sono dal generale McChrystal in Afghanistan che mirava a creare un movimento popolare di controguerriglia, tuttavia per realizzare questo obiettivo bisognava ingraziarsi la popolazione creando scuole, ospedali, infrastrutture varie, ciò che col bilancio americano attuale non è possibile, perciò il generale in questione fu allontanato dal suo incarico (la cosa è nota).

Il povero Trump con le sue oscillazioni, a tratti grottesche, esprime proprio questa contraddizione che può sintetizzarsi con una frase molto semplice: “Vorrei ma non posso”.

 

 

4) La Cina. L’eterno ritorno di un modello obsoleto

 

Per reggere alla crisi la Cina (come gli altri paesi emergenti) si è indebitata in modo folle per sostenere gli investimenti: cemento per costruire quartieri o città fantasma, cantieri navali senza commesse, aeroporti vuoti, acciaierie sottoutilizzate, etc.

Con buona pace di Say l’investimento non crea automaticamente i suoi sbocchi , ci vuole il consumo occorre cioè che qualcuno compri le case, le navi, l’acciaio etc. come ben aveva capito Keynes e questo qualcuno può venire o dal mercato mondiale o dal mercato interno. Ora il mercato mondiale non tira più come in passato, i consumi dei paesi ricchi sono stagnanti o comunque scarsamente dinamici e ne abbiamo visto i motivi, per cui occorrerebbe far decollare i consumi interni, ma qui si ripropone la contraddizione che da anni evidenzio: la bassa produttività del lavoro in Cina, l’enorme riserva di forza lavoro sottoutilizzata in agricoltura e disposta a lavorare per salari da fame, la mancanza delle libertà sindacali sono strozzature insormontabili per una crescita adeguata di salari e consumi. Si tratta di nodi insolubili cui si cerca di dare una soluzione con una politica del credito facile: nel settore non finanziario il debito dovrebbe crescere al 297% del Pil entro il 2022 contro il 251% del 2015129, un dato impressionante anche perché nel frattempo la dinamica del Pil cinese è calata al 6,8% annuo mentre il Pil procapite come abbiamo visto è bassissimo, in questa situazione appare difficile che la Cina possa reggere livelli di debito ormai vicini a quelli dei paesi industriali avanzati. Il fatto è che l’enorme espansione del credito ha prodotto un grandissimo eccesso di capacità produttive che il consumo non è in grado di assorbire a causa dei redditi bassi della maggior parte della popolazione cinese. E quindi ritorniamo sempre al punto di prima per alzare i consumi occorre elevare i redditi e i salari della grande massa della popolazione e non solo di una élite del 10-15%.

A tal proposito alcuni prevedono che nei prossimi anni la circolazione di auto in Cina possa arrivare al livello di 200 auto per 1000 abitanti, contro le attuali 70; è molto dubbio che ciò possa avvenire, ma se ci dovessimo avvicinare a quei livelli saremmo lontanissimi dai livelli europei (900 auto per 1000 abitanti), e questo perché per la grande maggioranza della popolazione cinese il sogno non è l’auto ma semplicemente la bicicletta.

E allora la Cina ripiega su un unico modello che conosca quello dei superinvestimenti che si esprimono nel sogno della via della seta: un sistema di grande infrastrutture (porti, ferrovie, ponti, strade, aeroporti) che sostengano un enorme traffico di merci: “L’Asean Development Bank (ADB) stima che nel periodo 2015-20 il continente asiatico necessiti di oltre 8000 miliardi di dollari di investimenti extra per soddisfare la sua domanda di infrastrutture (…) Questa somma eccede di molto il capitale di Banca mondiale Fmi ed ADB messi insieme”130.

Uno sforzo enorme che presume uno sviluppo enorme del commercio mondiale, ma su quali basi? Un’economia in ristagno non può produrre un boom commerciale, il rischio è che si riproduca il modello cinese e dei paesi emergenti degli ultimi anni: investimenti enormi in infrastrutture faraoniche che rimangono inutilizzate. Non avendo soluzioni adeguate alla gravità della crisi, si ripiega sul vecchio modello caratterizzato da un eccesso enorme di investimenti, che però aveva come contraltare un mercato mondiale su cui riversare i propri prodotti, ciò che adesso non è più possibile, non almeno nella misura adeguata.

 

 

5) L’UE e l’euro sotto la tenda ad ossigeno creata da Draghi: agonia assistita

 

A) La situazione dell’economia UE

La situazione dell’Europa appare quella di sempre, dal 2011 almeno: una disoccupazione reale che è il doppio di quella annunciata ufficialmente, un debito pubblico elevatissimo, diseguaglianze crescenti denunciate dalla Oxfam o dall’Istituto McKynsey (e non solo) mentre il Pil è ritornato leggermente al di sopra dei livelli pre-crisi tranne che per alcuni paesi come Italia e Portogallo (noi per circa 6,4 punti a metà del 2017). La Germania è considerata il paese che regge meglio ma, osserva Stiglitz, se consideriamo l’intero ciclo (crisi e ripresa) la crescita è stata solo dello 0,8% annuo mentre le ore lavorate sono calate del 4%.131, quanto alle diseguaglianze sociali il 10% della popolazione si taglia il 59% dei patrimoni, meno dell’USA (76%) ma più d’Italia, Francia, UK e Lussemburgo132.

Ma è in tema di Pil procapite che il flop appare chiarissimo come si evince dalla tabella che segue. 

 

Tabella n. 6

Pil procapite UE 2007 – 2016 (crescita globale)133

Paesi

Crescita complessiva 2007 - 2016

Germania

7,8%

Olanda

1,5%

Francia

0,6%

Svezia

5,7%

UK

1,6%

Danimarca

- 1,1%

Finlandia

- 7%

Italia

- 9,8%

Grecia

- 24,7%

Belgio

1,2%

Austria

1,1%%

UE a 19

1,1%

UE a 28

3,1%

Irlanda

31,4%

Portogallo

- 1,7%

Spagna

- 2,9%

Lettonia

7,8%

Si tratta, è bene ripeterlo, non di una crescita annua ma di una crescita complessiva che abbraccia ben 9 anni per cui la Germania è cresciuta meno dell’ 1% l’anno, l’Eurozona di circa lo 0,1% annuo, la UE a 28 di circa lo 0,3%, grossa eccezione sembra essere l’Irlanda su cui torneremo tra breve134, ma la tendenza generale è incontrovertibile.

Per ottenere questo risultato fallimentare i paesi UE hanno dovuto indebitarsi a rotta di collo come è evidente dalla tabella che segue. 

 

Tabella n. 7

Rapporto percentuale debito-Pil nella UE135

Paesi

Anno 2007

% debito Pil

Anno 2016

% debito Pil

Germania

63,7%

68,3%

Francia

64,3%

96%

Spagna

35,6%

99,4%

Italia

99,8%

132,6%

UK

42%

89,3%

Grecia

103,1%

179%

Lettonia

8,4%

40,1%

Irlanda

23,9%

75,4%

Portogallo

68,4%

130,4%

Finlandia

34%

63,6%

Romania

12,7%

37,6%

Belgio

87%

105,9%

Ue a 19

65%

89,2%

UE a 28

57,6%

83,5%

Incrociando i dati con quelli della tabella precedente si vede come l’andamento globale sia disastroso: si galleggia a stento e per galleggiare il debito deve volare, né le previsioni per il futuro sono rosee: nel 2018 secondo la Commissione europea saremo all’89,4% nell’Eurozona. Ma non è tutto, il peso degli interessi collegati al debito è in termini di percentuale del Pil il seguente.

 

Tabella n. 8

Peso degli interessi sul debito pubblico in % del Pil136

Paesi

Anno 2016

% interessi su Pil

Italia

3,98%

Grecia

3,2%

Francia

1,9%

Germania

1,4%

Spagna

2,8%

Eurozona

2,1%

Si noti poi che la politica di Draghi ha determinato, come si diceva, un enorme risparmio per gli interessi pagati dai governi europei (1000 miliardi di euro)

 

B) Gli ultimi fuochi dei difensori dell’austerità. Le tesi della prof.ssa De Romanis da Stanford

I dati sul debito pubblico dovrebbero zittire qualunque sostenitore dell’austerità, per reggere alla crisi si è speso a piene mani, austerità ha significato solo che i costi della crescente spesa in debito sono ricaduti sulle spalle dei cittadini contribuenti, mentre le élites e le IM hanno comunque prosperato sulle spalle altrui. I calcoli della banca d’Irlanda su un debito del 76% del Pil che in realtà grava sui contribuenti in ragione del 106%, si potrebbe generalizzare: siamo tutti irlandesi e paghiamo le tasse anche per chi non le paga.

Che si continui a parlare di successi per Francia e Spagna è ridicolo: la Spagna ha un Pil procapite che nel 2016 era inferiore ai livelli del 2007, una disoccupazione reale vicina al 30% secondo la Bce137. L’Irlanda ha un Pil procapite cresciuto del 31,4% dal 2007, miglior performance europea, ma il debito è passato dal 23,9% del Pil al 75,4% nel 2016 (ora al 76%) con un’impennata brutale: il tenore ponderale del debito è aumentato in termini relativi (rispetto al Pil) di oltre 3 volte ed in cifra assoluta siamo passati da 41 miliardi in euro a 201. Senza questa impennata del debito (nettamente superiore alla crescita del Pil procapite) l’Irlanda naufragava, ha galleggiato sulla crisi solo perché non ha praticato l’austerità ma l’ha negata, sempre che per austerità si intenda contenimento della spesa e del debito.

A questo punto però da Stanford la prof.ssa De Romanis spezza una lancia (speriamo sia l’ultima) a favore dell’austerità e cita due casi di austerità che genererebbe sviluppo. L’UK e la Lettonia138 . Ora anche qui le due tabelle (6 e 7) prima evidenziate sono impietose (relativamente all’Inghilterra): il Pil procapite cresce dell’1,6% in 9 nove anni (meno dello 0,2% l’anno) mentre il debito passa dal 42% all’89,3%, anche solo per galleggiare ci si deve indebitare a livelli senza precedenti (almeno in tempo di pace). Nel frattempo il 70% della popolazione inglese si è impoverito secondo l’inchiesta dell’Istituto McKynsey139.

Tuttavia la professoressa osserva: “… in rapporto al Pil la spesa pubblica ha raggiunto la cifra record del 50% (5 punti percentuali rispetto al 2002) il disavanzo è risalito al 10% e il debito al 64,5%. Quest’ultimo era aumentato di circa 5 punti percentuali in un decennio e di ben 11 tra il 2009 e il 2010, anche come conseguenza del salvataggio pubblico di alcune banche (…) Quando il nuovo esecutivo si insedia la Gran Bretagna è in piena recessione ormai da un biennio, tra il 2008 e il 2009 il prodotto interno lordo si è contratto del 4,2%”140.

Questa è l’eredità che si trova a dover fronteggiare Cameron al momento del suo insediamento e qui avverrebbe il miracolo: la spesa sociale passa dal 23% al 21,2% del Pil , ridotte le spese per alloggi pubblici (dimezzate) e per sussidi di invalidità (ridotte di un terzo), diminuiti i dipendenti pubblici di 500 mila unità, ridotte le tasse su profitti di impresa del 20%141..

Come si vede stangata sui ceti sociali più bassi e sostegno ai redditi di impresa nonché alle banche salvate con un enorme sforzo finanziario. L’occupazione cresce, dice la De Romanis142, ma si tratta di cattiva occupazione143 testimoniata anche dall’impoverimento del 70% della popolazione e dall’elevato numero di giovani che rimangono a casa a fare i mammoni (come direbbero i moralisti da strapazzo) in una percentuale elevata, il 34,3%144. Ciò avviene perché di lavoro in grado di sostenere una vita autonoma delle famiglie non ce n’è molto e si ha anche il fenomeno dei cosiddetti boomeranger i giovani che tentano di abbandonare la famiglia ma poi rientrano per mancanza di impieghi adeguati. Non a caso la Brexit è considerata come la ribellione dei forgotten men inglesi nei confronti di un sistema che li ha dimenticati in nome della quadratura dei conti che rende i ricchi più ricchi ed i poveri più poveri. In Inghilterra vi è stata solo una stabilizzazione momentanea in fondo al baratro pagata dalla grande massa della popolazione e a vantaggio dei “padroni del vapore”.

L’ultimo successo dell’austerità sarebbe, secondo la Nostra, la Lettonia in cui il Pil si è contratto dell’11% per poi risalire di un ricco 2,6% mentre la disoccupazione impennatasi al 15% si è stabilizzata intorno al 9,9%145. La replica è semplice ed è ancora nelle tabelle 6 e 7 che documentano come il Pil procapite lettone sia cresciuto in 9 anni del 7,8% (meno dell’1% l’anno) e questo avviene perché la popolazione diminuisce nel periodo considerato quando emigra il 10% della forza lavoro del paese, ed è questo che fa diminuire la disoccupazione non una crescita reale dei posti di lavoro146. In altre parole siccome il numero delle teste si riduce da una parte cresce il Pil e dall’altra la disoccupazione reale si abbassa147. Ancora per ottenere questo mirabile risultato il debito della Lettonia è salito in 9 anni dall’8,4% al 40,1% , anche qui una austerità ben strana che dilata il debito a livelli senza precedenti, senza una crescita di ben 32 punti del debito sul Pil in soli 9 anni il cosiddetto miracolo lettone sarebbe impensabile.

Poche parole infine per la crisi dell’UE al cui capezzale accorrono medici improvvisati che propongono strategie istituzionali per correggere la macchinosità dell’organizzazione europea148. Il problema, però, è a monte, come scrivo da anni: quando l’Europa comincia a fare i primi passi c’è un’economia che è in rapida espansione, un sistema sociale fondato sul welfare state o l’economia sociale di mercato che sembra godere di grande salute, si vuole creare un’Europa fondata su questi principi, espansione economica e liberalismo sociale, un’ipotesi che non è certo la mia ma che era rispettabilissima.

Adesso lo sviluppo è finito, nuove ipotesi di società non se ne vedono per cui il problema non è correggere il funzionamento del parlamento europeo o della Bce ma è trovare una soluzione strutturale e cioè rilanciare lo sviluppo economico collegandolo ad una ipotesi di società praticabile.

Esattamente quello che nessuno vede e riesce a proporre perché questa crisi è una crisi strutturale senza ritorno del sistema capitalistico mondiale.

A questo punto è evidente che i paesi ricchi in mancanza di una prospettiva di uscita credibile dalla crisi non intendano addossarsi il peso del debito dei paesi più poveri, in altre parole i tedeschi non vogliono pagare per gli italiani, i greci, i portoghesi e onestamente non si può dar loro torto perché in cambio di una tale generosità non avrebbero sicuramente nulla. D’altro canto i paesi più deboli temono che alienando il loro potere a un’istituzione sovranazionale potrebbero essere schiacciati dai paesi più forti qualora questi si impadroniscano del controllo delle istituzioni comuni. Si rimane allora in una situazione di stallo dove la regola prevalente è il rinvio e dove sulle questioni più importanti, per esempio in materia fiscale, esiste il principio dell’unanimità cui nessuno intende rinunciare, sia pure per motivi opposti, e senza una politica fiscale comune non ci può esser un bilancio comune, una politica economica comune e così via. Solo una prospettiva reale di uscita dalla crisi potrebbe convincere i paesi della UE a rinunciare ad una parte consistente del loro potere, ciò che è impossibile per cui proporre, come alcuni fanno, un bilancio europeo comune o la mutualizzazione europea dei debiti dei singoli paesi è impraticabile, se non sciogli il nodo preliminare, che è strutturale, non è possibile procedere oltre149.

 

 

6) Italia. Economia allo sbando, governo a brandelli.

 

Anche per quel che concerne l’Italia la situazione è pesantemente negativa: del Pil sia globale che procapite si è detto, come della disoccupazione reale ben più pesante di quella ufficiale. Su quest’ultimo argomento però intendo sottolineare alcuni elementi che chiariscono le tendenze di fondo del quadro: la CGIA di Mestre ha evidenziato che sulla base delle statistiche Istat il numero dei lavoratori parziari passa dal 14% degli occupati (fase pre-crisi) all’attuale 19% per cui il numero delle ore lavorate diminuisce (come del resto in tutta l’area OCSE), inoltre i nuovi posti di lavoro sarebbero per oltre i 4/5 a tempo determinato (precari cioè) e nel 39% dei casi il lavoratore precario è anche parziario. Ma a fine ottobre arriva una doccia gelata l’Istat rileva che i contratti di lavoro stabile nel periodo settembre 2016 settembre 2017 sono stati solo il 7% del totale, 93 nuovi assunti su 100 sono precari150.

Il fenomeno non è solo italiano visti i dati del Nobel Tirole che abbiamo evidenziato, ma questo aggrava e non attenua il fenomeno stesso. Ancora la CGIL rileva, sempre sulla base dei dati Istat, che nel secondo trimestre del 2017 le ore lavorate sono 10,9 miliardi contro gli 11,6 miliardi nello stesso periodo del 2008 (- 5,8%), mentre i lavoratori a termine sono 2,8 milioni (1 milione in più del 2008) e i lavoratori part-time sono 4,3 milioni (900 mila in più del 2008 e 1,5 milioni in più del 2004); come dicevamo, inoltre, nei nuovi contratti il lavoro precario la fa da padrone spesso intrecciato col part-time, in altre parole quando un lavoratore stabile abbandona il mercato del lavoro viene sostituito da precari che sono spesso anche parziari.

Non meraviglia, dunque, se i salari sono al palo come si denuncia da più parti: per l’FMI siamo ai livelli del 1995 e ci vorranno 10 anni per tornare a quelli del 2007, altri sono meno catastrofici151. Ma il quadro è comunque nero, e non potrebbe essere diversamente con una disoccupazione così alta i salari reali non possono certo decollare. A tal proposito il premier Gentiloni in margine alla conferenza programmatica del PD (Napoli fine ottobre 2017) ha ammesso: “Il precariato senza futuro e senza diritti è una delle offese più terribili alla dignità del lavoro”. Asserzione da applausi ma adatta molto più ad un esponente dell’opposizione che ad un premier che ha governato per anni (in precedenza era ministro) e quindi è corresponsabile di questa offesa alla dignità del lavoro che, nel frattempo, un’agenzia governativa chiamata Istat considera statisticamente come lavoro e non come offesa alla dignità del lavoro, e cioè negazione del lavoro stesso, o lavoro spazzatura come dicono i vecchi gufi marxisti come me.

Quanto poi agli strombazzati successi dei governi PD in tema di lotta all’evasione fiscale, riduzione delle tasse e spending review è facile rilevare che sono balle propagandistiche: lo stesso Istat rileva che la pressione fiscale malgrado il bonus “epocale” degli 80 euro nel 2014 è calata dello 0,1% nel 2015 e dello 0,2% del Pil nel 2016. Ancora, esistono costi parafiscali che non vengono contabilizzati dall’Istat ma sono reali: oltre 12 milioni di italiani pagano di tasca propria le spese mediche per non fare file defatiganti alla sanità pubblica (inoltre ci sono interventi urgenti e indilazionabili), questo avviene nel 2016 per un milione in più di italiani rispetto all’anno precedente e ben 7,8 milioni devono indebitarsi per pagare152.

Quanto alla lotta all’evasione fiscale, i controlli, pur essendo di una qualche efficacia, si sono drasticamente ridotti e si procede per condoni (lo rileva la Corte dei Conti)153. Sintomatico quello che è accaduto con i cosiddetti scudi fiscali degli ultimi anni (il rientro dei capitali nascosti all’estero per fini fiscali): sono rientrati 245 miliardi ripuliti (con la garanzia dell’anonimato) ma il fisco ha incassato solo 12 miliardi meno del 5%154; si tenga presente che l’aliquota marginale è in Italia del 43% più le addizionali regionali e comunali, cui andrebbero aggiunti penali ed interessi per cui si dovrebbe incassare più del 60% e non si ha neanche il 5%, dati di questo genere sono uno spot per l’evasione fiscale. Un altro spot è la dichiarazione del dott. Ruffini numero uno dell’Agenzia delle Entrate alla Commissione finanze della Camera: i titoli di credito dello Stato in esazione sono circa 820 miliardi ma realisticamente soltanto 51,9 miliardi andranno a buon fine155. Lo Stato non riesce a contrastare l’evasione (che negli ultimi documenti governativi oscilla tra i 105 e i 112 miliardi circa l’anno), e quando l’evasione stessa viene scoperta non è assolutamente in grado di riscuotere i propri crediti.

Intanto un italiano su 4 è a rischio povertà156 e si pone altresì il problema drammatico della pensioni future: a causa dei salari bassi e del lavoro intermittente e parziario i contributi saranno modesti e le pensioni saranno bassissime per cui si pone il problema di una pensione minima per coloro che sono giovani, pensione svincolata dai contributi effettivamente versati. Emerge qui tutto l’assurdo delle controriforme pensionistiche fatte dal 1992 in poi (ovviamente a parte la giusta eliminazioni delle pensioni baby), leggi che hanno mirato solo a quadrare i conti senza considerare le conseguenze sociali ed economiche di lungo periodo di simili scelte, conseguenze che avrebbero tagliato le pensioni e quindi i consumi e la dinamica economica. Oggi il problema si pone ma non si comprende dove questo Stato possa trovare un minimo di risorse per garantire un minimo di pensioni decorose: se non lotti contro l’evasione fiscale e non sei capace di riscuotere i tuoi stessi crediti nella misura abnorme che abbiamo visto, è evidente che le risorse non le trovi.

Quanto poi ai successi della spending review, il prof. Daveri osserva che sono stati risparmiati circa 30 miliari ma solo 6 sono andati alla riduzione di spesa gli altri sono stati riciclati e quindi destinati ad altre spese, sicché il risparmio reale è stato solo lo 0,36% del Pil157. Qui come altrove emerge il problema di sempre quello dell’evasione fiscale: se non la riduci drasticamente i conti non tornano. Di tagli alla spesa sociale ne sono stati fatti tanti negli ultimi decenni da Reagan in poi in tutto il mondo capitalistico avanzato, ma il debito è esploso, se non tagli l’evasione e l’elusione fiscale, che è ai livelli pazzeschi prima esposti, non risolvi nulla, puoi tagliare pensioni e salari (ed è quello che è avvenuto in nome dell’austerità) ma così tagli i consumi e la dinamica dell’economia.

Ancora la Corte dei Conti ammonisce che la corruzione è devastante, da tempo ne segnala anche il costo 60 miliardi l’anno eppure in sede governativa nessuno contesta le analisi della Corte ma nessuno sembra tenerle in qualche conto.158

Quanto al debito pubblico siamo fermi al 133% in rapporto al Pil e di proposte concrete per la sua riduzione non se ne vedono, ancora una volta ci vorrebbe una lotta senza quartiere contro evasione fiscale e corruzione con cui i nostri governi convivono da decenni.


Note
1 Questo mio lavoro riprende le ricerche che conduco da anni sulla Grande depressione che viviamo, su cui v. A. CARLO, Capitalismo 2008 nel tunnel senza uscita, in www.crisieconflitti.it 2009; ID, Capitalismo 2009 la via verso il crollo, in www.countdown.info, 2010 e in www.sinistrainrete.info,; ID., Capitalismo 2010: uomo morto che cammina, ivi, 2011; ID., Capitalismo 2011 Decomposizione in atto, ivi, 2012 e in http://connessioni-connessioni,blogspot, 2012; ID., La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo, pubblicato nei due siti sopraindicati alla fine del 2012; ID., Anatomia della politica attraverso l’economia: a)Il caso italiano (1945-2013); b) la depressione mondiale e i funerali dell’autonomia del politico in www.sinistrainrete.info, 2013; ID., Capitalismo 2014. A fondo nella Grande depressione, ivi, 2014; ID., Capitalismo 2015: la Grande depressione ed il dramma greco, ivi, 2015; ID., Capitalismo 2016. L’anno più nero dal 2009, ivi, 2016.
Prima della crisi del 2008 avevo pubblicato due articoli in cui prevedevo che il sistema stesse andando verso un terribile scossone, v. A. CARLO, Crisi del lavoro e tramonto del Capitalismo, in www.crisieconflitti.it, 2005; ID., L’economia globale un Titanic che affonda, ivi, 2007.
2 Vedi A. ALESINA, F. GIAVAZZI, Le tre lezioni della crisi (e gli errori), ne “Il Corriere della sera”, 8.8.17, p. 11.
3 Vedi infra par. seg.
4 Su ciò v. A. CARLO, La putrescenza cit., testo e nota 82.
5 Su ciò v. A. CARLO, Capitalismo 2015 cit.¸ par. 4.
6 Citato da F. FUBINI, Il Big Bang dieci anni dopo, ne “Il Corriere della sera. L’economia”, 31.7.17, p. 4
7 Vedi A. CARLO, Crisi del lavoro cit., e L’economia globale cit.
8 Vedi F. POLLOCK, Automazione, Einaudi, Torino, 1970, II ed.
9 Vedi E. S. PHELPS, Al lavoro il liberismo non basta, in “La Repubblica Affari & Finanza”, 19.5.97, pp. 1 e 8; J. RIFKIN, La fine del lavoro, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, V ed.
10 Fonte Dipartimento del lavoro USA. Si noti che di recente questo tasso dopo essere calato al 62,5-63% nel periodo di crisi e ripresa dell’economia , è rimasto ancorato a quei livelli fino agli ultimi mesi con lievi oscillazioni: a settembre 2017 63,1%, ad ottobre 62,7%.
11 Per la precisione nel 2004 abbiamo una crescita del 5%, nel 2005 siamo al 4,6%, nel 2006 al 5,3% e nel 2007 al 5,4% (Fonte Fmi).
12 V. su ciò A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 1
13 Vedi A. CARLO, La putrescenza cit., testo e nota 47; in altre parole se cresciamo solo dell’1,4% perdiamo l’equivalente di 2,6 punti di Pil per la bassa utilizzazione degli impianti. Si tratta di un danno che non viene considerato dalle statistiche ma che è reale.
14 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 1; ID., Capitalismo 2016 cit., testo e tabella n.1.
15 Vedi A. CARLO, Crisi economica e dialettica storica, Loffredo, Napoli, 1984 (II ed.), pp. 66-7, testo e note.
16 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2010 cit. , par. 1.
17 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 2, tabella n. 3.
18 Vedi A. PANSA, La finanza occidentale domina il mondo, in “Limes”, n. 2, 2017 p., 175.
19 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 1.
20 Vedi F. FUBINI, Il Big Bang cit., p. 5.
21 È quello che spesso Draghi ricorda ai tedeschi che hanno largamente beneficiato di questa politica, per cui mugugnano ma sostanzialmente sono ben lieti di essere in minoranza nel board della Bce. Se prevalesse una politica dei tassi in crescita sarebbero dolori per tutti a cominciare dalla Germania stessa.
22 Vedi J. TIROLE, Economia del bene comune, Mondadori, Milano, 2017, p. 296.
23 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 1; ID., Capitalismo 2016 cit. par. 2.
24 Dichiarazione pubblica fatta da Barroso e Barnier poco prima della scadenza del proprio mandato.
25 Vedi G. ZUCMAN, La ricchezza nascosta delle nazioni, add Editore, Torino, 2017, pp. 53 e sgg.
26 Ivi p. 56.
27 Vedi G. KOLKO, Ricchezza e potere negli Stati Uniti, Einaudi, Torino, 1964, p. 26.
28 Fonte Commissione UE.
29 È una celebre frase usata come frontespizio di una bella ricerca (ad opera di uno studioso americano) sull’elusione fiscale in USA alla fine degli anni ’60 del secolo passato, v. PH. M. STERN, The rape of taxpayer, Vintage Books, New York, 1974.
30 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 2.
31 Vedi A. CARLO, Economia, potere, cultura, Liguori, Napoli, 2000, p. 140.
32 Vedi PH. M. STERN, Op, cit. , pp. 6 e sgg.
33 Vedi su ciò A. CARLO, Il leviatano morente, Liguori, Napoli, 2001 (III ed.) p. 90.
34 Vedi PH. M. STERN, Op. cit., pp. 228 -29.
35 Vedi A. CARLO, Economia cit., p. 141.
36 Questa sortita di Buffet , tutto sommato moderatissima, che per lui pagare 16 milioni di tasse o 6 o 7 è pressoché indifferente, destò la reazione piccatissima del “Wall Streeat Journal” che lo mandò all’inferno.
37 Vedi M. FELDESTEIN, Se l’America accende la concorrenza fiscale, ne “Il Corriere della sera. L’economia” 9.10.17, p. 8.
38 Vedi A. CARLO, Economia, potere, cultura, cit., pp. 70-71 testo e nota 238.
39 Vedi R. PETRINI, Il fondo monetario si schiera con Cipputi. Salari troppo bassi, in “La Repubblica”12,10.17, p.9.
40 Vedi M. GAGGI, Creare un posto di lavoro costa un milione di dollari, ne “Il Corriere della sera”, 19.8.17, p. 31 .
41 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 2.
42 Vedi G. STRINGA, Dublino rifà i conti senza le multinazionali. Addio miracolo irlandese, debito al 106%, ne “Il Corriere della sera”, 19.7.17, p. 13.
43 Vedi A. CARLO, Op. loc. ult. cit..
44 Vedi A. CARLO, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984, pp. 55 e sgg.
45 Vedi su ciò A. CARLO, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001 ( III ed.) cap. II.; ID., Crisi del lavoro cit..
46 Vedi infra, par. seguente.
47 Vedi R. STIGLIANO’, Al posto tuo, Einaudi, Torino, 2016, p. 16.
48 Su ciò vedi infra , par. seg.; sull’impoverimento crescente di larga parte della popolazione mondiale vedi i dati riportati alla fine di questo stesso paragrafo.
49 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., testo e tabella n. 2.
50 Vedi infra, par. seg.. Qui anticipiamo che dopo la crisi del ‘73/’75 si diffondono nei paesi avanzati forme di lavoro sempre più precario e parziario, su cui v. A. CARLO, La società industriale decadente cit., p. 188 e sgg.; J. RIFKIN , Op. cit., pp. 309 e sgg.; U. BECK, Il lavoro all’epoca della fine del lavoro, Einaudi, Torino, 2000, pp. 120-121.
51 Vedi A. PANSA, Op. cit., p. 180; v. anche L. ZINGALES, Manifesto capitalista, Rizzoli, Milano, 2012, p. 116.
52 Vedi F. CHIESA, Fisco, sì UE alle norme delle multinazionali, ma restano esenzioni, ne “Il Corriere della sera”, 5.7.17, p. 37.
53 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 2.
54 Ovviamente Gibilterra o le isole della Manica non sono governi ma fanno parte di Stati sovrani che tollerano e proteggono la loro attività di paradisi fiscali, concedendo loro una normativa del tutto eccezionale, cosa che fanno anche paesi extra UE come gli USA per Puerto Rico e la Cina per Macao ed Hong Kong.
55 Vedi M. SENSINI, Al via la tassa fissa di 100 mila euro per stranieri ricchi, ne “Il Corriere della sera”, 9.3.17, p. 12.
56 Vedi F. de BORTOLI, L’inutile tributo che non ferma la speculazione, ne “Il Corriere della sera. L’economia”, 14.8.17, pp. 2-3.
57 Che le IM attraverso il controllo dei prezzi di cui dispongono, possano scaricare le tasse sui consumatori è noto: nel 1973 ci fu un caso enorme di traslazione fiscale attraverso i prezzi: l’aumento della tassa percepita dai paesi dell’OPEC sul barile di petrolio passò dai 75 cent per dollaro ad 84 cent e si tradusse in un aumento dei prezzi più che compensativo che fece crescere i profitti delle 7 grandi compagnie petrolifere a spese dei consumatori. Del resto non sono solo le IM a scaricare le tasse sui consumi e sul fatturato (incidendo sui propri clienti) ma anche i piccoli bottegai che, altrimenti, chiuderebbero.
58 Citato da F. de BORTOLI, Non contate più sul segreto bancario, ne “Il Corriere della sera. L’economia”, 4.9.17, pp. 2-3.
59 Vedi F. SAVELLI, Evasione, recuperati 23 miliardi, ne “Il Corriere della sera”, 19.7.17, p. 33.
60 Vedi su ciò A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 2.
61 Vedi B. ARDU’, Diseguaglianze in aumento, 8 Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità, in “La Repubblica”, 16.1.17,p. 10 dove si rileva anche che in Italia 7 Paperoni hanno la ricchezza (patrimonio) del 30% della popolazione; M. GAGGI, I supermiliardari ricchi come mezzo mondo, ne “Il Corriere della sera” 19.1.2016, p. 15.
62 Vedi Editoriale, L’America americana in “Limes”, n. 11, 2016, pp. 15-16 ove grafici.
63 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 2, testo e tabella n. 4.
64 Vedi A. PANSA, Op. cit., p. 168.
65 Vedi L. ZINGALES, Op. cit., p. 193 e 66.
66 Vedi R. PETRINI, Op. cit., è da notare però che la Lagarde, numero uno dell’FMI, ha subito frenato sulle proposte fiscali di alcuni suoi dirigenti non gradite alla gentile ed elegantissima signora.
67 Lo si rileva da più parti, così ad ottobre 2017 il tasso di disoccupazione ufficiale sarebbe sceso al 4,1% contro il 4,2% di settembre, epperò il tasso di partecipazione della forza lavoro al mercato del lavoro (occupati più disoccupati che cercano attivamente lavoro) cala dal 63,1% al 62,7% di ottobre. Un dato bassissimo sia in rapporto al resto del mondo che al recente passato USA (come vedremo tra breve) tale tasso è ai minimi storici degli ultimi 30 anni. In altre parole i disoccupati smettono di cercare attivamente lavoro perché sono scoraggiati e da quel momento non vengono più considerati disoccupati ma semplicemente missing men o più semplicemente senza lavoro, si cambia l’etichetta ma il fenomeno rimane , la gente non ha lavoro e non lo cerca neanche più, gli USA non producono solo poco lavoro ma anche pochissima speranza di lavoro.
68 Vedi R. STIGLIANO’, Op. cit., p. 189.
69 Vedi F. DAVERI, Trump entusiasmo meno saldo per le promesse del presidente, ne “Il Corriere della sera. L’economia”, 27.3.17, p. 14.
70 Vedi M. GAGGI, Il boom americano di invalidi del lavoro, ne “Il Corriere della sera”, 14.7.17, p. 25.
71 Vedi F. BASSO, La lente Bce sul lavoro: “La disoccupazione? E il doppio delle stime”, ne “Il Corriere della sera” 11.5.17, p. 14.
72 Ibidem.
73 Vedi J. TIROLE, Op. cit., pp. 252 e 254-55. C’è da chiedersi perché la Bce, che pure ha ammesso esplicitamente che la disoccupazione reale è il doppio di quella statistica, esalti poi i successi che si sarebbero realizzati negli ultimi anni in Europa. La spiegazione non è difficile: la Bce ha il compito di sostenere i mercati e non può mandare messaggi che suonino come “la nave affonda, si salvi chi può”, si deve dire che il bicchiere è mezzo pieno e che bisogna fare di più, quando in verità nel bicchiere di liquido ce n’è ben poco. Il contegno di un gufo radicale come chi scrive non si adatta ai dirigenti della Bce.
74 Vedi R. PETRINI, Op. cit..
75 Per la Germania v. par. 5 e per l’Italia par. 6.
76 La fonte della tabella è l’ILO che fornisce per l’Italia, relativamente al 1980, gli orari giornalieri, ma è chiaro che l’orario settimanale italiano superava all’epoca , e non di poco, le 40 ore per cui la flessione nel 2015 è evidente.
77 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2014 cit., par. 1 tabella n. 4; ID., Capitalismo 2015 cit., par.1.
78 Vedi su ciò A. CARLO, La società industriale decadente cit., pp. 65 sgg. e 168 e sgg.
79 Vedi A . CARLO, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984, p. 63.
80 Ibidem.
81 Vedi A. CARLO, Economia, potere, cultura cit., pp. 71-73.
82 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit. , par. 1.
83 Vedi M . SECHI, L’inizio di un’altra storia americana, in “Aspenia”, n. 75, 2016, pp. 26 e sgg, p. 31 ove grafico.
84 Vedi McKinsey Global Institute, Tecnologie dirompenti, l’automazione del lavoro, ivi, n. 62, 2013, pp. 11 e sgg. a pp. 17-18.
85 Vedi E. MORETTI, La nuova geografia del lavoro, Oscar Mondadori, Milano, 2014, p. 42.
86 Ivi, p. 38.
87 Su ciò esiste ormai un’enorme letteratura v. T. AVOLEDO, No ai soldati robot, ne “Il Corriere della sera”, 22.8.17, p. 26; L. OFFEDDU, Hrönn la prima nave robot sui mari d’Europa dal 2018: nessun marinaio a bordo, ivi, 25.7.17, p. 17; G. CAPRARA, Robocop? Non è un film, ne “Il Corriere della sera”, 24.5.17, p. 33; G. CIANFANELLI, App, videogiochi e realtà amministrata, vado in vacanza con un robot, ivi, 28.6.17, p. 37; A. OREOLI, Il lavoro 4.0 è quello di competenza ed è a prova di robot, ne “Il Sole 24 ore” 22.3.17, p. 6, dove si parla di robot postino o pompiere; P. MASTROLILLI, Cina dal dentista ti opera un robot, ne “Las Stampa”, 26.9.17, p. 17. Per un’ampia disamina di lavori posti a rischio da automazione e robot vedi R. STIGLIANO’, Op. cit., pp. 100-150.
88 Vedi M. SIDERI, Intervista a Michael Dell, ne “Il Corriere della sera. L’economia”, 11.9.17, pp. 18-19 dove si dice che “ogni nuova tecnologia ha costruito nuovi lavori e distrutto altri” inoltre nel 2030 ci saranno nuovi lavori che oggi non conosciamo nemmeno e nei prossimi 5 anni cambierà tutto. Verissimo, il problema è se i nuovi lavori saranno adeguati numericamente ad una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi che cresce al ritmo di 80 milioni l’anno. Dell pensa di sì, ma è solo un atto di fede.
89 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 4.
90 Vedi E. MORETTI, Op. cit., , p. 215.
91 Ivi, pp. 61 e sgg.
92 Ivi, p. 46.
93 Vedi A. FRIEDMAN, Questa non è l’America, ed. Newton Conpton, Roma, 2017, p. 69 dove leggiamo, a proposito della Walmart : “Paga i suoi lavoratori, se includiamo anche quelli part-time, una media di 8,8$ l’ora. Adesso confrontate questi dati con quelli del 1955 quando il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti era la General Motors, che pagava i suoi lavoratori in media, l’equivalente di 37$ di oggi”.
94 Vedi E. MORETTI, Op. cit., p. 101.
95 Fonte Economic Policy Institute con mie elaborazioni (ultima colonna) su quei dati.
96 Lo stesso Moretti ammette (op. cit., pp. 157 e sgg.) che vaste aree della forza lavoro americano sono svantaggiate e perciò consiglia questi lavoratori ad emigrare nelle aree ricche dove i salari sono più elevati, sarebbe inoltre necessaria una politica pubblica che incentivi tale mobilità. C’è, però, un piccolo problema l’occupazione diretta delle imprese high tech è in calo storico e l’occupazione indotta che creerebbero è una leggenda (v. infra nel testo).
97 Vedi M. GAGGI, La piena occupazione in America, ne “Il Corriere della sera”, 7.5.17, pp. 1 e 4.
98 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2011 cit., par. 2.
99 Vedi E. MORETTI, Op. cit., p. 63.
100 Ibidem.
101 Vedi D. DE MASI, Lavorare gratis, lavorare tutti, Rizzoli, Milano, 2017.
102 Ivi, p. 239.
103 Ivi, p. 197.
104 Vedi G. SARCINA, Una tassa sui robot che divorano il lavoro. L’idea di Bill Gates, ne “Il Corriere della sera”, 19.2.17, p. 19.
105 Vedi E. MACRON, Rivoluzione, ed. La Nave di Teseo, “Il Corriere della sera”, Milano, 2017, pp. 126 e sgg.
106 Su ciò v. A. CARLO, Il leviatano morente cit., , p. 147.
107 Vedi F. POLLOCK, Op. cit., pp. 90 e sgg.
108 Vedi E. MACRON, Op. cit, p. 128.
109 Fonte Dipartimento del Commercio USA.
110 Vedi M. VALSANIA, Usa vicina alla piena occupazione, ne “Il Sole 24 ore”, a5.8.17, p. 3 che fornisce questi dati: primo semestre, 2017, 179 mila posti di lavoro creati mensilmente contro i 183 mila del primo semestre del 2016, ristoranti più 53 mila, servizi alla persona + 11.300, sanità 30 mila posti mensili relativamente al mese di giugno 2017.
111 Su cui vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 3, tabella 4.
112 Vedi M. VALSANIA, “Compra e consuma americano”, ne “Il Sole 24 ore” , 21.1.17, p. 4.
113 La cosa già è stata segnalata da tempo dalle ricerche di Rifkin, più volte citato, ma abbiamo visto che il grosso dei salariati americani sta ancora a livelli bassi o medio-bassi in settori di produttività e di salari decisamente modesti.
114 Vedi M. VALSANIA, Trump taglia la corporate tax, ne “Il Sole 24 ore”, 28.9.17. p. 7.
115 Vedi Intervista a D. Trump “Con me la più grande riforma fiscale nella storia americana”, ne “Il Corriere della sera” 12.5.17, pp. 2-3.
116 Il debito pubblico è aumentato pressoché costantemente dal 1981. Solo durante il secondo mandato di Clinton ha subito una lieve limatura al ribasso, più che compensata, però, dall’incremento del debito globale gravante sulla società americana (debito pubblico delle famiglie e delle imprese) tale debito passa dal 240% del Pil del 1990 al 288% del 2000, mangiandosi la lieve limatura del debito federale, a riprova che senza la crescita del debito l’economia americana non può reggere, su ciò v. A. CARLO, Capitalismo 2009 cit., par. 3 tabella n. 2.
117 Vedi F. RAMPINI, Fabbrica America, in “La Repubblica”,. 5.1.17, pp. 10-11.
118 Vedi su ciò, CHR. LAYTON, Investimenti attraverso l’Atlantico, IAI Roma, Il Mulino, Bologna, 1967.
119 Vedi G. DI DONFRANCESCO, Dazi boomerang per gli Stati Uniti, ne “Il Sole 24 ore”, 28.1.17,p. 4, dove si rileva che 2300 miliardi di dollari di esportazioni americane danno lavoro ad 11,7 milioni di americani ed ad oltre 300 mila imprese il 98% delle quali ha meno di 500 addetti. Per quanto riguarda poi la componentistica importata dalle grandi imprese USA, è cosa largamente nota che molti delle loro componenti sono importate dall’estero, sinanche una parte notevole degli elementi costitutivi del Boeing vengono dagli stabilimenti pugliesi della Leonardo e di recente l’amministratore delegato di quella impresa ha escluso che si possano ridurre i rapporti con l’Europa. Un aumento dei dazi americani colpirebbe dunque le merci importate dalle grandi imprese americane e ne farebbe salire i costi di produzione, anche questo sarebbe un boomerang.
120 Vedi A. FRIEDMAN, Op. cit., p. 63. Dire che gli USA sono abbondantemente saturi di ipermercati Walmart (e non solo) mi sembra il minimo.
121 Vedi J. SMITH, The GDP illusion, in http://monthlyreview.org 2012.7.01, pp.14 e sgg.
122 Vedi F. FUBINI, La Cina ed altri ostacoli al nuovo programma, ne “Il Corriere della sera”, 13.11.16, p. 25.
123 Vedi G. SARCINA, Theresa May contesta Trump sulla tortura e il presidente messicano cancella la visita, ivi, 27.7.17, p. 14.
124 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., par. 4.
125 Vedi G. DI DONFRANCESCO, Trump pax valutaria con Pechino, ne “Il Sole 24 ore”, 24.4.17, p.8.
126 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par1.
127 Vedi L. WILKERSON, Non possiamo affidarci sempre ai mercenari, in “Limes” n. 11, 2016, p. 69; non c’è dubbio che i mercenari possano svolgere funzioni accessorie ma la realizzazione della politica americana non può che essere affidata ad uno strumento che risponda alle direttive del governo e non alla logica al profitto di una grande impresa. Epperò le multinazionali della guerra possono pagare stipendi più alti di quelli di uno Stato indebitato e possono sottrargli la miglior forza lavoro disponibile, anche per questo le difficoltà di reclutamento del governo USA che deve accettare, a volte, degli scarti.
128 Vedi Editoriale, La Cina si avvicina l’America si allontana, in “Limes”, n. 1, 2017, p. 21 ove tabella comparata sulla forza militare, economica, demografica di Cina e USA.
129 Vedi R. FATIGUSO, “Rischio bolla” in Cina S & P taglia il rating, ne “Il Sole 24 ore”, 22.9.17, p. 4; in campo edilizio i superinvestimenti hanno prodotto risultati paradossali v. G. SANTEVECCHI, Città fantasma, ne “Il Corriere della sera”, 3.4.17, pp. 14-15, dove si rileva che ci sono circa 50 milioni di unità abitative vuote pari a 6 miliardi di mq. Inoltre la Commissione nazionale cinese per lo sviluppo e la riforma (organo governativo) osserva che i 3500 progetti edilizi presentati dagli amministratori cinesi sono assurdi perché riguarderebbero una popolazione di 3,4 miliardi di persone mentre la popolazione reale cinese è di appena 1,4 miliardi.
130 Vedi ZHANG JIAN, DONG YIFAN,, Aiib e vie della seta, due facce della stessa medaglia, in “Limes” n. 1, 2017, p. 67.
131 Vedi J. STIGLITZ, L’euro, Einaudi, Torino, 2017, pp. 68 e 72, a p. 74 si accenna anche alla crescita delle diseguaglianze sociali in Germania.
132 Vedi F. FUBINI, Il “forgotten man è anche tedesco. Cresce la povertà (come in America), ne “Il Corriere della sera”, 26.9.17, p. 8; v. anche nota precedente infine.
133 Fonte Eurostat con elaborazione di “Impresa e lavoro”.
134 Vedi infra nel testo.
135 Fonte Eurostat.
136 Fonte Eurostat e Banca d’Italia.
137 Ma anche il dato ufficiale vicino al 20% è pesantissimo.
138 Vedi V. DE ROMANIS, L’austerità fa crescere, Marsilio, Venezia, 2017.
139 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 2, tabella n. 3.
140 Vedi V. DE ROMANIS, Op. cit., pp. 68 e sgg e 77 e sgg.
141 Ivi, p. 74-5.
142 Ivi , p. 77.
143 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2014 cit., par. 3.
144 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 5 tabella n. 8.
145 Vedi V. DE ROMANIS, Op cit. , pp. 68 e sgg.
146 Su questo v. F. LEONE, Crisi e ripresa della Lettonia in www.economiaepolitica.it 2015; v. anche A. LEGNI, Lettonia una ripresa record ma i cittadini sono a rischio povertà, in “D’E Le inchieste”, 19.12.2013.
147 Questo fenomeno che si è verificato nella storia del meridione d’Italia tra il 1951 e il 1971 si verifica anche in molti paesi Est europei in cui, grazie all’emigrazione, il Pil procapite è cresciuto un po’ e la disoccupazione è stata contenuta.
148 Vedi nel senso criticato TH. PIKETTY ET AL., Democratizzare l’Europa! La nave di Teseo, il “Corriere della sera”, Milano, 2017, pp. 49 e sgg.
149 È la critica che va fatta a quegli studiosi come J. STIGLITZ (Op. ult,. cit.) o come G. DI TARANTO (L’Europa tradita, Luiss University Press, Roma, 2017, pp. 71 e sgg.).
150 Vedi D. DI VICO, Occupazione a settembre non decolla e le assunzioni stabili sono 7 su 100, ne “Il Corriere della sera” 1.11.17 p. 38.
151 Vedi F. DI FRISCHIA, Stipendi degli italiani ai livelli del 2004 , ne “Il Corriere della sera” , 8.4.2016, p. Come si vede si può essere ottimista, siamo fermi solo al 2004.
152 Vedi F. A. MOBILE, 12.200.000, ne “La Stampa”, 8.6.17, p. 17.
153 Vedi TELEVIDEO RAI, 27.8.17, p. 131, che fornisce questi dati: 2016 – 43,9% sui controlli dell’anno precedente e - 83,8% sul 2014.
154 Vedi S. RIZZO, Se lo scudo è un affare, 245 miliardi ripuliti ma solo 12 al fisco, in “La Repubblica”, 6.10.,17, p. 11.
155 Per la precisione dal 2000 al 2015 Equitalia (ora defunta) si è vista consegnare 1058 miliardi di titoli di credito da realizzare ma ne ha incassati 81 e ne ha rateizzati 35, per i restanti 800 e più se ne potranno incassare solo 52 circa realisticamente, v. M. SENSINI, Via Equitalia: le novità, ne “Il Corriere della sera”, 17.10.2016, p. 2.
156 Vedi F. DI FRISCHIA, Istat un italiano su 4 a rischio povertà. Con la crisi via il 12% della ricchezza, ivi, 7.12.16, p. 39.
157 Vedi F. DAVERI, Ha funzionato davvero la spending review? Perché no, ne “Il Corriere della sera. L’economia” , 24.7.17, p. 14.
158 Vedi F. DI FRISCHIA, L’Allarme della Corte dei Conti: corruzione effetti devastanti, ne “Il Corriere della sera”, 28.6.17, p. 33.
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