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seminaredomande

Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?

di Francesco Cappello

9788899564292.jpgL’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.

La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.

Il panico che inizia a serpeggiare tra i vertici di Bruxelles e nelle cancellerie nazionali, con le prime timide richieste di rinviare i divieti di aprile, è la conferma tardiva di un errore di calcolo colossale. Nonostante la propaganda sulla diversificazione, i dati di mercato parlano chiaro: con il prezzo del gas nuovamente lievitante, l’Europa si avvia verso una recessione strutturale. La pretesa di sostituire una risorsa abbondante, sicura e storicamente integrata come quella russa con forniture d’oltreoceano costose e soggette ai capricci trumpiani e delle rotte marittime globali si è rivelata un castello di carte. In questo scenario, il mantenimento dei bandi energetici non è più una misura di pressione politica, ma un atto di sottomissione strategica che sacrifica il benessere dei cittadini europei sull’altare di interessi geopolitici del tutto estranei al continente.

Pur essendo sempre stata la Russia un fornitore affidabile di risorse energetiche a basso costo per i paesi europei, solo Slovacchia e Ungheria si sono svincolati dal diktat masochista della Commissione Europea.

 

L’Italia e l’Europa sotto assedio energetico

L’Italia si trova nell’occhio del ciclone: siamo il sesto importatore mondiale di GNL (Gas Naturale Liquefatto) dall’area del Golfo e il primo nell’Unione Europea. Con il blocco totale delle navi da parte di QatarEnergy, i rigassificatori nazionali di Piombino, Ravenna e Livorno stanno vedendo esaurirsi i flussi programmati. Il Governo ha già stimato un impatto potenziale di 33 miliardi di euro nei prossimi sei mesi, una cifra che mette a rischio la crescita del PIL, già ferma sotto l’1%.

In Europa, la realtà di oggi è fatta di mercati fuori controllo: in particolare, durante le fasi più acute di panico speculativo seguite all’attacco della Arctic Metagaz (vedi nota [3])e alle interruzioni nello Stretto di Hormuz, i contratti futures hanno toccato picchi compresi tra i 58 e i 59 euro/MWh, segnando un rincaro superiore al 90% rispetto ai mesi precedenti mentre il prezzo del petrolio Brent è letteralmente decollato: se a fine febbraio oscillava ancora intorno ai 70-72 dollari, nella seduta del 6 marzo 2026 ha sfondato la resistenza psicologica dei 90 dollari, attestandosi a 93,04 dollari al barile. Questo balzo rappresenta un aumento del 27% in una sola settimana con proiezioni che vedono i 100 dollari come realtà imminente se il passaggio non dovesse essere ripristinato. Circa il 25-30% del petrolio importato dall’Italia proviene da paesi che si affacciano sul Golfo Persico. Naturalmente, la quota di importazione dagli Stati Uniti è destinata a crescere con un ulteriore aumento dei prezzi. Non è solo un problema di energia: l’alluminio e i fertilizzanti sono già rincarati del 4%, minacciando di colpire duramente la nostra filiera agricola e manifatturiera (vedi nota [4]). Il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha persino ventilato l’ipotesi di riattivare le centrali a carbone come misura di emergenza estrema.

 

Il collasso delle rotte asiatiche

Se l’Europa trema, anche l’Asia teme il collasso delle forniture. Solo pochissime navi hanno tentato il transito, e molte hanno cambiato la segnalazione di bordo in “proprietario cinese” sperando in un salvacondotto diplomatico di Teheran. Il Giappone e la Corea del Sud hanno già iniziato a intaccare le loro massicce riserve strategiche (rispettivamente di 230 e 208 giorni) per evitare il blackout industriale, ma il costo dei noli marittimi è aumentato del 10%, rendendo ogni barile residuo prezioso come oro.

 

La realtà dei numeri sul campo

Oggi nello stretto ci sono circa 1.000 navi bloccate, di cui metà sono petroliere e gasiere. Il valore del carico fermo supera i 25 miliardi di dollari. Per un’economia come quella italiana, che vede passare il 40% del proprio traffico commerciale marittimo tra Suez e il Mar Rosso, la chiusura di Hormuz è il colpo di grazia a una logistica già sotto stress. Le grandi compagnie come MSC e Maersk hanno sospeso le prenotazioni nell’area, preferendo la lunga e costosa rotta che doppia l’Africa, con un aggravio diretto sui costi del gasolio per l’autotrasporto italiano stimato tra i 6.000 e i 12.000 euro all’anno per singolo bilico.

L’attuale crisi nello Stretto di Hormuz non rappresenta più una minaccia teorica, ma una realtà che sta ridefinendo gli equilibri economici globali con effetti immediati e profondi sul sistema produttivo italiano ed europeo. L’Italia si trova oggi in una condizione di estrema vulnerabilità, con una dipendenza energetica primaria che oscilla tra il 75% e l’80%, un dato nettamente superiore alla media europea del 60%. Questa fragilità strutturale è stata amplificata dall’abbandono del gas russo, che ha spinto il Paese a legarsi alle forniture americane e al GNL qatariota, il quale deve obbligatoriamente transitare per il “collo di bottiglia” di Hormuz per raggiungere i nostri rigassificatori. Nel 2025, gli Stati Uniti sono diventati il primo fornitore di gas per l’Italia, seguiti dal Qatar che copre circa l’11% dei consumi nazionali. Il blocco di questa rotta strategica sta già colpendo duramente il cuore della nostra economia, con il settore industriale che ha perso quasi il 20% dei consumi di gas a causa del rincaro dei prezzi e della conseguente distruzione della domanda.

L’impatto sulla produzione industriale italiana è drammatico e diffuso a macchia d’olio tra tutti i comparti del Made in Italy. Secondo i dati Istat, la produzione generale è scesa del 6,1% rispetto al periodo pre-crisi, con punte di sofferenza estrema nei settori energivori. Oltre alla petrolchimica, la metallurgia e la siderurgia mostrano segnali di cedimento con una contrazione dei volumi produttivi superiore al 14%, mentre la filiera della ceramica e del vetro ha subito un calo stimato fino al 20% a causa dell’impossibilità di assorbire l’impennata dei costi energetici. Anche i pilastri storici dell’export nazionale come il sistema moda, il tessile e l’automotive sono schiacciati tra l’aumento dei costi logistici e il rincaro delle materie prime sintetiche derivate dal petrolio, con l’automotive che ha registrato crolli della produzione fino al 23,6%. Persino l’industria alimentare e il settore del packaging soffrono per la polverizzazione dei margini dovuta a bollette elettriche che in Italia rimangono tra le più care d’Europa.

Mentre l’Europa gestisce stoccaggi ancora considerati bassi per garantire una sicurezza assoluta, con l’Italia ferma al 46-48% e la Germania al 21%, le potenze asiatiche affrontano la medesima crisi partendo da presupposti geografici ancora più critici ma con difese strategiche imponenti. Il Giappone vive una condizione di esposizione quasi totale, poiché l’80-90% del suo petrolio deve necessariamente attraversare lo Stretto di Hormuz, ma ha eretto una vera fortezza energetica mantenendo riserve per circa 230 giorni. La Corea del Sud segue un modello simile, blindando il proprio sistema con scorte per 200-220 giorni a fronte di una dipendenza dal Golfo superiore al 70%. La Cina, pur avendo diversificato le rotte tramite oleodotti russi, vede ancora metà del suo greggio passare per Hormuz e mantiene un’autonomia di circa 100 giorni. In coda troviamo l’Australia, che appare come l’anello debole del Pacifico con appena 50-60 giorni di scorte per i carburanti liquidi.

In questo scenario di guerra economica, ogni singola superpetroliera bloccata rappresenta un asset da 2 milioni di barili del valore di circa 150 milioni di dollari, una massa critica di energia che, se sottratta al mercato, spinge i prezzi del Brent verso la soglia psicologica dei 100-120 dollari al barile. La realtà odierna è quella di una competizione feroce tra Europa e Asia per l’accaparramento dei pochi carichi disponibili sul mercato spot, con l’Italia che paga il prezzo più alto a causa della fine dei contratti a lungo termine con la Russia che in passato garantivano stabilità. La mancanza di una strategia energetica autonoma ha trasformato il barile di petrolio e il carico di GNL da semplici variabili economiche a veri e propri strumenti di pressione geopolitica, capaci di mettere in discussione la stessa sopravvivenza di interi settori manifatturieri nazionali.

 

La speculazione finanziaria al rialzo

Sebbene Algeria, Stati Uniti, Norvegia e Russia non abbiano, ad oggi, ridotto i volumi esportati verso l’Europa, il mercato europeo ha subito impennate violente perché il valore di beni come il gas e il petrolio non è determinato solo dallo scambio fisico, ma soprattutto dalle aspettative future scambiate sui mercati finanziari. In pratica gli aumenti che stiamo registrando oggi sono sulle vecchie scorte pagate ai vecchi prezzi…

Il meccanismo della speculazione al rialzo agisce come una profezia che si autoavvera partendo da un timore collettivo. Quando gli operatori prevedono una possibile instabilità, si precipitano ad acquistare contratti derivati per assicurarsi un profitto o proteggersi dai rischi. Questa ondata massiccia di acquisti “di carta” gonfia artificialmente la domanda, spingendo il prezzo verso l’alto in pochissimo tempo, esattamente come accaduto con il petrolio balzato verso i 100 dollari.

Questa dinamica trasforma il sospetto in realtà tangibile. Gli attori economici, vedendo i prezzi salire sugli schermi delle borse, iniziano a comportarsi come se la scarsità fosse già in atto, alimentando ulteriormente i rincari in un circolo vizioso dove il prezzo non riflette più quanto gas c’è nei depositi, ma quanta paura c’è tra gli investitori. La finanza anticipa un problema che non esiste ancora fisicamente e, facendolo, lo crea sotto forma di costi insostenibili per l’economia reale.

I veri beneficiari del rincaro non sono i fornitori di materia prima, ma i creatori degli strumenti finanziari che permettono di scommettere su tali rialzi. In Europa, il colosso di riferimento per la produzione di ETC (Exchange Traded Commodities) sul gas è WisdomTree, una società che detiene una quota di mercato dominante in questo settore. Il punto cruciale è che WisdomTree non è un’entità isolata, ma è controllata dai tre giganti della finanza mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street (vedi nota [2]).

Si aggiungano, a quanto precede, le giuste considerazioni di Putin quale reazione alla suicida volontà europea di blocco totale delle importazioni russe:

Le compagnie americane naturalmente si sposteranno verso quei mercati dove si paga di più è naturale non c’è nulla di particolare in questo non c’è alcun retroscena politico è solo business e basta perciò lo ripeto ancora una volta questo è il risultato della politica sbagliata delle autorità europee e per di più portata avanti per molti anni. A questo proposito ecco cosa penso: come è stato appena detto tra un mese prevedono di introdurre restrizioni all’acquisto di gas russo compreso quello liquefatto; il 24 aprile sarà l’ultimo giorno e dal 25 entreranno in vigore le limitazioni e tra un anno nel 2027 ulteriori restrizioni fino al divieto totale ma nel frattempo si stanno aprendo altri mercati e forse per noi potrebbe essere più conveniente interrompere proprio ora le forniture al mercato europeo andare verso quei mercati che si stanno aprendo e consolidarci lì. Qui non c’è, voglio che sia chiaro, alcun retroscena politico. Se tanto tra un mese o tra due ci chiuderanno comunque allora non sarebbe meglio interrompere noi stessi già adesso e spostarci verso quei mercati e verso quei paesi che sono partner affidabili e consolidarci lì? Ma questa non è una decisione in questo caso, sono per così dire riflessioni ad alta voce, darò certamente incarico al governo di esaminare questa questione insieme alle nostre aziende.

Assai significativa infine, nel corso della stessa intervista, la risposta di Putin in merito alla metaniera russa che è stata attaccata nel mediterraneo (vedi nota [3]):

Si tratta di un attacco terroristico non è la prima volta che ci troviamo di fronte a cose di questo tipo ma ciò che sorprende è soltanto che questo aggrava la situazione sui mercati energetici globali anche sui mercati del gas e in questo caso soprattutto per l’Europa ne risulta che il regime di Kiev in realtà morde la mano da cui si nutre cioè la mano dell’Unione Europea. L’Unione Europea fornisce al regime di Kiev un sostegno senza fine con armi e denaro il regime di Kiev crea per l’Unione Europea problemi uno dopo l’altro. Per quanto riguarda in generale il comportamento del regime di Kiev esso ha un carattere piuttosto aggressivo ed è molto pericoloso. Ne ho già parlato secondo i dati di cui dispongono i nostri servizi speciali così come un tempo furono fatti esplodere i gasdotti Nordstream, ora a Kiev, con il sostegno di alcuni servizi speciali occidentali si sta preparando un’azione per far saltare il Blue Stream e il Turkstream. Abbiamo già informato i nostri amici turchi su questa questione vedremo cosa accadrà in questo ambito ma si tratta di un gioco molto pericoloso soprattutto oggi.

La tempesta finanziaria scatenata nel settore energetico dalla guerra in corso ha creato un effetto calamita sul dollaro americano, che si è rafforzato notevolmente rispetto all’euro (1,2%) e alle altre valute. In tempi di guerra, il dollaro agisce come il porto sicuro per eccellenza; la domanda globale aumenta vertiginosamente poiché investitori e governi cercano la stabilità della valuta statunitense. Inoltre, poiché il petrolio si paga in dollari, l’aumento del prezzo del greggio costringe i paesi importatori a vendere le proprie monete locali per acquistare biglietti verdi, indebolendo ulteriormente l’euro. La vulnerabilità energetica europea rende il continente meno attraente per i capitali, che preferiscono spostarsi verso l’economia americana, percepita come più isolata e protetta dagli shock diretti del Medio Oriente.

 

Inflazione e stagflazione

L’ombra più scura che incombe sull’Europa è quella della stagflazione, una combinazione micidiale di stagnazione economica e inflazione galoppante. La strozzatura dei trasporti e l’allungamento dei tempi di consegna delle merci con aumenti dei costi container e noli marittimi contribuiranno all’innalzamento generalizzato dei prezzi. L’aumento dei costi energetici agisce come una tassa che colpisce le imprese, costringendole ad alzare i prezzi dei prodotti finali e dei servizi. Tuttavia, questo aumento dei prezzi non è figlio di una crescita economica sana, ma di uno shock dei costi che sottrae reddito alle famiglie. Il risultato è un blocco dei consumi che ferma la produzione industriale e mette le banche centrali in una posizione difficilissima: alzare i tassi per combattere l’inflazione rischierebbe di soffocare definitivamente un’economia già ferma, mentre non farlo lascerebbe correre i prezzi senza controllo, erodendo il potere d’acquisto e i risparmi dei cittadini.

Ovviamente in questo stato di cose i nostri titoli di Stato avranno meno appeal e bisognerà alzare i rendimenti che promettono per renderli appetibili con ulteriore aggravio sulla spesa per interessi che è ormai prossima ai 100 miliardi anno e questo si aggiungerà all’aumento dei tassi che la BCE imporrà per tenere a bada l’inflazione da costi. Ovviamente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione. L’aumento dei tassi determinerà un aumenta della rata mensile dei muti contratti a tasso variabile e in generale salirà il costo del denaro con conseguente depressione degli investimenti produttivi.

Uscire dalla guerra, ricostruire i ponti bruciati con la Russia e in generale sottrarsi all’isolamento intensificando i rapporti con il complesso dei paesi BRICS nonché riavviare una nostra politica estera pienamente rispondente agli interessi del Paese, quale mediatore di Pace, senza più genuflettersi a quelli statunitensi è ormai urgente e obbligatorio se si vorrà evitare l’incombente tsunami in corso di rapido avvicinamento.

* * * *

Aggiornamento dell’8 marzo:

[Un inferno di fuoco dí combustibili fossili iraniani dati alle fiamme le infrastrutture energetiche iraniane sono state colpite da una massiccia ondata di attacchi condotti da Stati Uniti e Israele nella notte tra sabato 7 e domenica 8 marzo. A confermarlo diverse testate internazionali e agenzie (come Xinhua e ISW) Sono state colpite la raffineria di Tondgouyan (una delle più grandi del Paese) a Shahr Rey e quella di Shahran.Diversi depositi di carburante nelle province di Teheran e Alborz (inclusa la città di Karaj) sono stati centrati da missili, causando vasti incendi visibili a chilometri di distanza.Troppo facile prevedere che questi danni aggraveranno la crisi energetica globale portando a rincari stratosferici e blackout diffusi. La ritorsione Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver risposto colpendo una raffineria a Haifa, in Israele, con missili Kheibarshekan.Già il Qatar ha sospeso la produzione di GNL (Gas Naturale Liquefatto) nei giorni scorsi a causa di attacchi alle sue strutture (come Ras Laffan), innescando un’impennata dei prezzi del gas in Europa e Asia.Tutto questo si aggiunge al blocco parziale dello Stretto di Hormuz e ai rischi per la navigazione delle petroliere.Il conflitto è entrato in una fase di “guerra energetica” aperta, dove ora entrambe le parti mirano a colpire la capacità di sopravvivenza economica ed energetica dell’avversario.Ovviamente a perderci sono tutti gli importatori di materie prime energetiche dall’Iran e quindi l’Europa e paesi asiatici A guadagnarci gli Stati Uniti quale paese esportatore.]


Note
[1] L’impianto di liquefazione del GNL, a Ras Laffan, in Qatar, considerato il fulcro della produzione mondiale di gas, è stato colpito ieri da droni nel corso di un’escalation militare che ha coinvolto diverse infrastrutture strategiche nel Golfo. Secondo quanto confermato dal Ministero della Difesa del Qatar, le esplosioni hanno interessato sia la Ras Laffan Industrial City che l’area di Mesaieed, dove è stato centrato un serbatoio idrico di una centrale elettrica.
Sebbene le autorità locali abbiano inizialmente rassicurato sull’assenza di vittime e su danni strutturali definiti “gestibili”, la reazione operativa è stata drastica. QatarEnergy ha sospeso l’intera produzione di gas naturale liquefatto e dei sottoprodotti energetici per ragioni di sicurezza nazionale e per valutare l’integrità dei sistemi. Questa decisione ha portato alla dichiarazione dello stato di forza maggiore sui contratti internazionali, congelando di fatto le esportazioni verso l’Asia e l’Europa fino a data da destinarsi. L’impatto sui mercati energetici globali, immediato e violento, con il prezzo del gas europeo che ha subito un’impennata vicina al 50% in una singola sessione è in corso. Poiché il complesso di Ras Laffan soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL, il timore di un vuoto di offerta prolungato sta spingendo le economie occidentali a cercare forniture affannosamente alternative in un clima di estrema incertezza geopolitica. La portata di questo evento potrà superare per gravità lo shock petrolifero degli anni ’70, data la dipendenza attuale dell’Europa dal gas qatariota dopo il suicida distacco dalle forniture russe.
[2] Questi tre gruppi sono i principali azionisti di WisdomTree e, contemporaneamente, i maggiori emittenti globali di ETF (Exchange Traded Funds). Si viene così a creare un sistema circolare dove gli stessi soggetti che gestiscono i grandi flussi di capitale globale possiedono anche le “piattaforme” su cui si scommette sul prezzo delle risorse energetiche. Quando la speculazione accelera e i prezzi del gas salgono, queste società guadagnano due volte: attraverso le commissioni di gestione degli strumenti che emettono e attraverso l’aumento del valore degli asset nei loro portafogli. Di fatto, il mercato finanziario europeo del gas è dominato da una struttura a matrioska dove i grandi fondi d’investimento americani hanno il controllo dei principali strumenti di speculazione. Questo significa che, mentre le bollette delle famiglie e delle imprese aumentano a causa di una “profezia che si autoavvera”, i profitti derivanti da quel meccanismo finiscono nelle mani dei pochi attori che gestiscono l’architettura finanziaria globale.
[3] L’attacco senza precedenti avvenuto all’alba del 3 marzo 2026 nel Mediterraneo centrale ha segnato un punto di non ritorno nella sicurezza energetica europea. La Arctic Metagaz, una gigantesca nave gasiera russa con un carico di 140000 metri cubi di GNL, è stata sventrata da droni marini ucraini mentre navigava a circa 30 miglia a nord-est della costa libica. L’impatto ha innescato incendi a bordo hanno incendiato parzialmente il relitto, monitorato dai ricognitori decollati dalla base USA di Sigonella.
Per ore, la nave è rimasta alla deriva come una “bomba a orologeria”, spinta dalle correnti verso le acque siciliane, maltesi e libiche. Il pericolo era immane: se rigassificato, quel carico si sarebbe espanso fino a superare i 100 milioni di metri cubi di gas, un potenziale energetico equivalente a oltre 50 bombe di Hiroshima. Oltre al gas, il rischio ecologico per le spiagge siciliane era rappresentato da 3.000 metri cubi di olio combustibile denso (Bunker C) pronti a riversarsi in mare. Il timore principale degli esperti riguardava l’innesco di un BLEVE (Boiling Liquid Expanding Vapor Explosion). Questo fenomeno si verifica quando il calore di un incendio esterno surriscalda il liquido criogenico all’interno di un serbatoio sigillato o con valvole ostruite; l’indebolimento dell’acciaio combinato con l’aumento vertiginoso della pressione interna porta a un cedimento strutturale catastrofico, trasformando istantaneamente il liquido in gas con un volume 600 volte superiore. Fortunatamente, i sistemi automatici di venting (valvole di sfiato) della Arctic Metagaz hanno retto, rilasciando il gas in eccesso attraverso “fiamme pilota” controllate che, pur alimentando l’incendio in coperta e impedendo l’avvicinamento dei soccorsi della Marina Italiana, hanno evitato l’esplosione totale del carico. Il destino della nave si è compiuto il 4 marzo 2026. Le ultime rilevazioni satellitari e le conferme delle autorità internazionali indicano che la gasiera è affondata a circa 130 miglia a nord di Sirte. Nel momento del naufragio, anziché un BLEVE, si è probabilmente verificato un RPT (Rapid Phase Transition): un’esplosione fisica, non chimica, causata dal contatto brutale tra il GNL a -162°C e l’acqua del mare a +15°C. Questo shock termico di quasi 180 gradi causa un’evaporazione istantanea e violenta, simile all’effetto di una goccia d’acqua su una piastra rovente, che genera onde d’urto potenti ma non necessariamente palle di fuoco, a meno che non vi sia una precisa miscela di ossigeno (tra il 5% e il 15%) e un innesco. Questo disastro, il primo caso al mondo di una metaniera persa in mare per atto bellico, solleva interrogativi inquietanti sulla vulnerabilità delle rotte commerciali nel “cortile di casa” italiano. Mentre la diplomazia tra Mosca e l’Occidente si incendia, l’evento proietta un’ombra sinistra sulle scelte infrastrutturali nazionali. L’incidente della Arctic Metagaz dimostra infatti quanto sia estremo il rischio connesso a queste unità, sollevando forti critiche sulla decisione di posizionare rigassificatori di pari portata nel cuore di porti abitati, come accaduto a Piombino, dove navi identiche a quella affondata fanno regolarmente scalo per alimentare il rigassificatore stazionante nel porto, a pochi metri dai centri abitati, operando in deroga alle normali normative ambientali e di sicurezza.
[4] Le conseguenze della guerra all’Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz delineano uno scenario di insicurezza alimentare ed economica senza precedenti per l’Europa e, in particolare, per l’Italia. Da quel braccio di mare transita circa il 15% dei fertilizzanti mondiali, in particolare urea e ammoniaca provenienti da Qatar e Arabia Saudita, che sono decisivi per la produzione agricola globale, la cui dipendenza dai nutrienti sintetici è stimata intorno al 40%. Il blocco toglie dal mercato una fetta rilevante di queste forniture, generando una tendenza al rialzo immediata spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago (CBOT), dove i prezzi dei future sui fertilizzanti sono saliti da dicembre 2025 del 64%. L’aspetto più rilevante è costituito dall’identità degli esportatori che non dipendono dal passaggio per Hormuz e che risultano dunque avvantaggiati dall’aumento dei prezzi. Circa il 22% dei fertilizzanti mondiali proviene dalla Russia, che diventa così il perno decisionale per le agricolture globali attraverso società come PhosAgro, Uralkali ed EuroChem, saldamente nelle mani di oligarchi vicini al Cremlino. Quote minori, circa il 10%, provengono da Canada e Stati Uniti. In questi ultimi due casi, i giganti del settore come Nutrien (il più grande produttore mondiale), The Mosaic Company (leader nei fosfati e potassio) e CF Industries (specializzata in azoto) vedono tra i loro principali azionisti i grandi fondi di investimento BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity. Esiste poi il polo produttivo della Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare drasticamente le esportazioni per garantire l’approvvigionamento interno a costi contenuti, isolando ulteriormente il mercato internazionale. In questo scacchiere, a essere danneggiati pesantemente sono i produttori e i consumatori europei, già afflitti dalla speculazione generata dall’impennata del gas e del petrolio. Per l’Italia, l’impatto è diretto e si manifesta attraverso un’erosione immediata dei margini di profitto agricoli: il costo del gasolio agricolo ha superato la soglia critica di 1,15 €/l, mentre le quotazioni dell’urea sono aumentate del 30% in una sola settimana. Per un’azienda cerealicola italiana, ciò significa un aumento dei costi fissi per ettaro che rende la produzione spesso antieconomica. Le ripercussioni sul carrello della spesa degli italiani sono altrettanto gravi, con una stima di aumento del costo alimentare mensile per famiglia tra i 20 e i 40 euro a causa dell’inflazione da costi. Poiché l’80% della logistica alimentare italiana avviene su gomma, il caro carburante si trasferisce istantaneamente sui prezzi di pane, latte e ortofrutta fresca. Parallelamente, il blocco di Hormuz paralizza l’export di eccellenze Made in Italy verso i mercati del Golfo, come la Mela Rossa Cuneo IGP e i kiwi, che subiscono ritardi insostenibili o la cancellazione degli ordini.
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